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Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

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Moby Dick

 
Inserito da Gaja il Mer, 17/06/2009 - 07:33

LA CASSIERA 
di GEMMA GAETANI

Avevo un conto alla Banca di Roma quando non era ancora stata inglobata da Unicredit. Avevo vent’anni e non un lavoro, aprirlo mi era servito a depositare il risarcimento di un incidente stradale del quale ero stata fortunata protagonista. Dico fortunata perché da quello scontro non bello con l’auto che non mi aveva visto percorrere le strisce pedonali erano usciti danneggiati pezzi poco sostanziali, come il mio pèrone destro e il mio setto nasale. Oltre che la mia fiducia nei confronti del fatto che il passaggio dalle carrozze trainate da cavalli al motore fosse veramente un guadagno, per l’umanità.
Studiavo all’università a quel tempo, e andavo a pagare la retta sempre in banca, sempre nell’agenzia vicina a casa che era anche l’agenzia di mia madre, così capitava che non ci andassi soltanto due volte l’anno per pagare il pizzo autorizzato al mio esamificio. Erano quasi tutti uomini i cassieri, di donne solo una: per qualche ragione che non ho ancora rintracciato io andavo sempre da lei. Che era minuta, molto, troppo magra, perennemente vestita di nero per quel poco che riuscivo a vedere, sarebbe a dire il suo mezzobusto, e dotata di un volto, incorniciato da capelli neri e crespi e mai ben curati, che un regista avrebbe scelto subito per il ruolo di una moglie impazzita che vuole tagliare il pene del marito perché nessun’altra donna ne possa mai avere l’uso.
Quando arrivai alla laurea le cose della mia vita mi avevano portato via da quell’agenzia e da Roma, e anche mia madre aveva spostato i suoi risparmi nel da poco nato e più economico conto corrente postale; i poveri più dei ricchi devono stare attenti a cosa fanno coi soldi che hanno, a quanto costa non tenerli in casa.
Fu un giorno nel quale mi trovavo a Roma che mia madre ed io incontrammo la cassiera dell’agenzia nella quale non eravamo più entrate da anni. Aspettavamo un bus. Parcheggiare in centro era diventato sempre meno possibile. In Via Leone IV. Inoltre in bus si può leggere, io porto sempre un libro in borsa, un libro del quale talvolta leggo pagine. Una passeggiata “giù a Roma”, per noi che eravamo di su, di Monte Mario, era per mia madre un’abituale maniera per non ritrovarci chiuse nella casa che ormai era solo sua, quei pochi giorni al mese che scendevo da Milano per lei. Intrattengo un rapporto coi libri per cui mi basta averli e spesso portarmeli dietro, è raro che li legga per intero, sono una persona profondamente incostante e dedita ad approfondire i dettagli di cui mi innamoro piuttosto che a edificare conoscenze panoramiche perfette. Mia madre dice “giù a Roma” intendendo “Roma centro”. Credo che i pochi libri che ho letto per intero sono quelli che amerò per sempre. Di solito per arrivare e tornare da quelle parti del centro prendevamo il bus 913. Forse è per la mia imperseveranza nella lettura che amo la poesia più della prosa. Temporeggio perché…
Camminando avanti e indietro come rincorrendo una palla che rimbalzasse ma che non esisteva se non nella sua testa la cassiera parlava da sola, gesticolando animatamente, a tratti rabbiosamente, con le mani. I suoi capelli non ben curati si erano trasformati in quelli di una donna che decide di non lavarli più. Le gambe, il pezzo inferiore del corpo che finalmente le vedevo, bene avrei preferito non vederlo: nelle scarpe da ginnastica bianche indossate sotto una gonna corta, classica, a tubo, naturalmente nera, nelle scarpe, tra le gambe, tra la pelle delle gambe e le scarpe non c’erano le calze necessarie per il mese in corso, che era novembre, e non un novembre gentile. Pioveva, e lei non aveva ombrello.
Da allora altre cose della mia vita mi hanno riportato a vivere a Roma, e non passa lungo tempo senza che io la incontri d’improvviso per le strade dell’emiciclo nord della città, quello nella quale pur non lavorando più evidentemente lei vive ancora e io di nuovo, in una casa mia, microscopica, non lontana da quella di mia madre. Non è migliorata mai. È sempre più sporca. Mi spezza il cuore, ogni volta, ogni volta. Non so se mi vede guardarla con la stessa compassione che proverei se fosse mia sorella, perché di fronte al malessere di una creatura è impossibile non sentirsi tutti fratelli sotto lo stesso stronzo tetto che però non ha riparato tutti, non capisco se lo sguardo che a volte fissa nei miei occhi quando succede che l’incontro sia molto ravvicinato ricordi qualcosa di me, di quelle file interminabili davanti al suo sportello che poi mi portavano di fronte a lei, non capisco nemmeno se ricordi qualcosa di sé, non so da dove viene, non so dove va, non so se lo sa almeno lei.
Vorrei fare qualcosa, ogni volta. Ma non so mai cosa.
So per certo che quel tuffo che l’ha condotta allo strappo, perché c’è sempre un momento preciso nel quale il cervello decide di non resistere più e si butta a capofitto, seguendo soltanto la legge della gravità, quella che porta tutto violentemente a franare verso il basso, dev’essere stato compiuto senza alcuna protezione, come un corpo nudo, e da un’altezza non favorevole a una buona caduta, come può essere quella di un cielo, e che il mondo che intorno doveva stare a guardare fisso, estraneo, come colline e collinette e altri accessori di un panorama agreste, senza muovere un dito mentre lei rovinava in quell’acqua bassa nella quale da quel momento tenta di nuotare, mai riuscendoci.
Queste parole, inutili a salvarla, sono per lei. Un abbraccio per lei.


