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i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Sab, 16/01/2010 - 11:00

«È in ogni uomo attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine». 

[dalla bacheca di Francesco Randazzo].

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Inserito da Gaja il Lun, 09/11/2009 - 22:52

«Il compito dello scrittore non può consistere nel negare il dolore, nel nasconderne le tracce, nel far nascere illusioni su di esso. Per lui, anzi, il dolore deve essere vero e deve essere reso tale una seconda volta, cosicché noi possiamo vederlo. Tutti, infatti, vogliamo diventare vedenti. E solo quel dolore nascosto... ci fa sensibili all’esperienza e soprattutto all’esperienza della verità. Quando siamo in questo stato in cui il dolore diventa fertile, stato che è insieme chiaro e triste, noi diciamo, molto semplicemente, ma a ragione: mi si sono aperti gli occhi. E non lo diciamo perché abbiamo davvero percepito esteriormente un oggetto o un avvenimento, ma proprio perché comprendiamo ciò che non possiamo vedere. E l’arte dovrebbe portare a questo: far sì che, in tal senso, ci si aprano gli occhi».

Non ho nient'altro da aggiungere a quanto scritto dalla Bachmann. È il mio credo.


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Inserito da Gaja il Mer, 01/07/2009 - 12:03

[Auroralia è stata - ed è - una parte importantissima di me. Mi ha dato tanto, tutto quello di cui avevo bisogno nel mio dopo. È stato il mio modo per tenermi aggrappata alla vita, che non poteva che essere legato alla scrittura. Ora - come è umano e giusto che sia - i riflettori non si spengono, ma si spostano altrove. Continuerò a lavorare in silenzio per Auroralia, e a pubblicare sul blog qualsiasi notizia relativa all'iniziativa cui tantissime persone si sono dedicate con passione e dedizione. Corrispondenza con Uelsmann, presentazioni, reading, idee per il futuro. Ne ho, e ne parlerò. 

Di spartiacque nella mia vita ce ne sono stati tanti, e forse ho anche sbagliato a considerarli tali. La vita è un continuo fluire: l'importante è stare con se stessi e comprendere fino in fondo quando si fanno errori di valutazione. Soprattutto sulle persone. Non si può sperare di essere amati da tutti come si vorrebbe, né di essere capiti e sostenuti: è una lezione dura, ma l'ho imparata a mie spese, nel passato e nel presente. Forse è anche vero che non mi sono mai davvero mostrata a nessuno per quello che sono. La paura di essere respinti paralizza.
 
Ed è per questo che considero un atto di coraggio personale pubblicare uno stralcio di Colori, il mio primo tentativo, che risale al 1996. Non si può definire romanzo, perché non ha un intreccio. È la mia storia, autobiografica al cento per cento. Non c'è fiction, né mascheramenti. Io nuda, come oggi non avrei mai il coraggio di essere. Forse.
Parlandone con Sabrina ieri ho deciso che, prima o poi, ne farò un pdf scaricabile dalla rete. Non so quando, ma così sarà, perché così deve essere.

Il brano si riaggancia ai giorni successivi alla mia laurea, e alla gioia che provai.
Illustro questo post con una mia immagine, elaborata da Sabrina Manfredi. È colorata, è azzurra, è come mi sento e come voglio essere.

Un'ultima precisazione su Auroralia. Ho scelto quella foto di Uelsmann perché le sue immagini, come ha detto alla fine della serata Ermanno Gioacchini, stimolano l'inconscio. Ai miei occhi, La Donna Volante sono stata immediatamente io. Lo sono sempre stata - nei miei desideri. Lo sono stata da subito, appena ho visto quelle braccia spalancate, la libertà della ragazza, la sua levità. Sono io e lo sarò anche nei fatti, d'ora in poi].


«Cinque giorni.
Esattamente cinque giorni durò l’euforia, il delirio di onnipotenza, lo sfolgorìo di luce che vedevo intorno a me ogni volta che mi guardavo allo specchio.
E’ buffo come i traguardi cambino nome prima che li si sia raggiunti: allora, si chiamano sogni. Dopo, sono solo le tappe della tua vita: cade la maschera e si scolorisce la patina dorata. Questo, probabilmente, ci trasforma in esemplari votati all’insoddisfazione cronica.
Comunque, dopo cinque giorni, smisi di specchiarmi e ricominciai a guardarmi intorno. E mi chiesi: “E adesso che faccio?”

