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login utente navigazione i miei libri ![]() Sangue del suo sangue Nottetempo - Roma - 2011 - pp.344 Euro 16,50 - ISBN 88-74522-84-3 Collana Narrativa ![]() Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis ![]() Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci" ![]() Auroralia un'antologia a cura di Gaja Cenciarelli intorno a una immagine di Jerry Uelsmann Editrice ZONA - Arezzo - 2009 - pp.100 Euro 11 - ISBN 978-88-6438-036-0
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73. Ci credida qui Ti sembra d’essere arrivato, certe volte. Tutto fila liscio, ogni tassello del mosaico ritrova il suo posto, pensato dai secoli dei secoli da uno che conosce l’arte. Ti senti amato, torni a com’eri come quando le strutture di peccato erano state smantellate a una a una: il Signore ci sa fare; lo sapevi, ma toccarlo con mano è un’altra cosa, una gioia che fa scoppiare il cuore, spremere lacrime che piangi di nascosto, come sempre. Ecco, qualcuno ti ha pensato, non hai più motivo di temere, ti lasci andare come ai tempi della Grazia, puoi volare, bruco che ha il coraggio, finalmente, d’essere farfalla. Puoi fonderti di nuovo con la vita: la musica t’inebria come un vino buono, non hai bisogno di erigere difese. Preghi ed ottieni, perché sai come approdare al cuore grande di Dio. Trovi la forza di lasciare tutto, di gettarti alle spalle il mantello impolverato della cecità, di seguire il maestro che t’ha detto: lo voglio, riabbi la vista, la tua fede t’ha salvato. Riconosci le palme di Gerico, gli ulivi e i vigneti, i campi che si smagliano sfiniti alle falde brulle dei monti. Sei vivo per miracolo, per la seconda volta; sperimenti i colori del mondo, gli odori irresistibili, t’incanti al ritmo della musica che attorciglia le viscere, come il bacio dell’amata. Ma non t’illudere: ecco, ti dice che prima era diverso, che poteva confidarsi e condividere, che il segreto è amare ed essere riamati e che, di tutto questo, non ha alcuna intenzione di privarsi. Vedi? Era presto per essere felici; c’è un tempo di cui non sei il padrone, una stella che fatichi a riconoscere, spenta, magari, da millenni; ma tu resisti, sai che una promessa è una promessa, che il Signore ha pensato a un progetto e non potrà fallire; anche se coloro che dovrebbero aderirvi nicchiano, vacillano, perché forse una meta non è più una meta se è colta troppo presto: struggersi per giungere nel porto è altrettanto importante che gettare l’ancora e attraccare. La tua storia non è stata una battaglia per strappare al nulla, a palmo a palmo, la terra promessa dell’identità? Affacciandoti al balcone, da bambino, hai intuito che entrare nella vita avrebbe implicato passare mille prove, che il ragazzo appollaiato sulla sedia era oppresso dalla noia, che la donna pensierosa, alla fermata del bus, era rosa dalla gelosia e la balena azzurra del 779 s’era forse avvicinata, sbuffando un po’ più forte, alla sua ultima corsa. Non ti farai frenare dal suo voltarsi indietro, dal rimpiangere un passato dimentico del dono più grande del presente. Ormai ci credi, il cielo è dentro te, nemmeno il diavolo potrebbe più rubarlo. Dal nostro inviato Pablo QuiproquoSi respira aria nuova oggi in Italia. Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard FordQuando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa. In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver. Canada è la storia di un apprendistato esistenziale. Siamo negli anni sessanta. Due fratelli gemelli, diversissimi fra loro, quindicenni, Dell e Berner, figli di un militare precocemente pensionato dall’aviazione (ha combattuto nella seconda guerra mondiale) e di un’insegnante, si ritrovano con i genitori in carcere a causa di una strampalata rapina in una banca. Il racconto parte proprio da qui. Con un incipit fantastico che anticipa tutto il libro, per poi riavvolgere il nastro e ricominciare tutto dal principio (“Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi che avvennero più tardi” – “First, I will tell about the robbery our parents committed. Then about the murders which happened later”). Il romanzo è diviso in due parti: la prima, quella “americana”, racconta il contesto familiare e finisce con l’arresto dei genitori. Il contesto: Bev Parsons è il padre, un uomo mezzo fallito ma intraprendente, un inguaribile ottimista incosciente, forse non tanto intelligente. Una madre, Neeva, di origini ebraiche, minuta, sensibile, sottomessa e ribelle allo stesso tempo, ma indecisa e incapace ad opporsi al marito. I figli: due adolescenti con poche risorse, sballottati da una città all’altra, con sogni e progetti segreti (i ragazzi per lei, gli scacchi e le api per lui), introversi, con pochi amici. Il ritmo è quello delicato e morbido delle giornate quiete che trascorrono nel nulla di una provincia americana del nord. Un’estate come un’altra, temporali che si succedono a picchi di calore, una fiera che come ogni anno smuove in modo colorito ma mediocre la comunità. I sogni di riscatto, piccole truffe per arrotondare. In questa normalità un po’ squallida, si introducono come un virus silenzioso i preparativi della rapina, l’ansia, l’eccitazione, i dubbi (dei genitori e dei ragazzi, soprattutto di Dell, la voce narrante del romanzo, che intuisce ma non vuole capire, per proteggere i genitori e se stesso dall’assurdità di quel progetto irragionevole), la paura dei giorni immediatamente successivi, trascorsi nell’attesa che qualcosa succeda, perché è chiaro che qualcosa succederà: “Le cose accadono quando le persone non stanno al loro posto, e il mondo va avanti e indietro in base a questo principio” (pag. 386) (ma forse anche perché i due sventurati sono andati a fare la rapina guidando questa macchina qui, che non è che passi proprio inosservata). Tutto questo viene raccontato attraverso il filtro delle azioni quotidiane e dei pensieri di Dell e della sua famiglia, in un flusso metodico e riflessivo che