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Inserito da Gaja il Mer, 17/06/2009 - 07:33
LA CASSIERA di GEMMA GAETANI Avevo un conto alla Banca di Roma quando non era ancora stata inglobata da Unicredit. Avevo vent’anni e non un lavoro, aprirlo mi era servito a depositare il risarcimento di un incidente stradale del quale ero stata fortunata protagonista. Dico fortunata perché da quello scontro non bello con l’auto che non mi aveva visto percorrere le strisce pedonali erano usciti danneggiati pezzi poco sostanziali, come il mio pèrone destro e il mio setto nasale. Oltre che la mia fiducia nei confronti del fatto che il passaggio dalle carrozze trainate da cavalli al motore fosse veramente un guadagno, per l’umanità. Studiavo all’università a quel tempo, e andavo a pagare la retta sempre in banca, sempre nell’agenzia vicina a casa che era anche l’agenzia di mia madre, così capitava che non ci andassi soltanto due volte l’anno per pagare il pizzo autorizzato al mio esamificio. Erano quasi tutti uomini i cassieri, di donne solo una: per qualche ragione che non ho ancora rintracciato io andavo sempre da lei. Che era minuta, molto, troppo magra, perennemente vestita di nero per quel poco che riuscivo a vedere, sarebbe a dire il suo mezzobusto, e dotata di un volto, incorniciato da capelli neri e crespi e mai ben curati, che un regista avrebbe scelto subito per il ruolo di una moglie impazzita che vuole tagliare il pene del marito perché nessun’altra donna ne possa mai avere l’uso. Quando arrivai alla laurea le cose della mia vita mi avevano portato via da quell’agenzia e da Roma, e anche mia madre aveva spostato i suoi risparmi nel da poco nato e più economico conto corrente postale; i poveri più dei ricchi devono stare attenti a cosa fanno coi soldi che hanno, a quanto costa non tenerli in casa. Fu un giorno nel quale mi trovavo a Roma che mia madre ed io incontrammo la cassiera dell’agenzia nella quale non eravamo più entrate da anni. Aspettavamo un bus. Parcheggiare in centro era diventato sempre meno possibile. In Via Leone IV. Inoltre in bus si può leggere, io porto sempre un libro in borsa, un libro del quale talvolta leggo pagine. Una passeggiata “giù a Roma”, per noi che eravamo di su, di Monte Mario, era per mia madre un’abituale maniera per non ritrovarci chiuse nella casa che ormai era solo sua, quei pochi giorni al mese che scendevo da Milano per lei. Intrattengo un rapporto coi libri per cui mi basta averli e spesso portarmeli dietro, è raro che li legga per intero, sono una persona profondamente incostante e dedita ad approfondire i dettagli di cui mi innamoro piuttosto che a edificare conoscenze panoramiche perfette. Mia madre dice “giù a Roma” intendendo “Roma centro”. Credo che i pochi libri che ho letto per intero sono quelli che amerò per sempre. Di solito per arrivare e tornare da quelle parti del centro prendevamo il bus 913. Forse è per la mia imperseveranza nella lettura che amo la poesia più della prosa. Temporeggio perché… Camminando avanti e indietro come rincorrendo una palla che rimbalzasse ma che non esisteva se non nella sua testa la cassiera parlava da sola, gesticolando animatamente, a tratti rabbiosamente, con le mani. I suoi capelli non ben curati si erano trasformati in quelli di una donna che decide di non lavarli più. Le gambe, il pezzo inferiore del corpo che finalmente le vedevo, bene avrei preferito non vederlo: nelle scarpe da ginnastica bianche indossate sotto una gonna corta, classica, a tubo, naturalmente nera, nelle scarpe, tra le gambe, tra la pelle delle gambe e le scarpe non c’erano le calze necessarie per il mese in corso, che era novembre, e non un novembre gentile. Pioveva, e lei non aveva ombrello. Da allora altre cose della mia vita mi hanno riportato a vivere a Roma, e non passa lungo tempo senza che io la incontri d’improvviso per le strade dell’emiciclo nord della città, quello nella quale pur non lavorando più evidentemente lei vive ancora e io di nuovo, in una casa mia, microscopica, non lontana da quella di mia madre. Non è migliorata mai. È sempre più sporca. Mi spezza il cuore, ogni volta, ogni volta. Non so se mi vede guardarla con la stessa compassione che proverei se fosse mia sorella, perché di fronte al malessere di una creatura è impossibile non sentirsi tutti fratelli sotto lo stesso stronzo tetto che però non ha riparato tutti, non capisco se lo sguardo che a volte fissa nei miei occhi quando succede che l’incontro sia molto ravvicinato ricordi qualcosa di me, di quelle file interminabili davanti al suo sportello che poi mi portavano di fronte a lei, non capisco nemmeno se ricordi qualcosa di sé, non so da dove viene, non so dove va, non so se lo sa almeno lei. Vorrei fare qualcosa, ogni volta. Ma non so mai cosa. So per certo che quel tuffo che l’ha condotta allo strappo, perché c’è sempre un momento preciso nel quale il cervello decide di non resistere più e si butta a capofitto, seguendo soltanto la legge della gravità, quella che porta tutto violentemente a franare verso il basso, dev’essere stato compiuto senza alcuna protezione, come un corpo nudo, e da un’altezza non favorevole a una buona caduta, come può essere quella di un cielo, e che il mondo che intorno doveva stare a guardare fisso, estraneo, come colline e collinette e altri accessori di un panorama agreste, senza muovere un dito mentre lei rovinava in quell’acqua bassa nella quale da quel momento tenta di nuotare, mai riuscendoci. Queste parole, inutili a salvarla, sono per lei. Un abbraccio per lei. ICARAdi DOMENICA LUISE Guardava sempre il mare dalle