Sinestetica.net - Letteratura in ogni senso
  • Home

login utente

scambia informazioni

Condividi contenuti

i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Lun, 02/11/2009 - 16:44

Io.
L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi!
Io cammino e la strada mi è amica.
Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io.
Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo.
Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa.
Epifania.
Ia.
Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva.
Per arrivare in via Salaria, alle spalle del Quartiere Coppedè, attraverso un numero imprecisato di piazze. Piazza San Silvestro, piazza Colonna, piazza Barberini: in ciascuna sento esplodere un fuoco che brucia sotto la pelle, sempre a sinistra.
Sono circondata da piazze, ma vivo in una via piuttosto stretta. Il palazzo di fronte dista dalla finestra della stanza in cui lavoro solo un pugno di metri in linea d’aria. Il mio corpo è sempre pieno di occhi.
Ogni volta che esco, o che mi affaccio, mi trovo al centro di un lugubre triangolo: a destra, rispetto al mio portone, c’è via delle Coppelle. Nel 1994 una mia ex compagna di classe è stata trovata morta per overdose nell’appartamento di un vecchio palazzo. A sinistra c’è via della Campana. Un paio di giorni fa ho saputo che un’altra mia ex compagna di classe è morta di cancro, da circa due anni. Sia via delle Coppelle che via della Campana sono due strade anguste, più simili a vicoli che a vere e proprie vie. Sono due braccia fatte di palazzi e sampietrini. Ma io sono stanca degli arti, degli occhi, della testa, dei frammenti. Io voglio la visione completa, voglio il corpo intero.
Io.
Sono nata e cresciuta qui. In questo ventre opprimente che, in una sorta d’infinita gravidanza, mi ha trasmesso tutte le sostanze nutritive necessarie a sopravvivere. Prima dell’incidente camminavo pochissimo. Ora, quando posso, arrivo ovunque usando le gambe.
Qualcosa è cambiato.
In questo lunedì mattina, durante il quale Roma è grigia e liquida, mi guardo intorno e penso e sento. Dopo anni di coma emotivo, d’immobilità e paura – sono stata simile alla Dublino di Joyce: ero una sorta di città ferma e stagnante – questa passeggiata significa rientrare nella mia vera vita. È come se, da sotto le strade, un’enorme mano stesse penetrando nel mio corpo, impossessandosene. Ed è come se, per appassionata osmosi, tutti i miei flussi vitali si trasmettessero alle viscere di Roma, che pulsa sottoterra. Lei è in me più che mai, oggi. E io sono in lei.
È la mia ultima seduta. D’ora in avanti dovrò camminare da sola. La mia gamba sinistra dovrà imparare a dettare l’andatura, ad accogliere anche lei il peso del mio corpo e a non lasciarsi trascinare dall’altra. La mia gamba sinistra non tornerà mai più come prima: il polpaccio è irriducibilmente più magro, le cicatrici grandi ed evidenti, la caviglia sempre gonfia, il muscolo quasi invisibile anche quando è in tensione. Per troppo tempo non ho potuto usarlo, e lui ha perso l’abitudine (la voglia?) di esistere. Si è dimenticato come si fa a vivere. Ma, a quanto pare, da quel che dice la fisioterapista, ormai è in grado di cavarsela, malgrado spesso si nasconda dietro al ricordo del letto e della sedia a rotelle per paura dei rischi che comporta l’autonomia.
Ia.
