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login utente navigazione i miei libri ![]() Sangue del suo sangue Nottetempo - Roma - 2011 - pp.344 Euro 16,50 - ISBN 88-74522-84-3 Collana Narrativa ![]() Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis ![]() Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci" ![]() Auroralia un'antologia a cura di Gaja Cenciarelli intorno a una immagine di Jerry Uelsmann Editrice ZONA - Arezzo - 2009 - pp.100 Euro 11 - ISBN 978-88-6438-036-0
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Una lezione del 1996di giuliomozzi [Con questo pezzo cominciava il Corso di scrittura a puntate che pubblicai nella rivista in rete Nautilus nel lontanissimo 1996. Un'altra puntata del corso si può leggere qui. gm] Questo corso non ha molte ambizioni. Se vi fa piacere scrivere o raccontare storie, se pensate che possa essere un’attività divertente, se credete di avere un minimo di predisposizione, se pensate che educare il vostro talento naturale possa esservi utile: allora state qui. Sennò cliccate quello che vi pare e cambiate pagina. Il dottore: Nonnina, le avevo detto di non fare le scale… Non posso dire: “sono due mesi che mi arrampico per le grondaie”, perché il verbo arrampicarsi anticiperebbe la battuta finale, depotenziandola. Queste, come si diceva, sono cose che tutti sanno istintivamente. Ma non tutti ne hanno consaspevolezza. Continua a leggere nel sito della Bottega di narrazione. Archiviato in:Archivio giulio mozzi, Teoria e pratica Giardinidi Antonio Sparzani Non so se avete mai pigramente camminato per la via Mozart, a Milano, gettando occhiate curiose nella via Luigi Amedeo Melegari e nella via Clara Maffei, o nella via Gabrio Serbelloni, nomi che suonano casati milanesi illustri, vie che trasudano elegante riservatezza e austera discrezione, oltre alla lontananza livida di inaccessibili giardini. Oggi a Milano c’è il blocco delle auto, ma chi abita questi paraggi non si preoccupa certo di una insignificante contravvenzione. È sufficiene comunque allontanarsi di poco, direzione corso Venezia e via Palestro, e le strade diventano brulicanti di biciclette e di pedoni che per oggi hanno l’illusione di occupare la città. I giardini di via Palestro, con annessi museo di storia naturale e planetario, sono gremiti di persone di tutte le età, giovani distesi nei prati, stile Woodstock, vecchiette e vecchietti dispiegati sulle numerose panchine, bambine e bambini razzolanti ovunque. Verde, fiori, il parco è piantumato senza risparmio e direi che oggi offre una giornata di vera piacevole primavera. Mi metto anch’io seduto su una panchina a scrivere questi pensieri; si avvicina un giovane senegalese che mi parla con tono non lamentoso ma piano di sua moglie che è a letto, dei suoi figli piccoli e di lui che non vuole andare a rubare e quindi vende libri di fiabe africane. Io come al solito non so cosa fare e dire, finisce che gli compro un librettino di favole che tanto so già a chi regalare. Gli chiedo da dove viene, perché, penso, se mi dice che viene dal Ghana, potrei chiedergli se conosce per caso quel suo connazionale che ieri è andato in giro in zona Niguarda di mattina presto ad ammazzare chi gli capitava a tiro; e avrei voluto domandare anche a lui come sia possibile una cosa del genere, quale distorsione della mente può indurre ad avventarsi con un piccone su ignari passanti. Ignari sì, naturalmente, forse solo inconsapevolmente colpevoli di appartenere ad un paese che ti ha rifiutato da subito, caro ghanese Mada, che non ha voluto occuparsi dei tuoi problemi, che non ti ha dato un’occasione di riscatto, come non riesce a darla a tanti, anche dei suoi più legittimi cittadini. “Ho fame” sembra essere l’unica difesa che hai gridato, Mada, che tutti sappiamo non essere una difesa decente per aver ucciso e ferito, ma lo sappiamo con tale chiarezza appunto noi ben pasciuti, che, se diciamo “ho fame”, intendiamo una cosa completamente diversa, un allegro desiderio del cibo che siamo certi presto arriverà. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: 84. Sogno numero dueda qui Dicono che Dio conceda appuntamenti. Così, all’ultimo momento, anche quelli programmati da millenni. Prendi l’auto e ti avvii verso il santuario, attento a non franare in una buca provocata dalla pioggia o dall’incuria del Comune. Al buio intravedi gli alberi cresciuti ai bordi di campi sterminati di verdure. Scendendo dalla macchina, percepisci un fruscio vicino a te: non ti stupisci nel vedere un volto azzurro, una maschera guarnita con fregi argentati e due ciondoli d’oro che pendono di lato. Andiamo? Andiamo. Il cancello è ancora aperto, incassato tra due file di rocce di colore eterogeneo. Lo stradone s’inoltra in un terreno punteggiato d’alberi piantati di recente, ancora bisognosi di sostegni in legno; si sente vociare, laggiù in fondo: un crepitio di luci che si affrettano a raggiungere un ordine decente. C’è la processione. Ti lasci guidare in direzione di un’altura che sporge come un corpo addormentato di fronte alla spianata, sbocciando all’improvviso in un festone di piante che racchiudono qualcosa. E’ la grotta del profeta. Ti sembra di conoscere la voce che sgorga, solo in parte deformata, dalla maschera turchina. La processione è in onore di Maria, Regina della Pace. Non t’accorgi d’essere arrivato: nello spazio che ti abbraccia c’è un solo movimento percettibile, quello di un gatto che ti fissa sconcertato, rinfacciandoti il ritardo. Che fai qui, Elia? Sono rimasto solo, e i nemici tentano di uccidermi. Non è il gatto che parla, e nemmeno la voce della maschera, che è sempre accanto a te. Fermati, Elia, alla presenza del Signore. Il cielo è ricoperto di nubi da cui spuntano tratti di sereno, lasciando trasparire qualche stella. Un vento improvviso ti scompiglia i capelli: non sai da dove venga; finora c’era stata un’aria ferma, indecisa tra il calore del giorno e il fresco della notte. Non fai in tempo a sorprenderti che avverti tremare la terra sotto i piedi. Osservi la maschera, immobile e muta sullo sfondo della grotta. Ti scuote lo strepito della processione, le torce disposte su file regolari; un gruppo di persone accende un fuoco che sputa un fiotto giallo di scintille. Il gatto non sembra spaventato: si passa la lingua sul petto, sollevando la zampina. Chissà se capisce le parole che senti pronunciare e non sai come tradurre: mormorio di vento leggero, voce di silenzio sottile, suono fragile della parola, eco di quiete estenuata. Ma a Elia, di tutto questo, non importa nulla: si copre il volto col mantello, esce e si ferma all’ingresso della grotta. Immagini i suoi occhi dietro la maschera celeste, così vicina da avere l’impressione di baciarla. Antologia personale / 3Alberto Savinio: Nella foresta, 1930 Avevo 14 anni o 15. Frequentavo il ginnasio. La classe fu portata a vedere, credo, la Biennale di Venezia. Nel Padiglione Italia c’era una sala dedicata a una qualche retrospettiva. Vidi questo quadro qui di Savinio, o forse uno della stessa serie. Rimasi incantato, e persi il contatto col resto della classe. [Sotto la rubrica "Antologia personale" pubblicherò o segnalerò opere letterarie, musicali, visive, teatrali ecc. che, per una ragione o per l'altra, sono state importanti per la mia vita. La cosa andrà avanti per un certo tempo. gm] Archiviato in:Antologia personale, Archivio giulio mozzi Tagged: Alberto Savinio Trittico di Andreotti
