«Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient'altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia. [...] Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. Da quando era piccolo non smette di comprare fogli di carta, matite, quaderni.
Lucas dice:
- Ha ragione, Victor. Scrivere è la cosa più importante».
[pag.210]
- [...] Tanto per cominciare, che cosa scrive?
- Quello che scrivo non ha nessuna importanza.
Insiste:
- Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diviene insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.
Dice:
- Sì, certe vite sono più tristi del più triste dei libri. -
Dico:
- Proprio così. Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.
[pag. 273]
Agota Kristof, Trilogia della città di K., traduzione di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo, Einaudi 2007.
Nei momenti più tristi e più difficili della mia vita c'è sempre stato un libro al mio fianco. I libri non mi hanno mai tradita: è come se avessero saputo ciò di cui avevo bisogno e fossero venuti loro da me. Con il carico di riflessioni che in quel determinato momento mi si addiceva. Con tutta la ricchezza e l'abbondanza di cui avevo bisogno per continuare a vivere.