Piove e sono all’imbocco di via Veneto: ho appena superato piazza Barberini. Una volta non sarei mai uscita sotto la pioggia, mai da sola, mai a piedi. Una volta la prima parte di via Veneto, tutta in salita, mi avrebbe spaventata, mi sarei fermata ogni due minuti, avrei avuto il fiato corto, sarei arrivata stremata. Una volta non riuscivo a camminare senza guardare a terra.
La prima volta che ho distolto gli occhi ero a piazza Colonna: mi dicevo: Dai, prova. Non puoi aver dimenticato come si cammina! Ho infilato quattro passi consecutivi senza controllare dove stessi mettendo i piedi. Trattenevo il respiro, e benché fosse inverno, sudavo.
Al quinto passo non ce l’ho fatta più. Ho abbassato lo sguardo. Ho ripreso a respirare. La tensione si è sciolta. Ho avuto tanta paura da non poterla esprimere. E al tempo stesso ho pensato: Ce l’hai fatta. La stessa fierezza provata quando ero riuscita a preparare il caffè da sola, in cucina, senza l’aiuto di nessuno. Io e le mie stampelle.
Piazza Colonna era quasi deserta, quel giorno d’inverno di tanti anni prima. Il cielo era talmente limpido che non ci si poteva nascondere, non c’era modo di fuggire dalla realtà.
Adesso sono all’inizio di via Boncompagni e nemmeno mi sono accorta della strada che ho fatto. Adesso, quando cammino, mi concedo il lusso di riflettere, di distrarmi. All’angolo con via Veneto svetta l’Excelsior: a quindici anni, per la prima volta nella mia vita, mi sono accalcata sotto le finestre dell’albergo insieme a una folla di adolescenti ululanti per sperare di vedere Simon LeBon e il resto dei Duran Duran.
Sorrido, passandoci davanti. Sorrido ai ricordi, a un passato di risate. Poi c’è stato lo iato dei sentimenti non provati.
Via Boncompagni è dritta e lunga, la strada non è sconnessa. Sarebbe stata la via ideale da percorrere subito dopo l’incidente: senza sorprese, senza rischi. Ora la trovo noiosa, e mi sbrigo ad arrivare a Corso Italia. Ho deciso di seguire il percorso del 53. Mi piace, si cambiano tante strade, passa anche davanti a Villa Borghese. I miei occhi e il mio corpo si adattano allo spazio.
Io.
Cammino con i tacchi. Impensabile, fino a qualche mese fa. Io che non vacillo più e cerco il mio posto.
Roma ce l’ho sulla pelle, nelle viscere. Da quando cammino, Roma è ancora più mia, e io sono ancora più sua.
Mi spingo sempre oltre, non rifiuto mai di arrivare più lontano di quanto non sia già andata.
Mentre passo per via Pinciana mi concentro sul mio corpo, che è un corpo di donna costretto in un termine maschile. Come il più lurido di tutti i pronomi. Ci vorrebbe una corpa. Ci vorrebbe una Ia.
Oggi è la donna che cammina, non solo l’essere umano. Oggi, più che mai, è la donna. Che aspetta l’ultima seduta. Oggi, più che mai, la donna si nutre di Roma, diventa Roma, si sente Roma. E sento le spalle, le braccia, le cosce, il ventre, il seno, il collo, i capelli. Sento tutto questo aderire a me, tanto che devo frenare l’impulso di toccarmi. Sono una intera, non sono più un’accozzaglia di frammenti, di parti. Abbasso gli occhi per guardare la parte inferiore del mio corpo. Mi fermo davanti a una vetrina per vedermi tutta.
Il cancello di via Salaria è proprio di fronte a via di Villa Grazioli. Mentre mi avvicino incrocio via Rubicone e via Clitunno. Mi volto, da lontano vedo la fontana che campeggia al centro di piazza Mincio: il cuore del quartiere Coppedè.

