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Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

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Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Ven, 09/03/2007 - 19:29
SpiaggiaScendere non sembra difficile. Ci sono dune a perdita d’occhio che digradano fino alla spiaggia con qualche ciuffo di vegetazione qua e là. C’è l’Oceano Pacifico davanti alla riva (la sola idea scardina porte blindate che fino a qualche minuto fa ho pensato inespugnabili, piantate nel terreno della mia anima). La spiaggia mi sembra infinita, un concetto inesprimibile. Macchie marroni distese sulla sabbia (mi accorgerò solo dopo che si tratta di leoni marini).
Sono arrivata in Nuova Zelanda due giorni fa. Quando, sull’aereo, la hostess ha avvisato che stavamo per atterrare all’aeroporto di Christchurch, io avevo le cuffie alle orecchie: ascoltavo The Ghost of Tom Joad. Cantavo sommessamente e, sentendo quelle parole diffuse dalla cabina di pilotaggio, i miei occhi sono diventati liquidi.
In a cardboard box neath the underpass
Got a one-way ticket to the promised land

Al momento di scendere dall’aereo mi sono guardata intorno come se stessi lasciando una casa che mi aveva resa felice.
Grazie per aver volato con Emirates.
Scruto la spiaggia. Sono a Dunedin, nella penisola di Otago, sull’Isola del Sud. È l’otto dicembre, e qui dovrebbe essere estate. Invece no, quantomeno non oggi. Il tempo è meravigliosamente grigio, fresco, con le nuvole che pesano, con il cielo che sembra quasi volersi poggiare sulla testa della gente per quanto è gravido.
Il nome maori della Nuova Zelanda è Aotearoa. Ossia the land of the long white cloud. La terra della lunga nuvola bianca.
A me piace il cielo plumbeo. Mi piace quella sorta di mistero che lascia intravedere e che suggerisce l’urgenza di qualcosa, ma soprattutto mi piace tutta la luce che sembra voler esplodere tra una nuvola e l’altra, perforando quelle forme gonfie di ogni tonalità di grigio. E mi piace ciò che si apre dentro di me sotto quel cielo: flussi di parole, di pensieri, un magma di creatività e di vita. Tanto fuoco, tanto rosso che viene voglia di affondarci le mani e di immergercisi completamente per assorbire la vita e dimenticare la paura del vuoto, del non essere.
Sono vestita pesante, come se stessi in Italia: ho le calze, le scarpe, un piumino addosso. La gonna è stretta, forse mi creerà dei problemi. Ma la discesa sembra dolce.
Il pensiero della sabbia che mi entra nelle scarpe, che si infiltra nelle calze mi fa rabbrividire di fastidio: so già che sarà difficile liberarmene. Dovrò stare attenta.
They say you gotta stay hungry
hey baby I'm just about starving tonight
I'm dying for some action
I'm sick of sitting 'round here trying to write this book

