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i miei libri


Sangue del suo sangue
Nottetempo - Roma - 2011 - pp.344
Euro 16,50 - ISBN 88-74522-84-3
Collana Narrativa

Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi
Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"

Auroralia
un'antologia a cura di Gaja Cenciarelli intorno a una immagine di Jerry Uelsmann
Editrice ZONA - Arezzo - 2009 - pp.100
Euro 11 - ISBN 978-88-6438-036-0



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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Aggiornato: 52 min 15 sec fa

68. Come sai

Mar, 09/04/2013 - 15:00

da qui

Cos’ha questa città più di ogni altra? Basta affacciarsi da un ponte qualunque per capirlo. Da qui, per esempio, s’intuisce come acqua, terra e cielo formino una cosa sola, un quadro di fronte al quale non puoi non incantarti. Tu, poi, figurati! passeresti giorni a distinguere i colori dei palazzi, le sfumature verdi e azzurre del canale, la cupola che spunta laggiù, dietro le tegole rosse dei tetti punteggiati di camini. I vaporetti arrancano, come se tutta la fatica per mandare avanti il mondo fosse loro; si capisce dai turisti che si affacciano, avvolti in camicie colorate, al corrimano; dall’anziana che si sporge cautamente alla finestra intasata di gerani; dal barcone che dondola lento, coi pneumatici agganciati a intervalli regolari lungo le fiancate, per proteggerle dagli urti. Qui non riconosci solo gli strati del paesaggio: l’acqua densa e scura del canale, le fondamenta delle case, tappezzate di muschio, i piani scanditi dai vasi di fiori e le cornici alle finestre, ma anche gli strati del tempo: la volta che sei venuto per il concorso da ricercatore, per esempio; pensavi che fosse per titoli e invece era una prova scritta sul Boccaccio, che affrontasti con la certezza che fosse già tutto programmato, vinti e vincitori; ma a te cosa importava? Eri qui, senza una lira, perché il magro capitale s’erano estinto per pagare il parcheggio di Piazzale Roma. Non restava che telefonare a lui, don Mario, che sarebbe accorso come sempre, e tutto si sarebbe concluso allegramente nella cena in un locale a cielo aperto, agli Schiavoni. Ci sei tornato da prete, col tuo braccio destro, l’amico che non t’ha mai tradito: l’avete girata in lungo e in largo, per catturarne l’anima; ci sei riuscito, pensi, anche se alla fine avevi piedi e gambe anchilosati. Ma Venezia è anche il sogno di ritrovare gli strati perduti della vita, un viaggio in cui riscatti, in una volta, tutto il tempo perduto; con la nona di Mahler alla Fenice, una notte intera a sentire Anima Christi di Frisina, attraversando le età della memoria con leggeri spostamenti dal tavolo al divano, dal tappeto al letto che dà sulla facciata di case rossastre dalle inferriate bianche, mentre ti chiedi cosa fare degli oggetti sparsi un po’ dovunque in cerca di padrone: una macchina per scrivere, un forno a microonde, una penna stilografica arancione. Solo adesso ti accorgi che Venezia, più che una città, è un deposito di segni che parlano sempre di qualcuno, che ogni strato dell’anima t’invita a ritornare qui, per ritrovare le colonne tortili dell’Hotel Tre Archi, le facciate mezzo scorticate di San Giobbe a Cannaregio, o la sagoma triste, surreale, del Ponte della Libertà, che divide in parti uguali la tua storia: di là un passato di speranze e delusioni; di qui un Progetto che non può fallire, come sai.


I LIBRI DEGLI ALTRI n.35: Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, “Ora-mai”

Mar, 09/04/2013 - 11:00

Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, Ora-mai, Prato, Claudio Martini, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Per Gabriele Lastrucci, nel suo breve ma intenso poemetto di circumnavigazione poetica del mondo, Ora-mai è in realtà qualcosa che vorrebbe scandire i tempi di ciò che avverrà per sempre. Scritto in tre tempi – una stesura più ampia, ancora incompiuta, i cui scarti e i lacerti obliqui fanno da pendant alla versione definitiva e poi compiutamente prosciugata nella scrittura e nei temi – è la storia ritmata di come un poeta si possa costringere alla poesia a forza di trovare in essa le sole possibili ragioni per vivere. Nel testo lirico più significativo dell’opera, La Rosa-Murante, l’apertura verso il mondo si rovescia nella necessità di conformarne la verità attraverso l’olocausto programmatico della parola che la mostra nella sua realtà di operazione di conoscenza dell’Io.

«Nero Ago d’Albore. // Noi : ch’è Sacra-Follia: Febbre / del nostro Santo – / Bruciare. // Mio-Male-d’ Estasi / Colmo d’Insondabile – (Tuo) Nudore, / Beato-d’-Inferno, Nascente – / Lacrima che guarisce, d’Istante – / l’Eterno. // S’alba d’Ora la notte. // Perso, nel m-io, / bruciante, / te. // Mente Tutto Sboccia / in un’Ellissi / d’Infinito» (p. 12).

Lastrucci si consuma nella ricerca di una poesia che sia del tutto pura, assoluta, “murata” nella sua medesimezza e cerca di sconfiggere, con il rigore del verso, l’angoscia e la febbre esistenziale che nascono soprattutto dalla sua impossibilità a esprimere quello che altrimenti rimarrebbe confuso nel magma delle parole-emozioni che esplodono all’interno della sua gabbia linguistica. Ora-mai è, quindi, un quasi-sempre, una condizione poetica che si affranca dal dolore di vivere per approdare al fiorente giardino circondato di parole in cui è possibile trovare risposta ai suoi interrogativi tanto consunti quanto continuamente evitati.

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

 


Provocazione in forma d’apologo 242

Mar, 09/04/2013 - 07:00

Dopo il mio ennesimo libro di cui pochi si sono accorti (e quei pochi non entusiasmandosene), mio nipote mi ha chiesto: “Zio, perché, in gamba come sei, non riesci a sfondare?”.

“Vedi,” gli ho risposto “come di sicuro avrai letto da molte parti, e come ti sarai già accorto di persona, la vita è un libro.
Alcuni capitoli sono appassionanti e ben messi in pulito: basterebbe copiare. A me è capitato di trovarmi addirittura in mezzo a storie in cui bambole di porcellana ti buttano le braccia al collo e poi tentano di strozzarti con le loro manine dalla forza diabolica. Certo che per copiare, ossia scriverne, ci vuole un bello stomaco. Come riuscire a farlo senza portare alla luce ciò che gli interessati si sforzano in ogni maniera di tenere nell’ombra, per continuare a vivere un’esistenza in qualche modo normale? La nostra famiglia medesima ha i suoi segreti, magari da poco e tuttavia di quel piccante che va di moda in quest’epoca disgraziata, da cui uno scrivano con pochi scrupoli saprebbe assicurarsi non dico la gloria, ma almeno la vecchiaia. Però, a quali costi? D’altra parte, aspettare la morte di tutti i personaggi in carne ed ossa prima di trasformarli in personaggi di carta potrebbe rappresentare un’alternativa quasi onorevole, ma richiederebbe una gran pazienza e un’ancor più grande salute, ed io non ho né l’una né l’altra.
Tuttavia i capitoli appassionanti e ben messi in pulito, che basterebbe copiare, non rappresentano che una piccola parte dell’opera. Il resto è un guazzabuglio irritante. Proprio quel rovescio dello splendido tappeto il cui dritto non ci riesce mai di vedere del quale ho parlato e scritto tante volte. Peraltro il più delle volte si è trattato di un’immagine stanca, a cui io stesso, mentre la evocavo, credevo e non credevo ad un tempo.
In breve, il libro della vita verrebbe quasi sempre voglia di sbatterlo contro il muro, di farlo volare dalla finestra; però poi, se si è soggetti all’imperio della scrittura, si finisce per scendere a patti, e per far sentire il proprio altero dissenso ci si limita a comportarsi come redattori e censori, lavorando di matita blu e di forbici, soprattutto di forbici.
Io appunto ho seguito questa via. Nei miei versi ho scorciato, opportunamente mischiandoli, dei fogli d’album di famiglia: riproducenti ciò che non esiste, l’istante cui si dice “Férmati”, e al quale solo la poesia può conferire una certa speciale realtà.
Insomma, ho cercato di chiudere la vita nella stretta delle mie parole; ma quando la vita ha cercato di stringere me, mi sono tirato indietro, temendo di dover subire o infliggere un alito pesante – No, questo non è vero: qualche goffo abbraccio ce lo siamo scambiato, ma pure di questo, soprattutto di questo non mi andava e non mi va di parlare. Pudore o avarizia? E chi lo sa, magari entrambi.
In ogni caso, quando la gente capisce che stai cercando d’insegnare a vivere alla vita, giustamente non te lo perdona, e quando va bene ti maltratta, quando invece va male ti lascia a marcire nel tuo brodo.”
Mio nipote mi ha lasciato finire la mia tirata, poi sorridendo mi ha chiesto: “E allora, tutti i libri che mi hai messo in mano da quando sapevo appena compitare qualche lettera? Opera di scrivani con pochi scrupoli o di redattori e censori anche quelli?”
“Figlio mio, eccolo il punto; sei tu che sei in gamba, farai strada, spero in tutt’altro campo. Ebbene, esiste una terza possibilità: la via che ai più non si mostra, o se si mostra viene ignorata; che per i grandi è chiara e aperta sempre; e che per quelli come me è simile a una vaga speranza, che appare e scompare a seconda dei momenti e degli estri.”


Vivalascuola. L’istruzione modello CL

Lun, 08/04/2013 - 11:00

Clericalismo è tutto fuorché qualcosa di religioso, perché è il ricatto, è il profitto sulla religione” (padre Giulio Bevilacqua)

Mentre la scuola pubblica viene privata delle più elementari risorse, prospera con fondi e privati e pubblici una scuola privata dove vige l’omologazione culturale e l’autoritarismo pedagogico; una scuola fortemente caratterizzata ideologicamente; che prevede distinte una scuola per poveri e una scuola per ricchi; la scuola della “chiamata diretta” e del “buono scuola” come forma di finanziamento pubblico indiretto: una scuola che nulla ha a che vedere con la scuola della Costituzione. Di questo modello di scuola proponiamo una analisi in questo articolo uscito sul n. 14 della rivista «Gli Asini». E invitiamo i lettori a due firme: una alla petizione proposta dall’Associazione Nonunodimeno per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione Lombardia; una all’appello “Bologna riguarda l’Italia” del Comitato Art. 33 per il voto a favore dell’abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole private nel referendum bolognese del 26 maggio.

L’educazione con Comunione e Liberazione
di Giorgio Morale

La scuola di mamma e papà

«La Zolla è un esempio di scuola cattolica che ha fatto proprio il principio di sussidiarietà, applicato quando ancora nessuno conosceva la parola: mamma e papà, insieme, hanno cercato insegnanti ed aule per costruire insieme una scuola ed hanno lottato per il suo riconoscimento pubblico».

Queste parole «semplici» e rassicuranti sul sito de La Zolla sono una buona introduzione alla scuola di CL (Comunione e Liberazione): a monte di esse c’è la parola del fondatore don Luigi Giussani, a valle quella pratica di CL-CDO (Compagnia delle Opere) oggi ben nota in Lombardia: la costituzione di un sistema che garantisce – attraverso l’occupazione dei centri del potere politico e un far lobby che coinvolge associazioni, imprese, banche – la conquista di una posizione egemonica nei vari settori.

Don Giussani era consapevole della centralità dell’istruzione, famoso il suo «mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare», perché «L’idea fondamentale di una educazione rivolta ai giovani è il fatto che attraverso di essi si ricostruisce una società; perciò il grande problema della società è innanzitutto educare i giovani (il contrario di quel che avviene adesso)» (Luigi Giussani, Il rischio educativo, p. 15). «La vera educazione» diceva «deve essere un’educazione alla critica». L’argomentazione di don Giussani prosegue sostenendo che educazione è «introduzione alla realtà» e che «per educare occorre proporre adeguatamente il passato», il quale «può essere proposto ai giovani solo se è presentato dentro un vissuto presente».

Il passato da proporre e che può costituire un criterio contro lo sbaraglio prodotto dalla mentalità laicistica, contro lo scetticismo e il neutralismo che appiattiscono ogni valore è «un’esperienza che è l’esito di un lungo passato: duemila anni»: l’esperienza cristiana. E qui entrano in campo mamma e papà: «La lealtà con l’origine occorre sia innanzitutto dei genitori». Sono loro a dare la vita e ad aiutare a crescere, e perciò a dover assumersi una responsabilità e ad esercitare un richiamo che inserisca i figli nella «realtà totale» che discende dalla continuità con quella tradizione e dalla coerenza con essa. Alla loro autorità considerata «naturale» i figli devono rispondere con una soggezione affascinata e inevitabile.

Il richiamo all’esperienza cristiana in cui i genitori cristiani educano i figli è valorizzato «al massimo nella Chiesa». Solo una scuola da essa ispirata può «creare coscienze veramente aperte, e spiriti veramente liberi», poiché la critica per non agitarsi a vuoto deve essere esercitata all’interno di una tradizione e nell’obbedienza a una autorità. Autorità che dalla Chiesa e dalla famiglia passa alla scuola, «prosecuzione e sviluppo dell’educazione data dalla famiglia». Presupporre nel giovane una libera facoltà di scelta del meglio e maturità di giudizio è «metodo diseducativo per eccellenza» che «genera solo irrazionalismo e anarchismo». Insomma, dalla educazione come educazione alla critica siamo approdati alla scuola come esercizio di un’autorità e trasmissione di un’ideologia.

Sussidiarietà, per una scuola tutta per sé
Ecco perché mamma e papà ciellini devono farsi una scuola tutta per sé. Come dice Giorgio Vittadini, fondatore e presidente fino al 2003 della CDO, nonché fondatore della Fondazione per la Sussidiarietà e della Fondazione Meeting per l’amicizia tra i popoli (Meeting di Rimini), «lo statalismo, il centralismo… uccide l’autonomia, la creatività e la libertà nella scuola statale. Bisogna avere il coraggio di valorizzare l’autonomia nella scuola pubblica e le scuole libere» (ilsussidiario.net, 12/5/2012).

Secondo la formulazione di Onorato Grassi, ciellino doc e consigliere dell’Istituto Sacro Cuore, «l’autonomia costituisce il principio strutturale dell’esercizio della libertà nella società, così come la sussidiarietà ne rappresenta il principio funzionale». Per Grassi la «scuola tutta per sé» realizza quattro modelli:

«I. Modello efficientista. La scuola libera funziona meglio delle altre… II. Modello morale… È una scuola “sicura sotto l’aspetto morale”… III. Modello sociale. La scuola nasce come risposta ad un bisogno sociale… IV. Modello culturale. È quello di scuole che si fondano su una proposta educativa e culturale e tendono sia alla crescita intellettuale e morale dell’alunno, sia alla verifica e all’attualizzazione di una tradizione culturale cui si richiamano» (ilsussidiario.net, 3/3/2012).

Sono ispirate a questo modello le scuole private associate alla FOE (Federazione Opere Educative) della CDO. Esse sono in Italia oltre 400, di cui circa 120 in Lombardia: l’elenco completo si può visionare sul sito http://www.foe.it. Proviamo a vederne qualcuna: l’Istituto Sacro Cuore, di cui è presidente l’avv. Paolo Sciumè, consigliere in Mediolanum Assicurazioni e Mediolanum Banca di Silvio Berlusconi, imputato nel crac Parmalat e per riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino. L’Istituto è gestito dal 1984 dalla Fondazione Sacro Cuore della Fraternità di Comunione e Liberazione.

L’Istituto, che comprende dalla scuola dell’infanzia ai licei, offre servizi che qualsiasi scuola pubblica vorrebbe poter offrire ai propri studenti: gli alunni del liceo possono fermarsi a studiare a scuola di pomeriggio usufruendo di aule di studio con la presenza di un insegnante; un giorno la settimana sono attivati corsi di musica; la Polisportiva permette di svolgere attività anche agonistiche; tutti i pomeriggi gli studenti del liceo possono disporre di tre laboratori multimediali.

Che una tale scuola esista non costituisce un problema, secondo la Costituzione «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato» (art. 33), il problema nasce quando, in base al servizio svolto, la scuola «tutta per sé» chiede allo Stato di sostenere con denaro pubblico quei genitori che «scegliendo per i propri figli una scuola non istituita dallo Stato, si trovano costrette a sostenere un costo economico supplementare» (sito dell‘Istituto Sacro Cuore).

Ed è solo l’inizio
In Italia è stato Luigi Berlinguer, ministro dell’Istruzione nel primo governo Prodi, ad aprire con due decreti (261/98 e 27/99) la via della parificazione tra scuola statale e scuola privata, con la motivazione che entrambe svolgono una funzione pubblica: «La scuola è “pubblica” per la funzione che svolge, non per il soggetto che la gestisce» approva Onorato Grassi (ilsussidiario.net, 19/5/2012). E’ stato poi il secondo governo D’Alema con la legge 62/2000 a estendere alle scuole paritarie le esenzioni fiscali previste per gli enti senza fine di lucro, a istituire i buoni scuola come contributi destinati alle famiglie a parziale copertura delle spese scolastiche e ad aumentare i finanziamenti per le scuole parificate.

Il decreto 27/2005 del ministro Moratti ha garantito ulteriori vantaggi alle scuole private, trasformando i contributi in «partecipazione alle spese», aumentando i finanziamenti e abbassando da 10 a 8 il numero minimo di studenti per classe necessario alle scuole private per ottenere l’accesso ai contributi. Il governo Berlusconi ha ancora aumentato il fondo per il buono scuola concesso a prescindere dal reddito.

Per certi teorici del principio di sussidiarietà, ciò è solo il primo passo verso un totale arretramento dello Stato la cui gestione in proprio di servizi viene considerata una illegittima ingerenza negli affari della persona. Mentre alcuni sostenitori della sussidiarietà infatti concepiscono lo Stato come gestore e regolatore del sistema, altri sostengono, come diceva Pio XI nella Quadragesimo Anno (1931), che «è necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad assemblee minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minore importanza». Insomma, lo Stato si faccia da parte e pensi solo a pagare.

