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Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 09:45

Autrice di Il centro delle cose, traduzione di Ada Arduini, pagg. 224, € 14.50, ed. Neri Pozza, Vicenza, 2003
Intervista apparsa sul numero 39 di
Leggendaria

Jenny McPhee è l'autrice de Il centro delle cose (Neri Pozza, € 14, 50, pagg. 224). Ha scritto, insieme con le sorelle Martha e Laura, Girls: Ordinary Girls and Their Extraordinary Pursuits. Ha tradotto in inglese Canone inverso di Paolo Maurensig. Ha scritto numerosi racconti pubblicati sulle più importanti riviste americane: Il centro delle cose è il suo primo romanzo. Abbiamo incontrato Jenny McPhee, una giovane donna arguta e cortese, a Roma e, durante un gradevolissimo incontro, più simile a una conversazione tra due vecchie amiche che a un'intervista, abbiamo avuto l'opportunità di parlare di Marie Brown, la protagonista del suo libro. Marie lavora per un giornale scandalistico, il Gotham City Star, scrive articoli che non può firmare, e viene costantemente sfruttata dai colleghi e dal suo principale. Ha un fratello, Michael, che adora ma con cui non parla da quindici anni, e un amico, Marco, intellettuale free-lance (come recita il suo biglietto da visita), con cui sostiene inesauribili dissertazioni sulla meccanica dei quanti, in una biblioteca di New York. Marie è appassionata di cinema, dei film anni '40, e in particolare di Nora Mars, diva hollywoodiana di B-movies. Dal momento in cui Nora entra in coma, Marie sente che è arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita.

In questo suo libro lei riesce a fondere disquisizioni scientifiche sulla meccanica dei quanti (piuttosto inavvicinabili, per i non addetti ai lavori, ma che lei riesce a far comprendere con una semplicità sbalorditiva) con l'intuito e la sensibilità femminile, citazioni dai film anni '40, alcune inventate altre rubate da altri scrittori, o da sua nonna. Una cosa che mi ha colpito è stata la ricorrenza della M. Marie, il nome della protagonista, Micheal, Marco, la teoria M., Madre di tutte le teorie, e poi magia, matrice, mistero. Ho pensato che non potesse essere un caso. Cos'è?

Non ho una risposta precisa, "matematica" (e di nuovo una parola che comincia per "m") a tutte queste "m". Sicuramente non è stata una scelta consapevole, ma inconscia. Malgrado ciò, la curiosa ricorrenza di questa lettera salta agli occhi, che sia un riflesso terribilmente egocentrico del mio cognome, McPhee?Jenny McPhee

La sua risposta in parte conferma quella che era stata una mia impressione leggendo il suo romanzo: che tutti questi personaggi non fossero altro che parti di un tutto, diverse sfaccettature di un'unica pietra. Che cos'è questo "tutto", secondo lei?

Probabilmente è l'universo stesso - sempre per tenerci su una falsariga "scientifica" - ad essere rappresentato da questa storia. Loro sono tutti attori che nuotano nella mia immaginazione e, al contempo, in questo libro. E io stessa vivo in questo universo, ma da scrittrice.

Può, questa storia, se esaminata sotto un'ulteriore punto di vista, essere considerata come una storia "di compensazione"? Marco è basso, Marie è alta (1 metro e 79, 9). Perché ha scelto di connotare Marie con l'altezza (un'altezza notevole) e con la sordità, sia pure da un solo orecchio?

Perché tutto il libro è centrato sulla prospettiva: sul come noi vediamo e recepiamo certe cose. A volte, capita che chi non sente molto bene, riesca però a percepire molto di più e molto più precisamente di chi ha un udito chiaro. Il punto non è se sia meglio essere alti, o bassi, o belli o brutti. Se si entra nell'ordine di idee che tutto dipende dal punto in cui si osservano le cose, allora, cambiando posizione, anche la nostra percezione del mondo risulta diversa. Questa mia teoria affonda le sue radici sulla meccanica quantistica, in cui si sostiene che tutto dipende dal momento, dal luogo e dalla persona che osserva. E che è l'osservatore a creare l'oggetto che sta guardano, in quel particolare luogo, in quel preciso momento. Noi scegliamo il tempo e da che punto osservare. È tutta una questione di prospettiva.