Credo che scenderò. Voglio arrivare in fondo, mettermi al centro di quella spiaggia infinita, rovesciare la testa all’indietro, guardare davanti a me e sentirmi davanti all’Oceano, sola, a pochi metri dai leoni marini. Voglio diventare un’altra, una diversa versione di me che rimarrà per sempre qui. Voglio pensarmi in questo diamante quando mi servirà, quando mi sentirò sprofondare.
Prima di arrivare alle dune che scendono verso il mare c’è un sentiero di pietra: è strettissimo, scivoloso, in alcuni punti formato da scalini di pietra. Tremo, il ricordo della frattura non mi abbandona mai. È come se avessi ancora il gesso, malgrado siano passati tre anni e mezzo. La sinistra per me è e sarà sempre la mia gamba marcia. I passi sono incerti, lentissimi. Sudo: per la tensione, per la paura di cadere, perché la gonna è stretta e mi impedisce di muovermi come vorrei, come avrei dovuto. Non avevo idea che mi si sarebbe prospettata questa passeggiata. Sul sentiero non c’è nessuno, nemmeno sulla spiaggia, e per quanto io riesca a vedere, neanche sulle dune di sotto (È questo che mi ha attratto, che mi ha risucchiato: tutta quell’assenza, così piena di me). Potrei togliermela. Potrei. Ma alcune delle mie porte sono e rimarranno sempre inscardinabili, blindate, sbarrate.
Quando il sentiero termina, le dune alte e morbide sembrano un deserto. Anche le piccole onde che il vento modella sulla sabbia mi fanno sobbalzare. C’è sabbia a perdita d’occhio. Eppure da dove mi trovo io sembra che i passi da fare per arrivare alla spiaggia siano pochissimi.
Sento una goccia sui capelli, compaiono macchioline scure sulla sabbia. Vedo l’Irlanda ovunque. Anche qui, dall’altra parte del mondo, tra l’Australia e la Polinesia Francese. Sono dall’altra parte del mondo, io. Dodici ore di fuso orario. A venticinque ore di volo dall’Italia. Dall’altra parte del mondo.
In una terra, fino ad allora, solo sognata. Sapevo che c’era perché la vedevo sulla carta geografica. Ma lo stupore con cui ho aperto gli occhi sulla sua gente, sulle città, sulla sua vita è stato simile a quello di un bambino che per la prima volta dà i nomi alle cose, e capisce che il piano orizzontale quadrato o tondo sorretto da tre o quattro gambe si chiama tavolo.
Sto vivendo dall’altra parte del mondo. Nel posto più lontano dall’Italia dopo la Polinesia Francese. I neozelandesi definiscono ironicamente la loro terra downunder.
Le dune non sono poi così basse e i passi, quindi, non sono pochi. I miei piedi affondano nella sabbia. Sento i granelli solleticarmi la pianta, graffiarmela. La sabbia è così bella, così pulita, chiara. Vorrei tuffarmici, annullarmi. Non è fastidiosa, non mi crea disagio.
Ha smesso di piovere, ma il cielo è sempre plumbeo, trafitto qua e là da lame di sole.
Sudo, adesso, ma per la fatica, perché il cammino è lungo non perché abbia paura di cadere e di fracassarmi qualche osso. E sono felice di sudare, sono serena. Mi sto liberando di quel timore, è come se dai miei pori colasse via la paura, sono libera e sono quasi arrivata. I leoni marini sono giganteschi. Nel retro della mia mente un pensiero bussa insistemente ma io non lo lascio entrare.
Davanti all’Oceano esplodo.
E vedo ogni piccolo frammento di me spargersi ovunque, schizzare verso il cielo, alla mia destra e alla mia sinistra, nell’acqua. La sensazione che ho provato appena di fronte all’Oceano, in mezzo alla spiaggia deserta - lunghissima, larghissima, mia - è stata troppo devastante per tenerla dentro. Vedo una mano atterrare tra le onde violente, un ciuffo di capelli svolazzare nel vento, le gambe sparate verso il grigio del cielo, e pezzetti ancor più piccoli di pelle diventare iridescenti, colorarsi a seconda della luce come minuscoli coriandoli di cristallo. Vedo la me stessa che non è più dall’alto, perché i miei occhi fluttuano sopra all’Oceano. Sono libera.
Quel che è rimasto di me, e che non è più corpo, si avvicina alla riva, cammina nell’acqua. Quel che è rimasto di me è la volontà, e la volontà mi impone di bagnarmi nell’Oceano. Mi chino, e il mio non-corpo accarezza l’acqua dell’altra parte del mondo. Mi drizzo di nuovo, mi metto controvento. La gonna si appiccica alla mie non-gambe. Io ormai sono pura emozione, non c’è niente di fisico in me. Se dovessi associare un’immagine alla libertà, sarebbe questa. Sarebbe un non-corpo, sarebbe la sola volontà.
Rimango lì, a tuffarmi nel silenzio, mentre parti di me nuotano nell’Oceano e altre membra riposano, abbracciate dalla sabbia.
Sempre sola.
Perché in Nuova Zelanda vivono quattro milioni di persone e due terzi sono nell’Isola del Nord, che è la metà dell’Isola del Sud, più selvaggia e di una bellezza più feroce. La superficie della Nuova Zelanda ha un’estensione quasi pari a quella dell’Italia.
È una solitudine che mi crea e mi ricrea, perché di secondo in secondo sento tornare la mia fisicità, mi accorgo di avere i piedi bagnati e i capelli pieni di sabbia. Mi accorgo di star guardando l’Oceano e la spiaggia. Alla mia sinistra vedo un leone marino addormentato. Accanto a lui dev’esserci ancora una delle mie mani. Ma forse no. Forse non si tratta di una mano. È una sagoma informe e scura.spiaggia
