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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Aggiornato: 20 min 14 sec fa

Vivalascuola. Delicato leggiadro abissale Pinocchio

Lun, 11/03/2013 - 12:00

Oggi ho detto ai miei bambini: “Vi leggo una storia nuova, è la storia di un pezzo di legno. Di un pezzo di legno un po’ magico e sapete perché?”
“Nooooooooo” hanno risposto loro.
“Perché questo pezzo di legno – ho continuato io – era un burattino speciale. I suoi occhi vedevano, le sue orecchie sentivano e con la sua bocca parlava e faceva anche le boccacce! Voi le sapete fare le boccacce?”
“Sìiiiiiiiiiiiiiiiiii” rispondono ridendo e stropicciando labbra e occhi in facce buffe!
(Alessia Niniano)

Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. (Elémire Zolla)

Nell’anno dei suoi 130 anni, dedichiamo una puntata di vivalascuola a Pinocchio. Alessia Niniano, Giovanna Celso e Paolo Cacciolati riferiscono della loro lettura di Pinocchio a bambini, Sebastiano Aglieco racconta il suo incontro con Pinocchio e riferisce dei Pinocchi incontrati nella sua esperienza di insegnante, Nadia Agustoni e Dora Palermo riflettono sulla figura del burattino, Paolo Tesi risponde alle nostre domande e ci offre le sue illustrazioni.

Pinocchio ucciso
di Nadia Agustoni

Sono libri (Alice e Pinocchio) allegri e pieni di ombre dolorose perché riflettono sulla morte dell’infanzia. La necessaria fine dell’infanzia, che solo se la si racconta può rivivere. Di autori che sanno che il mondo non è fatto per i bambini.  (Stefano Benni)

Pinocchio è un bambino da usare, il suo destino è dare di che vivere a Geppetto, è costruito per uno scopo, ha un padre povero che vuole dal figlio-burattino qualcosa. Come tutti quelli la cui la vita è pensata da altri in anticipo è un mal nato, uno che non è un granché e oscuramente lo sa, intuisce che così lo si condanna e appena sente le proprie gambe infila la porta di casa e scappa. Un carabiniere lo ferma subito, i minorenni non possono andare in giro da soli, la famiglia, la casa sono la gabbietta dove cinguetteranno, chissà se di rabbia o di noia.

Pinocchio comunque è un tipo legnoso, resistente al bastone, anche morale, perché ha la fibra di chi sopravvive. E’ il bambino che prima agisce e poi pensa, ma ha l’istinto del guerriero non del servo. E’ anche attore, ma il suo teatro è lui stesso, senza fili, spettacoloso. Vende l’abbecedario e finisce tra le marionette di Mangiafuoco, e qui i burattini e le burattine lo riconoscono. Immaginiamoli questi disgraziati intenti a una recita che rallegri adulti e ragazzini più fortunati. Loro sono quelli messi al lavoro, corpi che producono soddisfazione per chi può comprarsela. In Afghanistan è diffuso un tipo di spettacolo in cui bambini maschi, affidati a un protettore-impresario, si esibiscono davanti a uomini adulti, cantando, danzando e recitando. Dopo lo spettacolo è più che tollerato avvenga altro, ma se qualcuno poi ci va di mezzo per una denuncia, non è l’adulto, ma il bambino.

E’ chi subisce che viene imprigionato e condannato; accade a Pinocchio con il giudice somigliante a un gorilla che lo fa mettere in cella perché è stato derubato. Derubare l’infanzia non è un reato in nessuna parte nel mondo. In America i ricchi e iper-nutriti bambini sono l’arma di genitori divorati dalla fame di successo al punto che chiedono ai loro ragazzi una perfezione intollerabile, a volte degenerante in follia, più spesso in comportamenti autolesionisti.

Pinocchio è il bambino credulone, viene indotto a pensare che quattro denari sepolti in un campo faranno crescere un albero di monete d’oro. Ovviamente è un inganno, ma non lo è meno il finale di Collodi che fa del burattino il bravo ragazzo a cui i piccoli miracoli accadono, perché il duro lavoro paga sempre, ma tanto poco e male che c’è appunto bisogno del miracolo perché abbia un vestito, quando a malapena può procurare il bicchiere di latte al padre. La paga scarsa, la necessità incombente uccidono Pinocchio. Se non per sé il poverino si commuove per il genitore, chissà se pensa, mentre tira su l’acqua e intreccia panieri, che dopo una vita di lavoro, il caro Geppetto, non ha una lira, ha bisogno del figlio ex credulone, ex crapa dura, ma in fondo in fondo crapa sana se sentiva inconsciamente la presa in giro del potere di conio risorgimentale e ancora recente, ma forse proprio per questo crudele con la “sua” gente; “sua” come una proprietà.

Vorrebbe quel pezzo di legno da stufa gridare subito una rivolta, alla Franti e non immolarsi e fare, che so, la piccola vedetta lombarda, che tanto ci commuoveva, uccisa da una pallottola austriaca. A scuola, anche quando ci stavo io, il mito del risorgimento non era scalfito da nulla. Non c’era critica possibile. Lontano il tempo di una traccia d’irriverenza sulla patria, come quella che trovai in Dino Campana, nella dedica dei Canti Orfici. Ricordo che quando la lessi pensai ad uno scherzo.

Mito germanico o sfida, l’imperatore Guglielmo aveva almeno il pregio di non mascherare la realtà e all’Asburgo Francesco Giuseppe i sudditi potevano fare causa e vincere, mentre nel nuovo paese d’Italia parlavano le cariche a cavallo dei carabinieri e le fucilate in piazza.

Pinocchio è il bambino ucciso dai grandi, ingannato, portato a vedere il miracoloso dove la sua fatica non basta. Appare così la bella fata turchina, simbolo di un femminile consolante e quanto mai tempestivo, alla Florence Nightingale. Alla durezza dei tempi si contrappone il candore della veste, il turchino, il pallore del volto quasi a suscitare un desiderio di umanità che cancella il burattino di legno, redimendolo intimamente.

La normalità imposta a Pinocchio è il preludio ad esistere nella dieta regolata dal potere, imposta di solito ai corpi che non contano. La chiamassero normatività avremmo tutti ogni tanto il dubbio che la vita sia ben altro, invece nel mondo a rovescio i malandrini vanno liberi, i cattivi vincono, le vittime hanno bisogno di “miracoli”, i carabinieri ormai hanno letto Pasolini, ma facciamogli leggere Collodi è attualissimo, e il Gennariello delle Lettere luterane vive da un bel po’ nella finzione di un paese dei balocchi dove il bestiario va ben oltre gli asini.

* * *

Credo che la sua influenza, cosciente o più spesso inconscia, andrebbe studiata su ogni scrivente della nostra lingua, dato che questo è il primo libro che tutti incontriamo dopo l’”abbecedario” (o prima). (Italo Calvino)

Il mio Pinocchio
di Sebastiano Aglieco

Il mio primo ricordo di Pinocchio risale alla seconda elementare. Il maestro Tabacchi mi incaricò di andargli a comprare le sigarette – Nazionali con filtro – dal tabaccaio e, visto che c’ero, di prendere una copia del Pinocchio di Collodi. Siccome non riuscivo a memorizzare il cognome dell’autore, mi disse di ricordarmi della colla, che a quei tempi era la coccoina, che sa di mandorla: una prima spontanea sinestesia che ogni tanto mi torna ancora alla memoria, insieme all’odore delle matite appena temperate e della plastilina, forse perché a quei tempi gli odori dell’infanzia erano più forti e non una cosa da signorine.

Avendo la stima del maestro e passando per il primo della classe, attraversai la strada del paese con quell’ansia che ti viene per timore di fallire, di fare brutta figura e soprattutto, essendo un po’ imbranato, di andare a finire sotto una macchina. Il libretto aveva una copertina marroncina, tipica delle edizioni rigorose e un poco scialbe di quegli anni e i disegni erano in bianco e nero. Di quella lettura in classe confesso di non ricordarmi. Mi ricordo però della sensazione del vento contro le gambe nude che divorano la strada, proprio come quelle di Pinocchio che scappano per la prima volta da Geppetto; solo che, mentre Pinocchio scappa e disubbidisce, io ritorno e ubbidisco.

Il mio secondo incontro con Pinocchio risale a qualche anno dopo. E’ il bellissimo film di Comencini; faccio la quarta o la quinta elementare, c’è un televisore in bianco e nero nella stanza da letto di mia madre e c’è questo pinocchio monello che scappa per la prima volta da Geppetto e si nasconde sotto le gonne delle donne che lavano i panni. Mia madre non gradisce: dice che non sembra una favola, che la fatina non fa i miracoli e che non capisce come parlano. Evidentemente anche lei ha un pinocchio in testa che io non conosco ed evidentemente il racconto televisivo, con le sue immagini in movimento, un po’ si sgranocchia la fissità del burattino di legno. Troppo vero questo bambino che corre a gambe levate. Troppo bambino, io, come tutti i bambini, per capire l’”altro” livello del progetto.

Poi il Pinocchio di Comencini sparisce – a quei tempi, in tv, le repliche ravvicinate non erano affatto usuali -. Lo ritrovo anni dopo, al Pime di Mascalucia, sulle falde dell’Etna, dove con la parrocchia del mio paese ci trasferiamo, un gruppo di giovinotti, a fare una settimana di lavoro e preghiera. Tempi di veri viaggi nella testa, quando discutere se una cozza provasse consapevolezza nell’essere mangiata, voleva dire impegnarsi a sfidare senza pudore la mente dell’universo.

Lo ritrovo improvvisamente, questo Pinocchio di Comencini, e me ne stupisco perché intanto si è impresso nella memoria, senza averlo previsto, come un tempo perduto ed eroico, l’eroismo selvaggio dell’età dei giochi e delle fughe, del soffio della brezza, la sera, sulla pelle fradicia di sudore, quel nascondersi e scappare per capire fin dove puoi arrivare, fin dove ti puoi allontanare dai grandi. Non vedo più il burattino di legno, ora, ma, con emozione e realismo, il bambino Andrea Balestri che, si dice in qualche cronaca, è grande e ha avuto problemi, ma che, in fondo, conferma con la sua parabola umana quanto la vita possa essere vicina alla letteratura e come questa chiarisca la vita, la semplifichi e la purifichi del suo lato irrisolto.

Degli altri Pinocchi – Benigni, Bene, Walt Disney – non so dire. Piuttosto potrei fare una lunga lista dei pinocchi incontrati a scuola, quelli che cercano di sfuggire da te, maestro padre Geppetto, e sfuggendoti, in realtà ti stanno chiedendo disperatamente di essere riacciuffati per ritornare fra le tue braccia. Ché, in fondo, questo è Pinocchio: la storia di una iniziazione alla vita; un grande romanzo di formazione.

Potrei dunque parlare del mio primo pinocchio, di cui non so il nome, che chiedendomi di fare un tuffo – e io, alla mia primissima supplenza, ingenuamente acconsentii – si tuffò dalla sommità di un banco e si ruppe un braccio. E lungamente potrei parlare del secondo, Manolo, che picchiava i compagni per il gusto di essere inseguito da me, fino alla porta del corridoio. Di Michele, che per strada, un giorno, si mise improvvisamente a correre con tutta la classe per vedere passare il treno e che poi ha fatto l’università e diventerà ricercatore chimico. Di Andrea, che era ossessionato dai cavalli e che ora si occupa di cavalli. Di Filippo che forse farà il maestro. Di Federico, che contestava il mio insegnamento dicendomi che lo plagiavo. Di Amin, che quando combinava guai, alla media, andavano a chiamare il suo maestro di scuola elementare. Di Daniel, che insieme agli altri pinocchi della classe mi ha messo come capo sulla prua del Titanic per andare a uccidere le “balene disturbanti”; tutti pinocchi che sono stati tali solo perché intuivano che sarebbero potuti diventare uomini, diversamente da altri, dai buoni figli di famiglia con le spalle ben protette dalle certezze dei genitori, solo percorrendo la strada scoscesa della corsa e della caduta, del dolore subito e del dolore recato.

Gli archetipi, nella loro fissità originale, sono forme destinate alla declinazione, alla variazione nel seno delle proprie ossessioni, personali, culturali e sociali. Occorre specchiarsi in qualche significato per potersi riconoscere e in questo riconoscimento c’è sempre il rischio, il timore dello svelamento. Fra tutti i pinocchi incontrati a scuola, diventato ormai Geppetto, inseguendoli per salvarli dalle casacche dei carabinieri, dalle cattive amicizie e dagli influssi umorali del cuore, io ho sempre saputo che questo attraversamento era necessario e inevitabile per ritornare, ma ora cambiati, al punto da cui siamo partiti: io e loro.

E pensateci bene quanto in questa storia ci si dica della mancanza di un padre. Perché è la fatina che tiene le mani in pasta dappertutto; prepara, finge, permette la caduta, esercita il senso di colpa, agisce applicando la legge universale di causa effetto. Non lo salva prima, il monello; lo soccorre dopo (Comencini aveva capito bene). È una specie di madre morta, la madre che non c’è mai stata, per cui Pinocchio è nato grande, avendo saltato completamente la fase degli affetti e delle cure prenatali. È nato ribelle perché non ne sa niente di latte e di biberon. La prima cosa che assaggia è il cibo dello svezzamento. Pensa di essere pronto per conoscere il mondo. E chi è Geppetto? È un padre che non si trova nelle condizioni di poter fare il padre; è buono ma debole, il suo destino è quello di una vecchiaia precoce, in attesa di essere accudito da un figlio che deve ancora crescere, prima ancora che innamorarsi e farsi una famiglia.

Per quanto mi riguarda, è questo il pinocchio che mi interessa perché a scuola, quando arriva un pinocchio, segretamente ci intendiamo: segretamente sappiamo che le tempeste da domare sono dovute alla mancanza di un padre che non ha saputo accompagnare o di un madre che, per necessità o senza volerlo, si è ritrovata ad indossare i pantaloni del marito.

In fondo la storia moderna che maggiormente assomiglia a quella del burattino, e da cui attinge, è il bellissimo film di Spielberg: “AI”: intelligenza artificiale. Un burattino moderno, giocattolo automa evolutissimo, ricevuto l’imprinting – proprio come le bestie – e poi abbandonato dai genitori, continuerà a cercare la madre per centinaia di anni e millenni, finché, riattivato da una civiltà aliena dopo la distruzione del mondo, ritroverà sua madre nella scatola dei suoi ricordi e a lei si ricongiungerà. Sublime messaggio per dirci che veniamo e torniamo dallo stesso punto, dopo aver attraversato le tempeste della vita in compagnia di qualcuno che ci ha tenuti per mano. E se questo non è avvenuto, siamo destinati a rimanere burattini di legno grezzo.

* * *

Pinocchio è l’emblema del fantasticare. (Elémire Zolla)

Pinocchio è un archetipo dell’anticonformismo
di Dora Palermo

Pinocchio è sicuramente un archetipo dell’anticonformismo, un modello in base al quale si dichiara che la trasgressione, intesa come ciò che porta all’inevitabile confronto con la regola, è il passaggio necessario attraverso il quale si entra nel mondo uscendo dal proprio egocentrismo per approdare verso una dimensione dominata a livello esistenziale dalla coscienza di sé.

La regola viene acquisita, diventa un proprio stumento d’interazione col mondo non perché imposta ma perché compresa attraverso l’esperienza, oserei dire attraverso i propri fallimenti, non è la regola che si impara subendone gli effetti ma è la trasgressione ad essa che ci insegna la validità ed il senso di una regola. Sembra una contraddizione ma non lo è perché basata sul principio dell’apprendimento fondato sull’esperienza

Quello di Pinocchio è un viaggio quasi sciamanico, il morire, il fallire, rappresentano la conzizione necessaria alla propria crescita interiore, ogni cultura esprime un proprio modello di processo d’iniziazione, per noi italiani Pinocchio rientra in questa categoria.

C’è poi il grande tema della finzione, la bugia e la verità. Per un bambino non c’è una grande distinzione tra ciò che è vero e ciò che è inventato, realtà e fantasia hanno pari dignità purché percepite nella loro autenticità (ci credo o ci voglio credere a seconda dei casi). Per un bambino talvolta l’invenzione piò essere più autentica della realtà oggettiva al punto da fargli considerare falso un dato di realtà e vero il frutto dell’immaginazione. Ovviamente nel processo di crescita si assiste (questo è quello che ci auspichiamo da educatori) dicevo si assite ad una sempre maggiore obiettività (che presuppone un interesse verso il dato di realtà) ed a una relativizzazione crescente del proprio egocentrismo (che presupponeva una valorizzazione prevalente della propria fantasia)

Pinocchio da un punto di vista simbolico si pone al centro di questo processo, accompagnandolo e svelandone le varie valenze da un punto di vista umano.

Ma Pinocchio, checché il suo autore lo definisse una “Bambinata“, deve il suo successo al fatto che, come romanzo, è rivolto soprattutto agli adulti, alla loro necessità di conciliare la libertà con l’etica, l’indipendenza con la convenienza sia per le valenze storiche che questo discorso suggerisce (siamo in pieno Risorgimento!) sia per gli aspetti più strettamente psicologici a cui si può rapportare.

Pinocchio è un leader della trasgressione che per diventare libero veramente affronta il conflitto tra le proprie pulsioni e ciò che non condivide del proprio mondo. Un mondo che è destinato a mutare continuamente e nel quale l’individuo, come davanti ad un bivio perpetuo, deve scegliere continuamente se e cosa conservare ed accettare e se e cosa cambiare. Per conservare c’è bisogno tenersi legati alla realtà, per cambiare bisogna attingere alla propria immaginazione e in entrambi i casi ci si deve chiedere se e quanto si è liberi.

* * *

Il miracolo di Collodi è in fin dei conti proprio questo: aver costruito e inventato da solo, a tavolino, una fiaba che non cede alle fiabe popolari. (Gianni Rodari)

Pinocchio fatto di sabbia e di neve
di Paolo Cacciolati

Dicono che la scrittura efficace sia come il lavoro di un fumettista, che disegna utilizzando ombre e contrasti. Se è vero che la scrittura efficace è quella che fa emergere le forme dalle ombre, allora, come dovrebbe essere la lettura efficace? Come favorire l’emersione di una forma da un’ombra? E come posso farlo per un bambino? E come farlo per una favola come Pinocchio?

Calibrare il tono, il ritmo della voce, le pause, l’alternanza del testo con le figure del libro, interrompere la lettura, chiedere qualcosa al mio ascoltatore,
oppure no, andare avanti fino in fondo, senza sospensioni, lasciare le domande alla fine, quelle solite stupide domande tipo:
-Qual è il personaggio che ti piace di più?
Nessuna risposta
-Allora?
-Ma papà, sono tutti belli questi personaggi!
-Anche Mangiafuoco?
-Ma sì, è un Fuoco-mangia, come quelli là del film che abbiamo visto-
-Gli orchi?
-Siii, e Fuoco-mangia è il loro papà, è il papà degli orchi-
Chiaro, anche gli orchi hanno diritto ad avere un papà, che magari gli legga le favole la sera, prima del sonno.
-E la Fata Turchina ti piace?
Lui guarda il disegno della Fata, nel libro è rappresentata come una sorta di diva del cinema degli anni ’50, capello biondissimo cotonato, faccino rotondo, labbra piene e forme burrose,
-Papà, mi ascolti?
-Eh, sì, certo
-Ti ho detto che la Fata Turchina sarebbe di più bella con i capelli ricci e neri, come la mia fidanzata Maria.
-Francesco, lo sai che Maria non è la tua fidanzata. A cinque anni non ci si fidanza, si è solo amici.
-Sì, ma poi quando ci sposeremo il giorno che ci sposiamo Maria metterà un vestito come quello della Fata Turchina e faremo una bella festa.

Sto per ricordargli, in un empito di crudeltà immotivata quanto salutare, che cosa gli ha dichiarato, la figlia dei nostri amici, in nostra presenza, che lei un fidanzato già ce l’ha, si chiama Matteo e sta nella sua classe, e che però loro possono essere amici.

Mi trattengo, pensando che poi è capace di arrivarci in camera, piangente nel cuore della notte, che lui non può dormire perché Maria non lo fidanza, e non si sposerà mai, e che è solo colpa nostra, che gli abbiamo fatto cambiare scuola e città così non può più vedere Maria, vabbuò, meglio lasciar perder certi sadici realismi, così devio l’attenzione su… su… non so cosa inventarmi, ma ci pensa Francesco a risolvere il tutto con la sua improvvisa decisione
-Penso che io non voglio essere fatto di legno, neanche all’inizio…
Ci rifletto un attimo e concordo, che sì, in effetti io non mi ci vedo molto nei panni di un falegname.
-E di cosa vorresti essere fatto, all’inizio?
-Di sabbia e di neve, come prima, che ero stanco e tu mi sostenevi mentre mi mettevo il pigiama e mi sentivo proprio come un bambino fatto di sabbia e di neve.

Il libro di Pinocchio non c’entra più niente, o forse c’entra, non lo so, verrà chiuso, sarà riaperto e ancora chiuso, arriverà il sonno, arriverà anche per me il sonno, a spazzare certi pensieri su quella sabbia e quella neve, come trasformare quella sabbia in cemento, non si parte forse dalla sabbia per fare il cemento? E quella neve, in cosa trasformarla? In ghiaccio? Troppo freddo? Servirà a qualcosa? Lo renderà più duro, più resistente? O forse più fragile? Servirà a qualcosa quella goccia che è stata versata sulla sua fronte il giorno del battesimo, le parole del sacerdote su quell’olio, a protezione dagli attacchi del Male. La goccia d’olio renderà abbastanza resistente quella sabbia e neve, quando arriveranno in forma molteplice e continuata? Sarà legione, saranno legione, nei loro attacchi, possono attaccare la mia carne putrescente con metodica continuità, ma non qui, non ora, non questa pelle profumata, non questa mano di seta appoggiata sulla copertina di Pinocchio.

* * *

I piccoli italiani… si sono innamorati di lui perché offre due cose insieme: le fantasie che amano e la realtà che cominciano a sospettare. (Paul Hazard)

Incontrando Pinocchio
di Giovanna Celso

Lo spunto per entrare nel mondo di Pinocchio e fare così un tuffo nella mia infanzia, me lo ha dato uno spettacolo teatrale al “Piccolo teatro” che ho proposto ai miei alunni di prima. In un magico gioco di luci, musica e narrazione ho riscoperto la ricchezza emotiva di quel libro…

Come me, quando ero piccola, i miei piccoli alunni vivono sentimenti contrastanti: vorrebbero essere audaci come Pinocchio che preferisce il teatro di Mangiafuoco alla scuola, ma subito dopo affermano che è meglio ascoltare i genitori e andare a scuola, così come dice il Grillo parlante.

Certo c’è sempre il “Pinocchio” della situazione che mi ha detto: “Non importa se poi mi vengono le orecchie da asino, ma a me non piace venire a scuola… beato Pinocchio che non ci va!”. Di contro il suo compagno giudizioso lo ha redarguito: “E poi i tuoi genitori cosa dicono? I bambini devono studiare e imparare.”

La maggior parte della classe si schiera con lui, scandalizzata delle bizzarre idee del mio Pinocchio! Anche a me Pinocchio “scombussola” un po’… Leggere Pinocchio per me assume una valenza molto particolare. Quando leggo ai miei piccoli, immediatamente, con facilità entro nei personaggi trasformandomi un Pinocchio, in Geppetto e pure in Mangiafuoco!