Allora forse Marie è sorda perché, inconsciamente, non vuole ascoltare determinate cose?

Esatto. Marie è sorda perché, in effetti, non vuole avere a che fare, rendersi conto delle cose negative della sua vita. Nel corso della storia, però, questo suo presunto "difetto" la aiuterà a "sentire", ad ascoltare molto meglio le persone che le parleranno. Alla fine, dopotutto, la sordità da un orecchio sarà un vantaggio per lei, glielo dirà anche Maud, la sorella di Nora. In fondo, è questo che vorrei si capisse di Marie, ed è anche la grande forze del genere umano: quella di saper trasformare qualcosa di veramente negativo in una forza positiva e costruttiva. In un valore aggiunto. Non saperlo, o non volerlo fare, è, dal mio punto di vista, molto triste.

Il centro delle coseLei è stata molto abile nel descrivere i personaggi del libro, in particolare quello di Marie, che è sicuramente il più affascinante e controverso. Chi è Marie? È un personaggio positivo o un personaggio negativo? Glielo chiedo perché, di tanto in tanto, forse per il fatto di essere una giornalista scandalistica, dà l'impressione di essere un po' cinica, come per esempio quando ascolta la storia del marito di Nora Mars, la diva in coma, che le racconta di come sua moglie avesse ucciso suo figlio appena nato.

Marie ha un rapporto molto complesso con la realtà che la circonda. È difficile rispondere a questa domanda. A volte non riesce a sopportare la realtà in cui si trova e se ne va in biblioteca, da Marco, dove si sente protetta dalla realtà esterna. Ma per essere in grado di avere successo sia in una realtà che nell'altra, per poter passare - in effetti - da una realtà all'altra deve portare con sé nel mondo esterno la sicurezza che acquisisce ogni volta che va in biblioteca. Quindi, alla fine del libro, quando Marco e Marie escono dalla biblioteca, si avviano finalmente verso la fusione tra l'interno e l'esterno, tra le parole e i fatti, e tentano, correndo un gran rischio, di vivere finalmente e coraggiosamente in maniera completa.

È una donna coraggiosa, quindi?

Lo è, senza dubbio. Il coraggio di Marie determina il suo cambiamento. All'inizio la vediamo incapace di rivendicare i suoi diritti sul posto di lavoro, continuamente sfruttata, continuamente rassegnata a non vedere suo fratello, la persona che più ama al mondo, da quindici anni. Alla fine del libro, Marie decide di rischiare, di guadagnarsi l'amore che merita e - quindi - di vivere fino in fondo.

Perché ha deciso che il lavoro di Marie dovesse essere quello di una giornalista scandalistica e non, ad esempio, quello di una giornalista "seria"?

Domanda interessante. Credo di aver imposto la cornice scandalistica alla sua vita per due motivi: uno, perché nel suo complesso rapporto con la realtà, il lavoro di Marie è un tassello fondamentale. Lei è convinta di non star facendo nulla di buono e di non valere nulla, sfruttata dai colleghi e dal suo capo. Due, perché la verità di un rotocalco è una verità molto intrigante con cui avere a che fare. Tutti pensiamo che siano solo bugie, che sia tutto inventato, ma c'è sempre un fondo di verità e di fascino all'interno dei rotocalchi. Tutti li leggono, anche chi non lo ammetterebbe mai. Mi piaceva questo senso di iperrealtà, se così posso definirla. Anche la verità dei rotocalchi è una questione di prospettiva.

Nel suo romanzo lei affronta temi quali la bellezza, il tempo, la morte. C'è, nella scelta del lavoro di Marie, il tentativo di fermare il tempo, di fuggire la morte e, di conseguenza, di cristallizzare la bellezza ed evitarne la decadenza?

Tutti i miei capitoli iniziano con un titolo molto d'effetto: Tempo, Bellezza, Morte. Volevo prendere in considerazione tutti gli aspetti della vita. Allo stesso tempo, ho scelto di inserire nel romanzo uno scienziato, una scrittrice, un'attrice, tre persone che, in base alla loro personalità, hanno tutte una diversa percezione e definizione della realtà, della verità. Marie e suo fratello Marco tentano continuamente di risolvere i Quattro Grandi e Irrisolvibili Enigmi della vita. Credo che alla fine capiscano che l'ambiguità, il fatto di non sapere, sia la suprema condizione di saggezza.