allunga i tempi, un accumulo denso di dettagli, di pensieri, osservazioni, desideri di un adolescente che sembra avere lo scopo di imbastire attorno all’evento drammatico che cambierà il corso delle loro vite un involucro accogliente che ne neutralizza l’eccezionalità, l’improbabilità, per annetterlo nel novero delle cose inevitabili, ordinarie, sottolineando così il carattere naturale di ogni cosa, per quanto apparentemente assurda. Ciò che resta è di trovare un senso, accettare le cose come vengono. Nella seconda parte, quella canadese, troviamo Dell affidato a un inquietante personaggio, il fratello di un’amica della madre, emigrato oltreconfine qualche anno prima. L’uomo è brillante e protettivo (ma nasconde un passato, e il passato, per quanto si provi a nasconderlo, riaffiora sempre). Dell ne intuisce la pericolosità, ma al tempo stesso cerca in lui una sponda. In lui si identifica, cerca riparo, un modello, lo teme. Le terre desolate spazzate dal vento gelido del Canada risultano a Dell un posto incomprensibilmente molto simile agli Stati Uniti; è inquietante sapere di trovarsi in un oltre, in un mondo diverso ma così prossimo a quello da cui proviene: oltrepassare il confine è l’equivalente dell’esperienza di essersi trovati senza apparente soluzione di continuità nel mezzo di un dramma inconcepibile fino a qualche giorno prima. Il confine fra gli Stati Uniti e il Canada è simbolicamente inconsistente come quello fra il bene e il male. Il diverso così simile a noi. Trovare il senso in quello che succede non è affatto facile. Per il padre di Dell è proprio un’ossessione: “Devi trovare dei sistemi per fare in modo che ogni cosa abbia un senso [...] Stabilire una gerarchia.” (pag. 126). E poi domanda: “Voi ragazzi, sapete cosa significa avere un senso?” […] Significa che accetti le cose. Se capisci, poi le accetti. Se le accetti, capisci”. Al che Berner, la figlia, risponde: “Io le cose non le capisco, ma le accetto. E non accetto le cose ma le capisco. […] Tu non hai senso, ecco tutto.” Tutta la vicenda sembra essere il tentativo di Dell di bilanciarsi fra questo modo di vedere la vita fra il rassegnato e lo stoico e una possibile via di fuga. Il romanzo si apre e si chiude nel segno di John Ruskin: “Qualche anno dopo, all’università, lessi che il grande critico Ruskin aveva scritto che la composizione è l’ordinamento di cose diseguali. Il che significa che tocca al compositore determinare cosa è uguale a cosa, e cos’è più importante, e cosa si può mettere da parte mentre la vita va avanti veloce come una freccia. [p. 29]; e alla fine, proprio nelle ultime righe del romanzo: “Quello che so è che nella vita hai migliori probabilità – di sopravvivere – se sopporti bene le sconfitte; se riesci a non diventare cinico nel corso di questo processo; se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose disuguali in un intero che protegga quanto c’è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. [p. 421] (i corsivi sono miei). Collegare le cose disuguali per proteggere quanto c’è di buono. Non per scoprire, o per conservare. Per proteggere. La vita di Dell e Berner prenderà strade completamente diverse. L’anarchica Berner si caccerà in ogni tipo di guaio; i guai invece sembra che siano loro a cercare Bell. Eppure mentre Berner sembra non imparare niente dalle sue esperienze “marginali” (come scopriremo alla fine), Dell al contrario manterrà la rotta, vincerà la sua battaglia con la vita (non sappiamo come: il libro racconta solo pochi mesi della famiglia Parsons, per poi saltare cinquant’anni e arrivare direttamente alle conclusioni). Ha saputo custodire e proteggere il buono nelle cose disuguali. 72. La faccia nascosta della lunada qui Quante cose hai capito, tutte in una volta. E’ un suono di campane che arriva all’improvviso e ti ricorda tante cose, tutte in una volta, come quando correvi e una forza ti spingeva, ti faceva passare tra la gente ignaro di tutto, eccetto che l’amore. Una canzone: parlava della luna; hai messo e rimesso la cassetta, ma lui sopportava, con pazienza. Facevate su e giù, di fronte al palazzo pieno di archi; parlavi, parlavi, ti stupivi tu stesso delle cose che dicevi, e mai una volta che t’avesse interrotto: sorrideva, come uno degli archi in cui passava e ripassava il vento, la tempesta perfetta della tua esistenza, quasi fosse normale perdersi nei sogni, nella faccia butterata della luna, nei brillanti delle stelle che qualcuno aveva appeso lassù, per ricordarti di un tesoro che ancora trascuravi; o quando vagavate in riva al lago e ti sentivi male, ti mancava il terreno sotto i piedi, ti assaliva l’impressione di dissolverti; intuivi che era tutta una questione di coraggio, di lanciarsi senza più esitare, buttati! è fredda! Amavi la luna: che cosa ricordava? che cercavi lassù? che cosa immaginavi di trovare nella parure scintillante delle stelle? Una luce, una luce; dottore, che cos’ha? lo diranno le analisi. Non ti eri mai sentito così male: era come se il cervello evaporasse, come si aprisse un buco in mezzo al cuore; stai tranquillo, fermati un momento, non c’è nulla da temere; il lago è uno schiaffo d’acqua sulle guance fredde, ma basta che ti guardi, che sorrida; ve l’ho detto, non sappiamo, vi terremo informati; dove m’hanno portato, perché m’hanno staccato così presto? dov’è, dov’è mia madre? E’ possibile sentirsi così male e poi guarire senza alcun motivo? Sì, è qualcosa che perdi e ritrovi all’improvviso, senza sapere cosa sia; la metti un’altra volta, e lui fa fare, per chilometri e chilometri, chissà che risposta ti aspetti di trovare, nelle note. Quante volte hai rivolto lo sguardo verso l’arco nero della notte, provando a riconoscere le stelle – Arturo, Rigel, Aldebaran – per riuscire a dare un nome alla persona che da allora hai cercato in ogni donna, come se qualcuno potesse rimborsarti l’angoscia del distacco, convincerti che i vuoti si riempiono, le falle si riparano, e il lago potesse cambiarsi in un momento da