Oggi che sono “grande” e madre mi sento molto vicina a Geppetto, al suo struggente desiderio di un figlio al punto di arrivare a costruirselo, andando a cercare però quel pezzo di legno speciale che maestro Ciliegia non era riuscito a domare!

Stessa sorte sembra essere riservata anche a Geppetto, che si ritrova a cercare di modellare un figlio “perfetto”, rincorrendolo ed aspettandolo nelle sue fughe per il mondo alla ricerca della… felicità?!

Geppetto che ha voluto testardamente diventare papà, è sempre pronto ad accoglierlo, a perdonarlo, perfino a vendere la sua casacca in cambio di un abbecedario. Non è forse questa la cornice in cui si snoda la storia di amore tra madre e figlio? Quante volte i nostri figli incontreranno “il gatto e la volpe” o verranno ingoiati da un pescecane. Però ci sarà sempre una fata Turchina che veglierà su loro fino a quando da burattini diventeranno… bambini!

In una cosa sono molto “uguale” ai miei alunni; come loro sono convinta che quel burattino non è cattivo e che diventerà giudizioso e farà felice il suo papà! E anche lui, PINOCCHIO, sarà felice di essere un bambino, libero da tutti i fili mossi da altri e quindi capace di scegliere il meglio per sé!

* * *

Pinocchio nasce come personaggio mitico… insegue la libertà ancestrale che non trova e non riconosce nella realtà del mondo quotidiano. (Salomon Resnik)

Pinocchio sono io, anzi Pinocchiaccio
intervista a Paolo Tesi

Qual è il motivo del fascino esercitato da Pinocchio su bambini e adulti?

Il fascino che Pinocchio esercita su bambini e adulti è legato alla sua leggendaria figura che non corrisponde a nessuna etichetta. Pinocchio è libero come è libero il pensiero di chi non conosce appartenenza né condizionamenti esterni.
Pinocchio si presenta al mondo come se fosse il giorno della Creazione e spalanca su di esso uno sguardo pieno di meraviglia e stupore. Per questa ingenuità e candore esercita su di noi un’attrazione irresistibile che seguiamo guidati dall’istinto e dalla certezza che valga la pena credere in “lui”.

Cosa pensare dei suoi errori? E dei suoi ravvedimenti?

Non ci sono malizie e quindi errori nel suo comportamento, che è dettato dalla spontaneità, per questo non esiste nel percorso di vita che caratterizza la sua “esistenza” alcun ravvedimento. Non può ravvedersi chi non commette peccati né sbagli.
La metamorfosi, che dal legno trasforma il burattino in un bambino in carne e ossa, altro non è che un ossequio alla norma, un ritorno nel mondo degli uomini, il tangibile, amaro riconoscimento e insieme accettazione della società alla quale apparteniamo.

Cosa comunica Pinocchio? In che modo smuove il nostro immaginario?

Pinocchio non ci appartiene. Pinocchio è soltanto se stesso, ma rappresenta tutti. Pinocchio impersona la curiosità che anima ognuno di noi e comunica con il mondo formulando domande ed esigendo risposte.
I tanti interrogativi che noi ci lasciamo dietro le spalle senza risposta, per approssimazione e paura, per Pinocchio non hanno senso in quanto tutto corrisponde a una logica concreta, tangibile e autoreferenziale.
Pinocchio ci invita a osservare la realtà senza rinunciare alla fantasia e smuove il nostro immaginario pigro e deluso con riferimenti inalienabili e genuini, veri motori dell’essere schietto e unico. Mai ambiguità, mai incertezze; valori, legati alla dignità dell’ esistere, di notevole importanza nella vita di un uomo.

Come Pinocchio opera su di noi? Quali modelli o quali valori richiama? Quali fantasie mette in moto?

Le fantasie che mette in moto dentro di noi sono quelle di vivere per la prima volta emozioni che non abbiamo mai vissuto. Le espressioni e le affermazioni di Pinocchio non sono confutabili, vanno accettate così come ce le esprime, considerandole in quell’aura di sacralità che le avvolge.

Pinocchio è il nostro stesso pensiero che si riscatta. Il bisogno di affrancarsi e di sentirsi totalmente liberi, senza condizionamenti.
Pinocchio è il sogno che vagheggiamo, la nostra aspettativa di riscatto, l’opportunità ultima che resta a chi vede nella fantasia il massimo supporto all’esistenza.

Qual è il suo rapporto con Pinocchio?

Ci sarà una ragione per cui continuo a identificarmi nel personaggio di Pinocchio? Ci saranno delle analogie fra me e lui? Oppure mi riconosco nella prosa di Carlo Lorenzini ritenendo che la mia biografia sia già stata scritta, molto prima che nascessi, nel lontano 1883?
Il desiderio di possedere un’identità da assicurare al futuro è forte nell’uomo. Il bisogno di essere qualcuno ci fa sentire liberi e autonomi mettendoci in relazione con gli altri e con il mondo. Per quanto mi riguarda provo piacere scoprendomi descritto in un libro pubblicato 125 anni fa, ritrovandomi a vivere in una specie di universo incantato, contrapposto a quello reale, ma pur sempre possibile, vivibile come se esistesse veramente. E le analogie esistono davvero, ad iniziare dal caso singolare per cui, benché io sia fatto di carne, mi senta di legno. Come Pinocchio amo disubbidire, dico bugie, ho il naso lungo, preferisco i burattini agli uomini e tratto gli animali, con i quali parlo, alla pari, come se fossero miei simili.
Tuttavia non sono un vero e proprio Pinocchio, bensì un Pinocchiaccio, vale a dire un essere risentito, disarmonico, in conflitto con se stesso, con gli altri e con l’intero pianeta. Costretto a vivere in perenne allarme, dubito di tutto, così parimenti tutto mi incuriosisce e attrae invitandomi alla scoperta. Come Pinocchio sono stato ingannato, raggirato, derubato, ammonito, mandato a scuola per forza e legato alla catena… una catena psicologica ovviamente, allusiva al potere assoluto e inalienabile che le mamme hanno sui figli. Non è forse stato così per Pinocchio? Quella specie di mamma chiamata Fatina ha esercitato su di lui un potere assoluto e negativo, riducendolo, dallo stato di grazia nel quale si trovava in virtù del fatto di essere di legno, a ragazzo normale in carne e ossa, soggetto alle regole della società civile. Che ci fa Pinocchio, già impiccato, morto e resuscitato, in mezzo agli uomini? Anche se ciò avviene nelle pagine di un libro per ragazzi, coloro i quali dubitano che esista fra le righe un messaggio più profondo sono gli adulti.

Chi è il suo Pinocchio?

Pinocchio è soprattutto un protagonista sofferente che spartisce le sue pene prevalentemente con gli animali e che da loro viene aiutato. A lui è toccato, contrariamente a quanto accade alla maggioranza delle persone, di diventare famoso. Anche per questo motivo desidero essere il burattino e tendo a ravvisare in un albero la tremolante figura di un antenato. La serie infinita di disegni che ho realizzato è tale da farmi provare un brivido ogni volta che li penso e il libro che ho illustrato, pubblicato nel 2002, ho difficoltà a mostrarlo. Non si può pensare che l’immagine di Pinocchio, disegnata e dipinta da tanti, forse troppi, artisti, sia quella di un uomo scontento di essere tale. Disegnandolo mi accorgo che vado alla ricerca di me stesso, consapevole di non potermi trovare.

Quali immagini che di Pinocchio ci ha dato l’arte lei preferisce?

Ho guardato spesso i libri che illustrano le sue avventure e l’immagine che per primo ci dà Enrico Mazzanti è ancora viva nella mia memoria, corrispondendo perfettamente a come l’ho pensato quando già adulto ho letto l’intero racconto.
Tuttavia, a mio modo di vedere, nessun illustratore ha superato il grande Carlo Chiostri, nei suoi disegni ravviso in fieri il lavoro di quanti lo hanno seguito emulandolo nel tentativo di superarlo.
Guardo con interesse agli illustratori che sono andati oltre la parola scritta, interpretandola e sublimandola senza porre limiti alla fantasia. Non ci sono clichés nella mia mente e non sopporto i condizionamenti che talvolta nemmeno la creatività riesce ad eludere. Ma quanti artisti nel raffigurare Pinocchio si sono fermati all’apparenza non riuscendo a evitare il luogo comune, soddisfacendo soltanto quello che viene richiesto dal lettore incapace di vedere oltre. Se da una parte penso con gioia alle tavole di Attilio Mussino e alle sue coloratissime immagini, dall’altra non riesco a guardare il film di Walt Disney.
Fra i tanti interpreti del capolavoro collodiano, ritengo che Sergio Tofano, il signor Bonaventura, Leonardo Mattioli, Alberto Longoni e soprattutto il geniale e cupo Roland Topor risultino fra le eccellenze.
Pinocchio bisogna amarlo per scoprirlo, per testimoniare attraverso segni, forme e colori l’essenza del suo carattere, fatto di tanti simboli e rimandi continui a un mondo complesso e ammiccante. Pertanto la lettura del testo, deve essere tesa alla ricerca del suo vero significato, interpretato con senso critico e originalità dal momento in cui fra analogie, simbologie, allusioni ironiche e metamorfosi anche noi siamo tentati di entrarvi come protagonisti. Tutt’oggi, dopo tanti anni, è ancora quello che cerco di fare aiutato da segni e colori.

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Il testo è così maneggevole, così vario, così imprevedibile. Non si resiste tanto a lungo se non si è fatti di ottimo legno. (Antonio Faeti)

Tutti noi siamo un po’ Pinocchio
di Alessia Niniano

Oggi ho detto ai miei bambini: “Vi leggo una storia nuova, è la storia di un pezzo di legno. Di un pezzo di legno un po’ magico e sapete perché?”
“Nooooooooo” hanno risposto loro.
“Perché questo pezzo di legno – ho continuato io – saltava, rotolava e scappava, fino a che il buon Geppetto non decise un giorno di trasformarlo in un burattino. – Lo chiamerò Pinocchio – disse Geppetto a lavoro finito.
Ed era un burattino speciale. I suoi occhi vedevano, le sue orecchie sentivano e con la sua bocca parlava e faceva anche le boccacce! Voi le sapete fare le boccacce?”
“Siiiiiiiiiiiiiiiiiii” rispondono ridendo e stropicciando labbra e occhi in facce buffe!
Ecco perché, mi son detta, la storia di Pinocchio ci piace e ci tiene inchiodati ad ascoltare fino alla fine per sapere come va a finire.

Tutti noi in fondo siamo un po’ come Pinocchio.
A chi non piace fare le boccacce? Chi non avrebbe voglia di farsi un bel viaggetto attraverso il Paese dei Balocchi? Immedesimandoci nel burattino ingenuo e puro rivendichiamo il nostro diritto-desiderio al Divertimento.
Riacquistiamo la possibilità di sbagliare, per guaradarci poi allo specchio e notare con sopresa che ci sono spuntate due belle e lunghe orecchie da somaro.
Eh sì… l’idea di essere un po’ monelli, un po’ “burattini” ci affascina molto, proprio
come affascina lui. Pinocchio è in realtà una marionetta e non un burattino, ma Collodi lo definisce così perchè in dialetto toscano burattino significa proprio monello! E poi però come a Pinocchio ci viene data la possibilità di crescere, di scegliere e di diventare bimbi veri.

Mentre raccontavo oggi la storia ai bambini seduti in cerchio sul tappeto della nostra sezione ho chiesto loro:”E a voi piacerebbe andare nel Paese dei Balocchi?” La risposta è stata affermativa in un coro entusiastico, hanno poi spontaneamente fatto collegamenti tra loro e i personaggi della storia. E in quanto a personaggi preferiti Geppetto è di certo in cima alla classifica accanto alla Fatina (“Perché ha la bacchetta magica”) e a Pinocchio.

Anche il signor Mangiafuoco ha però riscosso un certo successo. E pensandoci… lui lavora con le marionette e dà a Pinocchio le sue cinque monete d’oro (“Che non si possono piantare, solo i semini sotto terra fanno crescere le piante!”)

Ciò che mi ha spinta a raccontare questa storia ai miei bimbi sono state le suggestioni e l’incanto emersi durante uno spettacolo teatrale davvero speciale: “Villaggio Fragile di Pinocchio” a cura di Antonio Catalano. Per un pomeriggio la magia di una giostra mi ha fatto tornare bambina e visitando un Paese dei Balocchi molto speciale sono stata protagonista di una vera e propria magia… a volte anche le maestre possono tornare a essere monelle e perchè no… anche un pochetto somare!

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MATERIALI

Piccola antologia critica: a ognuno il suo Pinocchio

Una fiaba che non cede alle fiabe popolari
di Gianni Rodari

Il miracolo di Collodi è in fin dei conti proprio questo: aver costruito e inventato da solo, a tavolino, una fiaba che non cede alle fiabe popolari per il forte realismo e per la ricchezza fantastica… Se al Collodi è riuscito quel miracolo si deve alla libertà con cui ha lasciato fluire nella sua fiaba il senso dell’intera sua vita… Lo spessore di Pinocchio è lo spessore di una vita, di un ritmo, di anni – come lo spessore delle fiabe popolari è lo spessore della loro vita, in un ritmo di secoli…

In Collodi, il rapporto tra vita e fiaba è spontaneo e quasi inconsapevole come nella fiaba popolare. E’ come se egli avesse saltato a poè pari la fiaba romantica, per stabilire un collegamento diretto con il linguaggio, le immagini, la creatività delle fiabe del popolo: la sua vita cala nelle parole di Pinocchio abbandonandosi a loro, al loro movimento veloce e incessante, qualche volta quasi automatico. La più bella “fiaba contemporanea” della nostra letteratura. La difficoltà di classificare Pinocchio dipende forse dal fatto di essere l’apertura di un genere che poi non ha più dato risultati così efficaci. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

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Pinocchio oppone l’infanzia alla dimensione degli adulti
di Antonio Faeti

Pinocchio è un romance, e io vorrei aggiungere che, più precisamente, è una quest, cioè un itinerario pedagogico, un tortuoso viaggio senza fine attraverso i trabocchetti, le catture, gli ammaestramenti, le punizioni di cui è colmo ogni rapporto “educativo“. Se, proppianamente, si volessero rilevare rilevare le “funzioni” presenti nel libro; una potrebbe sufficientemente chiarire e legittimare l’esistenza del volume: quella che oppone l’infanzia alla dimensione degli adulti

Pinocchio conosce tutte le miserie che definiscono la tragedia complessiva dell’infanzia, ma irride gli exempla, ne infirma periodicamente proprio la credibilità pedagogica. Non può servire a nessuna dimostrazione meditata e saggia, perché fugge sempre, scompagina, rovescia, banalizza ogni insegnamento. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

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Pinocchio è l’incanto delle origini
di Umberto Todini

Le metamorfosi di Pinocchio vanno per gradi dal legno verso un mondo in cui egli nasce e si evolve in ritardo, e riesprimono, in chiave iniziatica, la legge di un originario cangiarsi di alberi in uomini. Pinocchio contiene uno dei segreti vitali, esprime l’incanto, la fascinazione dell’ultimo figlio delle origini che nascendo “spostato” tenterà di adeguarsi a uomini un tempo fratelli, ma ormai alienati dall’originario principio vitale. Anche se Pinocchio finirà col divenire uomo egli ci avrà tuttavia rivelato a contrasto il conformismo schiacciante di un mondo ormai nolto più ligneo di quello un tempo generato da madre natura. (da C’era una volta un pezzo di legno, Emme edizioni)

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Pinocchio come personaggio mitico
di Salomon Resnik

La storia di Pinocchio colpisce l’inconscio, il mondo infantile del lettore. Perché? Uno dei motivi più rilevanti è, secondo me, costituito dalla natura delle origini del “burattino“: Pinocchio è un burattino di “nascita“.

Pinocchio nasce come personaggio mitico, viene dalla natura, dal mondo vegetale, dalla foresta… Pinocchio insegue la libertà ancestrale che non trova e non riconosce nella realtà del mondo quotidiano. In questo mondo non è felice! Soltanto quando vive l’imprevsito e la foresta, nei cui sentieri ci si perde ritrovando però il senso dell’avventura, è felice, ma anche infelice e vittima!

L’episodio del Gatto e della Volpe mostra già a Pinocchio la minacciosità insita nel mondo, l’egoismo e la malafede, ma anche l’avventura e la tentazione che lo porteranno più tardi al Paese dei Balocchi… Pinocchio riprende la metafora dell’uomo labirintico che deve perdersi nelle foreste del mondo per poi ritrovarsi

Pinocchio di origine vegetale, mediatore anch’esso tra il naturale e il soprannaturale, spazio-tempo dove si svolgono le fiabe per i bambini, porta in sé una potenzialità sciamanica e magica che trascende il contenuto aneddotico della storia stessa. (da C’era una volta un pezzo di legno, Emme edizioni)

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Pinocchio vive prima ancora di nascere
di Pietro Citati

L’idea più bella tra le molte bellissime, che si intrecciano nelle Avventure di Pinocchio, affiora nelle prime righe del libro. Dentro il semplice pezzo di legno da ardere, capitato non si sa come nella bottega di maestro Ciliegia, sta nascosta una “vocina sottile sottile“, che si lamenta per il dolore o ride per il solletico. Da quale spazio discende questa voce chiusa nel legno? Chi è questo spiritello, questo Homunculus, questo elfo irriverente e irrispettoso, che baga dietro le quinte del mondo? Non sappiamo rispondere. Solo una cosa è certa. Pinocchio vive, ha una psicologia e una forma perfettamente delineata, prima ancora che Geppetto cominci a scolpirlo e gli trovi un nome.

Senza avere mai messo piede sulla terra, possiede una sicurissima esperienza della nostra vita: sa cos’è il lavoro e il vagabondaggio, l’infanzia e la vecchiaia, quali lusinghe impietosiscono il cuore di un uomo, come si deve cuocere un uovo e come si sbuccia una pera. Così nessun lettore si stupisce se tutti i personaggi – i burattini di Mangiafuoco, il Grillo parlante, il pulcino appena uscito dall’uovo, il gatto e la volpe - lo conoscono senza averlo mai incontrato; come se una complicità segreta, o delle informazioni di cui ignoriamo la fonte, li spingessero verso il centro del loro libro. (da Introduzione a Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Rizzoli)

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Pinocchio è l’emblema del fantasticare
di Elémire Zolla

Pinocchio è l’emblema del fantasticare. D’accordo, egli è assai più d’un emblema, è un simbolo, ma un simbolo è fatto di una miriade di possibili allegorie e questa, di Pinocchio, come personificazione del fantasticare, dà buoni frutti se messa all’uso proprio di ogni allegoria, quello di tradurre le vicende del racconto a una a una in una moralità.

Vediamo: utopistica, monotona e capricciosa, testarda e svogliata è la fantasticheria, chi voglia crescere deve scrollarsela di dosso, un uomo che davvero sia tale è una crescita ininterrotta. Occorre domare quel vizio, stroncandolo a bastonate, costringendolo ad acquattarsi e tremare, legandolo a un bindolo; alla fine ecco la meravigliosa metamorfosi, esso si tramuta in alata fantasia, dipinge nella nostra mente visioni eccelse, mostra la “Fata nel sogno“.

Questo sogno visionario chiude Pinocchio ed ha l’effetto dei sogni terapeutici, incubatorii, redime mostrando un archetipo redentore. (da C’era una volta un pezzo di legno, Emme edizioni)

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Pinocchio è anche lui un Terzo Mondo
di Gianni Rodari

E’ rimasta la stessa la volontà dei bambini di essere, di crescere. Tutto ciò che è esistito prima della loro nascita, non è mai realmente esistito, è una favola che si racconta, anche quando questa favola si chiama storia. La vita ricomincia per loro continuamente, come ricomincia per Pinocchio… Perciò la vitalità di Pinocchio rivive in loro intatta. La mancanza di esperienza li espone ad errori di ogni genere, ma li salva dal pessimismo esistenziale dell’adulto, o dal catastrofismo teorizzato dalle classi che tramontano e vedono nella loro tragedia soggettiva una tragedia universale. Il bambino è anche lui un Terzo Mondo: ha più futuro che passato.

Cambiato nei contenuti, si ripete però continuamente lo schema dell’opposizione tra ragazzi e adulti: di questa opposizione essi vivono come vive, nel più capriccioso dei modi, Pinocchio. Sono cambiati i modi della repressione autoritaria, ma questo è pur sempre ancora il muro contro cui vanno a rompersi la testa i ragazzi, o i giovani, nel loro sforzo di darsi un ruolo. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

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Educazione come avventura
di Renato Bertacchini

Suo teatro rimane il mondo. Qui si realizza la sua vita e la sua educazione. Qui scorazza e corre a rotta di collo, fuori del palcoscenico illuminato di mangiafuoco, oltre le quinte e i fondali, libero dai fili che reggono e imprigionano i cuoi compari, Rosaura, Arlecchino, Pulcinella e i gendarmi. Il mondo è la palestra, l’orizzonte prospettico dove questo burattino sui generis, questo burattino senza fili afferma totalmente la sua doppia natura, umana e legnosa, carnale e marionettistica, concreta e fantastica.

Facile trastullo dei richiami multicolori della vita, leggero, curioso, perduto subito dietro tutte le vicende e gli spettacoli che sappian di vacanza e di divertimento, i teatrini, i circhi, le fiere, la spiaggia del mare, nemico giurato delle scuole e dei libri, ingenuo e credulone alle promesse della ricchezza improvvisa, buono di cuore quanto sventato di testa, bugiardo e vanitoso la sua parte, schiavo delle intenzioni e dei propositi che non contano nulla e delle miracolose attrattive, pronto sempre ai facili inviti degli uomini e delle cose; burattino dunque, marionetta, eppure libero; figura di maschera, ma quasi si direbbe col viso mutevole e vero, il gioco fisionomico di luci e ombre tipico del ragazzo…

Giusto dunque che intorno a Pinocchio si apra lo spazio, un immenso e favoloso spazio, come vasto e infido terreno, come il continente inesplorato della sua educazione. (da Collodi educatore, La Nuova Italia)

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SEGNALAZIONE

Dal 23 febbraio al 16 marzo, a Milano, è in corso una mostra presso la Biblioteca Chiesa Rossa, Via San Domenico Savio, 3 (tel. 02.88465991) dal titolo: Pinocchio mette il naso in biblioteca. In essa sono esposti lavori della Scuola Arte&Messaggio, che è un centro di formazione professionale del Comune di Milano che organizza corsi post-diploma nel settore delle comunicazioni visive. Nei giorni 20 e 27 febbraio e 10 aprile, sempre all’interno della Biblioteca, saranno attivi laboratori di illustrazione curati dalla stessa scuola dedicati ai bambini delle scuole elementari.

Tra i lavori degli studenti esposti nella mostra, segnaliamo il lavoro collettivo Il Pittocchio e quelli di Irene Carminati, Verena D’Elia, Cinzia Brambilla e Alessandra Alfieri (vedi anche qui).

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Regolamento valutazione in limine mortis. Mentre già sono in corso bilanci dell’operato del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo alla fine del suo mandato, venerdì 8 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva lo Schema di Regolamento sul sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione. Malgrado da più parti fosse stato chiesto al governo tecnico, delegittimato dal voto e ormai in limine mortis, di occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione. Malgrado il Regolamento sia stato criticato da una serie di associazioni professionali della scuola, dal Consiglio di Stato e dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

Se si eccettua la valutazione positiva della Cisl Scuola e del PDL, i pareri di sindacati e associazioni di categoria sul Regolamento sono fortemente critici. Tra le tante analisi del Regolamento segnaliamo quelle di Marco Barone, Marina Boscaino, Bruno Moretto, Giuseppe Aragno; Anna Maria Bellesia ne sottolinea l’estraneità al mondo della scuola, Giuseppe Aragno l’inopportunità, definendolo un “inaccettabile colpo di mano, un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione”.

