|
|
||
|
login utente navigazione i miei libri compagni di viaggio Margot
|
Inserito da Gaja il Sab, 29/05/2010 - 18:58
Questo racconto è stato pubblicato oggi su Piazzaemezza. La piazza dove pensare nottetempo. ![]()
Inserito da Gaja il Mar, 30/03/2010 - 17:48
Di quando le avevano detto che il dolore reale finisce, quello immaginario mai.Se lasci spurgare una ferita, non s’infetta. Se le togli l’aria, la carne va in cancrena. Aveva nuotato nel sangue e nell’acqua. Perché le labbra di quel taglio che la squarciava in due si toccassero di nuovo. Perché quella bocca non parlasse più. Certe parole non hanno mai un abito adatto da indossare. E giorno dopo giorno. Abbassava la testa e osservava la ferita. Stava sempre ben attenta a trovarsi nella più completa solitudine quando si apriva a quella voragine di dolore. Era una faccenda privata. La ferita all’altezza del diaframma, appena sopra il neo che la fissava da anni, accanto al seno sinistro. Aveva spesso distolto lo sguardo. Non sopportava la caparbietà di quell’occhio. Giorno dopo giorno l’abisso di sorpresa della sua bocca si restringeva. Diventò un abbozzo di sorriso. Diventò un socchiudersi di tenerezza. La osservava e la vedeva ammansirsi. Quella belva. Il rosso carminio del vuoto tra le labbra stava per scomparire del tutto. La pelle era una carezza implacabile. Diventò un piccolo foro da cui sgorgava solo qualche goccia. Smise di averne paura. Quello fu l’errore. Perché una sera, nel momento in cui si guardava la ferita, dimenticò che non era sola. Le parole sobbollirono, strapparono i punti di una sutura invisibile, presero corpo, ebbero voce. E per un attimo, mentre le vedeva minacciarla di vita, sperò che qualcuno gliele ricacciasse dentro, mandando contro di loro parole più potenti, che lenissero quello strazio. Ma arrivarono solo lame contro la carne della sua povera, docile anima. Persa nello spazio di un secondo, lei pensò che non avrebbe mostrato mai più a nessuno le sue fe Ma il tempo non ha spazio e la ferita la divorò.
Inserito da Gaja il Ven, 11/12/2009 - 10:51
Qualche volta ho il dubbio, ma qualche volta ne sono assolutamente certa: la vita è superiore a qualsiasi sceneggiatura.Per esempio ieri notte. La baby sitter, appena dopo cena, s'era vista tagliare la strada, tra la cucina e il salotto (mica un salotto buono, diciamo un salotto alla buona, un saloncino con vista, pieno d'oggetti, ché la proprietaria - io - c’ha avuto la sindrome da fine millennio, da piccola, e ha un poco il complesso dell’Arca, di Noè o di Indiana Jones, e così accumula cose, le salva dal naufragio, dal diluvio, le accoppia perché figlino un altro mondo da abitare, un’enclave amica in mezzo ai territori occupati) da un affare su quattro zampe, zampine diciamo. La ragazza, che ha una perfetta compostezza britannica, e questo è uno dei motivi per cui l’abbiamo assunta – noi che siamo una famiglia di tachicardici - e la paghiamo quanto un neurochirurgo, aveva prontamente chiuso la porta del salotto, e aveva preso il telefono. No, non il 112, e nemmeno il 113. No, non aveva chiamato nemmeno me. Pacata, aveva chiamato il mio ex marito perché la caccia grossa – si sa - è cosa da uomini. Poi s'era accampata in camera da letto con mio figlio, tentando d'anestetizzarlo con la somministrazione straordinaria d’una cinquantina di canali Sky.Naturalmente il mio ex marito - che ieri non lavorava ed era chissà dove con chissà chi (le sue accompagnatrici hanno la vita media delle drosofile della frutta) – con la sua migliore voce da Shane (il cavaliere della valle solitaria, per la cronaca) le aveva detto: tranquilla, pupa, più tardi vengo e sistemo tutto io. Naturalmente sono arrivata prima io, verso le undici e venti. Tutto taceva, soprattutto la baby sitter, la quale s'è guardata bene dal dirmi alcunché, sperando che non mi venisse in mente d'aprire