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Inserito da Gaja il Gio, 21/02/2008 - 16:33
[Questo è il prologo del mio libro Extra Omnes, pubblicato dalle Edizioni Zona, nel 2006]
Partiamo da un se. Alteriamo l’ordine della “fabula”, e peschiamo dall’intreccio di fatti e speculazioni.Se il teschio trovato il 14 maggio 2001, da padre Giovanni Ranieri Lucci, nel confessionale della chiesa di San Gregorio VII, a Roma fosse quello di Emanuela Orlandi – come pensa il criminologo Francesco Bruno – questo libro finirebbe qui. Il cerchio si chiuderebbe. Perché il se può essere raggelante. Paralizza. È una porta socchiusa dietro cui potrebbe nascondersi di tutto, è il terrore fatto parola. È la somma delle possibilità cui è appesa la nostra vita. Un se. Ma, d’altro canto, se quel teschio non appartenesse a Emanuela Orlandi, i fili di questa vicenda continuerebbero a penzolare, le parole si moltiplicherebbero, la fabula sarebbe infinita. E, a sua volta, genererebbe un’ennesima serie di se. E di perché. A ogni modo, se questo fosse un vero libro-inchiesta avrei qualcosa di più concreto da offrire di un se. Solo che questo non è un libro-inchiesta, né un instant-book (ché proprio di instant non avrebbe nulla, se anche il tempo fosse un concetto relativo), né un romanzo nel vero senso della parola. Altri hanno scritto e ricercato più e meglio di me, in particolare gli autori degli ultimi tre libri su Emanuela Orlandi: Antonio Fortichiari, Ferdinando Imposimato e Pino Nicotri, che mi hanno fornito innumerevoli spunti di riflessione e informazioni preziose. Perché io non sono una giornalista, né un magistrato, né un’addetta ai lavori. Io scrivo e basta, le parole sono la mia passione, e mi danno da (soprav)vivere, anche se sono quelle degli altri – come spesso accade ai traduttori letterari. Solo che, in questo momento, non mi sento né una scrittrice, né una traduttrice, ma – in preda a un’improvvisa quanto sconvolgente regressione all’adolescenza – semplicemente una ragazzina che si trova faccia a faccia con il vuoto. Mi sono spesso chiesta dove sarebbe ora, Emanuela Orlandi, se fosse viva. Più che altro ricordo il giorno – il periodo – in cui l’ho vista per la prima volta. E spesso penso a quanta vita ho vissuto, io, da quel momento in poi, dai primi di luglio del 1983. Quanta vita hanno vissuto i suoi rapitori. Quanta vita ha vissuto chi l’ha adescata. Quanta vita ha vissuto chi ha scritto le rivendicazioni. Quanta vita ha vissuto chi ha telefonato alla famiglia dopo il rapimento. Quanta vita ha vissuto Alì Agca. Quanta vita ha vissuto il mondo in cui Emanuela viveva. Non sempre i ricordi sono un’àncora che ti lega al passato. Io sono ancora protesa verso il futuro. Sono pronta a cambiare, e a rivoluzionare la mia vita da capo a piedi, se necessario, malgrado le paure che puntellano la mia vita e che – talvolta – la inchiodano, paralizzandola. Ciò nonostante ricordo. I ricordi sono il mio presente e il mio domani, non dimentico mai niente. Nemmeno una parola, nemmeno una virgola, nemmeno un atteggiamento, nemmeno un viso, nemmeno un dolore. Soprattutto il dolore. Dai diamanti non nasce niente Dal letame nascono i fior. Rispondi |
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