finestre della sua casa, sarebbe bastato attraversare la strada e correre fino alla battigia sui piedi nudi, a sentire le onde fra le dita. Le bambine avevano cenato ed erano a letto tutte e due, lui stava per arrivare. Ogni sera le raccontava minutamente la propria giornata e si informava: “Hanno fatto le brave le bambine? Chi ti ha telefonato? Si è sentita tua madre?”, frasi normali, ma le reazioni erano sopra le righe: “Accidenti accidentaccio, non ti telefona mai”, “Accidenti accidentaccio, ti telefona sempre”. Si stirava sbadigliando contro lo schienale delle sedie che, sotto il suo peso facevano cric croc e spesso si spezzavano. Da anni ci pensava. Ormai le ali erano quasi finite sia per lei che per le bambine, potevano spiccare il volo quando le piccole sarebbero state pronte. Bastava che battessero forte le braccia una volta salite tutte e tre sul parapetto del balcone e non avrebbero volato troppo in alto perché il sole non sciogliesse la cera né troppo in basso per non essere risucchiate dall’acqua del mare. Una volta in Calabria avrebbero fatto una gran sorpresa a sua madre e non sarebbero tornate indietro mai più. Per il momento le bambine avevano ancora paura di cascare dal balcone e volevano scendere subito dal parapetto dove lei tentava di farle abituare. Aveva confezionato le ali con le piume delle oche che, nel tempo, un contadino regalava a suo marito: per precauzione le aveva prima cucite su una stoffa molto resistente e dopo incollate con la cera che stava attorno alle provolette. Lui aveva subito trovato le ali nello stanzino, ma lei gli aveva detto che servivano per giocare con le figlie a carnevale e, poiché non gli costavano un euro, aveva lasciato fare, sia pure brontolando che era tutto tempo perduto. Le bambine si divertivano in casa facendo finta di essere gabbiani oppure angiolette, ma non erano ancora pronte a lanciarsi. Voleva che provassero quell’ansia di libertà come l’aveva lei. Del padre avevano tanta paura che in sua presenza ammutolivano. In Calabria sarebbero state sempre felici. E poi le ali erano resistenti, montate e incollate bene su cartone. Era da anni che aveva una poesia in testa, si intitolava Icara: una poesia senza parole perché lei aveva solo la terza media ed era ignorante. Nessuno doveva saperlo, però voleva salutare l’edicolante sotto casa prima di partire, era un buon vecchio che aveva qualcosa nello sguardo. Forse aveva capito perché una volta lui era stato sgarbato mentre comprava il giornale e l’aveva chiamata “cretina”. Poi l’aveva subito accarezzata : “Scusami, amore”, e quella era stata l’ultima volta che lei gli aveva creduto, portava ancora i segni delle nerbate, appena a casa si era levato la cinghia e, mentre le piccole piangevano e lei gridava : “Andate a chiudervi nel bagno”, lui l’aveva colpita più volte. Non sarebbe più capitato. C’era la libertà fuori dalle finestre della sua casa. |
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oggi il cielo qui è
Inserito da lu (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 08:32Fanciulla volante
Inserito da Domenica Luise (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 08:53lu perché non vai a farti
Inserito da Anonimo (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 08:56?????? rivelati anche con
Inserito da lu (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 09:02Domenica, come ho già
Inserito da Gaja il Mer, 17/06/2009 - 09:30Fanciulla volante
Inserito da Domenica Luise (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 09:40gaja: il numero di battute
Inserito da lu (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 09:42Buongiorno! Ho letto che
Inserito da Silvia (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 09:51due modi diversi di
Inserito da enrico gregori (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 09:56ancora attinenze
Inserito da cristinabove il Mer, 17/06/2009 - 10:41Il primo racconto mostra
Inserito da Marco Bertoli (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 11:26Intervengo solo ora perché questo è il primo pezzo che mi sia piaciuto e che mi è sembrato interpretare in maniera a un tempo personale e plausibile la suggestione proposta dalla fotografia. Marco Bertoli
confini e sconfinamenti
Inserito da Fiamma Lolli (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 12:20Due storie che raccontano l'allontanamento dalla vita.
Inserito da Annamaria (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 12:41belli
Inserito da melacecca (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 13:38Mi pare,
Inserito da Rossana (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 14:21a me pare..
Inserito da Silvia Leonardi (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 16:14Due pugni nello stomaco, ma
Inserito da Cordula (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 17:03credo che questi racconti
Inserito da lu (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 19:23Mi piacciono le storie che
Inserito da eventounico (non verificato) il Mer, 17/06/2009 - 23:16Cara Gaja, innanzitutto sono
Inserito da Anonimo (non verificato) il Gio, 18/06/2009 - 20:05Scusate, nel commento precedente
Inserito da Gemma (Gaetani) (non verificato) il Gio, 18/06/2009 - 20:10Fanciulla volante
Inserito da Domenica Luise (non verificato) il Ven, 19/06/2009 - 16:28Cara Mimma: grazie. Le
Inserito da Gaja il Ven, 19/06/2009 - 17:23Fanciulla volante
Inserito da Domenica Luise (non verificato) il Ven, 19/06/2009 - 20:12Belli ambedue. Ricchi di
Inserito da giovanna giordani (non verificato) il Ven, 26/06/2009 - 16:26