il salotto. Per fortuna non m'era venuto in mente. Verso mezzanotte e cinquanta, quando mio figlio dormiva sognando Pokemon e io dormivo appresso a lui sognando finalmente di dormire, squilla il telefono. Era il mio ex marito, che con una cautela da Condoleezza Rice m'informa che abbiamo un problema. Quale problema, faccio io, aspettandomi – chessò – ch’avesse messo incinta una monaca di clausura, o al limite la moglie d’un boss, ch’avesse venduto lo Stretto con tutto il costruendo Ponte ad un emiro dando l’indirizzo di casa mia, ch’avesse venduto me all’emiro, eccetera eccetera. E lui: abbiamo un animale in casa. Un animale, che animale? Un animale piccolo. Ah, meno male, una tigre m'avrebbe impensierita. E poi, tu come lo sai? M'ha chiamato la babysitter. Ah, t’ha chiamato la babysitter. M'ha detto che l'ha visto, che non è una lucertola e nemmeno un geco, perché è più grosso. Quanto grosso? Beh quanto un topo, più o meno. Io, potendo escludere ippopotami e gorilla, tiro un sospiro di sollievo. Lui mi fa: comunque sto arrivando, versami un bourbon e apri la porta. Hemingway non avrebbe detto di meglio.Gli apro la porta, un poco sconcertata, e dopo un sorso di bourbon cominciamo a vestire il guerriero: guanti di plastica, quelli dei piatti, gialli, la scopa quella grossa. Tu, mi fa guardandomi le pantofoline giapponesi, mettiti scarpe chiuse che non si sa mai. Indosso gli scarponi da montagna sotto il pigiama, che non si sa mai. Preparo pure una scatola, perché lui - che è di cuore tenero, almeno con le bestie - lo vuole catturare ma non uccidere. Figuriamoci. Chiudiamo tutte le porte, e mentre mio figlio, nell'altra stanza, sogna di cacciare un Pokemon Leggendario ci mettiamo a caccia.Il salotto è una stanza grandissima, con una libreria di Babele di sei metri per due, due divani e un sacco d'ammennicoli, quelli dell’Arca de Noantri. E la tigre può essere ovunque. Dopo quaranta minuti abbondantemente infruttuosi, in cui il mio ex si muove come se lo dirigesse Tarantino in Kill Bill e io lo seguo con la scatola, facendo scricchiolare gli scarponi che ogni volta ci pare sia il topo (cioè, quello che speriamo sia un topo), siamo quasi sul punto di rinunciare, e io sto già pensando a come sigillare la stanza con la ceralacca, in attesa d’ispirazione. In quel momento chiama il mio fidanzato, che è appena uscito dal lavoro (facciamo tutti e tre lo stesso lavoro, ovviamente). Lo recluto immediatamente. Ci troviamo, in breve, in tre, anzi in quattro: io, la tigre, il mio ex marito e il mio fidanzato. I due guerrieri discutono sull'arma: uno sostiene la superiorità della scopa, l'altro scuote la testa, assolutamente no, la scarpa o un oggetto duro, meglio una mazza. In effetti, l'unica esperienza dell'ex sono i film di Clint Eastwood, mentre il fidanzato abitava in campagna. E poi – diciamolo - in un qualsiasi film l’ex marito sarebbe Jack Nicholson, il fidanzato sarebbe James Stewart. James – che, diciamolo, in fondo è l'uomo che uccise Liberty Valance (però io amo di lui soprattutto la sfumatura verde-Harvey degli occhi e dell’anima) - è subito decisivo: è sotto un divano, ne sono certo. Io e l'ex, che cittadini e libreschi come siamo c'eravamo svuotati tutti i nove scaffali a piano terra della libreria, pensando di trovare l'ippopotamo rannicchiato a mordersi qualche copia di Pirandello o una raccolta di Mafalda (la libreria è orientata secondo i pesi specifici: in basso stanno le immaginazioni molto dense e pesanti, i colori vividi, le favole, le storie senza vuoti: i fumetti, i siciliani, la mitologia, i sudamericani)(via via si perde peso, si passa per inglesi, tedeschi, giapponesi, fino al vuoto zen, anzi proprio all’astrolabio dell’ultimo scaffale), siamo molto delusi. Ma non c'è tempo di recriminare. Decidono di ribaltare i divani, e al secondo lo trovano. La tigre, in