schiaffo sulle guance irrigidite a carezza inaspettata, trasformarsi da perdita in presenza. Fermati, ecco, sono qui. Quante cose hai capito, tutte in una volta. E’ un miracolo, amico, vedere la faccia nascosta della luna. “IN TERRITORIO NEMICO”: LA SCRITTURA INDUSTRIALE COLLETTIVA A FIRENZEdi Giovanni Agnoloni “Vanni Santoni, Gregorio Magini e la Scrittura Industriale Collettiva” In territorio nemico, un romanzo sulla Resistenza edito da Minimum Fax con ben 115 autori, riuniti in un’équipe di “Scrittura Industriale Collettiva” (“SIC”). Il progetto è stato ideato e coordinato da Vanni Santoni (Gli interessi in comune, Feltrinelli; Se fossi fuoco, arderei Firenze; Laterza, Tutti i ragni, :duepunti) e Gregorio Magini (La famiglia di pietra, Round Robin). La storia è quella di tre giovani che, a partire dell’8 settembre 1943, l’assurda situazione di un’Italia lacerata dall’armistizio costringe a restare lontani tra loro, nonostante i legami che li uniscono. Si tratta di Aldo e Adele, giovani sposi, e del fratello di lei Matteo. La diserzione, la lotta partigiana, la via della clandestinità diventano sentieri nascosti per uscire dalla selva dell’orrore e della disperazione, mentre la morsa del regime non cessa di spaventare. E, protagonista silenzioso ma concreto, il panorama naturale e umano di un’Italia ormai lontana da noi, fatta di campagna, di solitudini assolate, di sogni coltivati nel caldo di un sole che pur è incapace di scacciare dal fondo dell’animo la paura della fine. La prima nazionale e presentazione ufficiale del romanzo sarà mercoledì 17 aprile 2013 alle ore 18 alla Libreria Feltrinelli di Via Cerretani 30/32r, a Firenze. — Intervista a Vanni Santoni e Gregorio Magini: - Qual è lo spunto da cui è nato In territorio nemico? Perché l’idea di un progetto di scrittura collettiva a così ampio raggio? Realizzare un romanzo era tra gli obiettivi iniziali del progetto SIC. Quando, nel 2007, ideammo il metodo, stabilimmo che il coronamento del progetto sarebbe stata la realizzazione di un romanzo a “oltre cento mani”. Ci sono voluti sei anni, tre di sperimentazione metodologica e tre di lavoro sul testo, ma alla fine ci siamo riusciti, doppiando pure l’obiettivo numerico. Sulla genesi del progetto SIC rimandiamo a questa intervista a Bibliocartina, in cui abbiamo trattato il tema in modo esaustivo, mentre sul perché della scelta di un romanzo storico ambientato in quel periodo, al saggio Affinità elettive. - L’aver puntato l’attenzione su protagonisti giovani è anche un modo per lanciare un messaggio di speranza e di reazione alle nuove generazioni di oggi? Tutte le scelte effettuate nel romanzo sono emerse dalle schede, o al massimo dal soggetto che è comunque stato scritto a partire da aneddoti e documenti raccolti dagli scrittori, quindi non c’è controllo in questo senso. C’è stato in passato chi ha detto che le opere SIC farebbero emergere l’“inconscio collettivo”, quindi può darsi, da questo punto di vista. Oppure, più semplicemente, è solo il fatto che la Resistenza ha avuto protagonisti molto, molto giovani. Vanni Santoni e Gregorio Magini - Come avete scelto i partecipanti al progetto? All’inizio, in preiscrizione, anche grazie ai passaggi su Fahrenheit, abbiamo reclutato qualcosa come quattrocento iscritti. Al momento dell’avvio dei lavori, gli effettivi confermati erano 223. Poi, appena è stato chiaro che non si trattava di uno dei tanti giochini che nascono e muoiono sul Web, ma che c’era da scrivere una quantità rilevante di pagine ogni settimana, in molti sono scomparsi. Alla fine ci siamo ritrovati con i famosi 115 (in realtà un po’ meno, perché il numero finale include i revisori e i consulenti dialettali, reclutati per lo più a fine lavori). - Come avete organizzato l’assemblaggio dei singoli contributi e garantito la (pregevole) uniformità stilistica dell’opera? Intanto, grazie per il “pregevole”. Abbiamo utilizzato il metodo SIC, dove i contributi non vengono assemblati, bensi sommati (tutti gli scrittori lavorano infatti a ogni parte del testo) e successivamente distillati in schede definitive. Il processo di scrittura, composizione e rilettura omogenizza lo stile e “porta” via via gli scrittori verso obiettivi anche formali comuni. Per una spiegazione sintetica del metodo, rimandiamo a questa intervista a Vanni Santoni, mentre per chi volesse approfondire la cosa nel dettaglio, o usare il metodo SIC per le proprie opere, consigliamo di scaricare i materiali dal nostro sito. - Un’opera di questo tipo mette in crisi o semplicemente cambia il concetto di “autorialità”? Sicuramente lo mette in discussione. Sono questioni con cui ci siamo dovuti confrontare fin dagli albori del progetto SIC, tant’è che oggi abbiamo un piccolo archivio in merito. Su come cambia la funzione autoriale in un’opera SIC, abbiamo scritto un ampio articolo, Solve et coagula, mentre sulle implicazioni più ampie dell’avvento delle reti in letteratura, Letteratura come network. C’è poi la questione della possibilità di una letteratura collettiva, sulla quale abbiamo netto in Atlantide non fu affondata in un giorno. - La “SIC” sta ricevendo grande attenzione anche a livello internazionale. Quali i prossimi appuntamenti? Il 18 aprile la traduzione del pezzo scritto da Vanni Santoni per La Lettura del Corriere della Sera uscirà sul Courrier International, corredata da uno speciale su In territorio nemico, mentre il 6 maggio saremo in onda su Fréquence Paris Plurielle con una lunga intervista a cura di Veronica Collalti. Ci sono inoltre presentazioni in programma a Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, New York e interventi in varie università europee e americane, ma ancora non possiamo pubblicare il calendario, non essendo definitivo. - Ci saranno altri romanzi di questo tipo? Ci sono voci di case editrici che vorrebbero mettere su un gruppo SIC di 6-7 professionisti agli ordini di uno dei fondatori per realizzare romanzi di genere – e la cosa di certo potrebbe