ICARA
di DOMENICA LUISE

Guardava sempre il mare dalle finestre della sua casa, sarebbe bastato attraversare la strada e correre fino alla battigia sui piedi nudi, a sentire le onde fra le dita.
Le bambine avevano cenato ed erano a letto tutte e due, lui stava per arrivare.
Ogni sera le raccontava minutamente la propria giornata e si informava: “Hanno fatto le brave le bambine? Chi ti ha telefonato? Si è sentita tua madre?”, frasi normali, ma le reazioni erano sopra le righe: “Accidenti accidentaccio, non ti telefona mai”, “Accidenti accidentaccio, ti telefona sempre”.
Si stirava sbadigliando contro lo schienale delle sedie che, sotto il suo peso facevano cric croc e spesso si spezzavano.
Da anni ci pensava. Ormai le ali erano quasi finite sia per lei che per le bambine, potevano spiccare il volo quando le piccole sarebbero state pronte. Bastava che battessero forte le braccia una volta salite tutte e tre sul parapetto del balcone e non avrebbero volato troppo in alto perché il sole non sciogliesse la cera né troppo in basso per non essere risucchiate dall’acqua del mare. Una volta in Calabria avrebbero fatto una gran sorpresa a sua madre e non sarebbero tornate indietro mai più.
Per il momento le bambine avevano ancora paura di cascare dal balcone e volevano scendere subito dal parapetto dove lei tentava di farle abituare.
Aveva confezionato le ali con le piume delle oche che, nel tempo, un contadino regalava a suo marito: per precauzione le aveva prima cucite su una stoffa molto resistente e dopo incollate con la cera che stava attorno alle provolette. Lui aveva subito trovato le ali nello stanzino, ma lei gli aveva detto che servivano per giocare con le figlie a carnevale e, poiché non gli costavano un euro, aveva lasciato fare, sia pure brontolando che era tutto tempo perduto.
Le bambine si divertivano in casa facendo finta di essere gabbiani oppure angiolette, ma non erano ancora pronte a lanciarsi. Voleva che provassero quell’ansia di libertà come l’aveva lei.
Del padre avevano tanta paura che in sua presenza ammutolivano.
In Calabria sarebbero state sempre felici.
E poi le ali erano resistenti, montate e incollate bene su cartone.
Era da anni che aveva una poesia in testa, si intitolava Icara: una poesia senza parole perché lei aveva solo la terza media ed era ignorante.
Nessuno doveva saperlo, però voleva salutare l’edicolante sotto casa prima di partire, era un buon vecchio che aveva qualcosa nello sguardo. Forse aveva capito perché una volta lui era stato sgarbato mentre comprava il giornale e l’aveva chiamata “cretina”. Poi l’aveva subito accarezzata : “Scusami, amore”, e quella era stata l’ultima volta che lei gli aveva creduto, portava ancora i segni delle nerbate, appena a casa si era levato la cinghia e, mentre le piccole piangevano e lei gridava : “Andate a chiudervi nel bagno”, lui l’aveva colpita più volte. Non sarebbe più capitato. C’era la libertà fuori dalle finestre della sua casa.