La Flc Cgil afferma che “E la montagna partorì il topolino velenoso” e annuncia:

Chiederemo l’impegno formale a tutte le forze politiche di cambiare radicalmente questo regolamento e metteremo in campo tutte le iniziative necessarie per difendere la scuola pubblica da questo ennesimo intervento dannoso.

Qual è allora il motivo per cui il ministro Profumo ha varato in tutta fretta il nuovo sistema di valutazione? Il comunicato stampa che il governo ha diffuso ieri dopo il consiglio dei ministri lo afferma molto chiaramente. L’approvazione del Regolamento consente di rispondere agli impegni assunti nel 2011 dall’Italia con l’Unione Europea ed è una condizione per accedere ai fondi strutturali 2014-2020. Altro che miglioramento dell’offerta formativa e della qualità della scuola!

Lo Schema di Regolamento prevede una valutazione delle scuole in 4 fasi

1. auto valutazione
2. valutazione esterna
3. azioni di miglioramento
4. rendicontazione sociale

I soggetti costituenti il Servizio Nazionale di Valutazione sono l’Invalsi, l’Indire e gli ispettori. L’Invalsi, istituto alle dirette dipendenze del ministero dell’Istruzione, fa la parte del leone: ne consegue un sistema ispirato dagli orientamenti politici del governo di turno anziché rispettoso dell’autonomia delle scuole. E’ previsto che la valutazione si concluda con la pubblicazione e la diffusione dei risultati raggiunti, che, come ricorda il presidente dell’ANIEF-Confedir, Marcello Pacifico, sono

preludio all’assegnazione delle risorse solo alle scuole migliori, invisa da tutti. Ma questi signori lo sanno cosa significa insegnare in un istituto del quartiere Zen di Palermo o in quelli Spagnoli di Napoli?

Maria Castagna osserva come viceversa

Dove la valutazione scolastica funziona, come in Francia, Gran Bretagna ed in altri paesi europei, le scuole che ottengono le peggiori performance ottengono dallo stato nazionale maggiori finanziamenti per colmare il divario. Il sistema italiano di valutazione purtroppo non prevede nulla di simile.

In un Dossier Valutazione la Flc Cgil precisa che:

  1. Non esiste un modello europeo di valutazione. Ne esistono molteplici assai diversi tra loro.
  2. Mettere le scuole in competizione tra loro attraverso la pubblicazione di elenchi di scuole buone e scuole cattive non è la regola. Anzi. In alcuni Paesi è esplicitamente vietata la pubblicazione dei risultati della valutazione delle scuole per non produrre dinamiche competitive.
  3. La valutazione del sistema di istruzione, quella delle singole scuole, la valutazione dei docenti e quella degli apprendimenti degli studenti tramite test standardizzati sono cose diverse (la cui responsabilità è spesso in capo a differenti soggetti) che non è utile confondere o sovrapporre.
  4. La valutazione degli apprendimenti attraverso prove standardizzate di rado, nei diversi Paesi europei, significa esclusivamente una batteria di domande a risposta chiusa.
  5. La valutazione degli apprendimenti attraverso prove standardizzate, inoltre, non deve necessariamente essere condotta su base censuaria. Molti Paesi, così come le indagini internazionali, utilizzano campioni rappresentativi.

Infine, il documento ricorda che l’Europa ci chiede sì meccanismi di valutazione del sistema, insieme, però a maggiori investimenti orientati a promuovere l’equità nell’accesso all’istruzione, alla riduzione della dispersione scolastica, a un rigoroso rispetto delle norme di sicurezza degli edifici scolastici. E insieme all’Europa ce lo prescrive la nostra Costituzione.

Poiché il primo appuntamento in tema di valutazione sono i test Invalsi del prossimo maggio, segnaliamo che i Cobas hanno indetto uno sciopero nei giorni della somministrazione delle prove. Prove che già accendono discussioni: ne segnala alcune Vincenzo Pascuzzi.

Questo non è l’unico “colpo di mano” del governo Monti. Ricordiamo che il ministro Profumo ha appena reso pubblico l’Atto d’indirizzo 2013, in cui indica le priorità per il prossimo Governo: tra le altre, ridurre di un anno la durata della scuola: nuovi tagli per risparmiare 1.380 milioni di euro.

Come commenta Marina Boscaino,

È davvero singolare come un Governo agli sgoccioli del proprio mandato accolga la responsabilità di compiere atti di rilevanza così evidente senza coinvolgere i naturali interlocutori, dal Parlamento alle organizzazioni sindacali.

Dall’università. I dati relativi all’anno accademico in corso, forniti dal Cineca – il consorzio interunivesitario che gestisce l’anagrafe degli studenti universitari italiani – confermano il grido d’allarme lanciato qualche settimana fa dal Consiglio universitario nazionale (Cun), anzi lo aggravano ancora. In tre anni si sono persi 30.000 nuovi iscritti negli atenei italiani e in 9 anni addirittura più di 70.000.

Il Programma per giovani ricercatori, detto anche Rientro dei cervelli“, intitolato a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009, si arena. Ha al suo attivo solo 29 scienziati tornati in Italia, in virtù del bando del primo anno, l’unico che ha concluso il suo iter. La commissione nominata per il bando del 2010 non ha concluso i lavori, quello del 2011 non è mai uscito. Il contratto dei 23 dei “cervelli” sta per scadere e i ricercatori sono lasciati dal Ministero nell’incertezza: rinnovo del contratto o riespatrio?

In tale situazione non stupisce che, come è declassata l’economia italiana, lo sia anche la sua università: la classifica sulla reputazione delle università mondiali realizzata dal magazine Times Higher education vede gli atenei italiani esclusi dai 100 più prestigiosi.

Continuano le disavventure giudiziarie del Miur. Raggiunge le prime pagine dei giornali la sentenza del giudice del lavoro di Trapani Mauro Petrusa, che, applicando la normativa europea in materia di abuso di contratti a tempo determinato, ha dato ragione a due insegnanti intimando un risarcimento record: il danno è stato quantificato in 150.000 euro per uno e quasi 170.000 per l’altro. E qualche giorno dopo, una terza sentenza impone 173.000 euro a una docente per mancati scatti e stipendi estivi. Se tutti i 10.000 supplenti annuali si rivolgessero al tribunale, il governo potrebbe dover sborsare un miliardo e mezzo. Anche se, come riflette Antonio Di Geronimo, le vittorie rischiano di essere inutili e i precari di rimanere a bocca asciutta, perché, quando a perdere è l’amministrazione, le sentenze non sono esecutive fino a quando non diventano definitive.

A marzo, la contrattazione di istituto è ancora ferma. Con l’accordo Ministero-sindacati di fine gennaio, pareva che nelle scuole la contrattazione integrativa potesse prendere avvio rapidamente e invece, a distanza di 40 giorni, siamo sempre al punto di partenza.

Il problema è che il CCNL del 12 dicembre 2012 non è ancora stato registrato definitivamente e quindi non è possibile sapere con esattezza a quanto ammonti il fondo di istituto dal quale sono state ricavate le risorse necessarie per finanziare il riconoscimento degli scatti stipendiali.

L’accordo di fine gennaio prevedeva che alle scuole venisse erogato un primo acconto delle risorse disponibili. A quel punto i sindacati hanno rassicurato che, comunque, la contrattazione per il 2012/2013 si sarebbe potuta condurre facendo riferimento all’intero ammontare del fondo e non solo all’acconto. Secondo l’Ufficio scolastico regionale per la Campania, invece, “Le contrattazioni di istituto devono essere effettuate esclusivamente sull’importo assegnato in acconto“.

A causa dell’incertezza, nella maggior parte delle scuole la contrattazione sta procedendo molto a rilento e quasi certamente si concluderà in prossimità del termine delle lezioni, con il risultato che per quest’anno docenti e Ata svolgeranno incarichi aggiuntivi senza sapere se per tali attività saranno in qualche modo retribuiti.

In attesa del nuovo esecutivo. Pasquale Almirante esamina l’ottavo punto della proposta di Bersani per formare il nuovo governo, proprio quello che riguarda “la scuola e la ricerca”; Nichi Vendola propone tra i provvedimenti urgenti del futuro governo il finanziamento di un piano straordinario di manutenzione degli edifici scolastici, o quella di Eugenio Tipaldi, che Ministro dell’Istruzione sia un insegnante o un Dirigente Scolastico, o quella di Paolo Fasce, che il nuovo Ministro dell’Istruzione sia un docente precario.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)


53. Venezia

Dom, 10/03/2013 - 16:00

da qui

In biblioteca, alla Sapienza, pensi che la vita sia una musica struggente e troppo breve: non fai in tempo a commuoverti che, ecco, è già finita. Oppure troppo lunga: un tempo che si avvita su se stesso, che batte l’identica ora all’infinito. Comunque sia, non hai ancora capito d’essere l’ostaggio dei tuoi sogni; sei tu il cavaliere inesistente di Calvino; l’armatura ti protegge da ogni tipo di ferita, ma non puoi evitare di sentirti vuoto: se qualcuno ti desse una pacca sulla spalla avvertirebbe l’eco sferragliante, una voce rassegnata a raccontare una storia sempre uguale, scenari che così come si aprono si chiudono, miraggi nel deserto, tipo il ristorante appeso su Riva degli Schiavoni dove cenavate, e tu eri colto da una specie di magia, da un groppo in gola, un bisogno disperato di tradurre un impulso, un sentimento, in parole scritte sulla pagina. Sai, Mario, sento che il mondo è un quadro già bello che dipinto; devo solo copiarlo fedelmente, perdermi nella nostalgia di un bene che mi guarda dal futuro, come qualcosa che verrà ma che è già stato, due occhi che mi fissano dal fondo del passato, quando ancora avrei potuto dire: lo so che mi provochi, che aspetti il giorno in cui ti dica smettila, ormai sono cresciuto. E avresti avuto, finalmente, il coraggio di baciarla, di svincolarti dal peso del giudizio; solo allora, affacciandoti al balcone, avresti realizzato che il bestione azzurro era un autobus e non una balena, la donna alla fermata l’inquilina della porta accanto, il ragazzo, seduto di traverso al mercatino, uno che cercava da un pezzo di mostrarti l’elefante di peluche che oscillava tra un montante e l’altro della ringhiera di metallo. Sai, Mario, credo che il segreto sia tutto nei momenti in cui il mondo ce l’hai dentro: i contorni delle nuvole combaciano con la mappa dei tuoi sogni, l’acqua si gonfia come il cuore che accelera le pulsazioni, e l’isola, giù in fondo, è il senso del racconto in apparenza incomprensibile, mentre si arriva con un semplice giro di gondola o una corsa rapida di motoscafo. La verità è che abbiamo bisogno d’inseguire, di afferrare una musica che sfugge, come gli occhi verdi che ti dicono: sei Cosimo Piovasco di Rondò, arroccato sugli alberi in cui speri di trovare sicurezze; o Medardo di Terralba, il visconte dimezzato dalla palla di cannone delle sue paure. Hanno ragione, lo sai bene: di Venezia, ciò che sopravvive sono i gozzi parcheggiati nei canali, i piccioni che calano dal tetto dell’Hotel Danieli, l’ombra sull’acqua lasciata a mezzogiorno dal Ponte dei Sospiri. L’unico modo per parlare della vita è lasciarsi catturare dall’attimo che passa, ammettere che è solo un’utopia stringerla per sempre tra le mani; puoi adagiarla sullo sfondo, così come le righe nere sulla pagina, la frenesia di scrivere che ti brucia dentro e ti commuove per un attimo: ecco, è sparita dietro l’angolo, oltre la bolgia sudata dei turisti.


La colpa è dello scoglio

Sab, 09/03/2013 - 08:00

Ci sono tanti mondi a confronto, oggi, per chi si affaccia a vedere il mondo che li contiene: ci sono i robot che vengono sviluppati in Giappone e dalla Boston Dynamics, e che ci dicono che il futuro è già qui, e tanto peggio per chi è rimasto troppo indietro; c’è Wall Street che raggiunge il suo record dal 2007; ci sono le nuove tecnologie applicate ai telefoni e ai computer; le lavagne elettroniche nelle scuole estere; gli investimenti per l’energia pulita in Germania, in Olanda, in Inghilterra, in Canada, in Nuova Zelanda; ci sono i diritti per le minoranze e la lotta alle discriminazioni che hanno impegnato le politiche di quasi tutti i paesi occidentali; ci sono il 50% delle spiagge private francesi che tornano ‘libere’, le città che si rinnovano, le democrazie dove il massimo di due legislature è realtà, il conflitto d’interessi legge, l’antitrust applicato, l’informazione libera e la parola data ‘sacra’.
Poi c’è l’Italia: c’è il 65% delle famiglie che non riesce ad arrivare a fine mese, ci sono le scuole indietro di quindici anni rispetto a quelle inglesi, le università non competitive, il teatrino della politica, i debiti che crescono e una crisi della quale non ho ancora sentito nessuno, dico nessuno, prendersi la responsabilità.
Ma non erano pieni i ristoranti? Non andavano avanti i party ad Arbore? Non crescevano i debiti mentre buona parte degli italiani si avviava a perdere lavoro, futuro e reputazione agli occhi del mondo e di se stessi?
Oggi, come al solito in Italia, tutti invitano a prendersi le proprie responsabilità, tutti amano il Paese che hanno lasciato sul lastrico e sono pronti a controllare il timone della barca che è finita contro la costa, compreso lui, il capitano che ne era al commando mentre la musica continuava a risuonare e le rocce si avvicinavano.
Perché se un colpevole c’è, in questa nave sul punto di scomparire sotto il livello dell’acqua mentre i soccorritori litigano e i passeggeri annegano, è dello scoglio, naturalmente: ma come, davvero non lo sapevate?


52. Qualcosa cambierà

Ven, 08/03/2013 - 16:00

da qui

Sei di nuovo nel salone, davanti al poster di Taormina e i girasoli di Van Gogh. T’illudi che il male sia passato, ma sai, dentro di te, che avrai da combattere a lungo col virus che t’infetta dai quattordici anni, un cuore ipersensibile, pronto a incantarsi come quando, da bambino, sostavi sulle scale della scuola aspettando che passasse e ti degnasse di uno sguardo, e solo a poco a poco ti rendevi conto che anche lei, la Persighetti, incarnava il desiderio di essere guardato, che una mano si posasse sul tuo capo e ti dicesse: sappi che ti voglio bene; il tuo amore per i libri era il sogno di trovare, nel succedersi infinito delle righe, la notizia che cercavi, il colpo di scena di tuo padre che appariva all’improvviso, pronto ad accoglierti come il Dio della parabola che corre incontro al figlio; allora sì che avresti rinunciato all’odore chiuso della biblioteca, al fascino delle pagine ingiallite; ti saresti lanciato sorridente verso lo scalone, guadagnando a tempo di record il ventre scuro della metropolitana, l’autobus azzurro che ti lasciava a mezzo chilometro da casa e, da lontano, vi sareste finalmente accorti l’uno dell’altro, pentiti d’una tanto insensata lontananza, persi nell’abbraccio, e tu gli avresti detto: papà, ti chiedo scusa; ma lui t’avrebbe messo una mano sulla bocca: ti chiedo scusa anch’io; presto, avete preparato? dobbiamo festeggiare, perché mio figlio era morto, ed è tornato in vita, era perduto, ed è stato ritrovato. Ma questo t’avrebbe impedito di vagare come un’anima in pena sulla via degli eucalipti, in attesa di qualcuno che ti stava già aspettando e t’avrebbe fatto accomodare nel suo ufficio, cercando di cavarti una parola, una qualsiasi, perché quando si comincia non importa che si dica pane o stelle o appartamento, ciò che conta è che hai davanti qualcuno che ti ascolta: qualunque cosa tu abbia fatto, sappi che ti voglio bene; t’invita a leggere la Prima lettera ai Corinzi di san Paolo e la vita prende a scorrere veloce come un film, alternando le scene del balcone sopra viale Beethoven a quelle del campo di calcio ai bordi del laghetto, gli scherzi con Ferruccio Ferranti, la parata militare, gli sguardi incrociati con Ornella e Fiammetta a Peveragno, e le parole sorprendenti sul rispetto, la pazienza, la giustizia. Sembra che tutto si trasformi, che il cuore sia libero di aprirsi, senza che qualcuno approfitti del tuo virus, si serva di te, come per dire: ce l’ho in mano, fa quello che gli dico; e invece no, perché sei un uomo libero, guarito dal tuo male, e nemmeno c’è bisogno che lo dica, che sprechi parole con chi ti ha imbottito di menzogne. Ecco: sollevi gli occhi dalle pagine ingiallite; sei ancora prigioniero alla Sapienza, davanti allo sguardo ambiguo delle studentesse, di tutte le donne che ancora continuano a insidiare la tua vita; ma qualcosa è cambiato, o meglio, qualcosa cambierà, e nessuno potrà più impedirlo.


Poetesse: Silvia Caratti

Ven, 08/03/2013 - 12:00

Di Silvia Caratti ho letto la prima volta qualcosa in rete. E subito avevo cercato inutilmente di des-crivere qualcosa sul dono di scrivere. Poi ho capito che dovevo lasciar perdere. Non c’era nulla di innato in quello che cercavo di fare. Ho atteso l’ispirazione. Una parola che tirasse la volata. E poi è balzata fuori una tigre con la coda sferzante sui fianchi nella piena luce del giorno.
Aveva le sembianze di queste parole:

Ma guardaci qui,
sotto la coperta rattoppata di un hotel,
le scarpe in un angolo gli anelli nel posacenere
il giornale vecchio nel cestino.

È tutto ciò che possediamo,
quello per cui ci hanno voluto e cresciuto.

Mi piace pensare che tu non hai
una sola risposta alle mie domande
e nonostante tutto
ti appartengo.

***

Si nutre di parole e cose, le piccole e semplici cose della natura, che
toccano con leggerezza insostenibile l’anima, la poesia di Silvia.
Una poesia che sembra rifiutare qualunque appartenenza se non quella della sfera delle emozioni supreme .
Una voce a due che parla a se stessa mentre sorride ad altri nascondendo quel velo che in ogni modo accompagna i ricordi le dolcezze le perdite le persone
Bastano però il sole che taglia una persiana, i venti in visita da una finestra stretta, il paesaggio della primavera che rinnova la vita del mondo, e la felicità riempie di nuovo la stanza:

°Spesso la notte faccio simili pensieri
quando lieve tu mi dormi accanto
mi domando cosa ci leghi
all’ultimo pianeta
o se l’universo produca un suono
o se il tempo non sia un imbroglio
e in realtà noi ci dobbiamo ancora amare.
Io so che tutte le domande hanno un nome.

***

Ma non é una di quelle felicità che si può toccare per mano perché qui bisogna sussurrarle le parole aggrappandosi a queste come ad una cattiva abitudine di cui non si può più fare a meno. È una di quelle felicità che solo la vera autentica poesia sa dare. Questa di Silvia Caratti è sublime autentica, corporea ,a portata di cuore. Da ricordare per sempre.

6 poesie di Silvia Caratti

***

Ein thul ara enam
(Non fate nulla qui)

Tomba delle iscrizioni – Chiusi

Quanta pace nelle strade ferme,
nelle pietre senza parola,
nei resti di ferro abbandonati sulla spiaggia
e muri di case ormai sepolte
dove non c’è più luce,
dove non brucia il fuoco.

Sole nella tomba fresca e buia
dove dormivano le urne dissepolte,
piano avvicino la tua mano nella mia
per ricomporre un tempo che dovrà venire.

***

Per V.

«Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due»

Philip Roth, L’animale morente

Io non sono affatto vicina alla verità
come tu sei, perché se così fosse
non mi sarei stupita affatto della tua venuta

quando ogni giorno nuovo
cancella un giorno in cui non c’eri ancora
portando piccoli baci tra i tuoi denti bianchi.

Spezza, ti prego, anche me e insieme lasciami intera,
distribuiscimi con le tue mani
al bordo di questo letto. E ricomponimi.

***

Sempre sarà un mistero
la vostra naturalezza
nell’approssimarsi e quella padronanza.

Nel bunker invece non filtra niente,
niente s’impara al massimo si sogna
a chilometri di profondità oppure
su un altro pianeta in un altro sistema senza sole
la cosa non cambia

come in certi quadri in cui
i gesti di manichini in città ideali
cadono nel vuoto
e gli occhi a mandorla
non guardano nessuno.

***

Per V.

Spiamo attentamente
dentro il microscopio
le fibre del cuore ondulate:

i vetrini sono la piccola esposizione universale
di ogni nostra sofferenza.

Saranno così pure le mie, penso,
non più dritte ma stravolte
se qualcuno talvolta – più prossimo alla divinità –
anche senza un ferro m’apre?

***

La gestazione di semi isolati
di specie estinte e gli esemplari unici
e vetrificati come fossili dentro la pietra
dove il tempo si computa in milioni d’anni,
al pari sono o così mi vedo io.

Come un’invalidità perenne
che niente mi potrà più risarcire
come chi malato cronico dipende
da una macchina per respirare,
al pari tu. Così ti sento io.

***

Trasmetto su una sequenza indefinita,
sto nell’intercapedine tra due punti:
qui è la non appartenenza,
abbiamo più di un sole e imprecisate lune.
Non siamo un pianeta, siamo tutto un mondo.

Durante le notti – che sono un vostro giorno –
vi sentiamo chiaramente
ma non parliamo la stessa lingua.

Non ci conoscete, nulla sapete di noi
e dei nostri satelliti. Abbiamo più volte
mandato messaggeri che non sono tornati.

Non ci rispondete, nemmeno ci ascoltate.

***

Silvia Caratti è nata nel 1972 a Cuneo, ma vive a Torino dove si occupa di biblioteconomia e archivistica musicale. Ha frequentato il Conservatorio diplomandosi in Flauto e in Didattica della Musica e si è inoltre laureata in Storia della Musica con una tesi su Johannes Brahms. Nel 2000 ha pubblicato per Lietocollelibri La trama dei metalli che l’anno seguente ha vinto il premio “Franco Matacotta” per l’opera prima. Altri suoi lavori sono apparsi in varie antologie.

Sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste come Lo Specchio de La Stampa, l’Almanacco del Ramo d’Oro (Trieste), L’Ulisse, (Lietocollelibri), Lumooja (Turku, Finlandia), Oroboro (Paranà, Brasile) e sono state tradotte anche in olandese, spagnolo, arabo e russo.

Nel 2002 è stata chiamata a far parte del Comitato Artistico del Premio Città di Recanati. Nel 2004 ha curato, insieme a Mary Barbara Tolusso e Giovanna Frene, Il segreto delle fragole, agenda poetica edita dalla Lietocolle.