Il «buono scuola» per i ricchi
In Italia i contributi statali per i buoni scuola sono cumulabili a quelli regionali, difatti in Lombardia dal 2001 è operativo il «buono scuola» poi ri-denominato «dote per la libertà di scelta». Le condizioni per ottenere il buono sono stabilite in modo da avvantaggiare le famiglie che iscrivono i figli alle scuole privateche applicano una retta d’iscrizione e frequenza»). Infatti la famiglia che iscrive un figlio a una scuola statale per usufruire del buono deve avere un ISEE inferiore o uguale a euro 15.458 e può ottenere un contributo massimo di 140 euro. La famiglia che iscrive un figlio a una scuola privata deve avere un Indicatore reddituale inferiore o uguale a 30.000 euro e può ottenere un contributo fino a un massimo di 1.450 euro. Da notare che l’Indicatore reddituale richiesto per chi iscrive il figlio a una scuola privata, calcolato secondo un meccanismo inventato ad hoc, «considera soltanto la composizione e il reddito del nucleo familiare, ma non il patrimonio mobiliare, né quello immobiliare» (Rapporto sul buono scuola 2009 del gruppo consiliare regionale di Rifondazione Comunista).

Il risultato è che oltre 4.000 beneficiari del buono scuola dichiarano al fisco un reddito tra 100.000 e 200.000 euro annui e che alcuni risultano residenti in zone prestigiose e costose, come a Milano in Galleria Vittorio Emanuele o via Manzoni. Nell’anno 2008-2009, secondo il Rapporto, al 9% degli studenti iscritti alle scuole private è andato l’80% dei fondi per il diritto allo studio, e tra queste la parte del leone spetta alle scuole associate alla CDO. In quell’anno il citato Istituto Sacro Cuore figura al primo posto per l’entità dei contributi andati ai suoi studenti con un finanziamento di 788.893,56 euro.

La scuola per i poveri: il business della formazione professionale
Passiamo a un altro ordine di scuola. CL ha intuito prima di altri che la formazione professionale poteva costituire un business. Quasi un ventennio di presidenza Formigoni ha realizzato una pressoché totale identificazione fra CL-CDO e strutture regionali e ha permesso agli enti formativi legati a CL di prosperare. Lo strumento principe è stato l’istituzione della «dote scuola» con la Legge Regionale 6/8/2007, n. 19. La «dote» è una disponibilità economica virtuale che il cittadino lombardo può spendere presso qualsiasi ente formativo accreditato per accedere a servizi di istruzione (dote scuola: 4.550 euro annui per un allievo iscritto a un istituto privato accreditato dalla Regione, 2.500 euro per un istituto accreditato statale), di formazione professionale (dote formazione: fino a 5.000 euro annui) e di sostegno al lavoro (dote lavoro: a partire da 1.500 euro annui). Il 3 maggio di quest’anno la Regione Lombardia annuncia anche una «dote imprenditore»: fino a 5.000 euro di contributi per la formazione degli imprenditori.

L’istituzione della dote scuola ha incoraggiato il proliferare dei centri di formazione professionale: circa 600 in Lombardia, di cui oltre il 30% legati a CL (vedi Ferruccio Pinotti, La lobby di Dio, p. 221). A facilitare il loro lavoro, oltre alle relazioni privilegiate con il governo regionale, il fatto di poter disporre di una rete precostituita di enti appartenenti alla CDO a cui fare riferimento, visto che un requisito richiesto da molti progetti è che coinvolga una «rete». E CL ha già pronta una rete che schiera sempre gli stessi soggetti: nel campo della formazione Galdus, Consorzio Scuole Lavoro, La Strada, ecc.

Tra le tante strutture, una ha portata strategica e può essere assunta come prototipo: Galdus. Basti pensare che Galdus ha ricevuto a vario titolo dalla Regione Lombardia nel 2009 finanziamenti per circa 1.772.960 euro, nel 2010 per 5.697.481 euro. Galdus è nata nel 1990 nella parrocchia di San Galdino a Milano. Oggi è un CFP accreditato dalla Regione Lombardia e si occupa di formazione per aziende, corsi di obbligo scolastico-formativo, laboratori per il tempo libero, accompagnamento al lavoro. Dispone di 4 sedi: 2 a Milano, 1 a Cremona, una a Zelo Buon Persico (LO). La più ampia è l’Officina dei giovani, un campus polifunzionale di oltre 18.000 metri quadrati in via Pompeo Leoni 2.

La struttura dell’Officina dei giovani, avuta in comodato per 35 anni dal Comune di Milano ai tempi del sindaco Moratti, è stata realizzata con un contributo di 8 milioni di euro della Regione Lombardia, a cui bisogna aggiungere altri 2 milioni per l’attività dei corsi di formazione e altri 10 milioni concessi per decreto presidenziale: una prerogativa del Presidente lombardo per evitare lungaggini, controlli e opposizioni. Inaugurata nel 2010, l’Officina conta più di 20 aule, 1 auditorium, spazi sportivi, appartamenti, un centro per il lavoro, laboratori per i corsi di formazione professionale. L’obiettivo è coinvolgere oltre 700 ragazzi dai 14 anni in su.

Ma l’attività di Galdus spazia in tutti i campi della formazione, dal corso di lingua italiana per stranieri al concorso di poesia per studenti, e in tutti gli ambiti fa la parte del leone.

Il famoso caso della scuola di CL di Crema
Un nuovo prototipo avrebbe dovuto essere la famosa scuola di CL di Crema, i cui lavori sono interrotti da quasi un anno senza che se ne conosca la ragione. Il finanziamento di questa scuola, subito denunciato da ReteScuole di Crema, è quanto di più straordinario possa esserci in un’Italia in cui gli edifici scolastici decadono e le scuole pubbliche vantano dallo Stato un credito di un miliardo e mezzo che presumibilmente non arriverà mai.

Il 26 marzo 2008 il sindaco di Crema Bruno Bruttomesso manda un fax alla Regione Lombardia per segnalare due interventi di edilizia scolastica in scuole non statali secondo lui meritevoli di contributi. Dopo due giorni i rappresentanti di Regione Lombardia, Comune di Crema e Fondazione Charis legata alla CDO firmano un protocollo d’intesa che prevede la partecipazione della Regione al finanziamento del nuovo edificio scolastico con 4,5 milioni di euro, su una spesa totale di 14 milioni. Questo grazie al fatto che dal 2006 un voto a maggioranza del Consiglio regionale permette di utilizzare una quota fino al 25% dello stanziamento complessivo per interventi di «programmazione negoziata», cioè una sorta di trattativa privata tra Regione, ente locale e privato.

Contuttociò, il cantiere è fermo ormai da più di un anno: sia per guai giudiziari della Fondazione Charis, sia per mancanza di fondi a causa della levitazione dei costi, sia perché le denunce di ReteScuole hanno evitato nuovi finanziamenti. Adesso è un imponente scheletro, un monumento al malgoverno.

Il nuovo istituto comprensivo, denominato Campus Fides et Ratio, su un’area di 30.000 metri quadrati avrebbe dovuto comprendere: dall’asilo nido alla scuola superiore, un centro di formazione professionale, chiesa, auditorium, palestra, centro di aggregazione giovanile, mensa, piscina coperta. Il Campus è progettato per 950 alunni e si articola su tre piani più un piano interrato per una superficie di 14.341 metri quadrati.

Qualche confronto può essere utile per cogliere la disparità del trattamento riservato a scuola pubblica e privata. Nel 2008, per l’adeguamento strutturale delle scuole pubbliche di tutta la Provincia di Cremona sono stati stanziati soltanto 400.000 euro, mentre per soli due istituti privati di Crema sono stati stanziati 1 milione per la «Cascina Valcarenga» e 150.000 per il «Paola di Rosa» della Fondazione Manziana. La situazione si è capovolta: adesso è la scuola pubblica statale a dover reclamare un trattamento di parità.

Non si adatta a questa pratica che unisce fede e affari quello che padre Giulio Bevilacqua, direttore spirituale di papa Paolo VI, definiva clericalismo? “Clericalismo… è tutto fuorché qualcosa di religioso, perché è il ricatto, è il profitto sulla religione”.

La «chiamata diretta»: per la scuola dell’ideologia e della presenza
La scuola modello CL si caratterizza anche per una dichiarata finalità ideologica in contrasto con il principio della laicità dello Stato: d’altra parte abbiamo visto come avere un «modello culturale» sia tra i suoi requisiti. Ad esempio l’ASLAM (Associazione Scuole Lavoro Alto Milanese) ha fra gli obiettivi primari l’«esigenza di veicolare attraverso una comunicazione chiara, la radice cattolica di ASLAM. Ancora più stringente è l’esigenza di mostrare l’efficacia del metodo educativo nato dal carisma di don Giussani utilizzato nella gestione delle risorse e nel rapporto con l’utenza, al fine di consentire a chi legge di individuare chiaramente l’identità di ASLAM» (vedi qui).

Questa «esigenza» si può fare risalire all’idea di don Giussani della necessità della visibilità della presenza dei cattolici nella società: «Far emergere l’unità dei credenti là dove il credente si trova: è il palesarsi della “comunione” che avrà come frutto sperimentabile nel tempo una “liberazione» (La coscienza religiosa nell’uomo moderno, p. 75). Nella pratica ciò si traduce in una sorta di «occupazione militare» dei vari ambiti. Nella scuola CL tende a raggruppare i suoi studenti e insegnanti negli stessi istituti, dove muovendosi come un solo corpo impongono loro scelte e progetti promuovendo le loro associazioni e l’ostracismo di chi la pensa diversamente.

Un elemento per realizzare la presenza è quella che è stata battezzata «chiamata diretta» dei docenti. Il 4/4/2012 il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato la legge 146 denominata «Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione» voluta da Formigoni, che all’art. 8 prevede che «a partire dall’anno scolastico 2012/2013, a titolo sperimentale, le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi, per reclutare il personale docente necessario a svolgere le attività didattiche annuali e favorire la continuità didattica». La legge, bloccata perché per il governo violerebbe la Costituzione e per questo motivo l’ha impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale, avrebbe consentito ai dirigenti scolastici degli istituti lombardi di scegliere una quota di docenti senza rispettare le graduatorie provinciali.

Nella prima stesura la componente ideologica era esplicitamente dichiarata:

«È ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola che conosca e condivida il progetto e il patto per lo sviluppo professionale, che costituiscono parte integrante del bando di concorso di ciascun istituto scolastico».

Alla presenza è legata, nella teologia di CL, la compagnia, luogo in cui si realizza l’esperienza della comunione e quindi della liberazione. E’ la compagnia a ispirare quella pratica che accompagna l’aderente a CL «dalla culla alla tomba». Nelle scuole compagnia vuol dire avvicinare i compagni proponendo una rete amicale e di sostegno, studiare insieme, la scampagnata, la preghiera, l’adesione alle campagne politico-ideologiche nazionali promosse nelle scuole e nelle università, per lo più con sigle che non citano esplicitamente CL.

Un abbraccio in malafede
Dalla seconda metà degli anni Novanta è in ripresa in Italia il cattolicesimo più clericale, propiziato dagli ultimi due papati e favorito dalle forze politiche al governo nazionale, regionale e locale. Anche l’ideologia liberista, trionfante a livello mondiale, viene invocata a sostegno di politiche statali di finanziamento dell’iniziativa privata: così, si sostiene, viene incentivata una concorrenza virtuosa che dovrebbe avere come effetto una rincorsa al miglioramento della qualità del servizio accompagnata dalla riduzione dei costi. «La scuola privata è un risparmio per lo stato» è un ritornello tanto più ricorrente quanto più lo stato si mostra sensibile ad esso.

La scuola privata in realtà offre il suo servizio solo per i più abbienti che possono permettersi di pagare le rette di queste scuole, mentre continua a peggiorare il servizio che la scuola statale offre alla stragrande maggioranza della popolazione. Se infatti la scuola privata riceve risorse crescenti attraverso i mille rivoli di finanziamenti speciali, alle strutture, al diritto allo studio, a progetti, la scuola pubblica statale dal 2008 ad oggi ha avuto 8 miliardi e circa 140.000 lavoratori in meno, il blocco di scatti stipendiali e contratti, taglio di insegnamenti e ore di lezione, e si trova il 46% degli edifici non sicuri.

Si verifica quanto profetizzava Piero Calamandrei:

«il partito dominante… comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi… Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private» (III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma 11/2/1950, vedi qui).

Si fatica a scorgere vie d’uscita e alternative. Le tappe del rafforzamento della posizione della scuola privata e in particolare di quella cattolica portano il nome di esponenti politici del centrosinistra. Il principio di sussidiarietà nella sua versione più spregiudicatamente affaristica ha fatto breccia anche in larghi settori del centrosinistra, il quale si mostra in gran parte disposto a un abbraccio col clericalismo in nome di un liberismo malinteso e professato in malafede. Vale in particolar modo per CL quanto Stefano Levi Della Torre dice della Chiesa:

«Cosa può avere in comune la Chiesa con il liberismo? Hanno in comune l’insofferenza verso le norme laiche della legislazione: il liberismo perché norme e quindi vincoli; la Chiesa perché laiche e cioè indifferenti, in linea di principio, alle prescrizioni confessionali. In nome dei suoi valori superiori la Chiesa pretende privilegi» (Laicità, grazie a Dio, p. 14).

(da «Gli Asini», a. III, n. 14, febbraio-marzo 2013, pp. 75-83)

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MATERIALI

Il sistema ciellino in Lombardia
di Giorgio Morale

Canzoni e fumo
ed allegria
io ti ringrazio sconosciuta compagnia.
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore
ma so che sento più caldo il mio cuor
so che sento più caldo il mio cuor.

Questa canzone piaceva ai ragazzi di Comunione e Liberazione (CL), che sul finire degli anni Ottanta la cantavano in apertura dei loro raduni. Era il pretesto per l’intervento di don Giussani, che metteva i puntini sulle i: a chi ha sete non basta un succedaneo. La compagnia è un bisogno primario dell’uomo, ma tale bisogno non può essere soddisfatto da un’accozzaglia momentanea di sconosciuti ritrovatisi per caso in mezzo al fumo di un locale anonimo. La vera compagnia è la comunità cristiana: “E’ infatti all’interno di questa amicizia consapevole, di questo coinvolgimento esistenziale con la Presenza, la compagnia di Dio, che l’uomo acquista una personalità nuova” (L. Giussani, Alla ricerca del volto umano, Milano 1996, p. 181).

Piccoli ciellini crescono
Animata dalla “compagnia di Dio”, la comunità cristiana è già un’esperienza di liberazione, perché l’evento salvifico c’è già stato, si tratta solo di riconoscerlo. La comunità di CL è il luogo dell’unità, del riconoscimento e dell’esperienza di una vita nuova, pertanto essa è chiamata a esprimere un giudizio sulla società capitalistica ormai immemore delle sue origini e alienata da edonismo, consumismo, corruzione. In quanto esperienza di liberazione già in atto, essa è il vero soggetto politico anticapitalista non compromesso con il riduttivismo scientista e materialista di sindacati e movimenti politici di sinistra, epigoni di secoli di smarrimento e degrado della cultura occidentale: dal Rinascimento a oggi, passando attraverso l’Illuminismo. Don Giussani citava i grandi autori della cultura della “crisi”, da Leopardi a Dostojevskij, da Kierkegaard a Kafka, da Huizinga a Pavese: tutti esprimevano un vuoto e una sete che la compagnia di CL arrivava a colmare. Una compagnia che offre amicizia e aiuto allo studio come più avanti offrirà lavoro e relazioni che contano.

Cresciuta e fortificata nel chiuso delle assemblee di riconoscimento e delle scuole di comunità, la “compagnia di Dio” deve rendersi conto che deve avere un carattere pubblico per sconfiggere il tentativo borghese di privatizzarla e portare alla società e alla stessa Chiesa il suo messaggio salvifico. Don Giussani non si capacitava quando nella prima metà degli anni Settanta vedeva i muri dell’Università Cattolica di Milano ricoperti di manifesti dei collettivi studenteschi di sinistra. Li indicava ai suoi ragazzi e li spronava: Voi non esistete, esistono solo loro. Per esistere dovete apparire, uscire dalle aule, conquistare gli spazi pubblici. Imparate da loro, fate come loro.

Difatti nel 1976 nasce il Movimento Popolare (MP), che presenta suoi candidati nella DC che, per quanto compromessa col potere, offre più garanzie per le comuni radici cristiane. Nel 1986 CL tappezza la città di Milano di manifesti: Usciamo dalle catacombe. Nello stesso anno nasce la Compagnia delle Opere (CDO). Nella politica e negli affari i ragazzi di CL ormai cresciuti portano quanto appreso nelle scuole di comunità: il senso forte dell’appartenenza e la svalutazione del “fuori” pluralista e relativista, la certezza dell’essere portatori esclusivi di un messaggio salvifico che autorizza a compiere azioni non soggette a valutazioni secondo il comune metro moralistico, l’obbedienza al superiore, obbedendo al quale, per “processo analogico”, si obbedisce a Dio. Agiscono quindi di concerto, con determinazione e spregiudicatezza, a fronte di un “fuori” sempre più disgregato (…).

Dalla sussidiarietà al neopatrimonialismo
La parola chiave della cultura politico-economica della CDO è sussidiarietà, una “terza via” ciellina tra lo statalismo e il liberismo. Lo Stato, criticato perché invadente e totalizzante oltreché eticamente neutrale, limita con il suo monopolio la libertà dei soggetti; inoltre la sua macchina burocratica è elefantiaca e corrotta, distante dal cittadino. Sussidiarietà vuol dire che lo Stato deve garantire la libera iniziativa di soggetti privati assicurando ad essi sovvenzioni che permettano la realizzazione di opere che rispondano alla coscienza dei singoli e che siano in grado di garantire un servizio più tempestivo e più attento ai bisogni. Lo Stato continua a essere quello che paga, quello che cambia è che non importa che la funzione sia svolta dal privato o dal pubblico, importa l’efficienza e la qualità. Che la qualità del servizio offerto dal privato sia superiore viene assunto come un postulato che il cittadino non può sindacare: lo impedisce la stretta relazione – amicale e d’interesse – tra controllori e controllati, appartenenti alla stessa “compagnia”; anzi a volte le due funzioni convergono nella stessa persona.

