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i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Dom, 08/07/2007 - 12:58

Uelsmann

E non ti accorgi di aver camminato finché non capisci di essere arrivata (alla fine o al traguardo che, in taluni casi, coincidono).
Perché è questo che succede in sogno: ti muovi, ti avvicini a qualcosa - una rivelazione, un evento, una gioia, un'angoscia - e non te ne rendi conto finché non lo tocchi.

Fuori era un'alba estiva, di quelle che ingannano perché arrivano sempre con troppo fulgore, e tutte in una volta. E accecano gli occhi, pur se protetti dalle palpebre chiuse.

Io avevo camminato fino allo stremo e lo capivo perché il piacere gridato dal mio corpo a riposo, fermo da pochi istanti, era inequivocabile. Che io fossi sospesa o meno non mi era ben chiaro e non importava: ciò che contava era che le mie membra si stessero sciogliendo in una sorta di pianto liberatorio.

Anche dentro, nel sogno, era estate.
Ma io non vedevo altro che un viso, un collo e spalle nude: era un uomo.

Non era un volto semplice, non era semplice identificare quell'intrico mutevole di lineamenti in un volto e non intendevo concentrarmi nel dipanamento della matassa perché stavo parlando fitto fitto con i suoi occhi.



(Foto di Jerry Uelsmann)

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Inserito da Gaja il Mar, 01/05/2007 - 16:35

Inutile[questa passeggiata - che non ho fatto - è dedicata ai due giorni indimenticabili che ho passato a Senigallia. Ringrazio Giuseppe D'Emilio, valentissimo redattore di vibrisselibri (e persona meravigliosa), per aver reso il mio soggiorno perfetto. E per avermi fatto conoscere tante persone straordinarie, come ad esempio Matteo Scandolin, cui Inutile deve moltissimo. GC]

Avevo visto il mare il pomeriggio prima, appena arrivata. Qualcuno già prendeva il sole. Due ragazzi stavano pitturando le cabine. La velocità non eccessiva della macchina mi aveva permesso di osservare l’acqua. Le spiagge infinite dell’Adriatico. Le immagini si erano incastrate di colpo nelle sagome che per troppo tempo erano rimaste vuote nella mia mente.
Il profumo era inconfondibile ed era sempre lo stesso a distanza di anni. Pungeva il naso a ogni respiro, e a ogni respiro perdevo anni. Avevo lo stomaco contratto da una vita che non era più.
Poi, durante il resto del pomeriggio e della serata, il mare era rimasto a fissarmi in disparte, dietro le quinte. Serio, austero. Si era oscurato, quasi a rassicurarmi che non mi avrebbe aggredito, che non mi avrebbe imposto la sua presenza, che mi avrebbe graziato, tenendo lontani da me i ricordi e i desideri. Una tregua. Un sospiro di sollievo mozzato, con la consapevolezza che non c’è niente di più cruento della guerra che riprende dopo la sospensione delle ostilità.
Mi era venuta in mente la phoney war, la “guerra fasulla” che aveva preceduto il vero e proprio scoppio della Seconda Guerra mondiale. Nessuno era morto. O quantomeno così si credeva.
Ero stata aggredita dal pensiero che, invece, davanti a quel mare erano morte parecchie parti di me, che l’acqua le avesse disciolte dentro di sé, e non me le avrebbe restituite mai più.

 

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Inserito da Gaja il Ven, 09/03/2007 - 19:29
SpiaggiaScendere non sembra difficile. Ci sono dune a perdita d’occhio che digradano fino alla spiaggia con qualche ciuffo di vegetazione qua e là. C’è l’Oceano Pacifico davanti alla riva (la sola idea scardina porte blindate che fino a qualche minuto fa ho pensato inespugnabili, piantate nel terreno della mia anima). La spiaggia mi sembra infinita, un concetto inesprimibile. Macchie marroni distese sulla sabbia (mi accorgerò solo dopo che si tratta di leoni marini).
Sono arrivata in Nuova Zelanda due giorni fa. Quando, sull’aereo, la hostess ha avvisato che stavamo per atterrare all’aeroporto di Christchurch, io avevo le cuffie alle orecchie: ascoltavo The Ghost of Tom Joad. Cantavo sommessamente e, sentendo quelle parole diffuse dalla cabina di pilotaggio, i miei occhi sono diventati liquidi.
In a cardboard box neath the underpass
Got a one-way ticket to the promised land

