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Inserito da Gaja il Gio, 29/12/2011 - 15:01
di Anne Sexton Traduzione di Marilena Renda Abito nel cerchio della città morta e mi allaccio le scarpe rosse. Tutto ciò che era calmo è mio, l’orologio con la formica, le dita dei piedi, allineate come cani, il fornello, molto prima che bollisca il rospo, il salotto, bianco d’inverno, molto prima delle mosche, la femmina distesa sul muschio, molto prima della pallottola. Mi allaccio le scarpe rosse. Non sono mie. Sono di mia madre. Sua madre prima di lei le lasciò come cimelio ma le nascose come lettere vergognose. La casa e la strada a cui appartengono sono nascoste e le donne, anche le donne sono nascoste. Tutte quelle ragazze che indossavano scarpe rosse salirono su un treno che non si fermò. Le stazioni fuggirono come spasimanti e non si fermarono. Danzarono tutte come la trota all’amo. Furono tutte ingannate. Si strapparono le orecchie come spille da balia. Le loro braccia si staccarono e diventarono cappelli. Le loro teste rotolarono e cantarono per la strada. E i loro piedi – o Dio, i loro piedi al mercato – i loro piedi, due scarafaggi che corsero verso l’angolo e poi danzarono orgogliosi. La gente esclamava: sicuramente, sicuramente sono meccanici, altrimenti… Ma i piedi andarono avanti. I piedi non si fermarono. Tesi, come un cobra che ti vede. Erano un elastico tirato, erano isole durante un terremoto, erano barche che si scontrano e affondano. Tu e io non contavamo. Non potevano ascoltare. Non potevano fermarsi. Quello che facevano era la danza della morte. Quello che facevano li avrebbe ammazzati. [L'originale qui: http://collettesimone.wordpress.com/2009/12/08/the-red-shoes-by-anne-sexton/] »
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