E l’amore?
Bene, direi. Più il tempo passava, più lui diventava sospettoso e sfiduciato. Ogni suo sorriso nascondeva un significato segreto e ad ogni parola, ogni frase che dicevo, mi guardava, mi processava ed, alla fine, mi assolveva o mi condannava. Il fatto era che io non sapevo mai quale fosse stato il verdetto finale. No, lui non era uno di quelli che ti aggrediva, che ti faceva le scenate se una cosa non gli andava. Lui immagazzinava tutto, poi, un giorno, all’improvviso e, spesso, senza motivo, ti rovesciava addosso una lista di accuse che ti faceva accapponare la pelle, che ti faceva chiedere: "Ma quando mai ho fatto certe cose? Quando mai ho detto questo?"
La sua era un’insicurezza pericolosa, distruttiva: al confronto, le mie ansie, di cui lui si era sempre lamentato, non erano che innocenti batticuori di un’adolescente inesperta.
Quando lo costringevo a riflettere su questi suoi atteggiamenti e lo rimproveravo di sentirsi l’unico depositario di verità e giustizia, lui si limitava a dire : "Non mi piace parlare di queste cose".
Io ero solare, limpida, aperta: m’incazzavo quando subivo un’ingiustizia, sorridevo quando mi divertivo e piangevo quando soffrivo. Non ero abituata a fingere, in amore. Ma ero un’illusa se pensavo che, col tempo, anche lui avrebbe smesso i panni dell’uomo forte per vivere da uomo e basta.
A poco a poco, capii che il sole dentro di lui si stava spegnendo: era diventata una persona oscura, intrappolata in un labirinto di pregiudizi e false convinzioni che gli stavano inaridendo l’animo.
Diceva di amarmi, ma il suo egoismo gli impediva di vedermi come ero veramente: lui parlava di me come “delle donne”: “le donne fanno...” “le donne sembrano...” “le donne dicono...”. Quasi mai l’ho sentito chiamarmi per nome. Il suo stava diventando un perverso gioco al massacro e questo tirare avanti così, cominciava ad essermi più insopportabile di quanto lo fossero per lui i miei difetti.
Si dice che se qualcosa (o qualcuno...) non t’ammazza, almeno ti fa diventare più forte.
Perciò, dall’alto della mia forza, mi resi conto che lo compativo.
Sì, perché lui non sarebbe mai evaso dalla triste gabbia dei suoi sospetti ed era anche inutile aspettare sperando che accadesse: voleva sempre vincere su di me ed, alla fine, sarebbe rimasto prigioniero delle sue vittorie.
Io, al contrario, ero profondamente libera: qualsiasi cicatrice sarebbe guarita, sarei stata sempre pronta a ricominciare, finché avessi potuto scrivere.
E poi, non gli piaceva il mio gatto».