Tocca a me, mi ripeto, uscendo dal cancello di via Salaria, mentre i miei passi si animano su via Clitunno, sulle radici degli alberi che gonfiano i marciapiedi. Ora tocca a me. Da oggi in poi.
Vado al centro di piazza Mincio, mi avvicino alla fontana. Roma è liquida. L’acqua mi ha sempre parlato e il mio corpo ha sempre reagito alla sua solidità.
Non c’è nessuno.
Mi tocco le braccia, il seno, il ventre, le gambe. La gamba sinistra.
Giro la testa, guardo i palazzi che mi circondano: sono un’opera d’arte, sono armoniosi, fieri, straordinari, cupi, intensi, unici, beffardi, sornioni.
Sono a Roma.
E Roma è m-ia.


[Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia Roma per le strade, vol. II, a cura di Massimo Maugeri, per i tipi di Azimut. La copertina è stata realizzata da Adriana Merola. Tutti i proventi delle vendite andranno al reparto pediatrico del Policlinico Umberto I di Roma. Gli altri autori presenti nella raccolta sono: Dora Albanese, Adelia Battista, Rita Charbonnier, Francesco Costa, Laura Costantini e Loredana Falcone, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Pasquale Esposito, Massimiliano Felli, Gianfranco Franchi, Andrea Frediani, Luca Gabriele, Enrico Gregori, Luigi La Rosa, Silvia Leonardi, Lia Levi, Dacia Maraini, Piera Mattei, Massimo Maugeri, Italo Moscati, Stefania Nardini, Antonio Pascale, Sandra Petrignani, Rosella Postorino, Tea Ranno, Carlo Sirotti, Cinzia Tani, Filippo Tuena].


»

Roma tua

Incredibile come luoghi ricorrenti siano condivisi.Se ho amici che vengono a trovarmi da fuori Roma, li porto sempre a vedere il Coppedè, e a volte si stupiscono. Si chiedono perchè, con tutte le meraviglie che si possono visitare,io voglia per forza passare di là. Eppure è un luogo unico, magico, e "romanissimo". Come altri di cui hai parlato, rendendo così bene la gioia ritrovata del camminare,e amare la nostra Città, anche in una giornata di pioggia. Come quella in cui sto postando questo grato commento. Vinc(enzo) Ciampi
»

xsa

ammesso che in certe cose le classifiche abbiano un senso, avevo già detto che questo è uno dei migliori racconti che tu abbia scritto. leggendolo più volte se ne colgono tutte le sfumature
»

ho ripercorso

ancora una volta, in tua e M-ia compagnia questo itinerario vivo e pieno di energia passata e futura ricordando come, in altri momenti e zone di Roma, anche io ho dovuto imparare a camminare di nuovo. Non c'eri ancora tu ma ci sei ora e abbiamo percorso insieme, più volte, strade tue da sempre. Da esseri umani, da donne, da amiche. E Roma a leggerla e "camminarla" con te è ancora più bella!
»

"Il mio corpo è sempre pieno di occhi. "

tutto il tuo racconto potrebbe essere racchiuso in questa suggestione. Bellissimo!
»

Gaja, «ci vorrebbe una

Gaja, «ci vorrebbe una corpa» è meraviglioso. Dev'essere bellissimo riscoprirsi in-dividua (non divisa, no? E lo so che il femminile di questo sostantivo è orrendo) grazie alla percezione di se stessi in/come una città. Dev'essere bellissimo avere un legame così viscerale con la propria città. Un abbraccio
»

Mi garba di molto

Bellissimo. gatta susanna
»

prof. enzo: come ti scrivevo

prof. enzo: come ti scrivevo altrove, certe affinità non esistono mai per caso. in realtà, nulla a mio avviso succede per caso. il quartiere coppedè è una sorta di abbraccio, un salotto, un luogo in cui mi sento protetta e serena. è semplicemente un cuore. sono felice di condividerlo con te.

enrico: è pur sempre una passeggiata :-). peccato, perché avrei avuto le capacità di scrivere su un tema più originale :-) però, sai, ripensandoci... evidentemente è proprio il tema delle passeggiate ad affascinarmi. qui sul mio blog c'è una categoria riservata alle passeggiate e i miei racconti preferiti sono la "passeggiata neozelandese" e la "passeggiata veneziana". ora, però, rileggendo questo racconto, penso che tu abbia ragione. a distanza di mesi da quando l'ho scritto, lo sento ancora "mio". perciò grazie.

sabri: non aggiungo altro a quanto hai scritto tu: sai bene che le tue parole mi hanno colpito nel profondo.

