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i miei libri



Extra Omnes
L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi

Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis




Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Mer, 07/05/2008 - 08:44

Care/i et adoratissime/i,

la sottoscritta si catapulta a Torino dall'8 al 12 maggio per la Fiera del Libro. Sarò lì per vibrisselibri e per incontrare amiche e amici editori e scrittrici/ori che non vedo da secoli(1).

Il tema della Fiera di quest'anno è "La bellezza salverà il mondo?", domanda che mi è familiare, essendo io orgogliosa redattrice de La poesia e lo spirito che proprio questa frase ha scelto come motto.

Auguratemi buon viaggio e commentate numerosi: leggerò al mio ritorno e - se potrò - anche durante il mio soggiorno, semmai dovessi trovarmi nei paraggi di un collegamento wi-fi e di un pc lasciato incustodito. Vi mancherò?

(1)nota: La scusa ufficiale è quella di andare a fare una full immersion tra il libri. La verità è la seguente [potete leggerla anche sul sito della Fiera del Libro]:

"LIBRO E CIOCCOLATO. L’ANGOLO DEI SENSI

Dopo il grande successo dello scorso anno ritorna dall’8 al 12 maggio 2008, alla XXI Fiera Internazionale del Libro, Libro e cioccolato. L’angolo dei sensi. Uno spazio incontri arredato con sedute e tavolini ospita un ricco programma di eventi, degustazioni guidate, concerti, letture. Tutto nel segno dell’incontro magico fra libro e cioccolato, fra la seduzione dei sapori e il piacere della lettura".

Ora lo sapete.

[Chi mi conosce lo sapeva da parecchio. O, quantomeno, lo immaginava]

» 31 commenti
Inserito da Gaja il Dom, 20/04/2008 - 16:17 | |

Ebbene, di ritorno da Gubbio, posso dire di essere davvero felice e soddisfatta per l'esito della presentazione. La gente era molta e interessata, il libro ha venduto parecchie copie, siamo stati accolti dall'Assessore alle Pari Opportunità con grande gentilezza e disponibilità. Ho conosciuto una persona speciale, straordinaria: Manuela Minelli. Chi ci ha viste insieme pensava fossimo amiche da una vita, e invece ci siamo incrociate solo ieri mattina, alla Stazione Termini (dove io, ovviamente, sono arrivata con circa un'ora di anticipo sull'orario del treno). Naturalmente il principale artefice di questo bel fine settimana letterario (e non solo) è Arturo Fabra, che ci ha ospitate e coccolate, e ci ha portato anche a ballare il tango. Tengo a precisare che LUI e Manuela hanno ballato, io sono rimasta seduta a contemplare la loro bravura. Sono quasi del tutto convinta che il tango non faccia per me, anche se rimango senza fiato nell'ammirare i movimenti sensuali e flessuosi delle tanguere. È stata una giornata pienissima di cibo (mi prendo la responsabilità - qualcuno direbbe "il merito" - di aver cucinato una leggendaria amatriciana, e, per una volta, scusate la modestia!): la torta rustica di Manuela e la crostata pere e cioccolato rimarranno impresse nella mia mente in saecula saeculorum. La sera ci hanno servito grigliata di pesce, linguine allo scoglio, crespelle alla ricotta, verdura e funghi porcini; e la polenta - sempre con i fungi porcini -, una crema di mazzancolle con peperoncino e verdura, crocchette in salsa di pomodoro. Ma, la cosa più grave per la mia sanità mentale, è stata la quantità di spritz, di prosecco e di vini di cui mi hanno riempito, certi del risultato. E, infatti, ho cominciato a straparlare e a raccontare cose che voi umani... Stamattina, Manuela e io abbiamo preso il treno per un pelo. Cosa che ha dato una notevole botta di adrenalina alla mia ansia! Grazie, eh, Doc! Il resoconto mi pareva doveroso. Piccola anticipazione: il prossimo post sarà dedicato allo SRAPEK e all'RVPA. Cos'è lo SRAPEK? Un - geniale! - acronimo di mia invenzione che sta a significare: Sacro Randello Armeno Pessimo e Khànzirbarri. Cos'è l'RVPA? Un - geniale! - acronimo inventato (tanto per non essere da meno della mia stratosferica creatività) dal Khànzirbarri e che significa: Randa Veridica Pontificia Armena. Sarà un post - come dire... - denso di interesse. A rileggerci, miei fedelissimi.