funzionare, dato che al di là del gesto estremo di scrivere un libro in oltre cento, il numero ideale di autori per realizzare un’opera SIC rapidamente è quello – ma, appunto, sono solo voci… Ivano Mugnaini, L’algebra della vitaIvano Mugnaini L’algebra della vita – Greco & Greco editori, 2011, pag. 262, euro 10.50 Nota di lettura di Annamaria Ferramosca Continua con il libro di racconti L’algebra della vita l’originale percorso narrativo dello scrittore Ivano Mugnaini, dove l’insolito titolo – dal racconto eponimo – è già segnale inconscio di un traguardo raggiunto. Dalla lettura di questi racconti infatti, costruiti come prismi perfetti, si evidenzia la consapevolezza dell’autore di star facendo i conti con le poliedriche facce della vicenda umana che appaiono regolate, nel loro crearsi e risolversi, come passi di misteriosa perfezione matematica, tracce di un disegno esatto e imprevedibile. E questa particolare disincantata algebra mostra, mi sembra con un fondo di pessimismo, una prevalenza dei segni meno sui più già fin dal primo racconto. La feritoia, con il suo comparire-scomparire appare chiara metafora di morte-vita, che mostra l’inconsistenza del tutto di fronte a un eterno divenire capace di ingoiare ogni vibrazione. E subito si percepisce chiara la predilezione dell’autore per una tecnica narrativa che definirei psiconarrazione, dove l’azione è minima e lascia lo spazio per una densità di pensiero che accompagna costantemente il lettore lungo personalissimi percorsi. E’ un raccontare che procede fluidamente aprendo spesso al desiderio di abbracciare la bellezza, cercandola soprattutto negli incontri d’amore. Sono donne-limite quelle descritte, un po’ strane, un po’ straniate, sempre inafferrabili, come del resto deve essere l’assoluto della bellezza. E pure le figure maschili però emergono nitide, spesso guardate dall’autore con indulgenza e profonda comprensione. Mugnaini indaga con il suo procedere algebrico gli spazi della storia e quelli della realtà quotidiana trovando equivalenze (Viale Voltaire), creando sovrapposizioni tra antiche e attuali congiure (La congiura dei Pazzi), chiudendo lunghi viaggi introspettivi con soluzioni spesso tragiche. Questa tensione al monologo di scavo nel reale e nel metafisico, è capace di illuminare infiniti tratti caratteriali e pulsioni dei personaggi, in cui il lettore può riconoscersi con stupore e a volte anche sgomento. E questo sembra il valore aggiunto di questa narrazione, che grazie alla leggerezza di calviniana memoria, non inficia di certo la prosa per eccesso di psicologismo, anzi la caratterizza in positivo, anche per frequenti sussulti lirici(l’autore è anche finissimo poeta) e per quel suo passo personalissimo e appagante, giocato tra l’onirico e il riflessivo. Sono riflessioni innescate da ricordi, o da piccoli eventi del quotidiano, come la fila al supermercato, o la morte di un gatto. Piccole intense odissee psicologiche, con straordinarie immedesimazioni (L’ombra del vero, L’alba, l’incredibile Fili sottili, e l’ultimo, Le piume del pavone). Ed è nella descrizione di vicende d’amore, che appaiono così intense e totalizzanti , che la narrazione raggiunge pienezza e finissimo rigoglio, affondando nelle pieghe di una ininterrotta meraviglia, di fronte al mistero-donna descritta come dispensatrice di densità, di sorpresa, di fortissima spinta vitale (Miele e pioggia, Lo sprazzo di luce). Lo stile inconfondibile di uno scrittore si riconosce da uno speciale dono trasfuso nella scrittura. Il dono di Ivano Mugnaini è anche nella sua particolare capacità di convertire le sue visioni in “scene ultime”, dal sapore di destino, con l’acme di un sorprendente finale, spesso una fine sottilmente corteggiata, che appare con la serenità di una soluzione (algebrica), con la semplicità di un passo inarrestabile. Mugnaini percorre l’esistenza leggendone la notte e l’alba, tutta la chiara bellezza e l’oscura fuga del senso. E responsabilmente afferma (in Tre parole illeggibili) che Lo scrittore è una specie di dio, un essere costretto alla creazione, incatenato alla necessità di dare carne e sangue a pensieri eterei. Credo che dopo la lettura di queste pagine i lettori ne siano convinti. E grati. FIRENZE, 18 aprile 2013: Presentazione del libro di PAOLO RUFFILLI, “Affari di cuore”Con il patrocinio di Regione Toscana – Provincia di Firenze – Comune di Firenze L’Associazione MULTIMEDIA91 diretta da Alessandra Borsetti Venier presenta la Rassegna annuale 2012-2013 5 GRANDI INCONTRI CON LA LETTERATURA
Quarto incontro
Presentazione del libro di PAOLO RUFFILLI Affari di cuore, Einaudi Editore 2011 Interventi di GIUSEPPE PANELLA docente di Filosofia (Scuola Normale Superiore di Pisa) MARIA GRAZIA MARAMOTTI poetessa e scrittrice Sala Pistelli, Palazzo Medici Riccardi, Via Cavour 1, Firenze Giovedì 18 aprile 2013 dalle 17 alle 19 L’Associazione culturale MultiMedia91 presenta il quarto appuntamento della Rassegna annuale 2012-2013 “5 Grandi Incontri con la Letteratura”, a cura della poetessa e scrittrice fiorentina Maria Grazia Maramotti, giovedì 18 aprile dalle 17.00 alle 19.00 nella Sala Pistelli di Palazzo Medici Riccardi, via Cavour 1 Firenze. L’incontro è dedicato al poeta e scrittore Paolo Ruffilli e alla presentazione del suo libro Affari di cuore, Einaudi Editore 2011. Dopo l’intervista all’autore da parte della curatrice Maria Grazia Maramotti seguirà l’intervento critico di Giuseppe Panella, docente di Filosofia presso la Scuola Superiore Normale di Pisa. In Affari di cuore, silloge pubblicata con Einaudi nel 2011, Paolo Ruffilli fa una perlustrazione del labirinto-corpo nelle sue reattive manifestazioni d’amore come fosse l’esperire di un mondo dibattuto tra luce e ombra, punto di partenza e di arrivo, cardine di licenza delle pulsioni e purezza del sentire, cono metamorfico che prelude al dischiudersi di qualcosa di nuovo. Il tutto in gallerie memoriali stilate con voracità adolescenziale seppure condotte con eleganza di stile”.
