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i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



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compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Lun, 17/08/2009 - 20:47

Qualche giorno fa, per caso, Mario Schiavone e io ci siamo trovati a commentare su Facebook lo status di un nostro amico comune: l'indiano Francesco Forlani, aka Furlèn. E, dato che il caso è quasi sempre il miglior ingrediente (o quantomeno un grande alleato) per la creazione di qualcosa di bello, il Furlèn ha avuto la splendida idea di rispondere a entrambi dicendo: "Scambiatevi i contatti e scrivete due passi per la mia iniziativa!".

Mario e la sottoscritta hanno accettato con gioia. A tempo di record abbiamo scelto tema e personaggi.

È stato un piacere scrivere con lui.
Ringrazio di cuore Mario e Francesco per questa gratificante esperienza di scrittura.

Il risultato della nostra imprevista quanto produttiva collaborazione potete leggerlo qui:



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Inserito da Gaja il Lun, 02/02/2009 - 09:08

[Da stamattina mi gira in testa il verso "And every fair from fair sometimes declines" (e ogni cosa bella talvolta viene privata della sua bellezza. Ergo: tutte le cose belle finiscono). E così ho deciso di assecondare la mia tendenza bardesca di febbraio. Shall I compare thee è tra i sonetti più famosi di Shakespeare. Imparato a memoria in seconda media, recitato davanti a tutti, e mai più dimenticato! Fu l'inizio di uno dei miei più grandi amori]

Shall I compare thee to a summer’s day? 

Thou art more lovely and more temperate: 

Rough winds do shake the darling buds of May, 

And summer’s lease hath all too short a date: 

 


Sometime too hot the eye of heaven shines,

And often is his gold complexion dimm’d; 

And every fair from fair sometime declines, 

By chance, or nature’s changing course untrimm’d;

 


But thy eternal summer shall not fade,

Nor lose possession of that fair thou ow’st, 

Nor shall death brag thou wander’st in his shade,

When in eternal lines to time thou grow’st; 

 


So long as men can breathe, or eyes can see,

So long lives this, and this gives life to thee. 


»
Inserito da Gaja il Sab, 13/09/2008 - 08:32

[Questo racconto è frutto di un esperimento nato da una chiacchierata tra Ivano Porpora, un mio amico scrittore, e la sottoscritta. Erano le 10.45. Mi ha chiesto di dirgli un numero da 200 a 2000. Io ho risposto 567, senza peraltro avere la più pallida idea di cosa gli passasse per la testa. Poi mi ha chiesto tre parole - e io gli ho detto: margherita, libro, gatta. E, in ultimo, una parola "brutta", che lui non dovesse scrivere ma che sarebbe stato costretto a esprimere tramite perifrasi: e io ho risposto "cancro". Ivano mi ha ringraziato e ha concluso: "tra venti minuti guarda nella tua casella di posta". Alle 11.05 ho controllato e nella mia casella di posta c'era questo racconto. 567 battute.

Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha cominciato a disegnare a sei anni, poi di nuovo a quindici, e a scrivere a diciassette, senza interrompersi mai. Ha vissuto due alluvioni e diversi periodi di Sole, un anno a Siena, quattro a Bologna, tanti nel mantovano.]

Arsène rise un sacco, parlandomene.
“Ho trovato la mia Margaux”, mi disse.
Me lo disse nella nostra stanza grigia. Grigia come nebbia dell'Appennino, di quando mi aveva parlato di come s'era fatto battezzare e sbattezzare e ribattezzare ancora.
La stanza, grigia come l'appennino. Anche la lampadina aveva un dito di polvere, sopra, come se nessuno fosse mai stato in quella stanza.
Mi venne il dubbio che nessuno ci fosse mai stato. Mi venne il dubbio, mentre mi spogliavo come al solito, che nemmeno lui fosse mai stato in quella stanza. Mi venne il dubbio che quella stanza non esistesse che nella mia mente; che questo libro non esistesse che nella mia mente e che, come in molti film era diventato di moda, da Fight Club in poi, Arsène non fosse che il mio avatar. Arsène, il mio Tyler Durden.
La stanza era grigia tranne che per un quadro. Ne aveva appeso uno.
Mi fece sorridere il fatto che il lavoro fosse mio. Aveva preso il mio dipinto della bandiera della marina giapponese e ci aveva scritto sopra CECI N'EST QU'UN TROU.
In lettere rosse come i raggi del Sole.
Entrò Margaux, nuda come noi, ma me ne avvidi solo quando si sedette al mio fianco.
Arsène mi passò un biglietto; lei lo sbirciò, sorrise, poi si sedette e chinò il capo.
“Margaux.
Margaux è una gatta. Margaux è una voglia. Una foglia caduta.
Margaux è un sorriso basso di quelle innamorate che sorridono per niente.
Margaux è il buco sui banchi di scuola. Margaux non è il buco sulla tua bandiera.
Margaux è un volto che non riesci a vedere; Margaux è l'acqua di Malacarne, rossa per quanto è azzurra”.
Sorrisi ancora, ma il suo volto era già basso. Mi sembrò un uomo-lombrico, in quell'istante. Aveva le orbite, che non vedevo, divorate da un dolore che ne faceva una bocca di Bacon. Lo stomaco, che non vedevo, divorato da un dolore che ne faceva una bocca di Bacon. Gli avambracci, tessuti di vene che sporgevano d'un pollice dalla carne; il sesso, perso nella sua criniera di peli ricci.
“Non ci sono margherite nei vostri quadri”, mi disse Margaux.
E sentii che le sue parole restavano sospese nell'aria, anche nel silenzio che ne seguì.
Contai dieci, cinquanta, forse cento secondi. Forse mille, o forse diecimila; secondi come soldati nella foresta, che strappino a colpi di machete e forse a morsi la vegetazione per far passare la loro lunga fila. Secondi tutti vestiti di verde, tutti incazzati; tutti con i baffi tagliati perché gli insetti non vi facciano il nido.
“Non ci sono margherite in questa stanza”, fece Arsène dopo un tempo lungo. Talmente lungo che sembrava un elastico di mutande lasso.
“Non ci sono margherite. Qui ci sono guerre, da quando è venuto Severo, ci sono piccoli ossigeni da respirare. Ma non ci sono margherite”.
Mi girai verso di lei. I capelli, folti come la criniera di peli ricci del mio maestro, mi fecero venire voglia di disegnare.
“Non è vero”, dissi. E intanto pensai 'E' la prima volta che lo contraddico'.
“Non è vero. Guarda la tua donna, Arsène, guarda te. Guarda me, porca miseria. E' pieno di margherite, il nostro mondo”.
“E' un fiore banale, la margherita”.
“I tuoi pensieri sono banali, Arsène. Come sei... povero”.
Glielo dissi, e non disse niente. Ma mi sembrò, per un istante, che sorridesse.

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Inserito da Gaja il Ven, 07/12/2007 - 10:28
Lunedì sarò qui.
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