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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 09:31
Autrice de La passione di Artemisia, traduzione di Francesca Diano, pagg. 320, € 15.50, ed. Neri Pozza, Vicenza, 2002 Hai scritto un romanzo ispirato alla vita di Artemisia Gentileschi, una sorta di biografia romanzata, in cui descrivi (quasi stessi dipingendole tu stessa) con grande efficacia le opere della pittrice. Ho letto il tuo libro in meno di due ore e l’ho trovato pieno di dettagli, coinvolgente, con un’attenzione particolare all’introspezione ed una sensibilità rara nella descrizione dei rapporti umani. Quanto tempo ti ci è voluto per scriverlo? Circa due anni. Non ho dedicato ogni giorno, in questi due anni, alla stesura del manoscritto perché a quel tempo insegnavo, ma la storia del processo pubblico a cui è stata sottoposta e soprattutto le ricerche che mi hanno consentito di scrivere la storia di Artemisia mi hanno coinvolto totalmente. Oltre che per i suoi celeberrimi dipinti, la figura della Gentileschi viene spesso associata al tristemente famoso processo per stupro che fu costretta a subire, dopo essere stata violentata da Agostino Tassi, un pittore amico di suo padre. Sinceramente, ho dovuto far violenza a me stessa per proseguire la lettura della visita ginecologica a cui Artemisia è stata costretta a sottoporsi pubblicamente. Credo che sia successa la stessa cosa a tutti gli uomini che hanno letto quelle pagine. Artemisia avrebbe voluto fuggire da quel tribunale, ciò nonostante riuscì a superare con la sua grande forza d’animo, quello che subì in quei giorni e che la perseguitò poi per tutta la vita. Hai dovuto leggere molto per scrivere la storia di Artemisia Gentileschi? Il processo per stupro è stato tradotto in inglese, cosa che mi è stata di grande aiuto. Poi ho letto molti libri d’arte e soprattutto molti libri e saggi su come certe opere – i capolavori dell’epoca – venivano interpretati dagli uomini che li C’è, quindi, un legame fortissimo per te tra arte e letteratura, in particolare tra la pittura e la scrittura. Esattamente. Direi che per me scrivere romanzi è il mio modo di far parte del mondo dell’arte e di dimostrare il mio amore verso tutto ciò che vedo e che è un’opera d’arte. Ed è anche un modo per far entrare tutte quelle persone che leggono ma che non sono abituali frequentatori di musei, nella vita degli artisti e dell’arte in generale, sperando che poi quest’ultima diventi una parte importante della loro vita. Credo che con questo libro tu sia riuscita davvero a far entrare i lettori nella vita di Artemisia e nelle sue relazioni personali. Una delle più controverse è quella con suo padre. Ad un certo punto della narrazione, Artemisia dichiara: “Entrambi abbiamo scelto l’arte e non nostra figlia”. Credo che Artemisia, poco prima della morte di suo padre, avesse finalmente deciso di perdonarlo perché aveva capito che entrambi avevano fatto la stessa scelta. Artemisia adorava suo padre, e non solo perché le aveva insegnato a dipingere, ma anche perché le aveva insegnato la storia della pittura, e le aveva insegnato ad amare la pittura. Però suo padre l’aveva tradita: per essere risarcito delle perdite economiche che il suo stupro gli aveva causato aveva accettato che lei fosse visitata pubblicamente da due levatrici, perché si accertasse la sua perduta verginità. Probabilmente Orazio non aveva un’idea chiara delle conseguenze del suo gesto. Forse pensava che il suo “tradimento” l’avrebbe in qualche modo potuta scagionare, confermando l’avvenuta violenza; in realtà, ebbe il solo effetto di esporla ancora di più. Alla fine, Artemisia capirà che il padre non aveva davvero compreso l’enormità delle sue azioni. Proprio il finale del libro è una delle parti di maggior fascino del libro. C’è il rapporto tra padre e figlia che torna a nascere, che rivede finalmente la luce. Nella mia immaginazione, alla fine della sua vita Orazio desidera il perdono, e questo suo desiderio è viscerale, perché si rende conto che per Artemisia sarebbe stato impossibile continuare a vivere, a dipingere, se lui fosse morto senza essere stato perdonato. Orazio non avrebbe mai permesso che Artemisia non riuscisse a scrollarsi di dosso il passato. Voleva il perdono non per se stesso, bensì per sua figlia. Anche il rapporto tra Artemisia e sua figlia Palmira è uno degli aspetti più commoventi ed affascinanti del suo romanzo. Ad un certo