Otto marzo, again

Ven, 08/03/2013 - 08:30

da qui

E’ ancora una questione di potere?
Di occupare dei posti in parlamento?
La sedia dei top manager, la stanza
dei bottoni negli Stati, stipendi
pareggiati col genere maschile?
Questo e altro ricorda l’otto marzo.
A me, sai, fa pensare soprattutto
a una donna al di fuori degli schemi
in cui vorrebbero fissarla, e forse,
a volte, si fissa pure lei. Scusami
se dico questo, ma sarebbe bello
accorgermi che sei
sì, finalmente libera da tutto,
come dire, donna senza aggettivi,
o forse donna senza paragoni,
uscita nuovamente
dalla conchiglia delle attese false,
donna soltanto, come se non fosse
necessario aggiungere altro. Scusami
se lo dichiaro solo l’otto marzo,
sotto il solito ramo di mimosa.


Axis Mundi. Racconti della Brianza

Ven, 08/03/2013 - 08:00

 

 

di Gianni Fumagalli

B.A.R.  Brevissime Agiografie Ragionate

 

Dite quello che volete ma il Bar è un piccolo teatro con tanto di palcoscenico, attori e copioni. Mi sono convinto di quest’idea dalla frequentazione di uno dei molti Bar del nostro piccolo paese della Brianza. Mi recavo regolarmente ogni sera dopo cena ed era l’occasione per incontrare amici, bere un caffè e parlare dei progetti della serata o delle grandi speranze che animavano quel tempo, di sport o dell’ultimo concerto visto. Contro la volontà di mia madre, che mi esortava a non cedere alle futili lusinghe di quel luogo di perditempo, ho continuato, anche se per soli pochi anni, a frequentarlo regolarmente. A distanza di una vita questo angolo della memoria mi viene restituito dai ricordi proprio come un piccolo palcoscenico, dove una serie di personaggi, alcuni non più tra noi da tempo, esibivano le proprie storie: autentiche, spregiudicate, divertenti, stonate.

Lino è il primo personaggio di questa breve cronologia. Ancora oggi, ogni volta che mi trovo a passare davanti alle vetrine di quel Bar, mi compare la sua triste e silenziosa figura. Per noi giovani, spensierati e perdigiorno, Lino incarnava tutta la sofferenza dell’abbandono. In lui vedevamo la rovina dell’uomo maturo che, perdendo ogni stimolo per la vita, scivolava lentamente verso l’autodistruzione. Si diceva, ma nessuno di noi non ci aveva mai parlato personalmente, che fosse stato lasciato, il giorno del matrimonio, dalla giovane e bella promessa sposa e che, da allora, avesse deciso di cambiar vita, cioè di smettere di vivere. Compariva con un passo lento e silenzioso, lo sguardo fisso, leggermente reclinato, inespressivo e perennemente rivolto dentro la sua sofferenza. Non esibiva e non chiedeva pietà, semplicemente trascinava, come schiacciato da un grave peso, il suo corpo provato da un incontenibile ed intimo dolore. Raggiunto il juke box, inseriva una moneta da cento lire che dava la possibilità di selezionare tre canzoni e ne sceglieva solamente una, poi chiamava il primo giovane vicino e lo invitava a completare liberamente le due scelte restanti. Per anni ha fatto così, per anni ha ascoltato Fiume Amaro di Iva Zanicchi. In religioso silenzio, col calice di bianco in mano, ripeteva a fior di labbra la stessa strofa, la prima: “E’ un fiume amaro dentro me, il sangue della mia ferita, ma ancor di più, è amaro il bacio che sulla bocca tua, mi ferisce ancor.” Ripeteva sei, sette volte lo stesso rituale: cento lire-una scelta, Un fiume amaro-due scelte donate ad un giovane-il calice di bianco in una mano-la strofa appena sussurrata. In quel tempio laico dell’effimero, nessuno mancò mai di rispetto al suo reiterato canto di dolore.  Poi, alla chiusura, usciva barcollando dal locale e si avviava verso casa con una lentezza preoccupante. Una sera, fatti i primi passi fuori dal Bar, cadde rovinosamente sbattendo la testa contro l’asfalto. Lo abbiamo soccorso in una pozza di sangue, trasportandolo a fatica fino al secondo piano del suo appartamento. Aperta la porta di casa ci assalì un fetore insopportabile e la vista di una abitazione che da ogni angolo gridava la disperazione del suo ospite. Adagiammo il corpo immobile di Lino su un materasso lurido privo di lenzuola alle cui estremità mostrava un cuscino senza federa dal colore nero e una coperta semi divorata dalle tarme. Chiamammo una guardia medica e lasciammo la casa dopo le cure prestate dalla dottoressa intervenuta e l’assicurazione che non correva pericoli. Da quel episodio Lino non si riprese più. Fu portato in una casa di cura per anziani dove morì qualche mese dopo nella più totale solitudine.

B. d. L. era un personaggio pirotecnico, le sue rare apparizioni erano contrassegnate da esilaranti narrazioni che avevano un unico soggetto: la femme fatale. Il format di queste storie era sempre il medesimo, iniziavano con – seri adre a fa andà cun una bela dona spusada - (stavo facendo l’amore con una bella donna sposata) e si concludevano con - ad un trat a vegn a vuntra ul so om - (ad un tratto arriva il marito). Le fughe si sviluppavano nei più svariati e fantasmagorici modi riportando il nostro eroe sempre in salvo. A riprova dell’autenticità delle sue galanti avventure, B. faceva scorrere l’indice della mano su una serie di incisivi superiori malfermi e cariati sentenziando – ta veded che i me dinc min cunscià,  a l’è sta l’acid de la …, ho fa tant de chi lecat in vita mia co mangià feu tut i dinc –  (vedi i miei denti come sono conciati, è stato l’acido della …, ho fatto tante di quelle leccate in vita mia che ho consumato tutti i denti). Improvvisamente assumeva un’aria seria e impermeabile e, prima di lasciare il gruppo che aveva intrattenuto da corifeo, con un rapido gesto degli occhi alludeva all’arrivo della moglie che lo veniva a prelevare – quela le l’è minga una dona, l’è un insetto velenoso (quella non è una donna è un insetto velenoso, le ultime due parole erano rigorosamente in italiano, come e marcarne la pericolosità). Sopraggiunta in prossimità del marito, stazionato al centro del gruppo di fronte alla vetrina del Bar, B. d. L. gli offriva il braccio con un gesto compiaciuto, poi si allontanava con passo simbiotico e un sorriso omologato, come ad attestare che l’arrivo imprevisto della moglie fosse stato una gradita sorpresa.

Il Besanela era un frequentatore fedele del Bar. Tutti i giorni, dall’una e mezza alle tre, occupava lo stesso posto al tavolino delle carte. Aveva perennemente stampato in viso quel mezzo sorriso che definiva la soddisfazione di chi era ripagato adeguatamente del lavoro svolto. Il suo negozio di alimentari, avviato da anni, gli assicurava una vita agiata ma soprattutto gli garantiva quella pausa prima dell’apertura pomeridiana che oramai sentiva come irrinunciabile. Gli si leggeva in faccia, quando sfogliava le carte di scopa appena distribuite, che a quel momento non avrebbe rinunciato per nessuna ragione al mondo, lutti compresi. Ma quel momento, oltre allo spasso delle carte, offriva un’opportunità unica: lì si poteva esprimere liberamente le proprie idee ed era certo di essere ascoltato, non come in famiglia, dove il proprio parere era sub uxoris iudicio.

Il venti luglio del sessantanove tutti gli italiani passarono la giornata con lo sguardo incollato al televisore seguendo la diretta di Tito Stagno che raccontava l’allunaggio del primo uomo sul nostro satellite. Era l’anno di uscita del film di Stanley Kubrick: 2001 Odissea Nello Spazio, ma la realtà aveva già fatto un passo enorme rispetto alla fantascienza. I commenti, nei giorni successivi, furono di incontrollato entusiasmo, solo il Besanela tentava di gelare gli astanti del Bar con espressioni di dissenso, accompagnate da un sorriso di compatimento – a ga crederì minga a teut i ball che cunta seu la television (non crederete mica a tutte le palle che racconta la televisione). – Progresso, regresso – annunciava come da un’isola di verità all’indirizzo di un popolo che credeva ancora alle ombre della caverna. – Ma al si minga che pusè a inventen pusè a imbroien (ma non lo sapete che più inventano e più imbrogliano). La sua teoria non convinse nessuno e tantomeno lui si convinse del contrario. Continuò a riproporla intatta per anni consapevole di aver fatto un onesto lavoro al servizio della verità, ripagato con sorrisi di riprovazione e battute di spirito.

Camillo non partecipava in alcun modo alla vita del Bar ma, suo malgrado, rappresentava l’attore più apprezzato del genere: teatro estemporaneo di strada. Era un vecchietto la cui abitazione era proprio di fronte alle vetrine del locale che in molti casi fungevano da privilegiato osservatorio; d’estate era la strada  il naturale palcoscenico. Aveva un’aria distratta e furbetta con un paio di occhiali dotati di lenti così spesse che gli annullavano la vista degli occhi come fossero dietro un vetro smerigliato. Sembrava non vedere e non essere visto e in ragione di questo dato si comportava con una disinvoltura al limite della spregiudicatezza. Attraversava la strada in preda a una sorta di ispirazione, senza guardare e incurante del tempo infinito che impiegava ad arrivare al lato opposto. Prima di eseguire l’ultimo passo lanciava uno sguardo alla prima macchina della fila che attendeva insofferente e sembrava dire: ”ma cosa te  ne fai del tempo che insegui  con tanta impazienza, non vedi che con la mia lentezza sono arrivato a più di ottant’anni?” L’ardore giovanile non l’aveva ancora abbandonato e non passava bella donna che non l’immobilizzasse per la strada in preda ad un piacere estatico. Se poi il suo passo non era particolarmente veloce, riusciva a fare anche una battuta di spirito che difficilmente veniva ignorata dall’interessata: – se gheri trent’an de menu al savevi me se fa (se avevo trent’anni di meno sapevo io cosa fare) – perché ades al sa ricorda peu se fa Camilu (perché adesso non si ricorda più che cosa fare Camillo) – ades a l’è una vacada  (ora è un disastro).

Uno delle ultime volte che lo abbiamo visto usare la bicicletta, assistemmo ad una scenetta divertente. Camillo arrivava con andatura zigzagante, lenta ed instabile, quando una signore che si era fermata a chiacchierare riprese a camminare allargandosi verso il centro del marciapiede con una mossa brusca che non permise al nostro eroe di correggere in tempo la direzione. La inforcò con la ruota anteriore sollevandole la gonna e lacerandogli le calze. Stizzita la donna si girò urlando all’indirizzo dell’investitore – ma insomma non è capace di suonare il campanello? – La risposta serafica di Camillo fu all’altezza della buffa situazione – de sunà ul campanel a sun bon, l’è de andà in bicicleta che sun minga bon (di suonare il campanello sono  capace, è di andare in bicicletta che non sono capace). Camillo continuò ancora per alcuni anni ad esibirsi in una miriade di spontanee e gustose scenette che avevano la leggerezza e la simpatia dei doni della natura, poi fu inghiottito dall’oblio.

Ciufet, così lo chiamavano tutti e così si definiva lui nei suoi soliloqui notturni, faceva le sue sporadiche comparse verso sera. Era annunciato dalla sua voce forte, con una leggera ma cronica raucedine che la rendeva inconfondibile. Si presentava la sera in condizione già alticcia ed era il prodromo di un naufragio sicuro. Non sapevo quasi nulla della sua vita se non le interminabili narrazioni della sua “fallita” carriera nel corpo di Polizia. Le reiterava con poche varianti nel tragitto dal bar a casa ed era un’avventura che poteva durare un’intera notte di perdizione. Esibiva il suo trauma, affogato nel vino, urlandolo alla notte, alle macchine che gli sfrecciavano vicino, al mondo che non lo voleva ascoltare. Sorretto dalla sua bicicletta che portava sempre a mano, faceva infinite soste al margine della strada cercando uno sguardo amico, un sorriso di comprensione, trovava invece occhi cinici pronti al dileggio e balordi violenti che non aspettavano altro per muovere le mani. Ciufet attraversò le nostre vite con un’unica ossessione: gridare al mondo la sua delusione, lo ha fatto per tutta la sua esistenza.

Ora che da molti anni non frequento più Bar, confesso che quell’umanità così variegata, chiassosa ed esibizionista continua ancora ad abitare la mia memoria, mostrandomi quei lati umani che nella frenesia giovanile non sempre avevo colto.

 

 

 


Cocaina. Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo a confronto in un testo Einaudi

Gio, 07/03/2013 - 08:00

di Guido Michelone

Un problema drammatico come quello degli stupefacenti, in particolare la cosiddetta polvere bianca, che da droga per ricchi sta diventando una piaga largamente diffusa in tutto il mondo – nelle mani delle mafie internazionali, a loro volta, in grado di condizionare persino i cartelli finanziari – viene trattato in questo nuovo libro attraverso tre lunghi racconti affidati ai nuovi maestri italiani nel genere noir. E in effetti sia i tre brani presi singolarmente sia il volume nell’insieme risultano un piccolo capolavoro di equilibri narrativi e di suspense ben congeniata, grazie a una prosa tipologicamente assimilabile (pur fra tre distinte personalità artistiche) a uno stile made in U.S.A. Cocaina dunque risulta composto da una triplice scrittura ovunque asciutta, concisa, diretta che, pur guardando più o meno direttamente i classici modelli americani (Dashell Hammett e Raymond Chandler hanno ancora molto da insegnare), sa essere felicemente autonoma e precipuamente italiana.
Detto questo, Massimo Carlotto in La pista di campagna snoda un racconto d’azione, una sceneggiatura al cardiopalma, quasi un poliziesco cinematografico, dove è di scena l’ispettore onesto e anticonformista, in un intrigo a ragnatela con gli immancabili colpi di teatro. Gianrico Carofiglio con La velocità dell’angelo, quasi ispirandosi, nella trama psicologica, a un vecchio film come Breve incontro di David Lean, descrive invece l’approccio quasi casuale, in un anonimo baretto napoletano, fra uno scrittore in crisi e una ex poliziotta che vuole sfogarsi e forse liberarsi di un passato scottante. Infine Giancarlo de Cataldo da Ballo in polvere, quasi con un romanzo breve, per struttura (quattro capitoli) e lunghezza (circa metà libro) compie un lavoro davvero esemplare, spiegando in un’ottantina di pagine, come oggi il traffico di cocaina riesca a inserirsi in un discorso di globalizzazione (malata, naturalmente), chiedendosi alla fine, tra coltivatori peruviani, broker italiani, racket messicani, se sarà mai possibile risolvere un simile delinquenziale problema.

Carlotto, Carofiglio, De Cataldo, Cocaina, Giulio Einaudi Editore, Torino 2013, pagine 187, euro 13.


51. In quelle pagine

Mer, 06/03/2013 - 16:00

da qui

Che poi, alla Sapienza, ciò che conta è il non detto: sia quando, da studente, cerchi di orientarti fra i centottantamila colleghi sconosciuti, sia quando, da collaboratore, sei costretto a esaminare le ragazze che ti guardano promettendoti qualcosa, chissà che, ma sempre spudoratamente, in contrasto con l’incertezza patologica di un Zeno Cosini o di un Filippo Rubè, di cui ti stanno esponendo le avventure. L’università è il luogo deputato dei contrasti, la fucina di tutti i sogni infranti, secondo la filosofia di tuo papà e l’ironia del professor Muscetta. Inutile dire che precisamente questo ti piaceva, la sfida delle parole belle agli status symbol dei coetani: la macchina, le uscite in discoteca, le vacanze in spiagge esotiche dove si andava soltanto per suscitare invidie, al ritorno, con l’album fotografico. A te, di spiagge e discoteche, non importava nulla: ti bastavano le cabine del Belsito per avere un’idea di fughe e trasgressioni dalla norma; qui, alla Sapienza, era tutto diverso: vagavate come spettri negli androni troppo grandi e poteva capitare d’incontrare, per esempio, il padre vetero-baffuto di un Nanni Moretti a inizio di carriera, docente di non ricordi più quale materia, al quale facevi i complimenti per il figlio e lui rispondeva, senz’alzare lo sguardo dal caffè: figlio? di che figlio parla? Era questo la facoltà di Lettere: un posto dove ciò che accadeva era appeso a mezz’aria e non lo potevi mai afferrare. Di fronte alla biblioteca c’era scritto: vietato l’ingresso ai cani e ai ciellini; un’altra mano aveva aggiunto successivamente: e a Tommaso, capobanda di CL. Non ti sentivi sfiorato da questo ambaradan: eri rapito, invece, dai libri con le copertine logore e le pagine ingiallite, pensavi che l’andirivieni dalla tua periferia alla babele inverosimile del centro, potesse avere un senso solo al tavolo affondato tra scaffali ingombri di volumi, che avresti perlustrato fino a notte fonda, assopendoti sul dorso di un romanzo e sognando di essere tu, stavolta, a scrivere le storie, a riempire i fogli ruvidi di cui qualcuno sarebbe andato in cerca, al posto tuo, varcando la soglia proibita a Tommaso che ci entrava, comunque, ogni volta che voleva, col ciuffo cadente sopra l’occhio destro che pareva un pirata d’altri tempi, e ti chiedevi veramente se t’avrebbe messo in mezzo con frasi imbarazzanti, tipo: vieni ai nostri incontri? oppure: guarda che è falso quello che dicono di noi. Ma tu te ne infischiavi: ti perdevi nelle avventure tragiche del partigiano Johnny o dentro le poesie lapidarie di Fortini, e quando alzavi gli occhi ti sembrava di aver perso chissà cosa, come se il mondo, in quelle pagine, non volesse starci.


I LIBRI DEGLI ALTRI n.32: Situazioni sempre provvisorie e intimazioni di assolutezza. Amelia Casadei, “Exodus”

Mer, 06/03/2013 - 12:00

Situazioni sempre provvisorie e intimazioni di assolutezza. Amelia Casadei, Exodus, Firenze, Polistampa, 2012

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di Giuseppe Panella

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«IL RITO. Nelle notti sacre all’estate, / fluttuano nell’aria / sacerdotesse alate / votate all’antico rito / di risvegliare l’amore sopito. / In quelle notti / brama lucente / mi scorre nel sangue» (p. 14).

Il lessico poetico di Amelia Casadei è forse scarno, rilucente e nitido come un’ala di corvo, composto e investito della secchezza delle sue affermazioni liriche che sanno di verità e di esperienza di vita. Il rito che si consuma regolare e opulento nelle notti d’estate, quando il clima si presta proclive e dolce all’escursione delle “sacerdotesse alate” che volano nel cielo ricco di presenze e di sogni, è quello dell’amore.

E’ l’amore come sostanza vibrante dei corpi ma è anche il sentimento che scorre, languido e vigoroso, nello spirito che si ricorda della sua necessità vitale, della sua capacità di irrompere nel mondo per fecondarlo e rinnovarlo. Tutta la poesia della Casadei è attraversato da questo anelito.

Nonostante il lutto (evocato nel componimento che dà il titolo alla raccolta), nonostante desolazione e tristizia dell’esistenza quotidiana, la poesia si trova ad essere investita dalla sua necessitata volontà di ritrovare un oltre che non può limitarsi al presente o alla rassegnata accettazione dei suoi limiti. Il sentimento che erompe dalle liriche di questa raccolta, infatti, è quello della lirica evocazione dei sentimenti che ricompongono il mondo e lo squadernano ai quattro venti.

I diversi momenti puntiformi che lo giustificano, inoltre, si ricongiungono in un quadro che non ha giustificazioni in nessuna ideologia o quadro di riferimento che non sia la passione della parola.

L’ambizione della Casadei è quella di costruire una sorta di “rosa dei venti” dell’evoluzione poetica e portarla a compimento attraverso momenti, situazioni, spicchi di realtà rivisitati attraverso il ricorso a una possibile “parola assoluta” che ne rivendichi la funzione indicativa ed esplorativa.

Ne scaturiscono brevi testi dal taglio descrittivo e spesso lateralmente narrativo in cui esperienza di vita e scatto linguistico “alto” permettono alla scrittura poetica di farsi portatrice di sintomatiche verità. Nascono, in questo modo, versioni rapide e folgoranti di epifanie profonde come:

«ROSA DEI VENTI. Con cadenzati passi / mi avvicino al litorale dell’approdo. / Sarà la rosa dei venti / a sollevare il tuo ampio mantello / sono qui, ti sento, ti sento / avvolgimi, cullami…» (p. 42).

Il “mantello” che il vento deve sollevare è chiaramente, anche se la metafora è qui utilizzata in una dimensione di originalità feconda, il poeta che attende il vento dell’ispirazione o, meglio, quello della poesia che l’avvolga e la trasporti in un mondo altro rispetto a quello della quotidianità.

Ma i temi della poesia di Amelia Casadei non sono soltanto quelli rivolti e focalizzati verso la sfera del Sublime (anche se non mancano esempi in questo senso) o sedimentati nell’ambito amoroso (come si è visto); non mancano anche gli accenni ad una quotidianità rivissuta in senso non fungibile ma orientata verso una sua giustificazione in chiave poetico-evocativa:

«NEL TEMPO. Nel salto con la corda / si sollevava festosa / la pieghettata gonna. / Il viso, malandrino, / sorridente / sgranocchiava l’aria del mattino / fra il mormorare dell’erba / e l’ombra del fico cinerino. / Di quel tempo / mi porto la dolcezza / che dava voce ai pesci» (p. 19).

Le felicità della memoria si innesta in un corto circuito conoscitivo dove i sensi permettono di confortare un rapporto con la Natura che non la emargina tra le cose passate ma la configura come uno sfondo musivo dell’anima che si ritrova nella sua assoluta permanenza (pur confitta nella caducità del Tempo). In questo modo, ciò che passa non passa realmente ma si conserva.

La brevità dei tragitti lirici della poetessa fiorentina permette di moltiplicarne gli esempi e gli assaggi. Memore della tradizione classica e del rifiuto del “libro” troppo “grande” nella prescrizione di Callimaco, la Casadei cerca di ritrovare nella misura dello sprazzo lirico, dell’illuminazione folgorante, del ricordo opacizzato dal pianto o dal sentimento di una grande gioia provata o semplicemente da una forte emozione, una possibilità espressiva che non cada nel prosastico e non si annulli nel puro e semplice appello al “linguaggio più puro della tribù” (come volle Mallarmè a guardia del suo presidio linguistico e con il quale da allora la maggior parte dei poeti lirici si sforza di presentarsi ai suoi lettori). Il progetto della Casadei, allora, è basato su questa ambizione.

Come ha scritto Franco Manescalchi nella sua bella Quarta di copertina :

«E tutto ciò diviene possibile per la capacità dell’autrice di cogliere l’ assoluto naturale trascorrendo nei tempi minimi del pensiero poetante, oltre la similitudine e la metafora, ed usando, con magistrale destrezza, l’analogia, come si nota nella poesia BREZZA».

Proprio in questa poesia, dove l’accento è posto sulla spirituale carnalità del tema (l’”anello nuziale” come elemento di congiunzione tra i due momenti), la Casadei sfoggia la sua sapienza retorica con l’uso di una metafora che, in altro contesto, potrebbe sembrare piuttosto azzardata:

«BREZZA. La brezza / pupilla nella notte / sfilandosi il nuziale anello / sorridente, spira» (p. 39).

