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i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Lun, 29/12/2008 - 11:23



«But I'm a creep
I'm a weirdo
What the hell am I doing here?
I don't belong here...
»


»
Inserito da Gaja il Lun, 15/12/2008 - 21:35

«Bisognerebbe sempre essere riconoscenti di un passato condiviso, che sia di sesso, di amicizia o di amore, bisognerebbe rimanere sempre in contatto con chi ci è stato accanto nella vita, sia pure per poco. Questo ci darebbe la certezza che il tempo non rovina ogni cosa, e servirebbe a ricordarci che abbiamo vissuto».

Alicia Gimenez-Bartlett, Nido vuoto, Sellerio

Grazie a Lulù, per avermela mandata e per tante altre cose.

Torno, ogni tanto. Tornerò presto, come prima, e anche di più.

»
Inserito da Gaja il Ven, 24/10/2008 - 17:44


 
Oggi Susanna compie tredici anni! Auguri, nipotina.
Colgo l'occasione per lanciare un invito - suggeritomi da Susanna stessa - a tutti i blogger: il 16 novembre saranno due anni che Sonia Marra si è dissolta nel nulla. La televisione non ne parla più, e nemmeno la radio e/o i giornali. Vogliamo provarci noi? Vogliamo dedicare un post a Sonia, alla sua famiglia? Vogliamo provare a farci sentire sul web? Un mezzo tanto vituperato, e molto spesso usato a sproposito, potrebbe essere in questo caso utilizzato a fin di bene.
Forza, blogger. Unitevi a noi.
E grazie per qualsiasi cosa farete!

»
Inserito da Gaja il Lun, 06/10/2008 - 07:30



È passato del tempo, ma il tempo ha questo vizio (purtroppo, o per fortuna): passa.

Durante il fine settimana appena passato ho molto riflettuto sulle amicizie ritrovate: Ro è magistrato (sono fierissima di te! Non ho mai dubitato che ci saresti riuscito!), Andrea ha fatto carriera anche lui nell'esercito. Sono due ragazzi davvero in gamba (per me saremo sempre ragazzi! ;))

Questa canzone - uno dei brani più belli di tutti i tempi in assoluto (tratto da Cats, musical di Sir Andrew Lloyd Webber) è dedicata ai ricordi - e all'Irlanda, a Kenmare, all'università, al lavoro e alla vita di oggi.

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Inserito da Gaja il Sab, 04/10/2008 - 09:12

Your Song [Elton John]

It's a little bit funny this feeling inside 
I'm not one of those who can easily hide 
I don't have much money but boy if I did 
I'd buy a big house where we both could live 

If I was a sculptor, but then again, no 
Or a man who makes potions in a travelling show 
I know it's not much but it's the best I can do 
My gift is my song and this one's for you 

And you can tell everybody this is your song 
It may be quite simple but now that it's done 
I hope you don't mind 
I hope you don't mind that I put down in words 
How wonderful life is while you're in the world 

I sat on the roof and kicked off the moss 
Well a few of the verses well they've got me quite cross 
But the sun's been quite kind while I wrote this song 
It's for people like you that keep it turned on 

So excuse me forgetting but these things I do 
You see I've forgotten if they're green or they're blue 
Anyway the thing is what I really mean 
Yours are the sweetest eyes I've ever seen 


Oggi è una giornata speciale. Forse questo terribile 2008 mi sta regalando l'evento più bello mai sperato e per il quale devo dire grazie ad Andrea, un mio caro e vecchio amico, e alla sua costanza. Non sto qui a spiegare chi è Andrea, ma è solo per merito suo che sono riuscita a ritrovare Roberto, un amico ancora più "vecchio" (non di età, visto che siamo tutti e tre coetanei ;-)), con cui sono praticamente cresciuta (non di statura, ehm...;-)). Le medie, le superiori, l'università. 

Perciò oggi le sole cose che mi vengono in mente per celebrare degnamente questo avvenimento sono due canzoni. Quella del titolo è dei Queen, e questa, Your song, è di Elton John. Sono due canzoni che hanno rappresentato qualcosa nella nostra lunga amicizia.

Bentornato, Ro.


