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Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

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Inserito da Gaja il Gio, 25/06/2009 - 06:13

Non ho mai creduto che qualcosa di prezioso potesse finire davvero. "Fine" è una parola drastica, definitiva che poco ha a che vedere con la creatività e la passione.
In molti mi hanno scritto dicendomi che Auroralia avrebbe lasciato un vuoto, che sarebbe mancata a tutti quelli per cui era diventata un appuntamento quotidiano.
E li capisco, mancheranno anche a me i due pezzi da pubblicare ogni giorno ma mi consolo pensando che ormai vivono e camminano tutti con le loro gambe. E che Auroralia ha liberato tanta energia creativa.

«C'era una volta...»
«Un re!» diranno subito i miei piccoli lettori.


No, c'era una volta il mio grande amore per la scrittura e per le foto di Jerry Uelsmann.
E così, il 6 maggio ho lanciato l'iniziativa che tutti conoscete e che avrebbe coniugato la fotografia alle parole. In meno di diciotto giorni ho ricevuto cinquanta pezzi: altri ne ho dovuti scartare perché arrivati dopo la scadenza del 24 maggio.
Mi sono resa conto sin da subito che il livello qualitativo di quanto prodotto da chi aveva aderito era generalmente molto alto - il che mi ha riempito di gioia e orgoglio. La foto di Uelsmann che avevo scelto aveva evidentemente toccato corde profonde.

Dopo un paio di telefonate e di scambi di messaggi, Fiamma Lolli ha trovato i nomi giusti: Auroralia, la prima iniziativa della serie Zona Franca. [Sì, si tratta di una serie: hanno visto giusto i miei piccoli lettori!]

Abbiamo iniziato il 25 maggio con Silvia Ancordi e Giovanna Zunica.

Jerry Uelsmann mi ha scritto due e-mail nelle quali diceva, tra l'altro:

«I think your Auroralia project is WONDERFUL!  My hope is always that a sensitive audience can find creative ways of personally relating to my  images.  I wish I could read Italian, but it is obvious to me that the response to your creative project was amazing.  It is always a challenge for me to create images that address both the eye and the mind...  I am grateful for your enthusiastic response to my work».

«Penso che il tuo Auroralia sia MERAVIGLIOSO! Spero sempre che un pubblico sensibile riesca a trovare modi creativi di rapportarsi personalmente alle mie immagini. Vorrei saper leggere l'italiano, ma è evidente per me che la risposta al tuo progetto creativo è stata strabiliante. È sempre una sfida creare immagini che si rivolgano sia agli occhi che alla mente... Ti sono grato per l'entusiasmo mostrato nei confronti del mio lavoro».

È arrivato il logo di Auroralia, grazie a Massimo Giacci e Sabrina Manfredi.

Poi è arrivata l'impareggiabile Monica Mazzitelli a proporre un reading, il 26 giugno, alla Libreria Flexi [E non è l'unico che abbiamo in mente. Personalmente mi sto muovendo in un altro paio di direzioni già da qualche giorno]. Dal canto suo, Isabella Borghese ha messo a disposizione tutti i suoi contatti con la generosità e la dolcezza che la contraddistinguono. Ed è uscita la segnalazione su Roma c'è.

Poteva mancare la locandina per l'evento del 26 giugno? Giammai! Massimo Giacci e Sabrina Manfredi si sono messi ancora una volta a disposizione, creando una meraviglia!

Successivamente Jerry Uelsmann mi ha scritto che avrei potuto usare l'immagine della Donna Volante [ma starà volando davvero? O starà volEndo? Oppure è in stallo?] come e dove desideravo, senza pagare un euro di diritti.

E poi Auroralia all'inaugurazione della mostra di Maggie Taylor, al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri grazie al provvidenziale intervento di Enrico Gregori.

E l'altro ieri il regalo inaspettato di Jerry Uelsmann: un catalogo della recente mostra delle sue foto organizzata a Taipei.

E dopo il reading, che altro?

