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Inserito da Woland il Mer, 04/10/2006 - 11:14

di Gaja Cenciarelli

Traduzione e cura di Fiorenzo Fantaccini
Le Lettere, Firenze
pp. 216 € 13,00 - 2002

L’Irlanda come persona e come personaggio è una delle tante linee narrative che percorrono i racconti contenuti ne L’oro del mare, scritti da Brian Friel – il massimo drammaturgo irlandese, autore di molte opere unanimemente considerate pietre miliari del teatro del Novecento (Dancing at Lughnasa, per citare solo la più celebre) verso la fine degli anni Cinquanta e pubblicati per la prima volta in due raccolte: quella del 1962, The Saucer of Larks, e quella del 1966, The Gold in the Sea.

La paralisi della società rurale irlandese negli anni Cinquanta descritta da Friel fa eco all’ambiente asfittico dei Dubliners joyceani: ne è la continuazione, l’ulteriore dispiegamento di immagini e circostanze. In tutti i racconti di Friel si percepisce la nostalgia per un passato che rappresentava l’innocenza perduta (Tra le rovine, L’oro del mare, I raccoglitori di patate, per citarne solo alcuni): i personaggi dei racconti sono tutte figure fortemente legate alle comunità rurali della parte settentrionale dell’Irlanda e il linguaggio che Friel usa fa prendere corpo ad eventi, circostanze, ricordi senza ricorrere a toni accesi, ma lasciando scivolare la penna con leggerezza, come sottolinea nella sua postfazione Fiorenzo Fantaccini.

Un altro punto fondamentale, la base sulla quale l’architettura narrativa dei racconti viene costruita, è il contrasto amaro tra illusione e disillusione (I raccoglitori di patate, Il Signo Sing, delizia del mio cuore, Foundry House, La regina di Troy Close, Gli illusionisti): il passato si materializza nella mente dei protagonisti ed è da loro idealizzato attraverso poverissimi mezzi linguistici ed espressivi, che quindi sembrano porsi come negazione del contenuto che intendono rappresentare. L'oro del mare

Anche il sesso, considerato come parte integrante e vivificante dell’essere umano, viene vissuto dai personaggi di Friel come un tabù: non è un caso, a mio avviso, che nei due racconti centrati su questa tematica - Ginger l’Eroe e Il sistema dell’astinenza – i protagonisti siano entrambi animali: nel primo caso, si tratta di un gallo da combattimento; nel secondo di un piccione. Quasi a rimarcare l’inevitabilità delle pulsioni sessuali, la loro imprescindibilità e l’auspicio che tutti – soprattutto gli irlandesi, ingabbiati dalla severa repressione sessuale della Chiesa cattolica – si abbandonino a degli stimoli puramente naturali.


Nei racconti di Friel c’è quasi sempre la presenza inquietante di un “altro”, di un “diverso” che viene a sconvolgere la monotonia della vita ordinata e piatta dei personaggi, una caratteristica che ricorrerà anche nelle sue opere teatrali: a volte è il nuovo arrivato che diventa immediatamente popolare tra i vicini di casa (La regina di Troy Close), o l’illusionista che arriva da lontano portando con sé un carico di speranze (Gli illusionisti, Il rabdomante, Il Signor Sing, delizia del mio cuore), oppure è uno zio che in punto di morte, rifiuta i sacramenti definendosi “un umanista scientifico” (Morte di un umanista scientifico), scandalizzando la comunità dei benpensanti.

La destabilizzazione di un falso equilibrio della società, fondato su false regole è ciò che Friel si augura: l’Irlanda, con i suoi soggioganti paesaggi, i panorami, i villaggi arroccati su un mare costantemente in tempesta, è una terra che inganna e che non dà. A maggior ragione, perché nasconde la verità e le peculiarità proprie dell’essere umano, negandogli ciò di cui più ha bisogno: la libertà, in ogni aspetto della sua vita. Anche la libertà da un passato che, poiché il presente annaspa tra le nebbie dell’inconsistenza e dell’immobilità, si fa sempre più ingombrante e, aggiungo io, inutile.

Quando Brian Friel abbandonerà la narrativa, nel 1965, si dedicherà completamente al teatro: nel 1980 fonda la Field Day Theatre Comapny con, tra gli altri, Seamus Heaney. Ma il retaggio dell’impostazione narrativa rimarrà vivo anche nelle sue opere teatrali, quasi a testimoniare una sorta di innesto del teatro sul terreno del racconto.

E come «testimonianze preziose» vengono definite anche dal curatore di questa raccolta: prove evidenti del provincialismo di un Irlanda chiusa in se stessa a cui i racconti di Friel vorrebbero, credo, offrire una via d’uscita.

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