Il bambino con la cravatta a righe La testa china sulle cravatte fanno silenzio per commemorare lo statista, l’uomo alla guida delle istituzioni. Quello al centro della fila in basso, distinguibile dalla cravatta verde, è il Presidente della Regione. Resta frontale dinnanzi alle telecamere, congelato dietro gli occhiali rossi, il volto che nella fissità cronometrata in sessanta secondi assume sembianze da tricheco. Ha esperienza di ruoli istituzionali, il Presidente che era stato più volte Ministro dell’Interno, indi anche di telecamere in azione. Più tardi fa sapere di non aver trovato elegante che sia mancata una cravatta nell’emiciclo dirimpetto del Pirellone, incidentalmente bianca a righe rosse. Il Presidente dalla cravatta verde era stato molto rosso, senza cravatta e senza righe, fino al 1979 quando ha conosciuto Umberto Bossi. Incidentalmente quello era stato l’anno in cui ammazzarono il papà dell’uomo con la cravatta sottratta al minuto di silenzio. In quell’epoca remota non v’erano ovunque telecamere e non si può dunque ricostruire con immediatezza se, al momento di essere ucciso dinnanzi al portone della sua casa milanese, il padre dell’uomo con la cravatta a righe che allora aveva otto anni e stava dormendo nella sua cameretta, ne indossasse una, come la sua biografia rende probabile. Il bambino si sarà già svegliato grazie alla raffica di colpi esplosi da una Magnum calibro 357 o solo dopo, a causa delle sirene, le urla e il pianto lancinante che nemmeno la consorte più degna e fedele di un servitore dello Stato, cattolico e monarchico, era riuscita a trattenere in quel frangente? Il bambino crescendo non andava tanto bene a scuola, trovandosi nella necessità di conseguire la maturità in un liceo serale per via del sonno spezzato quel 11 luglio 1979, oppure per il congelamento degli anni dopo, la restituzione del dolore al decoro, in nome della fedeltà alla memoria del marito e padre. Poi ha recuperato quel che da lui ci si aspettava: è diventato avvocato come suo padre, ha lavorato per la Banca d’Italia come suo padre, si è occupato di criminalità organizzata e finanziaria come suo padre, è diventato padre come suo padre, padre di tre figli educati nella fede cattolica e nel rispetto del diritto e dello Stato. Infine ha accettato di sfidare l’uomo delle istituzioni con la cravatta verde e ha perso le elezioni. Inutile domandarsi ora se questo sia accaduto solo a causa del 13,9 per cento confluito su Silvana Carcano, candidata del Movimento 5 Stelle, o anche perché l’avvocato Umberto Riccardo Rinaldo Maria Ambrosoli si portava dietro un’aria troppo antica di mestizia parrocchiale e di un passato da scordarsi già scordato. Giulio Andreotti, amico di Michele Sindona, mandante della morte del commissario liquidatore della sua banca privata, decenni dopo, in un’intervista televisiva, aveva con sornionesca eleganza democristiana farfugliato che Giorgio Ambrosoli se l’era andata a cercare. Il capogruppo dell’opposizione al Consiglio Regionale della Lombardia se n’è uscito dall’aula alla chetichella per un tempo nemmeno utile a prendere un caffè o andare in bagno. Ma incontrando inevitabilmente le telecamere ha dichiarato: “le istituzioni sono fatte dalle persone”. … ***
Un tratto dello spirito nazionale: fingere di non sapere… Ovvero dell’ingenuità e del candore del senatore Andreotti (e non solo). Riporto di seguito alcuni brani di un saggio del professor Salvatore Lupo (Che cos’è la mafia – Donzelli editore 2007) intercalati con qualche mio commento, certe dichiarazioni del senatore Andreotti, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione e alcune parole pronunciate da Michele Greco al Maxiprocesso. L’analisi di Salvatore Lupo sulla natura delle relazioni intercorse tra il senatore Andreotti e la mafia, sulla linea difensiva messa in atto dal senatore durante il processo, sulla noncuranza con cui un politico del suo livello ha fatto riferimento a figure di spicco del mondo mafioso che hanno condizionato profondamente la vita democratica del nostro paese mi sembra infatti tra le più acute e feconde per comprendere quel che ancora oggi è uno dei tratti fondamentali di quello spirito nazionale che ha minimizzato, liquidato, dimenticato, taciuto, legittimato fatti gravissimi per ragioni di opportunità (di opportunismo o calcolo), permettendo (in nome di un presunto «bene del paese», di una miope politica di basso cabotaggio) che poteri criminali più o meno occulti, eversivi, si radicassero e rafforzassero fino a dettare le proprie condizioni al paese intero. La specifica natura della mafia e la sua differenza da altre organizzazioni criminali. L’importanza della rete di relazioni: «L’esperienza storica indica che la mafia ha colto nei diversi settori economici le occasioni di profitto ma si è anche fatta da parte se la congiuntura era sfavorevole perché non si è mai identificata con essi. Rappresentano per essa risorse assai più rilevanti la continuità storica, il radicamento sul territorio, la forza dei legami interni e la ricchezza di quelli esterni, quel vero “capitale sociale” che consiste nella “capacità di allacciare relazione e costruire reti”» (Salvatore Lupo) Processo Andreotti. Sentenza della Corte di Cassazione del 2004. Passaggio relativo alla rete di relazioni tra l’entourage politico di Andreotti e la mafia: «La Corte territoriale ha affermato che il sen. Andreotti aveva piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva, quindi, a sua volta coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi legislativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella; sia pure senza ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l’omicidio del Presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità». Sostanziale omertà e noncuranza del senatore riguardo alle conseguenze della sua scelta omertosa, interessata e cinica (cinismo politico, calcolo partitico) di avvallare, di fatto, la credibilità, gli interessi, il potere di organizzazioni criminali legate al suo entourage politico, organizzazioni che garantivano il grande consenso elettorale di cui la Dc godeva in Sicilia. Intervista ad Andreotti sui rapporti tra mafia e Dc, in «Il Corriere della Sera», 17 maggio 2000: «Non ne so molto… Un’esperienza diretta ce l’ha chi ha fatto politica lì. Bisognerebbe chiedere a loro». «Andreotti rigetta sempre le accuse più gravi al pari di quelle meno compromettenti, – osserva Salvatore Lupo, – e non fornisce mai un’interpretazione credibile dei fatti cui ha partecipato, per i quali si ipotizza una sua responsabilità, o di cui quantomeno è stato testimone. Ciò vale per il versante finanziario, nazionale e internazionale, della connessione mafia-politica (caso Sindona nda.), come per l’aspetto più propriamente siciliano. Egli non ha ad esempio idea del perché Mattarella sia stato ucciso. Un’idea invece Lima l’aveva, e la confidò a Evangelisti (fedelissimo di Andreotti nda.) “quando si fanno dei patti vanno mantenuti”… Su Lima non cambia la sua favorevole opinione, e naturalmente non sa formulare nessuna ipotesi sul suo assassinio. “L’amicizia tra Lima e Buscetta – afferma ad esempio durante un interrogatorio – è un fatto che sto apprendendo ora per la prima volta”; invece Evangelisti aveva dichiarato agli inquirenti che la relazione tra i due gli era nota e che lo stesso Lima, parlando con lui, aveva definito Buscetta: “un mio amico, uno che conta”. Peraltro il rapporto tra Lima, Buscetta e l’altro mafioso rampante degli anni Cinquanta, Angelo La Barbera, era già stato evidenziato in numerosi atti giudiziari, nonché nelle relazioni e nelle biografia curate dalla Commissione antimafia (Istituita nel 1962, cominciò i suoi lavori nel 1963 dopo la strage di Ciaculli nda.)