i miei libri

Extra Omnes
L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi
Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"
luoghi dell'anima
Irlanda

Nuova Zelanda
compagni di viaggio
Margot

Moby Dick
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Inserito da Gaja il Dom, 04/05/2008 - 19:49
L'angolo del narcisismo | vibrisselibri
Di ritorno da Padova. La presentazione è andata molto più che bene. Oltre le nostre più rosee aspettative (e con degustazione di vini e patatine annessa. A proposito: la serata si è conclusa in un pub irlandese tra Guinness, tris di fritti con patate e mozzarelline panate. I più voraci - ehm! - hanno ordinato piadina con porchetta e funghi). Siamo tornate, Giulia e io, a casa alle quattro.
La canzone del titolo è di Lou Reed: «Oh, è stata una giornata perfetta, sono felice di averla passata con te». Ma in questo caso lo you è obbligatoriamente seconda persona plurale. Vorrei ringraziare qui la mia insostituibile, preziosa Giulia (editor - praticamente la mia roccia - di vibrisselibri), che mi ospita e si prende cura di me ogni volta che approdo in terra patavina.
Grazie ad Alessandro, mio fratello (e ufficio grafica di vibrisselibri). Perché ogni volta che ci vediamo sembra sempre che siano passati solo cinque minuti.
Grazie a Stefano, mio cugino (e vice capo ufficio stampa di vibrisselibri). Perché è simpatico, intelligente, dolce, carino, e perché parlare con lui è divertentissimo. [e sabato sera era, anche lui - dico "anche" per via di quanto ho affermato qui sotto a proposito di Lucio - elegantissimo! Molto casual, e vieppiù british. In una parola: affascinante.]
Grazie a Lucio Angelini, Decone del Comitato di Lettura di vibrisselibri, perché era sfolgorante nella sua eleganza e nella sua abbronzatura-da-Lido (e non solo), e perché, pur essendo giù di voce, ha dato un contributo importante alla discussione di sabato sera.
Grazie a Giulio, perché è mio amico. Ed è molto, per me.
Se gli amici sono un tesoro, io sono ricchissima.
E, tanto per rimanere in tema di amici padovani e di PADRONANZA DELLA LINGUA, vi ricordate le mie coreane (ormai spedite alla legittima destinataria)? Ebbene, cliccate qui. Si parla di attività LINGUISTICHE in Corea del Nord. Se non gradite la versione inglese, c'è anche la versione spagnola. Il link è stato gentilmente segnalato dal mio succitato cugino Stefano.
Ah, la Nouvelle Vague coreana!
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Inserito da Gaja il Ven, 02/05/2008 - 18:41
L'angolo del narcisismo | vibrisselibri

E così domani, 3 maggio 2008, e fino a domenica pomeriggio, sarò di nuovo a Padova, dopo poco più di quattro mesi. E rivedrò i miei amici più cari, l'insostituibile Giulia (che come al solito si prenderà cura di me, ospitandomi), il cugino Stefano, il fratello Ale, il presidente Giulio. Motivo della mia ennesima trasferta padovana: la presentazione del romanzo di Carlo Cannella edito da vibrisselibri, alle ore 21, alla libreria Kaosmosi, Riviera San Benedetto, 108.
Tra qualche giorno il resoconto.
Un'ultima, freschissima notizia prima di concludere il post (anche a questa novità dovrò dedicare un articolo ad hoc): ho appena inviato alla legittima destinataria (ovvero la caporedattrice di Einaudi che è la mia referente) la traduzione infinita delle mie coreane.
Sì, è finita, ce l'ho fatta! Seicento pagine mentre nella mia vita succedeva di tutto di più.
Ma è andata.
Ed è un bellissimo romanzo.
Torno presto. Nel frattempo: buona/e lettura/e. E non sentite troppo la mia mancanza!