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oggi il cielo qui è

oggi il cielo qui è plumbeo, forse si prepara una pioggia di quelle estive, torrenziali ed inutili per chi sta in città. l'umore sotto i tacchi. due racconti da spararsi. perché mi fate piangere, così, di primo mattino? perché ci sono in giro così tanti uomini stronzoidi e così tante donne che subiscono? perché gli uomini s.....oidali non capitano a quelle come me che farebbero vendetta di tutte queste sorelle VERE? stanno nei racconti, ma sono vere queste presenze mute, sono di carne e sangue. qualche appunto alla forma però lo faccio. gemma: se ti fossi attenuta al numero di battute il racconto avrebbe acquistato più nerbo e avresti forse curato di più alcune espressioni, altre le avresti potute togliere in quanto ininfluenti ai fini della storia. domenica: la frase finale è pleonastica: perché dovrebbe scappare, se non per la libertà? in questo modo ci riconduci esclusivamente al tema della morte-libertà. senza, o con un'espressione diversa, tutto rimarrebbe collocato nel punto di vista ingenuo-disperato della protagonista, che vuole davvero andare in calabria ("calabri rapuere...").
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Fanciulla volante

Posso commentare soltanto il primo racconto perché il secondo è mio e quindi mi tocca soltanto ascoltare cosa ne pensate. Tuttavia è strano: in entrambi i racconti si parla di una persona fuori di mente per un qualche grande dolore. Non so se sia semplicemente capitato occasionalmente oppure se Gaja li ha accorpati. Ciò è avvenuto anche altre volte. La donna del primo racconto è descritta con una così calda umanità e compassione che mi sono commossa. E' vero: ha oltrepassato una soglia che separa il normale dall'incubo e dal sogno. Vivete sempre felici e poeti: ne vale la pena.
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lu perché non vai a farti

lu perché non vai a farti un giro senza ombrello e ti attieni ad un commento meno violento e più asciutto? anonimo che si rivelerà con l'impeccabile padrona di casa.
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?????? rivelati anche con

?????? rivelati anche con me: e impara a leggere.
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Domenica, come ho già

Domenica, come ho già scritto altre volte io non faccio niente. Sul serio, è il Caso che ha abbinato i racconti. Sin dall'inizio. Io solo preso il primo partendo dall'alto e l'ultimo dal basso, e così via. 

Anonimo: rivèlati con tutti, non è corretto attaccare così un commentatore.

Lulù: ho già scritto altrove riguardo al numero di battute. Ci sono alcuni racconti che hanno sforato, è vero. Non avevo il tempo (qualcuno si ricorda?), né la forza di fare i conti. Mi sono affidata agli autori. Mi rendo conto che ciò possa non essere giusto nei confronti di chi ha fatto i salti mortali per restare all'interno delle 3000 battute, e infatti - la prossima volta - la prima cosa che farò sarà verificare la lunghezza. Dopodiché - bello o brutto che sia - il racconto sarà escluso. Successivamente si parlerà di qualità, e di selezione in base alla qualità.
MA c'è un MA.
Direi che Auroralia è un successo in ogni sua forma. Direi che forse, per come è nata, per la genesi che ha avuto, per il MOMENTO (MIO) particolare in cui si è evoluta, forse - e ripeto FORSE - si potrebbe guardare il quadro generale - che, garantisco. è più complesso e importante di quanto già non appaia - che non lo sforamento di battute.
Fermo restando che di "momenti particolari" come quello che sto passando ce n'è uno solo nella vita, per fortuna, e che le prossime volte sarò più rigorosa e DI SICURO più attenta.

Ne approfitto per ringraziare di cuore Gemma, che conosco di persona: ha scritto un racconto splendido e straziante. Conosco lo stile di Gemma - è una scrittrice che spero, e mi aspetto, di vedere in cima al mondo - e il fatto che mi abbia regalato il racconto per Auroralia è per me un onore oltre che una gioia.

Domenica l'ho conosciuta grazie ad Auroralia. E sono rimasta toccata dal suo racconto. Così limpido, così angosciante, così - in un certo senso - disarmante. Lo leggo, lo rileggo, e per me è una scoperta. Grazie, Domenica. Per avermi mandato le ali di Icara.