Mi avvicino: sono alghe. Alghe enormi, che sembrano fruste di gomma, lunghissime. Qui tutto è più grande, tutto è decuplicato, anche la solitudine. Solitidune. Solite dune.
Mi volto di scatto: due surfisti stanno per buttarsi tra le onde. Corrono verso l’Oceano.
Non sono più sola e quindi è arrivato il momento di andarmene. Raccolgo gli ultimi pezzi di me che incontro sulla sabbia, prima di tornare sui miei passi, verso il sentiero.
Ma prima del sentiero quel che mi trovo davanti è un muro di sabbia. Verticale. Perpendicolare alla spiaggia. Sarà alto circa venti metri, se non di più. Rimango gelata dalla consapevolezza che il pensiero che bussava alla porta della mia mente, poc’anzi, era esattamente questo: tornare su non sarà altrettanto facile. Sicura di riuscirci?
Guardo freneticamente a destra e sinistra, e dietro di me, e d’un tratto quella solitudine mi sembra fittissima, mi preme addosso, è un collante che attacca definitivamente tutti i pezzi di me schizzati ovunque pochi minuti fa.
Non ce la faccio. Non ce la farò. Il primo passo mi affossa nella sabbia. Non mi sono mossa di un centimetro, la sabbia cede e sprofonda e io con lei. La mente non ha più pensieri. Se dovessi associare un’immagine al panico sarebbero linee aguzze, affilate, sarebbe un’immagine mobile, confusa, e un urlo, un gelo nello stomaco.
Devo tornare a essere pura volontà.
Ma non posso, non sarò mai più come prima, ora il mio corpo è tornato, ho i piedi bagnati, la gonna stretta, il piumino che mi pesa addosso come se fosse di piombo. Un’altra falcata: cerco di coprire quanta più distanza possibile con un solo passo, già sapendo che la sabbia mi riporterà indietro.
E infatti è così.
Mi sembra di affogare. Non arriverò mai, non ce la farò.
Non guardare in alto, non guardare il muro.
Alzo la testa e guardo il muro. Scoppio.
Le lacrime scendono mio malgrado. Faccio un altro passo e di nuovo la frustrazione mi fa singhiozzare. Di colpo mi sento due in una, non riesco a far uscire da me quella che urla, che ha paura, che grida no, è impossibile.
Non so se fatico di più a ignorarla o ad arrampicarmi. Perché è questo che sto facendo: mi arrampico, carponi, e a ogni movimento so già che sprofonderò un poco. Mi allungo e scivolo. Mi allungo e scivolo. Ma riesco comunque a conquistare qualche metro.
Non guardare in alto. Non guardare quanto manca.
Mi aggrappo ai ciuffi di vegetazione. A volta resistono, altre volte li strappo via e scivolo, vanificando tutti i miei sforzi. Ho la sabbia a pochi centimetri dal viso: di nuovo vedo comparire quelle macchioline scure. Piove.
You can’t start a fire without a spark.
Continuo a salire.
Piuttosto, guarda dietro di te. Se guardi quanta strada hai fatto capirai anche quanta te ne manca.
Mi volto e la spiaggia senza fine e l’Oceano sono lontanissimi, in basso. Stento a credere di esser già riuscita a salire così in alto, di essere arrivata a questo dislivello. Mi fanno male le gambe, le caviglie, i polpacci. Ma soprattutto le braccia, in continua tensione, alla ricerca di un appiglio che non sempre trovano, costrette a bilanciare il mio corpo, impedendogli di perdere l’equilibrio. È quello il mio terrore: rovesciarmi, cadere di schiena, rotolare all’indietro, tornare al punto di partenza.
Hey there, baby, I could use just a little help.
E continuo a guardarmi alle spalle, la spiaggia s’ingrandisce, il mio campo visivo si allarga, vedo il percorso in salita che ho fatto finora, con gli occhi abbraccio la scena che circa un’ora fa mi ha risucchiato.
Finché il mio piede non sbatte contro la pietra.
Mi alzo in piedi e sentirmi di nuovo verticale mi fa tremare le gambe.
Io sono verticale, ma vorrei essere orizzontale.
Comincio a salire i gradini scivolosi e lucidi di pioggia. Non sono Sylvia Plath. Vacillo, le cosce e i polpacci si muovono per conto proprio, io confido nella mia volontà, che le tenga incollate alla pietra. Mi rendo conto che la fatica di prima mi ha fiaccato e che avanzo con la schiena curva.
Arrivata in cima mi volto. I leoni marini sono tornati a essere informi macchie scure, i surfisti sono due puntini che si muovono al largo. La spiaggia però sembra ancora sconfinata, anche da qui. Ma il muro di sabbia non si vede. Da quest’altezza ci sono solo dune morbidamente confuse una nell’altra, dolci, inoffensive. Il muro di sabbia scompare sotto il sentiero.
Piove ancora.
Amo questo cielo forato di luce.
Mi fermo un attimo a guardarlo, con la testa rovesciata all’indietro. La ghiaia sotto i piedi è ancora troppo dura per camminare speditamente.
I’m on fire.
Mi volto di scatto come se avessi sentito gridare il mio nome e sopra all’Oceano vedo – inconfondibili – i miei occhi che fluttuano sorridenti sopra la spiaggia, al centro di un vortice formato da minuscoli coriandoli iridescenti.
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GRAZIE