… Estremamente disinformato si dimostra Andreotti per quanto attiene i cugini Salvo, coloro che secondo i pentiti avrebbero mediato insieme a Lima i suoi rapporti con i vertici di Cosa Nostra. I Salvo erano i maggiori rappresentanti di un ambiguo mondo finanziario siciliano che si collocava vicinissimo ai vertici della politica regionale, da cui avevano ricavato il lucroso ruolo di esattori della Regione. Essi erano molto vicini a Lima e a quanto pare finanziavano la corrente andreottiana. Anche Vitalone ed Evangelisti li conoscevano bene, ma Andreotti, a quanto dice, no. La Procura ha esibito fotografie… nelle quali il grande statista appare a fianco di Nino Salvo durante un viaggio elettorale siciliano del 1979; alcuni testimoni li hanno visti chiacchierare durante una festa tenutasi in un hotel palermitano di proprietà del finanziere (l’Hotel Zagarella nda). Andreotti ribatte che in quelle occasioni gli sono state vicine molte persone… di cui non ha saputo il nome né allora né poi. I magistrati ritengono inverosimile che nessuno dei suoi si sia premurato di presentargli personaggi così importanti (come Nino Salvo, cui per esempio, evidentemente a sua insaputa, il senatore ha inviato nel 1976 un vassoio d’argento per le nozze della figlia nda.) Andreotti risponde che “visti da un’ottica siciliana i Salvo erano persone importanti, ma visti da Roma no…” Dunque Andreotti rinuncia a difendersi davanti ai giudici e al popolo italiano… Può darsi che il senatore confidi in un’assoluzione, la quale varrebbe a riabilitarlo davanti agli occhi degli italiani cancellando tutte le accuse, quelle penalmente rilevanti insieme a quelle politicamente rilevanti, tutto fuorché, ovviamente, quelle che da Andreotti stesso fossero ammesse come vere. L’esigenza di una difesa politica prevarrebbe su quella giudiziaria, e sarebbe la prospettiva di poter tutelare la propria immagine a portare il vecchio leader a negare anche l’evidenza. Però io credo che ci sia dell’altro… E come se il senatore ritenesse che i Greco, Riina, Bontade, Lima, i Salvo, Sindona, i pentiti, i morti ammazzati dell’una e dell’altra parte, la mafia stessa non siano poi cose così degne della sua attenzione. D’altronde così pensava un grande notabile liberale come Vittorio Emanuele Orlando (1860 – 1952); solo che la mafia di allora era veramente un piccolo instrumentum regni, non aspirava certo alla gestione diretta del potere politico, non rappresentava un pericolosissimo fattore eversivo… Andreotti pensa che il grande politico, e la grande politica medesima, attraversino fatti e persone così volgari senza esserne intaccati… Preferisce far credere non solo di non aver fatto, lui, nulla di male, ma che in definitiva non sia successo niente di particolarmente grave. Andreotti ha controllato per anni i servizi segreti, ha ricoperto le cariche di ministro della Difesa, ministro deli Esteri e presidente del Consiglio, è stato indicato come capo della P2, come capo della mafia, come responsabile di ogni misfatto… Nella raffigurazione che egli dà di se stesso appare invece un uomo tra i più innocenti, tra i peggio informati, soprattutto tra i meno preoccupati d’Italia, indifferente al fatto che il mondo della peggiore macchina politica, dell’affarismo rampante e dei poteri occulti – quand’anche non fosse il suo – è lo stesso nel quale si è rafforzato prima, si è ingigantito poi il fenomeno mafioso». (Salvatore Lupo) Scrive ad esempio nel suo libro (Cosa loro – Rizzoli editore 1995): «Avevo letto un giorno che era stato arrestato un pezzo grosso della mafia, tal Michele Greco, denominato “il Papa”». Nota giustamente Salvatore Lupo: «Il tal Michele Greco è il capo della Commissione negli anni dell’escalation terroristica, il responsabile nominativo di alcune delle cose più terribili successe in Italia nell’ultimo ventennio: del quale Andreotti, sotto processo per associazione mafiosa, ricorda a stento di aver letto una volta il nome su un giornale». Quel Michele Greco che l’11 giugno 1986 nell’aula del Maxiprocesso pronunciò con cinismo e noncuranza, tra l’altro, parole così: «Le accuse contro di me sono una valanga di fango. I pentiti usati dalla giustizia sono solo dei criminali falliti che per farla franca non esitano a dire falsità e calunnie… Della mafia so quello che sanno tutti…» come a dire: «Della mafia so poco o niente»... Ognuno tragga le proprie conclusioni: sul passato più remoto, sul passato recente, e sull’odierno corso delle cose in questo nostro paese in cui non c’è macchia che non possa essere adeguatamente candeggiata (a tempo debito).
*** Andreotti Quando ero piccolo un’automobile mi investì sulla Flacca. Potevo lasciarci le penne ma così non fu e dopo venti giorni mi dimisero. Ma avevo dolore all’addome, una trentina di punti e camminavo gobbo. Una zia che venne a trovarmi in un posto lì sul mare, disse: “Stai dritto, altrimenti sembri Andreotti!” E io: “Chi è Andreotti?” E lei: “Ma come, non sai chi è Andreotti? Guarda, d’estate vive laggiù”. E mi indicò un promontorio lontano, dov’era una villa in un bosco mediterraneo. “Lui è lì. Ora ti osserva. Lui sa tutto.” La zia rideva, ma io mica tanto. Avevo appena imparato Andreotti. Non un uomo – per me. Neppure un uomo politico – per me. Una creatura occhiuta, capace di guardarmi da lontano, vedere quanto soffrivo e approfittarne; e simile a me, curva e sopravvissuta come me. Poi gli anni sono passati, ma quell’impressione è rimasta: l’impressione di aver percepito un occhio che poteva vedermi e sapermi, invisibile. Uno sguardo dal quale mantenermi distante. Il potere. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Verbo e carne, di Silvia AngeliCosa c’è da predicare? È tutto abbastanza chiaro. Verbo e carne La messa della sera è la più difficile da officiare. L’affanno si deposita come polvere sui mobili e niente ha più audacia o sapore: la vita stessa indietreggia, si trattiene. Clemente, offre la sua candidatura per il giorno dopo. C’è bonaccia, ma non sollievo. Nel sogno disegnava un paesaggio su un grande foglio bianco. Il tratto era elegante e preciso e la mano scivolava senza sforzo sulla carta coprendola di invenzioni e dettagli e meraviglie. L’aveva riconosciuta subito e senza esitazione: un vestito semplice, i capelli raccolti e quell’aria dolce e un po’ malinconica. La piccola mano che s’immerge quasi furtiva nell’acqua, poi il segno della croce e le labbra che si muovono rapide come a pronunciare un incantesimo. Peccato è intenzionale. Peccato è fare male. Peccato è saltare a piedi uniti dentro al fosso. Peccato è il fondo rosso della bottiglia. Peccato è l’eccesso. Peccato è il sesso. Peccato è lo stesso. L’hanno chiamato originale e si è sempre ripetuto: non ha avuto la prontezza di cambiarsi, la scaltrezza di nascondersi, l’acutezza di evolvere. Un bicchiere con latte e miele per la sua gola ferita. E un goccio di brandy per il suo cuore ferito. Il telefono, impertinente, esplode mentre lui legge di cose profonde e delicate nel suo studio. Signore, Signore pietà di me e della mia carne e pure della mia anima. Soprattutto della mia anima. Sono debole e sono più forte perché sono più debole. Ti avverto: tutto potrei fare, non c’è davvero nulla che non potrei fare. I passi di lei sono leggeri sul parquet: si dev’essere tolta le scarpe per non svegliarlo. La camicia stropicciata, il maglione grigio e i pantaloni di velluto sono appesi alla sedia e fanno un’impressione strana, quasi avessero cospirato e lottato per espellerlo fuori e si stessero ora riposando per il tremendo sforzo. L’aveva detto molto spesso a sua madre, quand’era piccolo. Poi a nessun’altra donna, perché nessun’altra donna se l’era mai meritato. Una volta l’aveva detto al suo Dio senza nemmeno rendersene conto e non aveva saputo che fare. Poteva essere sbagliato? Probabilmente lo era, ma in confessione, davanti a quel prete vecchio e rigido, gli era mancato il coraggio. Da allora lo ripeteva quotidianamente e con accanimento, provando un piacere segreto e sottile. Era un uomo veramente ridicolo. Silenzio, come prima e dopo la creazione: lo stesso silenzio della tentazione che si incarna; lo stesso silenzio che segue uno spavento. Acqua, acqua gelida per lavarsi via dalla faccia ogni dubbio, ogni tremore. Come Francesco e troppi altri prima di lui. In cucina a fumare nel bel mezzo della notte. Incapace di prendere sonno, ormai incapace si affidarsi e fidarsi: “Ho smesso. Ho smesso” ripete tra sé e sé e già si crede folle. Corre veloce come mai ha corso in vita sua, scalzo e ubriaco di terrore. Chi lo insegue con un forcone, chi con una torcia accesa. Strascichi di medioevo e tutti gli uomini sono giudici. Ormai è accerchiato: deve consegnarsi. “Vergogna! Vergogna!” gli urla il barbiere gli occhi piccoli e cattivi e la bava alla bocca. Un ragazzo già raccoglie il primo sasso: lo colpisce in faccia, il labbro si spacca e un fiotto di sangue gli bagna la faccia. Lui inghiotte e sputa, e il secondo sasso arriva preciso e violento, e poi il terzo e il quarto. “Questo è l’ultimo?” domanda lei, sollevando lo scatolone. Lui fa cenno di sì e la guarda allontanarsi. L’appartamento è vuoto e spoglio come l’aveva trovato tanti anni fa. Lentamente, s’inginocchia sul pavimento duro, chiude gli occhi e sussurra una preghiera. Le parole gli escono facili e la voce mai s’incrina. Pare una beffa, tutta questa sicurezza, proprio lì, proprio ora. Ma non importa: il fulmine lo colpirà adesso, o mai più. Dopo poco si ferma perché non c’è veramente altro che può dire, non a Lui. [L'immagine è tratta da qui] ARMANDO SCARAMUCCI, PITTORE DELL’ACQUA E DEL FUOCOdi Giovanni Agnoloni Ho avuto il piacere di conoscere Armando Scaramucci in occasione di una recente presentazione del mio romanzo Sentieri di notte a Lucca, presso l’Associazione “Cesare Viviani”, con relatore lo storico dell’arte Corrado Marsan, grande estimatore dell’artista toscano. Poiché avevo in precedenza ricevuto in dono uno spendido volume a cura dello stesso Professor Marsan (Scaramucci, Le Monografie della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Noicàttaro), con immagini dei suoi paesaggi – naturali e al tempo stesso interiori –, nel momento in cui ho incontrato il pittore mi è venuto spontaneo chiedergli di approfondire in un’intervista alcuni spunti che la visione delle immagini e la lettura dei commenti mi avevano trasmesso. — - I due temi fondamentali della tua pittura sono l’acqua e il fuoco. Perché questa specialissima passione per gli elementi della natura? Sono convinto che la natura sia la gran maestra di tutti, specialmente quando si lavora con i colori; importante è saperli leggere e piegarli secondo le singole necessità. Mi piace dipingere l’acqua e il fuoco, sia per la loro forza intrinseca, sia per la loro bellezza e vitalità. - Tu vivi nella campagna lucchese. Quanto il paesaggio e la natura in cui sei costantemente immerso nutrono la tua pittura? Il paesaggio lucchese, quello che vivo ogni giorno, ha sicuramente contribuito alla mia formazione intellettuale, anche se adesso, per leggere i miei lavori più recenti, giova molto l’aiuto dell’immaginazione: non sono “scorci” come li vedono gli altri, ma come li “costruisco” io. - I tuoi quadri sembrano alludere a un “oltre”, a una dimensione profonda, archetipica, primordiale. Sono anche frutto di speciali stati d’animo? La mia ricerca, se così posso dire, è in continuo movimento; per me, infatti, è importante il percorso mentale del lavoro che andrò a eseguire. La conseguente realizzazione è di secondaria importanza. - Quanto la tua creatività si nutre di immagini, e quanto di viaggi e quanto di letture? La mia creatività – se così vogliamo chiamarla – ormai non “guarda” più al paesaggio così com’è in natura, ma va ricomposta secondo i labirinti del ricordo. Non miro ad un paesaggio fotografico, ma ad un assemblaggio di visioni attinte a diversi momenti della mia vita. - Dove potremo assistere a una tua nuova esposizione, prossimamente? Per quanto riguarda le prossime mostre, di sicuro c’è solamente la partecipazione a una collettiva presso il Museo Guinigi a Lucca, dall’8 al 30 giugno, e in seguito all’Arte Fiera di Padova. — Tutte le immagini sono tratte dal sito www.scaramucciarmando.it. Forlanesque
Muore Craxi, muore Andreotti, vuoi vedere che muoio anch’io Muore il CAF, muore perfino il FAC il CAC quarante Al funerale qualcuno chiederà se eravamo parenti Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Poesia13
dal 17 al 19 maggio a Rieti
> presso la ex chiesa di San Giorgio e la Sala San Giorgio della Biblioteca < tre giorni di letture e discussioni aperte al pubblico, con poeti e critici.
Incontro
(https://www.facebook.com/events/191832644300119/) a cura di ESCargot (https://www.facebook.com/pages/ESCargot-Scrivere-con-lentezza/379992238774953) Intervengono: Gian Maria Annovi
Con il sostegno della Fondazione Varrone
* ESCargot è un gruppo di poeti e critici unito da un’esigenza di confronto sulle forme e i modi della scrittura contemporanea. A partire dal 2009, ESCargot ha dato vita a una lunga serie di incontri letterari soprattutto presso l’atelier occupato ESC di San Lorenzo a Roma. Tra gli eventi più significativi organizzati negli anni si segnalano le serate dedicate a Edoardo Sanguineti, a cinema e poesia, al cinquantenario dei Novissimi, alla prosa contemporanea, a Elio Pagliarani, oltre a presentazioni collettive di libri di poesia. Critici e autori esterni al gruppo sono stati regolarmente coinvolti nelle attività di ESCargot. Nel tempo, tra i suoi componenti, si è consolidata l’idea di sviluppare un vero e proprio laboratorio di confronto fra poetiche: “Poesia13″ è la prima risposta a questa comune esigenza. L’appuntamento riunirà a Rieti diciannove poeti e quattordici critici, che saranno impegnati per tre giorni in letture e commenti ai testi ascoltati e, più in generale, in interventi relativi allo stato della poesia contemporanea.
Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: 83. Così difficileda qui Non hai saputo mai ballare. Ci hai provato: avevi acquistato un corso, addirittura, tentavi e ritentavi, davanti allo specchio dell’armadio; imparati alcuni passi, li ripetevi sempre, come se un mondo chiedesse di nascere a quel ritmo, dal corpo predisposto per tutti gli sport, eccetto questo. Giocavi al calcio con sicurezza e abilità: una specie di danza, che faceva rimbalzare la palla tra le gambe altrui, con finte e controfinte che mandavano in tilt gli avversari più coriacei; nei piedi nascondevi una magia: una forza misteriosa e delicata li spingeva a prescindere dalla loro volontà. Ma il ballo no: diventavi, all’improvviso, rigido e legnoso, paralizzato da qualcosa che impediva di lasciarsi andare, di provare l’ebbrezza del volo insieme all’altro, vincendo il peso di catene che t’impacciavano da sempre. Immaginavi che tutti i problemi si sarebbero risolti se fossi riuscito a indovinare un passo di tango, di valzer o di foxtrot. Come il brutto anatroccolo, saresti diventato un cigno elegante ed impeccabile, sarebbero scomparse le paure, l’angoscia sottile che insisteva a logorarti. Hai sempre temuto che la ragazza di turno ti chiedesse di andare in discoteca: perché è lì che ti saresti tradito, che si sarebbe accorta di ciò che ti mancava: la capacità di abbandonarti, di scioglierti una volta per tutte dal cappio che ti strangolava ogni volta che era l’ora di lanciarsi, di deporre le certezze per accogliere il rischio della vita. La parlantina non sarebbe più bastata, né la poesia, con cui abbattevi i muri e stemperavi le difese; avresti ammesso la tua debolezza insuperabile, il tallone d’Achille che t’aveva inibito ogni volta l’esperienza dell’amore. Ma solo adesso afferri il senso di quella inettitudine. Ora che nuoti in mezzo alla tempesta, fidando di raggiungere la riva solo perché qualcuno t’ha promesso che, con il suo aiuto, ne uscirai. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei; cadenza, salita in otto tempi. I giri, il cambio, il gancio. Avanti, piede sinistro, tre passi in linea, quattro, chiusura; passo laterale: sinistro avanti, uno, due, sinistro laterale, tre, quattro, chiusura. Non era, poi, così difficile. E’ come se scrivessi un poesia, come se il romanzo fosse un tango; ecco, sei tu Al Pacino in Scient of woman: le hai preso la mano, l’hai portata al centro della sala, comincia la musica, ormai non torni indietro. Non era poi così difficile. Se lei sorride, è fatta: vuol dire che stavolta sei riuscito a lanciarti veramente. Un angelo nel palloneFrancesca Ramacciotti frequenta attualmente la Bottega di narrazione. Un suo romanzo, Un angelo nel pallone, è nel frattempo stato pubblicato in edizione digitale in quanto finalista del “torneo letterario” Io scrittore. Ne pubblico qui un estratto. Il romanzo completo è acquistabile (per 1,99 euro) qui. gm di Francesca Ramacciotti La vita può cambiare all’improvviso, anche se hai quarant’anni, sei fuori forma, abiti ancora con la mamma, hai buttato via i tuoi sogni e vivi ripiegato su un passato che non è stato proprio come ti aspettavi. Basta avere un televisore, un amico sbruffone con cui guardare la partita, il giusto numero di lattine di birra e, contro ogni buon senso, il coraggio di ascoltare quello che ti dice Cassano dall’altra parte dello schermo. Un angelo nel pallone è una commedia semiseria, in cui momenti di puro umorismo si alternano a riflessioni profonde, la passione si mescola alla paura e il vero amore si paga caro, mentre il lato debole sembra sempre avere la meglio. Ma la vita riserva delle sorprese a chi decide di mettersi in gioco. Non solo sul campo di calcio. 9. “Come mai esci anche oggi dopo pranzo? E…? ” Archiviato in:Bottega di narrazione, Testi dalla Bottega 2012-2013 Tagged: Francesca Ramacciotti I LIBRI DEGLI ALTRI n.38: Ritorno al mondo nuovo. Alberto Gandini, “Il guardiano delle dune di Massenzàtica”Ritorno al mondo nuovo. Alberto Gandini, Il guardiano delle dune di Massenzàtica, Firenze, Gazebo, 2012 _____________________________ di Giuseppe Panella
Massenzàtica, in provincia di Ferrara, in realtà, più che un vero e proprio paese, è un luogo di passaggio che dal crocevia di Italba si spinge verso Mèsola dove si trova un caratteristico e vasto castello tardo-cinquecentesco che serviva come residenza estiva e di caccia per Alfonso II d’Este. La sua caratteristica principale è quella di sorgere lungo la strada d’argine del Po che si spinge fino al porto di Goro. E’ sulle dune che si distendono tra la strada e il fiume che si svolge la maggior parte del romanzo di Gandini e che avvengono gli eventi mirabolanti e straordinari in esso narrati. Si tratta di un romanzo fantastico, con forti coloriture fantascientifiche e distopiche, che si pone con decisione nel solco di quelle opere di anticipazione e di precorrimento di un futuro non più visto con gli occhiali rosa dell’utopia e che possono essere ricondotte come modello a capolavori del Novecento quali Il mondo nuovo (Brave New World del 1932), l’opera narrativa forse più famosa di Aldous Huxley o 1984 scritto, come è noto, nel 1948 da George Orwell. Inoltre, la tensione che spinge Gandini alla scrittura è fortemente spirituale, la ricerca di un nuovo equilibrio tra gli uomini e soprattutto tra i diversi sessi che lo spinge a sostenere il ritorno a forme culturali e umane di accettazione e di conforto reciproci tra di essi sulla base di un rinnovato sentimento di amore universale. La ricerca che attraversa il libro e che viene identificata successivamente con gran parte della storia del mondo è quella della riconciliazione tra i sessi in nome di ciò che essi hanno in comune e non della loro separazione forzata sulla base delle specifiche differenze che li contraddistinguono. E’ quello che è accaduto durante la DE. REV., la rivoluzione definitiva che ha realizzato il sogno di Valerie Solanas di “tagliare fuori” definitivamente il genere maschile[1]. Per protestare contro la prevaricazione che gli uomini da sempre attuano contro le femmine della loro specie, la rivolta mondiale delle donne ha portato a un capovolgimento dell’assetto mondiale e a una serie di azioni di violenta discriminazione contro la parte maschile dell’umanità. Due ricercatrici arabe, l’iraniana Fatima Shaibani e la libanese Roxana Ammin, psicologhe di formazione, avevano girato un programma televisivo, Artemisia, i cui messaggi subliminali erano stati in grado di stimolare l’aggressività latente nelle donne del mondo intero. Alla fine della proiezione dell’intero ciclo seriale, due autrici si erano fatte saltare in aria lasciando un messaggio enigmatico all’umanità : FOR THE LIFE. Dopo di che la ribellione era esplosa : la parte maschile del mondo era stata in gran parte massacrata, i superstiti ridotti allo stato di eunuchi e confinati in ghetti da cui potevano uscire solo per fare determinati lavori pesanti, i bambini di sesso maschile nati da inseminazioni artificiali in cui la parte maschile veniva depotenziata erano lasciati per dieci anni alla madri naturali poi condotti in appositi ambulatori per essere evirati e trasformati anch’essi in “voci bianche”. Il mondo era controllato esclusivamente dalle donne che esercitavano tutte le professioni precedentemente riservate agli uomini e si riproducevano senza contatto fisico con il maschio. La stessa idea di relazione sessuale a fini procreativi (o per il puro piacere sessuale) era ripudiata come disgustosa e repellente dalle donne di ogni età. La sola vista (o una relativa vicinanza fisica con esseri di sesso maschile) produceva sensazioni di odio o di ripugnanza nelle donne che vi erano costrette. In questo contesto, allora, era inevitabile che l’omosessualità femminile fosse