Una delle cose che ho apprezzato di più del suo romanzo è stata la frase: «Il destino è la più sexy delle parole». Lei crede nel destino?

Oh, sì. Sicuramente. "Destino" è una parola fantastica, è una sorta di legge che imponiamo al mondo, è davvero una parola profondamente seducente. Marie, inoltre, capisce, intuisce che, sì, è vero che tutto è scritto, ma che tutto ciò che è già scritto deve essere letto, che deve essere lei l'interprete della propria vita. Ecco, forse è questo l'aspetto più seducente del destino.

Se è vero che uno dei temi fondamentali del libro è la prospettiva, direi che un argomento altrettanto importante è la ricerca di un'identità. Marie vorrebbe essere Michael, suo fratello (e infatti, comincia, a studiare la teoria dei quanti), Michael vorebbe essere Marie (e, infatti, si mette a scrivere). Rex non è solo il marito di Nora ma, alla fine, risulta essere anche suo figlio. Maud non è solo la sorella di Nora, ma è proprio lei la "vera" Nora. Marco è un "intellettuale free-lance" e non si capisce cosa questo voglia dire. È tanto difficile, per questi personaggi, capire chi sono veramente? Ed è vero che una delle questioni principali del libro è la ricerca dell'identità?

Decisamente. Credo che un altro aspetto meraviglioso dell'essere umano sia proprio quello di potersi costantemente reinventare. Forse ognuno di noi si costruisce un personaggio e tenta di essergli il più fedele possibile; il fatto è che ciascuno di noi è composto da più d'un personaggio. E questi "personaggi" sono tutte proiezioni - diverse - di noi stessi, diverse possibilità che ci concediamo. Non si tratta di non essere o di essere quello che crediamo. Non si tratta di tradire noi stessi. Il punto è che, forse, ogni giorno che passa, non decidiamo di essere una persona ben definita ma tante persone messe insieme.

Un'altra domanda che mi sono fatta leggendo il suo libro è: ma qual è veramente "il centro delle cose?" Perché, in effetti, di pagina in pagina, sembra spostarsi... Marco dice essere bassi significa essere più vicini al centro delle cose. E, considerando tutti e tre, Marco, Marie e Michael, chi è il più vicino al "centro delle cose", secondo lei?

Questa è una domanda la cui risposta si rifà di nuovo alla questione della prospettiva. Per tutta la vita, ciascuno di noi cerca di immaginare dove possa essere il centro delle cose: ognuno di noi, al tempo stesso, è il centro della sua vita. Ognuno di noi deve essere completamente narciso e, al tempo stesso, affacciarsi fuori di sé per capire cosa sia in effetti la vita, sapendo di esserne al centro. Il centro delle cose: la risposta è come una spirale: per quanto riguarda il libro, è New York il centro. Le dive, per quanto le riguarda, sono al centro della loro vita. Nel tempo, comunque, abbiamo scoperto, attraverso le teorie di Galileo e Newton, di non essere proprio noi al centro dell'universo: e siamo stati relegati ai margini dell'universo, una cosa umiliante e meravigliosa al contempo. Ma, dopo secoli e secoli, le teorie della meccanica quantistica hanno riportato prepotentemente in primo piano la questione del "centro delle cose", e della mente umana, perché tutto, secondo i quanti, dipende da chi osserva, da dove si osserva e dal momento in cui si osserva. Per me, quindi, la risposta alla sua domanda è del tutto ambigua: siamo noi, esseri umani, al centro delle cose, al tempo stesso siamo solo un piccolo pianeta ai margini di una galassia secondaria. Non siamo al centro delle cose, ma al tempo stesso lo siamo, perché siamo noi a dover osservare la realtà, e quindi a capire, tramite quell'osservazione, di non essere al centro.

Questo romanzo è anche una storia di opposti che si attraggono?

