i miei libri
Extra Omnes
L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi
Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis
Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"
luoghi dell'anima
Irlanda

Nuova Zelanda
compagni di viaggio
Margot

Moby Dick
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Inserito da Gaja il Mar, 03/07/2007 - 11:03
Luca Tassinari, il mio carissimo Lentore/Lucore, mi ha intervistato. L'intervista (si può leggere qui) è stata pubblicata sul blog collettivo " La poesia e lo spirito" di cui fanno parte molte persone in gamba, e anche parecchi miei amici. Per me è stato un grandissimo piacere aver risposto alle domande di Luca (e per fortuna che si dichiara inesperto in fatto di interviste!), oltre che un onore. Grazie, Luca. Grazie, LPELS!
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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 11:19
Autore, fra gli altri, de Il rappresentante, I veri credenti e Cowboys & Indians. Intervista a cura di Cecilia Ticciati. Cecilia Ticciati: I find your first novel's title Cowboys&Indians very interesting, but what does it actually allude to? Joseph O'Connor: On one level it's simply an ironic title, of course. Movies of the Cowboys and Indians genre encapsulate a certain kind of fervent machismo which Eddie Virago couldn't help but admire (despite his "new man" rhetoric). On another level it's way of importing into the fabric of the text the notion of tribalism which conditions Ireland's political discourse. The problem in the north of Ireland, for example has never been a religious one but a tribal one.
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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 10:24
Autore de Se nessuno parla di cose meravigliose, traduzione di Massimo Ortelio, pagg. 256, € 14,50, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2003 1) Il suo romanzo descrive un mondo di fantasia, di amore, un mondo di sogni. E' un luogo in cui ciascuno vive la propria vita ma, al contempo, anche la vita dei vicini di casa. È un luogo di specchi, di persone che si riflettono negli occhi degli altri, è un luogo di "coincidenze", una sorta di mosaico in cui ogni tessera s'incastra alla perfezione all'altra. All'inizio, sembra un posto alquanto misterioso e strano, ma con il procedere della storia, ci si rende conto che lì si vive la realtà. Come ha avuto l'idea di incastonare i suoi personaggi in un contesto simile?
Il punto di partenza, il nucleo del libro è il concetto di una società contemporanea spezzata o sconnessa, o piuttosto, collegata alle persone e alle "cose" sbagliate - ai media, invece che al prossimo. E la cosa è particolarmente evidente se si pensa che quasi nessuno, negli ambienti urbani, conosce i propri vicini di casa. Il che non implica il fatto che la città sia un luogo alienante, malgrado abbia tutte le potenzialità per esserlo. Infatti, questo romanzo è stato in parte concepito per celebrare i meriti delle città, e in particolare delle differenze in esse contenute che arricchiscono la cultura di chi vi abita. Ho avuto l'idea di prendere una strada e di descrivere, in linea di massima, ciò che vi si svolgeva: sia dal punto di vista degli individui, sia intendendola come parte di un tutto. Mi sono ispirato alla zona di Bradford, dove ho vissuto nei quattro anni precedenti all'inizio della stesura del romanzo, anche se il romanzo non è ambientato specificamente lì. Allo stesso tempo, volevo analizzare a fondo il concetto secondo il quale la maggior parte delle persone, pur vivendo a stretto contatto le une con le altre, non permettono al prossimo di interagire con loro, volevo scrivere di una parte della società inglese che sentivo non essere mai stata abbstanza considerata, né presa in esame: ovvero quella che vive nelle grandi città - il termine "città" non deve essere inteso in relazione al crimine, alla povertà, alla paura e così via, ma dev'essere unicamente legato al concetto della vita nei grandi centri urbani così com'è vissuta da migliaia e migliaia di persone.
Come mai i personaggi del suo romanzo sono senza nome - perlomeno fino a un certo punto della storia? Ha voluto che i lettori potessero essere liberi di identificarsi con le loro vite?