Al momento di scendere dall’aereo mi sono guardata intorno come se stessi lasciando una casa che mi aveva resa felice.
Grazie per aver volato con Emirates.
Scruto la spiaggia. Sono a Dunedin, nella penisola di Otago, sull’Isola del Sud. È l’otto dicembre, e qui dovrebbe essere estate. Invece no, quantomeno non oggi. Il tempo è meravigliosamente grigio, fresco, con le nuvole che pesano, con il cielo che sembra quasi volersi poggiare sulla testa della gente per quanto è gravido.
Il nome maori della Nuova Zelanda è Aotearoa. Ossia the land of the long white cloud. La terra della lunga nuvola bianca.
A me piace il cielo plumbeo. Mi piace quella sorta di mistero che lascia intravedere e che suggerisce l’urgenza di qualcosa, ma soprattutto mi piace tutta la luce che sembra voler esplodere tra una nuvola e l’altra, perforando quelle forme gonfie di ogni tonalità di grigio. E mi piace ciò che si apre dentro di me sotto quel cielo: flussi di parole, di pensieri, un magma di creatività e di vita. Tanto fuoco, tanto rosso che viene voglia di affondarci le mani e di immergercisi completamente per assorbire la vita e dimenticare la paura del vuoto, del non essere.
Sono vestita pesante, come se stessi in Italia: ho le calze, le scarpe, un piumino addosso. La gonna è stretta, forse mi creerà dei problemi. Ma la discesa sembra dolce.
Il pensiero della sabbia che mi entra nelle scarpe, che si infiltra nelle calze mi fa rabbrividire di fastidio: so già che sarà difficile liberarmene. Dovrò stare attenta.
They say you gotta stay hungry
hey baby I'm just about starving tonight
I'm dying for some action
I'm sick of sitting 'round here trying to write this book
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Inserito da Gaja il Lun, 19/02/2007 - 19:25
Ringrazio la mia dolcissima Criscia che è stata guida e complice di questa passeggiata. E la ringrazio anche per le foto che mi ha regalato. E poi ringrazio Dada, che mi ha spalancato un universo, facendomi conoscere Jerry Uelsmann.