Note biografiche dell’autore Paolo Ruffilli (Rieti, 1949) è poeta e scrittore. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia La Quercia delle gazze (Forum 1972), Quattro quarti di luna (Forum 1974), Piccola colazione (Garzanti 1987, vincitore dell’American Poetry Prize), Diario di Normandia (Amadeus 1990, Premio Montale), Camera oscura (Garzanti 1992), Nuvole (1995), La gioia e il lutto (Marsilio 2001, Prix Européen), Le stanze del cielo (Gli specchi Marsilio 2008, Premio Nazionale Letterario Pisa) È il curatore di edizioni delle Operette morali di Giacomo Leopardi, della traduzione foscoliana del Viaggio sentimentale di Sterne, delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo e di una antologia di Scrittori garibaldini. Ha tradotto testi di Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e la Regola celeste del Tao. È collaboratore per le pagine della cultura del giornale “il Resto del Carlino”, ed è direttore della collana poetica delle edizioni Del Leone.
La rassegna è aperta a tutti e l’ingresso è libero Info: Associazione culturale MULTIMEDIA91, Firenze, 335 6676218 Ufficio stampa: Katia Moretti, 338 3860047 katia.moretti@tiscali.it – www.multimedia91.it ***
Il sopravvivente. Monologo per tre vociInvito al reading teatrale alla Biblioteca Dergano Bovisa Via Baldinucci 76 20168 Milano Venerdì 19 aprile 2013, ore 20.45
Monologo a tre voci Voci recitanti: Peppa Silicati, Cesare Ungaro, Franco Bastari Libero adattamento di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, curatrici e traduttrici del libro omonimo di Terrence Des Pres.
Non scoraggiate la critica. Alfonso Berardinelli e la cultura letteraria italiana. Saggio di Giuseppe Panella«Desdemona. Che scriveresti di me, dovendo fare il mio elogio? Iago. Non me lo domandate, signora. Io non sono altro che un critico» (William Shakespeare, Otello, atto II, scena I; epigrafe rubata – con ammirazione – dal titolo di un libro di Morando Morandini) Non scoraggiate la critica. Alfonso Berardinelli e la cultura letteraria italiana _____________________________ . 1. Intellettuali o misantropi? Il tema della necessità e dell’importanza della funzione degli intellettuali tormenta da sempre l’intelligenza critica di Alfonso Berardinelli. Alla riflessione su questo argomento ha dedicato numerosi libri e libretti – uno di essi, di notevole acume, si intitolava L’esteta e il politico: sulla nuova piccola borghesia e si proponeva di sondare la consistenza di diverse e possibili tipologie di questa nuova, anche se non certo inedita, categoria sociale[1]; un altro, di undici anni dopo, L’eroe che pensa. Disavventure dell’impegno (Torino, Einaudi, 1997), ritornava sul tema in chiave più divertita e, se possibile, più amara, con momenti, tuttavia, di forte coinvolgimento satirico. I bersagli, anche se spesso erano riconoscibili, non erano mai troppo palesi o diretti per evitare l’effetto-domino della polemica ad personam. Che intellettuale sei? [2], invece, composta da una serie di testi apparentemente occasionali ma ben coordinati tra loro in modo da formare un insieme coeso e compatibile, tenta una serie di affondi su una tematica – come si potrà facilmente intuire – del tutto inesauribile e che, per questo, necessita di continui aggiustamenti e di argomentazioni sempre nuove. La tentazione tassonomica, però, è forte e neppure questa volta Berardinelli vi si sottrae. Gli intellettuali, stavolta, vengono distinti in tre categorie essenziali: i metafisici, i tecnici, i critici (tutti contraddistinti, nell’esercizio delle loro funzioni, da una rigorosa lettera maiuscola). A tutti e tre i modelli di intellettuale diffuso vengono rimproverati difetti di varia natura connessi alla loro formazione di base – il Metafisico, sopravvissuto all’Illuminismo e alla prima diffusione del marxismo, crede nella ricerca di una Verità assoluta, di una dimensione “pura” dell’Essere che vada però oltre la metafisica onto-teologica tradizionale; il Tecnico, creazione, invece, proprio dell’Illuminismo divenuta dimensione positivistica della realtà del presente, crede soltanto nei fatti e nella possibilità di agire al loro livello di funzionamento “oggettivo”; il Critico, infine, è colui il quale sparge il seme del dubbio, incarna la dimensione dello scetticismo e della polemica serrata contro il mondo, affronta la solitudine in nome delle proprie opinioni e si concede all’accettazione dell’esistente solo molto raramente. Ovviamente, secondo Berardinelli, queste categorie non sono mai “pure” ma spesso si presentano con caratteristiche di innesto reciproco e con esiti talvolta tra il terrificante o l’involontariamente comico. Il fatto è che non esistono mai intellettuali come genere o come categoria sociale ma solo singolarità pensanti con le loro idiosincrasie culturali e i loro progetti di interpretazione-trasformazione del mondo. Certo, for poetry makes nothing happen (ad opera della poesia non avviene nulla) – come ha scritto Wynstan Hugh Auden nel suo poemetto In Memory of W. B. Yeats del 1939, ma è anche vero che la poesia non si dà mai al servizio della politica; semmai, in determinate occasioni, funziona bene proprio nonostante essa e nonostante il desiderio dei grandi intellettuali novecenteschi di servirla. Le eccezioni a questo generale rapporto di dipendenza sono, tuttavia, quelle che permettono di cogliere meglio determinate contraddizioni della Storia e i suoi errori (ed orrori) maturati in momenti cruciali di essa. Il caso di George Orwell o di Simone Weil sono, al proposito, esemplari ed accolti con interesse e approvazione da Berardinelli stesso: «Così Orwell e Simone Weil, i maggiori e più originali scrittori politici del secolo scorso, si sono dimostrati tali nella loro capacità di descrivere e giudicare la politica da un punto di vista esterno alla politica. Non c’è mai in Orwell e nella Weil nessuna identificazione con il ceto politico e con le classi dirigenti. Per il sociologo e per il politico gli intellettuali sono una categoria, una serie di corporazioni e di gruppi di pressione. Così nel secolo della politica, delle scienze sociali e della tecnocrazia, gli stessi intellettuali hanno