Queste premesse danno il via libera a un processo di trasferimento di risorse pubbliche dallo Stato ai privati, determinando per alcuni soggetti rapidi arricchimenti non giustificati dallo svolgimento di una attività economica virtuosa ma dal godimento di condizioni di vantaggio acquisite conquistando i centri di potere e tendenti ad assumere posizioni di monopolio in tutti i settori della vita economica. Si può parlare di neo-patrimonialismo.

La destatalizzazione favorisce infatti forme di neopatrimonialismo associativo. In Lombardia in questa fattispecie rientrano quell’insieme di pratiche che rendono confusa la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica. In altre parole, colui che in virtù di una carica pubblica detiene le chiavi della cassa ne fa un uso privato teso ad alimentare la sua rete clientelare. Chi descrive il neopatrimonialismo “classico” gli attribuisce queste caratteristiche essenziali: 1) l’assenza di distinzione tra dominio privato e pubblico. Sicché il “sovrano” amministra la cosa pubblica come fosse il suo ambito familiare (la CDO può essere considerata una famiglia allargata); 2) la coesistenza di due livelli di norme, private e pubbliche: le prime sono quelle reali e favoriscono il mantenimento, l’inclusione (o l’esclusione) nel sistema; le seconde sono dichiarate ed interiorizzate solo per rappresentare la legittimità delle pratiche di governo; 3) la personalizzazione del potere (nel nostro caso diventa una associazione ristretta del potere) e tramite questo l’appropriazione delle risorse.

Così si indebolisce la democrazia, poiché delegando a privati funzioni e servizi si creano canali di accesso a risorse pubbliche non controllate dalla pubblica amministrazione, o con un controllo formale non sostanziale o delegando funzioni inderogabili che i poteri pubblici non potrebbero alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc).

Non è un caso l’opposizione del Pdl al varo di una legge anticorruzione, come non è un caso se nel 2009 il nuovo Statuto della Regione Lombardia ha depotenziato il ruolo del Consiglio Regionale. In nome dell’efficienza la maggior parte delle nomine sono diventate o di pertinenza del Presidente della Regione o effettuate con decreti, senza passare per il Consiglio. Altro strumento per evitare controlli è stato la già citata trasformazione di tante strutture in Fondazioni, meno soggette a obblighi di controllo e rendicontazione.

La nuova corruzione
La debolezza della democrazia è allo stesso tempo una conseguenza ma anche una causa dell’allignare di tale sistema. E’ la debolezza dello Stato italiano sconvolto da Tangentopoli che non ha saputo dare una risposta propositiva alla corruzione, se non l’arretramento dello stesso Stato dalle sue posizioni a vantaggio dei privati. E’ l’indebolimento della forma partito come organizzazione della partecipazione politica che non ha saputo opporre motivazioni ideali alla deriva affaristica; è l’indebolimento del sindacato come organizzazione dei lavoratori che non è stata in grado di contrastare la precarizzazione del lavoro, largamente usato nelle imprese della CDO, in particolare quelle no profit. E’ la debolezza della magistratura, che si è trovata impreparata, senza strumenti nei confronti di una forma di corruzione diversa da quella di Tangentopoli: non c’è più il traffico delle bustarelle da intercettare con appostamenti e telecamere, c’è un traffico immateriale di relazioni che costituiscono un sistema chiuso di potere, di cui si avvantaggia il sistema a spese della società intera. Ma nell’ambito di CL-CDO sono presenti anche casi come quello di Antonio Simone, uno dei fondatori di MP finito in manette nel 1994 e di nuovo nell’aprile 2012 per tangenti di vecchio tipo. E i recenti scandali hanno coinvolto pesantemente lo stesso Formigoni.

Ciò dimostra che la corruzione politica, di vecchio e nuovo tipo, non si è ridotta. Essa è uno scambio fra decisione politica e denaro che aumenta in rapporto all’ampiezza della discrezionalità delle scelte politiche o della mancanza di trasparenza e di controllo. Si sa il posto poco onorevole che si è meritato l’Italia nelle classifiche di Transparency International. La diffusione della corruzione deborda sicuramente la sfera politica, ma è a questo livello che si sono allentati i già deboli controlli e lo stato è venuto meno ai suoi imperativi di eguaglianza di trattamento di fronte alla legge (rule of law). Le leggi attuali forse possono intervenire, nel caso sussista la volontà di farlo, contro la corruzione di vecchio tipo, ma poco possono fare contro il traffico delle influenze e il neopatrimonialismo.

Un altro motivo di indebolimento della democrazia e di discriminazione è costituito dalla ideologizzazione del servizio, in particolare “per quanto riguarda l’istruzione, il controllo sulla procreazione e soprattutto sulle donne”, poiché “il controllo delle donne è l’argomento centrale di ogni fondamentalismo nel mondo, perché è l’asse di ogni richiamo tribale all’appartenenza” (Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio, Torino 2012). Esempio ne sono il contrasto della legge 194 sull’interruzione della gravidanza attraverso l’assunzione solo di medici obiettori e i finanziamenti ai consultori del Movimento per la Vita, oppure, nel campo dell’istruzione, il “buono scuola” congegnato in modo che a usufruirne siano non i più bisognosi ma coloro che frequentano una scuola privata. Oppure, e questa è l’ultima trovata prevista dall’art. 8 della legge regionale lombarda “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione” approvata il 3 aprile 2012, la “chiamata diretta” degli insegnanti da parte del dirigente scolastico, sulla base dell’adesione al progetto ideologico del singolo istituto.

Il welfare ritorna a essere esclusiva della Chiesa e dei privati, spesso quelli a loro volta legati alla Chiesa. Una Chiesa che, prima rinnovata dal Concilio Vaticano II e poi scossa dai movimenti di liberazione degli anni 60-70, prosegue la riconquista della società cominciata con Giovanni Paolo II e non vigila abbastanza per evitare degenerazioni affaristiche. Si torna a una situazione precedente alle leggi Crispi del 1890. Anche dal punto di vista politico, tale progetto non ha incontrato ostacoli, dal momento che la storia italiana degli ultimi vent’anni ha visto l’occupazione del potere a opera della stessa parte politico-ideologica in ambito sia locale sia regionale sia nazionale: dalla Moratti a Formigoni a Berlusconi. E anche laddove la gestione della cosa pubblica non è stata dei politici ciellini, l’appoggio ciellino si è riversato tatticamente sull’apparente avversario, come in Provincia di Milano su Penati: in ogni ambito, grazie alle posizioni di forza conquistate, per la CDO è più facile dare – e ottenere – la complicità che subire il controllo.

E’ auspicabile che il sempre più frequente coinvolgimento di uomini di questo potere lombardo in inchieste giudiziarie possa contribuire a un giudizio non ideologico, se è vero che: “Voi li riconoscerete dunque dai loro frutti” (Mt, 7, 20).

(da «Lo Straniero», a. XVI, n. 144, giugno 2012, pp. 55-60. L’articolo completo qui)

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Materiali in rete

Il Libro grigio della giunta Formigoni curato da Giuseppe Civati e Carlo Monguzzi qui.

Le inchieste sulla Regione Lombardia su la Repubblica qui.

La rete della Compagnia delle Opere su l’Espresso qui.

I siti ufficiali, di Comunione e Liberazione qui, della Compagnia delle Opere qui.

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SEGNALAZIONI

A chi è disposto a battersi per la scuola pubblica.

A chi ritiene che le politiche di tagli alla scuola pubblica e finanziamento a quella privata tradiscano l’articolo 33 della Costituzione nel suo spirito autentico, là dove stabilisce che: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

A chi ritiene che solo una scuola aperta a tutti, laica, gratuita, inclusiva, moderna e di qualità possa impegnarsi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3).

A chi pensa che fra i banchi della scuola pubblica si gettino le basi per una cittadinanza consapevole e per il futuro del nostro paese.

Il 26 maggio a Bologna si terrà un referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private, grazie alla raccolta di tredicimila firme di cittadini e cittadine che hanno chiesto di potersi esprimere su questo tema.

La cittadinanza dovrà dare un voto di indirizzo per l’amministrazione su cosa sia meglio per garantire il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine: continuare a erogare un milione di euro annui alle scuole paritarie private, come avviene ora, oppure utilizzare quelle risorse per le scuole comunali e statali.

La portata di questo referendum va ben oltre i confini comunali. E’ l’occasione per dare un segnale forte contro i continui tagli alla scuola pubblica e l’aumento dei fondi alle scuole paritarie private.

In Italia c’è urgente bisogno di rifinanziare e riqualificare la scuola pubblica, quella che non fa distinzioni di censo, di religione, di provenienza. Quella dove le giovani cittadine e i giovani cittadini italiani ed europei imparano la convivenza nella diversità.

Da Bologna può ripartire un movimento di cittadini che impegni le amministrazioni locali e il prossimo governo a restituire alla scuola pubblica la dignità e la qualità che le spettano.

L’alternativa è una lenta rovina fino alla fine della scuola pubblica per come l’abbiamo conosciuta.

IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO FERMARE L’OFFENSIVA CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA.

IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO DARE L’ESEMPIO A TANTI ALTRI E INSIEME INIZIARE A IMMAGINARE UN AVVENIRE DIVERSO PER NOI, PER I NOSTRI FIGLI E LE NOSTRE FIGLIE. (per firmare, qui)

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Fionde contro carri armati
di Wu Ming

La disfida di Bologna

Potrebbe sembrare una questione locale, invece sta decisamente debordando dai confini cittadini, per le implicazioni politiche che porta con sé. Il 26 maggio 2013 i bolognesi dovranno esprimersi sul seguente quesito:

Quale, fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole di infanzia paritaria a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private

Da un paio di settimane la battaglia referendaria sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private bolognesi è entrata nel vivo. Da una parte sono schierati tutti i poteri forti cittadini, a difesa dell’attuale sistema integrato pubblico-privato; dall’altra un comitato referendario indipendente, senza mezzi e senza fondi, che però ha prodotto un appello nazionale firmato da alcune delle più importanti personalità italiane, tra cui Rodotà, Settis, Camilleri, Hack, Gallino (e che tutti possono firmare qui).

La posta in gioco è un milione di euro che il comune di Bologna versa ogni anno alle scuole paritarie private, cioè a 25 istituti di impronta confessionale e a due istituti laici, tutti a pagamento, con rette che vanno dai duecento ai mille euro al mese.
L’emergenza è rappresentata dall’esaurimento dei posti disponibili nella scuola pubblica. All’inizio di quest’anno scolastico, 423 bambini sono rimasti esclusi dalla scuola materna pubblica e il comune ha dovuto correre rocambolescamente ai ripari, senza riuscire a soddisfare le domande di tutti: 103 bambini sono rimasti comunque fuori, a fronte di 96 posti ancora disponibili nelle scuole paritarie private. Evidentemente si tratta di famiglie che non possono pagare le rette o non vogliono impartire ai propri figli un’educazione confessionale.

L’iniziativa dei referendari ha già ottenuto un primo risultato pratico. Il comune insieme ai partiti della maggioranza consiliare, al Movimento 5 stelle, ai sindacati confederali e all’Usb, ha inviato una lettera a Roma per chiedere da parte dello stato più impegno, diretto o indiretto, per le scuole bolognesi. Bologna infatti è la città dove il coinvolgimento statale nella scuola è di gran lunga minore in rapporto a quello comunale.

Questo atto congiunto non è stato pensato l’anno scorso, quando è scoppiata l’emergenza materne, ma è cosa degli ultimi giorni, conseguenza diretta della campagna referendaria. Per questo non è difficile interpretarlo anche come un’azione strategica del comune per depotenziare il referendum del 26 maggio, mostrando una tardiva iperattività. Tuttavia la lettera chiede che, in alternativa a un impegno diretto, lo stato “finanzi con risorse aggiuntive il comune, perché possa proseguire il suo impegno”. Non è specificato però se il comune vuole usare quei soldi statali per darli alla scuola pubblica o a quella paritaria privata. Ne consegue che il valore del quesito referendario non solo viene confermato, ma addirittura rafforzato dalla lettera congiunta di politici e sindacalisti. (continua qui)

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Petizione: Buoni scuola? No grazie

A partire dall’anno scolastico 2001/2002 la Regione Lombardia guidata da Formigoni ha istituito il Buono Scuola, una sorta di sussidio erogato alle famiglie degli studenti delle scuole private e finalizzato a coprire una quota delle spese scolastiche. Da quel momento gran parte dei contributi e sussidi erogati dalla Regione Lombardia sono stati destinati al Buono scuola (oggi la percentuale è dell’80 %, per un totale di 51 milioni di euro), quindi vanno alle scuole private: una vera e propria forma di finanziamento pubblico indiretto, in pieno contrasto con lo spirito della Costituzione italiana, che vede nella scuola pubblica un soggetto fondamentale per la realizzazione dei principi di libertà, uguaglianza e laicità. I firmatari di questo appello ritengono che le risorse pubbliche debbano essere indirizzate alla scuola pubblica per il miglioramento dell’offerta formativa e delle dotazioni, per l’integrazione degli alunni stranieri, per il sostegno del diritto allo studio e per quello ai disabili, per interventi di contrasto alla dispersione scolastica e per una riqualificazione dell’edilizia scolastica che punti a parametri di vivibilità, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Per tali motivi si chiede che il prossimo governo della Regione Lombardia disponga fin da subito la cancellazione del Buono Scuola. (per firmare, qui)

La petizione ha avuto molte adesioni di sindacati e associazioni scolastiche, tra cui ricordiamo quelle di ReteScuole Crema, Flc Cgil, CUB scuola, USB scuola, Rifondazione Comunista, Lombardia 5 Stelle.

L’USB scuola propone la costituzione di un comitato referendario anche a Milano:

Il comitato art. 33 a Bologna ha promosso, di recente, un referendum per il prossimo 26 maggio affinché i cittadini e le cittadine si esprimano sul finanziamento alle scuole private comunali. Sappiamo che il nostro obiettivo è ben più complesso da raggiungere in quanto dovremmo coinvolgere i cittadini di una intera regione e non di un solo comune. Ma pensiamo che sia possibile avviare una riflessione insieme, creare un comitato promotore del referendum anche a Milano, coinvolgere la cittadinanza in modo partecipativo.

Perché la scuola è laica, gratuita e aperta a tutti. Perché se la crisi attacca la scuola statale, i finanziamenti alle scuole private attualmente non subiscono alcuna flessione. Perché il diritto alla pubblica istruzione non può continuare a essere violato dalla distorsione di soldi pubblici verso enti privati. Perché le nostre scuole statali sono il fondamento della democrazia. Per tutte queste ragioni:

INCONTRIAMOCI PER FONDARE IL COMITATO REFERENDARIO LOMBARDO

IL 20 APRILE ORE 16 VIA ARBE, 50 MILANO

I docenti e le docenti dell’USB Scuola Milano
Per adesioni: milano.scuola@usb.it

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Morti che ci riguardano.

Romeo Dionisi, di 62 anni, muratore, e Anna Maria Sopranzi, di 68, pensionata, si sono suicidati per difficoltà economiche. Quando ha saputo la notizia, il fratello della donna, Giuseppe, di 72 anni, si è ucciso gettandosi in mare. E’ una morte che fa il paio con quella di Carmine Cerbera, docente precario napoletano morto suicida il novembre scorso. Sono morti che ci riguardano tutti, così come la rabbia ai funerali nei confronti dei rappresentanti dello Stato. Chiara Saraceno così commenta:

E’ inaccettabile che queste difficoltà appaiano sulla scena pubblica solo quando un evento drammatico, una scelta tragica, dà loro una più o meno effimera risonanza, salvo ricadere immediatamente ai margini dell’attenzione e soprattutto delle priorità della politica.

Eppure i dati non mancano, sono pubblici e di fonte autorevole: dall’Istat alla Banca d’Italia, fino alla Commissione europea. Quest’ultima ha segnalato come l’Italia sia il Paese in cui nell’ultimo anno vi è stato il maggior peggioramento relativo in tutti gli indicatori.

Negli ultimi due anni sono aumentati la povertà e il disagio economico, la difficoltà a far fronte a bisogni essenziali come riscaldarsi adeguatamente (non ci riesce il 18%), avere una dieta adeguata dal punto di vista nutritivo (riguarda il 12,3%), pagare l’affitto e le bollette (il 14,1%). Il rischio di povertà e/o esclusione sociale coinvolge ormai più di un quarto della popolazione (28,4%). Tra i minorenni, raggiunge il 34%, toccando il 50% tra i minorenni stranieri.

Apro il gionale e leggo che.

Aumenta l’emigrazione dei giovani. Secondo dati diffusi dall’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, a causa della crisi nel 2012 l’emigrazione italiana, soprattutto giovanile, ha fatto registrare un vero boom, con un aumento del 30% rispetto ai 12 mesi precedenti. La destinazione preferita è la Germania, seguita da Svizzera e Gran Bretagna. Il giornale tedesco Die Zeit accusa il sistema baronale della nostra università come primo responsabile dell’impoverimento della ricerca scientifica italiana e della fuga dei cervelli dall’Italia: il Paese da cui i migliori scappano.

Più laureati disoccupati. Nel 2012 l’Istat ha censito circa 200.000 senza lavoro tra gli under 35 con la laurea in tasca. Numeri che sono cresciuti del 43% in 4 anni. Al contempo una indagine Almalaurea segnala anche una diminuzione dei guadagni di chi riesce a trovare un impiego.

Ecco dove siamo ultimi in Europa. Da uno studio pubblicato da Eurostat che compara la spesa pubblica di varie nazioni nel 2011, la spesa pubblica destinata dall’Italia alla cultura è appena l’1,1% del Pil contro il 2,2% medio dell’Ue, collocando il nostro Paese all’ultimo posto in Europa, dietro anche alla disastrata Grecia che spende l’1,2% del Pil. Siamo al penultimo posto (questa volta davanti alla Grecia) nella spesa per l’istruzione: l’8,5% Pil con il 10,9% dell’Unione europea.

Come reazione alla crisi in Italia è prevalsa l’idea che la prima cosa da fare sia tagliare la cultura. Credo che sia importante sapere che questa è un’idea italiana, ma non di tutti gli altri paesi. (Salvatore Settis, qui)

Chi più taglia in istruzione. Uno studio della Commissione europea rivela che tra i 27 l’Italia è il Paese che ha tagliato più di qualsiasi altro Stato europeo sull’istruzione: -10,4% tra il 2010 e il 2012. E si merita un ennesimo richiamo:

Sono tempi difficili per le finanze nazionali ma abbiamo bisogno di un approccio coerente in tema di investimenti pubblici nell’istruzione e nella formazione poiché questa è la chiave per il futuro dei nostri giovani e per la ripresa di un’economia sostenibile nel lungo periodo“.