La prima cosa che mi ha tolto il fiato è stata l’acqua. Come se il palazzo galleggiasse.
Cristina ha sorriso guardando il mio stupore. L’ho sentita scrollare la testa dentro di sé, divertita come davanti a un cucciolo testardo che tenta di acchiapparsi la coda.Piazza San Marco
Mi sono risvegliata dall’ipnosi, l’ho seguita, ho osservato il suo passo deciso, eppure lieve, l’effervescenza del suo sguardo ancor più brillante perché screziato da una vena di serietà. Le sono andata dietro con la certezza di non avere occhi abbastanza grandi per assorbire e trattenere. La mia imperfezione mi ha scosso. Lei cammina e sa dove stiamo andando, sa cosa vuole mostrarmi, sa cosa vedrò, e io d’un tratto mi sento fluttuare senza meta.
Portata e Incompleta.
Le guardo il profilo e gli occhi grandi e azzurri che tiene dritti davanti a sé, pensando: lo ricorderò. È un viaggio.
Fa freddo. Quando, dopo il Ponte delle Guglie, mi trovo davanti la Strada Nova, Cristina dice: È una strada turistica. Nulla di eccezionale. Ma visto che non ci sei mai stata...
Visto.
Già quel primo ponte mi schiaffeggia di stupore. Ci sono. Ci sono.
È come sovrapporre l’immagine che ho dentro di me a quella che mi si presenta davanti. È una delle rare volte in cui corrispondono.
Strada nova. E niente acqua, né a destra né a sinistra. Solo il cellulare che vibra da chilometri di distanza, nella mia borsa, lontano mondi, universi. Lontano una vita intera. Perché io sono lì, e ho freddo, e cammino a fatica. Ma non mi fermerò,
malgrado avverta ancora quella pungolante sensazione di inadeguatezza. Ho fame di acqua e animalescamente marco il territorio con lo sguardo.
Ti ho visto. Ti tengo. Ti riconoscerò.
Che balzana idea, quella di esserci già stata, di conoscere questa ragazza che mi cammina al fianco da ben più che solo un paio di mesi. I suoi lineamenti si inscrivono alla perfezione in un profilo che già avevo dentro di me, quasi riempiendo un contorno vuoto.
Dove stiamo andando ora?, chiedo a Cristina.
Ti porto a vedere il Canal Grande, mi risponde con un luccichìo furbo negli occhi.
È dentro ai campi e ai campielli che trovo la solidità del fluido. Mi sembra di girare non so quanti angoli, di camminare con la testa rovesciata all’indietro per fissare il pezzo di cielo dentro i quadrati formati dalle case, di esser circondata dal loro spazio circoscritto, e come sempre guardo dietro le finestre: cosa c’è. Cosa si fa. Come sono le stanze. Quanta vita c’è, com’è, potrebbe essere mia? Potrei sentire che altre pareti si adattano al mio corpo, potrei riconoscermi in quegli spazi?
I miei pensieri di solidità si frantumano, quando sbuco sul Canal Grande io sono come un palazzo che implode. È tutto quanto le mie parole non saranno mai. Infinito – sono mesi che assaporo il suono di questo vocabolo -, plasmato dal buio – di quel buio che è vita primordiale, che è pienezza, che è creatività e magma, in cui mi tufferei per recuperare me stessa. Mi fermo, mi volto, osservo.
Ancora l’inadeguatezza.
Non riesco a vedere tutto, a imprimermi tutto, a capire cosa mi succede. So di essere lì, di fronte al Luogo, e al tempo stesso so di star guardando me stessa che lo guarda. E sorrido, ironica, impietosita, all’immagine di quella me che non sa, che non comprende, che ancora deve arrivare alla consapevolezza che ciò che lei ha riconosciuto essere un Luogo dell’anima che aspettava di essere svelato. Ho dovuto togliere il panno, come da una scultura. Rivelarlo a me stessa.
C’è tanta gente… Vengono qui a passare l’ultimo dell’anno. Cristina si stringe nelle spalle. Non si riesce a camminare. A me non piace vivere qui.
Eppure, penso. Se non ci fossi stata tu, chissà quando l’avrei vista.
Che tu sia la luce? Che tu sia una luce di carne e parole che ha attraversato la mia pupilla e mi ha mostrato? In te c’è la stessa armonia di questo Luogo. Compiuto.
E l’acqua. Davanti al Canal Grande. L’acqua che attende, silenziosa.
D’un tratto mi vedo nell’acqua fino alle cosce, nuda. Come se il Canal Grande fosse non più profondo di uno stagno e io avanzassi in un crepuscolo che è d’argento e che è estivo, verso una porta di legno aperta per metà. È una foto di Jerry Uelsmann, mi torna in mente mentre affogo in tutta quell’acqua, mentre torno a pensare che è uno dei miei sogni ricorrenti. Come quello di cadere all’infinito nel buio.
Mi vedo camminare, spalancare la braccia, accompagnare l’acqua con i palmi delle mani, come se così facessi meno fatica. Sono diretta verso un luogo alto, da dove poter osservare tutto. Non so come ci arriverò, quel posto non è la porta di legno socchiusa che compare nella foto, ma è uno dei vertici di un triangolo.
Ora il fluido mi abbandona. Cristina mi allontana. Scompare anche l’acqua onirica, che mi ha lambito le cosce. Mi sento mancare il respiro per la separazione, non sono pronta. Ed è in questa mia condizione di mezzo che all’improvviso mi trovo di fronte Piazza San Marco. È sempre così con le piazze. È come inspirare troppa aria tutta insieme, tentare di razionalizzare lo spazio, di succhiarlo e tenerlo dentro. È la vita dopo il budello della fatica.
Ti ho visto. Ti tengo. Ti riconoscerò.
Un altro modo per dire: sei mia.
Senza capire, senza sapere, perlomeno al momento, che è il contrario.
Sento la voce di Cristina: Venezia è piccola, ci si conosce tutti… Io non voglio rimanere qui, non ci penso nemmeno.
Mi guardo intorno: Piazza San Marco è sterminata. Vedo solo portici, vedo stille di luce pungente esplodere dai palazzi, lontane una dall’altra, ma talmente vivide da sembrare tutte vicine, una sola. È sera, ormai, ma non è buio.Ponte Rialto
Sento la mia voce dire: Io ci vivrei qui, non me ne andrei mai, e di colpo sento anche il pensiero: è sempre il tuo solito amore per le isole, per i luoghi circondati d’acqua. Comincia a chiedertene il perché, ammesso che tu già non lo sappia. E vedo Cristina, il berretto non più azzurro dei suoi occhi immensi, e la sua voce, parole che si fanno materia, i suoi pensieri che non appartengono più solo a lei, ma anche a me, e percepisco la sua determinazione, la sua trasparenza. Una trasparenza solida, che non è acqua, non è la mia acqua. Una trasparenza solida che vorrei fosse anche mia.
Sei stanca?
Mi sono fermata. E sono rimasta ferma per tutto il tempo in cui Cristina mi ha detto che Venezia sta morendo, che i giovani se ne stanno andando, che non c’è vita, non c’è scambio, non c’è comunicazione. Che lei stessa se ne sarebbe andata. Che avrebbe cambiato.
Ho avuto la netta percezione che le sue parole fossero pesanti, oggetti che lei era andata formando dentro di sé, curando sin nei minimi dettagli. Li sta depositando ai miei piedi, è sicura di ciò che dice. Io invece parlo ma non so. Mi rendo conto che sto esprimendo un flusso di parole senza senso, di cui non rimarrà niente, se non dentro di me.
No, sto solo guardandomi intorno.
Ti porto sul Ponte di Rialto. Ce la fai? Ancora qualche calle e poi Campo San Luca e ci siamo.
La sua premura mi fa esplodere un raggio di calore sotto al petto.
Ce la faccio.
E quando salgo sul Ponte, capisco.
Mi sento sgravata dall’inadeguatezza che mi ha trafitto sin da quando ho visto l’acqua per la prima volta, oggi.
C’è tutta Venezia da lì. Tutta la Venezia in cui sono affogata, in cui mi sono sciolta. E quindi d’un tratto comprendo.
Quella che dal Ponte di Rialto osserva le acque del Canal Grande sono io: sono la donna nuda che ha camminato nell’acqua fino alle cosce, diretta verso un triangolo, ed è arrivata nel Luogo Alto. (o altro?, mi chiedo). Guardo l’acqua da cui sono uscita, mi specchio, me ne sento parte. Mi tocco la pelle e le carni e sono morbida ed elastica, a tratti sfuggente, fresca. Sono ancora nuda ma non ho freddo, e non ho vergogna, perché lo spazio e l’acqua sono me e in me, e anche le piazze, anche le isole.
Mentre l’altra io, vestita, è rimasta ai piedi del ponte, in fondo al triangolo, in basso, il corpo affondato in uno scudo di abiti e tuttavia gelido.
Guarda assorta la donna acquosa e si sente bruciare dal desiderio di ricongiungersi a lei.

