|
|
||
|
login utente navigazione i miei libri compagni di viaggio Margot
|
Inserito da Gaja il Lun, 05/04/2010 - 13:31
Ve li ricordate, Uto e Mia? Sono tornati. Vogliono sapere cosa li aspetta.Per sapere dov'erano rimasti, cliccate qui: http://www.sinestetica.net/pretestopalindromo e qui: http://www.sinestetica.net/microracconti_utomiacenciarelli La vede risucchiata dall'ascensore. Per un attimo vorrebbe che i suoi occhi potessero penetrare i muri, le porte, gli oggetti. Troppo breve. Uto scuote la testa, si ravvia i capelli neri. Il sudore gli sorprende il palmo della mano. Per un attimo nemmeno il caldo gli aveva toccato la mente, invasa com'era dal biancore di Anna e dal nero inconsistente del suo vestito. Lei esiste. C'è. È reale. Per Uto è come un fulmine che gli penetra nella testa, gli frastaglia il corpo, gli squarcia i piedi e si scarica nel terreno. Si chiede come mai senta così forte il richiamo di quella specie di fantasma così carnale. È arrivato a pochi metri da lei, erano separati solo da una porta a vetri. La rivedrà? La toccherà mai? Perché, invece di pensare a come riempire quel file sul computer, non fa altro che tentare di spezzare la catena che lo dovrebbe legare alla scrivania? Perché fugge?Anna è un pretesto per non fare, per non tornare, o uno di quei magneti che ogni tanto compaiono nella vita degli esseri umani e ne orientano il percorso? Ma cosa gli prende? Sta esagerando. Lo sa. Ne è consapevole. Non comprende perché la sua mente si sia lasciata trasportare da certe riflessioni. È assurdo anche solo avergli dato spazio. Solo che ora non sa come tornare a casa. Il cemento del marciapiede sembra alzarsi poco a poco, stringergli la caviglia, impedirgli di muoversi. Uto sorride tra sé, impietosito da certi pensieri. Se il cemento del marciapiede lo tratterrà, non farà nulla per opporgli resistenza. Prima o poi la fantasma di carne dovrà uscire di nuovo.
Inserito da Gaja il Dom, 03/01/2010 - 18:21
Aveva ricordato alcuni versi.Versi che venivano dal passato. Aveva sognato una donna. Aveva pianto, sognandola. Chi era? Era uscita. Aveva avuto il coraggio di premere il pulsante dell'ascensore. Era scesa. Ora è dietro al vetro su cui è appoggiata la corona di fiori. Non uscirà, non oggi, non può. È troppo trasparente, e non solo nell'abbigliamento. Ti paragonerò dunque a una giornata estiva? Ancora! Mia si appoggia alla parete per non cadere. La portata dei ricordi ha un peso specifico schiacciante. Shakespeare. Lo sa d'istinto. Certe cose non si dimenticano, a quanto pare. Chissà perché. Mia guarda il braccio allungato verso la parete. Ha una cicatrice che va dalla scapola all'incavo del gomito. Dev'essere recente. Le brucia. Guardare fuori le fa salire un groppo in gola. È un essere umano, quindi ha vissuto nel mondo fino a... Fino a quando? Cosa le è successo? Perché l'hanno portata qui? Chi sono le persone che compaiono nelle foto del salone? Di chi è quella casa? Chi è l'uomo che la guarda alla finestra... Mia resta a labbra socchiuse. Il respiro spezzato. L'uomo che la guarda alla finestra sta passando proprio davanti alla porta a vetri. Cammina lentamente. Si guarda intorno. La vede. Resta paralizzato, gli occhi che sembrano diventare più grandi a ogni secondo. Mia sente più forte che mai dietro di sé la presenza dell'ascensore. Ha lasciato le porte aperte, le sembrano un abbraccio in cui si precipita a occhi chiusi, terrorizzata. È il quinto piano, urla la sua mente.
