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Inserito da Woland il Mer, 11/10/2006 - 10:12
Autrice de "L'invenzione del best seller" , pagg. 136, € 13,43, Tranchida Editore, Milano, 2002 Gaja Cenciarelli: Sarà una domanda banale, ma è la stata la prima che mi sono fatta, mentre leggevo il suo libro, così denso di dati, riferimenti, puntellato da analisi approfondite sulle classifiche dei best seller negli anni ’60, su certe tipologie di personaggi. Quanto tempo ha impiegato per scrivere questo libro? Alessandra Contenti: Ho cominciato negli anni Settanta. Allora lavoravo a Napoli insieme a Nando Ferrara e alla sua équipe e si faceva sociologia della letteratura, e c’era nel nostro lavoro un certo impegno politico. Poi questo studio si rivelò più pesante e lungo del previsto, tra l’altro perché non fu facile escogitare una metodologia - infatti vedrà che sono a cavallo tra più discipline, la semiologia del testo, l’indagine sociologica la storia letteraria; alcune parti furono pubblicate su riviste specialistiche quali La critica sociologica, di Franco Ferrarotti, Anglistica, dell’Istituto Universitario Orientale e opere collettive di sociologia della letteratura. Una di queste parti, lunga e dettagliata relativa alle “scuole di scrittura” non è neanche inclusa nel presente volume. Ma erano articoli scritti in maniera estremamente tecnica, per addetti ai lavori. Così ho riscritto tutto, con uno stile leggero, che fosse gradevole per un lettore non accademico. Intanto passavano gli anni G.C.: Dal mio punto di vista, il suo libro è stata una finestra aperta sulle risposte a tanti dei miei interrogativi relativi al mondo editoriale. Qual è stata la motivazione principale che l’ha spinta a dedicarsi ad un tema così interessante eppure così poco conosciuto ed analizzato come “l’invenzione del best seller”? A.C.: Insegnavo letteratura americana, e restavo sempre stupita nel considerare la discrepanza tra gli autori che amavo e quel che leggeva il grande pubblico. Diciamo che in America ci sono tra le tante fasce dei lettori quella che legge i romanzi classici, Henry James, Melville, Twain, ecc ecc, e poi quelli che leggono I peccati di Peyton Place, La tunica, Ben Hur e, cosa sempre piu frequente, quelli che non comprano un libro se non sono garantiti dalla fascetta che dice: “best seller”. Come lettrice mi colpiva in libreria la presenza sempre più schiacciante di volumi usa e getta. Pensai a quel che la gente compra davvero anziché a quello che dovrebbe leggere; mi pareva che ci sfuggisse una realtà della civiltà americana, a me, in particolare, che insegnando letteratura tendevo a considerare il frutto più alto, ma a non vedere il resto dell’albero. Le due tendenze, a guardarle oggi contrastanti, del libro come prodotto commerciale e della quelità del medesimo si sono scisse nel decennio successivo agli anni Sessanta lasciando un mercato che puntava diritto al successo economico e un romanzo che non aveva più i numeri per interessare strati più sofisticati dei lettori e dunque siamo rimasti con un best seller malato di gigantismo che ormai doveva essere alimentato e lanciato sul mercato come la creatura che può portare a fortune colossali; ma anche con una povertà di contenuti interessanti; non si rischia più di tanto con spy novels e detective e thriller, se va bene ne viene un film, una serie TV, ed è bene che un prodotto destinato a questa carriera non contenga alcunché di eversivo o di troppo nuovo. G.C.: Lei ha preso in esame alcuni tra i romanzi più celebri della letteratura di tutto il mondo come Il Gattopardo, Il Lamento di Portnoy, Herzog, Il gruppo, Il giovane Holden; autori come Tomasi di Lampedusa, Roth, Bellow, McCarthy, Salinger. Qual è stato il punto di vista preponderante mentre scriveva, la prospettiva privilegiata dalla quale esaminare certe loro caratteristiche: quello della studiosa, quello della lettrice o quello della scrittrice? A.C.: Come dico nel libro, negli anni Sessanta si è verificata la straordinaria coincidenza di gusto elevato delle opere, diciamo così, commerciali e di allargamento ai moduli commerciali da parte di scrittori colti. Herzog e il Lamento di Portnoy non sarebbero diventati best sellers se non avessero avuto in sé il motivo dell’ eroe mattatore, un po’di pornografia e umorismo. Eppure restano a livelli letterari altissimi; per contro certi fermenti innovativi non mancarono di penetrare nella letteratura di consumo i motivi delle scuole nei quartieri disagiati, la macchina parlamentare politica denunciata da famosi giornalisti, l’omosessualità descritta senza condanna e tutto ciò in opere che andavano nelle mani di tutti; fu un decennio molto intelligente e straordinariamente ricco di trasformazioni culturali - i Kennedy leggevano e ricevevano scrittori di sinistra, il movimento dei neri era al suo apice, la protesta anticulturale e antibellica ferveva nelle università - tutto ciò penetrò un poco anche nella letteratura di consumo. G.C.: Nel suo libro Lei sostiene che “Le cose, per esempio non tornarono più come prima sul terreno delle politiche editoriali, cui gli anni Sessanta avevano impresso un andamento nuovo e irrinunciabile.” Cosa ne pensa, da lettrice e da scrittrice, di quella che lei definisce molto opportunamente “L’industrializzazione del romanzo”? A.C.: Penso che c’è ancora e continua imperterrita. È sempre piu implacabile e cominciò in quel decennio come coincidenza di una tendenza