 

Inserito da Gaja il Mer, 20/12/2006 - 21:59

O'Connell BridgeChissà perché la memoria cristallizza immagini e circostanze ripulendole dai particolari più prosaici, riflette. Si accorge che tali considerazioni vengono sballottate, come lei, dalla folla che la sgomita su O’Connell Bridge e lei fatica a raccapezzarsi, a riprendere le redini di un pensiero per portarlo a termine. Non conserva alcun ricordo delle bancarelle che, ora, lungo tutto il ponte a cavallo sulla Liffey, ostentano orecchini, spille, ciondoli, triskell, shamrock, claddagh, piccoli strass di tutti i colori puntati su un grande panno di velluto nero. Le sue amiche ciacolano attorno ad un ciondolo che raffigura spirali, cerchi che si avvolgono su se stessi.

Tu che sei l’esperta, secondo te questa è davvero arte celtica?


Non ha memoria neanche dei tanti negozi di là del ponte, delle loro insegne variopinte, enormi. Da alcuni proviene un profumo invitante di cioccolata e zucchero, da altri invece odori stuzzicanti di carne macinata e cucinata a fuoco lento con salse speziate. Non ricorda le macchine, né gli autobus che le accarezzano la gonna con poco riguardo. Per poco non inciampa nella custodia aperta di una chitarra, dove brilla qualche spicciolo. Chiede scusa alla ragazza che canta e non fa caso a lei.

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