»

cristina: grazie tesoro. è

cristina: grazie tesoro. è anche la mia frase preferita. e pensa, l'ho riscoperta solo ora. l'avevo completamente dimenticata...

federica: è bello e doloroso, bello e terribile, "a terrible beauty", come dico spesso citando yeats - magari a sproposito, ma per rendere l'idea. è bello scoprirsi in-dividua. splendida questa tua osservazione. e ti ringrazio per aver speso parole, tempo e attenzione per me e per il mio racconto.

susannuccia: grazie, sono felice, davvero tanto, che ti piaccia.

»

"Sono a Roma. E Roma è

"Sono a Roma. E Roma è m-ia." Leggendo il racconto si capisce come ciò sia possibile. Questa città è sulla tua pelle, dentro le tue viscere. Tu, al tempo, sei stata nel suo ventre nutrita da ogni sussulto di vita o di morte che essa non ha voluto filtrarti. E' così questa città. Ti rovescia addosso ogni suo singulto, ogni fremito, qualunque evento. Te lo senti addosso, che tu stia in casa e veda la vita scorrere nelle case vicine o che tu scelga di essere in strada e percorrerla. Ha sempre qualcosa in serbo. A Roma il tempo non si ferma mai anche se non lo senti scorrere. Procede a scatti bruschi, quasi per immagini. In un istante puoi vedere te stessa dopo molti anni. La tua storia è insieme a quella di tutti gli altri che vivono in questa città. Da quella storia trova Roma trae sostentamento. Si celebra l'epopea del quotidiano. Non esistono grandi storie qui perchè è difficile trovarne qualcuna che possa prevaricarne altre. Troppe vite, tutte diverse, tutte importanti, tutte comuni. Roma vuole essere raccontata. Tu lo fai scrivendo la sua storia sul tuo corpo. Per questo ti appartiene. Grazie per avercela donata.
»

è un racconto carico di

è un racconto carico di energia: perfetta aderenza tra il tema (specie di rinascita, di cui la città si fa alimento) e il ritmo del racconto. in certi passaggi pare di sentire il ticchettio dei tacchi, le sillabe formulano un'andatura. i luoghi sono indiscutibilmente luoghi dell'anima, tu lo sai quanto, anche per me. quanto a ferite, gambe sinistre (dal lato del cuore!), e rinascite, purtroppo, non posso non sentirmi coinvolta: ma è un coinvolgimento che comunque trascende il dato reale, ne porta solo i tratti somatici. questo è dovuto al fatto che chi racconta arriva al cuore: delle cose che racconta e di chi la leggerà. e questa sei tu.
»

La letteratura "di viaggio",

La letteratura "di viaggio", o ancora di più di più semplice "passeggiamento", è affascinante, così come lo è il tuo racconto. Permette di divagare e prendere spunto da ogni cosa per richiamare i pensieri, la memoria, i sogni. Mi viene in mente un grandissimo scrittore, W.G. Sebald (che amo immensamente e che qui in Italia pochi conoscono, benchè sia riconosciuto da molti come uno dei più grandi scrittori del nostro tempo, e fu candidato al Nobel prima della sua improvvisa scomparsa nel 2001), la sua tecnica narrativa basata proprio su questo, ed in paticolare il suo "Gli anelli di Saturno", romanzo che trattava di un suo viaggio a piedi di giorni e giorni nella Contea del Suffolk. Brava. Il tuo racconto ha quel qualcosa di speciale che non saprei descrivere, perchè tocca veramente l'intimo, perchè sembra non narrare niente e invece narra moltissimo, nel profondo. Come Sebald.
»

Che bello questo lavoro.