copiosa e frequente (e fosse, in certa misura, propiziata e stimolata dalle autorità). All’interno della comunità lesbica, inoltre, un ruolo dominante lo avevano le cosiddette F. L. (Fire Lance, lance di fuoco), donne la cui omosessualità era particolarmente aggressiva e priva di freni inibitori e, quindi, non era affatto basata su sentimenti e volontà di costruzione di nuclei familiari stabili. La situazione è tale quando Irina Dinsa, già madre di una figlia che vive in un collegio distante dalla sede della direzione didattica dove la donna si è fatta destinare dopo la morte del suo secondo figlio perito in un incidente stradale, incontra Mario Terrio, uno dei pochi uomini rimasti attivi e non trasformati in eunuchi (il termine usato per designare questi ultimi era peniso , data l’inutilità del loro pene). Terrio, data la sua natura virile, è inutilizzabile ai fini dell’attività produttiva e vive del sussidio pubblico concessogli. Nel camper che ha sistemato sulle dune di Massenzàtica (dopo essere stato scacciato dal territorio comunale perché diventato “troppo famoso” come uomo-artista), dipinge paesaggi di grande nitore e bellezza, uno dei quali attira l’attenzione della direttrice didattica che va a trovarlo e si sente fisicamente attratto da lui. Tra i due nasce una relazione proibitissima che, però, li gratifica in maniera straordinaria. Una poliziotta acerrima nemica di Irina perché una volta ne ha rifiutato le profferte omosessuali, Frida Xebemba (un mix afro-nordico di bellezza e muscolatura travolgenti) intuisce che potrà colpirla attraverso Terrio e si prefigge di trovare le prove di una possibile relazione tra di essi. Ma Terrio è protetto da un’entità superiore di cui ha ritrovato le tracce tra le sabbie delle dune di Massenzàtica e che non solo gli suggerisce che cosa fare e ne pilota le azioni ma lo informa del fatto che è parte di un piano universale che dovrà restaurare e riportare l’armonia sulla Terra. Di esso faceva parte già, nove secoli e mezzo prima, un povero frate cuciniere, Zorzon dell’Abbazia di Pomposa, che, in quella zona, aveva salvato quelle stesse entità misteriose nascondendole nel cavo di un albero (dove poi Mario Terrio le avrebbe ritrovate durante il suo vagabondare da pittore sulle dune). Le entità hanno forma di piccole palline tonde, sono piccole e possono essere facilmente nascoste dovunque ma non per questo sono meno potenti. Saranno loro, in realtà, i registi di tutta la vicenda La verità viene rivelata all’uomo durante un lungo sogno e poi attraverso un colloquio diretto con le entità stesse che si rivelano di una sapienza e di un’umanità superiore a quella umana : «”Alle tue domande, brevi le risposte. Le nostre dimensioni si moltiplicano quando avvertiamo la presenza di una intelligenza non ostile, nel momento opportuno per stabilire un contatto. Ciò che avvenne quando il buon frate ci trovò nelle viscere delle anguille. Qualunque sia l’ambiente che ci ospita, ne restiamo estranee, ma qualunque acquisizione utile recepita da ciascuna di noi arriva simultaneamente a tutte le altre particelle e al cervello centrale che, pur se isolato e costantemente, impercettibilmente ridotto di dimensioni, rimane con noi uno e immutabile nelle sue funzioni. Attualmente è rimasto meno della metà di come lo hai sognato, in quanto fu programmato per una vita di diecimila dei vostri anni. Dopo… il dopo può arrivare prima…»[2]. Queste entità e il loro destino ricordano molto quelle dei Cristalli sognanti del famoso romanzo di Theodore Sturgeon[3], creature in grado di creare la vita e che si sviluppano in qualsiasi situazione sulla base di una programmazione che è loro intrinseca da sempre, mentre il loro modo di pensare e di interessarsi alle sorti dell’umanità è simile a quello dei mitici membri della Confraternita dei Rosacroce – come loro, essi possiedono un immenso sapere che, tuttavia, non può essere condiviso in maniera troppo imprudente con uomini ancora rozzi e incapaci di utilizzarlo in maniera razionale e pacifica: «Terrio si scosse, respirò profondamente come uscendo da un altro sogno, e osò avanzare qualche perplessità : “Ma perché tanto tempo e tanta scenografia ? Non era più semplice e vantaggioso per quella povera gente iniziarla direttamente a qualche comprensibile e applicabile conquista della vostra scienza ?“ ”No”, rispose con gravità la Voce “un errore fatale. Dalle esperienze dei nostri antenati, un insegnamento che equivale a un’imposizione : “Per un popolo niente è più pericoloso che il possedere una tecnologia avanzata, se non è accompagnata da una diffusa, radicata coscienza civile”. Pur se riferito a mondi altamente evoluti, sapevamo di civiltà che si erano autoannientate. I popoli di ogni mondo devono procedere col loro passo, altrimenti è come invitare a correre un bambino che sta imparando a camminare»[4]. La feroce poliziotta Frida Xebemba, tramite un’azione molto intensa di spionaggio e di intercettazione delle telefonate di Irina con la sua amica genetista Ester Esterhazy, riesce a dimostrare che la donna ha avuto rapporti assolutamente proibiti con Terrio e scopre che ne è rimasta incinta in maniera naturale. Inoltre la sua amica, oltre che a fecondare se stessa, ha anche passato lo sperma dell’uomo ad altre diciannove giovani donne che hanno deciso di avere un figlio in quei giorni. Terrio, grazie ai suggerimenti delle entità, riesce a sfuggire alla cattura e si rifugia in Perù dove potrà recarsi a Macchu Picchu, il luogo da cui il percorso delle misteriose entità era partito secoli prima . La dottoressa Esterhazy, autrice della fecondazione da sperma naturale, sarà assolta e così pure la sua amica Irina. Una nuova era dell’umanità, da allora in poi, grazie anche a modifiche legislative relative ai rapporti tra uomini e donne, sarà di nuovo possibile. NOTE [1] Valerie Solanas aveva scritto alla fine degli anni Sessanta un manifesto politico-sociale dall’inquietante titolo di S. C. U. M. che indicava come acrostico Society for Cutting Up Men, (Società per tagliare fuori gli uomini) ma che, in inglese, vuole anche dire “feccia”, “schiuma”. [2]A. GANDINI, Il guardiano delle dune di Massenzàtica, Firenze, Gazebo, 2012, pp. 110-111. [3] T. STURGEON, Cristalli sognanti, trad. it. di G. P. Calasso, Milano, Adelphi, 1997. [4]A. GANDINI, Il guardiano delle dune di Massenzàtica, Firenze, Gazebo, 2012, p. 109. I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P) Note Movie : Tutto parla di teNota Dall’11 aprile nelle sale cinematografiche italiane le storie di molte donne si intrecciano attorno al Centro per la maternità della Casa del Quartiere della Torino d’oggi. In Tutto parla di te di Alina Marazzi troviamo gestanti alle prese con i preparativi del parto, con le fantasie e con le preoccupazioni connesse all’evento che stanno per vivere. Incontriamo Pauline (Charlotte Rampling) di ritorno nella città e nella casa abbandonate molto tempo prima, ormai pronta per affrontare faccia a faccia i drammi e i fantasmi del suo passato: pronta ad ascoltare tutto ciò che le parla di maternità e solitudine e dolore. Ci imbattiamo in vite e volti di donne reali che confessano ciò che oggi pare essere un delitto anche solo da immaginare: l’equilibrio precario, spesso conflittuale e doloroso del rapporto tra mamma e figlio, sopratutto nei primi mesi dopo il parto. Guardiamo negli occhi e ascoltiamo la voce di qualcuno che il delitto di Medea l’ha compiuto davvero. Conosciamo Emma (Elena Radonicich), giovane neomamma stordita e paralizzata dalla novità della sua condizione, dalla paura, dalla stanchezza, dalla perdita della propria identità di danzatrice, dai sensi di colpa, dal silenzio che si è scelta o che l’ha posseduta dall’esterno fino a che lo sguardo acuto e intenso di Pauline la