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Inserito da Gaja il Ven, 21/03/2008 - 13:36
L'angolo del narcisismo


Quella con la collana con i peperoncini sono io in uno dei miei più riusciti travestimenti di due anni fa. Ora sono molto meglio - la mia maschera è migliorata, cioè. Si sa che la tecnologia fa progressi (vedere i precedenti Angoli del narcisismo per credere).
Quella con gli occhi belli è Margot, la mia felina. Mi correggo: io sono la sua umana. E lei è la mia padrona.
Breve dialogo tra lei e me.
[Sì, Margot parla. Apre le porte. Dice "mamma", "papà", "sì, "no". E canta]
M.: «Come va?»
G.: «Che razza di domanda è? Non lo vedi come va? Potrebbe andare peggio: potrebbe piovere...».
M.: «Anche le citazioni, adesso. Insomma, cos'è che avresti perso in questi ultimi tempi, spiritosona?»
G.: «Che intendi?»
M.: «Ti ho sentito dire che hai perso qualcuno, o qualcosa».
G.: «Lost in translation»
M.: «Sempre la traduzione di mezzo. Non voglio più sentirti dire che la detesti»
G.: «Non sei informata. Qualche giorno fa ho scritto esattamente il contrario».
M.: «Insomma: smettila di cambiare discorso! Vuoi dirmi cosa o chi avresti perso?»
G.: «Ammesso che io abbia perso qualcosa o qualcuno, o qualcosa e qualcuno, chi ti dice che invece da questa perdita non ci abbia guadagnato?»
M.: «Non mi sei mai piaciuta granché. Sei troppo complicata. Mi fai perdere tempo».
Each man kills the thing he loves.
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Inserito da Gaja il Lun, 11/02/2008 - 15:59
L'angolo del narcisismo
[Questo brano è tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, Edizioni Empiria, Roma 2003]
Si era abbassata i jeans e quello che aveva visto le aveva fatto gocciolare due lacrime che sembravano voler rimanere appese alle palpebre per sempre, a penzolare avanti e indietro. Succedeva sempre così. Piangeva ogni mese, ogni volta che il suo corpo produceva sangue.
Aveva tredici anni e la prima volta si sentì strappare ogni piccolo filo che teneva unito un muscolo all’altro. Non aveva capito lì per lì gli occhi lucidi di sua madre e un po’ si era spaventata. Fino a quel momento un pizzico d’invidia l’aveva solleticata quando si fermava a scrutare di sottecchi le sue amiche: le guardava come se fossero improvvisamente cresciute di dieci centimetri. Non le riusciva più di parlarci come faceva ‘prima’: loro ora erano diverse, avevano qualcosa di davvero ‘importante’ di cui discutere. Avevano un’aria complice e insofferente verso le sciocchezze di ‘prima’ e chiacchieravano tra loro. Lei tendeva l’orecchio senza farsi vedere e le arrivavano parole di cui non conosceva il significato – anche se si sforzava di supplire all’ignoranza con l’intuito - non sapeva a quali immagini legare il senso di certe frasi. Quando un pomeriggio di maggio si trovò anche lei di fronte a quelle strane macchie non realizzò subito che cosa fossero. La notte successiva non dormì per i dolori: due lance incandescenti le erano penetrate nelle reni e una mano impietosa le stava rovistando nella pancia, cercando chissà cosa. La mattina dopo non stava in piedi, si appoggiava a sua madre che la trascinava per casa. La mamma le diceva che era normale, la prima volta, che non doveva esagerare, che poi ci avrebbe fatto l’abitudine a quello strano dolore, che l’abitudine rendeva i dolori più lievi, più sopportabili. Le aveva preparato una bistecca, aveva cambiato le lenzuola sporche, era rimasta con lei finché non si era addormentata nel tardo pomeriggio, carezzandole la fronte come si fa con i bambini febbricitanti. E l’aveva guardata agitarsi, trovare una posizione sotto le coperte, cercando goffamente di tenere le gambe strette, unite. Cercando anche lei, un po’ emozionata e un po’ commossa all’idea che non fosse più una bambina, di acquisire fino in fondo la consapevolezza che sua figlia stava cambiando. Che era cambiata. Che tutta la sua vita, da quel momento in poi, sarebbe cambiata.