Il fatto che i personaggi siano senza nome è un tentativo di far rapportare i lettori ai personaggi nello stesso modo in cui i personaggi si relazionano tra loro - senza conoscere i nomi degli altri, basandosi solo sulle descrizioni o sulle case in cui vivono. Ho voluto alludere al fatto che è impossibile arrivare a conoscere davvero qualcuno senza nemmeno conoscerne il nome. Alcuni lettori mi hanno detto che il fatto di non "battezzare" i miei personaggi abbia reso loro difficile la lettura del libro, che abbia reso loro impossibile distinguerli; ma dal mio punto di vista è proprio questo il nucleo di tutto. Il fatto di non dare un nome alla strada, alla città, o alla località in cui la strada si trova, è un modo per sottolineare l'universalità delle storie di chi vi abita.
Lei è molto giovane (26 anni, N.d.R.) ciò nonostante ci sono molti personaggi, nel suo romanzo, che sono fortemente legati ai ricordi. Qual è l'importanza e il valore del passato, secondo il suo punto di vista?
Il passato è tutto, davvero. Le azioni, le motivazioni, le convinzioni, i valori e l'abilità di sentire/esprimere le più svariate emozioni sono influenzati quasi completamente dalle nostre esperienze passate; e noi, dal canto nostro, possiamo arrivare a capire chi ci circonda solo comprendendone i ricordi e le vicende passate. E questo spiega perché gran parte del romanzo è popolato da personaggi che ricordano o si riferiscono a eventi del passato: in effetti queste persone portano con sé bagagli di esperienze simili ai bauli pieni di costumi e oggetti di scena che gli attori di teatro portano sul palco. E la dice lunga anche sul perché mi sia - in fondo - difficile spiegare alla gente l'argomento del mio libro.
Mi sono sempre chiesta se, per uno scrittore, sia più complicato dar vita a un personaggio femminile. Come mai ha scelto una donna come protagonista del suo romanzo? E come si è sentito nell'atto di crearla?
Ho scelto la storia della gravidanza prima ancora di decidere che la protagonista dovesse essere una donna - e a quel punto non ho avuto alternative! La vicenda della gravidanza mi ha consentito di dare una forma e una sorta di contesto agli eventi della giornata descritta in quella strada, oltreché un'opportunità per riflettere sul loro significato. Mi sono reso conto che la cosa sarebbe stata possibile solo usando una narrazione in prima persona. Stranamente, non ho trovato nessuna difficoltà particolare nello scrivere la storia di una ragazza - perlomeno, non più di quanto mi sia stato difficile immaginare la vita di un anziano, o di un ebreo polacco, o di una madre musulmana. La situazione in cui si trova, però, improvvisamente incinta e stranamente sola, è una situazione di cui riesco a immaginare l'impatto, se non addirittura le vere e proprie sensazioni fisiche. Devo ammettere che mi sono preoccupato molto del fatto che quando le mie amiche lo avessero letto, sarebbero saltate in piedi e mi avrebbero gridato in faccia: "Ma che vuoi dire? Non è "così" che succede!!", ma per fortuna, finora, non è mai successo...
Il finale del romanzo è veramente commovente, coinvolgente: è come se tutto l'amore esplodesse, spargendo la sua forza e il suo potere dappertutto, come se il tempo e lo spazio non esistessero più; è un atto di fede nei confronti degli esseri umani, della loro energia e delle loro potenzialità. In tutto il suo libro ci sono numerosi accenni al valore della vita (ad esempio, la gravidanza della protagonista è, decisamente, un atto di fede), il fratello di Michael, tenero e sensibile, che muore perché crede che anche il bambino stia morendo, che vive osservando il mondo attraverso le sue istantanee, perché non riesce a trovare il modo di "entrare" davvero nella vita. Una moglie che muore intrappolata dalle fiamme perché il marito non riesce a salvarla... Ho avuto l'impressione che il suo libro fosse, perlomeno in parte, un libro sul potere della vita. Forse si tratta del suo atto di fede nei confronti di quest'ultima?