In questo mese moltissimi di voi non hanno perso occasione per ringraziarmi, talvolta con parole che mi hanno commossa e si sono depositate in fondo al cuore: so già che resteranno lì per sempre.
Il fatto è che Auroralia non sarebbe stata grande com'è ora, com'è diventata, se non fosse stato per voi, per *tutti* voi. Alcuni dei partecipanti sono arrivati su Sinestetica grazie ad altri blog, altri grazie ad amici comuni. Li ringrazio uno a uno. Siete stati importanti, il vostro contributo è stato prezioso e apprezzatissimo.
La stragrande maggioranza di chi ha scritto per Auroralia è composta da persone che conosco da anni, da mesi, o anche solo per e-mail - ma si sa, l'editoria è una sorta di microcosmo. Ci si incontra tutti, prima o poi. Ringrazio chi mi ha mandato il proprio pezzo per amicizia, per amore, per gioco, per mettersi alla prova, perché è rimasto folgorato da Uelsmann, o anche solo perché gliel'ho chiesto io.

Auroralia è stata uno splendido viaggio, per me. Non sarebbe stata la stessa cosa se fosse mancato anche solo una o uno di voi.

Concludo con la consapevolezza che rappresenta il più bel regalo, per me, e dà un senso ad Auroralia.
Concludo, quindi, con le parole di Francesca Serafini:

«Questo racconto prima non c'era e forse non ci sarebbe mai stato. Brutto e bello che sia, grazie alla tua sollecitazione ora c'è».

Qualcosa è nato.
Grazie a tutti.
[E a domani...]


Inserito da Gaja il Mer, 24/06/2009 - 07:28

A un certo punto del pomeriggio vedo arrivare questa busta. Chiaramente proviene dall'estero. Ma chi mi scrive dall'estero? Breve riflessione con la busta in mano e gli occhi al cielo. Dopodiché mi dico che sarebbe più saggio abbassarli, gli occhi. Quantomeno per leggere.
Avvicino le pupille e vedo i mittenti: Jerry Uelsmann e Maggie Taylor, l'indirizzo, il mio nome scritto con la grafia di uno dei due, e mi torna in mente quel che Uelsmann mi disse nella prima mail: «Se mi mandi un indirizzo di posta ordinaria ti invierò qualche mio libro». 
Naturalmente glielo mandai, ma non pensavo più che lui avesse tenuto a mente questa intenzione - me ne ero dimenticata anche io! E non pensavo che ne avesse voglia, né che si prendesse il disturbo di farlo.
Io, per esempio, detesto andare alla posta [c'è da dire, però, che sono vergognosamente pigra].
Quando ho ricevuto il suo catalogo - tratto dalla mostra che Uelsmann ha fatto a Taipei e con delle foto che non avevo mai visto - effettivamente sono rimasta folgorata dall'emozione e dalla commozione.
Quando l'ho aperto e ho visto la dedica, più un post-it scritto di suo pugno, nel quale mi si invitava a far caso al buffo titolo che i cinesi avevano dato alla mostra [ma allora siamo amici?, mi sono chiesta. Questo post-it mi è sembrato l'equivalente di qualcuno che ti dà di gomito per ridere con te], non sapevo se - per l'appunto - ridere o piangere. E tutto questo grazie ad Auroralia. Anzi, grazie a Stefano Mazzoni che mi ha fatto conoscere Jerry Uelsmann, il quale - poi - è diventato una sorta di cardine attorno a cui ruota quasi ogni cosa io abbia scritto.
Pubblico qui - per la gioia dei vostri occhi e per condividere ancora una volta con chi ha amato Jerry Uelsmann alcune sue immagini - le foto della copertina, della dedica («2009. To Gaja with friendly thoughts, Jerry Uelsmann»), del post-it («This is a catalog for a recent exhibit in Taipei. They came up with this unusual title»), del titolo cui il post it si riferisce, e poi una delle foto che più mi ha colpito. Perdonate la qualità delle immagini, ma sono state scattate con il cellulare.

Altra notizia: alle dieci di questa mattina cliccate su La poesia e lo spirito

 

 



























Inserito da Gaja il Lun, 22/06/2009 - 07:01

Che Auroralia non sia mai stata una gara, né una competizione di alcun tipo era chiaro fin dall'inizio. L'ho detto e ripetuto: lo spirito di Auroralia era la condivisione di un amore (il che mi fa tornare in mente la canzone di Fossati La costruzione di un amore: non c'è poi molta differenza).