Che bello questo lavoro. Bravi tutti e tutte. Liz
»

Andar per vie

Eccàa lì, la mejo passeggiatrice (niente doppi sensi da caserma, please) della letteratura italiana! Ti vedo narrativamente in gran spolvero. Bene, molto bene. (Segue da me per motivi di spazio).
»

evento: è quasi un altro

evento: è quasi un altro racconto su roma quello che tu hai scritto qui, sotto forma di commento. mi hanno colpito moltissimo alcune espressioni: "A roma il tempo non si ferma mai anche se non lo senti scorrere. Procede a scatti bruschi, quasi per immagini. In un istante puoi vedere te stessa dopo molti anni". vedi? io non avrei saputo dirlo, malgrado roma viva dentro e fuori di me. ed è verissimo, evento, verissimo. è precisamente la sensazione che ho io, ultimamente sempre più spesso. grazie per aver capito. sei meraviglioso.

lulù: sapevo, mentre pubblicavo questo racconto, che ti sarebbe arrivato tutto ciò che gli è sotteso. tutto ciò che è sotteso alla nostra vita, alla vita che abbiamo vissuto negli ultimi due anni circa. ti sento vicinissima. lo sai.

»

carlo: chi hai citato!

carlo: chi hai citato! conosco sebald. conosco "gli anelli di saturno". mi sento profondamente imbarazzata e lusingata, anche solo per il fatto che questo mio racconto ti abbia fatto pensare a lui e alla sua opera. sì, la passeggiata è un riappropriarsi di noi stessi, di me stessa, del corpo e della mente insieme. e mi ha colpito moltissimo che tu abbia scritto: "sembra non narrare niente e invece narra moltissimo, nel profondo". è bello. è quello che voglio. quindi è bello, stupendo che questo sia arrivato... grazie! di tutto!

liz: un bacio, mia cara e bella. sono felice che il progetto ti piaccia! il merito è di Massimo Maugeri, e di Azimut. e sono contenta di farne parte.

»

Luca: ecco, mi sono

Luca: ecco, mi sono emozionata. È la prima volta in assoluto che ricevo una recensione di un solo racconto, di un mio racconto. E che recensione. Considerando il tuo palato finissimo sono davvero senza parole.
e poi, come scrivevo da te, farò la ruota come una pavonessa (e lo so che è impossibile, ma l'immagine è irresistibile! ;)) e lo spalmerò ovunque! be', ogni tanto sono felice che qualcuno si ricordi (e MI ricordi) che scrivo! e sono felice (soprattutto) e onoratissima di vedere che mi segui sempre, che ti siano rimaste impresse le mie passeggiate! pazzesco! lei hai anche linkate sul tuo blog, tutte!
GRAZIE, LUCA! :* 

»

non saprei come esserlo...meraviglioso

bisogna esserne capaci e tu lo sei Un problema ora in effetti esiste: nessuno di noi avrà il coraggio di pubblicare il proprio. Mi consolerò con un bellissimo regalo che ho ricevuto proprio ieri. Una amica di FB che ha un interessante sito di riflessioni su cultura, arte, letteratura e soprattutto poesia, sul quale immeritatamente ho esposto delle mie cose, ha deciso di pubblicare una mia raccolta di poesie peraltro scegliendole in autonomia dal blog. Cosa posso volere di più ? Ogni tanto mi pavoneggio anch'io. In effetti è bella la recensione di Luca, davvero ben fatta.
»

evento: nessuno (uomo) mi

evento: nessuno (uomo) mi aveva mai detto, nemmeno sotto metafora, nemmeno con una parafrasi, o con una perifrasi ;), che sono meravigliosa! ecco, ti adoro profondamente! grazie. e poi non è vero che nessuno di voi avrà il coraggio di pubblicare il proprio racconto, anzi non è giusto. e ti dirò di più: segnala qui (o dove vuoi tu) il link al sito che ha ospitato le tue poesie. voglio leggerle!
p.s. la recensione di luca è straordinaria, soprattutto è un'autentica sorpresa, quindi doppiamente gradita!
p.p.s. tu SEI meraviglioso.