economica , e non è mai tornata indietro. E però il livello delle opere commerciali è tornato basso; insomma i motivi nuovi innovativi e sono spariti e sono tornati in cima alle liste dei best sellers i gialli e i polizieschi. G.C.: L’invenzione e la distruibuzione del “best seller”, quest’ultimo inteso non più come libro da leggere ma come oggetto da vendere, quali danni hanno provocato a suo parere, se ce ne sono stati? E quali vantaggi sono stati tratti da una simile rivoluzione editoriale? A.C.: Come dico nel mio libro, si è stretto, salvo eccezioni, sempre più il patto tra recensori e potenti case editrici, tra promozione e capitali, si punta sul nome noto, sulla faccia conosciuta , sull’aiuto dei media facenti parte della stessa ditta. G.C.: In questo libro, lei analizza l’evoluzione (o dovremmo chiamarla involuzione?) del panorama editoriale avvenuta negli anni ’60. Quali sono le conseguenze immediatamente evidenti nella produzione letteraria odierna ancora legate alla rivoluzione degli anni ’60? Anche nella letteratura di fine ed inizio millennio si ritrovano gli stereotipi dell’eroe, del gaudente, dell’adorabile mascalzone attorno ai quali si costruisce la storia? Anche nella letteratura dei giorni nostri la tecnica narrativa più usata è la descrizione? A.C. Occorrerebbe fare lo stesso lavoro di indagine per capire cosa è successo negli anni seguenti, ma la mia netta impressione è che le cose siano cambiate negli anni Settanta Ottanta etc. nel decennio dal ‘60 al ‘70 grandi scrittori di qualità divennero best sellers, ma dopo non più. Ho anche l’impressione che il prototipo dell’eroe maschio problematico simpatico, donnaiolo, tormentato, lievemente mascalzone ma pur sempre positivo, sia tramontato. Ora interessano maggiormente le donne, per dirne una. Quanto alla descrizione, questa fa parte delle formule narrative da me studiate; negli anni Sessanta interessava l’allargamento della cultura personale del lettore e dunque i romanzi di Michener e Irving Stone e Hailey davano innumerevoli informazioni sui mari del Sud, su Michelangelo, gli aeroporti. Una parte dell’opera era una vicenda personale, questa a sua volta veniva tuffata in un ambiente descritto minuziosamente. Sia ben chiaro, ci sono più tipi di best seller, questo è solo uno dei tanti; anche a proposito di questo occorre dire che il best seller degli anni Sessanta ebbe una funzione istruttiva. Nel decennio seguente sono sparite le descrizioni informative e a modo loro affascinanti degli aeroporti e sono avvenuti successi di storie esigue come Love Story e Jonathan Livingstone, la storia di un gabbiano, ma storie sommarie non analitiche. Love Story nacque come soggetto cinematografico; anche come numero di pagine le due menzionate sono opere leggerissime. G.C.: Cosa pensa dell’encomiabile lavoro di tante piccole case editrici che – e qui mi riferisco in particolare all’Italia – pubblicano a proprie spese libri di qualità, investendo sulla poesia, sulla narrativa e sulla saggistica di qualità, tentando di mantersi a galla con sempre maggiori difficoltà per il bilancio? Crede che riusciranno a resistere all’assalto dei grandi poli editoriali? A.C.: Mi sembra che siano schiacciate dai costi della promozione e distribuzione.; in vendita non si trova tutto ciò che viene stampato, bensì solo prodotti delle grandi marche. I piccoli che osano autori sconosciuti occorre cercarli con la lente di ingrandimento in pochissime librerie, in scaffali remoti, ma per fortuna ci sono e sono opere ghiotte. È evidente che anche la grande editoria ha diritto di sopravvivere ; si potrebbe obiettare tuttavia, che la sua funzione non è o non dovrebbe essere solo il profitto; trattandosi di cultura non si dovrebbe trascurare il lato qualitativo e innovativo qualche volta perché no, a scapito del raddoppio degli utili G.C.: Ci sono, dal suo punto di vista, dei segnali (dei libri) che potrebbero far pensare ad una ripresa della letteratura di qualità? A.C.: Certa letteratura commerciale ha i suoi meriti letterari - le formule di Grisham funzionano e trascinano. G.C.: Lei insegna Lingua, Cultura e Istituzioni dei paesi di lingua inglese alla Terza Università degli Studi di Roma. I libri costellano la sua vita professionale e, immagino, siano anche una delle sue più grandi passioni. Quali sono i suoi autori e/o le sue autrici preferiti/e? I libri che più ama o ha amato? A.C.: Oggi i romanzi più importanti - e non pare solo a me giacché hanno avuto vari primi Nobel - provengono dalle nuove letterature: dai Caraibi, dall’India, dall’Australia, dal Sud Africa. Naturalmente, mi riferisco alla sfera inglese: Walcott, Naipaul, Rushdie, Gordimer, P. White, C. Stead sono scrittori giganteschi e hanno dietro di sé interi mondi da esprimere - temi mai entrati nella letteratura prima d’ora. G.C.: Il titolo del libro è accattivante. Secondo lei la categoria del “best seller” sarebbe stata inventata? A.C.: La verità di fondo che credo di aver voluto spiegare nel corso di tutto il libro è che quest’ultimo si intitola “L’invenzione del best seller” perché proprio in quel decennio ci si rese conto che con un libro si potevano fare soldi e da allora si cercò di rendere il processo il più industriale possibile. In questo senso, sì, il “best seller” sarebbe stato inventato per uno scopo ben preciso: quello di raddrizzare i già allora precari bilanci dell’industria editoriale. |
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