I commenti ai pezzi erano - talvolta - meritevoli di un post a parte. Alcuni sono stati davvero illuminanti. Tutti sono stati importanti. Perciò ho pensato di chiamare a raccolta quanti hanno scritto, commentato o anche semplicemente letto, per ascoltare cosa hanno da dire.

La mia domanda è: elencate i cinque pezzi di Auroralia che preferite, naturalmente escludendo il proprio, e senza fare una classifica. La sola conditio sine qua non è quella di aggiungere una motivazione critica.
Visto che è difficile ricordarli tutti, vi aiuto ripubblicando qui l'elenco dei partecipanti con il titolo dei pezzi.
Attendo i vostri pareri.  

ASTRALE, TERZA A SINISTRA, di Silvia Ancordi
IL LAGO DELL'ABISSO, di Maria Gabriella Bartocci
LA DONNA VOLANTE, di Mario Bianco
IL ROVESCIO DELLA BUGIA, di Isabella Borghese
ALL'IMBRUNIRE, di Mario Borghi
PUNTO DI SOSPENSIONE, di Cristina Bove
LA GAJA MUSA, di Andrea Bruni 
CREPA-CUORE, di Elisabetta Bucciarelli
LA CORNICE, di Carlo Cannella
LA FORMA DELLE COSE, di Eva Carriego
MADRE, di Alex Cartoni
IL DENTRO E IL FUORI, di Melania Ceccarelli
QUANTE VOLTE, di Gaja Cenciarelli
LONTANO DA AKR CAAR, di Enzo Ciampi
IL PRIMO SBAGLIO, di Fabio Ciriachi
BIANCO E NOIR, di Gaia Conventi
AD SIDERA, di Anna Costalonga
TU COME TUTTE LE ALTRE, di Laura Costantini e Loredana Falcone
STANZA BUIA, DOPPIA PORTA, di Cordula De Prey
IL MIO SOGNO, di Pasquale Esposito
ANGELO, di Cristiana Danila Formetta
LA CASSIERA, di Gemma Gaetani
LIBERTA', di Giovanna Giordani
IL FILO SPEZZATO, di Enrico Gregori
VOLO RADENTE, di Franz Krauspenhaar
L'ABITUDINE ALLE COSE, di Silvia Leonardi
IN PIENO, di Fiamma Lolli
MIGRANTI, di Andreina Lombardi Bom
ICARA, di Domenica Luise
L'ANGELO ESPLOSO, di Anna Mallamo/Mangino Brioches
IL RIPOSO, di Sabrina Manfredi
CERCHI SULL'ACQUA, di Carmine Mangone
SOGNO D'ESSERE NUDA, di Rossana Massa
ANNETTE, di Nina Maroccolo
NON MI FERMERETE, di Massimo Maugeri 
UNTITLED (DIETRO I TUOI OCCHI), di Stefano Mazzoni
SOSPETTA INNOCENTE, di Isabella Moroni
NON SPERAVA, di Paola Pioppi
TREKKING ONIRICO, di Massimo Rainaldi
TORRE DI GUARDIA, di Giuseppe Selo
IN FONDO, di Francesca Serafini
SU UNA FOTO DI UELSMANN, di Marco Simonelli
CAROLINA, NO., di Carlo Sirotti
ANNIVERSARIO, di Simone Tempia
NEVE, di Lucia Tosi
JERRY, IO, E WIKIPEDIA, di Giusto N. Traina
SEMBRA UN TUFFO, di Chiara Valerio
FREDDO, di Monica Viola
GIRA LA FOTO, di Alessandro Zannoni
RITORNO, di Giovanna Zunica


Inserito da Gaja il Dom, 21/06/2009 - 08:16

[Auroralia non è finita ieri, non finirà domani e nemmeno il 26 giugno. Anzi, dal 26 giugno in poi comincerà il bello. Da qui a venerdì prossimo, comunque, Sinestetica darà spazio ad aggiornamenti, notizie, spigolature, dibattiti sui racconti, e comunicati. Oggi iniziamo con Maggie Taylor, moglie di Jerry Uelsmann, una grandissima artista che - a soli 48 anni - è già entrata (sì, anche lei. Che coppia, eh?) nella storia della fotografia].