L’obiettivo della Casadei è, allora, quello di realizzare una circumnavigazione dell’elemento caduco della vira per raggiungere la forma rappresa e inalienabile dell’ assoluto naturale:

«L’ASSOLUTO NATURALE. Dai primordi dei tempi, / dal vento del deserto alitato, / lo scalzo seme si pose. / L’ardire del soldato / il suo pianto di bimbo / il marchio del braccato / l’amore roco / di chi troppo ha amato. / Dal podio della vita, / la Madre, sollevando il manto, / ascolta e acquieta le note / dell’orchestrato canto»

L’”assoluto naturale” (al di là del titolo della breve commedia di Goffredo Parise che lanciò nel 1968 questa definizione) è, per la poetessa fiorentina, il nocciolo duro e concreto della poesia, la scoperta della verità del reale cui essa deve aspirare, la sostanza di cui sono fatti non soltanto i sogni ma anche le emozioni, i sentimenti, le passioni degli uomini e delle donne che vivono nel mondo.

La Poesia si pone, allora, nella sua assolutezza e proprio a partire dalla sua dimensione originaria (il “deserto” disabitato, sconvolto e percorso dal vento della creazione), allo stesso livello del Sacro che la alimenta e che di essa si sostanzia. I moti del cuore e le oscillazioni del sentire si pongono tutti, dunque, al servizio di una volontà di Assoluto che li trasfigura e li sconvolge nel tentativo di dargli imperitura sostanza. L’approdo al Sacro, allora, avrà la funzione di trasfigurare il dolore dell’uomo e, nello stesso tempo, di consolare la necessaria sofferenza insita nella vita, dandole quel lenimento che la parola poetica sollecita e permette di attuare. Come rileva con intelligenza Gabriella Castrica nella sua Prefazione, insistendo sul tema della morte presente nelle poesie contenute nel libro e valutandolo per quello che vuole essere e contare nell’equilibrio della ricerca stilistica di Amelia Casadei, negandole giustamente un ruolo di puro risvolto esistenziale:

«Da notare come l’idea della morte filtri di continuo da tutte le parole che, però, nella dolcezza lirica di immagini definite e indefinite nello stesso tempo perché proiettate in uno sfondo di eternità, permangono nel loro primario significato e quindi non appesantiscono il testo, intatto nella sua “profonda lievità”» (p. 7).

La “leggerezza” della lirica si sposa alla sua capacità di andare oltre i puri e semplici “fatti della vita” che si incardinano nelle parole. E’ in omaggio ad esse che la poesia può essere considerata il frutto più maturo dell’esistenza vissuta e sentita come dono ricevuto e come destino meritato, in nome di qualcosa che rimarrà, anche quando l’esodo sarà terminato.

«PAROLE. Preludio di misterioso evento / tremante, violo segrete parole. / Le incatenate creature / si elevano in doloroso canto, / la mia mano si fa pietra / e gli occhi pianto» (p. 38).

_____________________________
I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)


Eppur si muove. Il risveglio delle comunità

Mar, 05/03/2013 - 12:00

Non disperiamo per i risultati elettorali, prima di vedere ciò che di concreto produrranno, nel tempo. C’è un cambiamento in atto dopo la stasi degli ultimi vent’anni che ha scombinato le carte di una destra aggressiva, corrotta e residuale, che pensava di imporre ancora i propri interessi personali, e quelle di chi, con vaghezza e ambiguità di  contenuti programmatici e sulle future alleanze di governo, pensava di fare un rinnovamento del Paese a scartamento ridotto, condizionato da Bruxelles. Gli esiti elettorali non sono stati incruenti nemmeno per chi il cambiamento lo voleva fortemente, soggetti politici che pur mettendo assieme sacrosanta indignazione e passione, dentro un programma coraggioso e netto, non potranno far sentire la loro voce nel nuovo Parlamento.

Ma la sostanza vera del cambiamento non è la forza prorompente di chi ha vinto le elezioni politiche, ma le ragioni che ne hanno determinato il successo: quel raccogliere dal basso le istanze sociali di generazioni destinate a restare emarginate sia dal mondo del lavoro sia dalla gestione della cosa pubblica, che avevano perso completamente la fiducia nei partiti tradizionali.  Non sappiamo se le trasformazioni avverranno nel modo preannunciato, ma quanto sta avvenendo costituisce indubbiamente un’espressione significativa dell’ormai incontenibile volontà di cambiamento. Non certo l’unica, però.

Bisogna infatti considerare ciò che sta succedendo in questo momento nelle singole comunità, con le dure lotte più o meno note, mediaticamente, come quelle dei No Tav, dei movimenti per l’acqua pubblica, per la salvaguardia delle ferrovie regionali, il presidio Jabil ex Nokia Siemens, la rivolta in Sardegna contro l’assalto delle  multinazionali della speculazione energetica (eolico, chimica verde, centrali termodinamiche, fotovoltaico etc), sicure di vincere la resistenza delle popolazioni col miraggio di nuovi posti di lavoro e grazie, anche, alla debolezza ed incapacità della classe politica locale e nazionale.

Mi soffermerò sulla situazione presente nell’isola, dove al pari di altre realtà scorrono e continueranno a scorrere inutilmente fiumi di denaro pubblico (500 milioni per il progetto di una centrale a biomasse e altri 250 milioni per la riconversione dell’attuale impianto termoelettrico, a Porto Torres, 600 milioni per il Sulcis preannunciati dal Governo Monti etc.). Tutto ciò in continuità con quanto è stato fatto dai precedenti governi a vantaggio di lobbies imprenditoriali che, ottenuti i finanziamenti e divorato il piatto ghiotto, se ne sono scappate lasciando sui territori migliaia di disoccupati ed ettari su ettari di macerie industriali  e di veleni. Soltanto con le somme indicate, sarebbe possibile pagare il salario di mille euro al mese per un anno a più di 100.000 disoccupati, attraverso progetti (coordinati strategicamente dalla regione) mirati alla ripresa dell’economia in modo coerente con le caratteristiche dei territori (turismo, agricoltura e allevamento, valorizzazione del patrimonio culturale, artigianato, enogastronomia etc.), elaborati dai territori stessi per creare/migliorare infrastrutture, mettere  in sicurezza gli edifici scolastici, bonificare i terreni inquinati, riavviare l’agricoltura (97.000 posti di lavoro persi negli ultimi dieci anni), presidiare il patrimonio costiero creando servizi spesso inesistenti, contribuire alla valorizzazione e alla gestione del patrimonio monumentale e culturale, ristrutturare palazzi storici, aiutare le imprese virtuose in difficoltà fornendo loro gratuitamente mano d’opera o professionalità specializzate, creare/rafforzare  i servizi sociali, contribuire alla formazione e riqualificazione di un enorme esercito pronto a partire.

La ribellione dal “basso” delle comunità – com’è stato osservato qualche giorno fa a Cossoine (SS), in un convegno sulle “Problematiche naturalistiche e culturali conseguenti all’impianto termodinamico solare di Campu Giavesu  proposta dalla Energo Green” – però, non basta, serve l’intervento politico delle istituzioni che, obtorto collo, non potranno negarlo ancora per molto. Della Regione, in particolare, per redigere un piano energetico che stabilisca quanta energia complessiva realmente serve per il fabbisogno industriale e individuale dell’isola; e di quale tipo, e dove andrebbero creati gli impianti. Osservava Giampaolo Meloni, su un ampio articolo pubblicato il 3 marzo sul quotidiano la Nuova Sardegna, che a fronte di un fabbisogno regionale di 1.400 Mw se ne producono, invece, 3.250, sacrificando inutilmente non solo il  denaro pubblico, ma migliaia di ettari di terra che andrebbero invece lasciati all’agricoltura. La Sardegna, paradossalmente, non ostante le centinaia di migliaia di ettari di terra per lo più incolte, arriva ad importare circa l’80% del suo fabbisogno alimentare. Le trecento richieste di attivazione di nuovi impianti di energia fotovoltaica, ora giacenti presso gli uffici regionali,  andrebbero per questo stoppate (o autorizzate senza  erogare alcun contributo in luoghi diversi dai terreni coltivabili: tetti e terrazzi  di edifici, cortili privati etc.).

Le comunità vogliono giustamente tornare ad essere sovrane. Nessuno può più imporre dall’alto decisioni contrarie al loro interesse.  In barba all’informazione ufficiale e agli interessi di chi la manipola, la controinformazione gira ormai vorticosa sul web, e col passaparola,  e le comunità si costituiscono in comitati, battono alla bisogna i pugni sui banchi dei consigli comunali, li occupano, protestano, impongono referendum, fanno ricorsi all’autorità giudiziaria. Sanno che possono farcela da sole il più delle volte, si sono stancate delle mediazioni partitiche, della loro corruzione, della loro logorrea autoreferenziale. Il problema principale è sopravvivere, conservare o trovare un lavoro, ed hanno capito che per fare questo bisogna ripulirle, le istituzioni, impedire che altro denaro pubblico venga sprecato o finisca nelle mani dei soliti noti, il problema è lì, il potere è lì, e le altissime mura che l’hanno fino ad ora protetto hanno iniziato a sgretolarsi. Bisogna assestare il colpo finale: e ripartire dal basso non senza uno sguardo alto, mettendo la democrazia, la bellezza, la giustizia, il buon senso a fondamento delle future scelte politiche.  (Giovanni Nuscis)


GLI OTTANT’ANNI E LA SCRITTURA: Philip Roth depone la penna, Wilbur Smith non demorde

Mar, 05/03/2013 - 08:00

di Massimo Maugeri

Philip Roth è uno dei miei massimi punti di riferimento letterari. I suoi libri (in Italia li pubblica Einaudi) hanno contribuito a rendere grande la letteratura mondiale degli ultimi decenni: da «Pastorale americana» a «Il complotto contro l’America» (giusto per citarne un paio) … fino ad arrivare a «Everyman» (quest’ultimo, a mio avviso, è uno dei più importanti romanzi del nuovo millennio).
Come molti degli appassionati di Roth, sono rimasto colpito nell’apprendere (sul finire dell’anno scorso) la notizia della sua decisione di rinunciare a scrivere. Niente più romanzi firmati dall’ideatore del personaggio Nathan Zuckerman (alter ego dell’autore). Certo, tra qualche giorno (il 19 marzo) Roth compirà ottant’anni. E a una certa età, com’è normale che sia, la stanchezza prende il sopravvento.
Lo stesso Papa Ratzinger, nei giorni scorsi, ci ha sorpreso annunciando pubblicamente la volontà di lasciare il suo ministero petrino. Per portare avanti certe attività – come quella richiesta dal ruolo di Papa – bisogna avere a disposizione energia fisica, mentale e dell’anima. Quando tale energia viene meno, è meglio farsi da parte. Sebbene a malincuore. Quella di Roth, però, più che una stanchezza fisica e mentale è una stanchezza creativa.
A un certo punto, il celebre scrittore si è accorto di non aver più nulla da dire. Ma c’è altro. Qualcosa che discende dal personale rapporto dell’autore con la scrittura. “Non ho più la forza per sopportare la frustrazione”, ha dichiarato Roth. “Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione. Non ce la faccio più a immaginare di passare altre giornate in cui scrivi cinque pagine e le butti via. Non ce la faccio più”. Da qui la decisione.
Diverso è l’approccio di un altro romanziere di fama planetaria come Wilbur Smith, appena riapprodato in libreria con un nuovo romanzo già divenuto bestseller: “Vendetta di Sangue” (Longanesi). Pur essendo coetaneo di Roth (entrambi appartengono alla classe 1933), Smith (che ha compiuto gli ottant’anni il 9 gennaio) ha un rapporto del tutto differente con la scrittura e con la produzione creativa. Di smettere, non se ne parla. Anzi, di recente Smith ha anche siglato un contratto con l’editore HarperCollins, sulla base del quale un team di co-autori svilupperà trame da lui ideate (alla stregua di quanto accadeva anche in passato con autori come Alexandre Dumas). L’importanza che si dà alle proprie storie, in questo caso, va oltre il limite stesso delle proprie pagine. Esiste dunque un’età superata la quale è meglio deporre la penna dentro il cassetto e rinunciare a scrivere? Probabilmente no. Dipende, oltre che dalla stanchezza e dalla vecchiaia, dal senso stesso che si attribuisce all’attività chiamata scrittura. E da come ci si relaziona a essa.

Articolo pubblicato sul quotidiano LA SICILIA


GLI OTTANT’ANNI E LA SCRITTURA: Philip Roth depone la penna, Wilbur Smith non demorde

Mar, 05/03/2013 - 08:00

di Massimo Maugeri

Philip Roth è uno dei miei massimi punti di riferimento letterari. I suoi libri (in Italia li pubblica Einaudi) hanno contribuito a rendere grande la letteratura mondiale degli ultimi decenni: da «Pastorale americana» a «Il complotto contro l’America» (giusto per citarne un paio) … fino ad arrivare a «Everyman» (quest’ultimo, a mio avviso, è uno dei più importanti romanzi del nuovo millennio).
Come molti degli appassionati di Roth, sono rimasto colpito nell’apprendere (sul finire dell’anno scorso) la notizia della sua decisione di rinunciare a scrivere. Niente più romanzi firmati dall’ideatore del personaggio Nathan Zuckerman (alter ego dell’autore). Certo, tra qualche giorno (il 19 marzo) Roth compirà ottant’anni. E a una certa età, com’è normale che sia, la stanchezza prende il sopravvento.
Lo stesso Papa Ratzinger, nei giorni scorsi, ci ha sorpreso annunciando pubblicamente la volontà di lasciare il suo ministero petrino. Per portare avanti certe attività – come quella richiesta dal ruolo di Papa – bisogna avere a disposizione energia fisica, mentale e dell’anima. Quando tale energia viene meno, è meglio farsi da parte. Sebbene a malincuore. Quella di Roth, però, più che una stanchezza fisica e mentale è una stanchezza creativa.
A un certo punto, il celebre scrittore si è accorto di non aver più nulla da dire. Ma c’è altro. Qualcosa che discende dal personale rapporto dell’autore con la scrittura. “Non ho più la forza per sopportare la frustrazione”, ha dichiarato Roth. “Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione. Non ce la faccio più a immaginare di passare altre giornate in cui scrivi cinque pagine e le butti via. Non ce la faccio più”. Da qui la decisione.
Diverso è l’approccio di un altro romanziere di fama planetaria come Wilbur Smith, appena riapprodato in libreria con un nuovo romanzo già divenuto bestseller: “Vendetta di Sangue” (Longanesi). Pur essendo coetaneo di Roth (entrambi appartengono alla classe 1933), Smith (che ha compiuto gli ottant’anni il 9 gennaio) ha un rapporto del tutto differente con la scrittura e con la produzione creativa. Di smettere, non se ne parla. Anzi, di recente Smith ha anche siglato un contratto con l’editore HarperCollins, sulla base del quale un team di co-autori svilupperà trame da lui ideate (alla stregua di quanto accadeva anche in passato con autori come Alexandre Dumas). L’importanza che si dà alle proprie storie, in questo caso, va oltre il limite stesso delle proprie pagine. Esiste dunque un’età superata la quale è meglio deporre la penna dentro il cassetto e rinunciare a scrivere? Probabilmente no. Dipende, oltre che dalla stanchezza e dalla vecchiaia, dal senso stesso che si attribuisce all’attività chiamata scrittura. E da come ci si relaziona a essa.

Articolo pubblicato sul quotidiano LA SICILIA


GLI OTTANT’ANNI E LA SCRITTURA: Philip Roth depone la penna, Wilbur Smith non demorde

Mar, 05/03/2013 - 08:00

di Massimo Maugeri

Philip Roth è uno dei miei massimi punti di riferimento letterari. I suoi libri (in Italia li pubblica Einaudi) hanno contribuito a rendere grande la letteratura mondiale degli ultimi decenni: da «Pastorale americana» a «Il complotto contro l’America» (giusto per citarne un paio) … fino ad arrivare a «Everyman» (quest’ultimo, a mio avviso, è uno dei più importanti romanzi del nuovo millennio).
Come molti degli appassionati di Roth, sono rimasto colpito nell’apprendere (sul finire dell’anno scorso) la notizia della sua decisione di rinunciare a scrivere. Niente più romanzi firmati dall’ideatore del personaggio Nathan Zuckerman (alter ego dell’autore). Certo, tra qualche giorno (il 19 marzo) Roth compirà ottant’anni. E a una certa età, com’è normale che sia, la stanchezza prende il sopravvento.
Lo stesso Papa Ratzinger, nei giorni scorsi, ci ha sorpreso annunciando pubblicamente la volontà di lasciare il suo ministero petrino. Per portare avanti certe attività – come quella richiesta dal ruolo di Papa – bisogna avere a disposizione energia fisica, mentale e dell’anima. Quando tale energia viene meno, è meglio farsi da parte. Sebbene a malincuore. Quella di Roth, però, più che una stanchezza fisica e mentale è una stanchezza creativa.
A un certo punto, il celebre scrittore si è accorto di non aver più nulla da dire. Ma c’è altro. Qualcosa che discende dal personale rapporto dell’autore con la scrittura. “Non ho più la forza per sopportare la frustrazione”, ha dichiarato Roth. “Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione. Non ce la faccio più a immaginare di passare altre giornate in cui scrivi cinque pagine e le butti via. Non ce la faccio più”. Da qui la decisione.
Diverso è l’approccio di un altro romanziere di fama planetaria come Wilbur Smith, appena riapprodato in libreria con un nuovo romanzo già divenuto bestseller: “Vendetta di Sangue” (Longanesi). Pur essendo coetaneo di Roth (entrambi appartengono alla classe 1933), Smith (che ha compiuto gli ottant’anni il 9 gennaio) ha un rapporto del tutto differente con la scrittura e con la produzione creativa. Di smettere, non se ne parla. Anzi, di recente Smith ha anche siglato un contratto con l’editore HarperCollins, sulla base del quale un team di co-autori svilupperà trame da lui ideate (alla stregua di quanto accadeva anche in passato con autori come Alexandre Dumas). L’importanza che si dà alle proprie storie, in questo caso, va oltre il limite stesso delle proprie pagine. Esiste dunque un’età superata la quale è meglio deporre la penna dentro il cassetto e rinunciare a scrivere? Probabilmente no. Dipende, oltre che dalla stanchezza e dalla vecchiaia, dal senso stesso che si attribuisce all’attività chiamata scrittura. E da come ci si relaziona a essa.

Articolo pubblicato sul quotidiano LA SICILIA


50. Di che reggimento

Lun, 04/03/2013 - 16:00

da qui

E così ti sei perso. Ma il vangelo non dice che quando ti perdi ti ritrovi? Ora che il distacco è avvenuto puoi riprendere il filo: tutto ciò che sembrava abbarbicato a una paura, a un’illusione, al residuo di sogni senza sbocco, è come liberato, al punto che non sembra nemmeno la tua storia, ma quella di un amico, un conoscente, qualcuno che vive i tuoi drammi e le tue gioie senza esserne invischiato, ma come trascorrendo lievemente da una scena all’altra, da una fase all’altra del racconto, che oggi ti senti pronto ad accogliere com’è, premessa necessaria a un futuro carico d’incognite, ma anche, e lo avverti con certezza, questa volta, di speranze. Ecco, sei tornato fra gli scranni dell’università a seguire la lezione su Ungaretti, con la mania di calarti fino in fondo nelle cose che ascolti: le parole diventano immagini, corpi, il Valloncello dell’Albero Isolato, il brandello di muro, il cimitero del cuore, colmo di croci, il compagno massacrato con la bocca digrignata: è una scena che hai visto anche tu, da qualche parte, ma forse molto dopo, quando, da prete, avresti benedetto la gente appena deceduta, come Aldo, avvolto nel lenzuolo macchiato della camera mortuaria, col cipiglio da sardo, silenzioso, mite, lui che aveva sempre un motivo per urlare e ribellarsi, per istigare i poveri, capace di calmarsi soltanto all’arrivo di don Mario sulla sedia a rotelle cigolante, e forse anche adesso lo vedeva, gli veniva incontro, dal porto sepolto in cui il poeta arriva e torna alla luce coi suoi canti, e non sa che approderà nell’aula magna in un giorno qualunque della vita, mentre ascolti il professore ma in realtà sei già perso nel rosario delle immagini, la faccia scura di Moammed Sceab, suicidatosi perché senza una patria, come Aldo, che chissà com’era morto, probabilmente dopo l’ennesima bevuta, la notte in bianco del coma, quando non hai dove poggiare la tua malinconia; nell’obitorio gelido gli fai un segno di croce sulla fronte, sussurrandogli Aldo, non temere, vedrai che adesso viene a prenderti. Eccolo: avverti il cigolio, lo stridere sordo delle gomme, la mano che batte sul bloc-notes, accanto alle salme avvolte nei lenzuoli sporchi come Cristi in attesa di risorgere, visitati dalla Grazia e dalle mosche che non gli pare vero di non essere cacciate, e voi, voi, di che reggimento siete, fratelli, rivolta involontaria, ma ora che lo vedi sei sereno, gli voli incontri che non sembri neanche morto, il professore saluta, la settimana prossima, dice, parliamo di Montale.


Vivalascuola. Uomini in educazione

Lun, 04/03/2013 - 11:59

Le insegnanti sono circa il 100% nella scuola dell’infanzia, il 95,6% nella scuola primaria, il 76.5% nella media, il 60.3% nella superiore. E’ la femminilizzazione della scuola italiana. A cosa è dovuta la scarsa presenza maschile – meglio sarebbe definirla assenza – nei percorsi di studio e nelle professioni educative? Perché, nel 2010, a laurearsi nelle Facoltà di Scienze della Formazione troviamo solo il 9,2 % di uomini? Perché la percentuale degli iscritti nei corsi che abilitano all’insegnamento nella scuola primaria questa percentuale crolla al di sotto del 5%? Perché gli uomini hanno abbandonato la scuola?

Il problema è affrontato nel volume collettivo Uomini in educazione, che riporta gli atti del convegno tenutosi all’Università di Milano Bicocca il 14 marzo 2012. Da questo volume presentiamo, per gentile concessione delle Stripes Edizioni, che ringraziamo, brani degli interventi di Andrea Marchesi, Fabio Arras e Alessio Miceli.

Qui ci vuole (ancora) il maschio. Dialogo tra generazioni di educatori
di Andrea Marchesi

Un’evidenza invisibile: gli uomini fuori dalla scena educativa

Un collega mi racconta che si sono dimessi tre educatori nel giro di poche settimane e nella sua cooperativa sono disperati perché non riescono a trovare figure maschili. Penso alle centinaia di curriculum vitae che ho ricevuto negli ultimi anni: gli unici maschi sono psicologi, oppure formatori e coordinatori, praticamente assenti gli educatori. Entro in un’aula universitaria, corso di laurea in Scienze dell’Educazione, 200 persone circa: mi bastano le dita per contare gli uomini presenti. Mi chiamano per una consulenza pedagogica in una scuola primaria. Mi accoglie la collaboratrice della dirigente scolastica, con la quale ho parlato al telefono e dopo un breve colloquio partecipo al collegio docenti: incontro solo donne. Una richiesta di supervisione in una comunità per minori: il coordinatore, ex educatore, è l’unico uomo dell’équipe.

Dall’università ai servizi territoriali fino alla scuola (almeno tra scuola dell’infanzia e secondaria di primo grado) sembra di assistere all’evaporazione degli educatori, alla progressiva scomparsa di uomini professionisti dell’educazione. Si tratta di un’assenza che diventa «evidenza invisibile», come ricorda Barbara Mapelli (1), una latitanza che risulta scontata, avvolta da un velo di ovvietà. Nell’immaginario diffuso i compiti di cura e le funzioni educative sono di prevalente competenza femminile e in alcuni casi, pensiamo alla prima infanzia, lo sono in modo esclusivo: educare, nei termini del prendersi cura dell’altro, è un mestiere per donne.