Un bacio a entrambe.

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Fanciulla volante

Sì, cara Gaja, lo supponevo, ma mi sembrava davvero troppa questa casualità. Invece è proprio vera, come se Auroralia fosse stranamente condotta da una spinta interna. E' stato tramite l'amica Cristina Bove che ti ho incontrata. Il racconto appena pubblicato è un estratto da un racconto più ampio, sempre ispirato dalla fotografia della fanciulla a volo e che stamattina ho pubblicato sul mio blog senza però dire niente, sono curiosa di vedere i commenti qui e lì. Lì è più compiuto, qua è sospeso, chissà quale piacerà di più o dispiacerà di meno. Io credo, Gaja, che la ricchezza del pensiero umano scritto, dipinto o musicale che sia, è un bene incommensurabile, capace di sostituire o almeno diminuire il male, al quale spesso siamo trascinati. E' una passione buona che prende il posto di quelle cattive: non è poco.
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gaja: il numero di battute

gaja: il numero di battute come regola qui non c'entra. c'entra però, dal mio punto di vista, nella misura in cui poteva essere d'aiuto a levigare. non ho fatto altro che citarlo in questo senso. quanto a chi salta su subito, lui sì in modo violento, mi pare sproporzionato e scorretto: ho letto commenti anche di dichiaratissimi frequentatori del blog, non: anonimi, a volte per niente entusiastici. io dico che i due racconti mi hanno fatto commuovere, ma che hanno entrambi, a mio parere, qualche difettuccio formale. forse, non essendo scrittrice non spetta a me dirlo, mentre mi spettano tutte le critiche. se è così, ritiro tutto, mi preme di più l'armonia tra le persone che il mio microscopico punto di vista.
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Buongiorno! Ho letto che

Buongiorno! Ho letto che mancano solo 3 giorni alla fine dei racconti e già so che qs. appuntamento mattutino mi mancherà. Devo fare una premessa: non ho ancora "smaltito" il ricordo dei due racconti di ieri, la notte non mi è bastata qs. volta per resettarmi. Il primo racconto mi ha fatto rivivere le emozioni di un libro che mi fu regalato, "Trauma" di Patrick McGrath che trovai un po' lento e frammentato quindi credo di aver attuato una sorta di trasfert su qs racconto. Del secondo mi è piaciuta l'idea e anche lo stile trovo sia più nelle mie corde, più fluido.
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due modi diversi di

due modi diversi di raccontare l'estraneità al mondo. molto corretti entrambi e con il pregio dell'immediatezza. una leggera preferenza per il secondo.
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ancora attinenze

questo dev'essere un prodigio, anzi sicuramente lo è. ammiro chi può scrivere con tanta facilità in breve spazio. Domenica mi pare abbia sintetizzato in maniera eccellente una condizione famminile che non è solo nostrana: ovunque le donne cercano di fabbricarsi ali, per sé e le nuove generazioni, ma è come doverlo fare cucendo piuma per piuma, senza mai stancarsi... mi è piaciuto davvero tanto.--------- Anche quello di Gemma mi ha colpita, per l'acutezza dei particolari, per la capacità di calarsi nell'altro tra realtà e ipotesi, e per la complessità delle argomentazioni.
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Il primo racconto mostra

Il primo racconto mostra classe autentica nella composizione: se ha ecceduto il numero di battute prescritte, lo ha fatto a ragion veduta, perché il suo pregio maggiore, a mio giudizio, è proprio nella disposizione e nella misura delle divagazioni, delle espansioni (accuratissima quella del paragrafo da "Fu un giorno" a "Temporeggio perché…") che danno senso e sapore al raccontino senza fargli smarrire la direzione nemmeno per un momento. Secondo me è qui, al di là dello 'scrivere bene' o del saper disegnare felicemente un bozzetto, che risiede la vera perizia e il vero talento di uno scrittore. Ho apprezzato comunque anche la lingua, quotidiana nel registro ma eletta, non sciatta e grazie a D*o che non cerca mai il registro poetico o sublime.