punto, Artemisia si rende conto che avrebbe preferito avere Renata (la cameriera di Cesare Gentile, il suo patrono di Genova) come figlia. Forse anche tu credi che i legami di sangue a volte non bastano, e che qualche volta i membri di una stessa famiglia non vivano lo stesso tetto? Per quanto riguarda Renata, Artemisia rimane quantomeno scioccata dalla rivelazione che le si impone all’improvviso nella mente. Personalmente credo che se si condividono gli stessi gusti, se si ha lo stesso tipo di sensibilità, le stesse passioni, se si crea una meravigliosa unità tra due o più persone che non hanno legami di sangue, si può tranquillamente affermare che quelle persone appartengono alla stessa famiglia. La cosa più scioccante del suo libro, quella che più mi ha colpito, è che – malgrado siano passati 4 secoli – la situazione delle donne sembra non essere cambiata. Artemisia era, agli occhi del popolo e dei suoi giudici in tribunale, colpevole di essere stata violentata. Tuttora, una donna violentata è una donna che, nella mente degli uomini e purtroppo anche in quella di molte donne, ha “fatto qualcosa per meritarselo”, magari mettere una minigonna o sorridere in modo “ambiguo”. Come mai, secondo te, nel XXI secolo ancora resiste un simile pregiudizio? Una domanda da un milione di dollari! Certamente, è comodo per gli uomini pensare che una donna “voglia” in qualche modo essere violentata. Se conoscessimo la risposta, forse saremmo anche in grado di fare qualcosa per cambiare questo stato di cose. Malgrado ciò credo che qualche piccolo progresso sia stato fatto, ci si è resi conto delle grandi ingiustizie che le donne hanno dovuto subire nel corso dei secoli. Gli inquisitori al processo dicono ad Artemisia: “Se sei stata stuprata, devi aver fatto qualcosa per meritarlo”. E lei risponde: “Io non ho fatto niente, ero nella mia camera da letto a dipingere”. Era chiaro che era solo la sua naturale bellezza ad attrarre Agostino e non qualcosa che lei avesse detto o fatto. Artemisia fino a quel momento era stata tenuta chiusa a chiave da suo padre, protetta da tutto e tutti, e non le era mai stato permesso di uscire di casa, di vedere uomini, sebbene ci fosse un viavai di gente in casa sua. Anche in questo, però, Orazio aveva sbagliato: non era quello il modo giusto di “proteggere” sua figlia: l’unico possibile risultato che avrebbe potuto avere quella reclusione era di limitare ancora di più le conoscenze di Artemisia, di confinarla in un vuoto intellettuale. Hai descritto in maniera superba molte città italiane: Roma, Firenze, Genova, Napoli. Le ha riempite di dettagli deliziosi, di profumi di spezie e di colori. Aveva visitato già quelle città prima di scrivere la storia di Artemisia? Le ho visitate dopo. Prima le ho studiate sulle guide, sui libri di storia. Poi sono stata invitata a Roma ed in Toscana per delle lezioni ed ho trascorso tre giorni a Roma e tre giorni a Firenze. Il mio manoscritto era già finito, ma mentre ero a Firenze e a Roma, mi capitava di sentire un profumo o di vedere un certo colore o un dettaglio. Così, non appena sono tornata a casa, mi sono precipitata a liberare queste sensazioni ed ho cercato di collocarle nei punti più significativi del romanzo. In particolare, ho amato molto la parte in cui Artemisia si stabilisce a Firenze. Quale pensi che sia la città più femminile – o femminista, se vuoi – tra quelle che hai descritto nel libro: in sostanza, quella più simile alla personalità di Artemisia? Credo che sia Firenze, per il suo gusto nelle decorazioni e nell’arte. Ciò nonostante, Artemisia è circondata da sculture e da opere fatte da uomini, per esempio quando si reca alla Loggia de’Lanzi, c’è la statua della “Sabina” del Giambologna, e vi si descrive uno stupro. Immaginiamo come avrebbe potuto spiegare una cosa simile a sua figlia che scorrazzava avanti e indietro? Mentre dipingevo la storia di Artemisia... Che bel lapsus! Vero, bellissimo! Mentre scrivevo la storia di Artemisia mi sono comunque resa conto che l’arte, la pittura come la scultura, sono state sempre esclusivo appannaggio degli uomini e delle loro interpretazioni. Mi sarebbe piaciuto vedere come una donna avrebbe saputo rappresentare quelle stesse situazioni: uno stupro, un rapimento. Me lo domando in continuazione, ancora adesso. Nel tuo libro quasi tutti i personaggi maschili hanno una connotazione negativa. A parte Cesare Gentile, il patrono di Artemisia a Genova. Ho dovuto “dipingere” queste figure negative per poter far risaltare poi anche gli uomini “buoni” all’interno della narrazione: uno di questi è per l’appunto Cesare Gentile, che fa da contraltare al padre di Artemisia, Orazio. Probabilmente Artemisia non ha mai vissuto a Genova, ma i suoi dipinti sì, e così, quando sono venuta a conoscenza del fatto che il cognome del suo probabile patrono era “Gentile”, gli ho costruito addosso una personalità che non smentisse quel nome. E’ il secondo padre di Artemisia: quando viene a sapere che Orazio ha invitato Agostino a Genova – dimostrando per l’ennesima volta la sua insensibilità - lui tenta in tutti i modi di dissuaderla dall’andarsene, assicurandole che avrebbe fatto di tutto per proteggerla e per tenere lontano quell’uomo. E cosa mi dici dei personaggi di Suor Graziella e di Suor Paola, le due suore che – secondo il tuo romanzo - avrebbero allevato Artemisia dopo la morte della mamma? Sono completamente inventati. Artemisia fu allevata dalle suore per un paio di anni dopo la morte di sua madre avvenuta quando lei aveva 12 anni. Ho immaginato che Graziella fosse una donna piena di conflitti per conferirle una maggiore profondità. Voleva vedere tutte le cose che Artemisia era in grado di vedere. Il termine “barocco” deriva dal portoghese “baroca”, un tipo di perla che ha una superficie esterna resa liscia dal tempo ed all’interno invece è screziata, irregolare, come Graziella. È calma e serena all’apparenza, ma dilaniata nell’anima, dall’epoca in cui scoprì che suo marito Marcello la tradiva. La cosa significativa della storia di Graziella è che lei regala uno dei suoi orecchini di perle ad Artemisia (che le erano stati donati da suo marito il giorno delle nozze) e così si unisce a lei in una sorta di sorellanza, ricordandole “Non credere mai alle illusioni!”, cosa che Artemisia ripeterà a sua figlia Palmira il giorno delle sue nozze. È molto triste, dal mio punto di vista, il rapporto tra Artemisia e sua figlia. Lei tenta di insegnarle l’amore per la pittura, ma non riesce mai ad interessarla davvero ai miracoli dell’arte. Direi che sua figlia è molto più interessata al matrimonio che all’arte. In ogni caso, Palmira aveva una visione molto limitata della vita, non si preocupava di osservare le persone, mentre Artemisia aveva sempre sostenuto che per dipingere si doveva per forza essere interessati alle persone, ai loro destini, ai loro dolori. Quando Artemisia mostra a sua figlia le cicatrici che molti anni prima le aveva procurato la “sibilla” (una tortura che le imposero al processo) sua figlia rimane impassibile. La pittrice resta in qualche modo traumatizzata da tanta mancanza di sensibilità, una sensibilità che lei aveva acquisito in tanti anni di dolore, di rabbia, di angoscia. Credo che un’opera d’arte possa essere anche frutto di una profonda insoddisfazione. O di un grande dolore. È splendido canalizzare le proprie energie e riversare il proprio dolore all’esterno, concretizzandole poi in un libro o in un dipinto. È quello che Artemisia ha sempre fatto, rendendo il suo dolore costruttivo, servendosene. Come hai cominciato a scrivere? Ho cominciato molto tardi. Non sono cresciuta sognando di diventare una scrittrice. Ho cominciato a scrivere articoli di arte e cultura su giornali e riviste, e nel frattempo insegnavo. Ad un certo punto, mi presentarono due persone, moglie e marito, entrambi prive di vista. La loro storia mi colpì così profondamente che volli che anche gli altri la conoscessero. E questo mi portò a scrivere il mio primo romanzo (What love sees, 1988, n.d.R.) che è anche l’unico che non tratta di arte. E lo scrissi per comunicare a tutti quanta sofferenza può esserci nella vita di una persona, ma allo stesso tempo per mostrare che si poteva reagire, che si poteva vivere comunque. È ironico che i miei successivi cinque libri abbiano riguardato un’arte di cui si gode tramite la vista. Forse il fatto di aver conosciuto quella coppia è rimasto profondamente radicato in me, e riaffiora continuamente dal mio incoscio. Credo che il personaggio di Graziella ne sia l’esempio più emblematico. C’è qualcosa che vorresti aggiungere riguardo al tuo libro e che non è stato ancora detto? Sì, vorrei aggiungere solo una cosa: scrivere questo romanzo mi ha permesso di conoscere meglio la vostra cultura, e questa è stata un’esperienza che mi ha arricchito enormemente. |
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