effetti, è un topo. Un topolino di campagna, minuscolo e veloce (sospettiamo sia giunto dentro la cassetta di noci aspromontane gigantesse inviate dalle zie). Ma non ha fatto i conti coi riflessi da cecchino del mio ex (sbagliatissimo, garantisco personalmente), che riesce a pestargli la coda e lo immobilizza. Qui passiamo da Tarantino, anzi da Woody Allen, a Walt Disney, col topolino che si dimena e sta certamente per invocare Cenerentola (anzi, Cenerella), e due uomini in tenuta da battaglia (per tacer della donna in pigiama, scarponi e scatola) che incombono su di lui, obiettivamente giganteschi (specie il fidanzato, devo ammettere): le loro ombre lunghe si stagliano sulla parete, minacciose. Dovevamo intrappolarlo, in origine, e restituirlo non si sa bene a quale campagna, ma l'istinto della caccia è troppo antico e radicato, e in pochi istanti Clint Eastwood prende il sopravvento su Greenpeace – per tacer di Greenaway , che l’ex ha sempre amato come altri amano la Juventus o la cioccolata (no, James ama così soltanto Bach, o al limite me). Così, dopo un breve fermoimmagine – qui la mano è di Sergio Leone, “C’era una volta il West” - mentre l'ex tiene ben saldo il piede (calzato d'una Camper cingolata: lui tende a vestirsi più o meno come Carmelo Bene nella parte di Mr. Crocodile Dundee) sulla coda, il fidanzato (che, di suo, avrebbe sottili mocassini inglesi del tutto inadatti: lui è tutto camosci e camicie di lino a trama larga) cerca di finire la preda a colpi di scopa, lamentandosi per l'inadeguatezza dell'arma, e che lui l’aveva detto (essì, sempre un uomo è). Infatti la preda riscappa, e ricomincia la caccia. Dura poco, però: il topolino è stanco e terrorizzato, e non trova di meglio che nascondersi sotto l'altro divano, dove lo trovano subito, lo immobilizzano e siamo quasi alla fine – si sente pure dalla colonna sonora. Allora il fidanzato mi chiama precipitoso: presto, un'altra arma, non hai una mazza? No. Come, non hai una mazza? No, non ho mai avuto una mazza, altrimenti non saremmo qui in quattro, adesso, cosa credi (in effetti lui ha sempre avuto una mazza da baseball, per gli usi domestici di base: blatte, rumori sospetti, mattoni da rompere, incubi da scacciare. Quando suo figlio – sì, anche lui è al secondo giro – aveva paura d'imprecisati alieni che gl’avvelenavano le notti, gli consegnò, fiero, la mazza, per tenerla vicino al letto. Ecco cos’è un passaggio di consegne)(provò poi a raccontare la cosa a mio figlio, che ha una vecchia questione irrisolta con l’attaccapanni della camera da letto, e lo esortò a munirsi di un’arma da tenere vicino, di notte: dài, su, chiedila alla mamma. Mio figlio, infatti, si voltò verso di me e mi chiese un lanciagranate). Va bene, lo ammetto, non possiedo una mazza, ma anch'io ho una preparazione di base: ho visto milioni di volte Stanlio e Ollio, e soprattutto Tom & Jerry. Così, cigolando sui miei scarponi da neve, vado in cucina e scelgo con attenzione, calibrandola col polso, una padella. Quando torno con la padella i cacciatori mi guardano storto, ché gli rovino l'estetica dell'impresa. Anche se, faccio, notare, loro hanno, rispettivamente, i miei guanti per lavare i piatti e una scopa. Si guardano sconcertati: credevano d’avere elmi traci, alti schinieri e lance achee. Insomma, la padella si rivela la vera arma letale. Mentre mio figlio, di là, immerso nel sonno feroce degli innocenti sogna di catturare un Pokemon Drago di ventisette metri, il topolino riceve tre colpi ch'avrebbero steso l'incredibile Hulk, e giace per sempre sul pavimento insanguinato. I cacciatori, ansimanti, si dicono "compare" e battono i cinque. Cioè, fanno risuonare la lancia sugli scudi di bronzo. La donna, con in mano la scatola per la sepoltura, li ammira in silenzio, un poco distante. Sono fiera di voi, ragazzi. titoli di coda, direbbe il topo.