»

Il possesso delle strade

La propria città la si vive a piedi. Camminando e sostando. E' come un corpo che ami e percorri accarezzandolo con le dita, conoscendone ogni piega. Anche altre città le si scopre camminando, con l'incertezza e la curiosità che si ha per nuovi amanti. Si svolta e si prova un'emozione potente e ricca di stupore, se però si va in giro per il luogo che ha visto ogni età della nostra vita, si ha la pretesa di andarci spediti e padroni, specie di sé stessi. Un problema fisico ci separa dalle strade. Ci tiene a casa, ci fa girare accompagnati, c'impedisce di marcare a modo nostro un territorio conosciuto e che ci rimanda la nostra immagine com'eravamo e non soltanto come siamo. Dici bene: Roma è tua. E dovevi poter riprendertela con le gambe. Io ricordo le prime passeggiate dopo l'intervento allo stomaco. Brevi, mi stancavo subito. La prima volta che andai da sola in Piazza Garibaldi ( la più grande, dopo la Piazza d'Armi)mi sentivo gambe di marmo, che facevo fatica a sollevare. Scarpe di ghisa, ed era estate. Ti capisco. Presto mi sono ripresa tutte le strade che ho potuto, e di fretta ed anche, come tu dici, sui tacchi. E così che ad ogni angolo mi sono ritrovata: là abitavo bambina, qui andavo a scuola, più su c'era un locale da ballo, a metà corso quel negozio che non c'è più e proprio in quel punto, io e X ci baciavamo come "i ragazzi che si amano" di prevertiana memoria. Così che, camminando, vado a riprendere me stessa dove l'ho lasciata, qui e là ...e parto sola ma torniamo a casa (baldanzose) in tante.
»

grazie per la tua

grazie per la tua testimonianza, rocs. non si può far altro che leggerla e meditarla. ti abbraccio.
»

un racconto che ho letto

un racconto che ho letto assai volentieri per vari motivi: la curiosità di ritrovare nelle tue righe i posti della mia infanzia, tutte le zone che ho percorso, vissuto da quando son nata. E perché non solo ci ho vissuto ma ci sono cresciuta. poi l'andatura (stile, ritmo anzi) del racconto che sembra assolutamente in linea con la storia. il rapporto con le strade di roma, le evoluzioni: il guardare in basso che poi diventa un distrarsi e pensare. Come se la strada ti mettesse finalmente a tuo agio e fosse un 'posto' comodo in cui stare e muoversi. Il camminare coi tacchi diventa allora un'andatura che sembra appropriarsi in maniera positiva (e energica) del tuo incedere che a mio avivso arriva anche come una metafora: una crescita personale (non a caso parli di "guardare a terra", poi a testa alta, poi addirittura coi tacchi). Una passeggiata che tra l'altro fai in zone di roma estremamente fascinose, in cui sembra impossibile scindere il corpo da Roma. come se 'stessero facendo amicizia', si scrutassero, si osservassero e permettessero Te a Roma e Roma a Te di camminare comunque insieme rispettando i tempi e i modi della tua passeggiata. Roma ti ha accolta dalla nascita e sembra averti permesso di prenderti tutti i tempi per attraversala come meglio hia sentito. ti voglio bene... ciao zia sono raul! ho imparato a scrivere :-)
»

raul, la mamma è stata

raul, la mamma è stata proprio brava a insegnarti e tu sei stato davvero precoce! ;-) magari scrivessero tutti come te, che poi hai anche i cuscinetti sotto le zampe, sai che difficoltà! sei bravissimo! :*

ecco, il tuo commento mi fa pensare ancora una volta che quel che si scrive ci appartiene solo finché è nella nostra testa. una volta pubblicato si stacca da noi, e va per il mondo con le sue gambe. e i lettori lo fanno proprio. non avevo pensato affatto alla metafora dell'andatura. al guardare in basso, poi in alto, poi addirittura con i tacchi. non avevo pensato che potesse rappresentare la metafora di una crescita personale. E poi mi è piaciuta tantissimo la tua interpretazione del "fare amicizia" tra il corpo e Roma, della loro inscindibilità. Mi è piaciuta tantissimo, tantissimo! 
Mi piace tanto quando qualcuno mi fa considerare le cose da diversi punti di vista. Mi appaiono scene nuove, nuove prospettive, e scopro e imparo.
ti voglio bene anch'io, raul. salutami la mamma, però. e ringraziala...;)*

