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Inserito da Gaja il Mar, 01/05/2007 - 17:35
Avevo visto il mare il pomeriggio prima, appena arrivata. Qualcuno già prendeva il sole. Due ragazzi stavano pitturando le cabine. La velocità non eccessiva della macchina mi aveva permesso di osservare l’acqua. Le spiagge infinite dell’Adriatico. Le immagini si erano incastrate di colpo nelle sagome che per troppo tempo erano rimaste vuote nella mia mente. Il profumo era inconfondibile ed era sempre lo stesso a distanza di anni. Pungeva il naso a ogni respiro, e a ogni respiro perdevo anni. Avevo lo stomaco contratto da una vita che non era più. Poi, durante il resto del pomeriggio e della serata, il mare era rimasto a fissarmi in disparte, dietro le quinte. Serio, austero. Si era oscurato, quasi a rassicurarmi che non mi avrebbe aggredito, che non mi avrebbe imposto la sua presenza, che mi avrebbe graziato, tenendo lontani da me i ricordi e i desideri. Una tregua. Un sospiro di sollievo mozzato, con la consapevolezza che non c’è niente di più cruento della guerra che riprende dopo la sospensione delle ostilità. Mi era venuta in mente la phoney war, la “guerra fasulla” che aveva preceduto il vero e proprio scoppio della Seconda Guerra mondiale. Nessuno era morto. O quantomeno così si credeva. Ero stata aggredita dal pensiero che, invece, davanti a quel mare erano morte parecchie parti di me, che l’acqua le avesse disciolte dentro di sé, e non me le avrebbe restituite mai più. Il sonno. In una camera più mia di certe case, con pareti che in una sola notte hanno assorbito in sé la mia pelle e le mie emozioni, stampandosele addosso. Ogni angolo si adattava alla perfezione ai miei. Perché non c’erano angoli, ma solo rotondità accoglienti nelle quali mi rannicchiavo, al sicuro. E poi la mattina dopo. Uno spiraglio di sole dietro la tenda. Mi alzo, mi lavo, mi vesto, e la camera è ancora al buio. Non mi sono nemmeno avvicinata alla finestra, non ho sbirciato e non voglio farlo, prima di essere pronta, pur sapendo che non lo sarò mai. Sono sola. E felice di esserlo. Felice di vivere questo momento senza dover parlare, né sorridere, né contenere ciò che sta per esplodermi davanti agli occhi e, di conseguenza, dentro di me. Sono felice di consacrare questo attimo alla mia solitudine infinita, l’unica creatura cui un tempo consentivo di accompagnarmi sul molo a fissare il mare. Felice perché so che non dovrò spiegarmi niente e che potrò scoppiare liberamente, che io capirò me stessa, che solo io e nessun altro sarà in grado di farlo, e che, in fondo, non ho mai permesso a nessuno di entrare in certi fiotti della mia vita. “Come si fa a esprimere l’infinito con mezzi finiti? Se le parole sono mezzi finiti, come possono dar vita all’infinito? È così cieca la tua fiducia nelle parole?”, mi diceva Roberto quando, davanti al mare, parlavamo di scrittura, della mia fede assoluta nel potere delle parole. So che dovrò scrivere di questo momento ma so anche che nell’attimo che sto per vivere non ci saranno parole, non esisterà l’esprimibile, il codificabile. So che mi si agiteranno nel petto, si accumuleranno e so che le dovrò tenere a bada, ricordarle. Mai come in questo momento sono stata tanto consapevole del mio corpo di donna. Tengo gli occhi chiusi e con una bracciata decisa, a testa bassa, scosto la tenda pesante. Apro la finestra, esco sul terrazzino. Mi stringo lo stomaco tra le braccia perché ho respirato il profumo della mia vita, ed è stato come mangiare a quattro palmenti dopo un mese di digiuno. Troppo, tutto in una volta. Ho paura di aprire gli occhi. Appoggio le mani sul marmo freddo del terrazzino. La luce è giallo pallido, un po’ fredda, molto accecante. È una patina traslucida sul cielo e sul mare. Sono al quinto piano, e c’è la spiaggia, lunga, chiara, bianca. La mia. E il mare, con zone più scure e più chiare, infinito. Il mio. Di nuovo quella sensazione di riconoscimento, di nullificazione dello spaziotempo, come se io fossi sempre la mia vecchia me. Quella che continuo a nutrire dentro