Inserito da Gaja il Lun, 09/11/2009 - 09:07
[Divenuto narratore – cantastorie all’inizio dell’età postadulta, Vincenzo Ciampi si è reso conto che scrivere è una malattia che va curata affinché peggiori. Per diffondere il virus ha ideato una camera di contagio in cui gli adepti possono confrontarsi con lui sulle motivazioni dello scrivere, sulla nascita di un’idea letteraria, sui modi meno cruenti per violare la verginità di una pagina bianca. Lo ha chiamato laboratorio di scrittura, e garantisce che c’è del metodo in questa follia].Questo racconto di Marco Berti proviene dal Laboratorio di Scrittura di Vincenzo Ciampi. Spia Ciao Amo’, mi tremano ancora le mani sulla tastiera, che stasera ho rischiato brutto, ma del tipo che nemmeno te l’immagini, e anzi te lo dico subito mo che sto a casa, sennò rischia che mi scordo tutto. Ho fatto una corsa per scappare che se non si scansava tutta quella gente stavo ancora là a farmi analizza’ da quelli. Alla fine sul pezzo solito del lungotevere là, come si chiama, so’ passato con la smart sul marciapiede a quel pezzo che ti ricordi pure te, che c’entri preciso preciso tra il muretto e gli alberi. Chi se l’immaginava che manco un graffio!Però questo era dopo, quando m’hanno rilasciato i tipi. Insomma t’avevo detto che visto che lavoravi pure stasera, io stavo co’ Moreno e Amedeo in giro e a loro gli piace di passare sempre al Fangio dopo mezzanotte, per balla’ un pochetto senza pagare. Insomma a un certo punto che stavamo lì siamo andati al bagno insieme e già non ci capivo niente, che mi sa che Moreno stavolta aveva preso la roba dal Guerino, che poi lo sa che a noi ci molla sempre la peggio. Insomma mi girava tutto e non mi sentivo più il culo e gli ho detto che andavo a pigliarmi una boccata d’aria e mentre uscivo mi sa che gli ho collassato all’entrata, oppure so’ inciampato. Mo’ non è che mi ricordo bene ma sicuro c’era questo posto tutto bianco quando mi so’ svegliato, con questi tipi strani che mi giravano intorno, ma nessuno m’ha toccato eh! Cioè non lo so come fanno ma avevano sta specie di arnese, come quello di tua madre che ci tira su le tagliatelle quando so’ cotte, e te lo passano sopra mi pare e quello fa qualcosa perché poi te lo senti che t’hanno messo dentro qualcosa che non è normale. Cioè poi non vedi niente, manco guardando bene, però lo sai che c’è qualcosa tipo microcip che ti legge i battiti e mi sa che ho capito che sente tutto quello che dici, cioè, che dico io, insomma. Che poi loro non se lo immaginavano, ma a un certo punto io capivo tutto quello che questi si dicevano, pure se non è che parlavano proprio come io e te, ma un po’ meglio. Hai presente mio padre, che borbotta tutto il giorno e sta sempre seduto sul divano, no? Che anche se non si muove tutto il tempo però non si ferma mai e fa sti specie di lamenti, no? Ecco poi io lì ho capito che, insomma, hanno preso pure a lui, però un sacco di tempo prima, perché è un bel po’ se ci fai caso che lui va avanti cò ste lamentazioni, ecco. E’ una specie della loro lingua, mi sa. E insomma io senza farmi accorge ho capito che si stavano dicendo che io gli servo come una specie di spia, che mi rimandavano indietro per raccogliere informazioni per loro, così poi quando ritorneranno ne prendono altri per fare chissà che, e mi sa che io non gli andavo bene così come stavo. E quindi in pratica mo loro pensano che io non ho capito, ma si vogliono studia’ tutti quelli che conosco, così poi si scelgono quelli meglio e se li portano. Che poi mi sa che non c’è bisogno che sei strafatto davanti alla discoteca: ti si pigliano, per dire, pure al mercato di mattina, mi sa. Che poi non mi fiderei mica per niente, co’ ste facce lunghe e blu, con le orecchie a punta e sta frangetta un po’ da soggetto. Quelli come minimo se ti pigliano non ti riportano indietro, se ti fanno male non lo so, perché io non ho sentito niente, ma mi sa che mi ha detto bene che ero fatto. Alla fine me sa che domani a Moreno lo ringrazio pure. Vabbè. Insomma io ho deciso che li freghiamo facile a questi, perché basta che io a chi ci tengo davvero non gli rivolgo proprio la parola per un po’, e quelli poi acchiappano magari uno che io gli ho chiesto solo che ore sono. Magari me lo abbraccio