Lo studio della Commissione europea prende in considerazione anche l’impatto dei tagli sul numero di insegnanti, che in Italia – dal 2000 al 2010 – è calato dell’11,1 per cento mentre in Germania si è incrementato del 13,0 per cento. Ugualmente ridotte, in Italia, le retribuzioni degli insegnanti.

E il problema è che non si vede la fine: dei tagli all’istruzione.

Il 20 marzo il Ministro Giarda ha presentato il rapporto sui futuri interventi legati alla “Spending review“: bisognerà tagliare ancora. Fra l’altro, il ministro progetterebbe un ulteriore blocco dei contratti degli statali (personale della scuola compreso). Non si salvano dai tagli nemmeno le aree a rischio.

Sono tagli anche questi: gli stessi docenti, più alunni. Per il personale docente il MIUR ha previsto di attivare in organico di diritto per il prossimo anno scolastico lo stesso numero di posti in organico di diritto attivati nell’anno scolastico in corso. La stessa cosa si è verificata anche lo scorso anno. Apparentemente può sembrare che non ci saranno tagli, ma non è così. In realtà, pur a parità di docenti, al Nord ci sarà un numero di docenti inferiore a quello necessario a compensare l’aumento del numero di alunni, mentre al Sud il numero di docenti sarà ridotto in quantità superiore a quella necessaria a compensare la diminuzione del numero di alunni. Qui i dati analizzati da Mario Piemontese.

Una scuola pubblica non più gratuita. A questo siamo arrivati, come risulta dalla polemica suscitata dalla circolare dello scorso 7 marzo con cui il capo dipartimento di viale Trastevere, Lucrezia Stellacci, riprendeva quei presidi che pretendono dalle famiglie il versamento di un contributo “volontario“. Basta ipocrisie, rispondono le scuole a “un ministero che da una parte ribadisce principi generali, dall’altra opera affinché essi siano disattesi” (vedi qui) facendo mancare alle scuole il minimo per la sopravvivenza. Di ipocrisia del ministero parlano anche associazioni di genitori.

Supplenti senza stipendio. Dagli ultimi mesi del 2012 dal ministero alle scuole non arrivano i soldi per i supplenti, arriveranno forse a fine aprile, e nel frattempo sl liceo linguistico Rosmini di Grosseto per pagare lo stipendio dei supplenti usano il sorteggio: ci sono soldi solo per 5 su 11. Il Ministero mugugna, la Regione Toscana annuncia che farà un prestito alla scuola.

E nelle università? La morte del diritto allo studio. Nello scorso anno accademico, 57.000 studenti si sono ritrovati nella categoria degli «idonei non beneficiari». Per reddito e percorso di studi, sono considerati meritevoli di ricevere un aiuto dallo Stato. Per mancanza di fondi, destinati a non ricevere nulla, se non l’esenzione dalle tasse universitarie. Il taglio alle borse di studio previsto per i prossimi tre anni è del 92%. Marco Mancini, rettore dell’università della Tuscia di Viterbo e presidente della Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane, è chiaro:

In una situazione del genere non si può nemmeno parlare di diritto allo studio. Non esiste più.

Profumo su Profumo: un anno di successi!

Francesco Profumo rimane in carica quale Ministro dell’Istruzione fino alla costituzione di un nuovo Governo, che potrebbe anche non avvenire. In questa situazione…

Che fine ha fatto il dibattito sulla scuola? Dopo più di un mese di stallo in seguito alle elezioni, una cosa è certa: l’unico che ha continuato a muoversi – e in maniera estremamente incisiva – è stato Francesco Profumo. Il Parlamento sembra essere immobile. (vedi qui)

Sul finire del 2012 il ministro Profumo pareva stare per fare le valigie con un bilancio per lui pieno di “successi” per aver “realizzato molte cose che rimangono e costituiscono eredità e modello non solo per il sistema della formazione, ma per tutta la pubblica amministrazione” (il “concorsone“) e annunciava nella sua lettera di auguri natalizi al mondo della scuola:

Il mio augurio a voi di serene festività coincide quest’anno con la conclusione del pieno mandato ministeriale e l’apertura di una fase di ordinaria amministrazione.

Adesso si ripete con gli auguri pasquali. Anche stavolta si dice “persuaso del ruolo centrale della formazione e della ricerca, che la politica deve tornare a valorizzare archiviando una lunga stagione di tagli, a favore di un rilancio” ed enumera nuovi successi: in primis il decreto per dare il via libera ai libri digitali.

Il bilancio della scuola: promesse e colpi di mano.

Solo promesse. Di tutt’altro tenore il bilancio che di questo ministero fanno gli insegnanti. “Promesse“, come dice Marina Boscaino, che ne ricorda qualcuna, come questa:

A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico

oppure questa:

Un tablet per ogni studente entro quest’anno

Rimangono inevase anche le promesse di fare chiarezza, ad esempio sulle “pillole del sapere“, rimane irrealizzata la necessità strutturale della “anagrafe delle scuole“.

Colpi di mano: la Valutazione. Viene smentito dal ministro persino l’impegno prenatalizio di occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione: ne fa prova ad esempio l’approvazione del DPR sul sistema nazionale di valutazione, che avrebbe richiesto non un’approvazione con un colpo di mano e l’opposizione della maggior parte dei sindacati, ma riflessione, ascolto, mediazione.

Quota 96. Tra i lasciti di Profumo contiamo la questione dei docenti di “Quota 96″ a cui finora non è stato riconosciuto il diritto al pensionamento, e che sono ancora in attesa della decisione della Corte costituzionale.

- pensionamenti, + disoccupati, scuola + vecchia. A sua volta, questo provvedimento è all’origine di gravi conseguenze. A causa della riforma Fornero sui requisiti per poter andare in pensione e il blocco dei docenti della “Quota 96″, i pensionamenti nel 2013 si sono ridotti di almeno il 30% con punte del 50% per alcune province. Saranno soltanto 10.009 docenti e 3.343 ATA a lasciare il servizio. L’effetto sarà un parallelo, drastico, calo dei posti disponibili per le supplenze e per le immissioni in ruolo e una scuola ancora più vecchia. Giusto per smentire, ancora una volta, le parole del ministro:

L’età media dei prof è alta, è assolutamente necessario immettere forze nuove: la scuola ha bisogno di un organico vicino alla cultura dei più giovani.

I docenti inidonei. Altro lascito del ministro, uno di quelli fatti passare in extremis, è la conversione dei docenti inidonei in personale Ata. Il personale coinvolto è di 3.084 docenti inidonei, 460 titolari della classe di concorso C999 e 28 titolari della classe di concorso C555. Qui il decreto, che deve ancora essere controfirmato sia dal ministro dell’Economia che dal ministro della Funzione Pubblica. Lo stesso Presidente della Camera Boldrini lo ha definito inaccettabile, lo osteggiano sia il PD sia il M5S, qui analizzano gli stessi docenti evidenziano le assurdità burocratiche del decreto. Franco Buccino commenta come la malattia sia diventata un disonore da punire con una perdita del ruolo:

Nonostante i titoli, i servizi, l’abilitazione, l’iscrizione all’albo professionale, per legge non sono più docenti. E ciò solo a causa delle loro condizioni di salute. Per trovare una norma altrettanto discriminatoria bisogna risalire alle leggi razziali del ’38. Prima della repubblica, della democrazia, della costituzione.

Tagliare un anno di studi. Un’altra idea fissa di Profumo, la diminuzione di un anno del persorso di studi, pare essere al momento bloccata. In seguito alle proteste dei sindacati, è stato ritirato il decreto del ministro per avviare un piano immediato di sperimentazione, attraverso cui già dal prossimo anno scolastico una decina di istituti “pilota” avrebbero eliminato un anno di scuola d’infanzia o cancellato il quinto anno di corso della scuola primaria oppure ristretto a una sola annualità l’attuale biennio iniziale della scuola superiore.

Libri di testo digitali. Anche questa è una di quelle disposizioni che rischiano di restare sulla carta. Il ministro dell’Istruzione firma un decreto sui testi scolastici che introduce l’obbligo di adottare dall’anno scolastico 2014/2015 soltanto libri di testo digitali o nel formato misto (cartaceo e digitale), assicurando che ciò comporterà meno spese per le famiglie: risparmi per 100 euro. Dice di aver convinto gli editori della bontà di questa operazione, ma gli editori esprimono il loro dissenso in una nota pubblicata sul sito dell’AIE (Associazione Italiana Editori), nella quale accusano il ministro di non aver tenuto “in alcun modo conto delle concrete obiezioni, perplessità e osservazioni avanzate dagli editori“. Non è neanche vero che le famiglie risparmieranno, in quanto su di esse

si vogliono far ricadere i costi di acquisto delle attrezzature tecnologiche (pc, portatili, tablet, …), quelli della loro manutenzione e quelli di connessione, che nelle altre esperienze europee e degli altri paesi a ovest e a est dell’Europa sono solitamente affrontate con consistenti finanziamenti pubblici“.

Gli editori pensano inoltre che le decisioni del ministro siano rivolte solo a

voler favorire l’acquisto di tablet e pc e non poggiano su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale (cosa di non poco conto se si parla di scuole e di educazione e formazione dei nostri figli); così come non risulta siano state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti ad un uso massiccio di devices tecnologici“.

Anche i docenti – lo fa ad esempio Antonino Sabella – manifestano come il decreto sia inapplicabile nella realtà.

Mi auguro che i futuri Ministri dell’Istruzione - conclude Sabella - prima di realizzare una qualunque riforma, si documentino e informino della situazione reale delle varie realtà scolastiche italiane, agendo poi di conseguenza.

S’avvicina l’Invalsi.

Con l’avvicinarsi della stagione delle prove Invalsi, si moltiplicano le prese di posizione di docenti, dirigenti, scuole e associazioni che denunciano la progressiva dequalificazione del sistema scolastico ridotto alla scuola-quiz e alle classifiche tra scuole ottenute attraverso i test. Vale la pena ricordare, ai sostenitori della bontà dei quiz dall’asilo all’università, che, come diceva Burrhus F. Skinner,

Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto.

Segnalazioni. Dei tanti dibattiti sulla valutazione e sui test Invalsi, ne segnaliamo alcuni:

Venerdì 12 aprile, a Padova. Corso di Aggiornamento regionale Cesp, Imposizione e misurazione: la didattica negata del Sistema Nazionale di Valutazione. Dalle ore 9.00 alle ore 13.00, presso l’Aula Magna dell’I.I.S. “E.U. Ruzza” di Padova, Via M. Sanmicheli, 8.

Sabato 20 aprile 2013, a Ferrara. Convegno nazionale, Quale valutazione per quale scuola? Dalle ore 9.00 alle ore 14.00, presso l’Aula Magna dell’ITS Bachelet, via Azzo Novello 44. Promosso dal Coordinamento delle scuole di Ferrara “La scuola è di tutti” e dal Cesp.

Mobilitazioni.

Mercoledì 10 aprile 2013, a Roma alle 14 è stato indetto dalla Flc Cgil un presidio a Roma dei precari della conoscenza presso il Ministero dell’Istruzione. “La FLC CGIL - dichiara Domenico Pantaleo – riparte con le iniziative di lotta in tutti i comparti della conoscenza per conquistare maggiori investimenti, una legge nazionale per il diritto allo studio, il superamento del precariato, il rinnovo dei contratti nazionali e un welfare inclusivo e universale“.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)


67. In modo nuovo

Dom, 07/04/2013 - 15:00

da qui

Ti capita ancora di sognare. E’ questo che ti ha sempre rovinato. L’innamorato scemo, che neanche davanti all’evidenza si rende conto della malizia circostante: ti vedi così, di questi tempi. Prova a esercitarti: guarda dentro te, prega che qualcuno t’illumini sul tuo abboccare agli inganni manifesti; smantella i miraggi a uno a uno, accetta che a contare siano solo le cose come stanno. Hai letto troppe favole? La letteratura ti ha portato su sentieri che girano e rigirano, rischiando di nasconderti la meta, il punto in cui potresti indagare con chiarezza? Eppure, scrivevi giorni or sono, c’è qualcosa di nuovo. Sono emersi scenari inconfessabili, ostinazioni demoniache; ti chiedi se il cammino compiuto fino a ora non serva che a strappare il velo delle falsità, a far luce sui castelli di sabbia che tu stesso hai concorso a costruire. La scrittura scardina, scava, infrange la cortina che ti ha reso impossibile capire. Non è molto che conosci Dio; ne avevi assaporato la pienezza, e tanto era bastato per convincerti a seguirlo; ma eri stato risucchiato nei tuoi incanti di bambino vulnerabile, non volevi staccarti dal balcone da cui guardavi gli altri senza esserne ferito. Cominciavi a raccontare storie, trascurando l’unica che avrebbe decifrato tutto il resto: la tua. Ora sei pronto a rispondere al Dio che ti ha parlato, snidandoti nel modo più impensabile, esponendosi al rifiuto, come un paio di migliaia di anni fa. E’ comparso su un foglietto rosa, come quando si parte militari, chiamandoti alla guerra per strappare il terreno al nemico, a palmo a palmo. Solo adesso ti accorgi che ogni fase della vita si spiega alla luce di questo arruolamento, che speranze e amarezze dovevano vagliarsi al cospetto dello scontro decisivo. Ti accoglie una trincea fangosa, intrisa d’illusioni pervicaci, seduzioni impenitenti, disinganni rimandati. Ma ora sai tutto: perfino chi ti è entrato nella posta, per toccare a tradimento le leve del tuo cuore. Eh già, ma sono ancora qua, pensi, ritrovando la forza di sorridere. Esci in pigiama sul balcone della tua convalescenza; la balena azzurra dell’Acotral propala il fumo grigio dei ricordi; il ragazzo straniero pende sempre dalla sedia, di fronte al mercatino itinerante; le scritte sui muri rimangono le stesse. Solo i tuoi occhi vedono ogni cosa in modo nuovo.


Dal dire al fare: Ecco l’uomo

Sab, 06/04/2013 - 15:00

di Barbara Pesaresi

Due uomini, uno dei quali è un sacerdote, camminano vicini lungo un sentiero fiancheggiato da due file di alberi, immersi in una luce che li contiene. Chissà cosa si staranno raccontando. L’immagine di copertina è l’incipit visivo che apre Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti.
Il romanzo scorre come un giallo: c’è un delitto, consistente in una presunta santità, o meglio in quell’umana santità che loda Dio senza rinnegare la vita; ci sono un colpevole, tale don Mario Torregrossa, e un movente che scopriremo strada facendo, sulle cui tracce viene sguinzagliato un segugio, don Davide, (ri)cercatore di senso (perduto).
Io non so se al giorno d’oggi parlare di santità richieda più coraggio o incoscienza, ma poiché Fabrizio Centofanti è un sacerdote possiamo concedergli qualche scusante.
Non è la prima volta che affronta l’argomento, già una ventina di anni fa si era occupato di santità nel saggio dedicato a Clemente Rebora, Il segreto del poeta. Allora scriveva: La santità non è altro che qualità assoluta dell’Amore, gratuitamente avuto, gratuitamente dato, esistenza e poesia polverizzate in Cristo per risorgere con Lui, per sempre sante, attratte dalla Vita, assolte e separate dalla morte.
Vent’anni sono passati e in Ecco l’uomo troviamo scritto: La santità è qualcosa che ci sfugge, è come un sogno. Ha una logica che sguscia come un pesce da una rete, come la felicità da un cuore che la pretende a tutti i costi.
Qualcosa è cambiato. Succede, quando le certezze, che la teoria confeziona con fiocchi e controfiocchi, si schiantano come treni in corsa contro un muro, quello della quotidiana realtà. E nel nostro caso la realtà è quella complicata di coloro che, come don Fabrizio, don Mario e tanti altri, sacerdoti e laici, dalle loro fortezze Bastiani cercano di strappare ogni centimetro possibile al deserto di senso che le assedia.
Don Mario aveva elaborato un’antropologia che coniugava i valori umani e le virtù teologali in una sintesi armonica. Bello. Ma, forse, ancora non basta per capirci qualcosa. Infatti potrebbe trattarsi soltanto di belle parole, praticamente fuffa. E di fuffa oggi ce n’è tanta.
Però l’autore ci chiede di non andare di fretta e prestare attenzione ai dettagli, ai particolari apparentemente insignificanti, alle note a margine e a pie’ di pagina. E nel caso di don Mario i particolari invisibili sono tracciabili nell’alcolista con il quale condivide l’appartamento e a cui cede il letto, mentre lui dorme sul divano; nel sopportare, oltre alle tante sofferenze fisiche che l’affliggono, una notturna emorragia intestinale per poter consegnare, il mattino dopo, i soldi raccolti per un uomo strozzato dall’usura. E ancora la costruzione di un dormitorio per i poveri, quella del centro per i giovani affinché ciascuno di loro possa ritagliarsi un abito su misura.
Mentre l’idea fugge l’azione resta, così il miracolo si compie: la mano che si tende. Ed ecco la santità divenire un po’ meno aleatoria, più praticabile e terrena, soprattutto quando scopriamo che è amore che si fa gesto, attenzione gratuita e sincera verso l’altro più sfortunato di noi. Ma la santità è anche gioia non più separata dalla matrice profonda, quella matrice che altro non è che Amore (il nostro movente) gratuitamente avuto, gratuitamente dato. Niente di più e niente di meno. Sembra facile! Fa meno paura adesso? Penso proprio di no.