cominciato a vedere se stessi come un’entità collettiva. Si sono valutati e studiati in quanto ruolo e funzione sociale, o strumento utile in vista di scopi politici. Hanno voluto sentirsi specialisti, funzionari, organizzatori e infine, a loro volta, politici»[3]. Quest’ultimo è stato un errore o ha apportato vantaggi significativi alla considerazione esterna (sociale e politica) di questo gruppo socialmente esile dal punto di vista numerico ma spesso influente e considerato fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica (quando ancora quest’ultima contava in qualche modo e non era ancora svanita nel gorgo fluente e versicolore della sfera mediatica)? Probabilmente sì, secondo Berardinelli, anche perché, nella maggior parte dei casi, i grandi intellettuali europei (come pure i grandi autori letterari che si sono susseguiti nel corso dei secoli nella cultura occidentale a partire da Rousseau in poi) furono dei “misantropi”. Individuando in un celebre testo teatrale di Molière, Le Misanthrope del 1666, il capostipite della descrizione di questo atteggiamento nei confronti della società, Berardinelli si dilunga su alcuni esponenti esemplari di questo modo di confrontarsi con un insieme sociale che viene disprezzato aspramente ma che, nello stesso tempo, risulta necessario quale bersaglio polemico per l’esposizione delle proprie idee sul mondo e sugli uomini. Pascal, Rousseau, Hölderlin, Leopardi, Kierkegaard, Ruskin, Tolstoj, Flaubert, Baudelaire, Karl Kraus, Orwell, Theodor Wiesegrund-Adorno, Kafka, Thomas Mann, Pasolini e finanche Italo Calvino vengono ri-collocati all’interno di questa maxi-categoria meta-sociale e umoralmente fondata su considerazioni tanto generali quanto assennate (ed è per questo che magari Tolstoj e Puskin a questo modo di pensare non sempre corrispondono). Misantropi o no, della funzione critica degli intellettuali, nonostante i tempi vigenti e le considerazioni imperanti sulla cultura, non si può fare certamente ancora a meno. Nell’analisi della figura del critico “militante” e riflettendo sulla sua eclisse (o scomparsa), Berardinelli organizza alcune delle riflessioni più rilevanti (e acute) presenti in questo suo volumetto: «Il critico non va confuso con il recensore. Può fare o non fare recensioni (di solito le fa). Ma dovranno avere qualcosa che le faccia riconoscere come parte di un insieme. Il critico militante è un tipo di scrittore la cui opera si manifesta a puntate: il lettore dovrebbe intuire che sono le puntate di un romanzo intellettuale che racconta il presente. Il recensore, invece, si distingue per questo: ha sempre l’impressione che facendo recensioni sta sprecando il suo tempo e le sue energie, perché invece, per essere veramente creativo, dovrebbe scrivere anche lui, come tutti, un romanzo o un libro di poesia. Il critico non fa questi sogni. E’ tutto in quelle cinquanta o cento righe del suo articolo. La sua opera è tutta lì. Se scrive un romanzo, lo fa con la mano sinistra e non ci tiene molto. Ci sono critici che si orientano secondo i propri gusti e cercano una qualità relativa o assoluta nei singoli libri. Altri individuano una tendenza letteraria, la difendono o la attaccano. […] Ci sono poi critici che usano i libri per pensare problemi non letterari. Si possono fare diverse cose insieme (gusto, tendenza, pressione ecc.): ma generalmente non tutte. Le mie preferenze vanno al critico che legge letteratura per capire qualcosa di diverso dalla letteratura» (pp. 73-74). Un simile atteggiamento è auspicabile sempre se si considera la letteratura come qualcosa di relativo alla consapevolezza che essa ha del suo essere inserita in un contesto più ampio (come può essere la società o la scena politico-sociale) ma che rischia di spostare il problema della forma da fondamentale a secondario. Quello che mi sembra, invece, rilevante e di grande provocatorietà è, tuttavia, l’idea della critica come “romanzo a puntate” del presente. Infatti, se la critica non fosse sempre “storia contemporanea” anche quando parla di eventi letterari del passato più remoto o di questioni apparentemente relegate (e relegabili) nella “torre d’avorio” della filologia o dell’erudizione, non varrebbe la pena di scriverla (e di scriverne). La critica letteraria, anche quando è “storica” e non “quotidiana”, riflette, in termini certo non meccanici ma sempre mediati dalle potenzialità ermeneutiche della forma della scrittura, ciò che avviene intorno al critico (e non si tratta soltanto delle stantie vicende dell’editoria o delle polemiche “di bottega”) e che cosa gli permette di giudicare non tanto le opere di cui scrive ma di capire il perché esse sono state scritte. «Il corpo della letteratura sta in piedi, cammina, ha ossa e muscoli, respira con i suoi polmoni, ha un cuore che batte e un sangue che circola, si nutre e digerisce, espelle le materie di scarto, si riproduce. Tutto questo si vede. La critica è il sistema endocrino del corpo letterario. Non si vede. Ma se funziona male, tutti gli altri apparati e sistemi si ammalano» (p. 76). Forse la metafora organicistica di Berardinelli può sembrare un po’ azzardata (e poco adeguata all’oggetto) ma sicuramente rileva un aspetto necessario dell’attività intellettuale che viene troppo spesso dimenticata: i critici (e in genere gli intellettuali) devono servire a qualcosa altrimenti la loro funzione è pleonastica e inutile. Quando questo avviene e il loro compito risulta ben assolto, anche il livello generale della dimensione culturale in cui operano sale e cresce in modo adeguato; se, invece, esso risulta mediocre o inadeguato anche il loro “oggetto d’affezione” decresce e si abbassa. La critica, la letteratura e la dimensione culturale in cui essi si trovano – sostiene, di conseguenza, Berardinelli – sono collegati molto strettamente e la crisi dell’una comporta la decadenza e l’incapacità a incidere delle altre due. La posta in gioco, dunque, è, in ogni modo, la crescita dei soggetti che costituiscono il livello culturale generale della società di cui essi sono parte integrante e duratura. 2. Il romanzo come ultima Thule
