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Inserito da Gaja il Ven, 19/06/2009 - 06:17
IL FILO SPEZZATOdi ENRICO GREGORI Io non ci credevo alla tua promessa. Eppure la ripetevi a dispetto di tutto, trascurando che io e te stavamo solo fabbricando ricordi. “Sarai per sempre un aquilone, legato al mio polso con il filo della devozione. Dove il vento ti spingerà, io ti seguirò coi miei pesanti passi mentre tu, leggera, spazierai nel nostro sogno”. Eccomi ora, liberata come sapevo di dover essere. Prima o poi. Quello spago lo hai reciso. Strappato coi denti della rabbia, logorato con la lama della noia. Ora, aquilone senza rotta e senza guida, sorvolo la fabbrica dei ricordi e l’eco spenta delle promesse celebrate sull’altare dell’ignavia. E’ tutto infinitamente più chiaro da quassù, non è vero che la prospettiva inganni. Le bassezze così le vedi perché tali sono. “Non ci saranno rovi tra i quali impigliarti, né vortici nei quali perderti. Io, col mio filo, saprò sempre indirizzarti”. Sì, dicevo. E planavo sfidando correnti, antenne, cavi dell’alta tensione. E ora niente più fili, niente più guida. Ma niente illusioni, perché queste non volano. Hanno il peso della sconfitta e quando si rompono, piombano nel cuore e fanno voragini. Poi si sfaldano, si dissolvono. E allora sì, voli senza spaghi e senza timoni. Lambisci rovi e paraboliche. Subisci strappi e lacerazioni, o meglio, altri strappi e nuove lacerazioni. Eppure non era così che doveva andare. Non credo, no. Da bambina avevo un aquilone e non lo perdevo mai di vista. Se il vento era troppo violento, non volevo che lui volasse. Lo tenevo sulle ginocchia, gli parlavo e guardavo i suoi colori. Così dev’essere. L’aquilone non lo si illude, non gli si spaccia una tormenta per un refolo di vento. Sono vittima delle mie illusioni, lo so. E sapevo di sapere. Mi legai a quel polso per estremo bisogno di un orientamento che avevo perso. Mi piace pensare che ora sorvolo la tua vita e ciò che di noi conservi. Perché so, lo so, almeno un respiro al giorno lo dedichi all’aquilone che non hai più. E speri che quel soffio lo faccia librare in alto per un po’, solo per guardarlo mentre aggiunge i suoi colori all’azzurro del cielo. Riflettici, ora che volteggio sui tuoi pensieri dimagriti. “Cosa guardi alla finestra? Cosa c’è lassù?” “Nulla, cara”. “Nulla?” “Nulla”. “Vieni a letto”. IN PIENOdi FIAMMA LOLLI Vuoi guardare? Guarda. Vuoi vedere? Questo è già molto più difficile. Occorrono lampi portatili, labirinti di tasche, illuminazioni lungamente attese (ad averne di improvvise son bravi tutti), occhi fisici ben chiusi, occhi d’aria ben aperti. Visioni, non immagini. Vuoi sapere? Ne dubito. Sei disposto ad abbandonare l’abbraccio del reale, così mortale, così rassicurante? Allora fallo. Non sarà leggerezza quel che troverai, non assenza di peso ma sostanza, solidità immane, bordi di bordi di bordi. Dove il corpo smargina e al passo s’accompagna la fatica, dove ti è detto “salta” e se lo fai è puro precipizio quel che trovi, dove non c’è pietà, lì: lo specchio. Sono tua, sono tua, senza catene. L’ho cantato, mugolato, ripetuto piano, pianto. L’ho sognato e da sveglia ancora lì: sono tua, sono tua. L’ho singhiozzato e riso, accudito, lanciato al cielo, accolto prima che ricadesse con un tonfo di piume e carne molle tra le mie braccia – queste – che tanto hanno tremato, e avvolto, e dato e stretto e tolto e riposato e fatto riposare, e allargato, allargato. È in quest’appartenenza che tutta la mia libertà si dipanava e misurava e a dismisura tesseva trame sfrante, ormai senza rimedio. Ma la tua? Non ci sei stato quando più sarebbe stato necessario trovarti. Necessario, non altro. Ma tu, tutto preso a decidere, piuttosto, convinto che “a ogni angolo di strada si aprono infinite possibilità, capisci”, hai detto. Definiscimi infinite, ho risposto. Definiscimi possibilità, ho languito. Definiscimi strada e guàrdati le suole delle scarpe. Sono intatte, davvero non te ne rendi conto? E tu niente. Tu a decidere, io la decisa. Non è così che funziona. Ho sbagliato e hai sbagliato, ho fatto e sfatto, t’ho arrancato appresso e l’angolo era sempre il prossimo, sempre in agguato, sempre un poco più in là. Non è così che serve. Hai gridato, ho gridato, hai stretto il pugno con tutti i fili dentro e il groviglio passava e ripassava per lo stesso sangue, ed era il mio. Non è così che scorre. Vuoi capire? Non credo. Cara grazia, che mi è stata sorella e rimpianto, torno a lei. A te lascio quel che ti lascio, fanne se vuoi quello che ne farai. L’andirivieni dei merli sul noce mi ricorda che c’è un mondo nel mondo che non è diverso dal mondo, ed è lì che mi aspetto. Non è così che resta quel che resta, e il resto è meno della metà di niente, è molto, molto meno. Allora scelgo il doppio, vedi?, scelgo l’altra: non quella che non sono né quella che sarò ma quella che sono tanto stata. Sempre, e mai, sono rovine di una guerra che ti abbandono in dono insieme al tuo terzo vessillo sbrindellato, la parola tremenda, minaccia tra le nere minacce: e la parola è tutto. Abbine cura tu di tutto, confrontalo con niente, se potrai, tranne consolazione: o respingi. È tuo quanto sei suo – ma tu non appartieni; tu sei libero, dici. Tu, dico, sei perso. Io scelgo di non avere più confini, cuore che ne sei stato il centro, in questo stesso istante scelgo e volo. |
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