Ecco l’uomo è anche la storia di un’amicizia, dichiarazione d’amore e gratitudine per l’amico che, pur non essendoci più, continua a essere presenza viva e feconda nella scrittura e nella vita dell’autore. Come non pensare a quella assenza, più acuta presenza del poeta Attilio Bertolucci?
Viviamo nell’era della connessione ultraveloce col mondo, dell’amicizia che basta un clic per averla e un clic per disfarsene. Qui, invece, assistiamo all’accadere di un incontro che sembra preparato da tempo, al compiersi lento e quotidiano di un’amicizia. Ovvero di quel tipo di sentimento, tela grezza e duratura di antica fattura contadina, che si realizza passo dopo passo senza saltarne nessuno, che si nutre di fiducia e responsabilità. Relazione umana privilegiata, tenuta insieme da rammendi certosini, fatti non per nascondere gli strappi dell’imperfezione, ma per abilitare quella presa di coscienza grazie alla quale tale caratteristica umana non è più un ostacolo alla comprensione reciproca, bensì una sfida per una migliore e sempre più matura conoscenza e accettazione di sé, quindi dell’altro.
Le pagine che raccontano questa amicizia sono le più toccanti, si sorride e ci si commuove nel partecipare alle avventure di don Mario e don Fabrizio. Il romanzo è un viaggio dentro una storia di umana fraternità, colta in quella che è la sua più intima essenza e fragilità. Dove sanno coesistere l’amore e la voglia di scappare – sì, perché l’amico ogni tanto può farci arrabbiare – i sensi di colpa, suscitati dal timore di non farcela a sopportare responsabilità troppo grandi, e la paura per il vuoto che un giorno la loro assenza lascerà.
C’è una scena del libro che sembra in bilico sul bordo del sogno, invece, secondo me, è la più reale, insomma la scena madre del romanzo. Ed è quella in cui don Davide vede un uomo (Centofanti) che guarda il mare, appoggiato alla balaustra di un terrazzo. Forse è proprio lì che nasce don Davide, attraverso il quale l’autore ripercorre quello che è stato il suo itinerario umano e spirituale, rivivendo dubbi, momenti di sconforto e di gioia. Il romanzo nasce da quello sguardo che scruta l’orizzonte come se in quel limite insicuro / fra cielo e terra e acqua si potesse / trovare il modo di incontrarsi ancora (Nomen Omen). Perché Ecco l’uomo è incontro che si rinnova.
Chissà, magari don Davide incarna anche un desiderio, quello di poter, domani, passare il testimone dell’eredità umana e spirituale di don Mario, proprio pensando a quella trasmissione dei valori, all’eredità della vita che passa di mano in mano finché c’è qualcuno disposto a raccogliere il messaggio.
Vele bianche, farfalle, coincidenze strane e inverosimili, in una parola segni che, come parole sussurrate in un orecchio quando non ce lo aspettiamo, gettano una luce sul significato nascosto delle cose, dispiegando la vita come un ventaglio per permetterci di coglierne la molteplicità di significati celati nelle pieghe: capisco che è un segno / la traccia di quel sogno ancora vivo / che sei per me, mio amico / e che ancora una volta mi hai lasciato (Nomen Omen). Sono istanti che durano un battito di ciglia, nonostante ciò sembrano avere il potere di aprire una breccia nell’eternità. A volte, mi sembra di toccare / qualcosa che la gente non avverte / un fiore un lembo bianco di una nuvola / da cose certe si mutano in un segno / di cosa non so ancora/un’impalpabile visione / oppure il semplice pensiero / del nulla che s’arrende / a un’emozione (Nomen Omen). Ma si tratta di attimi, poi il ventaglio si chiude.
Un colore serpeggia attraverso le pagine del libro: il verde, simbolo dell’eternità, del non-tempo. Nel romanzo interviene nei momenti più impensati, quando il povero don Davide sembra sul punto di soccombere alle istanze effimere di questo nostro tempo, così umano e fugace, che ci vede sgomitare e scannarci per realizzare e soddisfare ambizioni strettamente personali. Ecco, allora, che il verde pare volerci ricordare che vanità, tutto è vanità, un inseguire il vento (Qoélet). Soprattutto quando il nostro agire non si inserisce in un progetto di più ampio respiro, finalizzato al bene del noi e non soltanto dell’io, ma rimane, appunto, confinato in quella visione egocentrica di noi stessi che è causa di tanti mali contemporanei, poiché basta una crepa del nostro castello di carta per finire nella più cupa disperazione.

Per Fabrizio Centofanti Ecco l’uomo è stato inevitabile. A lui si addice ciò che lo scrittore Bohumil Hrabal scrive del suo romanzo Una solitudine troppo rumorosa: “La mia Solitudine rumorosa è solo e soltanto la deduzione, la riconduzione a denominatore comune di tutto ciò che sono stato fino all’epoca in cui l’ho scritta. È la logica deduzione di tutto ciò che dentro di me era cresciuto, non ho tentato di scrivere null’altro se non che da noi un’epoca finiva e un’altra cominciava”.

Ma c’è dell’altro. Penso che ogni romanzo contenga una frase che più di altre contribuisca a definirne l’identità. E tu sei felice?, chiede a un certo punto don Davide all’amico sacerdote. Può sembrare una domanda banale. Eppure, se ci pensiamo bene, non è certamente una delle domande più frequenti che ci sentiamo fare o che facciamo. Però tutti vorremmo essere felici, anche quelli che alla felicità non credono. La risposta alla domanda dovrebbe essere sì o no. Ma il sì e il no durano poco, a volte il tempo di pronunciarli. Allora l’amico sacerdote sceglie un’altra strada, propone una strategia, affinché la felicità diventi una conquista duratura: La felicità è una nota a pie’ di pagina. Sono molti quelli che leggono saltandola, perché è in carattere più piccolo, si fatica a fermarsi, a spostare lo sguardo, a cambiare prospettiva. (…) Viviamo all’ingrosso, sorvolando sul dettaglio che rivela la fonte da cui proviene tutto. Culliamo l’illusione di vivere di slancio una gioia divisa dalla matrice profonda; ma il percorso è inverso; ci è stato dato un codice con gli elementi del flusso vitale, l’energia che ridà vita agli atomi della nostra struttura personale: è il dono per antonomasia, la memoria che occorre custodire.
Possiamo chiudere il libro con la stessa immagine che lo ha aperto, quella di due uomini, uno dei quali è un sacerdote, che camminano vicini lungo un sentiero fiancheggiato da due file di alberi, immersi in una luce che li contiene. E forse, adesso, riusciamo persino a sentire cosa sta dicendo il sacerdote all’amico: Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, / solo perché sono fuori dalla tua vista? / Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. / Rassicurati, va tutto bene. / Ritroverai il mio cuore, / ne ritroverai la tenerezza purificata. / Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: / il tuo sorriso è la mia pace. (Sant’Agostino)
Sì, perché l’amore gratuitamente avuto, gratuitamente dato, è memoria custodita e ha in sé, come un seme, passato presente e futuro.

Affissa al muro di una chiesa, poco lontana da casa mia, c’è una bacheca contenente un foglio sul quale è riportata questa storia: “Un sant’uomo passeggiava per la città quando si imbatté in una bambina dai vestiti logori che chiedeva l’elemosina. L’uomo rivolse il suo pensiero al Signore: Dio, come puoi permettere una cosa del genere? Ti prego, fa’ qualcosa. Alla sera il telegiornale gli mostrò scene di guerra, di morte, di ingiustizia. Di nuovo pregò: Signore, quanta sofferenza. Fai qualcosa!. Nella notte il Signore gli disse: Io ho già fatto qualcosa: ho fatto te».
Ecco l’uomo.


66. Narici delicate

Ven, 05/04/2013 - 15:00

da qui

I poveri sono poveri, non c’è altro da aggiungere. Puzzano. Provi a convincerli, lavarsi non è poi così difficile, anche perché l’aria s’impregna di un tanfo che disturba le narici delicate. Lo capisci che così non si va avanti, che la gente scappa? Non è vero, le messe sono sempre più affollate. Ma i genitori dei bambini si lamentano, dicono che pisciano nel portico, che molestano le mogli; due di loro, adesso, minacciano di farli a pezzi, se continuano così. Gli parli: Zaccaria, se continuate così, vi fanno a pezzi. Ti ha guardato di traverso: va bene, va bene. Dice sempre così: per lui va bene. Leone l’hai trovato riverso con la faccia insanguinata; ha un’aria assente quando gli chiedi che cosa sia successo: sono caduto. Il personale dell’autoambulanza gli rivolge domande a cui non sa rispondere. Legge, Leone, e ne va fiero. L’ultima volta ti ha mostrato un libro su papa Francesco, uscito in allegato col giornale dei Paolini. Intorno all’occhio destro c’è una macchia di sangue, in parte già rappreso. Allora, mi dici che è successo? Gliel’ho detto, don, sono caduto. Non è bello sbattere sul duro, quando sei ferito. Puoi vedere e sentire cose che esistono solo nella mente: grida, spintoni, un rumore uguale allo schioccare di una frusta, mentre cerchi di rialzarti, raccogliendo a fatica le energie. Leone, dimmi la verità, che ti è successo? E’ un altro mondo, non sai come spiegarlo: un pianeta dove è assente la violenza; anzi, dove tutta la violenza del mondo ricade su di te. Chi sta gridando? Cos’è questo peso che avverte sulla schiena? La pelle intorno all’occhio è un po’ più scura, grigia. Gli operatori sanitari si rivolgono a te, che fai da interprete. Ha lo sguardo rivolto verso il vuoto; ricorda quando l’uomo quasi calvo gli chiese, fissandolo negli occhi: di dove sei? Aveva dell’acqua, accanto a sé: per convincerlo a lavarsi? Così non si va avanti; in quanti l’hanno detto; e il prete fa i salti mortali per parargli il culo. Invece si è lavato lui: ha fatto scorrere l’acqua tra le mani e poi le ha scosse, guardando Leone di traverso; pareva dicesse: con te non ho a che fare. Per l’ultima volta: dimmi che è successo. Don, le ho risposto, perché continua a domandarlo? Gli dài una banconota: la infila in una tasca così in fretta che fatichi a ricomporre il gesto mentalmente. I portantini lo prendono di peso: barcolla, è sul punto di cadere un’altra volta, mentre le grida si fanno insopportabili, è tutto un vorticare di rumori, di gesti, di lacrime e d’insulti. Sistemano Leone sul lettino, nella pancia urlante del furgone dalla luce blu. I poveri sono poveri, cos’altro si può aggiungere? Le loro storie sghembe tracimano in quella che vai ricostruendo a poco a poco, come un gesto troppo rapido, una salva di segnali indecifrabili, mentre lui sparisce lentamente dietro la portiera, muto, con la faccia grigia, condotto al macello da narici delicate, incapaci di avvertire il tanfo proveniente dall’interno.


One art di Elisabeth Bishop (1911-1979)

Ven, 05/04/2013 - 07:00

 

Elisabeth Bishop  ( USA  1911- 1979)

 

One Art

 

The art of losing isn’t hard to master;

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster,

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn’t hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother’s watch. And look! my last, or

next-to-last, of three beloved houses went.

The art of losing isn’t hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn’t a disaster.

 

– Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan’t have lied. It’s evident

the art of losing’s not too hard to master

though it may look like (Write it!) a disaster.

 

Un’arte

 

L’arte di perdere non è difficile da imparare;

sembra che così tante cose vogliano

essere perse che la loro perdita non è una tragedia,

 

Cerca di perdere qualcosa ogni giorno. Accetta la noia

delle chiavi perse, dell’ora trascorsa malamente.

L’arte del perdere non è difficile da imparare.

 

Cerca di perdere sempre di più e sempre più velocemente:

luoghi e nomi e mete che ti attendono

ancora. Lasciale andare tutte quante.

 

Ho perso l’orologio di mia madre. E vedi, l’ultima

delle mie tre case amate se n’è pure andata.

L’arte di perdere non è difficile da imparare.

 

Ho perso due belle città. E due terreni

che erano miei, due fiumi, un continente,

mi mancano, ma non era una tragedia.

 

Perfino perdere te ( la tua voce scherzosa, un gesto

che amo) non è la prova contraria. E’ ovvio,

l’arte di perdere non è troppo difficile da imparare

anche se sembra (scrivilo!) proprio una tragedia.

 

Traduzione di Stefanie Golisch

 


Yehoshua

Gio, 04/04/2013 - 15:00

di Riccardo Ferrazzi

Leggere queste pagine mi ha fatto tornare con la memoria a Gerusalemme. Ci andai molti anni fa, quando ero più giovane e in una diversa disposizione di spirito. Ci andai quasi per caso, perché mi trovavo per lavoro a Tel Aviv e di sabato non avevo niente da fare. Non ci andai con lo spirito del pellegrino, ma con l’animo poco devoto di un trentacinquenne in carriera, che ha in testa cose concrete e a Gerusalemme cerca l’arte, la storia, le basi della sua cultura, più che della sua religione.
Fu un’esperienza strana, e leggo nel romanzo di Fabrizio che tanta stranezza deve aver toccato anche lui. Dal punto di vista urbanistico la città è dominata dalle due moschee di Omar e di Al Aqsa. Il Muro del Pianto è lì a ridosso e sembra che sgomiti per farsi vedere ma, distrutto com’è, non ha l’impatto visivo delle due moschee. La via Dolorosa è un budello percorrendo il quale bisogna concentrarsi e mettercela tutta per trovare qualcosa che risvegli l’emozione della tragedia di Gesù. In mezzo a turisti di tutto il mondo, che non si capisce bene cosa stiano cercando (come me: anch’io non lo sapevo), nel caldo torrido sfilavano gli ebrei ortodossi askenaziti, sudati e puzzolenti nei loro abiti pesanti e incongrui, con in testa un cappellone di pelo; e le vie erano piene di arabi dall’aria incazzata. Non ho mai visto una città araba in cui gli abitanti avessero facce così perennemente incazzate.
In mezzo a questa folla, circondato da queste facce, salivo per la via Dolorosa e pensavo di essere un mostro: perché non mi concentravo sul dolore di un uomo picchiato a sangue con trentanove frustate e costretto a portare in spalla lo strumento della sua morte? Non ci riuscivo: ciò che mi circondava era così assurdo!
In cima al Golgota trovai una chiesa piccola, dall’architettura tanto pretenziosa quanto insignificante, dove l’unico segno dell’evento eccezionale per la storia dell’umanità che lì si era svolto quasi duemila anni prima erano tre buchi nel pavimento, troppo piccoli e troppo vicini per essere un vero vestigio della crocifissione. Era tutto così falso!
Ho trovato nel libro di Centofanti l’eco del mio sconcerto: un grido, una richiesta urlata di Verità.
Cosa importa che nel tessuto urbano di Gerusalemme non siano rimaste tracce vere del passaggio di Cristo? C’è il Vangelo. A che servono le architetture velleitarie, le scritte “Via Dolorosa” sulle targhe della strada, gli altri seppur minimi orpelli? L’unica cosa che serve davvero siamo noi, la nostra speranza, la nostra volontà. Ma sono questi i sentimenti che ci animano? In che cosa speriamo? Dove è indirizzata la nostra volontà? Se percorriamo la via Dolorosa, a piedi sul posto, o a casa nostra rileggendo il Vangelo, se la percorriamo con il senso di smarrimento con cui la percorsi io, che cercavo ingenuamente qualcosa di paragonabile alle due moschee o almeno al muro del pianto, non combiniamo niente di buono per noi o per gli altri. La Gerusalemme vera è la Gerusalemme celeste, che non sta nel passato e nemmeno nel futuro perché è al di fuori del tempo.
Eppure noi abbiamo bisogno della tradizione, dei simboli, delle liturgie. Una enorme struttura gerarchica ci impone un soffocante apparato che, pur con scarsa convinzione, noi accettiamo, tolleriamo. Come mai? Forse perché non siamo sicuri delle cose in cui dovremmo credere e cerchiamo rassicurazioni con lo stesso spirito con cui i soldati (e gli ultras della curva sud) sventolano le bandiere. Ma i simboli identitarii, le moschee, i muri, le vie Dolorose, non fanno che differenziarci gli uni dagli altri, ci dividono, ci mettono in contrasto fino a far scoppiare guerre e attentati.
La nostra dovrebbe essere la religione dell’amore, e il romanzo di Centofanti stira questa verità fino all’amore fisico, al sesso. E perché non dovrebbe? Non è amore anche quello dei corpi? Come si può pretendere che le anime si amino e cessino di combattersi, se gli si nega la fisicità dell’amore? Alla vera charitas non si arriva di botto, dimenticando il corpo, disprezzandolo, mortificandolo. Anche qui c’è una contraddizione: chiedere agli uomini di essere angeli significa pretendere che non siano più umani.
Prima o poi, le contraddizioni scoppiano. Per questo è importante metterle in luce prima che la loro esplosione produca danni irreparabili. Questo libro contiene quasi una profezia: Gesù ricompare in Palestina, fra guerra e attentati, e chiede un rinnovamento francescano, fatto d’amore e di rifiuto delle ostentazioni.
Scrivendo Jehoshua Fabrizio Centofanti aveva presagito, intuito, percepito l’avvento di papa Francesco? Forse don Fabrizio ha percepito, con la sensibilità dell’artista, l’esigenza di rinnovamento che vibrava nell’aria e, con la forza del credente, l’ha gridata dai tetti.


Ritratti in controcanto di Marisa Ferrario Denna

Gio, 04/04/2013 - 08:00

Marisa Ferrario Denna, Ritratti in controcanto, Nomos edizioni 2012

di Anna Elisa De Gregorio

Perché è una sorpresa davvero piacevole incontrare il libro di poesie di Marisa Ferrario Denna Ritratti in controcanto? Diviso in due corpose sezioni (Scrivere e Dipingere) il volume è dedicato totalmente alle donne nella storia e della Storia. Finalmente, verrebbe da dire, donne che scrivono di donne. Finalmente un libro non “di genere”, ma dichiaratamente “di parte”. Dice nella prefazione Alida Airaghi a giusta ragione: “La partecipazione della poetessa è sempre vivissima e empatica, di complice sorellanza e intensa adesione intellettuale…

Troviamo nella prima sezione (Scrivere) nomi cari e carissimi di scrittrici e poetesse o, comunque, di personaggi femminili che hanno fatto “scrivere” di sé (ad ognuno di loro sono dedicate due facciate del libro); i loro destini e le loro singolari storie ci vengono incontro in un piacevole conto alla rovescia, da Anna Maria Ortese, morta appena pochi anni fa, fino a Penelope, la più antica, la più famosa, quella che ognuna di noi si porta dentro come archetipo: “La tela di parole che il giorno ha intessuto/ la disfo di notte, nel buio, da sola./ Riannodo i miei fili. Rigiro la spola./ Scompongo il ricamo di queste lenzuola“.

