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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 09:51
Autore di La venticinquesima ora, trad. di Massimo Ortelio, pagg. 224, € 14.46, ed. Neri Pozza, Vicenza, 2001 In esclusiva per Sinestetica e Triskell, cinque domande a David Benioff, autore de La venticinquesima ora, pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2001, per la traduzione di Massimo Ortelio. Benioff ha sceneggiato anche il film omonimo, un capolavoro ancora in distribuzione nelle sale di tutta Italia, la cui regia è stata affidata a uno Spike Lee tornato in possesso della sua vena migliore, e che ha raccolto consensi unanimi di pubblico e critica. Il suo romanzo, best seller negli U.S.A., racconta la storia di un piccolo trafficante di droga, Monty Brogan, alla vigilia del suo ingresso in carcere, dove rimarrà per sette anni. Accanto a lui Naturelle, la sua donna, i suoi due amici d’infanzia, Jakob e Slattery, suo padre (che, per consentire a Monty di vivere da uomo libero fino al giorno della sua reclusione definitiva, ha dato in pegno il suo bar), i suoi “compagni di lavoro” Kostya e Uncle Blue, e Doyle, il suo cane. Monty è giovane e bello, e il giorno prima della sua discesa all’inferno, in attesa della sua “venticinquesima ora” ripercorre il suo passato, sapendo che il presente è giunto al termine. E temendo il futuro. Il suo romanzo è decisamente una sorta di microcosmo. È un luogo in cui ciascuno vive la sua vita, e al tempo stesso anche quella delle persone che lo circondano. Non esistono personaggi secondari nel suo romanzo: Monty, Slattery, Jakob, Naturelle, sono tutte tessere di un grande mosaico che, all’apparenza, rappresenta soltanto la vita del protagonista. La Venticinquesima ora è il mio terzo romanzo. I primi due libri che ho scritto non sono andati bene, decisamente non funzionavano. I personaggi “secondari” giravano nell’orbita dei protagonisti come satelliti inespressivi, simili a pupazzi Leggere Garcia Marquez mi ha aiutato a capire che non esistono personaggi secondari – ciascuno ha i suoi sogni e le sue paure, la sua personalità. Un qualsiasi mondo letterario comincia a sembrare reale nel momento in cui i suoi personaggi vivono di vita propria. Monty è bellissimo, giovane, innamorato di Naturelle, una donna splendida. È, paradossalmente, un personaggio positivo, un eroe, malgrado le sue attività illecite. I lettori si ritrovano a sperare che, alla fine, Monty non andrà in prigione. Perché ha scelto di “lavorare” per Uncle Blue? Cosa lo ha portato a dare l’avvio a quella reazione a catena? Monty era un ragazzino che proveniva dalla classe operaia e che studiava in una scuola per ricchi. Desiderava ardentemente emergere: voleva possedere il potere di influenzare gli altri. In una società capitalista, il denaro corrisponde al potere. Il modo più facile che aveva Monty di fare soldi era quello di spacciare droga ai suoi compagni di classe, il che lo portò, di conseguenza, a legarsi a Uncle Blue, Kostya e agli altri. Quando arriverà la sua “venticinquesima ora”, Monty sarà lasciato senza alcuna speranza nelle mani del destino. Perché questa disperazione? Perché tutti sono convinti che la vita di Monty sia finita, e che niente e nessuno, né Naturelle, né i suoi amici, né suo padre, lo aspetteranno? Non sono sicuro che la vita di Monty sia finita, ma il suo stile di vita di sicuro lo sarà. Naturelle se ne andrà. Suo padre probabilmente non vivrà altri sette anni. Jakob si era già allontanato dalla sua vita: non si frequentavano più da anni. Slattery invece gli promette che lo aspetterà al cancello della prigione, il giorno in cui verrà rilasciato, e a Slattery mi sento di credere fermamente. Mi pare che, in un certo senso, Monty sia la vittima. Una vittima di se stesso, di suo padre (che aveva accettato i soldi che Monty gli aveva prestato senza chiedergli nemmeno dove li avesse presi), di Naturelle (a cui piaceva vivere in un appartamento come quello), dei suoi amici, che gli hanno permesso di vivere così, senza cercare di impedirglielo. Che ne pensa? È d’accordo con me? No. Monty aveva delle alternative, e ha preso troppe decisioni sbagliate. Ha scelto la sua strada, l’ha percorsa fino in fondo, e non può dar la colpa a nessun altro che a se stesso per ciò che lo aspetta. Il suo unico, vero amico è Doyle, il cane che ha salvato da una fine terribile. Cosa accadrà a Doyle quando Monty sarà in prigione? Perché ha scelto un cane, e non un essere umano, come simbolo dell’amicizia, della speranza, della fedeltà (in effetti, non è poi così strano o difficile immaginare che sia davvero il cane il miglior amico di un uomo…)? Cosa succederà a Doyle? Non lo so. Andrà a vivere con Jakob, continuerà a fare i suoi sogni di cane, e forse morirà prima che Monty venga rilasciato. O forse, sarà come Argo, aspetterà pazientemente il ritorno del suo Ulisse, per morire, alla fine, nel momento in cui il suo padrone tornerà a casa. L’amore tra gli esseri umani è complicato: l’amore di un cane per il suo padrone è semplice: la mia intenzione era proprio di sottolineare questo contrasto. |
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