Qualcuno di voi ricorda che il 19 giugno a Verona, presso il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, si sarebbe inaugurata la mostra di Maggie Taylor ? [per la cronaca: la mostra è aperta al pubblico fino al 6 settembre, da martedì a domenica, dalle 10 alle 19. Le visite guidate si tengono di domenica alle 11].

Ebbene, Auroralia c'era, e più avanti spiegherò in che modo.

L'Arena di Verona ha pubblicato un servizio dedicato alle fotografie di Maggie Taylor. Ve ne propongo un brano: «"Album", è questo il nome della rassegna, presenta un centinaio di opere realizzate dall'artista nell'arco di 27 anni e divenute nel tempo pietre miliari della fotografia digitale contemporanea. Le istantanee di Taylor testimoniano quanto l'arte di ritrarre con la luce sia capace di evolversi e rinnovarsi, soprattutto ogni qualvolta nuove soluzioni tecnologiche si sono affacciate sul mercato. La mostra diventa, così, un percorso dove dai primi still-life concettuali realizzati ancora con tecnologia analogica, si giunge agli ultimi elaborati digitali del noto lavoro "Almost Alice", un'interpretazione in chiave moderna del celebre libro del 1865 "Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carrol. Anch'egli fotografo oltre che noto scrittore e matematico. Nelle tavole fotografiche di Maggie Taylor si entra in una visione dell'immagine decisamente innovativa e fuori dal comune. Ogni istantanea, infatti, avvicina l'osservatore a quel confine tanto labile quanto marcato che insiste tra la fotografia e l'illustrazione. Il succedersi degli scatti diventa, in questo modo, un elegante percorso dove l'artista sottolinea la propria ricerca intrisa dalla magia delle favole ed accompagnata da una dimensione onirica».

La presenza di Auroralia, è presto spiegata: venuto a conoscenza della trasferta veronese della Taylor e di Uelsmann, Enrico Gregori, di sua iniziativa, ha avvisato la redazione cultura dell'Arena di Verona dell'(imperdibile) mostra della fotografa e dell'(altrettanto imperdibile) presenza del celebre marito. Seguendo il "velato suggerimento" di Gregori (per l'occasione trasformatosi in soave creatura), un giornalista dell'Arena è andato al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri a realizzare il servizio. Ieri Enrico si è fatto mandare le fotografie e il pezzo e me li ha girati. Provvederò a inoltrare a Mr Uelsmann il materiale e le foto, segnalandogli che il merito del servizio è dell'auroralico (dì la verità, nessuno ti aveva mai chiamato così, eh? :P) Gregori, il quale - senza che io gli avessi minimamente chiesto alcunché (anche perché non mi era passato nemmeno per l'anticamera del cervello che fosse possibile una cosa del genere. Ma io non sono, come lui, una giornalista di lungo corso e su certe sinergie sono assolutamente ignorante) - ha fatto un paio di telefonate... et voilà.

[Non credo di avere le parole adatte per ringraziarti, Greg. Qualsiasi cosa io scriva suonerebbe banale e scontata, e detesto - come ti ho ripetuto fino allo sfinimento - le melensaggini. È giusto che io dica, però, che Auroralia ti deve moltissimo, sin da quando era solo un'idea nella mia mente. E tu lo sai.]

Godetevi le foto di Maggie Taylor. Sono di una bellezza straordinaria.
E godetevi di nuovo la presenza di Jerry Uelsmann, abbracciato a sua moglie, su Sinestetica.

Qualche nota biografica su Maggie Taylor:

Maggie Taylor nasce a Cleveland, Ohio nel 1961.
E’ laureata in Filosofia presso la Yale University e ha ottenuto un Master in Fotografia presso la University of Florida.
Dopo più di dieci anni trascorsi a fotografare oggetti, nel 1996 inizia ad utilizzare il computer per creare le sue immagini combinando, attraverso Photoshop, immagini scattate dalla macchina fotografica digitale con scansioni di oggetti, vecchie fotografie o disegni
Il suo lavoro è stato pubblicato nei seguenti volumi: Adobe Photoshop Master Class: Maggie Taylor’s Landscape of Dreams, Peachpit Press, Berkeley, 2005; Solutions Beginning with A, Modernbook Editions, Palo Alto, 2007 e Alice’s Adventures in Wonderland by Lewis Carroll, Modernbook Editions, Palo Alto, 2008.
Le immagini di Maggie Taylor sono state esposte in diversi Paesi e fanno parte di numerose collezioni private e pubbliche, tra le quali The Art Museum, Princeton University; The Fogg Art Museum, Harvard University, Cambridge, MA; Harn Museum of Art, University of Florida, Museum of Fine Arts, Houston, e The Museum of Photography, Seul. 