Anna Maria Ortese (facciata sinistra del libro): “Io so che il mio paese è la notte,/che il mare non bagna Napoli,/che ormai si è fatto silenzio a Milano, perché un cardillo addolorato/ continua a gemere/ per un’infanta sepolta/ mentre la luna trascorre sul porto/ di Toledo, sopra Alonso i suoi visionari/ e un’iguana d’amorosa innocenza/ ancora reclama pietà./ Io so che tutto questo è stato./ Ma nei ricordi di una vita irreale,/ al mio corpo celeste,/ tutto questo per vivere non è bastato“. Anna Maria Ortese (facciata destra): “Le parole mi arrivano di notte/ e nella notte il loro canto affonda./ Voce della memoria/ che cerco in volti amati.// Non so se guardo io./ Non so se vedi tu“.

Originali ritratti in poesia, con brevi tocchi impressionisti, a volte struggenti, a volte in prima persona (quasi un volersi immedesimare, specchiare totalmente nel personaggio), a volte riferiti con un tu amoroso, sororale, nelle pagine di sinistra del libro (quelle che hanno i numeri pari), e poi, in controcanto, come ci suggerisce anche il titolo del libro, sulle pagine di destra (quelle con i numeri dispari, del cuore, della poesia e del sogno) una breve e più espressionistica annotazione, quasi una illuminazione della poetessa, quel che in lei è sedimentato, come esperienza profonda, dopo la “vicinanza” con queste specialissime donne. Un delicato “estratto” di conoscenza poetica, universi femminili condensati in poche righe limpide e intense: sembra che Marisa Ferrario viva poeticamente e scriva poeticamente in un dialogo ininterrotto.

L’architettura della prima sezione si ripete identica nella seconda (Dipingere), rivolta ad artiste figurative, questa volta cominciando dalla più “vecchia” Sofonisba Anguissola fino alla contemporanea, poliedrica Lalla Romano. Lalla Romano (facciata sinistra): “I tuoi quadri come i tuoi libri: apparizioni./Identica la solidità del vero./ Identica la leggerezza del sogno./ Identica l’ineffabile acutezza del pensiero./ Le persone -dicevi- non sono scomponibili.// Cantano ancora, tra la durezza d’ombra/ degli alberi sul viale e la malinconica/ discrezione dei tuoi ritratti,/ le tue pennellate./ Per noi -leggère- cantano ancora/ l’eternità di una giovinezza inventata“. Lalla Romano (facciata destra): “E poi tutto il tumulto della vita/ si sfrangia nelle immagini dei volti,/ dei mille volti sconosciuti o amati,/ che chiedono alla mente di restare:/ Fantasmi d’oltretempo senza età“.

Molte di queste donne non sono state famosissime, ma di tutte si viene a sapere che hanno nella loro vita lottato due volte per farsi valere e come artiste e come persone. Qualche volta Ferrario parte da una ritratto o da una scultura, non per fare poesia ecfrastica, ma per arrivare al senso dell’opera, “a guardare nel cuore, a leggere nei capelli, ad ascoltare nelle mani”. Ecco, ad esempio, in che modo parla di Angelo delle acque, scultura di Emma Stebbins, (facciata sinistra del libro): “Da squarci sul muro e al soffitto/ calavano gli angeli, profeti di morte,/ nel film di Nichols, che mi ha riportato/ la fontana che sta a Central Park.//Sopra l’acqua che in mille zampilli/ si raccoglie e trascorre più nuova,/ il tuo angelo ad ali spiegate/ veglia ancora il cammino da fare“. E nella facciata destra, specularmente: “L’angelo adesso arriva. Appare./ È il testimone del tuo cammino./ Prendi il pennello, la tua matita,/ fammi vedere quel che non c’è./ Fammi guardare oltre la vita“. Grande conoscitrice dell’animo umano, viene da pensare (peculiarità di ogni poeta), oltre che studiosa.

Marisa Ferrario Denna ha pubblicato già più di dieci volumi nella sua lunga carriera, praticamente una vita dedicata, un percorso monacale. La sua capacità di usare la parola, di farla “fiorire” per descrivere il mondo è sorprendente: con elegante sprezzatura si passa da endecasillabi perfetti, arricchiti a volte di rime e assonanze, ai settenari martellanti, al difficile senario, al verso libero, sempre di grande politezza. Ma dietro questa sprezzatura si intuisce un lavoro certosino, uno studio costante.

Lasciamo a malincuore i Ritratti in controcanto con questi versi, resi più drammatici dall’uso sapiente dell’anafora, dedicati a Marina Cvetaeva: “Come nebbia sottile/ o lieve sogno/ è questo ritornare/ al mio destino.// Come nebbia sottile/ o lieve sogno/ questo riandare/ del mio linguaggio/ a un canto di bambino“.


65. Il cielo di aprile

Mer, 03/04/2013 - 16:00

da qui

Una cosa l’hai capita: s’impara dal dolore. Fatichi a pensare, per esempio, che possa tradirti la persona di cui ti fidavi ciecamente. Pensi agli inganni, alle maschere che un essere umano può indossare, immaginando sempre di cavarsela. La vita è un rosario fitto di rivelazioni, in cui sfumano, l’uno dopo l’altro, i punti fermi che marcavano il cammino. E’ un modo per uscire dal bozzolo, pensi, per cominciare a battere le ali; sai bene che non è volare: è solo un preludio al futuro che ti viene incontro. Ne hai fatta di strada dal balcone di viale Beethoven, dove ti affacciavi da bambino: allora eri sicuro che il mondo fosse tuo, che, prima o poi, saresti sceso di là e avresti dato un contributo decisivo perché tutto filasse per il verso giusto. Hai coltivato le illusioni della fantasia, la tua idea di mondo che non corrispondeva alla realtà emergente in tutta la sua asprezza. Ti sei ribellato; sei divenuto il paladino di te stesso, in lotta coi mulini a vento della cultura, della vocazione, del lavoro; ovunque hai brillato inutilmente, sempre in attesa di esplodere, come una di quelle supernovae che da un momento all’altro si sfaldano in una nube di polvere e detriti. Ami tanto le stelle da confonderti con esse, con la luce spenta, magari, da millenni: il rovescio inquietante del tuo orbitare da uno scenario all’altro, lasciandoti alle spalle i frammenti di polvere incendiati dall’impatto terribile con l’atmosfera. Ma qualcosa è cambiato, come il cielo di aprile, annuncio d’una incerta primavera che tarda a dispiegarsi. Cassiopea appare bassa all’orizzonte, sdraiata mollemente, come s’addice a una regina; il trapezio del Leone esibisce con orgoglio la luce azzurra di Regolo, gioiello di valore inestimabile; Orione scivola veloce, col manto abbagliante di Bellatrix, Rigel, Betelgeuse; il grande carro è altissimo, nel cielo: ne puoi cogliere la linea assecondando i riflessi di Dubhe, Alioth, Alkaid, mentre il pastore, Alrai, si rivela come stella doppia, simbolo perenne del rischio di accordarsi col nemico, pronto a condurre alla rovina col sorriso sulle labbra. L’unica certezza, nel ballo che trascina l’Orsa alla stessa altezza della regina Cassiopea, è la Stella Polare, sempre al centro del cielo, anche se insidiata dalla bava viscida del Drago, con l’occhio incandescente di Eltanin e Rastaban: quasi a ricordare che tra smacchi e tradimenti, nel precipitare di polvere e detriti, c’è un punto fermo di luce che ti guida; ecco, questo è cambiato, grazie a Dio. Nel cielo di aprile, la tua vita è scritta in lettere composte da tracce di azoto, idrogeno, carbonio: devi trasformarle nei bit e nei pixel del computer, per trasmettere un barbaglio della luce che indica la strada, svelando infedeltà inattese, egoismi mascherati da attenzione, strappandoti all’inerzia pavida, al riparo ingannevole del bozzolo.


Vivalascuola. Gli Asini n. 14. Lottare per un nuovo welfare

Mer, 03/04/2013 - 12:00

“Gli asini” numero 14, febbraio – marzo 2013

Religione e educazione

Da diverso tempo ormai è facile constatare come nelle azioni sociali a cui ci avviene di partecipare, è molto più probabile trovarsi al fianco di alcune minoranze del mondo cattolico, sacerdoti o laici, che non a persone che si richiamano a una cultura di sinistra, o alle forze attuali della sinistra che poi, nei fatti, tanto di sinistra non sono. Con una certa rozzezza e una buona approssimazione, possiamo dire che quest’ultima da molti anni ha preferito occuparsi dell’informazione, della formazione e dei discorsi sul reale piuttosto che delle azioni su di esso.

Le minoranze cattoliche rischiano per contro di esaurirsi troppo spesso nella loro pratica perdendo di vista l’orizzonte più generale in cui il proprio intervento è inserito, facendo ancora della loro “testimonianza” una questione di salvezza dell’anima e accettando il contesto, sociale e politico ma anche religioso in cui si muovono – l’ordine della chiesa romana con le sue logiche di potere, le sue alleanze, le sue imposizioni, i suoi privilegi, i suoi ricatti.

Strumenti
Il mondo cambia di Marco Carsetti
Un nuovo ciclo di Marina Galati
Le persone reali di Sara Honegger
Per un nuovo welfare di Giovanni Zoppoli

I doveri dell’ospitalità
Walter Benjamin come educatore di Francesco Cappa e Martino Negri

Film: Educazione e religione
Il senso dell’esperienza religiosa di Giancarlo Gaeta, incontro con Luigi Monti
I mali della chiesa cattolica di Vinicio Albanesi
Quel che resta dei cattolici di Marco Marzano
Come si forma un prete di Laura Badaracchi
Le comunità di base di Beppe Manni
L’educazione con Comunione e Liberazione di Giorgio Morale
Doposcuola, oltre la scuola di Achille Rossi
Modello scout di Marilina Laforgia e Matteo Spano
Crossing di don Angelo Cupini, Orietta Ripamonti, Angelo Villa
incontro con Goffredo Fofi e Giacomo Pontremoli

Immagini
Le Petit Néant a cura di Miguel Angel Valdivia

Scenari 1
Le avventure dei giovani lettori di Fabio Pusterla
Le ragazze farfalle di Cagliari di Giulio Angioni
Dynamis, un teatro per adolescenti di Andrea De Magistris
Invecchia bene Ammaniti? di Nicola Villa

Scenari 2
Scritto nel carcere di Alberto Capitta
Le “piccole virtù” per Natalia Ginzburg di Sara Honegger
Elsa Morante come antidoto politico di Giacomo Pontremoli
Bambini nel futuro di Matteo Marchesini

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Costo: euro 8.50

Per richiederne copia: abbonamenti@gliasini.it

Per abbonamenti: http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/479-2/


PUBLIO VIRGILIO MARONE E L’ENEIDE: LA TRADUZIONE DI ALESSANDRO FO

Mer, 03/04/2013 - 08:00

Intervista di Duccio Rossi

da Postpopuli.it

Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) è professore ordinario di Letteratura latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo senese. La sua ultima fatica editoriale, edita da Einaudi, è Publio Virgilio Marone, Eneide. Traduzione a cura di Alessandro Fo. Note di Filomena Giannotti (Nuova Universale Einaudi, 2012). Un lungo lavoro di traduzione poetica che ha visto la luce nell’ottobre dello scorso anno. Fo ha pubblicato anche edizioni tradotte e annotate di Rutilio Namaziano (Il ritorno, Einaudi, Torino 1992, 19942) e di Apuleio (Le metamorfosi, Frassinelli, Milano 2002; Einaudi, Torino 2010). Le sue principali raccolte di poesie sono Otto febbraio (Scheiwiller, Milano 1995), Giorni di scuola (Edimond, Città di Castello 2000), Piccole poesie per banconote (Pagliai Polistampa, Firenze 1° gennaio 2002), Corpuscolo (Einaudi, Torino 2004), Vecchi filmati (Manni, Lecce 2006). Per Einaudi ha curato anche l’antologia di Angelo Maria Ripellino Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti (1990), con Antonio Pane e Claudio Vela e, in seguito, la ripubblicazione delle tre raccolte einaudiane di Ripellino, Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (2007).

Professor Alessandro Fo, da dove prende inizio un lavoro immane come quello che conduce ad una traduzione poetica dell’Eneide di Virgilio?

Naturalmente, in quanto cultore delle lettere latine, nutro per Virgilio un antico amore. Quando decisi di studiare lettere classiche e, alla Sapienza di Roma, mi accostai ai primi programmi d’esame, erano ancora i tempi in cui la ‘parte generale’ di una annualità comprendeva la traduzione di ben sei libri dell’Eneide (gli altri sei erano in agguato per la biennalizzazione). E lì, o imparavi il latino, o soccombevi sotto l’ardua impresa. Io mi aiutai con i ‘traduttori’ interlineari, e si può dire che sia stato in quella occasione che ho potuto consolidare la mia conoscenza della lingua. Ma non mi sarei mai sognato neanche oggi, pur con più di vent’anni d’insegnamento sulle spalle, di affrontare spontaneamente un compito come quello di una nuova traduzione del poema. Un giorno ho ricevuto via mail una proposta in tal senso dal responsabile della nuova «NUE» Einaudi, Mauro Bersani, che mi onorava già della sua stima per i miei precedenti lavori di traduttore e per i miei personali tentativi poetici. Il primo istinto è stato rifiutare un impegno che si presentava troppo gravoso. Poi, l’occasione di prestare la mia voce a uno dei più grandi poeti dell’Occidente mi è sembrata troppo straordinaria per lasciarsela scappare, anche se avrebbe comportato una grande fatica.

Alessandro Fo (da vicoacitillo.it)

Il suo lavoro è durato alcuni anni. Crede che questa esperienza di studio costituisca il dialogo più profondo ed intimo che abbia mai intrapreso con il testo dell’Eneide?

Senza alcun dubbio. Quando ricevetti la proposta dell’Einaudi, avevo naturalmente avuto già molte occasioni di studiare Virgilio, scrivendo anche su di lui qualche piccolo saggio, soprattutto nel quadro di una lunga collaborazione con l’Enciclopedia Virgiliana (avevo in particolare curato molte voci relative ai ‘guerrieri minori’). Tuttavia, fra le altre cose che mi trattenevano, v’era anche la consapevolezza di continuare a non conoscere a fondo la materia. Virgilio è uno di quei poeti che, come Dante, esigono – da chi voglia addentrarsi con autentica competenza nella sua poesia – uno studio pressoché esclusivo, e io in realtà mi ero, per gran parte della mia avventura di latinista, dedicato soprattutto alla poesia tardolatina. Parallelamente a quanto dicevo sopra, agiva anche quest’altra seduzione: affrontare il capolavoro virgiliano parola per parola mi avrebbe offerto l’opportunità di entrare maggiormente in confidenza con questo immenso poeta. Avrei potuto accostarmi a lui per una strada peculiare, e al contempo privilegiata. In un primo tempo era previsto che fossi io stesso a curare anche l’apparato di note; ma presto ho compreso che non avrei mai potuto farcela, per lo meno in tempi brevi, e così ho chiesto aiuto, per questo aspetto, a una mia valente allieva e collaboratrice, Filomena Giannotti. Così, sia esaminando tutte le singole questioni che, verso per verso, incidevano sull’interpretazione, sia seguendo il lavoro della Giannotti – abbiamo naturalmente proceduto in stretta ‘sinergia’, continuamente confrontandoci su diversi aspetti esegetici e eruditi –, ho potuto almeno parzialmente ovviare a quella ‘mancanza di dedizione totalizzante’ di cui avevo in precedenza peccato nei riguardi nel poeta.

Ha scoperto aspetti nuovi del testo virgiliano? O almeno particolari che prima non aveva avuto modo di assaporare fino in fondo?

Ho naturalmente ‘scoperto’ molti aspetti dell’universo virgiliano che lungo il precedente studio non avevo avuto occasione di cogliere; si tratta quasi sempre di tratti che la critica virgiliana – quella ‘a consacrazione totale’ o quasi – ha già da tempo rilevato. Forse ho avuto occasione di individuare anche qualcosa cui gli studi precedenti hanno prestato minore attenzione: è tuttavia impossibile, in un mare di bibliografia così imponente, asserire di essere stati i primi o i soli a notare un qualche specifico tratto. Alcuni di questi aspetti sono legati ai problemi contingenti con cui si deve misurare un traduttore. Non mi sembra, per esempio, che, nei principali studi virgiliani da me compulsati, sia stato adeguatamente messo in evidenza un gesto estremamente sottile e sfuggente della tecnica di Virgilio. Mi è avvenuto di notare che talvolta, pur replicando un verso senza il minimo cambiamento, Virgilio ama giocarlo, nei diversi contesti, in modo differente. A mio parere è da credere che si tratti di una sofisticata intenzione d’arte, e che Virgilio se ne compiacesse, sapendo di ottenere, per questa via, identità e variazione contemporaneamente. Nel caso che qualche lettore desiderasse operare una diretta verifica, gli segnalerò per esempio i versi I 520 e XI 248. Essi sono identici, ma vi figura un participio che nel primo caso sottintende un sunt e nel secondo un sumus. Vanno così tradotti in modo uguale, ma individuando una formula abbastanza flessibile da potersi inserire nelle due diverse situazioni contestuali, che prevedono l’una la narrazione in terza persona di Virgilio, l’altra la narrazione in prima persona da parte del personaggio di Vènulo. Allo stesso modo, ma sollevando crescenti difficoltà di traduzione, si trovano diversamente modulate altre coppie di versi, come V 143 e VIII 690, oppure IV 673 e XII 871 (con tangenziale interessamento di un ‘terzo incomodo’: XI 86).

da rable.it

Dopo questo lungo ed impegnativo lavoro, vede l’Eneide con occhi diversi? La percepisce con un cuore diverso?