pure un pochetto mentre glielo chiedo così sembra che siamo proprio amici, che dici. Però io e te è meglio che non ci vediamo direttamente perché a te si capisce sennò che ti amo e ce la rischiamo di brutto, insomma. Con mio padre s’è capito che non c’è problema, che quello è di casa da questi, mi sa. Moreno e Amedeo glielo dico domani ma mi sa che quelli un giro ce lo farebbero pure. A lavoro invece ci vado lo stesso, anzi continuo proprio di brutto ad andarci, che quegli stronzi se se li portano tutti mi fanno solo che un favore. Tu invece pure se mi vedi in piazzetta facciamo proprio che non ci salutiamo nemmeno, come gli sconosciuti. Anzi mi sa pure che ho capito che quelli mi hanno clonato, ma no come i rumeni coi cellulari eh. Proprio che sembro io, uguale uguale però invece è una specie. Che è sempre uno di loro che per sicurezza lo mandano in giro per vedere chi mi saluta e è amico mio, e allora zac, se lo segnano e poi ripassano per portarselo su. Quindi mi raccomando, non ti scorda’ e fai finta di niente. Che poi te ne accorgi pure, che sul braccio quello clonato ha sto tatuaggio tipo bracciale, ma grosso, che a me non me l’hai mai visto fino a ieri sera, no? Appunto. Poi magari tra un po’ di mesi capace che questi cambiano idea, sicuro. Oh mi raccomando, ricordati pure di avvisa’ le amiche tue. Ah, e soprattutto tuo fratello. Abbi pazienza stella mia, il mondo ci sta a guardare! Ti amo, Kevin
Inserito da Gaja il Mer, 04/11/2009 - 15:45
[Non è mio costume autocelebrarmi. Anzi, in genere preferisco il profilo basso.Ma capita, talvolta, che qualcuno si ricordi (e, cosa più importante di tutte, mi ricordi) che scrivo anch'io. Non solo: capita anche che qualcuno individui un leitmotiv nella mia scrittura, conferendomi quindi una dignità letteraria - di stile e di temi - che mi inorgoglisce e mi rende felice. L'attenzione con cui Luca Tassinari mi ha letto è un dono prezioso che voglio condividere con voi. Luca ha letto tutti i miei libri e i miei racconti, mi conosce bene, abbiamo condiviso l'avventura di vibrisselibri e continua a seguirmi e a leggermi. Il suo blog è Letturalenta, ed è uno dei più arguti, intelligenti, ironici e seguiti della rete. Grazie, Luca]. Le vie e le piazze romane che scandiscono la passeggiata sono fratture e squarci in un corpo urbano che durante il racconto recupera lentamente l’unità, fino a diventare Roma, tutta Roma, la città per antonomasia, una e indivisibile. E questo movimento rimanda all’altro, quello di un corpo umano fratturato e scisso (”ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva”) che desidera tornare integro (”Io voglio la visione completa, voglio il corpo intero”), un corpo che desidera guarire per riattribuirsi “il più lurido di tutti i pronomi” che apre il racconto: Io. Più correttamente Ia, una prima persona singolare che la lingua italiana ignora e che innesca un altro movimento ben visibile in questo racconto, un’oscillazione continua dal maschile al femminile, sottolineata anche graficamente dall’alternanza delle parole Io e Ia nel corpo del testo. Questo pronome negato, Ia, esprime un desiderio che va a completare quello di integrità e di unità, cioè il desiderio di una femminilità piena e singolare: “Ci vorrebbe una corpa. Ci vorrebbe una Ia<. Oggi è la donna che cammina, non solo l’essere umano. Oggi, più che mai, è la donna”. C’è un altro fattore che contribuisce a definire la bellezza del racconto, ovvero la tensione morale che si percepisce osservando la tenacia e la forza d’animo con cui la protagonista affronta il suo percorso di riabilitazione fisica e psicologica: “Una volta non riuscivo a camminare senza guardare a terra. La prima volta che ho distolto gli occhi ero a piazza Colonna: mi dicevo: Dai, prova. Non puoi aver dimenticato come si cammina!” Ebbene, se dovessi riassumere questa tensione in una parola sola, userei virilità, una parola che nel campo maschile rimanda inevitabilmente a duri genitali, petti villosi e pugni serrati, ma che trasportata in territorio femminile recupera il suo significato etico e più pienamente umano. Anche questo riesce a fare un bel racconto: restituire dignità a parole abusate. (Le altre passeggiate narrative di Gaja sono reperibili qui).