trova, la riconosce e la accompagna verso una nuova se stessa. Nella sua ultima opera cinematografica Alina Marazzi propone spaccati di esperienze di maternità presenti e passate, reali e immaginate, ma comunque vere come lo sono le donne intervistate e fotografate e come lo è la complessità di una condizione concretamente vissuta, l’essere mamma, che non ha nulla di scontato né di semplice o di innato. Turba, in effetti, vedere la figura sagomata in gonnella anni ’50 chiudere, una volta che il papà e la figlia maggiore escono per la loro giornata dopo una perfetta colazione e una carezza amorevole sulla fronte, le persiane davanti a noi, lasciandoci fuori mentre lei rimane da sola, in casa, a badare al neonato che strilla. L’animazione è allora portatrice di molteplici significati. In parte è flashback della tragedia nascosta nel passato di Pauline; in parte è denuncia della mancanza di rappresentazione di che cosa voglia dire essere mamma a tu per tu con un altro essere pieno di esigenze e che dipende totalmente e per tutta la vita da te; in parte è uno slancio positivo, sul finale del film, quando rappresenta tutti i componenti della famiglia assieme e include il papà nel rito di messa a nanna dei figli. Le presenze fantasmatiche delle fotografie d’autore (Simona Ghizzoni, Contrasto) disseminate in tutto il film sono ulteriori schegge di momenti ed emozioni. Commistione dei ricordi di Pauline e delle vicende di Emma, queste immagini sono pura comunicazione di stati di vita e stati d’animo dell’essere donna e dell’essere madre. Ancora, la pellicola scorre su frammenti di tipo percettivo. Sguardi, respiri e gesti immersi in silenzi profondi dai quali emerge la fisicità e la singolarità dell’esperienza corporea in prima persona. C’è il suono dell’acqua della vasca da bagno, della piscina, del lago: momenti di sospensione e di solitudine, di angoscia e di quieto ascolto. A fare da contraltare a queste note sottili e intimiste troviamo il caos infestante e anonimo del traffico cittadino sovrapposto incisivamente all’inconsolabile e prorompente pianto sguaiato di un neonato. Senza tregua, senza possibilità di soluzione se non attraverso la fuga lontano dalle macchine così come lontano dalla carrozzina. E poi ancora la fisicità energica e vitale del teatrodanza che non solo è l’emblema, per Emma, di tutto ciò che lei era prima della maternità, la sostanza della sua identità ormai disintegrata, ma richiama anche l’energia di un corpo forte, deciso e sicuro nei movimenti perché perfettamente autonomo e autocentrato, per quanto parte di una compagnia. Non a caso è stato scelto un ballerino maschile per i brevi passi di danza ballati in uno dei magnifici cortili interni torinesi, unica scena affidata interamente a un uomo. In Tutto parla di te manca una narrazione forte, alcuni passaggi sono un po’ fumosi, non tutto è pienamente analizzato, compiuto e definito, ma non son sicura che la completezza sia una valore di per sé, un obiettivo da raggiungere e un metro di giudizio adeguato. Anzi, l’incompleto porta sempre con sé l’altro da sé e l’oltre sé: domande, dubbi o spunti sollevati, porte lasciate aperte, alternative plausibili e sviluppi possibili. Il non detto dell’insieme di queste immagini, di questi suoni e di questi silenzi comunica immancabilmente proprio per l’essenzialità con cui vengono tratteggiati tanto le protagoniste quanto quei momenti della vita che ognuno conosce, ma di cui raramente si parla, in cui tutto è chiaro e tutto è gelido. Tutto è accogliente e soffocante, incredibilmente pacifico e letale. La forza del film sta proprio nella capacità della sua composizione frammentaria di aprire un varco verso la consapevolezza del fatto che questi vuoti e questi pieni, le paure e le debolezze accanto alle soddisfazioni e alle gioie che attraversano e accompagnano l’esperienza di ciascuno, riguardano anche il diventare madre. Allo stesso modo, è proficua la scelta di solamente tratteggiare la narrazione, invece di saturarla di dettagli, così come di lasciare porosi i profili e le storie delle protagoniste, anziché renderle personaggi solidi e finiti. Tutto ciò rende produttivamente difficile un’identificazione esatta con il vissuto di Emma e di Pauline, mentre contemporaneamente vengono comunicati sentimenti, pensieri, difficoltà che possono colpire personalmente il singolo spettatore e in cui ognuno può riconoscere qualcosa di sé. Non è certo stata la prima Alina Marazzi, a richiamare l’attenzione sulla complessità e la drammaticità della maternità reale, tutt’altra cosa da quella mediaticamente e politicamente prevalente nel paese del Mulino Bianco e della famiglia cattolica che ancora dipingono l’essere madre come l’esperienza più universale e naturale e istintiva che ci possa essere. Elif Shafak nel suo Latte nero (2010) scrive di carriera e maternità, di desideri contrastanti nell’immediato e per tutto il corso dell’esistenza, di ambizione, di ansia da prestazione, di senso di colpa e di depressione. Anche in questo caso si procede per frammenti, immagini, momenti. A volte la protagonista è Elif con le sue esuberanti pollicine interiori, a volte lo sono donne con le quali la scrittrice ha dei colloqui o che semplicemente ha osservato da qualche parte, altre volte lo sono scrittrici più o meno celebri della letteratura che sono state donne madri, donne che avrebbero voluto, ma non hanno potuto, donne che non avrebbero mai pensato, e invece…, donne e basta. E poi c’è il recente Maternity Blues (2011) di Fabrizio Cattani in cui vengono avvicinati gli esiti più terribili ai quali lo shock e la stanchezza del diventare madri può condurre. Di nuovo non si ha a che fare con una narrazione completa: i personaggi non sono trasparenti né lo sono le loro storie, le loro relazioni con gli uomini, la loro psiche, i loro delitti. Le quattro donne protagoniste sono fortemente caratterizzate – c’è la giovane ancora bambina, la matura e saggia, la provocante e vissuta, l’emotiva acqua e sapone – , ma non prendono forma in una più densa singolarità: sono allo stesso tempo tutte le donne e nessuna in particolare. E questo è il pregio di un racconto incompleto. Se è importante comunicare che avere un figlio non è tutto rose e fiori, che la sintonia emotiva tra i due può essere complicata, discontinua, tardiva, che insieme alla simpatia e all’amore viscerale per quell’esserino fragile e carne della propria carne si accompagnano spesso e volentieri sentimenti di ostilità, rabbia, angoscia, antipatia ancora incredibilmente difficili da confessare oggi, è allo stesso tempo importante non appiattire l’unicità di un esperienza corporea ed emotiva davvero personale in storie universalizzanti. Il messaggio del film non è infatti solamente quello di dire che esiste una vera, diffusa e più o meno profonda depressione post partum provata dalle donne che diventano madri e non si limita a palesare una certa conflittualità tra madre e figlio, ancora fortemente tabuizzata nella nostra società, che può sfociare in delitti reali. Marazzi denuncia sopratutto come sia l’assenza di una attenta e intima comunicazione tra le donne, tra queste e gli uomini, nonché tra le generazioni, il dramma principale del quale ognuno e ognuna può essere vittima al punto da esserne trasformato in carnefice. Pauline è insieme donna matura e figlia orfana. Il suo personaggio riflessivo ed empatico dà voce alle ferite di chi resta dopo il gesto disperato ed estremo di una donna madre lasciata sola e, contemporaneamente, rappresenta uno sguardo attento, discreto e solidale capace di cogliere dal primo istante la furia incomunicata di Emma, sopraffatta dalla maternità e dai cambiamenti. A un certo punto la giovane riconosce che avrebbe potuto fare del male a suo figlio, il quale