Sì, in un certo senso è così. Anche se non lo definirei proprio in questo modo, in effetti, un senso di ottimismo ha percorso tutta la composizione del romanzo, insieme alla sensazione che la vita umana sia una cosa molto speciale, piena di potenzialità e degna di rispetto. E la scena, nel finale del libro, in cui il tizio con le mani ustionate pronuncia il nome del bambino e immagina che anche gli altri stiano facendo la stessa cosa assieme a lui; è vero, è come una preghiera, è qualcosa che attiene al potere della vita, sì. E tutto il resto converge in questo concetto, la gravidanza, la serena dolcezza della vita matrimoniale dei due anziani, la varie coincidenze e i legami che s'instaurano tra le persone...
Ritengo straordinaria (che, in questo caso significa "meraviglioso" ma anche "originale") la sua scelta di rappresentare una comunità composta in gran parte da immigrati. E credo sia riuscito a trasmettere pienamente un forte sentimento antirazzista. È una delle conquiste più importanti del suo libro.
La ringrazio, davvero. Apprezzo profondamente la sua osservazione. Poche persone hanno sottolineato questo aspetto. Un critico ha dichiarato addirittura che l'ambientazione era anche troppo inglese, troppo "bianca", al che ho replicato che avrebbe dovuto cercare di rileggere il libro! A dir la verità, lo ha fatto e si è preso il disturbo di dire che lo aveva letto con maggiore attenzione la seconda volta... In ogni caso, sì, la cosa si riallaccia a ciò cui ho accennato poc'anzi riguardo al mio desiderio di rappresentare quella parte della cultura inglese che la letteratura tende a trascurare: ovvero l'ambiente urbano ad alta densità multiculturale - senza che la questione dell'etnìa diventasse il nucleo del romanzo. Quello che m'interessava, in particolare, del contesto che andavo descrivendo, era il modo in cui varie comunità di immigrati, una dopo l'altra, avevamo messo radici lì in momenti diversi, e fino a che punto i loro membri consideravano temporanei o permanenti i loro spostamenti. Ad esempio, negli anni Cinquanta e Sessanta, la prima generazione di immigrati pensava spesso di dover rimanere qui per un breve lasso di tempo, per guadagnare soldi da mandare alle famiglie e alcuni di loro - appartenenti a quella generazione - provano ancora una sensazione ambigua chiedendosi quale sia la loro "casa", mentre i loro figli - che sono nati qui - sono molto più sicuri al riguardo. Ma da un punto di vista locale e circoscritto, il luogo in cui è ambientato il libro è uno di quei posti tipici dei quali le persone parlano sempre sperando di "andarsene" non appena le loro condizioni sociali ed economiche glielo consentiranno - gli studenti e i giovani si trovano a viverci temporaneamente, le famiglie desiderano traslocare in una casa più grande quando se lo potranno permettere, gli anziani sperano di potersi godere la pensione a contatto con la natura - e tutto questo contrbuisce ad intensificare una sensazione di transitorietà, il sogno di non dover vivere lì per sempre. Il che, di conseguenza, porta le persone a non stringere legami d'affetto o d'amicizia con i vicini, poiché questi ultimi potrebbero non rimanere in quel posto ancora a lungo - e ci riporta al "collegamento sbagliato" di cui parlavo all'inizio dell'intervista. Ma tutto questo, forse, rischia di andare un po' oltre il punto della sua domanda...