Dopo due giorni sua madre morì. Fu Sara a trovarla rattrappita sotto le lenzuola: si era svegliata all’improvviso: insonnolita, era andata a protestare perché erano già le otto e nessuno l’aveva ancora svegliata. Aveva provato a chiamarla senza riuscire ad articolare un suono, guardandola dalla soglia della camera, tenendosi ben lontana dal letto, già terrorizzata. Il lenzuolo bianco era paurosamente inerte, le ombre disegnate dalle forme del corpo erano ferme. Un braccio era messo di traverso sul petto, in una posizione innaturale e definitiva, come se, ad un certo punto, sua madre avesse voluto scorticarsi viva, strapparsi via la pelle, o aggrapparsi a qualcosa, magari al merletto della camicia da notte. I capelli biondo cenere sul cuscino erano l’unica cosa che vedeva di lei. Ma immaginò gli occhi spalancati, la bocca spalancata, le gambe rigide, accartocciate. E vide la tazza di acqua sul comodino, quella che si portava dietro ogni sera, vide, nella frazione di un attimo, anche l’orologio che toglieva prima di addormentarsi, vide la mezza pasticca che prendeva alle sei e mezza di ogni mattina, vide il vestito a fiori che aveva appoggiato sulla poltrona e la vestaglia che era caduta dal letto, sentì un dolore acuto bucarle lo stomaco e cadde di peso a terra, a gambe divaricate, immobile come una bambola di porcellana. Mamma, urlò tutto d’un fiato.
Il silenzio aveva congelato la realtà.
Un ronzìo insultante dalla cucina.
Il frigorifero funzionava e qualche goccia di sangue stava già cominciando a macchiare il pavimento, dove lei si era accasciata. Si allargavano, si facevano enormi davanti ai suoi occhi. Il sangue invase il suo sguardo, coprì tutto il resto.
Maledisse il sangue, quel sangue che aveva sconvolto tutto, che aveva cambiato tutto.
Il ciclo le si bloccò per nove mesi. Cominciò a considerare quelle macchie come un episodio isolato. Ogni tanto riandava con la mente a certe sensazioni strane, alle mani che frugavano senza alcuna delicatezza nella sua pancia.
Ma non si preoccupava di quell’assenza, anzi, si comportava con noncuranza, stringendosi nelle spalle. Se così è stato voleva dire che così doveva essere. Normale, o no.
È pericoloso cambiare. È pericoloso cambiare tutto e subito. È pericoloso. Appena sono cambiata, mia madre è morta. Subito dopo.
I cambiamenti sono pericolosi. Chi dice che sono l’anticamera di una vita migliore?
Col passar dei mesi, la sua noncuranza fu sostituita da una strana paura di affrontare l’argomento: evitava qualsiasi accenno a tutto ciò che ruotava intorno l’essere donna, trucco, profumi, gonne, reggiseni, uomini. Si tagliò i capelli alla maschietta.
Le macchie ricomparvero, ma a fatica. Il ginecologo le disse di non preoccuparsi, che il corpo di ogni donna seguiva ritmi assolutamente personali, che i ventotto giorni non dovevano diventare un’ossessione per lei o avrebbe compromesso anche quella parvenza di regolarità. Anzi, quella regolarità precaria. Così aveva detto: «Tieniti stretta la tua regolarità precaria.»
Si era scossa, asciugandosi gli occhi con un pezzo di carta igienica. Tutto le era apparso d’un tratto nuovo e sconosciuto: lo specchio ovale, la lavatrice, i tappetini rosa e bianchi, le ceramiche, i fari sul lavandino, i ninnoli, la tenda per la doccia color polvere.