Perché, allora, non bisogna “incoraggiare il romanzo” (come recita il titolo della seconda fatica letteraria di Berardinelli per il 2011, un anno in cui si è sentito in vena di bilanci)? Perché il romanzo sposa soltanto le necessità dell’industria culturale e non permette di cogliere, invece, in maniera più necessaria e longanime, le contraddizioni della realtà sociale e umana da cui deriverebbe. «Il Novecento, il secolo della crisi del romanzo, si sta rovesciando. All’autocritica del romanzo (e di tutta l’arte) sta seguendo l’autocritica dell’autocritica. Cioè la rinuncia alla critica, il ritorno al mito e a ogni specie di miti. Forse, chissà, tirando violentemente da un lato e poi dall’altro, la cosa troverà un suo equilibrio. Ecco la stranezza. Da un lato vengono pubblicati moltissimi romanzi e moltissime recensioni e ci sono editori che pagano generosi anticipi per commissionare romanzi ad autori giovani e meno giovani. Dall’altro, riemerge sempre quella malaugurata sfiducia radicale, quella tendenza al dubbio che ha assillato e devastato tutta l’arte moderna e che nega l’esistenza di ciò che a suo modo esiste. Ci sarebbero, cioè, innumerevoli romanzi inesistenti in circolazione, mentre quello che non esiste sarebbe il vero romanzo. Da un lato la quantità evidente, dall’altro una qualità assai dubbia»[4]. Ma come stabilire se un romanzo esiste oppure no? Qual è l’elemento “dirimente” tra quantità e qualità, tra valore assoluto e valori di mercato? La risposta non è certo facile a darsi sia da parte degli “elogiatori” (o “incoraggiatori” dei romanzi presenti in libreria oggi) sia da parte dei loro detrattori. La speranza degli editori è sempre la stessa – che dalla quantità si passi alla qualità in maniera diretta e dialetticamente confortante. Il dubbio degli intellettuali-critici è, invece, che la quantità resti tale e la qualità non si profili neppure nascostamente, in tralice, come una sorta di evento segreto condiviso da pochi e soltanto poi trapassato ai molti. E poi, alla fin fine, che cos’è un romanzo? Berardinelli si pone la domanda e rimanda, in certa misura, alle pagine ancora straordinariamente “classiche” di Edward M. Forster contenute nella sua raccolta di conferenze dedicate agli Aspetti del romanzo[5]. Ma che cosa sia veramente il Romanzo bisogna poi chiederlo sul serio a chi li scrive e li costruisce a partire da una propria personale poetica autoriale. In sostanza, quindi, se il Romanzo non esiste o è difficilmente e solo provvisoriamente codificabile in alcuni suoi elementi di pura struttura, esistono poi, in realtà, i romanzi e i romanzieri. Da qui scaturisce l’analisi di una o più opere di moltissimi autori italiani di narrativa raccolti e registrati in ordine alfabetico. Ne emerge una sorta di significativo “stato dell’arte” riguardo al più o meno recente romanzo d’autore (il primo a essere recensito è Corporale (1973) di Paolo Volponi, gli ultimi sono dello scorso anno come, ad esempio, Autopsia di un’ossessione del più volte analizzato Walter Siti). La ricostruzione del singolo autore travalica, tuttavia, nella ricerca del loro posto all’interno del panorama attuale della letteratura italiana e in ogni singolo tassello dell’analisi si intravede un piano generale di verifica di alcuni assunti essenziali di partenza. Il primo – essenziale – è che non basta narrare in maniera adeguata o addirittura più che brillante per essere davvero un romanziere (è l’appunto rivolto a Nicola Lagioia e poi anche ad Andrea Camilleri accusato, a ragione, di eccessiva ripetitività nelle trame e anche nella scrittura). D’altronde, la negazione delle “ragioni narrative” di un autore come Franco Cordelli, autore di testi impalpabili e gloriosi, che difficilmente possono essere definiti opere romanzesche tradizionali è accettata dall’amico Berardinelli proprio come un possibile passo avanti rispetto al genere. Ma d’altronde cosa c’era (o c’è oggi) di “romanzesco” nei colossali romanzi-confessione di Volponi o nei pamphlet appassionati di Alberto Arbasino o nelle proposte pedagogico-guerresche di Edoardo Albinati? Il romanzo è definizione con molte facce dove ognuno può apporre la propria firma e incidere il proprio segno del comando oppure il romanzo è qualcosa che non può essere diverso da quello che è? Belardinelli oscilla tra queste due definizioni alquanto larghe e sembra rifiutarsi a concedere lo spazio decisivo al tema della “narratività” emersa con prepotenza negli anni Novanta del Novecento e poi in quelli definiti Zero del primo decennio del secolo nuovo[6]. Per il critico romano, narrare non basta ma occorre anche pensare mentre si narra e pensare implica una riflessione rilevante e spesso esclusiva sul valore innovativo dello stile e sulla sua capacità di riconduzione formale del contenuto espresso alla logica di riproduzione espressiva che esso intende veicolare. In un testo sotto forma di lettera, Belardinelli rimprovera a Tiziano Scarpa e ad Antonio Moresco (così come alla loro pronuba Carla Benedetti) di aver sostituito il loro prodotto corporeo, la loro nudità effettuale alla secrezione di pensiero che produce alla fine il senso della scrittura: «E’ comunque interessante, caro Tiziano, la tua identificazione dell’artista con l’esibizionista in senso clinico. Il tuo libro [Batticuore fuorilegge, Roma, Fanucci, 2006] porta in copertina una vignetta con la sequenza di un pupattolo di plastica che si apre l’impermeabile, si cala i calzoni e si mostra in mutande. C’è da commuoversi. L’esibizionista come tu lo descrivi nel tuo saggio è in effetti commovente nella sua coazione a mostrare le parti del proprio corpo che di solito non si vedono. L’artista sarebbe, secondo questa idea estremizzata, colui che non si limita certo a mostrare la propria faccia, questa no, questa è ipocrisia vetero-umanistica: lui mostra senza preavviso e fuori programma il suo cazzo e il suo culo, le sue più intime e definitive verità. L’artista-esibizionista, secondo questa particolare estetica anti-estetica, non si limiterebbe a esprimersi, cosa intollerabilmente limitata, ma dovrebbe, simultaneamente, mostrare, rivelare, denudare la propria condizione creaturale»[7]. A parte le forzature linguistiche e il tono volutamente