Grazie perchè questo tuo scritto mi permette di raggiungere, vedere, gustare luoghi lontani che altrimenti resterebbero solo nella mia immaginazione e nelle sbirciate avide alle pagine di un atlante. Grazie perchè nelle tue parole, nella tua difficile arrampicata, vedo me stessa, sparsa anch'io per l'oceano e sdoppiata tra fatica e libertà. Grazie per avermi concesso di sognare un po'. Un bacione con tanto affetto. Ramona
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commento

sembra di essere in viaggio con lei... si legge, si socchiudono le palpebre e si vola fino a scendere a terra e a sentire la sabbia dentro le scarpe, il profumo di questa nuova terra inesplorata o poco esplorata... Moon
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passeggiata?

non l'ho ancora letta ma se questa passeggiata è come quella veneziana, se ne sentiranno delle belle. Intanto lascio un primo commento gaja stupenda e poi torno. maria strofa p.s. c'è dell'acqua? c'è? :)
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@Ramona. Grazie. Le tue

@Ramona. Grazie. Le tue parole sono particolarmente preziose per me, lo sai. Grazie per aver "capito".

@Moon: sono felice che tu abbia viaggiato con me, che tu abbia passeggiato insieme a me in questa spiaggia un po' madre un po' matrigna.

@Mary: caspita se c'è l'acqua! Ti basta l'Oceano Atlantico? ;)) Baci, tesoro. 
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A TE BRUCO CHATWIN

A te Bruco Chatwin te fa na pippa, te fa... [questa l'ho copiata da Lucatassa, lo ammetto]:- )
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è bello camminare in una valle gaja

"Amo questo cielo forato di luce. Mi fermo un attimo a guardarlo, con la testa rovesciata all’indietro. La ghiaia sotto i piedi è ancora troppo dura per camminare speditamente." certo che se ogni passo che fai è un racconto, una poesia, un dipinto, una suggestione del genere devi assolutamente farti avanti come testimonial della valleverde! scherzo gajuzza, lo sai che sono una tua grande e fedele fan. perchè si sente che quando scrivi ci metti il cuore di molte, anzi mi allargo, di tutte le donne. un bacione cp
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@Lucio: torturatore che

@Lucio: torturatore che gioca con l'ironia, qui è in ballo la mia autostima, orsù! dimmi la verità... era un complimento, vero?:-)) (pregò lei, a mani giunte:-))

@Cipì: un bacione anche a te. Economicamente parlando, prendere i soldi che sono andati a Kevin Costner quando ha fatto la pubblicità della "Valleverde", non mi farebbe schifo... :-))
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che meraviglia!

ho scalato il muro di sabbia con te, respirato il vento dell' oceano, i capelli tutti scompigliati, perché dove si fa il surf c' è un vento dell' accidenti ... si può tranquillamente andare in pezzi. gattarandagia
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un giorno

un giorno, gaja dovrò scrivere "passeggiate con gaja" sì da affiancarlo a "passeggiate con "Walser" - Questa passeggiata neozelandese è una meraviglia, perfino epica; mica una passeggiata delle mie solite alla De Maistre, quando alla fine, ergendosi, si vede solo la faccia dei condòmini di fronte! Non l'hai detto ma si è stupito persino il leone marino nel vederti lì a fotografare cotanta natura per restituircela. Ma sei riuscita a carpire i segreti della navigazione a vela in quei giorni? Eri una spia di luna rossa? Andavi di bolina? Hai strambato? Non puoi dirci tutto? Ah ma lo saprò, lo saprò. Un bacione gaja, passeggia tesorona santa passeggia :) maria strofa
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Io ero con te

però vorrei partire adesso:) Che ho bisogno di aria, di nuvole piene di acqua, di sole che piacchia per uscire, di vento che scompiglia la chioma e pulisce i pensieri, di un un silenzio amico in un sorriso. Sono certa che il tuo sarebbe quello giusto. Anche io non sopporto la sabbia nelle scarpe, perchè mi piace tanto sentirla sotto i piedi. Un bacio Sgnapis
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Vero.