 
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Inserito da Gaja il Sab, 13/10/2007 - 16:18
Aghi_UelsmannE la sua malattia le faceva venire in mente un vortice, una corrente che tutto risucchiava, una confusione di forme e colori in cui nulla aveva una forma definita, niente emergeva come certo, come chiaramente identificabile.
«È una creatura spregevole. Come fai a resistere? Almeno rispondile! – l’aveva rimproverata la sua collega – Dimostrale che non ti fai mettere i piedi in testa, che anche tu hai carattere!».
Ma quel poco di carattere che le era rimasto le serviva per tranquillizzare sua figlia, per aiutarla a fare i compiti, per darle da mangiare. Non rispondeva mai a certi commenti della sua collega (nella sua mente le decine di donne che si erano avvicendate erano diventate una sola). Continuava a digitare sulla tastiera, facendo di tanto in tanto sì con la testa.
«Prima o poi me ne vado, ti avverto. Questa è l’ultima volta che le permetto di trattarmi così!».
Sì.
«Io capisco che tu abbia bisogno, ma a tutto c’è un limite!».
Sì.
«Se non te ne vai adesso lo rimpiangerai per sempre! È una questione di dignità».
Non poteva richiamare Giulia, adesso. Stava per arrivare il signor Laudonio. Il signor Laudonio era un paziente su cui intendeva puntare molto, le aveva detto la Mugghiani. Le lastre che le aveva portato evidenziavano una massa tumorale importante al polmone sinistro. La Mugghiani gli avrebbe consigliato di farsi operare nella sua clinica. Chiunque avrebbe capito, persino una segretaria come lei, che il signor Laudonio doveva essere trattato con il massimo riguardo e grande gentilezza.
«Cerca di parlare a bassa voce quando accogli i pazienti. Cammina con passo leggero. Non dire una parola più dello stretto necessario. Se proprio devi sorridere, che sia un sorriso discreto. E vestiti in modo più decente! Io faccio di tutto per dare un’impressione di eleganza e serietà e tu vai in giro come una stracciona!». Il primo giorno di lavoro, dopo averle dato le precedenti direttive, le aveva rivolto un’occhiata sprezzante.
«Le scarpe, cazzo. Comprati un paio di scarpe nuove!» aveva aggiunto poi. E lei si era trascinata dietro una scia di grida affilate.
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Inserito da Gaja il Mar, 09/10/2007 - 12:24

Aghi_Uelsmann[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.]

Lo studio era di un bianco ghiaccio che travolgeva gli occhi e annientava la vista.
Tutto era bianco. Anche il pavimento. Anche le scrivanie.
La Mugghiani diceva che il bianco «allargava. Che faceva sembrare l’ambiente più grande, più pulito. Che la gente si sarebbe sentita a proprio agio. Perciò aveva fatto ridipingere tutto e buttato via le sedie e i divani beige che sembravano parte della tappezzeria. Appena arrivata aveva chiamato l’architetto: “Non importa quanto mi costerà, io pago cash. E la voglio qui, domattina all’alba”.
Le piaceva pronunciare la parola cash. Si sentiva dalla lascivia con la quale accompagnava il suono finale, una lieve folata d’aria che le usciva di bocca, una specie di esortazione al silenzio.
La Mugghiani era una professionista profumatamente pagata con la passione per la fotografia. Era del parere che non si dovesse affardellare lo studio, che la bellezza risaltasse maggiormente nel bianco abbacinante, che una bella fotografia dovesse gridare al mondo la sua presenza senza correre il rischio di venire soffocata. Aveva scelto solo quattro foto di Jerry Uelsmann. Lo studio misurava più di duecento metri quadrati, e le immagini di Uelsmann, strutturate su diverse tonalità di grigio – e sistemate una nel suo ufficio, due nella sala d’attesa, una nella stanza delle segretarie – somigliavano a occhi, o a bocche, oppure ad abissi che si spalancavano (Per urlare? Divorare? Piangere?) sulla liscia uniformità del candore.
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Inserito da Gaja il Gio, 27/09/2007 - 18:07
Cuvia[È il primo estratto dal mio romanzo in fieri. Il secondo - e ultimo, credo - uscirà il 1 ottobre prossimo su La poesia e lo spirito. La lettura deve essere rigorosamente accompagnata da quello che è il leitmotiv musicale della storia: la colonna sonora di C'era una volta in America: vedi - anzi, ascolta - mio post precedente]

Il 30 settembre 2004 il cellulare di Margherita squillò.
Margherita dovette sedersi sulla poltrona che era stata di suo padre, nello studio che era stato di suo padre, quando vide il numero comparso sul display.
Fino ad allora quella era stata una mattina normale. Margherita aveva disinfettato il bagno e lavato i pavimenti come al solito. Aveva passato una nottata relativamente tranquilla: Massimiliano non era andato a trovarla. Era molto che le faceva mancare le sue visite – il lavoro lo risucchiava in giro di continuo ed evidentemente gli esauriva tutte le energie - tanto che le ferite sull’avambraccio le si erano già coperte di crosticine. Le camicie e i pantaloni di Massimiliano non erano macchiati di sangue e al mattino, a colazione, aveva ripreso a dirle: «Comportati bene, Ritina», senza guardarla, con gli occhi bassi, mentre mangiava.
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