» 38 commenti
Inserito da Gaja il Ven, 18/04/2008 - 12:36 |

Questo fine settimana sarò in quel di Gubbio: sono stata invitata a presentare il libro di un'amica giornalista, Manuela Minelli. Si intitola C'è odore di cuore, l'editore è Giraldi, e la presentazione si terrà alle 18 del 19 aprile presso la Biblioteca Comunale Sperelliana con il patrocinio della Commissione Pari Opportunità del Comune di Gubbio. Ringrazio Arturo Fabra, il Noc (Napo Orso Capo, ovvero Doc per antonomasia, che si è preso cura della mia colica renale nei giorni scorsi, rimettendomi in piedi, pronta a partire per Sanremo), ossia l'organizzatore di tutto nonché colui che ha pensato di coinvolgermi in questa splendida iniziativa, e ringrazio la felinomane Manuela, con la quale - sono certa - avremo un sacco di cose da raccontarci durante il viaggio in treno.

» 13 commenti
Inserito da Gaja il Ven, 14/03/2008 - 17:45 |


[Brano tratto dall'ormai noto in tutto l'orbe terracqueo romanzo che sto traducendo. Mi pareva valesse la pena di pubblicare questa anteprima.  Chiunque voglia saperne di più non deve fare altro che cliccare sull'immagine. Buona lettura.]

“Ascolta, Casey…” Sabine parlò più veloce e a voce più alta perché il livello di attenzione della ragazza stava scemando. “Ogni minuto è importante. Ogni maledetto secondo. Tutte le volte in cui accendi la televisione o vai al cinema o compri cose che non ti servono, tutte le volte che stai seduta al bar con qualche ragazzo che ti parla di stupidaggini, che ti dice quanto siano belli i tuoi capelli neri da coreana, tutte le volte che vai a letto con l’uomo sbagliato e aspetti che ti richiami, perdi tempo. Perdi la tua vita. La tua vita è importante, Casey. Ogni secondo. E quando avrai la mia età… capirai che ogni giorno e ogni momento che è passato, stavi facendo una scelta. E capirai che il tempo che hai avuto, che ti è stato dato, è stato sprecato. È andato. E non puoi riaverlo indietro”. Sabine piegò la testa, gli occhi pieni di preoccupazione. “Oh, tesoro mio. Lo capisci?”

Casey non riusciva ad alzare il mento. Avrebbe voluto difendere la sua scelta di dedicarsi a certi lavori che i genitori, i colleghi, e Sabine trovavano così inferiori alle sue capacità. Per la miseria, era stata una sua decisione quella di non studiare legge o medicina come Tina. Perché non poteva prendere tempo? Perché non poteva sbatterci la testa? Era questo che si doveva fare in America: trovare se stessi, capire di che colore era il tuo maledetto paracadute.

“Non sto facendo del male a nessuno” disse Casey.
“No. Ti sbagli. Stai facendo del male a te stessa. Te lo ripeto in continuazione”.
Sabine si sporse sul tavolo per mettere la sua mano su quella di Casey.
“Non sto dicendo che non puoi fare cazzate. Sto solo dicendo che dovresti sbagliare senza mai perdere di vista la tua meta. Okay?”

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Inserito da Gaja il Sab, 08/03/2008 - 20:19 |

Questo articolo è stato pubblicato oggi su La poesia e lo spirito. Lo ripropongo qui, in contemporanea. Non ho parole altrettanto degne per ricordare che ancora oggi, troppo spesso, nel mondo, "vittima" è singolare femminile.

[Non c’è nulla di mio, in questo post. O forse sì. Forse c’è proprio tutto. Per non dimenticare, mai, nessuna. E per ringraziare dal profondo del cuore Roberto Saviano, che ha dato vita a uno dei libri più importanti degli ultimi decenni, e che mi ha permesso di ricordare Gelsomina. Uno scrittore con uno stile che trafigge, un uomo che ha saputo raccontare. Dote ormai rarissima.]

“Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. I carabinieri iniziano a fare le foto, parte il furgoncino col cadavere. Vado in Questura. Qualcosa diranno su questa morte. In sala stampa ci sono i soliti giornalisti e qualche poliziotto. Dopo un po’ si alzano i commenti: «Si ammazzano tra loro, meglio così!». «Se fai il camorrista, ecco cosa ti accade.» «Ti è piaciuto guadagnare e ora goditi la morte, munnezza.» I soliti commenti, ma sempre più schifati, esasperati. Come se il cadavere fosse stato lì e tutti avessero qualcosa di rinfacciargli, questa notte rovinata, questa guerra che non finisce più, questi presidi militari che gonfiano ogni spigolo di Napoli. I medici abbisognano di lunghe ore per identificare il cadavere. Qualcuno gli trova il nome di un capozona scomparso qualche giorno prima. Uno dei tanti, uno dei corpi accatastati in attesa del peggior nome possibile nelle celle frigo all’ospedale Cardarelli. Poi giunge la smentita. Qualcuno si mette le mani sulle labbra, i giornalisti deglutiscono tutta la saliva fino al punto da seccare la bocca. I poliziotti scuotono la testa guardandosi la punta delle scarpe. I commenti s’interrompono colpevoli. Quel corpo era di Gelsomina Verde, una ragazza di ventidue anni. Sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca sparato da vicino che le era uscito dalla fronte. Poi l’avevano gettata in una macchina, la sua macchina, e l’avevano bruciata. Aveva frequentato un ragazzo, Gennaro Notturno, che aveva scelto di stare con i clan e poi si era avvicinato agli Spagnoli. Era stata con lui qualche mese, tempo prima. Ma qualcuno li aveva visti abbracciati, magari sulla stessa Vespa. In auto assieme. Gennaro era stato condannato a morte, ma era riuscito a imboscarsi, chissà dove, magari in qualche garage vicino alla strada dove hanno ammazzato Gelsomina. Non ha sentito la necessità di proteggerla perché non aveva più rapporti con lei. Ma i clan devono colpire e gli individui, attraverso le loro conoscenze, parentele, persino gli affetti, divengono mappe. Mappe su cui iscrivere un messaggio. Il peggiore dei messaggi. Bisogna punire. Se qualcuno rimane impunito è un rischio troppo grande che legittima la possibilità di tradimento, nuove ipotesi di scissioni. Colpire e nel modo più duro. Questo è l’ordine. Il resto vale zero. Allora i fedelissimi di Di Lauro vanno da Gelsomina, la incontrano con una scusa. La sequestrano, la picchiano a sangue, la torturano, le chiedono dov’è Gennaro. Lei non risponde. Forse non sa dove si trova, o preferisce subire lei quello che avrebbero fatto a lui. E così la massacrano. I camorristi mandati a fare il “servizio” forse erano carichi di coca o forse dovevano essere sobri per cercare di intuire il più microscopico dettaglio. Ma è risaputo quali metodi usano per eliminare ogni sorta di resistenza, per annullare il più minuscolo afflato di umanità. Il fatto che il corpo fosse bruciato mi è sembrato un modo per cancellare le torture. Il corpo di una ragazza seviziata avrebbe generato una rabbia cupa in tutti, e dal quartiere non si pretende consenso, ma certamente non ostilità. E allora bruciare, bruciare tutto. Le prove della morte non sono gravi. Non più gravi di qualsiasi altra morte in guerra. Ma non è sostenibile immaginare come è avvenuta quella morte, come è stata compiuta quella tortura. Così tirando con il naso il muco dal petto e sputando riuscii a bloccare le immagini nella mia mente.