Vive e lavora a Gainesville, Florida.













































Inserito da Gaja il Sab, 20/06/2009 - 07:26

VOLO RADENTE
di FRANZ KRAUSPENHAAR

E così, finita la cena fatta delle solite verdure al vapore, mi metto a pensare, inseguito da fotogrammi di tutt’altro in illogica concatenazione, a una fotografia di Uelsmann, che ritrae una donna nuda che vola calibrata in orizzontale, quasi radente a una specie di acquitrino di lusso, come se fosse stato composto per l’occasione miracolosa da un giardiniere dell’acqua. E’ stato composto sì, e dal fotografo; un artista, per quanto si possa pensare contrariamente, non da primo impatto, non immediatamente galvanizzante. Le sue foto surreali mi danno l’equilibrio che mi serve, a me pittore pericolante sempre, sempre arrabbiato con materiali, luci, idee. E’ la rabbia che mi ha spinto a dipingere, è questo che oltretutto mi ha rinforzato negli anni. Uelsmann per me è come uno stabilizzatore dell’umore, un sale di litio di grande serietà espressiva, senza macchie solari, senza dispettosi tramonti e pacificazioni irritanti e deleterie. Non posso alzarmi dalla mia sedia a ruote, non lo posso più da ormai troppo tempo. Anche se fosse da pochi mesi sarebbe una frazione opaca d’infinito, sarebbe comunque troppo. Angela rigoverna, fischietta come un ragazzo. E’ allegra, la immagino alla perfezione senza vederla, abituato come sono ormai a vedermela girare per casa e studio, a dare un rinforzo umano alla mia fine. Questa ragazza che mi accompagna all’ultimo stadio, al primo grado di separazione con la morte. Vedrò lei per ultima, lo so: questa ragazza bruna e sbrigativa ma delicata, che mi parla poco, che mi ascolta spesso, dunque, per sua fortuna, non sempre. Che non ha venerazione per il venerato maestro, che ha per me, credo, una buona pietà affettuosa. Se fosse così sarebbe già qualcosa, potrei pensare di non essere davvero solo. Continua a fischiettare, non riconosco il motivo, certo lei non aiuta, è stonata. E’ in piedi, fuori dalla mia vista, ma è come se fosse la donna di Uelsmann che vola nuda sull’acquitrino, a pochi metri, come un idrovolante da ricognizione. E’ lei la donna della fotografia, è Angela. Vola su questa pozzanghera di sudore stantio che mi avvolge, la mia vita, tutta quanta; i miei racconti l’hanno avvolta come un sudario di paure e strazi e danni e gioie conficcate a caso, per decenni. E io sono avvolto dalla sua attenzione, dalla sua compagnia, dal suo volo sull’acquitrino leggero, lento, puro.