»

"Ma io sono stanca degli

"Ma io sono stanca degli arti, degli occhi, della testa, dei frammenti. Io voglio la visione completa, voglio il corpo intero."_______________________In questo passaggio riconosco Gaja nella sua "Mamma Roma". Ecco la città capitolina; ecco le zone amate dall'autrice; l'itinerario affascinante: ma io risalgo soprattutto il Corpo di Gaja, come fece Giuseppe D'Arimatea con il Cristo. Forse questo mio commento troverà dissensi, eppure il racconto di Gaja possiede qualcosa di "cristologico"... Il percorso del dolore e delle trafitture insopportabili, il loro ripudio, l'accettazione finale. La consapevolezza, oserei affermare, di "morire" solo per risalire una gioia purissima: riappropriarsi di un'identità fisica e psicologica percossa, "frastagliata" - come dicevamo ieri scrivendo su Iosif. "Ferro e piuma". Concretezza e metafisica senza ontologia. E il parallelo con Iosif mi sovviene non a caso. C'è qualcosa che vi unisce in questi "viaggi": scusami, preferisco chiamarli così. Poiché ogni tragitto che percorri è il vuoto che inizia a impregnarsi di Te: è un dire "Ti amo Gaja!". Iosif non era dissimile__________ Questo insieme non è altro che il rapporto simbiotico con il Corpo della città e la tua entità corporea-corporale. La svisceri con la nudità che serve, che occorre, che ci avvicina a te. Bel testo davvero. Sono felice che sister Gaja faccia parte di un'antologia così importante. Con tutto il mio affetto.
»

Ninì mia: non so se il tuo

Ninì mia: non so se il tuo commento troverà dissensi, ma sappi che ha *tutto* il mio assenso, tutta la mia approvazione, tutta la mia emozione. è così, è verissimo. è quello che volevo dire. "la consapevolezza, oserei affermare, di 'morire' solo per risalire una gioia purissima: riappropriarsi di un'identità fisica e psicologia percossa, 'frastagliata'". quadro perfetto, immagine nitida e più vera del vero. grazie, ninì. l'affetto è pienamente ricambiato, così come la stima per il tuo talento di scrittrice e di ricercatrice di (nuovi) linguaggi. grazie ancora, mio bel glicine. :*
»

Ha detto benissimo Ninì e Gaja ha fatto meglio ancora! :))

Arrivo tardi, ma arrivo. Questa passaggiata narrativa è il cammino spirituale di una coscienza, di un io femminile, che solo per convenzione chiamiamo Gaja. Fuori da se stessa, riconosce se stessa, nei luoghi, nelle cose che la circondano. Il paesaggio esteriore diventa interiore, ovvero tutto diventa un "in sé", nell'accezione più profonda. Ecco, a volte mi chiedo se non siano le cose a possedere noi e non noi le cose. Forse, la nostra Gaja si sta facendo la stessa domanda. Dice bene Nina a dire che questo racconto è cristologico. L'immagine della Via Crucis, come conoscenza graduale di sé tramite il dolore, la ferita, la perdita (che è presente, eccome, anche qua, lo si sente per tutto il testo - il dolore fisico che è solo una promanazione di quello spirituale) è perfettamente applicabile. E un'altra cosa che mi ha colpita, è che la nostra Gaja non parla solo della splendida Roma. O meglio, la sua splendida Roma, non è solo Roma. Sì, perché è bello leggere fra le righe e lasciarsi suggestionare dall'idea di una Roma che è anche Dublino, di una Dublino romana, nelle tante citazioni che Gaja dissemina (l'epifania di Joyce, la stessa struttura a passeggiata, epifania di sé!) così abbondantemente in questa sua splendida prova narrativa. Un bacio alla mia sorella Gaja e alla sorellona Ninì (senza escludere il resto dei "convenuti") :)
»