me, l’unica che voglio essere, cui resto aggrappata con ogni angolo della mia anima malgrado la vita tenti ogni giorno di trafiggerla, di annientarla. Dal petto mi sale una marea che arriva in gola. Sento i muscoli tendersi, pro-tendersi verso l’acqua e la sabbia. È lì che dovrei essere, è quello il posto. Il mio. Vorrei buttarmi sulla spiaggia, prona, affondare le mani nella rena chiara e fina, diventare una conchiglia, un’alga. Vorrei accarezzare quelle increspature d’acqua che si fanno sempre più alte perché è il vento a essersi alzato. Io dovrei essere lì. E tutto il mio corpo grida “Perché no?” È mio, questo posto. È il mio posto. Io devo marcarlo, devo lasciare una traccia, imprimermi nella sabbia. Sono un animale, il mio corpo è un animale in gabbia che vuole circoscrivere il suo territorio. Questa mia animalità mi spaventa, mi ha sempre terrorizzato. Non si sa mai cosa passi per la mente di un animale. Gli animali sono imprevedibili. Soffro, avverto una mancanza, un vuoto. Non c’è niente sotto le mie mani, niente sotto i miei piedi. Stringo aria, calpesto il nulla. Sento che il mio corpo smania, si tende ancora di più. Ma è fermo, inchiodato all’inazione. All’improvviso vedo la mia amica. Sta tornando dalla spiaggia, ha la giacca buttata sulla spalla, cammina guardando in basso. Il suo passo è placido, giusto. Soffro, soffro, sto male. Avrei dovuto esserci io, lì. Mi contorco, lo stomaco si chiude. Io so cosa significa passeggiare in riva a questo mare. Un singhiozzo, ma non riesco a piangere. Eppure dovrei, sarebbe meglio, sarebbe un grido, significherebbe uscire. Di cosa ho paura? Di essere davanti al troppo? Di trovarmi faccia a faccia con un futuro che è passato da vent’anni? Di amare più il mio passato che il mio presente? Perché non sono lì? Perché non sono uscita presto, come quando ero più giovane, al mare? Tutti quei “no” mi pesano sul petto, mi soffocano. Tutti quei “perché” mi schiantano, so che sono domande retoriche, so benissimo che ho amato la mia vita passata tanto da non poter più rischiare di trovarmi faccia a faccia con quell’amore che sgretolerebbe tutto ciò è. Tanto sono concentrata sui movimenti del corpo della mia amica che mi pare di sentire il profumo del mare, la carezza della sabbia. Mi sembra di avvertire i granelli nelle scarpe. Mentre la mia mente urla: Vai! Scendi! Corri! Rimango immobile. Non c’è tempo, mi dico, lei è quasi arrivata, è inutile che io scenda. Non è vero! Riprenditi te stessa! Non c’è tempo. Mentre la mia amica fa un ultimo passo sulla spiaggia, la lascia e tocca l’asfalto, io sento gli occhi riempirmisi di acqua. La mia.
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Grazie a te
Inserito da Anonimo il Mar, 01/05/2007 - 20:59Questa è la traccia che ha
Inserito da Gaja il Mar, 01/05/2007 - 21:37Troppa grazia e troppa Gaja
Inserito da MS il Mar, 01/05/2007 - 23:46Dimenticavo!!
Inserito da MS il Mar, 01/05/2007 - 23:47Cerrrrrto! In realtà ci
Inserito da Gaja il Mer, 02/05/2007 - 07:40spiaggia
Inserito da Anonimo il Mer, 02/05/2007 - 08:46Credo proprio di sì. Sono
Inserito da Gaja il Mer, 02/05/2007 - 09:47Morte per acqua
Inserito da Lucio Angelini il Mer, 02/05/2007 - 10:26Sempre Eliot, eh? :PPP
Inserito da Gaja il Mer, 02/05/2007 - 10:40Leggere tutti Extra Omnes, subito!
Inserito da Anonimo il Mer, 02/05/2007 - 12:16La memoria non t'inganna
Inserito da Gaja il Mer, 02/05/2007 - 13:32Non temo
Inserito da Anonimo il Mer, 02/05/2007 - 22:48chi sarò mai?
Inserito da Anonimo il Mer, 02/05/2007 - 22:49"Dal petto mi sale una marea
Inserito da Anonimo il Gio, 03/05/2007 - 00:15@sgnapis. Nemmeno io temo
Inserito da Gaja il Gio, 03/05/2007 - 07:35Adriatico
Inserito da Anonimo il Gio, 03/05/2007 - 17:57L'Adriatico è il *mio* mare
Inserito da Gaja il Gio, 03/05/2007 - 18:02Sull'acqua
Inserito da Anonimo il Ven, 04/05/2007 - 19:03È l'unico motivo per cui
Inserito da Gaja il Ven, 04/05/2007 - 19:41La tua amica che ha passeggiato...
Inserito da Anonimo il Lun, 07/05/2007 - 20:37Scriverle era - è - per me
Inserito da Gaja il Lun, 07/05/2007 - 21:07