Eppure, se penso ai miei esordi professionali, prima metà degli anni ’90, in campo socio-educativo ricordo una presenza equilibrata, una maggioranza femminile a tratti impercettibile, senza elementi di assoluta preponderanza. Ripercorro i volti dei tanti colleghi incontrati in questi vent’anni e mi tornano in mente tanti uomini impegnati nei servizi e nei progetti educativi, così come ricordo la presenza di classi autenticamente miste nelle scuole regionali per operatori sociali. Se poi guardo alla mia bibliografia di riferimento sulle pratiche educative, le testimonianze più significative sono maschili: Danilo Dolci, Lorenzo Milani, Mario Lodi, A.S. Makarenko, Janus Korczak, Paolo Freire.

E’ indubitabile che la prevalenza di autori sia riconducibile all’accesso privilegiato alla pubblicazione come cifra del dominio maschile entro una cornice di sapere-potere, ma ad essere citati non sono filosofi o pedagogisti, rappresentanti del livello accademico nel quale, indipendentemente dall’ambito disciplinare, è nota la condizione di disparità tra i generi. Gli autori sono maestri, animatori, educatori, ad evocare una stagione relativamente recente nella quale trovava riscontro l’impegno degli uomini nel mondo dell’educazione. Senza scomodare la paideia classica è sufficiente pensare alla scuola elementare, dalla sua nascita fino all’ultima parte del ‘900, per rintracciare la figura del maestro, per ricordarsi la presenza in carne ed ossa di uomini alla lavagna, non solo come presidi e direttori delle istituzioni scolastiche. Se pensiamo, poi, all’educazione extra-scolastica, soprattutto nei suoi movimenti originari, in particolare nel processo di de-istituzionalizzazione avviato negli anni ’70, dalla psichiatria alle dipendenze, dalla disabilità alla devianza minorile, l’educatore professionale declinato al maschile è un protagonista indiscusso.

Perché, allora, nel 2010, a laurearsi nelle Facoltà di Scienze della Formazione troviamo solo il 9,2 % di uomini? Perché la percentuali degli iscritti nei corsi che abilitano all’insegnamento nella scuola primaria questa percentuale crolla al di sotto del 5%? Perché nei percorsi formativi che orientano alle professioni specificamente educative gli uomini sono così residuali?

Prime ipotesi. La femminilizzazione dell’educazione come professione di cura

Interrogare questa evidenza invisibile ci obbliga a prendere sul serio l’immaginario diffuso che tende a naturalizzare la femminilizzazione delle professioni educative, provando  a comprendere la matrici di tale immaginario. La più semplice e forse più scontata richiama alla perdita di prestigio sociale della professione educativa, partendo dalla scuola: per esempio, fare il maestro elementare, oggi, non consente più quella quota di risarcimento simbolico determinato da un ruolo sociale che, un tempo, era connotato da autorevolezza, rispetto e stima. C’è una perdita secca di potere, dentro e fuori le mura della scuola e questo spiegherebbe la fuga degli uomini che nell’istruzione si affacciano solo nei livelli superiori, dalla scuola secondaria di II grado fino all’università, nella quale tornano ad essere maggioranza nelle posizioni di docente ordinario.

Accanto a queste ipotesi, ma forse come corollario decisivo, possiamo alludere alla deriva assistenzialistica che avrebbe investito le pratiche educative professionali, ovvero ad una focalizzazione-torsione dell’educativo sulle dimensione di cura primaria. Questa ipotesi spiegherebbe la trasversalità del fenomeno di ritirata degli uomini dall’ambito educativo sia nei primi gradi dell’istruzione ma anche in ambito extra-scolastico. La scuola, in particolare nel sistema dell’obbligo formativo, è sempre più chiamata a rispondere all’emergenza educativa, mettendo in primo piano le competenze relazionali ed affettive del docente come ruolo che si prende cura degli alunni e delle loro difficoltà.

Nei servizi territoriali la “presa in carico” è diventata paradigma di riferimento di ogni pratica, sussumendo l’agire educativo entro una logica assistenziale di risposta e trattamento di un bisogno, di una fragilità misurata e gestita attraverso la gradazione dei carichi assistenziali. La domanda di cura diventa pervasiva nei confronti dell’educazione, sempre più separata dalle componenti di trasmissione di sapere da una parte e di allestimento di esperienze per dilatare gli orizzonti dall’altra ed è questa pressione di cura a rendere ragione della femminilizzazione delle professioni educative. Gli uomini, in questo senso, scarterebbero un mestiere che si configura sempre di più come connotato in termini femminili in quanto professione di cura…

Si compie così il cambiamento di direzione e di senso che da una parte professionalizza e tecnicalizza una forma di azione sociale e dall’altra femminilizza la professione, ovvero che trasferisce in ambito lavorativo compiti di cura e assistenza dai quali gli uomini, in breve, si sono sempre tenuti lontani, riproducendo una delle più classiche di divisione sessuale del lavoro.

Altre ipotesi: la ritirata degli educatori uomini come capitolo dell’evaporazione del padre

Fino ad ora l’accento si è posato sul mutamento della professione, sulla sua presunta intrinseca femminilizzazione e sulla conseguente ritirata strategica degli uomini. Manca, ancora, un affondo sul nesso tra maschile ed educativo, che sembrano tornare a separarsi mentre da più parti si sottolinea la presenza di una vera e propria emergenza educativa. Forse è opportuno chiedersi se il maschile, opportunisticamente, non si stia ritirando dall’educativo perché non è più un’offerta seducente né sul piano simbolico e tanto meno materiale, ma al tempo stesso domandarsi se in questa ritirata non vi sia un’ennesima dimostrazione della crisi di una certa configurazione del maschile tutta orientata al cambiamento, alla trasformazione, alla trasmissione dell’eredità, alla performatività, come parziale compensazione del suo originario interdetto sul piano della generatività.

In questa direzione la latitanza degli uomini nelle professioni educative si potrebbe iscrivere come capitolo specifico della crisi e del cambiamento che sta attraversando la paternità nella società contemporanea, come parte integrante dell’«evaporazione del padre» (2). La posta in gioco diventa più alta, perché la minore propensione degli uomini a svolgere professioni educative diventerebbe uno dei sintomi di una crisi più ampia, che investe la progressiva ritirata degli uomini dall’esercizio delle proprie responsabilità educative, l’abdicazione da un ruolo e da una funzione chiamata a presidiare norme e limitazioni da una parte e trasmettere sapere e desiderio di conoscenza del mondo dall’altra.

Siamo alla fine di un ciclo che, ricorda M. Benasayag, ha portato «all’eclissi – forse al tracollo – del principio di autorità» (3), al venire meno di un dispositivo condiviso di norme e riferimenti in grado di orientare i comportamenti collettivi, di stabilire un limite riconoscibile, di definire un ordine simbolico comune entro il quale dare significato ai legami sociali. E’ la crisi della struttura edipica e l’affermazione del narcisismo come carattere distruttivo del contemporaneo, come in modo analogo diversi commentatori da tempo segnalano. E’ l’evaporazione del padre e il tramonto dell’alleanza tra legge (autorità, norma, riferimento, limite) e desiderio, tra interdizione (il tabù, il mediatore, la via traversa) e la ricerca di trasgressione come spazio originario-sorgente del desiderio. Sempre M. Benasayag evidenzia come al tramonto dell’autorità si accompagni anche la crisi del principio di anteriorità che «incarna la possibilità della trasmissione di una cultura» (4) generando un cortocircuito nelle dinamiche formative e nei rapporti intergenerazionali.

E’ in questo quadro che si afferma una vera e propria forma di ammutinamento della responsabilità formativa. Stiamo di fatto assistendo ad un processo di ammutinamento delle figure deputate all’educazione, al venire meno dell’adulto come soggetto responsabile di un passaggio di testimone, in termini di esperienze, saperi, valori e oggetti culturali. Ha ragione D. Demetrio (5) a ricordarci che «l’educazione non è finita» perché ad esaurirsi non è l’educazione in sé ma sono i ruoli destinati per mandato sociale ad esercitare intenzionalmente un’azione formativa. Ci sono un paio di generazioni giunte diffusamente a questa conclusione: non abbiamo più nulla da insegnare ai nostri figli e ai nostri alunni, dobbiamo deporre le armi della formazione, abdicare al nostro ruolo pedagogico, abbassando definitivamente le aspettative, cestinando saperi ed esperienze da trasmettere, limiti da tracciare, strutture relazionali da presidiare. E’ come se si stesse realizzando la profezia negativa annunciata da C. Lasch, quando, descrivendo la cultura del narcisismo intesa come il copione di riferimento della società dei consumi, sosteneva:

Il vero valore della saggezza accumulata nel corso di una vita sta nel poterla tramandare alle generazioni future. La nostra società, purtroppo, valuta saggezza e conoscenza in termini puramente strumentali, attribuendo all’evoluzione tecnologica un ruolo costantemente anticipatorio rispetto alla tradizione conoscitiva, che risulta di conseguenza non trasferibile. Secondo questa logica la generazione degli adulti non ha niente da insegnare ai giovani (6).

La rinuncia alla dimensione pedagogica comporta una forma di ammutinamento paradossale : in una nave che procede a vista, senza mappe, ad ammutinarsi sono i capitani, le guide, chi ha diretto fino a questo punto la nave stesso verso la deriva.

Il primo sintomo è la caduta tendenziale del principio di responsabilità. I riferimenti all’attualità politica ne offrono una costante conferma, con il rischio, però, di rimuovere le precise implicazioni antropologiche. H. Jonas ci ricorda che l’archetipo del principio di responsabilità, infatti, è rintracciabile «filo e ontogeneticamente» proprio nella relazione tra genitore e figlio. Jonas non si riferisce solo all’accudimento primario quale campo di esercizio della responsabilità ma anche esplicitamente a «tutto ciò che rientra nell’educazione nel senso più ampio del termine: facoltà, comportamento, relazione, carattere, sapere, che vanno tutelati e promossi nella loro formazione» (7). Il filosofo tedesco va ancora oltre ricordandoci che la responsabilità educativa non è solo metafora della responsabilità politica ma è essa stessa politica in quanto l’esito del processo formativo investe l’assunzione della cittadinanza da parte della soggettività. In gioco c’è l’investimento sul futuro dell’individuo, l’apertura di possibilità come traguardo dell’educazione che è chiamata ad abdicare proprio nel momento del passaggio del testimone della responsabilità educativa ad un nuovo cittadino adulto.

Il secondo elemento riguarda quella che M. Benasayag chiama «rimozione del conflitto». L’assenza di proposte culturali forti iscritte nell’esercizio della responsabilità educativa genera innanzitutto un deperimento del desiderio mimetico, della spinta ad accedere ad un sapere accumulato dalle generazioni precedenti e la perdita di mimesi accompagna la disattivazione del conflitto. Se l’adulto che sta di fronte a me come educatore non è pienamente riconoscibile come alterità portatrice di esperienza e di sapere immediatamente non accessibile, non c’è nessuna spinta al riconoscimento e tanto meno alla critica. Stiamo parlando di una condizione nella quale è diventato impossibile l’elemento tragico perché non è più possibile una collisione con il mondo, un sano conflitto, innanzitutto con l’adulto in quanto altro da sé. E’ la condizione che Gunther Anders rintraccia nella parabola di Beckett dove i personaggi di Aspettando Godot interpretano la condizione dell’essere senza tempo, perché la loro attività quotidiana «non ha altro scopo se non quello di mettere in movimento il tempo, cosa che nella vita normalmente attiva non è lo scopo ma la conseguenza dell’agire e dunque è puro e semplice passatempo» (8). Senza conflitto, senza presenza antagonistica, senza ostacoli e prove da superare, lo sappiamo non c’è narrazione, non c’è storia: così adulti e adolescenti si trovano sempre di più a passare il tempo all’interno di uno spazio sprovvisto di intenzionalità pedagogica, dove regna la logica della ripetizione e del reset.

Un altro segno dell’ammutinamento è riscontrabile nella delega agli esperti, nella ricerca in ogni contesto educativo, familiare come scolastico, del parere dello specialista. Ancora C. Lasch ci ricorda come «l’approvazione dell’esperto ha ridotto progressivamente il profano all’incompetenza». Nei contesti familiari l’esternalizzazione agli esperti delle funzioni di cura come delle competenze educative è un fenomeno che si sviluppa precocemente: pediatri, educatori, psicomotricisti, logopedisti, psicologi, pedagogisti, consulenti, formatori di genitori, neuropsichiatri, costituiscono un corredo di figure chiamate in causa per occuparsi di qualsiasi aspetto investa il percorso di crescita del proprio figlio.

Analogamente a scuola si vede sempre di più il ruolo docente trasformato in facilitatore degli esperti chiamati a condurre laboratori, percorsi tematici, consulenze, interventi specifici. Il campo educativo viene così investito da un processo di specializzazione all’interno del quale tendono a prevalere le pratiche provenienti dagli orizzonti disciplinari più forti come nel caso del sapere medico. L’esito è la patologizzazione delle condotte e la medicalizzazione delle strategie di cura, con la proliferazione di apparati diagnostici da una parte e di indicazioni trattamentali dall’altra, capaci di trasformare qualsiasi insorgenza infantile o adolescenziale nel sintomo di una patologia e di un disturbo che chiede di essere consegnato allo specialista di turno. L’effetto collaterale è l’ulteriore indebolimento delle responsabilità educative, ridotte ad all’esercizio della segnalazione e dell’invio all’esperto.

L’evaporazione del padre richiama l’eclissi di quella specifica responsabilità educativa storicamente presidiata dagli uomini e conduce alla perdita di quotazioni dell’educazione come possibilità di trasmettere la facoltà di desiderare. Gli uomini, i padri, prendono le distanze dalla funzione educativa, dall’esercizio di una responsabilità, dalla trasmissione di saperi ed eredità, dalla difesa di un ethos collettivo, abdicando al proprio ruolo simbolico ed effettuale. In questo senso il fatto che tra le nuove generazioni di uomini la professione educativa venga scartata, non potrebbe che essere l’effetto collaterale della propria storia di formazione pienamente post-edipica e di ciò che resta dei padri che hanno avuto…

Qui ci vuole (anche) il maschio

Se a scuola come nei servizi gli uomini non ci sono, non ci sarà la possibilità per i soggetti in formazione di confrontarsi – per distanziarsi – con testimoni capaci di incarnare e interpretare peculiarmente un certo modo di essere e agire al maschile, così come verrà meno la dinamica di scambio, contaminazione e confronto tra educatori portatori, anche, di un genere differente e dell’intreccio, originale, dato dalla specifica combinazione che si configura in un gruppo di lavoro, in un team didattico, in un’équipe educativa. Se poi, come spesso accade, la figura maschile risulterà latitante anche in famiglia, l’assenza di un confronto risulterà davvero determinante nei processi di soggettivazione, anche perché ciò che resta del padre, come ci ricorda M. Recalcati, è ormai ben oltre la funzione simbolica dell’autorità invisibile e simbolicamente potente, ma risiede solo, come resto, nella possibilità di una testimonianza incarnata.

Declinare al maschile la cura dell’altro apre un vero e proprio spazio di ricerca per gli uomini che chiede di recuperare e diversamente interpretare la questione del desiderio di educare, come apertura al futuro, come accompagnamento nel mondo, come dilatazione di orizzonti, provando a immaginare queste dimensioni incarnate nei gesti che mettono in gioco il proprio corpo in rapporto con il corpo dell’altro.

Allo stesso tempo una riflessione maschile sulla cura può essere importante per il concetto e per le pratiche di cura, perché comunque dietro alla pressione di cura si annida sempre il rischio del disciplinamento, della domanda di conservazione della minorità dell’altro, di privatizzazione e chiusura in un recinto che è orientato a tenere a bada l’altro. Non è forse casuale che le poche elaborazioni maschili sulla cura aprano prospettive interessanti, che non sono certamente originali ed estranee al patrimonio di saperi e gesti di molte donne, ma che aiutano culturalmente a spostare l’asse della cura dall’altro in sé e per sé, alla cura dell’incontro con l’altro, mettendo in campo un’idea di cura promozionale, orientata alla crescita, allo sviluppo, alla trasformazione, alla dilatazione delle possibilità, come si evince da questa riflessione di Igor Salomone:

Avere cura della relazione con l’altro significa mettere energia nelle sue possibilità di sviluppo. Significa puntare più sulla crescita che sulla manutenzione e significa imparare più che riempire vuoti. […] Avere cura dell’incontro implica prendersi cura delle sue possibilità di sviluppo. Non si tratta di fare, semplicemente, esperienze comuni. Si tratta di condividere esperienze ascoltandone, mentre le condividiamo, l’orizzonte di futuro. Un impegno ben più gravoso di qualsiasi dono, perché chiede di crescere. Chiede cioè non di privarsi di qualcosa, ma di trasformare se stessi (9).

Porre la questione è rilevante anche per le donne, per le insidie di normalizzazione, di ritorno alla normalità che si possono rintracciare nella femminilizzazione dei lavori di cura e nel potenziale circolo vizioso che tende ad interpretare le pratiche di cura come trattamento della minorità, ma soprattutto per dare compiutamente valore ad uno sguardo attento alle differenze di genere nei processi educativi che ha sempre portato a mettere in discussione le dinamiche di esclusione, così come di omologazione.

E’ importante per uomini e donne che mettono pensiero e cuore nell’educazione, alla costante ricerca di un codice pedagogico che è anche un codice altro rispetto alle istanze materne, nutritive, così come a quelle paterne di tipo performativo. Un codice ambivalente e in parte ambiguo, che ha bisogno di disseminare differenze, mobilitare conflitti, innescare dinamiche contro-identificatorie, movimenti di andate e ritorno, che permettano all’altro – in formazione – di diventare un soggetto capace di assumere tutta la complessità della sua identità grazie all’eterogeneità delle esperienze altrui che ha avuto modo di frequentare, dei corpi con i quali ha interagito, delle testimonianze incarnate che ha incontrato. Anche al maschile.

Note

1) Mapelli, Barbara; 2012, “Uomini in educazione”, in Pedagogika, n. XVI, Stripes edizioni.
2) Cfr. Recalcalti, Massimo; 2011, Cosa resta del padre, Milano, Cortina.
3) Benasayag, Miguel; 2004, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli, p. 25.
4) Ibidem, p. 29.
5) Demetrio, Duccio; 2010, L’educazione non è finita, Milano, Cortina.
6) Lasch, Cristopher; 1981, La cultura del narcisismo, Milano, Feltrinelli, p. 256.
7) Jonas, Hans; 1990, Il principio responsabilità, Torino, Einaudi, p. 128.
8) Anders, Gunther; 2003, L’uomo è antiquato, Torino, Bollati Boringhieri, p. 239.
9) Salomone, Igor; 2006, Con occhi di padre, Enna, Città aperta edizioni, p. 76.

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«A.a.a. cercasi educatori maschi». L’educazione è solo roba da donne?
di Fabio Arras

Questo lavoro è stato mosso dal desiderio di indagare la specificità della cura declinata al maschile nelle professioni educative che per molti versi sono ancora pratica e linguaggio eminentemente femminile. La presenza maschile è quindi una «intromissione in un territorio che sancisce il primato femminile» (1), per usare in prestito le parole di Stefano Ciccone…

Cura al maschile (un conosciuto non pensato)

I modelli maschili e femminili appaiono molto radicati e non risulta semplice metterli in crisi per dare conto e visibilità ai nuovi percorsi al maschile e al femminile… la donna è pensata come colei che contiene, protegge e accoglie (rientra nel codice affettivo), mentre l’uomo è colui che incoraggia, spinge e recide metaforicamente il cordone ombelicale, solo per citare alcuni immaginari ricorrenti (rientra nel codice normativo)…

I pochi modelli in cui un uomo o una donna possono giocare i propri modi di approcciarsi alla cura e all’accudimento non possono riconoscere e contemplare il valore e l’unicità di cui ognuno/a è portatore e portatrice; «i ruoli stereotipati sono dunque fonte di sofferenza e di illibertà per uomini e donne», e ancora «l’esperienza maschile è rimasta non detta, confusa con il sistema normativo patriarcale e con la sua rappresentazione storica, […] un maschile della tradizione che ha ordinato la nostra realtà e la nostra identità» (2).

Affrancarsi da tutto ciò è un percorso complesso da intraprendere per costruire delle nuove identità soggettive di uomini e donne, è difficile interrompere il trasmettersi generazionale dei modelli e dei valori attribuiti per appartenenza al proprio genere. Anche questi professionisti sono portatori della cultura e della storia in cui sono stati allevati e cresciuti e rispecchiano e rimandano a figure più tradizionali che fondano le identità di genere.

Un’affettuosità femminile è più contenitiva, «accogliente», quella maschile è un’affettuosità più «incoraggiante», quella femminile a volte è più «emotiva», che poi è emotiva anche l’altra perché anche dare coraggio non è che non sei emotivo.

La differenza tra un maschio e una femmina è che la femmina «abbraccia» mentre il maschio «spinge» a livello metaforico, quindi abbraccio verso spinta, l’essere mio maschio ed educatore è proprio questo, una spinta a osare, a provare, a farsi male, la madre dice «copriti», io mi pongo in modo da dire «buttiamoci a fare le cose».

Qui ci vuole il maschio

Essere appartenenti ad un genere a cui vengono incollate a forza etichette affatica, soprattutto nello sforzo psichico di scrollarsi di dosso tutte queste stratificazioni culturali e simboliche di cui tutti e tutte hanno conoscenza diretta e ne hanno fatto esperienza ancora prima di intraprendere il mestiere educativo. Vi è la richiesta “esplicita” della società ad aderire ed interpretare copioni di genere da calzare come “maschere” che spersonificano e annullano le peculiarità soggettive, ma rassicurano l’ordine costituito sulla continuità oggettiva dei pochi e poveri codici stabiliti, sorti dentro un contesto patriarcale, da adottare. Quindi non si è più “soggetti” autonomi, ma si diventa, aderendo in modo a-critico ai valori di riferimento, “soggetti” (nel senso di assoggettati) a questa forma di “violenza”.

Ragionando per stereotipi l’idea di maschile che viene messa in gioco dalla società è quella di un copione di genere classico e antico, ormai in crisi, messo in discussione, ma ancora potente nel condizionare scelte e nell’indicare valori di riferimento, al quale i maschi, ma anche le femmine, sono chiamati/e ad aderire ed interpretare, che li omologa e li “impacchetta”. Questa è una visione che riduce ed impoverisce chiunque si senta e percepisca differente, non riconoscendosi nei diktat che inchiodano cristallizzando percorsi di vita e lavorativi altrimenti mobili e fluidi. Gli uomini secondo questa visione limitante non dovrebbero svolgere i compiti della cura, che dovrebbero essere di esclusiva competenza femminile, dal momento che i maschi, compiendo funzioni educative, rischierebbero di femminilizzarsi agli occhi di tutta la società, che giudica e richiede ai suoi membri di aderire al gruppo sociale e culturale di riferimento.

Gli uomini e le donne però vogliono essere valutati/e per le loro competenze e non per il genere di appartenenza. Questo è un pensiero legittimo e condivisibile, una richiesta politica e valoriale, un’affermazione di se stessi/e e delle proprie capacità, ma se si sente la necessità di esprimerla con tale intensità significa che ad oggi, nelle esperienze lavorative vissute, non è stato così e, finché così non sarà, è lecito reclamare per sé e per tutti/e uno sguardo non limitante e parziale sull’oggetto in questione, se stessi e il proprio valore. Una testimonianza esemplificativa tra tutte quelle ottenute sul tema:

Direi un pregiudizio, una frase che sento dire, che veramente mi sta sulle balle: «Ah, tu sei un maschio, sicuramente con te andrà bene». A me questo fa girare le balle, perché sembra che non è che con me le cose vadano bene perché “io” sono bravo, ma perché sono un maschio.