Intervengo solo ora perché questo è il primo pezzo che mi sia piaciuto e che mi è sembrato interpretare in maniera a un tempo personale e plausibile la suggestione proposta dalla fotografia. Marco Bertoli

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confini e sconfinamenti

Il racconto di Gemma non è troppo lungo in sé: divagare, temporeggiare, avvicinarsi al centro venendo da lontano è il suo stile, o almeno - non ho ancora letto altro di lei, o molto poco - è il suo stile questa volta. Che poi una regola sia una regola, e che la prossima volta Gaja avrà la serenità che tutti le auguriamo per attenersi e farci attenere a quella regola, è un altro paio di maniche. E ancora: non siamo qui, credo e spero, per distribuire giudizi bensì per esercitare la critica. L'ho già detto e lo ripeto, Auroralia è la prima Zona Franca: un luogo aperto in cui chi scrive e chi legge si ritrova insieme per imparare non solo a scrivere ma a leggere, violando il confine del "mi piace/non mi piace" per entrare in un territorio molto più vasto e in cui forse ci è data una possibilità di libertà - cioè di scelta; dove si torna a porre e porsi domande, su che cosa significhi scrivere, e perché farlo, e per chi; una zona in cui autori e lettori sono gli uni a portata di mano degli altri, cosa della quale non so voi ma io ho un immenso bisogno. Come donna che scrive non meno che come donna che legge e viceversa, all'infinito. Ciascuno poi da questo mare pescherà le perle che più riterrà tali. Per questo, non per piaggeria o per assenza di opinioni personali, ringrazio ogni volta ogni racconto. Quelli che mi sono "piaciuti" di più e quelli che mi sono "piaciuti" di meno. Qui possiamo essere tutte e tutti uguali, scrittori e lettori: è una possibilità preziosa che Gaja ci ha regalato, cerchiamo di non sprecarla. E speriamo che la cassiera di Gemma ritrovi il trampolino, o lo scoglio, dal quale si tuffò e risalga, e che le ali di Icara restino nel sogno, senza sfrangersi, e loro con lei, contro una realtà troppo ostile. "Non sarebbe più capitato" scrive Domenica Luise in quella che in fondo è la vera frase finale del racconto; non capiterà più, scriverà nel suo prossimo racconto. Che lei scriverà e che io sarò pronta a leggere.
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Due storie che raccontano l'allontanamento dalla vita.

Nel primo racconto ho fruito della storia per la scorrevolezza narrativa, non tanto per la vicenda.Il secondo lo trovo perfetto, coinvolgente e vero, come Mimma da grande affabulatrice sa fare.
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belli

due racconti importanti per gli argomenti veri, duri. a me piace la letteratura, uso questo termine, che parla di argomenti di questo genere, che parla duqnue della realtà, di quello che accade fuori dalla mia stanza e dal mio guscio. a me piace confrontarmi con quello che c'è per le strade(le banche), nelle famiglie, tra la gente. mi è però parsa migliore la scrittura del secondo, rispetto al primo.
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Mi pare,

ma non le ho contate, è soltanto un'impressione, che nel primo si sfori il numero di battute indicate. Il secondo sta più alle regole, sia per quanto riguarda la lunghezza, che l'aderenza all'immagine proposta dalla fotografia. Entrambe le vicende narrate sono realistiche, crude, raccontate con dovizia di particolari, che nel primo caso diventano divagazioni. Il secondo è sufficientemente asciutto per piacermi molto, considerato l'argomento scelto. Sono entrambi nelle mie corde, ma mentre il primo è già filtrato dal giudizio interpretativo dell'autrice, il secondo, più scarno, mi lascia maggiore spazio, in qualità di lettrice e mi stupisce, perché conoscevo Domenica, per averla letta qui e là su blog, più ridondante e barocca in fatto di sentimenti ( detto con affetto), nel mentre in questo caso...è, per me, perfetta.
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a me pare..

...e qui mi fermo, che i due racconti siano molto vividi e ben scritti. Entrambi. Mi piacciono molto, e non so scegliere. Dirò di più...non mi va di scegliere :-)
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Due pugni nello stomaco, ma