L'ABITUDINE ALLE COSE
di SILVIA LEONARDI

A Ninni succedeva sempre quando guardava il mare. Di sentirsi lieve come una nuvola, di volerci planare su quel mare, invece che nuotarci come fanno tutti. Niente di che, solo un volo a sfioro per sentirlo appena quel bagnato salato che lambisce il corpo.
Quel giorno di maggio, bello come tutti i giorni di maggio di molti anni prima, quando la fine della scuola era un conto alla rovescia, se ne stava semi sdraiata sulla riva, i gomiti infossati nella sabbia, i piedi nell’acqua. Un po’ fredda, a dirla tutta, ma ci si abitua.
Come si era abituata a tante cose nella sua vita. Alla madre, che alla sua età andava ancora a ballare con le amiche, a suo padre in perenne lotta con i chili di troppo.
“Come sto?” le chiedeva il babbo dopo appena una settimana di dieta.
Ninni sorrise a quel pensiero, e controllò l’orologio. Le undici in punto.
Si guardò intorno. In lontananza un cane sfuggito al padrone giocava con le onde lunghe del mare, si tuffava e si ritraeva, si scuoteva tutto e ricominciava lo strano gioco.
Le ricordò se stessa e il motivo di quell’appuntamento. Anche lei aveva giocato troppo tempo con qualcosa che non le apparteneva e non le sarebbe mai appartenuto.
Lui doveva sapere, per troppo tempo l’aveva illuso chiamandolo amore, senza crederci neanche in superficie. Ma non c’è niente da fare, Ninni lo sapeva bene, ci si abitua a tanto ma non a tutto. Finalmente si era tolta i panni della donna perfetta per l’uomo perfetto, l’immagine della coppia che tutti invidiano, che i genitori adorano, che chiunque farebbe carte false per essere al posto di lei o di lui. Si era guardata in faccia due giorni prima, epilogo di un immobile confronto allo specchio, dal quale era uscita esausta, con una sola domanda a frullarle nel cervello: Ninni, è questo quello che vuoi?
No, non era questo e adesso trovava il coraggio per dirlo a se stessa. Agli altri ci avrebbe pensato poi. Agli sguardi increduli dei suoi, alle bocche aperte degli amici. Tanto tutto passa, ma questo morso di vita, finché dura, ognuno lo organizza come può. E ferirsi da soli non è una buona idea.
Le undici e trenta e lui non si vedeva ancora. Ninni non fece in tempo a formulare ipotesi, perché la raggiunse un messaggio sul cellulare. Scusami, non me la sento di affrontare questo incontro. Non so cos’è, ma so che non è quello che vorrei. Buona fortuna.
E così almeno un piccolo scoglio l’aveva evitato. Vigliacca lei, ma vigliacco anche lui. Si lasciò andare con la testa nella sabbia, sorrise al blu del cielo e ridacchiò di quella prova scampata. Forse un giorno lui l’avrebbe saputo comunque che la sua ex, Ninni, proprio quella con le tette grosse, amava una donna e non se ne vergognava più. Ci si abitua più o meno a tutto. Anche alla sensazione che adesso sentiva sulla pelle. Ecco come voleva essere, com’era. Libera.


Inserito da Gaja il Ven, 19/06/2009 - 06:17

IL FILO SPEZZATO
di ENRICO GREGORI

Io non ci credevo alla tua promessa. Eppure la ripetevi a dispetto di tutto, trascurando che io e te stavamo solo fabbricando ricordi.
Sarai per sempre un aquilone, legato al mio polso con il filo della devozione. Dove il vento ti spingerà, io ti seguirò coi miei pesanti passi mentre tu, leggera, spazierai nel nostro sogno”.
Eccomi ora, liberata come sapevo di dover essere. Prima o poi.
Quello spago lo hai reciso. Strappato coi denti della rabbia, logorato con la lama della noia.
Ora, aquilone senza rotta e senza guida, sorvolo la fabbrica dei ricordi e l’eco spenta delle promesse celebrate sull’altare dell’ignavia.
E’ tutto infinitamente più chiaro da quassù, non è vero che la prospettiva inganni. Le bassezze così le vedi perché tali sono.
Non ci saranno rovi tra i quali impigliarti, né vortici nei quali perderti. Io, col mio filo, saprò sempre indirizzarti”.
Sì, dicevo. E planavo sfidando correnti, antenne, cavi dell’alta tensione.
E ora niente più fili, niente più guida. Ma niente illusioni, perché queste non volano.
Hanno il peso della sconfitta e quando si rompono, piombano nel cuore e fanno voragini.
Poi si sfaldano, si dissolvono. E allora sì, voli senza spaghi e senza timoni.
Lambisci rovi e paraboliche. Subisci strappi e lacerazioni, o meglio, altri strappi e nuove lacerazioni.
Eppure non era così che doveva andare. Non credo, no.
Da bambina avevo un aquilone e non lo perdevo mai di vista. Se il vento era troppo violento, non volevo che lui volasse. Lo tenevo sulle ginocchia, gli parlavo e guardavo i suoi colori.
Così dev’essere.
L’aquilone non lo si illude, non gli si spaccia una tormenta per un refolo di vento.
Sono vittima delle mie illusioni, lo so. E sapevo di sapere. Mi legai a quel polso per estremo bisogno di un orientamento che avevo perso.
Mi piace pensare che ora sorvolo la tua vita e ciò che di noi conservi. Perché so, lo so, almeno un respiro al giorno lo dedichi all’aquilone che non hai più. E speri che quel soffio lo faccia librare in alto per un po’, solo per guardarlo mentre aggiunge i suoi colori all’azzurro del cielo.
Riflettici, ora che volteggio sui tuoi pensieri dimagriti.