Ogni cosa, e mi riallaccio alla risposta precedente, contiene il suo contrario: il centro e gli estremi. Quindi sì, questa storia è profondamente basata sulla teoria degli opposti che si attraggono. Ciò che tu desideri di più nella vita può non accadere a te, ma a chi ti è vicino, (pensiamo ad esempio a Maud, la sorella di Nora, che voleva disperatamente essere attrice), o viceversa. La vita ti sorprende sempre e dal mio punto di vista la cosa più importante è che continui a stupirmi.

Come mai ha scelto di mescolare conversazioni scientifiche sulla teoria dei quanti a una storia che ha per protagonista una gionalista scandalistica a caccia dello scoop, in occasione della morte della sua attrice preferita?

Ho studiato Samuel Johnson al corso di letteratura inglese e critica letteraria all'università, e lui sosteneva che la cosa più eccitante che potesse capitargli nell'ambito dell'arte era che due idee separate, distinte, apparentemente non collegate tra loro da alcun punto in comune venissero - di forza - messe insieme. Lo emozionava vedere quale sarebbe stato il risultato. Quindi, quando ho deciso di scrivere questo romanzo, ho anche voluto mescolare due aspetti della vita che non fossero affatto legati tra loro, come la mia passione per Hollywood, i film anni '40, l'estetica, e dall'altro lato una cosa che mi spaventava terribilmente come la meccanica quantistica, che mi affascinava ma al tempo stesso mi intimidiva, per poi stare a vedere cosa sarebbe scaturito da questa unione. Non avevo idea di cosa ne sarebbe venuto fuori. Avevo paura di azzardare un passo del genere, ma, come dicevamo prima, nella vita bisogna pur rischiare. Devi assolutamente mettere in atto la tua suspension of disbelief, devi mettere da parte la sfiducia quando stai creando qualcosa che ti intriga e ti fa passare ore e ore davanti al computer con l'ansia di fallire.

So, e ho constatato di persona, pur avendo svolto l'intervista in inglese, che lei parla molto bene l'italiano. Suo marito è italiano, di Firenze, e lei vive tra l'Italia e Firenze: ha anche tradotto in inglese "Canone Inverso", di Paolo Maurensig. Il lavoro di traduttrice l'hai aiutata nella scrittura?

Moltissimo. Vorrei aver tradotto più libri. Tradurre è meraviglioso, ho imparato moltissimo sulla mia lingua: devi, sì, conoscere bene l'italiano, ma la cosa più importante è che la tua traduzione deve funzionare nella lingua di arrivo. Anche questo è un lavoro rischioso, in cui si è sempre sul filo del rasoio: ed è - sempre per tornare alla prospettiva soggettiva della vita - un lavoro molto personale. Se prendiamo uno stesso libro e lo facciamo tradurre da due persone, avremo due libri molto diversi tra loro. Quando ho iniziato a scrivere "Il centro delle cose" stavo ancora traducendo "Canone Inverso" e la struttura del mio romanzo è stata decisamente influenzata dalla struttura del libro di Maurensig: lui racconta storie dentro altre storie e così via, una caratteristica strutturale che io adoro, e anche i personaggi del mio libro saltano da un momento della loro vita all'altro. In effetti, non amo molto le strutture lineari, noi non pensiamo in modo lineare, i nostri pensieri viaggiano lungo strutture circolari.

È difficile per una donna scrivere e vivere della propria scrittura?

Credo che scrivere sia difficile per una donna quanto lo è per un uomo. La cosa che però è più difficile riguarda la seconda parte della sua domanda. Per una donna è più difficile venire pubblicata, è più difficile essere presa sul serio, è più difficile sentirsi sicura al punto di poter dire ciò che vuole. Le donne hanno ancora dei problemi nel farsi riconoscere una certa autorità. Il punto è che quest'autorità non viene loro concessa spontaneamente e immediatamente, come avviene con gli uomini. Devono lavorare sodo e combattere per ottenerla. Per gli uomini che decidono di mettersi a scrivere (almeno questa è la mia esperienza) non c'è problema: sì, è una vita dura, è difficile avere successo, ma in fondo, non li si scoraggia, anzi, si dà per scontato che ce la possano fare. Per le donne, si tratta di dover superare ostacoli molto maggiori: soprattutto per l'autorità che non viene concessa loro (come dicevamo poc'anzi) e la sicurezza e la fiducia in se stesse che devono guadagnare a suon di battaglie.

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