Prima maschi, poi educatori

A volte si riconosce che la scarsità di uomini in questi mestieri sociali mette in secondo piano le competenze educative, riempiendo di valore solo l’essere maschio. Quindi, tale fattore non rimane più solo una questione legata al genere di appartenenza, ma diventa, negli ingaggi lavorativi, la qualità base su cui si strutturano gli inserimenti a contatto con le varie tipologie di utenza, a volte privilegiando la scelta di genere alla professionalità.

Molto spesso, questi lavoratori trovano ad attenderli alcuni stereotipi ancora prima che inizino a lavorare e per le colleghe vale lo stesso criterio identitario; l’appartenenza di genere crea aspettative e preconcetti nella équipe rispetto a quello che un uomo, ma anche una donna, deve saper fare per essere performativo/a con la sua sola presenza.

Questo professionista spiega e tratteggia il fenomeno perché l’ha vissuto sulla propria “pelle”:

Il mio essere maschio inizialmente viene visto come: «Ok, è previsto da te in quanto educatore maschile che tu sappia: A) giocare a calcio perché è l’avvicinamento numero uno all’adolescente maschio, B) giocare a bigliardino/pingpong per quando sei al chiuso». Quindi, figura di riferimento maschile già fatta, bella impacchettata, pronta ad essere consegnata al ragazzino.

Incarnare modelli maschili alternativi

Bisogna costruirsi ed incarnare modelli maschili alternativi, declinati nelle buone prassi del lavoro quotidiano, come vestiti comodi che si può e si vuole portare e non perché imposti dai clichè al maschile classici, canonici, in una parola “normati” e “normali”, quindi standardizzati, che banalizzano le risorse e le competenze di ognuno perché non rientrano nei modelli immaginati. E’ importante per gli uomini in educazione la loro esigenza di rendere visibile un vissuto differente, quell’unicità che non si omologa, contro la visione statica, “naturale” e quindi immutabile di un’unica possibilità di mascolinità definita storicamente «caratteristica innata».

A volte, come per le macchine, si usa il concetto di figura “ibrida” per autosvelarsi e raccontare la propria soggettività personale e lavorativa, il proprio “ruolo, che deve essere ridefinito perché non rientra nei ristretti e confinanti immaginari sociali. Un modello maschile alternativo che deve “marcare” la propria esperienza, mostrando a se stessi in primis e successivamente agli altri che non esiste un’unica modalità rappresentativa, utilizzando delle competenze che sono meno visibili, rispetto a quelle legate alle aspettative di genere, che non sono quelle canoniche e date per scontate.

Alla fine, ho dovuto creare su di me un modello maschile alternativo, che magari doveva andare a parare su competenze meno visibili, quelle non canoniche. Ho dovuto anche giocare tanto sulla consapevole autoironia, per esempio sul fatto che «sono una sola a calcetto, però so prendere bene la sconfitta».

Chi fa il maschio? (il maschile come codice da interpretare)

Emergono in questi maschi tentativi di cambiamento che fanno però i conti con il passato, con ruoli immutabili di una mascolinità socialmente determinata. (continua qui)

Note

1) Ciccone, Stefano; 2009, Essere maschi tra potere e libertà, Torino, Rosenberg & Sellier, p. 173.
2) Ibid., p. 10, pp. 159-160.

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Identità e saperi maschili nella scuola superiore italiana
di Alessio Miceli

Man mano che si sale nei gradi dell’istruzione, man mano che subentrano i saperi astratti, formalizzati, tecnici, sale la presenza di uomini e, aggiungo io, sale anche “l’ormone intellettuale maschile (scherzo, ma alludo al carattere roccioso di quella costruzione culturale) che produce anche dei danni, a cui è importante rimediare. Mi spiego meglio con dei brevi esempi.

Esperienza, alla radice del sapere

Sapete che a Milano c’è “Il treno per Auschwitz”, cioè l’esperienza di portare i ragazzi a vedere il campo di concentramento. Normalmente si portano le classi quinte, perché trattano quel periodo della storia, quindi hanno studiato, hanno letto… come se andare a vedere una situazione di quelle fosse un’esercitazione pratica, di qualche cosa che prima bisogna studiare.

Io ho invertito questa scala e ci ho portato una classe seconda, molto incasinata, che forse sarebbe sparita come classe perché oltre la metà di loro aveva un sacco di insufficienze. Allora ho pensato che là bisognava proprio ribaltare la situazione e vivere con loro, come posso dire, “un’esperienza nuda”. Non gli ho fatto leggere niente prima, abbiamo soltanto visto una parte del bellissimo documentario di Lanzmann sulla Shoah (1). Lanzmann è uno che negli anni ’70 parte con la sua videocamera, per un lavoro che dura oltre dieci anni, a intervistare i sopravvissuti della Shoah: camera fissa, interviste lunghissime, testimoni che parlano e parlano, oppure tacciono. E uno direbbe: i ragazzi non lo vedranno mai. Non c’era musica, non c’erano effetti speciali, non c’era neanche montaggio: un blob. E invece: ragazzi silenziosi, occhi incollati al video, rapporto il più possibile “nudo” con queste immagini di testimonianza. E da questa visione partiamo. La visione del campo è altrettanto diretta. I capelli, gli occhiali, le borse, lo spazio ancora vuoto come giustamente è stato tenuto, l’ossario…

Quando torniamo, allora abbiamo la possibilità di leggere, cioè di fare riflessione su questa base di esperienza. Per esempio, leggiamo qualcosa di Bidussa che aveva appena pubblicato il suo libro (2) sulla differenza tra storia e testimonianza, su come arriva a noi oggi la narrazione di quella soglia che il ‘900 ha superato con la Shoah, e come ci arriverà dopo la morte dell’ultimo sopravvissuto. Cosa sapremo “noi” di “loro”, quando la memoria vivente diventerà storia? Quali parole ci comunicano di più la vita, l’umanità che abbiamo in comune con gli altri, il fatto che “io sono l’altro”? Chiudiamo così un cerchio intorno a quella esperienza, all’idea della nostra vita a contatto con quella degli altri.

Perché vi racconto questo, da un punto di vista maschile? Perché il sapere maschile è invece l’opposto di questo procedimento, di questa priorità, e vorrebbe che tu insegnante porti i ragazzi e le ragazze fino in quinta, che abbiano accumulato una serie di letture (e infatti sul treno per Auschwitz c’era anche la giornalista a cui si snocciolavano intere bibliografie). E che poi caso mai, ogni tanto, da questo sapere astratto, rigoroso, logico-formale si vada a fare una gitarella fuori.

A me sembra che questo rapporto vada proprio rovesciato, a favore di un’esperienza che sia prima contatto e poi riflessione su quel contatto che si è avuto. Consapevole che la lettura della realtà implica sempre e comunque una costruzione mentale, che non esiste probabilmente “un grado zero”, una nudità della visione e del contatto con il mondo, mi resta però il desiderio di liberare l’esperienza soggettiva (3) dei ragazzi e delle ragazze, e a partire da questo movimento incontrare i saperi costituiti.

Domande vive, al principio delle materie

E in effetti, perché alcune scuole elementari italiane sono molto apprezzate nelle graduatorie internazionali, e poi avviene il disastro alla scuola media, e quando arrivano alle superiori molti ragazzi e ragazze hanno già gli occhi vuoti? Perché in quelle scuole elementari c’è abbastanza al centro il bambino, non ancora espropriato della sua centralità dalle materie e dai saperi. E questo, spesso, è stato fatto dalle maestre più vicine o interne al movimento delle donne (4) e da alcuni maestri (5), entrambi portatori di una cultura cooperativa, relazionale dell’educazione e dell’istruzione.

Poi, man mano che si sale nei gradi dell’istruzione, la logica molto maschile dell’astrazione e della formalizzazione mette al centro le materie, mentre i ragazzi e le ragazze in carne e ossa sono schiacciati sempre di più ai margini e devono incamerare questa enciclopedia.

Qui la pratica, per quello che mi riguarda come insegnante uomo e contro la logica di quei padri, è quella che riprendo da Guido Armellini, un insegnante di scuola superiore che insieme a Vita Cosentino e altre/i ha animato il movimento dell’autoriforma (6). In un articolo arioso, capace di mostrare delle prospettive di vita nella scuola, Guido ha scritto che “le materie sono un terreno di dialogo” (7), cioè ce le abbiamo sotto i piedi, quindi non abbiamo paura di perderle, ma sono appunto un terreno di dialogo, nulla più che l’ambiente di una relazione viva.

Questo significa che in principio non c’è la materia, che è un elenco di risposte date da altri, su domande di altri che nel frattempo si sono perse di vista (non si sa più quale fosse la domanda, parliamo direttamente delle risposte). Invece, in principio, si tratta di sollevare tutte le domande che ci sembrano vitali nel nostro contesto, sul terreno di quella materia.

Cioè, per capirci, se stiamo studiando la Costituzione italiana e c’è una presenza di stranieri nel nostro territorio e come compagni di banco, allora quella è una domanda importante che viene. E poi da lì l’articolo 10 della Costituzione sulla condizione dello straniero io ce l’ho bene in mente, come mio retropensiero, ma non lo metto davanti allo studente, non lo anticipo al fatto che quella domanda sorga nella sua mente e nella nostra relazione. Via la materia, dal centro del nostro rapporto. Il sapere costituito, formalizzato è un inciampo, è un ingombro rispetto al principio della relazione su cui ri-costruire, ri-vivere i nostri saperi.

Studio libero e cooperativo, dentro l’istituzione

Un’altra esperienza, che non ho certamente inventato io, ricordo per esempio la scuola di Barbiana di don Milani, è stata semplicemente quella di curare un contesto in cui i ragazzi potessero studiare tra di loro, come gruppo di pari. Quando finisce la scansione del tempo, la compressione dei corpi e quello che mediamente fa l’istituzione che mette in riga e in colonna tutti quanti, si apre uno spazio. Io tengo aperta la biblioteca, anche se per questo i soldi non ci sono, non fa niente, e dico ad un gruppo di studenti: “Se volete organizzare liberamente il vostro studio, il vostro essere scuola, c’è uno che vi dà le condizioni, che vi tiene aperto uno spazio tendente alla vostra organizzazione, alla vostra libertà”. Quindi c’è la cura di un contesto e contemporaneamente un passo indietro, rispetto al fatto che ci possa essere un gruppo che liberamente si organizza e coopera.

Anche questo non è scontato nell’istituzione scolastica statale e infatti lo si ottiene spesso “fuori tempo e fuori luogo”, fuori dall’aula e dall’orario normale, comunque ai margini della sua logica competitiva e trasmissiva, di stampo autoritario. Nonostante il grande progetto della Costituzione italiana parli di una scuola pubblica statale come scuola di tutti, gratuita, luogo di convivenza civile tra tutte le differenze e leva di crescita delle persone e della società, l’istituzione tende invece a riprodurre l’ordine sociale dato e la sua scala del potere (oltre che se stessa), come dimostra per esempio la mobilità sociale che in Italia quasi non c’è nella scuola e nell’università (8). Ognuno per sé, figlio delle sue appartenenze, in questo viaggio attraverso il logos maschile.

Rispetto a questo, trovo che la prima scommessa, quotidiana, sia quella di allargare le maglie dell’istituzione, per restituire i ragazzi e le ragazze a se stessi, al loro apprendimento e al loro libero riconoscimento della nostra autorità di insegnanti, quando li sappiamo accompagnare nella crescita.

Apertura dell’istituzione alla polis

E infine, ultimamente è stato ristampato Descolarizzare la società (9), che già nel 1971 portava questo pensiero libertario del chiudere le scuole (o meglio queste scuole, così come le conosciamo), perché il problema dell’apprendimento sarebbero queste stesse istituzioni, la loro inadeguatezza ai bisogni della società circostante (10). Non conosco l’intero arco del pensiero di Illich, ma colgo la sconcertante attualità della sua domanda di senso, di una visione che anticipava di quarant’anni la nostra profonda crisi della scuola e dell’università e la necessità del suo superamento, pena essere spazzati via (come sta succedendo) da un nuovo mondo che è già qui. Mentre la polis necessita di ben altro dal mondo della cultura, dell’istruzione e dell’educazione oggi. Necessita di accompagnare liberamente i ragazzi e le ragazze alla propria autonomia, di “parlare tutte le lingue” di una società complessa (11), di ripensare radicalmente ai fondamenti della polis, al nostro patto sociale che è saltato e alla sua nuova tessitura.

E allora, da questo punto di vista, un’esperienza importante è quella di non rimanere chiusi, autoreferenziali, arroccati “nella cittadella della conoscenza”, nel suo potere o mancanza di potere rispetto alla società di oggi (come dire: “Abbiamo già tutto il sapere disponibile, da travasare agli studenti”), ma invece aprire l’istituzione a quella via maestra che è l’incontro, che sono le relazioni sul territorio e in tutte le reti dove si fa la società. Come cantava De André, “saper leggere il libro del mondo” (12) è ancora e sempre la sfida. Perché l’apprendimento si dà in un contesto che è vivo, vitale, aperto. Allora lì sorgono domande, lì nascono incontri, lì fioriscono i fiori che sono i bambini e le bambine, che non sono né vasi da riempire, né creta da plasmare (13).

Note

1) Claude Lanzmann, Shoah, 1985.
2) David Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi 2009.
3) Paolo Jedlowski, Il sapere dell’esperienza, Carocci 2008 (prima edizione Il Saggiatore 1994).
4) Fra tanta produzione “di movimento”, vedi il recente documentario L’amore che non scordo – Storie di comuni maestre (2007), narrazione anche di felicità nel lavoro con i bambini/e (regia di Daniela Ughetta e Manuela Vigorita, scritto con Vita Cosentino e Cristina Mecenero).
5) Vedi il toccante documentario di Vittorio De Seta, Partire dal bambino (trasmesso dalla RAI il 10 aprile 1979), sul lavoro del maestro Mario Lodi con i bambini e le bambine della scuola elementare di Piadena.
6) Vedi il sito http://autoriformagentile.too.it/.
7) Guido Armellini, Il respiro dei bambini, in La terra vista dalla luna n. 1 (febbraio 1995).
8) Vedi, tra i suoi tanti studi sull’argomento, Daniele Checchi, Percorsi scolastici e origini sociali nella scuola italiana, Università degli Studi di Milano, versione 7, novembre 2010 (http://checchi.economia.unimi.it/pdf/61.pdf).
9) Ivan Illich, Descolarizzare la società, Mimesis 2010.
10) Per un confronto, invece, con alcune esperienze attuali di scuole libertarie in Italia e all’estero, vedi Francesco Codello-Irene Stella, Liberi di imparare, Terra Nuova 2011.
11) Edgar Morin, La testa ben fatta, Cortina 2000.
12) Fabrizio De André, Khorakhané, in Anime Salve, 1996.
13) Francesco Codello, Vaso, creta o fiore?, Edizioni La Baronata 2005.

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MATERIALI

Sulla femminilizzazione della scuola – “Le conseguenze di questa sproporzione sono molto gravi”, spiega Barbara Mapelli. “Il messaggio dato, soprattutto ai più piccoli, è che siano solo le donne a prendersi cura di loro. L’educazione viene ancora considerata un’attività femminile, gli uomini se ne sono sempre preoccupati poco. Sarebbe utile che dall’asilo in su gli insegnanti fossero un uomo e una donna. I maschi hanno modi e competenze diverse, ma questo non può che essere un bene” – qui.

Su come donne e uomini vivono l’insegnamento – come maestre e maestri vivono nel loro lavoro quotidiano la femminilizzazione della scuola? L’assenza di uno dei due generi in ambito educativo può nuocere ai bambini? Nascono difficoltà quando nel lavoro e nella relazione educativa si trovano a collaborare insegnante uomo e insegnante donna? Rispondono Donata Glori e Sebastiano Aglieco – qui.

Un omaggio alle maestre – come scrive Marina Boscaino, “la scuola elementare e le maestre – i cui visi ricorrono in tanti testi a loro dedicati, poesie, documenti, fotografie, riproduzioni di manoscritti dalle sapienti e ordinate calligrafie – sono state lo strumento più prezioso per incanalare il cambiamento in binari di civiltà e di crescita etica e civile. Restituire alla memoria le storie private delle donne, delle maestre che hanno accompagnato il mutamento del nostro Paese significa intrecciare con gratitudine la piccola con la grande storia” – qui.

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Elezioni politiche: chi ha vinto e chi ha perso. Anche nel mondo della scuola ci si interroga su chi ha perso e chi ha vinto alle elezioni politiche dei giorni 24 e 25 febbraio. Occorre non farsi ingannare da falsi proclami. Ci aiutano a capirlo Mario Piemontese e Osvaldo Roman. Prima di archiviare il tema elezioni e in attesa del nuovo governo, registriamo alcune proteste per i troppi giorni di scuola persi (quest’anno ai giorni che le scuole hanno perso per ospitare i seggi elettorali bisogna aggiungere quelli persi per ospitare il “concorsone” e, in qualche caso, per le condizioni meteorologiche).

E’ anche tempo di cominciare a porre attenzione ai programmi elettorali dei partiti che hanno vinto queste elezioni, come fa Marina Boscaino:

Il sesto punto del programma sulla scuola del Movimento Cinque Stelle recita: “Risorse dello Stato erogate solo alla scuola pubblica”. Questo ci induce a pensare che, se l’enunciato corrisponderà a provvedimenti concreti, alle scuole paritarie private (il 65% delle quali sono confessionali) potrebbe non essere più destinato alcun finanziamento statale.

I lasciti di Monti e Profumo. Prima di lasciare viale Trastevere il ministro uscente Francesco Profumo celebra la vittoria nella sfida delle iscrizioni on line e trasmette al suo successore l’”Atto d’indirizzo 2013“, in cui indica come priorità per il prossimo Governo ridurre di un anno la durata della scuola (e così liberare risorse per potenziare l’offerta formativa: insomma, fare cassa) e completare l’attuazione del sistema nazionale di valutazione.

Un altro lascito del governo Monti, ce lo comunica Alessandra Ricciardi su Italia Oggi: un decreto che dovrebbe essere pubblicato a giorni che blocca gli aumenti contrattuali dei pubblici dipendenti fino al 2014:

«non si dà luogo, senza possibilità di recupero, alle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014 del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche cosi come individuate ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009 n. 196 e successive modificazioni».

Secondo alcuni si vorrebbe addirittura prolungare il blocco dei contratti fino al 2017. Nel novero del blocco contrattuale ricade anche la scuola. La proroga comporta anche per il 2013 il blocco degli scatti di anzianità di dcoenti, ausiliari e amministrativi, che per gli anni passati sono stati recuperati in sede negoziale tra governo e sindacati:

«Per il medesimo personale non si dà luogo, senza possibilità di recupero, al riconoscimento degli incrementi contrattuali eventualmente previsti a decorrere dall’anno 2011».

Ma non è finita, per gli anni 2013 e 2014 non ci sarà neanche la corresponsione dell’indennità di vacanza contrattuale. Cgil, Cisl e Uil hanno espresso la loro contrarietà e il Pd ha dichiarato che sarebbe un atto improprio da parte di un governo a fine mandato.

Il Ministero dell’Economia venerdì 1 marzo ha diramato una nota in cui precisa che “in merito alle misure di blocco delle progressioni e degli scatti degli stipendi della pubblica amministrazione nulla è stato ancora deciso“. Se ne parlerà al prossimo consiglio dei ministri.

Sul fronte dei precari. Intanto, sempre in tema di retribuzione, 75.000 supplenti sono a stipendio zero da tre mesi, altri attendono ancora la busta paga del 2013, mentre 25.000 incaricati annuali non hanno ricevuto un euro, insieme a quasi 10.000 docenti e Ata che non percepiscono salario da dicembre e perfino da novembre. La causa è la decisone, presa all’interno della spending review, di affidare al Ministero dell’Economia, dal primo gennaio 2013, i pagamenti dei supplenti, togliendo alle scuole il compito di farlo, e il sistema informatico che dovrebbe gestire i pagamenti e che non funziona a dovere, a tutto danno dei lavoratori della scuola.

Nei piani del governo altri colpi per la scuola: i lavoratori della scuola dovrebbero essere esclusi dall’accordo quadro sui contratti a tempo determinato per il quale si sta trattando all’Aran in questi giorni. L’effetto più evidente della decisione è quello della esclusione della scuola dall’applicazione delle disposizioni contenute nella legge 92/12, che regolano la reiterazione dei contratti a termine. Esclusione che si spiega sulla base di due considerazioni. La prima è che la normativa scolastica ha carattere di specialità e ciò la renderebbe impermeabile alla prescrizioni contenute nella normativa generale come quelle della legge 92/12 e del decreto legislativo 368/2001. La seconda è che la Corte di Cassazione (10127/2012) ha stabilito che la reiterazione dei contratti nella scuola non viola la normativa europea, perché è legata ad esigenze temporanee di sostituzione dei dipendenti assenti o comunque non in servizio.

Resta il fatto, però, che queste argomentazioni valgono per le supplenze disposte in organico di fatto, ma non per le supplenze annuali, le quali vengono disposte su cattedre e posti vacanti che potrebbero essere coperti con immissioni in ruolo e, dunque, non per fare fronte ad esigenze temporanee o di sostituzione. Per queste ultime, quindi, la partita resta aperta, tanto è vero che non pochi giudici continuano ad accogliere i ricorsi dei precari ultratriennalisti.

Il Tribunale di Roma condanna il Miur a risarcire 27.000 Euro a un docente per gli scatti non corrisposti durante il periodo di precariato, mentre non si contano addirittura le sentenze “storiche“: 150.385 euro netti più accessori e interessi a un ricorrente: così dispone il giudice del lavoro di Trapani; e poco dopo 169.700 euro di risarcimento ad un precario di elettronica.

E’ più che mai urgente rispondere all’appello dell’Anief e di altre forze politiche e sindacali: è una priorità di stabilizzare i precari, altrimenti lo Stato italiano sarà destinato a sborsare centinaia di milioni di euro per compensare l’abuso dei contratti a tempo determinato. E riguardo ai ricorsi per i criteri adottati per le immissioni in ruolo, si registra una nuova condanna del Miur per lite temeraria.

Tagli, ancora tagli per la scuola. Ma il tema principale in questi giorni nelle scuole è la decurtazione dei finanziamenti per le funzioni strumentali e il fondo d’istituto. Il Ministero comunica la ripartizione, scuola per scuola, degli importi dell’acconto di tale finanziamento e si scoprono tagli del 40% che mettono in difficoltà le scuole nel garantire persino servizi minimi di supplenze, progettualità e sostegno allo studio. La contrazione di queste risorse è dovuta alla scelta, sostenuta da Cisl e Uil, di spostare questi finanziamenti per pagare gli scatti di anzianità degli insegnanti. Insomma, quello che si dà da una parte viene ritolto dall’altra.