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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 10:12
Autrice de "L'invenzione del best seller" , pagg. 136, € 13,43, Tranchida Editore, Milano, 2002 Gaja Cenciarelli: Sarà una domanda banale, ma è la stata la prima che mi sono fatta, mentre leggevo il suo libro, così denso di dati, riferimenti, puntellato da analisi approfondite sulle classifiche dei best seller negli anni ’60, su certe tipologie di personaggi. Quanto tempo ha impiegato per scrivere questo libro? Alessandra Contenti: Ho cominciato negli anni Settanta. Allora lavoravo a Napoli insieme a Nando Ferrara e alla sua équipe e si faceva sociologia della letteratura, e c’era nel nostro lavoro un certo impegno politico. Poi questo studio si rivelò più pesante e lungo del previsto, tra l’altro perché non fu facile escogitare una metodologia - infatti vedrà che sono a cavallo tra più discipline, la semiologia del testo, l’indagine sociologica la storia letteraria; alcune parti furono pubblicate su riviste specialistiche quali La critica sociologica, di Franco Ferrarotti, Anglistica, dell’Istituto Universitario Orientale e opere collettive di sociologia della letteratura. Una di queste parti, lunga e dettagliata relativa alle “scuole di scrittura” non è neanche inclusa nel presente volume. Ma erano articoli scritti in maniera estremamente tecnica, per addetti ai lavori. Così ho riscritto tutto, con uno stile leggero, che fosse gradevole per un lettore non accademico. Intanto passavano gli anni
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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 09:51
Autore di La venticinquesima ora, trad. di Massimo Ortelio, pagg. 224, € 14.46, ed. Neri Pozza, Vicenza, 2001 In esclusiva per Sinestetica e Triskell, cinque domande a David Benioff, autore de La venticinquesima ora, pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2001, per la traduzione di Massimo Ortelio. Benioff ha sceneggiato anche il film omonimo, un capolavoro ancora in distribuzione nelle sale di tutta Italia, la cui regia è stata affidata a uno Spike Lee tornato in possesso della sua vena migliore, e che ha raccolto consensi unanimi di pubblico e critica. Il suo romanzo, best seller negli U.S.A., racconta la storia di un piccolo trafficante di droga, Monty Brogan, alla vigilia del suo ingresso in carcere, dove rimarrà per sette anni. Accanto a lui Naturelle, la sua donna, i suoi due amici d’infanzia, Jakob e Slattery, suo padre (che, per consentire a Monty di vivere da uomo libero fino al giorno della sua reclusione definitiva, ha dato in pegno il suo bar), i suoi “compagni di lavoro” Kostya e Uncle Blue, e Doyle, il suo cane. Monty è giovane e bello, e il giorno prima della sua discesa all’inferno, in attesa della sua “venticinquesima ora” ripercorre il suo passato, sapendo che il presente è giunto al termine. E temendo il futuro.
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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 09:45
Autrice di Il centro delle cose, traduzione di Ada Arduini, pagg. 224, € 14.50, ed. Neri Pozza, Vicenza, 2003 Intervista apparsa sul numero 39 di Leggendaria Jenny McPhee è l'autrice de Il centro delle cose (Neri Pozza, € 14, 50, pagg. 224). Ha scritto, insieme con le sorelle Martha e Laura, Girls: Ordinary Girls and Their Extraordinary Pursuits. Ha tradotto in inglese Canone inverso di Paolo Maurensig. Ha scritto numerosi racconti pubblicati sulle più importanti riviste americane: Il centro delle cose è il suo primo romanzo. Abbiamo incontrato Jenny McPhee, una giovane donna arguta e cortese, a Roma e, durante un gradevolissimo incontro, più simile a una conversazione tra due vecchie amiche che a un'intervista, abbiamo avuto l'opportunità di parlare di Marie Brown, la protagonista del suo libro. Marie lavora per un giornale scandalistico, il Gotham City Star, scrive articoli che non può firmare, e viene costantemente sfruttata dai colleghi e dal suo principale. Ha un fratello, Michael, che adora ma con cui non parla da quindici anni, e un amico, Marco, intellettuale free-lance (come recita il suo biglietto da visita), con cui sostiene inesauribili dissertazioni sulla meccanica dei quanti, in una biblioteca di New York. Marie è appassionata di cinema, dei film anni '40, e in particolare di Nora Mars, diva hollywoodiana di B-movies. Dal momento in cui Nora entra in coma, Marie sente che è arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita.
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