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i miei libri



Extra Omnes
L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi

Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis




Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Mar, 29/01/2008 - 18:56 |


Da un'idea di Andrea Branco, ecco, tra i libri che ho tradotto, quelli che mi sono rimasti nel cuore.

Emerald Underground, di Michael Collins, irlandese emigrato negli States, pubblicato da Manifestolibri nel 2002, è stato il mio primo libro.

Il piacere della virtù, di Tom Murphy, edizioni Le Lettere, 2004: l'unico - sorprendente - romanzo del più grande drammaturgo irlandese contemporaneo.

Il prezzo della bellezza, di John Bemrose, Edizioni E/O, 2005. Un romanzo indimenticabile.

Hangover Square, di Patrick Hamilton, Edizioni E/O, 2006. Il capolavoro di un drammaturgo caduto nell'oblio. Andate a leggere cosa ha scritto e chi ha ispirato.

Black Juice, di Margo Lanagan, Giano Editore, 2006: una raccolta di racconti sublime, che non ha avuto il successo che meritava.

Diario di una casalinga disperata, di Sue Kaufman, Einaudi, 2007. Pietra miliare della letteratura femmin(ista)ile americana targata anni' 70.

» 28 commenti
Inserito da Gaja il Dom, 27/01/2008 - 15:17 | |


... Free Food For Millionaires, è un libro stupefacente, divertente e molti altri "ente". Circa 570 pagine, uscirà per i tipi di Einaudi non so quando. L'autrice è Min Jin Lee. Aggiungo soltanto che la mattina sono felice di svegliarmi per mettermi al lavoro e sapere, quindi, cosa succederà a queste fantastiche ragazze coreane. Ogni tanto la professione di traduttrice letteraria ha i suoi vantaggi. Mi è capitato poche altre volte, ma quando è successo, la traduzione si è trasformata in una splendida avventura che non avrei mai cambiato con nient'altro al mondo (eccetto la scrittura, ovviamente).


» 31 commenti
Inserito da Gaja il Mar, 15/01/2008 - 21:08 |

Bianciardi[Seconda parte della rubrica "Certe cose non cambiano mai". Non c'è molto altro da aggiungere: ascoltate, anzi leggete, in religioso silenzioso - e con sempre crescente pietà nei confronti della categoria - le parole del Grandissimo tratte da La vita agra. Ovviamente, io sono sempre più s-neuronata.]

[...] il pericolo adesso era un altro: di trovare gente come la vedova, che ti controlla gli apostrofi e le rime, ti rimprovera le locuzioni dialettali. Allora i casi sono due: o ti impunti, e fai la figura del piantagrane, o lasci perdere e stai zitto, e fai la figura del cretino. Nell'uno e nell'altro caso non ti danno più lavoro.
Anna forse non se ne rendeva ben conto, ma i contratti parlano molto chiaro. Tu magari firmi senza leggere con attenzione, ma intanto ti sei impegnato a consegnare un giorno precise, e se sgarri ti impongono una penale del trenta per cento. Il pagamento lo fanno dopo l'approvazione. Hanno la facoltà di rifiutare a loro insindacabile giudizio, escludendo ogni compenso. Sempre a loro insindacabile giudizio, qualora il tuo lavoro non corrisponda ai criteri e alle direttive (ato ato, zione zione, la ciurma alzò i loro cappelli), e si rende necessaria una revisione, il compenso dovuto per quest'ultima sarà detratto dalla somma globale stabilita quale corrispettivo di cui al presente contratto. La revisione la fanno individui a te ignoti e professionisti del rivedere Gaja quanto più possano, e a detrarre il più possibile dal tuo. Se poi perdono il tuo lavoro, se lo bruciano, se lo portano al gabinetto, se lo prende il bambino a caso per farci le barchette, a te rimborseranno il costo puro del dattiloscritto. Poi ti addebitano l'ige. E firmando tu ti impegni a non turbare in alcun modo il pacifico godimento dei diritti ceduti con la presente scrittura, e a prestare la tua collaborazione e assistenza qualora da parte di terzi venisse turbato il pacifico godimento dei diritti ceduti. Insomma devi farli godere, e impegnarti a tutelare e favorire il loro godimento, come fa Pimlico da vecchio con gli stalloni. Sei mesi esatti prima che siano passati venti anni devi comunicare il tuo recapito (che può essere ormai anche il camposanto), in modo che questi goditori possano raggiungerti e comunicarti, non si capisce bene che cosa. In caso di controversia, certo, puoi rivolgerti al foro cittadino, ma quelli hanno il loro bell'ufficio legale con tanto di avvocatoni, mentre tu non hai i soldi nemmeno per pagarti l'ultimo mozzaorecchi.
E poi bisogna lavorare tutti i giorni, tante cartelle per questo e quello e quell'altro, fino a far pari, anche la domenica. Se ti ammali non hai mutua, paghi medico e medicine lira su lira, e per di più non sei in grado di produrre, e ti ritrovi doppiamente sotto.

