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Inserito da Woland il Mer, 04/10/2006 - 14:55
di Gaja Cenciarelli Traduzione di Luciana Pugliese Una terra di confine: è questo lo sfondo della storia che – forse troppo riduttivamente – viene definita “un giallo”. Una zona di confine in America, che però non ha nulla dei tipici paesaggi americani, votati al consumismo, brulicanti di centri commerciali, di gente, di scelte. La città in cui vive Bill è una terra abbandonata da tutti: dalle grandi industrie, la Ford, la General Motors, la Sears; dalle persone, dalla possibilità di scegliere. Bill è giornalista, lavora a “La Verità”, il giornale fondato da suo nonno, e la sua vita è un continuo, inquietante oscillare tra passato e presente. Un passato troppo ingombrante per essere ignorato, e troppo agghiacciante per essere vissuto. Il presente in cui Bill boccheggia, vuoi per il caldo asfissiante, vuoi per l’assoluta mancanza di stimoli, di entusiasmo, di scelte, è un paesaggio deserto, arido, in cui non esiste futuro e in cui l’immobilità – paradossalmente – congela i pensieri e le azioni. I personaggi si muovono con la lentezza di un astronauta sulla luna, o di un tirannosauro in via di estinzione, quasi increduli di essere ancora vivi, aspettando frementi il momento in cui sarà concesso loro di morire. L’unico “movimento”, l’unica scelta che hanno gli esseri umani in quella città, l’unico “cambiamento” è esattamente la morte. Una rinascita, per alcuni. Un atto di ribellione. Ed è proprio una morte, terribile nelle sue modalità, a scatenare una reazione inarrestabile in Bill e nei suoi colleghi del giornale, così come nei suoi concittadini. E’ la morte a svegliare i “morti”, persone che si aggirano come zombies in un paesaggio che tutto nasconde, e che protegge – paterno - vizi e crudeltà della sua gente. In effetti, molte sono le morti che puntellano l’intreccio di questa storia, narrata con una prosa avvincente, che veste alla perfezione il protagonista, che ne esprime la stanchezza e la sfiducia, così come le nevrosi, le difficoltà a rapportarsi alle donne. Un altro pianeta stanco, sfruttato, incompreso: le donne e i bambini. Un territorio che suscita una sorta di pauroso senso di straniamento, davanti al quale ci si sente indifesi. E qui, come anche in Emerald Undergorund, le donne sono le eterne vittime, ma non soccombono mai definitivamente. Vivono o, forse soltanto, sopravvivono. Ma con un’energia insospettabile a giudicare dal loro aspetto. A dispetto di un giornale sulla via del fallimento, di due colleghi stanchi di tutto e fors’anche di lui, di un indiziato di parricidio, della sua ex moglie un po’ fatalista, un po’ incosciente, sempre sfortunata, Bill continua il suo percorso. Ed è una strada accidentata in cui, di tanto in tanto, per riprendere fiato, il protagonista si tuffa in piscina. Tanto è diventata irrespirabile per lui l’aria che lo circonda. E in acqua, il primo, l’indimenticato elemento vitale e creatore, Bill respira fino a farsi dolere i polmoni, fino a doversi buttare sul letto, esausto. Nulla è come sembra. Nemmeno gli uomini, forse, sono davvero uomini. Forse, riescono a trasformarsi anche in creature anfibie, per sfuggire alla loro angoscia. Collins crea una zona in cui tutto pare soffocante, e rimane sospeso, perfino la morte, perfino la soluzione del giallo, perfino il finale - in qualche modo - liberatorio. Il protagonista sceglie, alla fine, anche se nemmeno di questo è certo. Non è sicuro che quello sia, dopotutto, il passo giusto. E in questa sospensione rarefatta, a tratti angosciante, preda di innumerevoli deliri, Collins disegna la sua amarezza, la sua infinita, continua, testarda protesta contro un mondo in cui dominano le leggi di mercato. E in cui, di conseguenza, la vita ha – deve sempre avere – un prezzo. |
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