Due pugni nello stomaco, ma dati di gran classe, come li darebbero due supereroine Marvel. E l'elemento fantastico si ferma al pugno, perchè c'è una quantità di verità quasi insopportabile. Ma necessaria. Indispensabile, direi. Il primo mi ha toccato perchè le cose autobiografiche (o quelle che vengono presentate come tali, non è importante che la storia sia vera o meno) mi piacciono sempre molto, mi incuriosiscono di più. Il secondo l'ho apprezzato perchè sinistro, con un filo di inquietudine sottile che diventa un vero gomitolo di orrore nelle righe finali. Il caso ha voluto che oggi fosse il giorno dell'unheimlich, del perturbante. Il giorno di ciò che non vorremmo vedere, o meglio di ciò che con Foucault siamo abituati a vedere confinato in istituzioni totali (la pazzia e il crimine, l'ospedale e la prigione) e che invece questi racconti ci ostendono. Così come capita che ce li ostenda la realtà quotidiana.
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credo che questi racconti

credo che questi racconti siano più "heimat" che un-heimlich per molte donne. magari fossero sinistri. sono dei destri, diretti, in faccia.
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Mi piacciono le storie che

Mi piacciono le storie che non mi fanno stare in pace con il mondo, che mi spingono ad interrogarmi. Questi due racconti hanno avuto su di me questo effetto. Molto vividi, come ha scritto Silvia. Per come tratta l'argomento sceglierei il primo, per lo stile il secondo. Dunque preferisco godere di entrambi perchè per fortuna la normalità è un mero concetto statistico.
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Cara Gaja, innanzitutto sono

Cara Gaja, innanzitutto sono onorata e felice io di essere ospitata qui. L'attenzione, la serietà e la delicatezza insieme, l'interesse preciso che sento intorno a questi racconti, leggere frasi come "esercitare la critica" di Fiamma Lolli (Fiamma, se l'avessi detta di persona e io ti fossi stata davanti ti avrei dato un bacio in fronte!), le osservazioni di Marco Bertoli intorno alle mie divagazioni e i suoi argomentati apprezzamenti (Dio solo sa quanto uno che scriva, preferisco questa espressione a scrittore/scrittrice, abbia a volte bisogno di sentire che la sua scrittura sia analizzata, letta, compresa come da una TAC), insomma tutto questo mi fa quasi commuovere perché spesso mi è capitato, invece, di incontrare dei veri cialtroni nell'ambiente letterario, nonché tra i lettori, specialistici (ovvero i critici) o meno che fossero. Per quanto riguarda ciò che scrivo è per questa ragione che credo che dovremmo impegnarci a restituire alla scrittura e alla lettura quello spessore che nei luoghi che sono ad esse deputati hanno a volte perso, e senza nemmeno rimorso. Gaja, hai insomma creato una piccola grande magia, e spero con tutto il cuore che questo modo prezioso di rivolgersi alle cose letterarie messo in atto da "Auroralia" non finisca qui. Ho trovato il racconto di Domenica molto bello, tremendo e bello, e potente, molto potente, l'effetto "destro in faccia" di cui parla Lu, che a me è parso essere il fatto che soltanto alla fine si comprenda da chi, Icara, voglia fuggire con le sue bambine. D'altronde quando vogliamo volare (via) è più facile che sia per disperazione che per gioia... Entrare in gioco narrativo con la fotografia che doveva guidare i racconti, estremamente suggestiva e lirica, e perciò complicata da introiettare sensatamente scrivendo, non era affatto facile. Ecco perché trovo notevole il riferimento ad Icaro (uno dei personaggi mitologici che peraltro amo molto, Domenica, altra coincidenza tra noi/i nostri racconti), e dico che non era facile farne una versione femminile che avesse senso ma Domenica ci è riuscita in pieno. Come successe a Ki-Duk quando decise che una delle due protagoniste de "La samaritana" (lo ricordate?) pur di non perdere la sua libertà decidesse di volare dalla finestra di una stanza d'albergo perdendo altresì la vita. Altra Icara, però non dichiarata, che è difficile cancellare dalla mente, esattamente come credo mi succederà con la protagonista del racconto di domenica. Un abbraccio forte a tutti, Gemma p.s.: Ero consapevole di aver sforato un pochino la misura, ho deciso di farlo per non sacrificare alcune cose che mi parevano necessarie al racconto. Essendo la figura della cassiera un personaggio piuttosto forte mi piaceva crearle intorno - almeno nella scrittura - un tappeto morbido, che non ce la porgesse in maniera urlata e troppo diretta, ciò che a mio avviso avrebbe reso troppo violenta l'esposizione narrativa. Perciò chiedo scusa, ma non troppo. Un po' come quando si passa che il rosso sta scattando e becchiamo la multa: sapevamo che potevamo beccarla, e ce la teniamo... :0) p.p.s.: Pochi giorni dopo averti mandato il racconto, Gaja, ho incontrato l'ex cassiera di mattina, in un bar di Viale delle Medaglie d'Oro. Faceva colazione, e c'era in lei un'angosciante anormalità nel condurre un'azione apparentemente così normale. Fissava il cappuccino come io fissavo lei quei pochi secondi che l'ho fatto prima di distogliere lo sguardo, per rispetto. Ho dedotto che abita da quelle parti, che non è una barbona, ma veramente una donna che proviene forse da una famiglia agiata (altrimenti vivere senza lavorare è piuttosto difficile, a Roma), e che però ha vissuto qualcosa di troppo doloroso e gli sia arresa. Insomma non è una donna che sta bene e questo mi rattrista. Ma finché la incontrerò in giro per questo spicchio di Roma nord sarò contenta. Vuol dire che è viva. E a volte mi dico che se mi nota guardarla, quando succede, se se ne accorge probabilmente si chiederà cos'avrò da guardarla con quegli occhi rotondi, e se sono pazza. E questa cosa mi procura un sorriso che spero un giorno di vederle in viso.
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Scusate, nel commento precedente