E’ difficile dar conto di tutti i tagli, ad esempio quelli dei compensi dei commissari interni agli esami di Stato. In qualche caso i tagli arrivano a situazioni paradossali: ad esempio il “programma per il funzionamento amministrativo-didattico del 2013” alla voce “didattica alunni diversamente abili” prevede “12 euro per alunno“: un euro al mese. A cosa servono questi soldi? Fino ad un paio di anni fa c’erano dei laboratori integrati di informatica o di musica in cui gli alunni con disabilità potevano esprimersi con maggiore facilità. Tutto questo oggi è stato tagliato.

Sono tante le conseguenze limite dei tagli in tutti i settori della scuola e tanti i danni e i disagi da essi provocati. Citiamo un ragazzo disabile di Catania costretto a cambiare scuola perché non riesce ad ottenere un’adeguata assistenza nella sua. E una studentessa sordomuta di 18 anni, iscritta all’istituto Ferrari di Battipaglia, che rischia di non poter fare l’esame di Stato perché la provincia di Salerno non le ha ancora assegnato un operatore specialistico. In qualche caso ci pensano anche su questo tema i tribunali: ad esempio il Tar della Sicilia ha condanna il Miur per inadeguate misure di sostegno allo studio.

Ovvio che in queste condizioni il contributo volontario delle famiglie alle scuole sia diventato obbligatorio, anzi una vera e propria tassa, pena la non erogazione di servizi come documenti di segreteria e utilizzo dei laboratori, uscite didattiche e attività integrative.

E sono tagli anche questi: un’informativa del Miur dice che gli alunni aumentano ma gli organici dei docenti sono fermi al 2011/12: il mantenimento del tetto agli organici rappresenta uno scadimento del servizio offerto alle famiglie.

Il contesto. Diminuisce l’occupazione, soprattutto al Sud, la disoccupazione in un anno aumenta del 22,7%, la disoccupazione giovanile sale al 38,7%, mentre 3 milioni di bimbi e ragazzi italiani sotto i 18 anni sono a rischio di povertà o esclusione sociale. In pratica, uno su tre. In Europa è uno su quattro. Che in percentuale significa il 32,3 contro una media del 27. Livello che colloca l’Italia quasi al pari di Irlanda, Lituania, Ungheria e Croazia. Mentre peggio di noi, nella preoccupante classifica diffusa ieri da Eurostat, solo Bulgaria, Lettonia e Romania, dove quasi la metà dei minori conosce la povertà. E neanche per gli occupati va molto bene: i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)


Io non calpesto il fiore del mondo delle meraviglie di Lucian Blaga (Romania 1895-1961)

Lun, 04/03/2013 - 08:00

 

Eu nu strivesc corola de minuni a lumii

Eu nu strivesc corola de minuni a lumii
şi nu ucid
cu mintea tainele, ce le-ntâlnesc
în calea mea
în flori, în ochi, pe buze ori morminte.
Lumina altora
sugrumă vraja nepătrunsului ascuns
în adâncimi de întuneric,
dar eu,
eu cu lumina mea sporesc a lumii taină -
şi-ntocmai cum cu razele ei albe luna
nu micşorează, ci tremurătoare
măreşte şi mai tare taina nopţii,
aşa îmbogăţesc şi eu întunecata zare
cu largi fiori de sfânt mister
şi tot ce-i neînţeles
se schimbă-n neînţelesuri şi mai mari
sub ochii mei-
căci eu iubesc
şi flori şi ochi şi buze şi morminte.
Io non calpesto il fiore del mondo delle meraviglie

Io non calpesto il fiore del mondo delle meraviglie.

La mia mente non uccide

i misteri che incontro

sulla mia strada,

nei fiori, negli occhi, sulle labbra e nelle tombe.

La luce degli altri

soffoca il bisbiglio di ciò che si nasconde, non esplorato

nelle profondità del buio,

ma io

io, con la mia luce, aumento il segreto del mondo –

come la luna con i suoi raggi bianchi splendenti

non diminuisce, ma intensifica

il mistero della notte.

Io stesso illumino l’orizzonte oscuro

con tremori, grandi tremori di misteri consacrati.

E ciò che non è compreso

diventa ancora più incomprensibile

sotto il mio sguardo

perché io amo

i fiori e gli occhi e le labbra e le tombe.

 

Traduzione,  non dal rumeno,  ma dalla versione inglese,  di Stefanie Golisch)

L’immagine è di Francesco Balsamo


L’Ospite indocile, di Lucianna Argentino

Dom, 03/03/2013 - 12:00

Lucianna Argentino, L’Ospite indocile, Passigli, 2012

Nota di lettura di Annamaria Ferramosca

Ho attraversato questa raccolta accogliendo l’invito abbagliante di Anna Maria Farabbi affacciato nel risvolto di copertina, a verificare i suoi preavvertimenti, puntualmente verificati . Ritrovata quella postura incessante di ascolto sottile, percepita quella restituzione di un canto proveniente dal vuoto che circonda. Ma qui il vuoto appare densissimo, perché giunge dalle asole nella stoffa della vita (e pure nella trama cosmica) i cui bordi, cuciti di parole di poesia, sanno trattenere dalla vertigine. Si tratta dunque della capacità di inseguire plasmare rivitalizzare la parola poetica, che in questo libro è chiaramente dispiegata da una delle più ascoltate poetesse italiane contemporanee.

Scorriamo dunque i volti di questo “indocile ospite”, che come mi scrive Lucianna Argentino in dedica, non è che la nostra stessa vita, sorprendente di rivelazioni – ribellioni. E davvero ci sorprendiamo di fronte all’intreccio tra sguardo indagatore del quotidiano e acuto ascolto delle voci sempre sfuggenti (pure di una Voce suprema in cui l’autrice crede) che stanno dietro le cose, di quell’anima mundi da catturare e tradurre. Ma la traduzione che con smania febbrile Argentino insegue è una visione che possa andare oltre il comune senso della nostra terrestre vicenda, qualcosa di più potente che debordi e ci riempia l’anima anche scompaginandola, facendo intravvedere fuochi che pure lasceranno ancora segni offuscati di domande irrisposte. Per questa ragione la poesia di Lucianna Argentino appare, nella sua levità del dettato, una insolita ma convincente scrittura in cui il desiderio di comunicare la propria tensione e insieme la riflessione filosofica si mescolano trovando un raro equilibrio, che potenzia e addensa la qualità poetica dei testi. Così i versi appaiono intessuti di pensieri metapoetici, per l’inseguimento -consapevole e ostinato- di una parola che limpidamente parli. E infatti il termine “parola”(con i suoi vari sinonimi) si ripete lungo la raccolta, come elemento essenziale di quel bordo d’asola che deve proiettare luci di senso su ogni vuoto. Dove il nasturzio all’ombra della parola evoca la continua rinascita nella comunicazione e le parole avvizziscono a causa delle nostre derive, per la nostra incapacità di allontanare la paura. E pure sia il chiuso esposto alla parola perché soltanto attraverso di essa sarà possibile aprire ogni nostra prigione.

Lo spettacolo di fragilità e anche orrore che per sua “indocile” natura la vita mostra, spinge il poeta verso una viva reazione, che Argentino riconosce in quel suo voler mordere la carne di Dio o lasciarmi mordere, sentendo l’essenza dell’eterno pervadere il tutto, dilatando sulla carta. E’ un dio invocato nel silenzio, per acuire la facoltà dell’ascolto, per affinare fino allo spasimo la scrittura facendola indelebile mentre scrivo per sapere cosa è natura/ e cosa è sostanza e come fa a essere buono/ un frutto o un uomo. Perché la poetessa è convinta che la bellezza si fa scrittura/ e non ne muore, visto che un dio c’è, che rende eterni gli umani in virtù di ciò che di lui si cattura e si riesce a trasferire in segni. Semplici sono le intuizioni-suggestioni da comunicare, semplici e limpide, con quel loro sapore di assoluto , come le risposte che i bambini si fanno alle domande cui gli adulti non sanno rispondere. Perfino Dio si fa indocile, se l’autrice immagina che possa essere lui stesso, a volte, a pregarla con insistenza di ascoltare ciò che sta nascosto e con ancora più obbedienza. Un dio che può anche essere messo a tacere quando più si fanno urgenti le esigenze terrene della cura materna e pure quelle, ineludibili, della scrittura che incessante bussa alle sue dita, per togliere spazio al male</em , per addomesticare la paura.

Emerge una visione vitalissima della funzione del poeta, con la sua tensione sfibrata a percepire i misteriosi fuochi della poesia, farsene incendiare e insieme accogliere il senso effimero dell’esistenza insito in quelle vibrazioni umane di pienezza- gioia, riconoscendone tutta la vanità. E’ quel che viene mirabilmente detto in soli sette versi , con la fulminante chiusa che ci descrive destinati a pestare la vita nel mortaio dei sensi.

La poesia di Lucianna Argentino ha un profilo alto, raggiunto con acuminata sofferenza. E’ un continuo riportare –rapportare la vita alla necessità sacrale della scrittura. La poetessa esprime tutta la propria fatica fàtica (del dire) nominando gli oggetti vivi della sua attenzione, tutte le varie categorie di ultimi, come i braccati nelle selve cittadine, destinatarie di una sorta di vangelo poetico, anch’esso portatore di riscatto. L’interlocutore non è mai un” tu”, piuttosto un “noi” di profondissima partecipazione, o spesso un sé, sempre con il noi coincidente. Una sé stessa, per esempio, evocata nel tempo puro dell’infanzia, bambina che cerca la sua via tra sassolini e terra nelle scarpe, oppure adulta, che avanza l’ipotesi – perturbante ma verosimile come un déja vu- di sentirsi a volte non se stessa, ma un’altra più simile a me di me, che le contende la parola. Il soggetto che riflette evoca indica, anche quando si coniuga umilmente in terza persona singolare, è però riconoscibile: è lei che scrive, che è anche tutte le donne scriventi, che cavalca metafore, costeggia i territori dove la parola ama sostare e nascondersi, si ferma disorientata ad interrogarsi, ritratto inquieto di ogni poeta di fronte all’ineffabile.

L’ipotesi che Argentino sembra azzardare sul senso dell’esistere è nel figurarsi gli umani come creature sacrificali offerte a perpetuare l’infinito ciclo della creazione. Anelli di una catena destinata, che sembra coincidere con l’antica spirale incisa nella roccia nei tempi lontanissimi della grande dea madre, archetipo che a tratti risale dall’inconscio lasciando chiare orme nei versi .

Sono pagine , queste, che a fine lettura lasciano la sensazione di un’efficacia felice della poesia, che accade quando essa si fa densa interrogazione, sguardo umano compassionevole. Nei sei versi di “Non è che l’ombra del silenzio” -soltanto sei, per la densità racchiusa in testi brevissimi che è sua cifra originale – Lucianna Argentino sembra proferire dichiarazione di poetica: la sua scrittura come energia destinata, ricerca nutrita dell’humus della vita, volta a tradurre il suo mistero. L’autrice è consapevole che la propria ricerca non può che svolgersi nelle tre direzioni del silenzio, dell’ascolto puro dell’infanzia, dell’incontro. E’ questa la triade che più approssima alla verità, uno stare nella vita e nella poesia condensato in quel sapientissimo verso: il nostro stare separati e contigui . E al lettore non importa sapere se l’autrice riconduce l’inconoscibile, la voce che mai tace, al divino di cui pure è convinta. Al lettore, chiunque esso sia e ovunque si trovi nel mondo, preme di più conoscere il percorso che dal flusso vitale conduce alla pacificazione, alla tensione armonica che governa il tutto, da raggiungere e custodire perché -vogliamo crederlo – sempre volta a limitare il male, rendendo sinottici dolore e gaudio.

14 febbraio 2012

***

Non so quale felicità avremmo vissuto,

o quale guancia avremmo offerto all’offesa

se felicità c’è stata, se c’è stata offesa.

Così lo scrivo, ne faccio segno,

per capire come si spiega l’albero la potatura,

il papavero lo strappo

i bambini il tempo e lo spazio:

- dove va la notte quando è giorno?

- mezz’ora è tanto o poco?

O come si spiega il vuoto degli esseri

che ci stanno accanto come un’assenza

o il senso irsuto della vita,

il suo difficile che diventa facile

quando cominci ad amare.

***

E’ d’altra specie

e sente in fiamme lente

ardere lo squarcio

sente il costato aperto

e sano l’osso

a pestare la vita

nel mortaio dei sensi.

***

Non è che l’ombra del silenzio

questa parola che irrompe

e sgorga necessaria come tutto il bene

che in questo momento è compiuto

nel basso della terra

e si misura ad altezza d’uomo.

***

Prossimi al mio dire

quelli battezzati con la terra,

rivestiti della grazia delle zolle,

braccati nelle selve cittadine,

entro radure di pestilenze umane,

di ossa rotte, di fracassate speranze.

Prossimi al mio dire

quelli senza peso, senza giusta misura

predestinati all’indeterminazione,

cause efficienti della frazione del pane.

***

Arrivarono le campane

a siglare l’inizio di maggio

e poi di nuovo la buona stagione

a sciorinare pistilli e spore

nei parchi allevati dall’infanzia

a ciuffi d’erba e pinoli

a sassolini e terra nelle scarpe

e formiche e luce tra i capelli.

***

Dammi un parlare buono

quanto il silenzio a fiotti

dal sonno di un bambino

su cui s’inarca il buio

nel tentativo di farsi luce di costola

arco sotto cui scorre

il nostro stare separati e contigui.

***

Curva sul lavello stava la madre

le clavicole serrate, custodi di un pensiero

che dentro le faceva eco

ma come da un’altra voce.

E una pena da lei mi arrivava

simile a chi vuole limitare il male

rendendo sinottici il dolore e il gaudio.


Sette libri di poesia

Dom, 03/03/2013 - 08:00

Cavalli-Marcoaldi-Formiconi-Torino-Carrozzo-Forlani-Agrati

di Max Ponte

Ho ripreso le mie letture poetiche. Tanto per essere simpatico vi avviso che per le sviolinate potete rivolgervi ad altri blog o contattare un recensore a gettoni. Due autori nella puntata precedente hanno chiesto alla redazione “la rimozione del tag”, una sortita che mi è parsa così commovente da farmi sentire a contatto con bambini delle scuole elementari (ma delle classi prime, non certo delle quinte).
Ora però dobbiamo iniziare. Lo farei con un progetto che ho scoperto nel corso di un’incursione in libreria. Si tratta di Al cuore fa bene far le scale di Patrizia Cavalli e Diana Tejera (Voland), una pubblicazione che comprende un libro + cd allegato. Titolo azzeccato, bella copertina con microfono in vista, introduzione di richiamo: Uno straordinario incontro tra la musica pop e la poesia contemporanea. Dopodiché al termine dei primi due brani avrete voglia di accendere la radio per dimenticare. L’unico pezzo ascoltabile è quello che battezza il libro. “Al cuore/fa bene far le scale/al cuore/fa bene far le scale/ al cuore/ma se non fa le scale/al cuore/fa bene far l’amore/il cuore/qualcosa deve fare/che altrimenti muore/sì muore sì muore/il cuore”. Per il resto l’esperimento pare poco riuscito, la musica schiaccia la poesia senza farla respirare. Avrei voluto sentire le due realtà dialogare, alternarsi, invece ha prevalso una dubbia interpretazione musicale.
Per restare nello scaffale degli editori più blasonati passiamo a La Trappola di Franco Marcoaldi (Einaudi). A mio avviso un’ottima lettura, una poesia che mette in guardia il lettore contro le trappole della vita. L’esperienza esistenziale dell’autore costruisce uno sfondo etico, il che è una rarità assoluta. Il testo scorre senza attriti sulla pagina e lascia grandi margini di riflessione al lettore. “Anch’io sono finito in trappola,/ma a differenza del topo/o del coniglio è una trappola/che ho costruito io, con le mie mani./È a mia misura, della taglia giusta,/dipinta nei miei colori preferiti:/una confortevole gabbietta/dove posso avvitarmi nei pensieri/più alti stolti ignobili squisiti”.
Contrasti di Claudia Formiconi (Bastogi) è il libro di esordio di una poetessa che si confronta con la poesia erotica. Un obiettivo non facile e che forse andava esplicitato nel titolo. Comunque l’intento della Formiconi riesce in alcuni punti a realizzarsi con versi come “Bacche rosse cingeranno il mio corpo/passo falcato, sguardo deciso/chi inanellerà i miei capelli con rovi di more?” oppure con la lirica che esordisce con “Le dune mie sorelle carnali, le amo”. Mentre laddove si parla di “anima” o di “Venere” siamo in vitigni meno pregiati. Il nesso piacere-morte getta poi un’ombra lugubre sulla passionalità cantata, ma ciò rientra evidentemente nel percorso poetico dell’autrice.
Scompensi e altre catastrofi di Simone Torino (Edizioni Forme Libere), da quello che mi è parso di capire, è il caso raro di un esordiente che non ha pagato per essere pubblicato. Certo si poteva fare di più a livello tipografico anche in relazione al costo (10 euro) ma non si può avere tutto. Comunque passiamo all’autore. Simone Torino è un promettente poeta e perfomer originario della Valle D’Aosta, che trovo sia molto più piacevole da ascoltare (avendolo seguito durante un poetry slam dal quale è uscito vittorioso) che da leggere. Avrei unito a questo libro un cd. Il testo infatti pare molto più versato all’oralità che alla parola scritta. Fra i brani più godibili riporterei Io preferisco le ortiche (cicabùn) che pare ispirarsi ad un celebre brano di Jacques Dutronc: “Cactus./Spinoso./Ècciu./Mècciu./Pìcciu./Grasso:/succhia l’acqua, nò!/Ti tocco,/mi pungi./Che male, ahia./Non posso baciarti/vorrei baciarti,/ma non posso baciarti.(…)
Di bellezza non si pecca eppure di Marthia Carrozzo (Kurumuny) è un piccolo capolavoro, già a partire dalla veste grafica e dal formato. Marthia Carrozzo ha trovato il ritmo giusto, il verso pulito, essenziale, ben cesellato, che va a segnare la memoria del lettore. Un canto in tre movimenti che ha come protagonista Idrusa. Amore e desiderio e battaglia i temi uniti in un confronto che vede come veicolo marino il corpo. “Sarà di schiena, per tastarti, farti abisso./Saperti liquido negli occhi spesi al largo./Farmi polena nella cala dei tuoi fianchi./Prua alle tue pelvi, sporti entrambi sul salpare.” Che aggiungere? Sì, una cosa che forse non c’entra nulla con l’opera (o forse sì): Marthia Carrozzo, uno pseudonimo renderebbe cesellato e memorabile anche il tuo (cog)nome, pensaci!
Il peso del Ciao di Francesco Forlani (L’arcolaio) è l’ultima fatica poetica del noto scrittore poeta e performer originario di Caserta. Forlani apre la sua raccolta con un gruppo di poesie in quello che chiamerei “forlanese”, cioè un linguaggio franconapoletano da lui sintetizzato, molto divertente soprattutto se ascoltato dalla viva voce dell’autore. Il “forlanese” lasciato al lettore è invece molto più rischioso. ”Sitte sitte facimme, sitte sitte/Que personne ne puisse entendre nos lèvres/A lingua emmocca e’ vase a’ schiocche a’ schiocche/On dirait une fièvre une maladie, un attrape-bouches”. Comunque gran parte delle liriche è in italiano (non temete) e Forlani, instancabile nella scrittura e negli eventi, si distingue come sempre per la sua capacità di portare buone vibrazioni e non cedere alla gravità del nostro tempo. “Mi dici che il tempo è quello di andare/e non lasciarsi nulla che non abbia un peso /tra il ragionevole e il costante, come se /più facile è il guado più si salva la pelle”.
Nessuno ripara la rotta di Paolo Agrati (La Vita Felice) è infine l’ultima opera che andiamo ad analizzare. Agrati lascia trasparire nella parola scritta (e se ben ricordo a differenza dei suoi interventi nel poetry slam che mi paiono di segno diverso) un certo “male di vivere”. E prima ancora di questo la volontà netta di essere poeta, o forse il sotterraneo timore, alla prova editoriale, di poter non esserlo. Ecco chiariamo (se mai ce ne fosse bisogno) che Agrati è poeta senza se e senza ma, ha talento e ha tutti i numeri per distinguersi. Dopodiché mi aspettavo, forse anche avendo conosciuto l’autore, che i suoi versi avessero una veste più ludica e ironica. La lettura è stata comunque apprezzata. Mi ha toccato il momento in cui il poeta immagina la sua morte. “Mangiate pasta e fagioli/alla salute di un’altra anima che balla/e bevete vino buono, vi prego./Voi non fatelo invece. /Raccontatevi qualcosa intorno alla mia pietra/E trovate la maniera di fare all’amore, la sera./Ovunque voi siate.

Siamo giunti al termine, vi saluto e vi ripeto: se vi serve un recensore a gettoni avete sbagliato blog. Se invece ci tenete ad avere un mio (discutibile) parere sulle vostre opere contattatemi e mandatemi la vostra opera. La mia mail è pontemx@gmail.com. I miei più alfanumerici saluti, Max Ponte.


49. Altrimenti

Sab, 02/03/2013 - 16:00

da qui

E’ un po’ che ci rifletti: l’autobiografia ti costringe a concentrarti su di te, a scrutare i movimenti del cuore e della mente, l’anima, come si diceva nel linguaggio di una volta. E’ giusto, pensi: ricordi ancora quel ragazzo, nel ritiro all’eremo di Spello, un numero imprecisato di anni fa, che ti mostrò il quaderno in cui si poneva la domanda: Chi sono io? Ti colpì immediatamente, anche se l’effetto fu esiziale, là per là: intuivi la fatica indispensabile per dare una risposta dignitosa. Si affacciava alla coscienza la griglia dei tuoi impegni e dei tuoi ruoli, o tutt’al più i tratti essenziali della personalità. Non avresti immaginato, allora, che l’essere si spiega con l’Essere, e che solo al contatto con la Storia la tua storia avrebbe avuto un senso. E’ l’intreccio dei progetti e delle volontà che dà spessore all’esistenza: ma quanto ci hai messo per capirlo! Ti viene un dubbio: se è vero che per partire è necessario cominciare da se stessi, e il viaggio è possibile solo se ha inizio da un punto qualsiasi della tua esperienza, non è altrettanto vero che la volontà di Dio fa uscire da sé, ti getta nella mischia, nel fuoco e nella polvere della battaglia, sconvolgendo i confini fra il tuo io e i mille tu con i quali spartisci lo stress della trincea, i volti della gente che cerca qualcosa dalla vita e non s’adatta a trascinarsela dietro come una carcassa logora anzitempo? E che senso può avere continuare a registrare il tracciato del battito cardiaco, l’attività frenetica del tuo cervello, se il nocciolo della questione è trasportare al di là della sottile linea rossa un io che fa di tutto per non cedere all’altro il proprio spazio? Forse la risposta si nasconde nel buco in cui sei stato costretto a rifugiarti, durante i dopopranzi, per non esporti al freddo del salone dove ti apri al mondo dei bisogni altrui, ascolti la lista interminabile dei dolori e dei conflitti, le sfide caparbie, un corpo a corpo sulle rive dello Jabbok, dove Giacobbe, alla fine dello scontro, si chiamerà Israele perché ha lottato col suo Dio e, dicono, ha vinto. Per aprirti nel salotto, attraversato dal freddo dell’inverno, dal gelo delle incomprensioni, dalle ferite profonde delle inimicizie, devi accettare di rinchiuderti qui, davanti al Cristo che ti guarda fra l’attaccapanni e l’icona della Madonna col bambino, che sembra sussurrarti: stringo anche te, altrimenti, caro mio, non ce la fai.


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