Gelsomina Verde, Mina: il diminutivo con cui veniva chiamata nel quartiere. La chiamano così anche i giornali quando cominciano a vezzeggiarla col senso di colpa del giorno dopo. Sarebbe stato facile non distiguerla dalla carne di quelli che si ammazzano fra di loro. O, se fosse stata viva, continuare a considerarla la ragazza di un camorrista, una delle tante che accettano per i soldi o per il senso di importanza che ti dà. Nulla più che l’ennesima “signora” che gode della ricchezza del marito camorrista. Ma il “Saracino”, come chiamano Gennaro Notturno, è agli inizi. Poi se diventa capozona e controlla gli spacciatori, arriva a mille-duemila euro. Ma è una carriera lunga. Duemilacinquecento euro pare sia il prezzo per l’indennizzo di un omicidio. E poi se hai bisogno di togliere le tende perché i carabinieri ti stanno beccando, il clan ti paga un mese al nord Italia o all’estero. Anche lui forse sognava di diventare boss, di dominare su mezza Napoli e di investire in tutt’Europa. Se mi fermo e prendo fiato riesco facilmente a immaginare il loro incontro, anche se non conosco neanche il tratto dei visi. Si saranno conosciuti nel solito bar. I maledetti bar meridionali di periferia intorno a cui circola come un vortice l’esistenza di tutti, ragazzini e vecchi novantenni catarrosi. O forse si saranno incontrati in qualche discoteca. Un giro a piazza Plebiscito, un bacio prima di tornare a casa. Poi i sabati trascorsi assieme, qualche pizza in compagnia, la porta della stanza chiusa a chiave la domenica dopo pranzo quando gli altri si addormentano sfiniti dalla mangiata. E così via. Come si fa sempre, come accade per tutti e per fortuna. Poi Gennaro entra nel Sistema. Sarà andato da qualche amico camorrista, si sarà fatto presentare e poi avrà iniziato a faticare per Di Lauro. Immagino che forse la ragazza avrà saputo, avrà tentato di cercargli qualcos’altro da fare, come spesso accade a molte ragazze di queste parti, di sbattersi per i propri fidanzati. Ma forse alla fine si sarà dimenticata del mestiere di Gennaro. Insomma, è un lavoro come un altro. Guidare un’auto, trasportare qualche pacco, si inizia con piccole cose. Da niente. Ma che ti fanno vivere, ti fanno lavorare e a volte provare anche la sensazione di essere realizzato, stimato, gratificato. Poi la storia tra loro è finita. Quei pochi mesi però sono bastati. Sono bastati per associare Gelsomina alla persona di Gennaro. Renderla “tracciata” dalla sua persona, appartenente ai suoi affetti. Anche se la loro relazione era terminata, forse mai realmente nata. Non importa. Sono solo congetture e immaginazioni. Ciò che resta è che una ragazza è stata torturata e uccisa perché l’hanno vista mentre dava una carezza e un bacio a qualcuno, qualche mese prima, in qualche parte di Napoli. Mi sembra impossibile crederci. Gelsomina sgobbava molto, come tutti da queste parti. Spesso le ragazze, le mogli devono da sole mantenere le famiglie perché moltissimi uomini cadono in depressione per anni. Anche chi vive a Secondigliano, anche chi vive nel “Terzo Mondo”, riesce ad avere una psiche. Non lavorare per anni ti trasforma, essere trattati come mezze merde dai propri superiori, niente contratto, niente rispetto, niente danaro, ti uccide. O divieni un animale, o sei sull’orlo della fine. Gelsomina quindi faticava come tutti quelli che devono fare almeno tre lavori per riuscire ad accaparrarsi uno stipendio che passava per metà alla famiglia. Faceva anche del volontariato con gli anziani di queste parti, cosa su cui si sono sprecate le lodi dei giornali che parevano fare a gara per riabilitarla.”

[Tratto da Gomorra di Roberto Saviano, Mondadori 2006, pp. 96-99]

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Inserito da Gaja il Mar, 04/03/2008 - 17:53

«Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient'altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. [...] Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. Da quando era piccolo non smette di comprare fogli di carta, matite, quaderni.
Lucas dice:
- Ha ragione, Victor. Scrivere è la cosa più importante».
[pag.210]

- [...] Tanto per cominciare, che cosa scrive?
- Quello che scrivo non ha nessuna importanza.
Insiste:
- Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diviene insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.
Dice:
- Sì, certe vite sono più tristi del più triste dei libri. -
Dico:
- Proprio così. Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.
[pag. 273]

Agota Kristof, Trilogia della città di K., traduzione di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo, Einaudi 2007.

Nei momenti più tristi e più difficili della mia vita c'è sempre stato un libro al mio fianco. I libri non mi hanno mai tradita: è come se avessero saputo ciò di cui avevo bisogno e fossero venuti loro da me. Con il carico di riflessioni che in quel determinato momento mi si addiceva. Con tutta la ricchezza e l'abbondanza di cui avevo bisogno per continuare a vivere.

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