Inserito da Gaja il Lun, 02/11/2009 - 16:44
Io. L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi! Io cammino e la strada mi è amica. Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io. Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo. Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa. Epifania. Ia. Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva. Per arrivare in via Salaria, alle spalle del Quartiere Coppedè, attraverso un numero imprecisato di piazze. Piazza San Silvestro, piazza Colonna, piazza Barberini: in ciascuna sento esplodere un fuoco che brucia sotto la pelle, sempre a sinistra. Sono circondata da piazze, ma vivo in una via piuttosto stretta. Il palazzo di fronte dista dalla finestra della stanza in cui lavoro solo un pugno di metri in linea d’aria. Il mio corpo è sempre pieno di occhi. Ogni volta che esco, o che mi affaccio, mi trovo al centro di un lugubre triangolo: a destra, rispetto al mio portone, c’è via delle Coppelle. Nel 1994 una mia ex compagna di classe è stata trovata morta per overdose nell’appartamento di un vecchio palazzo. A sinistra c’è via della Campana. Un paio di giorni fa ho saputo che un’altra mia ex compagna di classe è morta di cancro, da circa due anni. Sia via delle Coppelle che via della Campana sono due strade anguste, più simili a vicoli che a vere e proprie vie. Sono due braccia fatte di palazzi e sampietrini. Ma io sono stanca degli arti, degli occhi, della testa, dei frammenti. Io voglio la visione completa, voglio il corpo intero. Io. Sono nata e cresciuta qui. In questo ventre opprimente che, in una sorta d’infinita gravidanza, mi ha trasmesso tutte le sostanze nutritive necessarie a sopravvivere. Prima dell’incidente camminavo pochissimo. Ora, quando posso, arrivo ovunque usando le gambe. Qualcosa è cambiato. In questo lunedì mattina, durante il quale Roma è grigia e liquida, mi guardo intorno e penso e sento. Dopo anni di coma emotivo, d’immobilità e paura – sono stata simile alla Dublino di Joyce: ero una sorta di città ferma e stagnante – questa passeggiata significa rientrare nella mia vera vita. È come se, da sotto le strade, un’enorme mano stesse penetrando nel mio corpo, impossessandosene. Ed è come se, per appassionata osmosi, tutti i miei flussi vitali si trasmettessero alle viscere di Roma, che pulsa sottoterra. Lei è in me più che mai, oggi. E io sono in lei. È la mia ultima seduta. D’ora in avanti dovrò camminare da sola. La mia gamba sinistra dovrà imparare a dettare l’andatura, ad accogliere anche lei il peso del mio corpo e a non lasciarsi trascinare dall’altra. La mia gamba sinistra non tornerà mai più come prima: il polpaccio è irriducibilmente più magro, le cicatrici grandi ed evidenti, la caviglia sempre gonfia, il muscolo quasi invisibile anche quando è in tensione. Per troppo tempo non ho potuto usarlo, e lui ha perso l’abitudine (la voglia?) di esistere. Si è dimenticato come si fa a vivere. Ma, a quanto pare, da quel che dice la fisioterapista, ormai è in grado di cavarsela, malgrado spesso si nasconda dietro al ricordo del letto e della sedia a rotelle per paura dei rischi che comporta l’autonomia. Ia. Piove e sono all’imbocco di via Veneto: ho appena superato piazza Barberini. Una volta non sarei mai uscita sotto la pioggia, mai da sola, mai a piedi. Una volta la prima parte di via Veneto, tutta in salita, mi avrebbe spaventata, mi sarei fermata ogni due minuti, avrei avuto il fiato corto, sarei arrivata stremata. Una volta non riuscivo a camminare senza guardare a terra. La prima volta che ho distolto gli occhi ero a piazza Colonna: mi dicevo: Dai, prova. Non puoi aver dimenticato come si cammina! Ho infilato quattro passi consecutivi senza controllare dove stessi mettendo i piedi. Trattenevo il respiro, e benché fosse inverno, sudavo. Al quinto passo non ce l’ho fatta più. Ho abbassato lo sguardo. Ho ripreso a respirare. La tensione si è sciolta. Ho avuto tanta paura da non poterla esprimere. E al tempo stesso ho pensato: Ce l’hai fatta. La stessa fierezza provata quando ero riuscita a preparare il caffè da sola, in cucina, senza l’aiuto di nessuno. Io e le mie stampelle. Piazza Colonna era quasi deserta, quel giorno d’inverno di tanti anni prima. Il cielo era talmente limpido che non ci si poteva nascondere, non c’era modo di fuggire dalla realtà. Adesso sono all’inizio di via Boncompagni e nemmeno mi sono accorta della strada che ho fatto. Adesso, quando cammino, mi concedo il lusso di riflettere, di distrarmi. All’angolo con via Veneto svetta l’Excelsior: a quindici anni, per la prima volta nella mia vita, mi sono accalcata sotto le finestre dell’albergo insieme a una folla di adolescenti ululanti per sperare di vedere Simon LeBon e il resto dei Duran Duran. Sorrido, passandoci davanti. Sorrido ai ricordi, a un passato di risate. Poi c’è stato lo iato dei sentimenti non provati. Via Boncompagni è dritta e lunga, la strada non è sconnessa. Sarebbe stata la via ideale da percorrere subito dopo l’incidente: senza sorprese, senza rischi. Ora la trovo noiosa, e mi sbrigo ad arrivare a Corso Italia. Ho deciso di seguire il percorso del 53. Mi piace, si cambiano tante strade, passa anche davanti a Villa Borghese. I miei occhi e il mio corpo si adattano allo spazio. Io. Cammino con i tacchi. Impensabile, fino a qualche mese fa. Io che non vacillo più e cerco il mio posto. Roma ce l’ho sulla pelle, nelle viscere. Da quando cammino, Roma è ancora più mia, e io sono ancora più sua. Mi spingo sempre oltre, non rifiuto mai di arrivare più lontano di quanto non sia già andata. Mentre passo per via Pinciana mi concentro sul mio corpo, che è un corpo di donna costretto in un termine maschile. Come il più lurido di tutti i pronomi. Ci vorrebbe una corpa. Ci vorrebbe una Ia. Oggi è la donna che cammina, non solo l’essere umano. Oggi, più che mai, è la donna. Che aspetta l’ultima seduta. Oggi, più che mai, la donna si nutre di Roma, diventa Roma, si sente Roma. E sento le spalle, le braccia, le cosce, il ventre, il seno, il collo, i capelli. Sento tutto questo aderire a me, tanto che devo frenare l’impulso di toccarmi. Sono una intera, non sono più un’accozzaglia di frammenti, di parti. Abbasso gli occhi per guardare la parte inferiore del mio corpo. Mi fermo davanti a una vetrina per vedermi tutta. Il cancello di via Salaria è proprio di fronte a via di Villa Grazioli. Mentre mi avvicino incrocio via Rubicone e via Clitunno. Mi volto, da lontano vedo la fontana che campeggia al centro di piazza Mincio: il cuore del quartiere Coppedè. Tocca a me, mi ripeto, uscendo dal cancello di via Salaria, mentre i miei passi si animano su via Clitunno, sulle radici degli alberi che gonfiano i marciapiedi. Ora tocca a me. Da oggi in poi. Vado al centro di piazza Mincio, mi avvicino alla fontana. Roma è liquida. L’acqua mi ha sempre parlato e il mio corpo ha sempre reagito alla sua solidità. Non c’è nessuno. Mi tocco le braccia, il seno, il ventre, le gambe. La gamba sinistra. Giro la testa, guardo i palazzi che mi circondano: sono un’opera d’arte, sono armoniosi, fieri, straordinari, cupi, intensi, unici, beffardi, sornioni. Sono a Roma. E Roma è m-ia. [Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia Roma per le strade, vol. II, a cura di Massimo Maugeri, per i tipi di Azimut. La copertina è stata realizzata da Adriana Merola. Tutti i proventi delle vendite andranno al reparto pediatrico del Policlinico Umberto I di Roma. Gli altri autori presenti nella raccolta sono: Dora Albanese, Adelia Battista, Rita Charbonnier, Francesco Costa, Laura Costantini e Loredana Falcone, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Pasquale Esposito, Massimiliano Felli, Gianfranco Franchi, Andrea Frediani, Luca Gabriele, Enrico Gregori, Luigi La Rosa, Silvia Leonardi, Lia Levi, Dacia Maraini, Piera Mattei, Massimo Maugeri, Italo Moscati, Stefania Nardini, Antonio Pascale, Sandra Petrignani, Rosella Postorino, Tea Ranno, Carlo Sirotti, Cinzia Tani, Filippo Tuena]. |
|