“Certo”, aveva pensato apparentemente sollevata “Erano solo ricordi”. E aveva pensato di star pensando. Aveva pensato che in fondo erano solo pensieri e che lei non sentiva neanche il rumore che facevano. E dopotutto non voleva vederli, questi pensieri. Non voleva seguirli.
“Il ciclo della vita?”
Aveva rabbrividito, forse per il dolore, forse per uno sconcertante senso di smarrimento.
“Ma quale vita?”
Guardava attentamente le macchie di sangue. Ne esaminava i contorni irregolari, il colore rosso scuro dov’era più denso e le sfumature rosso vivo verso l’esterno.
Pensava ai sentieri percorsi dalla gonadotropina che era andata a stimolare la maturazione del suo follicolo. Le migliaia di arteriole che facevano parte degli strati superficiali dell’endometrio si erano rotte – pop!pop! - e poi giù, il flusso d’emorragia salvifica che aveva travolto tutta quell’impalcatura inutile, dopo ventotto giorni dall’ultima volta.
Esattamente ventotto giorni.
Odio questi dolori incontrollabili.
Odio il modo in cui il mio corpo cambia ogni mese. Odio il seno dolente, il senso di nausea, la testa che vacilla. Gli spasmi che mi fanno piangere.
Odio cambiare.
È pericoloso cambiare.
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Inserito da Gaja il Lun, 04/02/2008 - 15:59
L'angolo del narcisismo
 L' iPod è una passione che condivido con il mio fratellino. Nel mio caso è rosso fiammante - il mio colore preferito. È da quando avevo cinque anni che il rosso è dichiaratamente il mio colore (ho scritto un po' di volte "mio"? No, vero?). Avevo un paio di pantaloni rosso fuoco fantastici! Passavo le ore davanti allo specchio a guardarmi (poi ho perso l'abitudine anche solo di passarci davanti. Ormai ho un'età, e non vorrei rischiare. Uno spavento potrebbe essermi fatale). Perché scrivo questo? E perché dovrebbe entrarci L'angolo del narcisismo? Perché, innanzi tutto, parlo di me. Se non è narcisismo... E poi perché il rosso è il colore che in effetti simboleggia tutto ciò che amo: la passione, il calore, l'allegria, il fuoco, la rabbia: la vita. E che rappresenta il contrario di ciò che detesto visceralmente: l'indifferenza, IL SILENZIO, il dare per scontate le cose e le persone.
Momentaneamente, sul mio iPod sono memorizzate le seguenti compilation:
1) L'ultima opera di Bruce "The Boss".
2) Rufus Wainwright One e Two (grazie, Federico, per avermelo fatto conoscere).
3) Elvis Costello
4) Aznavour (vabbè, per capirci: i cd che ho comprato ad Amsterdam)
5) Leonard Cohen
6) Il cd doppio con le hit di Fiorella Mannoia.
7) Everybody Loves Morricone
8) Pink Floyd
9) 10) 11) varie ed eventuali.
Dimenticavo: sul retro del mio iPod ho fatto incidere un aforisma di Oscar Wilde, irlandese.
There is no sin except stupidity.
Il mondo è pieno di peccatori.
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Inserito da Gaja il Dom, 27/01/2008 - 15:17
Certe cose non cambiano mai | L'angolo del narcisismo | Traduzioni letterarie

... Free Food For Millionaires, è un libro stupefacente, divertente e molti altri "ente". Circa 570 pagine, uscirà per i tipi di Einaudi non so quando. L'autrice è Min Jin Lee. Aggiungo soltanto che la mattina sono felice di svegliarmi per mettermi al lavoro e sapere, quindi, cosa succederà a queste fantastiche ragazze coreane. Ogni tanto la professione di traduttrice letteraria ha i suoi vantaggi. Mi è capitato poche altre volte, ma quando è successo, la traduzione si è trasformata in una splendida avventura che non avrei mai cambiato con nient'altro al mondo (eccetto la scrittura, ovviamente).
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