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Inserito da Gaja il Lun, 02/11/2009 - 16:44
Io. L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi! Io cammino e la strada mi è amica. Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io. Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo. Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa. Epifania. Ia. Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva. Per arrivare in via Salaria, alle spalle del Quartiere Coppedè, attraverso un numero imprecisato di piazze. Piazza San Silvestro, piazza Colonna, piazza Barberini: in ciascuna sento esplodere un fuoco che brucia sotto la pelle, sempre a sinistra. Sono circondata da piazze, ma vivo in una via piuttosto stretta. Il palazzo di fronte dista dalla finestra della stanza in cui lavoro solo un pugno di metri in linea d’aria. Il mio corpo è sempre pieno di occhi. Ogni volta che esco, o che mi affaccio, mi trovo al centro di un lugubre triangolo: a destra, rispetto al mio portone, c’è via delle Coppelle. Nel 1994 una mia ex compagna di classe è stata trovata morta per overdose nell’appartamento di un vecchio palazzo. A sinistra c’è via della Campana. Un paio di giorni fa ho saputo che un’altra mia ex compagna di classe è morta di cancro, da circa due anni. Sia via delle Coppelle che via della Campana sono due strade anguste, più simili a vicoli che a vere e proprie vie. Sono due braccia fatte di palazzi e sampietrini. Ma io sono stanca degli arti, degli occhi, della testa, dei frammenti. Io voglio la visione completa, voglio il corpo intero. Io. Sono nata e cresciuta qui. In questo ventre opprimente che, in una sorta d’infinita gravidanza, mi ha trasmesso tutte le sostanze nutritive necessarie a sopravvivere. Prima dell’incidente camminavo pochissimo. Ora, quando posso, arrivo ovunque usando le gambe. Qualcosa è cambiato. In questo lunedì mattina, durante il quale Roma è grigia e liquida, mi guardo intorno e penso e sento. Dopo anni di coma emotivo, d’immobilità e paura – sono stata simile alla Dublino di Joyce: ero una sorta di città ferma e stagnante – questa passeggiata significa rientrare nella mia vera vita. È come se, da sotto le strade, un’enorme mano stesse penetrando nel mio corpo, impossessandosene. Ed è come se, per appassionata osmosi, tutti i miei flussi vitali si trasmettessero alle viscere di Roma, che pulsa sottoterra. Lei è in me più che mai, oggi. E io sono in lei. È la mia ultima seduta. D’ora in avanti dovrò camminare da sola. La mia gamba sinistra dovrà imparare a dettare l’andatura, ad accogliere anche lei il peso del mio corpo e a non lasciarsi trascinare dall’altra. La mia gamba sinistra non tornerà mai più come prima: il polpaccio è irriducibilmente più magro, le cicatrici grandi ed evidenti, la caviglia sempre gonfia, il muscolo quasi invisibile anche quando è in tensione. Per troppo tempo non ho potuto usarlo, e lui ha perso l’abitudine (la voglia?) di esistere. Si è dimenticato come si fa a vivere. Ma, a quanto pare, da quel che dice la fisioterapista, ormai è in grado di cavarsela, malgrado spesso si nasconda dietro al ricordo del letto e della sedia a rotelle per paura dei rischi che comporta l’autonomia. Ia. Piove e sono all’imbocco di via Veneto: ho appena superato piazza Barberini. Una volta non sarei mai uscita sotto la pioggia, mai da sola, mai a piedi. Una volta la prima parte di via Veneto, tutta in salita, mi avrebbe spaventata, mi sarei fermata ogni due minuti, avrei avuto il fiato corto, sarei arrivata stremata. Una volta non riuscivo a camminare senza guardare a terra. La prima volta che ho distolto gli occhi ero a piazza Colonna: mi dicevo: Dai, prova. Non puoi aver dimenticato come si cammina! Ho infilato quattro passi consecutivi senza controllare dove stessi mettendo i piedi. Trattenevo il respiro, e benché fosse inverno, sudavo. Al quinto passo non ce l’ho fatta più. Ho abbassato lo sguardo. Ho ripreso a respirare. La tensione si è sciolta. Ho avuto tanta paura da non poterla esprimere. E al tempo stesso ho pensato: Ce l’hai fatta. La stessa fierezza provata quando ero riuscita a preparare il caffè da sola, in cucina, senza l’aiuto di nessuno. Io e le mie stampelle. Piazza Colonna era quasi deserta, quel giorno d’inverno di tanti anni prima. Il cielo era talmente limpido che non ci si poteva nascondere, non c’era modo di fuggire dalla realtà. Adesso sono all’inizio di via Boncompagni e nemmeno mi sono accorta della strada che ho fatto. Adesso, quando cammino, mi concedo il lusso di riflettere, di distrarmi. All’angolo con via Veneto svetta l’Excelsior: a quindici anni, per la prima volta nella mia vita, mi sono accalcata sotto le finestre dell’albergo insieme a una folla di adolescenti ululanti per sperare di vedere Simon LeBon e il resto dei Duran Duran. Sorrido, passandoci davanti. Sorrido ai ricordi, a un passato di risate. Poi c’è stato lo iato dei sentimenti non provati. Via Boncompagni è dritta e lunga, la strada non è sconnessa. Sarebbe stata la via ideale da percorrere subito dopo l’incidente: senza sorprese, senza rischi. Ora la trovo noiosa, e mi sbrigo ad arrivare a Corso Italia. Ho deciso di seguire il percorso del 53. Mi piace, si cambiano tante strade, passa anche davanti a Villa Borghese. I miei occhi e il mio corpo si adattano allo spazio. Io. Cammino con i tacchi. Impensabile, fino a qualche mese fa. Io che non vacillo più e cerco il mio posto. Roma ce l’ho sulla pelle, nelle viscere. Da quando cammino, Roma è ancora più mia, e io sono ancora più sua. Mi spingo sempre oltre, non rifiuto mai di arrivare più lontano di quanto non sia già andata. Mentre passo per via Pinciana mi concentro sul mio corpo, che è un corpo di donna costretto in un termine maschile. Come il più lurido di tutti i pronomi. Ci vorrebbe una corpa. Ci vorrebbe una Ia. Oggi è la donna che cammina, non solo l’essere umano. Oggi, più che mai, è la donna. Che aspetta l’ultima seduta. Oggi, più che mai, la donna si nutre di Roma, diventa Roma, si sente Roma. E sento le spalle, le braccia, le cosce, il ventre, il seno, il collo, i capelli. Sento tutto questo aderire a me, tanto che devo frenare l’impulso di toccarmi. Sono una intera, non sono più un’accozzaglia di frammenti, di parti. Abbasso gli occhi per guardare la parte inferiore del mio corpo. Mi fermo davanti a una vetrina per vedermi tutta. Il cancello di via Salaria è proprio di fronte a via di Villa Grazioli. Mentre mi avvicino incrocio via Rubicone e via Clitunno. Mi volto, da lontano vedo la fontana che campeggia al centro di piazza Mincio: il cuore del quartiere Coppedè. Tocca a me, mi ripeto, uscendo dal cancello di via Salaria, mentre i miei passi si animano su via Clitunno, sulle radici degli alberi che gonfiano i marciapiedi. Ora tocca a me. Da oggi in poi. Vado al centro di piazza Mincio, mi avvicino alla fontana. Roma è liquida. L’acqua mi ha sempre parlato e il mio corpo ha sempre reagito alla sua solidità. Non c’è nessuno. Mi tocco le braccia, il seno, il ventre, le gambe. La gamba sinistra. Giro la testa, guardo i palazzi che mi circondano: sono un’opera d’arte, sono armoniosi, fieri, straordinari, cupi, intensi, unici, beffardi, sornioni. Sono a Roma. E Roma è m-ia. [Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia Roma per le strade, vol. II, a cura di Massimo Maugeri, per i tipi di Azimut. La copertina è stata realizzata da Adriana Merola. Tutti i proventi delle vendite andranno al reparto pediatrico del Policlinico Umberto I di Roma. Gli altri autori presenti nella raccolta sono: Dora Albanese, Adelia Battista, Rita Charbonnier, Francesco Costa, Laura Costantini e Loredana Falcone, Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Pasquale Esposito, Massimiliano Felli, Gianfranco Franchi, Andrea Frediani, Luca Gabriele, Enrico Gregori, Luigi La Rosa, Silvia Leonardi, Lia Levi, Dacia Maraini, Piera Mattei, Massimo Maugeri, Italo Moscati, Stefania Nardini, Antonio Pascale, Sandra Petrignani, Rosella Postorino, Tea Ranno, Carlo Sirotti, Cinzia Tani, Filippo Tuena]. |
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