Alla fin fine, sì. E in differenti direzioni. Alcune sono di natura soggettiva e totalmente extratestuale: perché intervengono i ricordi delle vicende personali che si sono sovrapposte al lungo cimento ora su questo, ora su quel libro. Ma questo non ha, ovviamente, alcun vero rilievo. Piuttosto, ho potuto rivalutare pagine su cui non sarei, altrimenti, tanto agevolmente tornato. Molte zone dei libri cosiddetti ‘iliadici’ – i libri della guerra nel Lazio – sarebbero rimaste per me legate all’esperienza di una distanza di fondo, maturata nel corso di quella famosa (e anch’essa non leggera) preparazione universitaria. Strada facendo li ho riscoperti. Penso, per fare un solo caso, all’intero libro X, con la sua sottile, insistita trama tematica dei rapporti fra padri e figli, culminante in episodi come gli scontri fra Pallante e Turno (con l’empia dismisura del rùtulo nei confronti del ragazzo ucciso e del di lui padre Evandro), o fra Enea e Lauso e poi fra Enea e Mezenzio.

Crede che ci sarà sempre spazio per una nuova ed ulteriore traduzione dell’Eneide? Il testo virgiliano è davvero così inesauribile?

Qui verrebbe innanzitutto il desiderio di rifarsi alla celebre definizione di Italo Calvino circa il «classico» (e a Virgilio nessuno potrà mai negare questa ‘etichetta’), secondo cui «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». L’Eneide è ‘in sé’ «inesauribile». Quanto a una traduzione, personalmente ho cercato di tenere conto, metodologicamente parlando, di aspetti a cui la precedente tradizione delle traduzioni italiane del poema non aveva dedicato la debita attenzione. Forse alcuni miei successori seguiranno qualcuno dei miei stessi principi di metodo, altri – in accordo o dissenso – potranno senz’altro muovere da quanto ho cercato di fare, per mettere a segno nuovi progressi. Detto questo, si sa che ogni traduzione è ‘ontologicamente’ un oggetto precario (come l’involucro materiale in cui è maturata). Si dice che nessuna traduzione abbia una vita di molto superiore ai cinquant’anni, e io so benissimo che, soprattutto nel campo delle traduzioni, siamo signoreggiati da quello che Angelo Maria Ripellino – una delle mie stelle polari – definiva il «saremo dimenticati». È intuitivo che sia così, a motivo dell’evoluzione della lingua e del continuo aggiornamento dei sistemi espressivi. Altri traduttori troveranno nuovi spazi, funzionali alle nuove esigenze del gusto. A me è bastato aver tentato di presentare un’idea di un’Eneide italiana, che realizzasse un ragionevole compromesso fra la leggibilità da parte di un lettore colto di oggi e la (forse chimerica) fedeltà alla ricchissima, delicatissima musa di Virgilio.


L’altro Monti. Guido Michelone intervista Giangilberto Monti attorno a Comicanti

Mar, 02/04/2013 - 16:00

Giangilberto Monti, storico cantautore milanese, grazie anche alla collaborazione del critico Enzo Gentile, racconta nel suo nuovo cd-book Comicanti.it la comicità musicale italiana attraverso i cosiddetti comicanti, dalle macchiette del café-chantant, dal cabaret del dopoguerra alle pedane di Zelig. In questo lavoro editoriale-musicale, tra i primi e tra i migliori nel suo genere ci sono quasi tutti. Bennato, Buscaglione, Caputo, Capossela, Carosone, Cochi & Renato, Concato, De André, Fanigliulo, Fo, Gaber, Guccini, i Gufi, Jannacci, Lauzi, Petrolini, Rascel, Rossi, Taranto, Valdi, per citarli in rigoroso ordine alfabetico.
Le ventisei canzoni raccolte e reinterpretate via via da Monti assieme a Enrico Bertolino, Roberto Brivio, Marco Carena, Gianluigi Carlone, Ivan Cattaneo, Giorgio Centamore, Lella Costa, Antonio Cornacchione, Giobbe Covatta, Raul Cremona, Paco D’Alcatraz, Laura Fedele, Enzo Iacchetti, Stefano Nosei, Flavio Oreglio, Moni Ovadia, Alberto Patrucco, Flavio Pirini, Max Pisu, Renato Sarti, Sergio Sgrilli, Giovanni Storti, Nanni Svampa, risultano di volta in volta sulfuree, graffianti, sarcastiche, ironizzanti o grottesche, opere d’arte in miniatura di tre minuti l’una, di chi vuole legare all’espressione comica e satirica tanto il brano singolo quanto un intero album, mescolando poesia buffa, nonsenso surreale, commedia dell’arte, e perfino nuova inedita sonorità.
Giangilberto Monti ed Enzo Gentile – spesso assieme firmatari di dizionari, saggi e trasmissioni radio nel corso di oltre trent’anni di carriera – compiono quindi una raffinata ricerca quasi in omaggio al vero mondo dello spettacolo, per illustrare generi, come quelli comici, spesso poco apprezzati dagli addetti ai lavori ma amatissimi dal pubblico di ogni età. Le registrazioni e i mixaggi si devono a Massimo Faggioni, gli arrangiamenti al pianista Fabio Visocchi e ovviamente a Monti stesso (ideatore cultural-musicale dell’intero progetto), il quale, mediante l’Associazione Culturale Fort Alamo di Milano (produttrice dei due album, ai quali gli artisti ospiti hanno partecipato gratis) devolve una somma delle vendite del cd-book all’organizzazione umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere. In quest’intervista esclusiva per LA POESIA E LO SPIRITO Giangilberto Monti parla con Guido Michelone di Comicanti e tante altre cose.

Innanzitutto chi è Giangilberto Monti?
Un autore e chansonnier, molto curioso.

Hai di recente pubblicato Comicanti.it: vuoi parlarcene?
Un secolo di canzone umoristica made in Italy. Comicanti è un neologismo: definisce l’artista che utilizzando la forma-canzone racconta con ironia la società circostante. E la rappresenta sulla scena.

Dalle scelte di questo doppio album sembra che la canzone comica o satirica in Italia abbia avuto grandi momenti soprattutto negli anni Sessanta con taluni cantautori: è davvero così?
Non credo. Negli anni Sessanta radio e televisioni hanno semplicemente dato più spazio alla “canzone intelligente” e di conseguenza anche a questo filone, che tuttavia è stato importante in ogni periodo storico del nostro paese.

Ti interessa parlare di te?
Mi affascinano le storie degli altri, la mia un po’ meno. Permettimi dunque di evitare questo tipo di domande e risposte.

Oggi sei ancora un cantautore? accetti la definizione?
Cantautore lo sono stato per lunga parte della mia carriera. Mi sono inventato il termine “comicante” proprio per arricchire questa definizione.

Ma cos’è per te la canzone?
Dipende dai momenti della vita in cui la ascolti.

Quali idee, concetti o sentimenti accordi ai testi e quali associ alla musica?
Sono due modalità espressive, ugualmente importanti. In una canzone sussistono entrambi. Ritengo sia una questione di equilibri/o, ma è solo la mia opinione.

Tra i dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Direi tutti, compresi quelli che non ho mai pubblicato. Ho una libreria dove accumulo i progetti pubblicati e quelli inediti. L’altezza delle due pile è identica…

E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?
Canto General (Pablo Neruda e Mikis Theodorakis), Broken wing (Chet Baker), Time out (Dave Brubeck), Du chant à la une! (Serge Gainsbourg), Le quattro stagioni (Antonio Vivaldi).

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
Moltissimi, direi tutti quelli che ho incontrato, e non solo artisti. Per citare nomi conosciuti: Michele Straniero, Goffredo Fofi, Nanni Ricordi e Dario Fo.

E i cantautori che ti hanno maggiormente influenzato?
Gli chansonniers francesi e i folksinger nordamericani, come tutti credo. Ma anche il canto greco, il fado portoghese e i balli popolari: dalle sevillanas spagnole al folk bretone e mediterraneo.

Qual è per te il momento più bello della tua carriera di musicista?
Certamente la prima volta che sono entrato in una sala d’incisione, era il 1976.

Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?
Non cerco nomi noti, più spesso sono incontri casuali, ma spazio dal jazz al pop. Mi piace contaminare generi e stili diversi.

Come vedi la situazione della musica in Italia? E più in generale della cultura in Italia?
Lo “stato dell’arte” purtroppo riflette la situazione del nostro paese, ma sento che c’è molta voglia di reagire. Io stesso ci provo tutte le volte, altrimenti non avrei prodotto Comicanti.it, con tutte le difficoltà che ho incontrato. E che ho superato solo grazie alla generosità dei miei colleghi, artisti e musicisti, e alla disponibilità organizzativa sia di Emiliano Ardini, sia di tutta l’Egea Music, che ha creduto da subito in questo progetto e che tuttora lo sostiene.

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
Una volta avrei risposto elencando spettacoli, libri e dischi. Ora preferisco concentrarmi su una cosa alla volta, ma aggiungo volentieri un ringraziamento per la tua attenzione verso il mio lavoro artistico e un caro saluto da Giangilberto Monti.


Il miglior fabbro. Bufalino fra tradizione e sperimentazione

Mar, 02/04/2013 - 11:45

Università degli Studi di Catania

Struttura Didattica Speciale di Lingue e Letterature Straniere di Ragusa

Fondazione Gesualdo Bufalino – Comiso

Convegno di studi

 Ragusa-Comiso, 11-12 aprile 2013

PROGRAMMA

11 aprile, Auditorium di S.Teresa, Ragusa Ibla

ore 9.30

 -       Nunzio Zago (Università di Catania): Introduzione

-       Gualberto Alvino (Università di Roma La Sapienza): Effetto ikebana

-       Alessandro Cinquegrani (Università Ca’ Foscari di Venezia): Un personaggio chiamato Orfeo, Narciso, Edipo

Discussione

11 aprile, Auditorium di S.Teresa, Ragusa Ibla

ore 16.30

Presiede: Natale Tedesco (Università di Palermo)

-       Domenica Perrone (Università di Palermo): «È solo un po’ di vento». Parola e silenzio nell’opera di Bufalino

-       Antonio Sichera (Università di Catania): Echi scritturali e lessico religioso nel primo Bufalino

-       Marina Paino (Università di Catania): Autobiografia in corpore vili

Discussione

12 aprile, Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso

ore 9.30

Presiede: Nunzio Zago

-       Giuseppe Traina (Università di Catania): L’ingegnere di Babele. Bufalino antologista

-       Maria Panetta (Università di Roma La Sapienza): Le api iblee: fiele e miele nella saggistica di Gesualdo Bufalino

-       Giulia Cacciatore (Université Stendhal-Grenoble 3): L’ “opus perpetuum” di Gesualdo Bufalino

Discussione

Con il contributo della Banca Agricola Popolare di Ragusa


Diritti umani in Turchia

Mar, 02/04/2013 - 08:00

Le lunghe ombre del sole turco

 

La situazione dell’avvocato difensore dei diritti umani Muharrem Erbey

 

di Hans Poppel

 

Nella prigione di Diyarbir D Tipi Cezaevi in Turchia sono detenuti criminali comuni e assassini. Tra di loro però ci sono anche prigionieri politici che in uno stato democratico non sarebbero certamente perseguitati in quel modo. Molti giornalisti, intellettuali, scrittori e avvocati sono detenuti nei carceri turchi solamente perché hanno osato esprimere la loro opinione e denunciato la violazione incessante dei diritti umani nel loro paese. Sono pertanto da considerarsi vittime di uno stato repressivo che intende azzittire ogni critica con una politica di intimidazione.

Uno di loro è Muharrem Erbey, avvocato e capo del gruppo Diyarkabir, una sezione della Lega per i diritti umani. Da molti anni egli combatte per i diritti degli oppositori politici. Il modello dell’avvocato 43enne è Voltaire e il suo motto: “ Coloro che hanno perso la libertà, l’hanno persa perché non l’hanno difesa.” Nello spirito della Carta dei Diritti Umani, egli difende pacificamente il diritto di poter esprimere liberamente la propria opinione.

Da parte delle autorità turche,insieme a molti suoi collaboratori, viene considerato semplicemente un nemico di stato mentre all’estero gode di una ottima fama.

Il 24 dicembre del 2009 è stato arrestato e da allora si trova in carcerazione preventiva nella prigione di Diyarbakir.    

L’accusa è di fare parte di una organizzazione terroristica, di svolgere delle attività contro lo stato, di sostenere i ribelli curdi della PKK e di svolgere propaganda contro lo stato.

Nel settembre del 2012 è cominciato il processo contro di lui. Fino ad ora non gli è stato concesso di consultare gli atti processuali. Un procedere inaudito in un paese che reclama per sé di essere uno stato democratico che vorrebbe al più presto fare parte dell’ EU!

 

Nel novembre del 2012, a Berlino, a Muharrem Erbey è stato consegnato – ovviamente in assenza! -  il premio Ludovic Trarieux per i diritti umani. Nella sua laudatio, il ministro per la giustizia,  Sabine Leutheuser-Schnarrenberger, ha espresso la speranza che questo premio possa essere un chiaro messaggio per il governo turco. Questo premio, il cui nome ricorda il fondatore della Lega Francese per i Diritti Umani Ludovic Trarieux, viene consegnato ogni anno  per l’impegno politico da parte di un avvocato contro il razzismo e l’intolleranza.

Nel 1985, il primo vincitore del premio fu proprio l’ex presidente sudafricano e attivista per i diritti umani Nelson Mandela che diceva: “ Nel mio paese prima si va in prigione, poi si diventa presidente.”

 

“ Un po’ più di tolleranza, cooperazione ed empatia” questa è la richiesta che lancia Muharrem Erbey in una lettera dalla prigione. “ Non dimentichiamo che tutti i cittadini devono avere il diritto di partecipare alla vita sociale e politica del loro paese e che questa partecipazione, al contempo, è un dovere morale.”

 

Traduzione di Stefanie Golisch

 

L’autore e la traduttrice sono membri della sezione tedesca di Writers in Prison che in questo momento sta lanciano una campagna per l’immediata liberazione di Muharrem Erbey.

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64. Nel bozzolo

Lun, 01/04/2013 - 16:00

da qui

C’è un’immagine che ti gira nella testa: un bruco che non esce più dal bozzolo; vuole starsene al riparo, perché le ferite fanno male e quando provi e riprovi, rimanendo in attesa di un gesto, una parola, un segno d’amore che tarda ad arrivare, ti chiedi se valga la pena andare avanti, o non sia meglio rimanersene acquattati a godersi lo spettacolo da un posto più sicuro. Quando hai deciso che la misura del dolore era ormai colma? Cerchi ancora i tuoi occhi di bambino, stupito di fronte al nonno paterno che adorava tuo fratello in qualità di primo fra i nipoti, mettendolo al centro di tutte le attenzioni, mentre tu, soprammobile superfluo, marcivi in un angolo, in cantina. È arrivato un momento in cui hai guardato la tua immagine allo specchio e hai detto basta. La luce si spegne se non c’è più motivo di guardare, la notte nasconde le lacrime seccate sulle guance, che ustionano la pelle come fuoco. A quel punto, sei certo che dagli altri non avrai mai nulla; al massimo, riceverai un sorriso di compatimento, un obolo tardivo di pietà. Non resta che puntare tutto sui talenti, calcolando in che modo, d’ora in poi, sarà possibile cavarsela da solo. Lo sguardo limpido si ottenebra, cerca nell’altro solo ciò che può prendersi da sé, con l’attrazione fisica, gli occhi di ghiaccio che ipnotizzano, le parole alate da disporre con maestria, i gesti studiati che attirano fatalmente l’attenzione; sei un seduttore, uno che l’affetto degli altri lo conquista ad ogni costo, e con qualunque mezzo; ti disprezzi per le volte che hai mendicato l’elemosina magra di uno sguardo dalla Persighetti, un’occhiata di traverso, magari, senza voltarsi dalla parte opposta come per dire: guarda quello là. Afferri con rabbia l’elefantino di peluche, nascosto in qualche angolo del cuore, e lo getti il più lontano possibile. Ormai sei un uomo; e sei convinto che per esserlo sul serio debba troncare ogni attesa nei confronti gli altri; godi le volte che qualcuno si lascia trascinare nella pania; perfino la poesia diventa dura, cattiva: i versi sono lame che squarciano la carne molle del mondo, stupiscono soltanto, senza scaldare il cuore. Tutto questo perché il nonno non aveva imparato a gestire la sua parzialità. Le guerre esplodono per cause occasionali, come il Bignami insegnava agli studenti fannulloni. L’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, per esempio, fu il pretesto del primo conflitto a livello planetario; ma i motivi erano altri. Nessuno crederebbe che un nonno tendenzioso basti a rovinare la vita di un bambino, a costringerlo a starsene nel bozzolo, per sempre.