Inserito da Gaja il Dom, 27/12/2009 - 15:06
E’ già successo. La donna che esce dall’appartamento, sosta sul pianerottolo, si accorge di me come se non sapesse. Non sei la prima, Mia. Spero che tu sia l’ultima. Non perché il tuo peso mi costi fatica, no. E’ il peso della tua sofferenza che non sopporto. Della tua e di quella di chi ti ha preceduta. Loro agiscono sempre nello stesso modo. Li sento arrivare. Li vedo apparire nell’atrio di questo antico palazzo. Lo hanno scelto perché è centrale, ma al tempo stesso riservato. Chiuso. Passa inosservato nella sua mole grigia di anni e di segreti. In origine io non c’ero. Gli abitanti, scarsi e sempre più anziani, dovevano arrancare su per le scale pretenziose. Poi loro hanno deciso che un ascensore sarebbe stato più comodo per il trasporto delle… Non so come chiamarle. Vittime? Cavie? Mi hanno ricavato in uno spazio angusto, per questo sono stretto e alto, claustrofobico. Lo so. Per questo non c’è stato spazio per uno specchio. Loro comunque non lo avrebbero voluto. Sanno che guardarsi e non riconoscersi è la prova peggiore. Sanno tutto quello che c’è sapere. E’ una sceneggiatura collaudata. Eppure… tu, Mia, sei diversa. Mi illudo, ma potresti veramente essere l’ultima. Potresti rompere l’incantesimo che ci avviluppa. Hai avuto il coraggio di premere il pulsante e il contatto è stato più dell’impulso a muovermi, a scendere con te. Con ogni singola fibra del mio vecchio legno impregnato di cera avrei voluto farmi armatura alla fragilità del tuo corpo, alla vergogna della tua nudità. Nasconderti agli occhi del mondo e darti il coraggio di sconfiggerli. Quando hai aperto con rabbia le mie porte e sei sgusciata fuori, avrei voluto la voce per gridarti: “Vai, Mia, fuggi. Riprenditi la tua vita.” Ma la barriera era lì, invalicabile. La corona di fiori appoggiata al vetro della porta d’ingresso. Sei arrivata dove nessuna prima di te, Mia. Ma adesso appoggiati a me, riposa. Ti riporto su.
Inserito da Gaja il Mar, 22/12/2009 - 11:32
“TU SEI MIA! TU SEI MIA! TU SEI MIA! GUARDAMI!”Un battito nero di ciglia sul viso pallido. La testa di donna annuisce appena e poi cade. E' sempre stata esangue, la poveretta. Lasciamola così, dorme. Non infieriamo ancora. «Ma con un nome così simile, è sicuro che non si ricorderà più? Mia è troppo simile a...» «Non lo pronunci, la prego. Finché nessuno la chiamerà così, lei sarà solo Mia. Solo Mia. Non possiamo permetterci che questa donna si ricordi chi è veramente. Voi, piuttosto, avete trovato la casa che vi ho indicato?» «Sì. Quando crede che potremo portarla?» «Fra qualche giorno, vi manderò a chiamare. Lasciatela riposare, adesso». Già, chi sei veramente? Sei fortunata, a non ricordare più. A cosa serve la memoria, se serve solo a formare un'identità di dolore. Si può essere di nuovo se stessi anche senza ricordare. Senza dovere per forza riconoscere il male dentro di sé. Dormi. Senza sognare, perché non ricordi più. Io ricordo, invece. “Non piangere. Su, su” Le lacrime e il sangue. Dal naso, dalle arcate sopracciliari, sangue come grumi fra i capelli. Una mattina di fine novembre. La foschia che si specchia nei frantumi di vetro sulla riva. Piangi, non sai. Singhiozzi, non sai. Non sai. «Già, cosa non dovrebbe sapere?» Ma lei è ancora qui? Che Mia è nata da quei frantumi in cui l'abbiamo trovata. «Sì, in un certo senso. Non c'erano che vetri rotti tutt'attorno a lei, è stato di sicuro un incidente. D'accordo, la lascio solo con la ragazza». Un caso, sì, come se tutte le sventure e gli incidenti capitino davvero per caso, e non fossimo noi invece a fare di tutto perché ci accadano. Ed è quello che hai fatto anche tu. Un'altra persona, sarai un'altra persona, te lo giuro. Ho tutto qui nella testa, cosa penserai quando ti sveglierai e scoprirai la tua nuova esistenza. Lo stupore che proverai appena guarderai fuori dalle finestre della tua casa sconosciuta. Tutto. Saremo come un autore misericordioso, che riscrivendo il tuo personaggio, lo mette al riparo dal male che lo fa esangue. Siamo pazzi, forse. Ma non sarà più un'utopia, te lo giuro.