Hai compreso alla perfezione, gatta. Si va in pezzi, altroché... e ci si ricostruisce meglio di come si era prima...
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Mary, se me lo dici tu

Mary, se me lo dici tu passeggio, altroché. Grazie. "perfino epica": non speravo tanto.
(Quanto al resto: ma va', non ho carpito un benemerito granché. Avevo lasciato gli occhi lì, sopra all'Oceano e quelli si sono distratti a osservare le onde e l'infinità della spiaggia e dei muri verticali di sabbia. Sono sempre la solita, anche quando vado in pezzi... ) Bacioni, tesora.:***

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Quando si parte? Ho lo

Quando si parte? Ho lo stesso tuo bisogno del profumo dell'aria, del vento, di quel tutto. Anche io adoro la sabbia sotto i piedi. E, in generale, camminare scalza. Un bacio a te, tesora. Sorridiamoci sempre.
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bello quel

bello quel "solitudine/solite dune" se non ti spiace, ci ricamo un neolemma onomatopeico: solidudine (o, se preferisci, solidune) p.s. noto con soddisfazione che hai imparato ad apprezzare la sabbia nelle scarpe..
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ops,

il commento sopra è mio gabryella
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il fatto di averti ispirato

il fatto di averti ispirato mi lusinga, gabryella. Con il tuo genio puoi fare e dire e scrivere quel che vuoi. 
p.s. Sì. La apprezzo. E in certe circostanza apprezzo anche di infilarmi in acqua con tutte le scarpe, come avrai letto. Un abbraccio. Grazie di cuore.
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Sicura di non essere Abbado?

"Tutta quell’assenza, così piena di me". E poi i mille frammenti del corpo che diventano mondo. (Lì ho rivisto il mio gatto, quello che immaginava di dilatarsi fino a coincidere con l'universo intero). Tu non è che passeggi, Gaja, tu esegui quello che vedi come se fosse una partitura.
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C'è post per te

cippirimerla:) sgnapis
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levia gravia

queste tue passeggiate, diventeranno un libro, un bel libro, me lo sento; echi di Walser ma è Cenciarelli: un passo lieve, quasi magico, un tocco di penna affascinante. brava, continua, please! ozarzand
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Ozardand, carissimo! le tue

Ozardand, carissimo! le tue parole - considerando la stima che ho per te come narratore e come tutto il resto - sono davvero preziosissime. Grazie di cuore. Grazie perché mi leggi. Un abbraccio.
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Son io, Pubblivora, ciao!

Non sono mai stata in nuova Zelanda ma i viaggi sono parte irrinunciabile della mia vita. Dovresti scrivere di viaggi, Gaja. Ps: quella cosa che ho ordinato non mi è mai arrivata! Mai!
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Grazie, Pubblivora! Non lo

Grazie, Pubblivora! Non lo avevo mai fatto (in genere i miei argomenti fissi sono altri) ma vedo che mi piace molto... 
Quanto al resto: SOLLECITALI! Non è possibile... (un bacione!)
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oh, Gaja

che bello... "Voglio pensarmi in questo diamante quando mi servirà, quando mi sentirò sprofondare". Di sicuro ti sarà riuscito. Un bacio Biancanera
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Grazie, Bianca. Riuscito non

Grazie, Bianca. Riuscito non saprei, ma ci provo...
Un bacione a te

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SimOnTheRoad Le comunica:

che Lei sa veramente emozionare. Questo racconto è piacevole come la brezza leggera di un tramonto settembrino sul mare. D'altronde, vedo sulla colonna di sinistra che Lei è una scrittrice. Pertanto, una maga delle parole, e delle sensazioni. Great.
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SimOnTheRoad, lei è di una

SimOnTheRoad, lei è di una gentilezza commovente, ed è davvero troppo buono con me. Mi spiace unicamente di aver notato solo adesso il suo commento. Le scrivo in privato. Un abbraccio. 
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