di Gaja Cenciarelli
Traduzione di Massimo Ortelio
Neri Pozza, Vicenza
pp. 384 € 16,50 - 2003
Michael Collins non fa che sorprenderci: prima con L'altra verità, poi con Emerald Underground e ora con I risorti il suo ultimo romanzo. Pare che ad ogni opera, Collins si faccia sempre più maturo, che trovi - a ogni libro - una voce e uno stile assolutamente personali. A differenza di Emerald Underground, e anche del precedente L'altra verità, con questo romanzo Collins raggiunge un equilibrio ideale tra la sua forma mentis europea (è irlandese, di Limerick) e il luogo in cui vive, e che è diventata la sua patria adottiva, l'America. 
Frank è il protagonista: un uomo dal passato travagliato, dalla vita difficile, sposato con Honey, la quale, a sua volta, ha avuto in giovinezza un figlio da un uomo che, condannato a morte, sta per essere giustiziato.
Tutto il romanzo ruota sul cardine costituito dal mistero della morte dei genitori di Frank e si svolge in una sorta di limbo geografico, una delle zone di confine tanto care a Collins, una di quelle zone abitate da creature ai margini della civiltà, sospese tra verità e illusione e, di conseguenza anche tra giustizia e crimini. Frank decide di tornare a casa, di fare un viaggio a ritroso nella sua vita, dopo aver letto sul giornale della morte violenta dello zio che l'ha allevato.
Con il suo spirito critico tipicamente europeo, Collins disegna una serie di personaggi memorabili, tratti, come lui stesso ammette, dalle espressioni di alcune persone in determinati momenti della loro vita. L'autore cattura impressioni e facce e le riporta sulla carta, dando loro vita, facendole vivere di vita propria. Un americano non avrebbe mai potuto scrivere un libro simile: perché lo sguardo di Collins è spietato sì, ma anche addolcito da una sorta di comprensione e compassione; la sua critica va fin nel cuore della società americana, senza galleggiare in superficie. S'inoltra nelle viscere della provincia dove accadono i delitti più efferati, analizzando fin nell'intimo desideri, pulsioni, sogni, mancanze.
Soprattutto le mancanze. Sono quelle che pesano di più nella narrativa di Collins: mancanza di amore, di denaro, di salute, di certezze; la mancanza delle persone di cui si parla; persone che brillano per la loro assenza, di cui si conosce tutto tramite una terza persona.
C'è sempre un viaggio, nei libri di Collins, quasi che il viaggio, come per i Grand Tourist dell'Ottocento fosse necessario a scatenare una qualche trasformazione (e chissà che non sia davvero così?), ci sono sempre animali - gatti, cani, mucche, polli, cavalli - che subiscono le conseguenze della crudeltà degli uomini, più feroci delle bestie. Ci sono personaggi che crescono e personaggi che rimangono uguali a se stessi, o anche personaggi che scompaiono nel nulla.
Questo grande scrittore irlandese, ma americano d'adozione, ci racconta l'America dal punto di vista di una persona che in America vive e lavora ma che, nondimeno, non può rinunciare alla sua anima mediatrice europea. Forse è proprio questa la forza dei suoi romanzi, una forza che scatena effetti sorprendenti della quale, ci auguriamo, Collins non potrà mai fare a meno.