è stato per lei, per tutti i primi mesi dopo il parto, un fragilissimo estraneo, sempre presente, rumoroso e lamentoso, di cui era difficile capire i bisogni, dal quale era terrorizzata e rispetto al quale si sentiva incapace e inadeguata. “Si inizia presto a essere cattive madri” è la triste constatazione di una giovane madre intervistata. Un’altra ammette tra le lacrime e con fermezza che capisce come certe donne siano potute arrivare a fare quello che hanno fatto. Emma non vedeva suo figlio come una persona e non si sentiva lei per prima più una persona perché, come testimonia un’altra mamma “nel momento in cui non c’è soltanto l’amore è come se non ci fosse più tutto il resto”. Finché a un certo punto Emma capisce: “lui era lui e io ero io. Io sono io e posso continuare a esserlo anche con lui al fianco”. E Pauline la rincuora rispetto ai suoi dubbi atroci dicendole che non è vero che abbia corso davvero il rischio di essere violenta con suo figlio perché “tu non sei stata lasciata da sola”. E allora, poco importa se non si capisce bene da dove arrivi Pauline e se di Emma si sappia solo che ballava e che ora non lo fa più, se manca una riflessione più profonda sul ruolo degli uomini e della paternità, se ci si perde in qualche cambio di scena o negli andirivieni tra passato e presente, fiction e documentario. Il film funziona perché smuove sentimenti e riflessioni sottili su di un tema che solo negli ultimi anni ha iniziato a essere trattato; ma funziona anche in virtù di quei frammenti compositivi, narrativi, percettivi, per niente totalizzanti e che anzi proprio in quanto tali sono in grado di comunicare a chiunque qualcosa di particolare, di intimo, di personale. È esattamente tale incompletezza a instillare nello spettatore alla fine del film un senso di fertile inquietudine che non permette di liquidare i temi trattati con i titoli di coda, e che magari li farà riemergere al rientro a casa o davanti a una sconosciuta che incespica in uno scalino con la carrozzina. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: I dieci ultimi libri letti (più i due sul comodino)San Francesco di Sales di giuliomozzi [La pubblicazione di queste liste dovrebbe diventare un'abitudine. Credo. Se interessa. gm] 1. Giovanni Boccaccio, Ninfale fiesolano, c. P. M. Forni, Mursia 1991, pp. 208 (acquistato a metà prezzo, Libreria Gregoriana di Padova). Un po’ faticoso all’avvio, molto bello quando la narrazione si dispiega. 2. Paul Ricoeur, Il simbolo dà a pensare, c. I. Bertoletti, Morcelliana 2002, p. 60 (Libreria Gregoriana / San Paolo di Padova). Il mio primo approccio a Ricoeur. 3. Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica (nuova ed. ampl.), c. A. I. Davidson, tr. A. M. Marietti e A. Taglia, Einaudi 2005, pp. xvi + 198 (Libreria Feltrinelli di Padova). Assai utile. 4. Isabelle Serça, Esthétique de la ponctuation, Gallimard 2012, pp. 307 (Amazon.fr). Utile. 5. Henri Godard, Le roman mode d’emploi, Gallimard 2006, pp. 535 (Amazon.fr). Assai utile (ottimo manuale). 6. Anita Seppilli, Poesia e magia, Einaudi 1971, pp. 626 (Studio bibliografico il Sestante di Sesto Fiorentino, via Maremagnum). Invecchiato, noiosetto, molto istruttivo. Il link rimanda alla nuova edizione presso Sellerio. 7. Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota, Rizzoli 1956, tr. N. Colombo, pp. 359 (Bancarella di piazza Missori, Milano). Noiosetto e commovente. 8. Magda Guia Cervesato, Tso. Un’esperienza in reparto psichiatria, Sensibili alle foglie 2012, pp. 96, pref. P. Baretta, postf. G. Conserva (donato dall’autrice). Interessante, un po’ acerbo. 9. Philippe Lejeune, Catherine Bogaert, Un journal à soi, Textuel 2003, pp. 215 grande formato, riccamente illustrato (Amazon.fr). Fascinoso. 10. Elisabeth Bing, …et je nageai jusqu’à la page (vers un atelier d’écriture), éditions des femmes 1972, pp. 325, illustrato (Bouquin Passages, via Amazon.fr). Istruttivo e formativo. Sul comodino: 1. Amelia Rosselli, L’opera poetica, Mondadori 2013, c. Stefano Giovannuzzi e al., pp. cl + 1.609 (ricevuto in dono). Di sorprendente inutilità, almeno per me, gli apparati. Ma forse è la volta che – dài e dài – riesco a entrare nel mondo della Rosselli. 2. Giovan Battista Marino, Adone, Rizzoli 2013, c. E. Russo, 2 voll. per 2.343 pp. complessive (Libreria Feltrinelli della Stazione Centrale di Milano). Fascinoso (e finalmente un’edizione economica e comoda da leggere: la mia prima lettura fu in un’antica edizione Salani stampata in corpo pressoché zero). Prossime avventure: 1. leggere tutto Claude Simon, o quasi. Archiviato in:Archivio giulio mozzi Tagged: Amelia Rosselli, Catherine Bogaert, Claude Simon, Elizabeth Bing, Francesco di Sales, Giovan Battista Marino, Giovanni Boccaccio, Henri Godard, Isabelle Serça, Magda Guia Cervesato, Paul Ricoeur, Philippe Lejeune, Pierre Hadot Andrea è dai pescidi Giacomo Sartori Katia (fermandosi e guardando la corrente, e con voce cantilenante di bambina, quasi una filastrocca) Andrea è dai pesci parla con i pesci apre la bocca come i pesci per questo non si capisce tanto cosa dice i pesci fanno discorsi da pesce se uno conosce poco la lingua dei pesci vede solo la bocca che si apre e si chiude pensa che giochino a fare il pesce quando invece le loro sono frasi da pesci domande da pesci risposte da pesci confidenze e pettegolezzi da pesci seriose disquisizioni e perfino proverbi da pesci poi quando si salutano si dicono ciao-ciao con la boccuccia rotonda e muta come fanno i pesci come adesso fa Andrea e scivolano via nell’acqua trasparente
(sullo sfondo si sente il coro di cui faceva parte Diego che canta una triste canzone della montagna, e lei per un lungo momento sta ad ascoltare; poi riprende a camminare)
Katia Andrea è andato dai pesci i pescetti che nuotano dritti muovendo solo la coda e gli occhietti da pesce gli piacevano troppo i pesci andava sempre a trovarli si alzava presto la mattina e camminava sulle pietre viscide con gli stivaloni fin qui e il cappello floscio da americano strisciava senza fare rumore senza sparare le sue solite battute zitto anzi come un pesce avanzava nell’acqua gelida l’acqua grigia e arrabbiata vomitata dal ghiacciaio conosceva a menadito i vizietti e le manie dei pesci sentiva quand’erano vicini bisognava vederlo quando si appostava a una pozza: i tendini del collo tirati le narici palpitanti gli occhi fissi da pantera poi ripartiva con la canna eretta un esile cazzetto (lo mima) con la sua bavettina d’argento
(ancora il coro, ma si sente appena)
Katia (parlando più piano) Quando una persona è morta si parla al passato e si abbassa la voce senza mai ridere così tutti capiscono l’antifona i defunti hanno le orecchie delicate come filetti d’erba non bisogna gridare non bisogna svegliarli (si mette l’indice davanti alle labbra)
(si sentono di nuovo le campane, e lei si stringe i palmi delle mani contro le guance, tenendo la bocca aperta, come potrebbe fare un bambino che gioca da solo; il cielo è ormai infuocato, e la luce si è abbassata)
Katia (sussurrando, e apparentemente più commossa) Oggi i pesci sono tristi tanto tristi piangono Andrea è andato a trovarli canta le canzoni della montagna e loro ascoltano con il groppo alla gola e gli occhioni sgranati nessuno se ne accorge quando i pesci piangono le lacrime dei pesci scivolano nell’acqua solo i pescatori più esperti sanno che sono salate come quelle degli uomini
(questo testo è l’inizio di una trasposizione teatrale, ma forse farei meglio a dire di un tentativo di, del mio “Sacrificio“; con le solite eterne interrogazioni: “cos’è il teatro?”, “che senso ha oggi?” …; insomma, come sempre sperimentando e imparando sul campo; GS) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:
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