» 12 commenti
Inserito da Gaja il Dom, 30/12/2007 - 16:10 |

Bianciardi[Vi invito *caldamente* a leggere con attenzione - e con un po' di compassione (oddio, se ci fosse un revisore in ascolto ora mi avrebbe corretto la rima in "ione-ione") verso la categoria - il seguente brano in cui Bianciardi racconta il suo incontro con la caporedattrice che gli consegna una prova di traduzIONE. Luciano Bianciardi dixit, e io sottoscrissit. Anche a distanza di decenni, things never change, folks! Elevate una prece per me. Legenda per le immagini: la prima a sinistra è, ovviamente, il grandissimo Bianciardi. La seconda sono io. Ormai s-neuronata.]

Mi raccomandò di tenermi fedele al testo, di consultare spesso il dizionario, di badare ai frequenti tranelli linguistici, perché in inglese eventually per esempio significa 'finalmente', di aver sempre sott'occhio un buon vocabolario italiano, Palazzi Panzini eccetera, di evitare le rime, ato ato, ente ente, zione zione, così consuete nei traduttori alle prime armi, di scrivere qual senza apostrofo, tranne che nei libri gialli, nei quali si può anche mettere l'apostrofo, perché tanto il lettore bada solo alla trama.
Ma a me non dette un giallo, bensì un libro più serio, dopo che le ebbi promesso di non scordare i suoi consigli. Ricordo che comprai un giornale della sera e che ce lo involsi, per timore di sporcare la copertina, in tram, e tornai a casa tutto contento. Anna mi promise che non soltanto me l'avrebbe battuto lei, a macchina, ma anche mi avrebbe aiutato a cercare le parole nel dizionario e a rivedere la punteggiatura. Era di nuovo bello, lavorare insieme guardandoci con un sorriso ogni tanto, e il sabato le venti cartelline del saggio erano pronte, così le portai alla signora vedova.
GajaFu egualmente ferma e materna, quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
"Benedetto figliolo" mi disse. "Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque?" Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis.
"Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all'assalto della trincea nemica. Le sue parole... Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice..." Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine.
"Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l'opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l'alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l'inglese com'è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone". E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m'interruppe.
"Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi, oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po'... come dire? ... un po' faticoso". Sorrise.
"Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, state sempre dietro al testo, che oltre tutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede, tende a saltare, a omettere parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l'inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui". Continuava a sfogliare le mie cartelle.
"Le faccio soltanto degli esempi di correzione, vede? Ci sarebbe ben altro da aggiungere. Qui, per esempio, dove parla dell'offensiva. Lei mi ha tradotto: Cominciò l'offensiva e Patton schierò le sue divisioni. Come traduzione può anche andare, nulla di speciale ma può andare. Però, lo vede?, nello stesso rigo lei così mi mette due 'o' accentate. Cominciò, schierò. Suona male. Meglio dire dunque: Ebbe inizio l'offensiva e Patton schierò. Ha capito?" Io ero ammutolito e feci cenno di sì, poi la vedova sospirò e a voce più alta riprese:
"Locuzioni dialettali. Lei ha questo difetto, le locuzioni dialettali, come tutti i toscani, del resto. Per esempio lei traduce: Bottega di falegname. Bottega è un toscanismo, no?" "Veramente non mi pare," risposi, trovando non so come il coraggio. "Leopardi parla appunto del legnaiuol che veglia nella chiusa bottega... E Leopardi non era toscano".
"Be', be'" fece la vedova "Leopardi era Leopardi. Lui poteva anche permettersi qualche locuzione dialettale". Mi sorrise ancora: "Vede, ho corretto con un più italiano laboratorio di falegname eccetera. E più avanti, non ricordo bene il punto, ma c'è di mezzo una telefonata... Sì, ecco, è qui. Lei traduce: Pronto, che succede costà? Ora lei vorrà ammettere che 'costà' è una locuzione dialettale, usata solo in Toscana. Infatti l'inglese dice: What's going on there, e va tradotto semplicemente: Che succede là? Non le pare?"
Io ormai tacevo, e forse ero anche rosso di vergogna, sperando solo che la vedova avesse vuotato il sacco e mi permettesse di andare via. "Un'ultima cosa" continuò. "A volte lei appiattisce certi bei modi di dire inglesi. Per esempio qui. Lei dice che i mezzi da sbarco erano le mille miglia lontani dalle coste laziali. Questo suo 'le mille miglia' è assai meno efficace che nel testo inglese, dove si parla di a hell of a distance, cioè di un inferno di distanza. Sente come è bello? I mezzi da sbarco erano a un inferno di distanza eccetera. È molto più robusto, questo inferno di distanza, non le pare?
Capii che mi voleva congedare e mi alzai.
"La traduzione?" farfugliai sulla porta.
"Be', ha visto, no? Vuole un consiglio? Si faccia prima le ossa con qualche editore minore, poi ritorni fra qualche mese, un anno. E si ricordi i miei consigli".
Quella notte non chiusi occhio, e forse anche piansi.

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