Inserito da Gaja il Ven, 18/12/2009 - 10:29
![]() Entra un po' a fatica nell'ascensore. Le porte sono pesanti. Dentro è stretto, c'è posto - ci sarebbe posto - a malapena per due persone. Ma lei è sola, e fa caldo, e ha addosso solo un vestito lungo e nero, ma trasparente e con le bretelline. Improvvisamente si vergogna. È trasparente davvero. Troppo, forse. Smettila, è estate. Nessuno farà caso a te. Lo spero, lo spero. Mia si guarda intorno. Dovrebbe premere il pulsante che la porta al piano terra ma non lo fa. Il pulsante è grande e vecchio. Un tempo doveva essere stato bianco, ora è più giallognolo. Il sogno l'ha paralizzata di nuovo. Si tocca la vita, le cosce. Il vestito è davvero sottile, e lei è nuda. Dove vado così? L'ascensore è stretto ma alto. E non ci sono specchi. Mia ha un moto di gratitudine profonda per quel luogo che la accoglie senza sbatterle in faccia una donna che non conosce. Per qualche minuto si sente al riparo, lì, ferma al pianerottolo. La luce un po' opaca le sta stancando gli occhi. La sua mano si allunga e lei la guarda muoversi, esterrefatta. Vede l'indice della mano destra premere il pulsante. Sente l'ascensore muoversi a scatti, tra un piano e l'altro devono esserci parecchie scale. Perché non ha preso le scale? Perché deve sempre farsi portare? Sempre? Che ne sa lei, che è stato sempre così? L'ascensore si ferma al piano terra. Mia guarda l'altra mano che stringe le chiavi di casa sua. Chissà a che piano è. Quando sarà il momento di risalire, farà qualche prova. Secondo lei si trova al quinto piano. Si sta bene in quell'ascensore. Non sarebbe molto meglio restare lì dentro? Perché deve uscire? Se sia più degno nell'anima soffrire le frecce e le sassate dell'oltraggiosa fortuna, oppure armarsi contro un oceano di guai e con l'opporsi, stroncarli. Mia trema di colpo, violentemente. Ha ricordato quei versi, li conosce a memoria, a quanto pare. Cosa sono? Da dove vengono? Apre di scatto l'ascensore, esce, ha paura della sua memoria perché è un pezzo di ignoto, vede una corona di fiori appoggiata al vetro della porta d'ingresso. Dev'essere morto qualcuno nel palazzo, ultimamente.
Inserito da Gaja il Lun, 14/12/2009 - 14:53
[Ci siamo. L'esperimento tutto al femminile basato su una storia scritta da più donne inizia. Silvia Ancordi ha scelto la tenda rossa nell'appartamento di Mia. Si comincia].Prima che loro la portassero qui, la mia giornata era sempre uguale a se stessa. Sto nel mezzo. Ho una posizione sicuramente privilegiata e scomoda allo stesso tempo: posso guardare i movimenti di lui, sentirne lo sguardo per scorgere il corpo di lei oltre la mia trama geometrica rossa e, contemporaneamente, posso vedere Mia nella stanza. Le rare volte in cui la portafinestra è socchiusa, svolazzo per fare entrare luce nella speranza di invogliarla a uscire. Li divido, certo, ma li proteggo anche. Si è accorta di me e mi ha osservato per diversi giorni, poi mi ha afferrata con mano tremante di chi è spaesata e ha paura, ha affondato le unghie nel tessuto stretto in un pugno e, dopo un respiro profondo, con un colpo secco mi ha scostata per vedere lo squarcio di mondo da cui la difendo. Sul balcone di fronte al suo, ha trovato Uto che finalmente la vedeva senza doverla spiare attraverso me. Il tocco di Mia da quel giorno è diventato dolce, leggero. A volte mi passa accanto e sento la sua pelle sfiorarmi senza timore, con la curiosità di chi vuole tornare al mondo, forse per incontrare di nuovo quegli occhi, ma ancora esita nascondendosi dietro una tenda rossa. E' uscita dalla stanza poco fa, ancora sconvolta dopo quel sogno. Chissà quando torna, come torna, se torna. |
|