Cosa guardi alla finestra? Cosa c’è lassù?
Nulla, cara”.
Nulla?
Nulla”.
Vieni a letto”.


IN PIENO
di FIAMMA LOLLI

Vuoi guardare? Guarda. Vuoi vedere? Questo è già molto più difficile. Occorrono lampi portatili, labirinti di tasche, illuminazioni lungamente attese (ad averne di improvvise son bravi tutti), occhi fisici ben chiusi, occhi d’aria ben aperti. Visioni, non immagini.
Vuoi sapere? Ne dubito. Sei disposto ad abbandonare l’abbraccio del reale, così mortale, così rassicurante? Allora fallo. Non sarà leggerezza quel che troverai, non assenza di peso ma sostanza, solidità immane, bordi di bordi di bordi. Dove il corpo smargina e al passo s’accompagna la fatica, dove ti è detto “salta” e se lo fai è puro precipizio quel che trovi, dove non c’è pietà, lì: lo specchio. Sono tua, sono tua, senza catene. L’ho cantato, mugolato, ripetuto piano, pianto. L’ho sognato e da sveglia ancora lì: sono tua, sono tua. L’ho singhiozzato e riso, accudito, lanciato al cielo, accolto prima che ricadesse con un tonfo di piume e carne molle tra le mie braccia – queste – che tanto hanno tremato, e avvolto, e dato e stretto e tolto e riposato e fatto riposare, e allargato, allargato. È in quest’appartenenza che tutta la mia libertà si dipanava e misurava e a dismisura tesseva trame sfrante, ormai senza rimedio. Ma la tua? Non ci sei stato quando più sarebbe stato necessario trovarti. Necessario, non altro. Ma tu, tutto preso a decidere, piuttosto, convinto che “a ogni angolo di strada si aprono infinite possibilità, capisci”, hai detto. Definiscimi infinite, ho risposto. Definiscimi possibilità, ho languito. Definiscimi strada e guàrdati le suole delle scarpe. Sono intatte, davvero non te ne rendi conto? E tu niente. Tu a decidere, io la decisa.
Non è così che funziona. Ho sbagliato e hai sbagliato, ho fatto e sfatto, t’ho arrancato appresso e l’angolo era sempre il prossimo, sempre in agguato, sempre un poco più in là. Non è così che serve. Hai gridato, ho gridato, hai stretto il pugno con tutti i fili dentro e il groviglio passava e ripassava per lo stesso sangue, ed era il mio. Non è così che scorre.
Vuoi capire? Non credo. Cara grazia, che mi è stata sorella e rimpianto, torno a lei. A te lascio quel che ti lascio, fanne se vuoi quello che ne farai.
L’andirivieni dei merli sul noce mi ricorda che c’è un mondo nel mondo che non è diverso dal mondo, ed è lì che mi aspetto. Non è così che resta quel che resta, e il resto è meno della metà di niente, è molto, molto meno. Allora scelgo il doppio, vedi?, scelgo l’altra: non quella che non sono né quella che sarò ma quella che sono tanto stata. Sempre, e mai, sono rovine di una guerra che ti abbandono in dono insieme al tuo terzo vessillo sbrindellato, la parola tremenda, minaccia tra le nere minacce: e la parola è tutto.
Abbine cura tu di tutto, confrontalo con niente, se potrai, tranne consolazione: o respingi. È tuo quanto sei suo – ma tu non appartieni; tu sei libero, dici. Tu, dico, sei perso.
Io scelgo di non avere più confini, cuore che ne sei stato il centro, in questo stesso istante scelgo e volo.


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