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Inserito da Gaja il Sab, 13/09/2008 - 08:32

[Questo racconto è frutto di un esperimento nato da una chiacchierata tra Ivano Porpora, un mio amico scrittore, e la sottoscritta. Erano le 10.45. Mi ha chiesto di dirgli un numero da 200 a 2000. Io ho risposto 567, senza peraltro avere la più pallida idea di cosa gli passasse per la testa. Poi mi ha chiesto tre parole - e io gli ho detto: margherita, libro, gatta. E, in ultimo, una parola "brutta", che lui non dovesse scrivere ma che sarebbe stato costretto a esprimere tramite perifrasi: e io ho risposto "cancro". Ivano mi ha ringraziato e ha concluso: "tra venti minuti guarda nella tua casella di posta". Alle 11.05 ho controllato e nella mia casella di posta c'era questo racconto. 567 battute.

Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Ha cominciato a disegnare a sei anni, poi di nuovo a quindici, e a scrivere a diciassette, senza interrompersi mai. Ha vissuto due alluvioni e diversi periodi di Sole, un anno a Siena, quattro a Bologna, tanti nel mantovano.]

Arsène rise un sacco, parlandomene.
“Ho trovato la mia Margaux”, mi disse.
Me lo disse nella nostra stanza grigia. Grigia come nebbia dell'Appennino, di quando mi aveva parlato di come s'era fatto battezzare e sbattezzare e ribattezzare ancora.
La stanza, grigia come l'appennino. Anche la lampadina aveva un dito di polvere, sopra, come se nessuno fosse mai stato in quella stanza.
Mi venne il dubbio che nessuno ci fosse mai stato. Mi venne il dubbio, mentre mi spogliavo come al solito, che nemmeno lui fosse mai stato in quella stanza. Mi venne il dubbio che quella stanza non esistesse che nella mia mente; che questo libro non esistesse che nella mia mente e che, come in molti film era diventato di moda, da Fight Club in poi, Arsène non fosse che il mio avatar. Arsène, il mio Tyler Durden.
La stanza era grigia tranne che per un quadro. Ne aveva appeso uno.
Mi fece sorridere il fatto che il lavoro fosse mio. Aveva preso il mio dipinto della bandiera della marina giapponese e ci aveva scritto sopra CECI N'EST QU'UN TROU.
In lettere rosse come i raggi del Sole.
Entrò Margaux, nuda come noi, ma me ne avvidi solo quando si sedette al mio fianco.
Arsène mi passò un biglietto; lei lo sbirciò, sorrise, poi si sedette e chinò il capo.
“Margaux.
Margaux è una gatta. Margaux è una voglia. Una foglia caduta.
Margaux è un sorriso basso di quelle innamorate che sorridono per niente.
Margaux è il buco sui banchi di scuola. Margaux non è il buco sulla tua bandiera.
Margaux è un volto che non riesci a vedere; Margaux è l'acqua di Malacarne, rossa per quanto è azzurra”.
Sorrisi ancora, ma il suo volto era già basso. Mi sembrò un uomo-lombrico, in quell'istante. Aveva le orbite, che non vedevo, divorate da un dolore che ne faceva una bocca di Bacon. Lo stomaco, che non vedevo, divorato da un dolore che ne faceva una bocca di Bacon. Gli avambracci, tessuti di vene che sporgevano d'un pollice dalla carne; il sesso, perso nella sua criniera di peli ricci.
“Non ci sono margherite nei vostri quadri”, mi disse Margaux.
E sentii che le sue parole restavano sospese nell'aria, anche nel silenzio che ne seguì.
Contai dieci, cinquanta, forse cento secondi. Forse mille, o forse diecimila; secondi come soldati nella foresta, che strappino a colpi di machete e forse a morsi la vegetazione per far passare la loro lunga fila. Secondi tutti vestiti di verde, tutti incazzati; tutti con i baffi tagliati perché gli insetti non vi facciano il nido.
“Non ci sono margherite in questa stanza”, fece Arsène dopo un tempo lungo. Talmente lungo che sembrava un elastico di mutande lasso.
“Non ci sono margherite. Qui ci sono guerre, da quando è venuto Severo, ci sono piccoli ossigeni da respirare. Ma non ci sono margherite”.
Mi girai verso di lei. I capelli, folti come la criniera di peli ricci del mio maestro, mi fecero venire voglia di disegnare.
“Non è vero”, dissi. E intanto pensai 'E' la prima volta che lo contraddico'.
“Non è vero. Guarda la tua donna, Arsène, guarda te. Guarda me, porca miseria. E' pieno di margherite, il nostro mondo”.
“E' un fiore banale, la margherita”.
“I tuoi pensieri sono banali, Arsène. Come sei... povero”.
Glielo dissi, e non disse niente. Ma mi sembrò, per un istante, che sorridesse.

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