ho dimenticato di inserire nomi e dati eccetera! Inoltre non so come si fa a far risultare l'accapo, ne ho dati scrivendo, ma non son venuti fuori! Pardonnez-moi, Paperino Gemma
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Fanciulla volante

Sono rimasta commossa per le parole dette dalla gentile signora Gemma, mia compagna di "racconto". Grazie, cara. Quando ho letto il tuo mi sono completamente sentita trasferita in quella povera creatura. Penso una cosa: talora, all'economia della storia, serve un pezzetto importante, perché non concedere la possibilità di un ondeggiamento almeno di sei o sette righi in più? Se le regole sono elastiche ci sentiamo tutti meglio. Io ho scritto il racconto per Auroralia così come l'avete letto qui, ma subito dopo mi è venuta voglia di svilupparlo più a fondo e l'ho pubblicato sul mio blog http://domenicaluise.splinder.com/ nello stesso giorno in cui è uscito questo, senza dire niente a nessuno, ma lo dico adesso, ero curiosa di vedere cosa scrivevano i miei commentatori. Gaja, l'iniziativa è bellissima, a quando la prossima? Magari con una poesia. O anche con un nostro dipinto ispirato ad un altro bel soggetto. E perché non cantare inventando il canto? Cristina Bove sa recitare meravigliosamente le poesie. Ognuno fa bene qualcosa e può migliorare, insieme è una meraviglia, senza competizioni. E poi, se i commenti sono vere critiche anziché semplici cordialità e saluti, dobbiamo tutti essere contenti, impariamo e miglioriamo. Un abbraccio a tutti e grazie per i vostri preziosi commenti. Preziosi non tanto per dire. Grazie, davvero. Un'ultima cosa: Gaja, so che nel bel mezzo di questa iniziativa hai avuto un grave lutto, ti sono vicina con affetto e tenerezza. Non vorrei mai che gli altri soffrissero quello che ho sofferto io, ma purtroppo non posso risparmiare nessuno. Allora sussurro una preghiera poverella e ti abbraccio.
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Cara Mimma: grazie. Le

Cara Mimma: grazie. Le preghiere non sono mai poverelle. È vero, tre giorni dopo aver lanciato Auroralia mia mamma è morta. Penso che la mia vita sia in un certo senso finita con lei. Magari ne comincerà un'altra, ma per ora non vedo luce. Grazie, cara 
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Fanciulla volante

E' vero, Gaja, finisce una vita e ne incomincia un'altra. Assommiamo dolore e amore, ogni tanto, chi ce la fa, scherza e gioca come me, facendo dell'ironia. Comunque cresciamo, e non come piacerebbe a noi. Di più non so dire né capire, la fede mi aiuta, ma non risolve, non è il suo compito o non sarebbe fede. Mi aiutano anche le persone care ed in questa vicendevolezza c'è un nuovo volo delle fanciulle che noi siamo. Ciao, cara.
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Belli ambedue. Ricchi di

Belli ambedue. Ricchi di amore verso la fragilità umana. Ricchi di partecipazione. Mimma ho già avuto modo di apprezzarla. E' una persona speciale. Gemma, è una piacevole conosenza! Complimenti ad entrambe Giovanna Giordani
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