Costina: leggendo la

Costina: leggendo la qualità dei commenti e delle osservazioni che avete fatto tutti, mi rendo conto poco a poco di aver scritto davvero. se questo mio racconto si presta a tali e tante interpretazioni, credo di aver raggiunto il mio scopo. dare alla luce una creatura che vive di vita propria. non lo sapevo prima. lo so adesso. sono stupita e gratificata, oltre che felice. annina, tu scrivi: "Sì, perché è bello leggere fra le righe e lasciarsi suggestionare dall'idea di una Roma che è anche Dublino, di una Dublino romana, nelle tante citazioni che Gaja dissemina (l'epifania di Joyce, la stessa struttura a passeggiata, epifania di sé!)". Ecco, per me questa osservazione è uno dei nuclei della storia. L'immobilità che si disgrega, che cade a pezzi, rivelando la vita. E la rivela perdendo qualcosa: la sicurezza delle stampelle. E la rivela arricchendosi di una ferita, che però sgorga sangue. E quindi è sinonimo della vita stessa. Lo scrivevo prima: sono profondamente grata a chiunque riesca a schiudermi altri punti di osservazione, altri squarci su un io scrivente che non so di essere né di avere. Mi aiuta a vederci chiaro. Voi tutte e tutti mi state aiutando in questo senso, per me è fondamentale. Perché è fondamentale la scrittura. Grazie, Anna. 
E grazie a voi, di aver speso tempo, attenzioni, parole per me. 
»

Sei così emozionata che

Sei così emozionata che anziché il post hai linkato un commento :-P Noto con piacere che il mio apprezzamento è tutt'altro che isolato. Adesso hai un sacco di ottime ragioni per pavoneggiarti ad libitum!
»

ma dove, luca? qui tra i

ma dove, luca? qui tra i commenti o sul tuo blog? ossignùr, come sono ridotta...
comunque se guardi più su, il primo post è dedicato alla tua recensione.
(detto inter nos, sono imbarazzatissima dal tenore e dalla densità delle analisi che tanti amici hanno fatto del mio racconto... non pensavo fosse possibile!)
gajalapavonessa! ;))*
»

i passaggi di Gaja

Lo trovo bello e potente, anche e sopratutto nella tensione della lingua che non si fa mai troppo sentimentale. E poi trovo profondissima questa evocazione baudelairiana-benjaminiana della città- corpo attraverso il paradigma della ferita-guarigione. Insomma brava Gajetta, davvero. E poi lasciamelo dire, senza trauma, senza "rottura" non può esservi né guarigione, né identità. E questo è un tema a noi caro, vero? Si scrive sempre una autobiografia incompiuta...e quella Dublino paralizzata che evocavi, citando Joyce, è in fondo il corpo inerte, con la sua oscura passività che non può non essere spezzata...La protagonista "Ia" trova se stessa solo dopo l'incidente, che è tale solo perché la rivela...la trasforma in donna...Trasformando in corpo risanato/ritrovato anche la città. Voglio leggere il libro.
»

Caro Alex, non sai che

Caro Alex, non sai che piacere mi fa rileggerti qui. Ti ho pensato in questi giorni. Cosa aggiungere a quanto hai scritto? Niente. Niente perché hai scritto quello che questo racconto voleva trasmettere, andando addirittura oltre, ed esprimendo un concetto cui non penso spesso, ma sul quale, invece, dovrei riflettere di più: "senza trauma, senza "rottura" non può esservi né guarigione, né identità". è sacrosanto. e ti ringrazio per questo. ti abbraccio, alex.
»
sinestetica.net Nota legale