Tre consigli e un’inattesa realizzazione

Dom, 31/03/2013 - 08:00

In tempi come questi in cui nulla sembra poter resistere alla tentazione di dover venire reinventato, e in cui tablet e touch screen paiono le uniche parole in grado di poter far riaffiorare l’editoria dal pozzo senza fondo in cui è da tempo precipitata, ci sono tre libri in cartaceo che sanno, col semplice uso dell’immaginazione (un’immaginazione artigianale e non necessariamente digitalizzata), riportare nel perimetro del quotidiano un senso forse perduto di creatività.
Il primo l’ho scovato l’anno scorso in piazza Spui ad Amsterdam, nell’American Book Center, una delle mie librerie preferite della capitale olandese: s’intitola “Big Bad City” ed è un inconsueto e sorprendente capolavoro fotografico di Slinkachu.
Slinkachu (il cui vero nome è sconosciuto) è quello che si suol chiamare un urban artist, un creativo di grande talento che in “Big Bad City” ha ritratto persone ed oggetti minuscoli posizionati nei più (in)consueti contesti cittadini.
Come ha fatto giustamente notare il Time, Slinkachu realizza un’opera semplice ma al tempo stesso dotata di un grande potere evocativo: “anche se sappiamo che si tratta solo di piccole figure in metallo non possiamo fare a meno di sentire, in ognuna delle situazioni in cui sono state posizionate, qualcosa dei nostri timori e delle nostre incertezze, in particolar modo la paura di ritrovarci persi e vulnerabili in una grande e indifferente città”.
Slinkachu mette in scena quel senso d’isolamento che molte grandi realtà metropolitane suscitano in chi ci vive: un omicidio sul bordo di una pozzanghera, una famiglia che fa un pic-nic vicino all’immondizia, un uomo sul punto di suicidarsi?, tuffarsi? dall’argine di un immenso fiume. L’effetto che Slinkachu ottiene con le sue fotografie, facendo ogni volta seguire al primo piano il contesto allargato in cui i suoi protagonisti sono stati inseriti (Londra, ma potrebbe trattarsi di una qualunque altra città nel mondo) è insieme straniante e coinvolgente: uno scarto improvviso, un inaspettato unheimlich in cui diviene difficile discernere quale dei due scatti costituisca l’evento ‘familiare’ divenuto improvvisamente ‘estraneo’: siamo noi quelle piccole figure incollate sull’asfalto? E se sì, chi sono i giganteschi esseri che ci camminano, mangiano, corrono, lottano e respirano sopra?
Slinkachu dichara d’essere partito dal pensiero della realtà che esiste ai piedi di tutti noi, ovvero da quella dimensione misteriosa e microscopica che, a nostra insaputa è parte integrante d’ogni esistenza.
Il secondo libro è “Vita da mosche”, un’esilarante e a suo modo tragica rappresentazione di un mondo di mosche in un pianeta disegnato a matita. Magnus Muhr, che ne è l’autore, è un eclettico fotografo svedese che con questi scatti ha creato qualcosa di formidabile: le mosche che compaiono nelle sue pagine sono esemplari comuni di quelle creature che di tanto in tanto troviamo stecchite in qualche angolo del nostro soggiorno. Tutto il resto, invece, è il risultato di sfondi bianchi e tanta, tantissima immaginazione: le mosche di Muhr sono creature come noi, esseri (quasi) umani che vanno in piscina, danzano, suonano, piangono, litigano, scherzano, si sposano, fanno sport, discutono davanti a una bottiglia di vino e suonano la chitarra alla luce di un fuoco.
Più sfogliamo le pagine dell’opera di Muhr e più realizziamo che la nostra maniera d’osservare e considerare queste (spesso) fastidiosissime creature si è inevitabilmente modificata: mosche che sognano, mosche che piangono, che dormono, che manifestano per i propri diritti, che nascono e che muoiono e che, in tutto questo, sembrano essere alla disperata ricerca del senso della propria condizione: “Vita da mosche” l’ho scovato anni fa in uno dei banchetti del Lucca Comics, e da allora non ha più smesso d’apparire e scomparire negli angoli più insoliti della mia casa, suscitando meraviglia e spunti di riflessione in tutti quelli che se lo sono ritrovato tra le mani.
L’ultimo libro è una scoperta di pochi giorni fa, a Mt Eden, uno dei quartieri più vivi e vibranti di Auckland, nella libreria Time Out, in assoluto la mia preferita tra tutte quelle della grande metropoli neozelandese.
S’inititola “Fingerprint Art” e fa parte della collana “Let’s make some great art” dell’autrice Marion Deuchars, illustratrice e designer dalle infinite risorse e dalla multiforme creatività.
“Let’s make some great Fingerprint Art” è un testo per bambini, un volumetto grande come un quadernone e pieno d’idee capaci d’accendere la scintilla dell’immaginazione anche nei più piccoli ed inesperti artisti: “tutto quello che serve” dice la Deuchairs, “sono le nostre mani, una serie di tamponi d’inchiostro, qualche matita, un foglio e uno straccietto umido con cui pulirci i polpastrelli”.
Con le sue parole la Deuchairs ci ricorda che le nostre impronte non solo sono uniche e irripetibili, ma anche in grado di creare qualunque cosa, pensiero, storia o fantasia che abbia appena attraversato la nostra mente: uccelli, leoni, renne, palazzi, città, boschi, alieni, mostri incredibili dalle forme più improbabili.
Questo di Marion Deuchars è un libro che ha a che vedere con la nostra capacità di trovare alternative alla maniera tradizionale di vedere e rappresentare il mondo, ma al tempo stesso è un invito all’esplorazione di noi stessi e della nostra relazione con gli altri: impronte digitali per realizzare ponti, case, indovinelli, racconti: forme all’interno delle quali far agire esseri umani e animali. Anche qui, come nei due testi precedenti, realtà e immaginazione, e quotidianità ed insolito concorrono a rincreare quel senso della vita come magia e riscoperta continua a cui crescendo (e vivendo) abbiamo purtroppo finito  per disabituarci.
“Big Bad City”, “Vita da mosche” e “Fingerprint Art” sono tre opere che dicono molto più di quanto facciano intendere, e che nel loro equilibrio tra digitale e materico (“Vita da mosche” è divenuto libro dopo essere stato ‘blog’, gli altri due hanno siti internet di riferimento) dimostrano le possibilità e i vantaggi di un rapporto tra ebook e cartaceo, e trovano nell’ambiente di un festival o di una libreria, come nel mare magnum della rete, i luoghi in cui poter provare a metterlo in atto. E questo è un pensiero che da tempo mi attraversa la mente (anche adesso mentre ne sto scrivendo): e cioè che sul passaggio dal cartaceo al digitale si è sentito dire di tutto tranne che (più che gli editori) saranno i singoli testi e le piccole librerie a costituire gli spazi in cui verrà giocata la parte più importante della partita. Se da una parte infatti pare che le grandi catene stiano arretrando o addirittura chiudendo, dall’altra le piccole realtà indipendenti stanno sopravvivendo, si stanno rinnovando, stanno, in alcuni casi, perfino rinascendo: in fin dei conti, pensateci bene, a parte i testi di cui vi ho appena parlato e che vi consiglio d’andare a cercare, non sono forse stati i luoghi in cui li ho trovati ad attirare buona parte del vostro interesse?


63. Il mondo nuovo

Sab, 30/03/2013 - 16:00

da qui

Le malattie degli altri si scoprono solo se ci fai attenzione. Fu uno dei sipari che si aprirono nell’incontro con don Mario. Solo chi vive nella carità vede la parte opposta del mondo, quella a cui non osi avvicinarti quando sei preso da te stesso e avverti come una minaccia tutto ciò che non rientra nei tuoi schemi. Con lui, le barriere cadevano, una dopo l’altra, rivelando processioni pittoresche di alcolisti, drogati, schizofrenici, una corte dei miracoli che trasformava a poco a poco la percezione stessa del reale: eri costretto a fare i conti con ragionamenti imprevedibili, cortocircuiti sorprendenti; dovevi mettere da parte tutte le risposte preconfezionate, entrare in una logica diversa, quella di Agatino, per esempio, che don Mario aveva mandato a lavorare nel giardino di una rigida beghina del quartiere: s’era disteso tutto il tempo su una sedia a sdraio, e aveva preteso d’essere pagato. Di fronte al rifiuto prevedibile, aveva risposto con epiteti in contrasto con l’austerità del personaggio: lei è una zoccola!, le ripeteva con compiacimento. La signora era corsa da don Mario imponendo un ultimatum che non ammetteva compromessi: o lui o io. Fu in quel frangente che toccasti con mano i criteri rovesciati del vangelo, la parzialità di un Dio che si schiera dalla parte del più debole, anche in presenza di argomenti ragionevoli; pensasti a quante volte Gesù aveva preso le difese di gente impresentabile: adultere, pubblicani, prostitute; a come assumesse soggetti discutibili tra suoi i collaboratori: Matteo dal banco delle imposte, Simone lo zelota, gli attaccabrighe Giacomo e Giovanni; ne deducevi che Dio sarebbe stato un pessimo manager d’azienda, avrebbe portato al fallimento qualsiasi associazione politica o sociale, circondato da impiegati inaffidabili, funzionari che avrebbero affondato le ditte più fiorenti, accettando incarichi importanti per poi dormire nel divano dell’ufficio. Avrebbero insultato la segretaria del partner prestigioso – lei è una zoccola! -, che si sarebbe di certo imbestialita, intimando in nome dell’azienda un ultimatum senz’appello: o lui o io; avrebbe atteso con le braccia conserte, pretendendo le scuse doverose. Ma Dio le avrebbe risposto inaspettatamente: lui; e la pia parrocchiana se ne andò, sbattendo la porta e imprecando contro i tempi moderni e la nuova morale da strapazzo. Agatino continuava a scrivere poesie sui conti correnti e le bollette, sulle pratiche e gli atti notarili, e il bello è che niente sembrava fallire; anzi, tutto funzionava meglio, come se ogni infermità, una volta accolta, avesse il potere di guarire anche i sani che si pensano nel giusto, e l’unico modo per sbloccare un meccanismo inceppato dal giudizio fosse quello di ripetere: neanch’io ti condanno. Per un momento, ti apparve all’orizzonte il mondo nuovo che soltanto in questi giorni torna a splendere, per uno dei miracoli che accadono quando, oramai, non ci speravi più.


YEHOSHUA di Fabrizio CENTOFANTI. Recensione di Augusto Benemeglio

Sab, 30/03/2013 - 12:00

“Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra”

(J.L.Borges) 

1.“Yehoshua di Fabrizio Centofanti , editrice clinamen, 2013 , è  la confessione di un prete-poeta “Io sono tutti voi, sono una comunità, sono un  popolo intero. Certo è che devo pagare per tutti, devo pagare in termini di sofferenza e pena , di dubbi , angosce e disperazioni , di incontri-scontri con un Dio che ama e soffre , che lacrima sangue , coinvolto com’è nella pena e nella storia dell’uomo e del suo peccato, delle eterne attese e speranze dell’uomo… Come avrete capito , è un romanzo scritto con la penna intinta nel proprio sangue, un po’ come faceva Van Gogh con i suoi dipinti , che ha in sé anche una componente da thrilling sacro.   L’incipit del romanzo è già una dichiarazione d’intenti , in questo senso. In una Basilica , che si capisce essere quella del Santo Sepolcro , – che si eleva nel cielo , col peso infinito della luce , col sudore della terra ,  maschera sacra che consuma volti di pellegrini ignari , – una bomba è deflagrata, un’altra Guernica del terrorismo ha squarciato qualcosa,  “pezzi di ferro, legno e carne umana che volano in ordine sparso nello spazio diventato incandescente, una nuvola dai contorni indefiniti che consuma tutto ciò che tocca, riducendolo in polvere ustionante”.(vds.pag.18)

“Yehoshua è un libro scritto come una sinfonia segreta , che utilizza diversi registri ,alla maniera joyciana, il monologo interiore e il flusso di coscienza , la focalizzazione multipla per mezzo della quale il lettore viene coinvolto interamente nella verità della narrazione perché legge, metaforicamente, nel pensiero dei personaggi, abita nel loro inconscio. Facendo largo uso anche del flash-back , Fabrizio usa  le   parole come strumenti musicali : dal cadenzato e virile squillo delle trombe  al lamento dei fiati e dei legni , alle pause quasi singhiozzanti degli archi, ai grandi balzi dei contrabbassi , la parabola, l’ascensione e l’agile arabesco dei violini .  Questo spartito musicale fatto di parole ha – l’abbiamo accennato –un inizio apocalittico , da danza infernale, da “Una notte sul monte Calvo”  di Mussorgskij ,e poi si fa man mano canto di speranza e d’amicizia, onda potente di mare su cui naviga una barca, che continua ad essere il fragile incontro della parola con l’altrove.

“Dalla barca si comprende bene la complessità del mondo: lo stato liquido, la fluidità di pensieri e sentimenti cullati nel ritmo ipnotico della risacca, ma anche le tempeste improvvise e imprevedibili, che spazzano all’istante la costruzione paziente di una vita”(vds. Pag 24).

 

2. Parole scritte da un frequentatore dell’Assoluto, un tessitore finissimo di trame liriche , ma anche un uomo fortemente radicato nel suo tempo e nella storia , direi  nei gemiti e nella spazzatura della cronaca  di tutti i giorni, a contatto diretto con la realtà sociale e umana più degradata , dei poveri, dei reietti, dei diseredati, degli ultimi, uno che da sempre cerca Yehoshua in tutti i luoghi possibili della terra.  Dio , l’”Inafferrabile”, l’“Indicibile” , si incarna ancora una volta e si cala nella nostra realtà , nella cronaca  che vediamo tutti i giorni riflessa  nei telegiornali, sui siti internet,  su You tube,  che ci portano in casa i fatti e misfatti della Palestina. Ma  Yehoshua è un uomo strano uno che predica sulla cresta dell’onda , col mare in tempesta,  uno che disegna cerchi nella polvere e li cancella,  uno sbandato che si rifugia negli orti degli ulivi dove  suda sangue; un  predicatore da ultima spiaggia , da nostra Signora dell’altra Riva , che ha una parola folle che fa scoppiare tutte le altre parole ( – Che diritto di esistere può avere un culto che mette al primo posto il fasto degli abiti, lo scintillio dell’oro, dietro i quali s’indovina la bava immonda dell’ambizione, il desiderio di potere? – vds. Pag.149) ; insomma , un uomo assurdo , paradossale , un cacciatore implacabile di utopie , che vuole salvare a tutti i costi l’uomo

Nella Palestina di oggi , – melagrane ferite d’anni e grani neri , cremisi e violetti e spazio fessurato , cicatrici di sale sulla fronte , tracce rosse , vesti dell’incendio , – continua l’avventura della coscienza cristiana , sempre in conflitto tra lo spirito e la lettera del Vangelo , tra l’obbedienza alla chiesa e la libertà della propria personale ricerca , tra la verità rivelata e l’attesa di una verità che debba ancora manifestarsi.  E tutto ciò  s’incarna in una realtà storica come la nostra  che porta i segni della maledizione: l’apparire ,l’avere , l’indifferenza e l’egoismo.  Di qui il grido che sale dal sangue e dall’anima , dalla carne e dallo spirito , che promana dalla stessa sconfitta dell’essere e dell’esistere , ossia dalla disperazione dell’uomo – che è disperazione di Dio e della Croce – di cui il poeta si fa interprete: “Quali abissi/ di spazio e tempo, in te/ e quanta vita e quanta morte/stanno in un solo palpito d’amore! / Tu hai , al centro esatto del cuore, /per virtù di fede e d’arte , / la “gioia”, anzi “l’inno alla gioia”,/  che si dilata fino agli orli del proprio essere,/  nella purificazione del dolore ,/ in una nuova armonia di luce, in vibrazioni di spazi illimiti ,/ nel crocevia di arcane animazioni dello Spirito. La Poesia , – che è in te e nasce dal gemito della storia/ e si fa evento, inverandosi nel futuro, – può dire, come Dio: “Io sono” è il mio nome// Sono la bellezza che vi salverà/ l’inascoltata e “inutile” bellezza.

 

3.Centofanti traffica ai margini della storia universale e del Caos , non ci sono compromessi , né strizzate d’occhio al lettore, tutta la sua magia , il suo filo d’Arianna , è l’impegno, l’applicazione , il costante e duro artigianato da  falegname della penna, che fa ogni notte  esercizio di catechesi squarciando il proprio cuore , il suo pudore, la sua angoscia, le sue ferite , la sua trepidante e indomita anima che attraversa i confini dell’oltre con un battito d’ali di farfalla per srotolarsi come un tappeto davanti ai nostri piedi , ai nostri occhi  smarriti e increduli .  Fabrizio lo sa ( e spesso ce lo dice) che possiamo e dobbiamo salvarci tutti assieme, rimanendo abbracciati, perché – come amava ripetere don Tonino Bello – “abbiamo un’ala soltanto e possiamo volare solo rimanendo abbracciati// Noi siamo un fiume solo/ e se uno ha peccato siamo tutti feriti”. E quella sua costante ricerca , quel suo senso forte di “comunità” , di fratellanza, di cammino da fare insieme, uniti , mano nella mano, fiato a fiato ; appreso dal suo maestro e predecessore , è travasato anche in questo libro .  Ci manca un sentiero , una strada da percorrere , ed è forse questo il dramma dell’uomo nella storia, la disperazione dell’uomo d’oggi che sembra essere senza futuro . Il nostro è il tempo dei poeti senza ascolto e dei profeti senza Dio.  Chi conosce Fabrizio sa che la sua anima  è impervia e colma di stupore , sa dell’ansia di giustizia e di rinnovamento  che lo pervade, delle sue sofferte immersioni nella realtà di tutti i giorni , per  modificarla e trasformarla , farne un campo di mille  papaveri rossi .E in Yehoshua , forse il suo capolavoro , tutto ciò lo ritroviamo  intatto, anzi  come accresciuto ,   amplificato, fortificato.

Ma anche stavolta ci sono anche le tentazioni , i tradimenti , la morte. Yehoshua  va nel deserto e  viene tentato, chiama a sé i discepoli, pescatori , viene travisato , viene tradito, opera miracoli , parla in parabole , muore ,  senza che vi siano , alla fine, troppi rimpianti , eccetto da parte di un pugno di fedelissimi .  La storia si rifà chiaramente al Vangelo di Matteo e Marco, ma anche ai vangeli apocrifi, e a tanti altri libri che Fabrizio ha letto  tra i quali  mi vengono in mente il Cristo filosofo di Bulgakov, il Cristo poeta raffinato di Wilde, e il “Complice” di Borges:

”Mi crocifiggono ed io devo essere la croce e i chiodi” E poi c’è la magnifica Maddalena sul modello  di  Gibran, che Fabrizio  rende una figura di altissima spiritualità, sublime, indimenticabile, una creatura che Yehoshua ama fin dal primo istante.

Ma chi è Yehoshua?

E’ stato il più formidabile colpo di gong nel millenario rumore delle agitazioni del mondo, ma  nonostante il suo straordinario fascino , pochi hanno capito chi veramente fosse.

4. La sua follia e il suo scandalo , la sua folle rivendicazione della giustizia e dell’amore , la sua scandalosa intenzione di fondare l’uomo sulla libertà e sulla dignità non si comprendono col metro della razionalità e dell’orgoglio…Bisogna  sempre  ascoltare il cuore , bisogna ripetere tutti i giorni il “Padre Nostro”, che unisce tutti gli uomini in Yehoshua , bisogna ripetere quelle semplici e mirabili sessanta parole con cui ci ha insegnato a parlare con Dio e con gli uomini. Tutto  di noi stessi è  in un viaggio costante. Nulla è perso/ nel dolore che fascia l’universo. Ci sono pietre di lacrime/ che nessuna tenerezza scioglie..

Questo libro è pieno di nobiltà e di tristezza ,  composto di una poesia smisurata, una “Smisurata preghiera”, un po’ alla De Andrè , che Fabrizio ama molto, ma anche di smisurata pietà per tutte le creature , per  noi stessi , che ci troviamo sempre di fronte a una pietra, che spesso è d’inciampo, ma può essere anche di salvezza

  Roma, 29 marzo 2013

Augusto Benemeglio


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