esibizionistico, è certo che Berardinelli abbia una buona parte di ragione. Narrare non significa mostrarsi ma esporre le ragioni del proprio essere, del proprio esistere in un contesto specifico dato, in una dimensione reale, in una prospettiva che preveda il passato e il futuro di se stessi insieme agli altri. Tramontato il mito del narratore onnisciente (alla Balzac o alla Tolstoj), conclusa la stagione del romanzo anti-romanzo (da Capriccio italiano di Edoardo Sanguineti a Il padrone assoluto di Gianni Toti), finita la ricerca di testi narrativi che permettessero di rimetterne in discussione lo statuto di “effetto di realtà”, resuscitato l’Autore (nonostante la profezia congiunta di Roland Barthes e di Michel Foucault) e accettata l’idea del predominio della trama sullo stile della scrittura, che cosa resta se non provare a restituire alla narrazione la sua natura di tecnica conoscitiva di una realtà sempre più sfuggente, sempre più “liquida”, sempre più disgregata? Se la realtà sia più ”vera della finzione” non è dato saperlo ma sicuramente la letteratura è parte cospicua di quella realtà cui appartiene e con cui si confronta in un’ottica di fronteggiamento corpo-a-corpo. E’ in questa dimensione che le stroncature di Berardinelli trovano spazio di manovra. Tristano muore di Antonio Tabucchi (che non è certo una delle sue prove più riuscite) viene accusato di incompiutezza e di incomprensibilità strutturali proprio perché il suo statuto di ambiguità gnoseologica gli impedisce di essere, nello stesso tempo, un romanzo di formazione politica e morale; a Camilleri viene rimproverata la corrività di un dialetto siciliano narrativamente inutile; a Lagioia, invece, una frenesia pirotecnica che nuoce alla condotta necessaria dell’opera di narrazione. A Landolfi, invece, viene constato il male peggiore della scrittura che voglia essere qualcosa di diverso dalla prosa poetica: la sua finalità autorisolventesi in se stessa, in molteplici elzeviri di altissima qualità scritturale che, però, “non concludono”… (per dirla con Pirandello) e soffocano, invece che elevarla, la qualità materiale che dovrebbe sostenerli. A Berardinelli piacciono altri scrittori (oltre che Cordelli e Siti): La Capria saggista, soprattutto. Della sua produzione non narrativa vengono analizzati libri importanti (L’armonia perduta, Milano, Mondadori, 1986; Letteratura e salti mortali, Milano, Mondadori; 1982; Lo stile dell’anatra, Milano, Mondadori, 2001; L’estro quotidiano, Milano, Mondadori, 2005) e raffinati ma mai inutili o vanamente preziosi. Di La Capria a Berardinelli fanno gola la semplicità espressiva e la capacità di mostrarsi nel mondo senza violentarlo, da un lato, e senza genuflettervisi dall’altro, in un rapporto spontaneo di comprensione reciproca. Forse, in questo equilibrio forsennato e pacifico, il critico trova le ragioni della scrittura come forma che si sporge sulla realtà per comprenderne le prospettive molteplici e diffuse e che si rifiuta di esserne il puro e semplice sostegno espressivo. Nell’only connect di Forster (l’epigrafe di Howartd’s End) e nel suo disegno di una ampiezza narrativa che va oltre l’oggetto della narrazione per lasciarne sempre un oltre inesplorato, è forse possibile trovare una ragione per “incoraggiare” il romanzo. Ma senza voler esagerare: di romanzi in Italia (da sempre patria della poesia e del saggio storico) se ne scrivono pur sempre troppi. Meglio evitare troppo facili ottimismi e cercare rifugio nella “critica della cultura”.
NOTE [1] Alfonso Berardinelli, L’esteta e il politico. Sulla nuova piccola borghesia, Torino, Einaudi, 1986, pp. 12-14: “Infine, l’intellettuale-ruspa ama la logica, una logica più schiacciante che stringente. Il suo movimento obbligato di pensiero è un andirivieni. Mentre il potente motore marcia fragorosamente e a pieno regime, la pala dentata solleva quintali di povere zolle con tanto di manto erboso. Non c’è costruzione senza distruzione: questo è uno dei motti preferiti dell’intellettuale-ruspa. Se è romanziere, pubblica un romanzo ogni due anni. Se è un critico letterario, produce storie in migliaia di pagine e in diversi volumi. Alla fine, è più il terreno che ingombra che il terreno che spiana. Il talento dell’intellettuale-tritacarne è altrettanto elementare, ma fa un’impressione completamente diversa. Vederlo all’opera non soddisfa gli impulsi nascosti in ognuno di noi di vedere sempre e tutto chiaro. Anzi, diciamo pure che l’intellettuale-tritacarne non è alieno dal confondere molto le cose. I più diversi oggetti con le loro proprie caratteristiche, una volta trattati dall’intellettuale-tritacarne prendono un’aria irriconoscibile. Si continua ad avere la vaga sensazione che si tratti più o meno di quelle precedenti cose di cui si trattava. Solo che, per fortuna o per disgrazia, queste cose non sono più le stesse. […] L’intellettuale-apriscatole ha un fascino più discreto. Direi che, soprattutto, ha un fascino più democratico. Infatti l’apriscatole non fa che dimostrare pubblicamente le meraviglie (tutte uguali) che si possono compiere con l’uso dei suoi acuminati e taglienti strumenti razionali. In breve, egli è un vero illuminista. E’ un campione della demistificazione: o almeno così si presentava una volta“. [2] Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei ?, Roma, Edizioni Nottetempo, 2011. [3] Alfonso Berardinelli, Che intellettuale sei ? cit. , p. 43. [4] Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana, Venezia, Marsilio, 2011, p. 37. [5] Edward M. Forster, Aspetti del romanzo, trad. it. di Corrado Pavolini, prefazione di Giuseppe Pontiggia, Milano, Garzanti, 20002. [6] Su questo punto, cfr. il lavoro collettivo coordinato da Vito Santoro (Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero, Macerata, Quodlibet, 2010 e che contiene contributi di Domenico Mezzina, Antonella Agostino, Francesca Giglio, Marco Marsigliano e Vito Santoro). [7] Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana cit., pp. 259-260. ______________________________ Saggio pubblicato su NARRAZIONI. Rivista quadrimestrale di autori, libri ed eterotopie (febbraio-maggio 2012). Vol. 1, a cura di Vito Santoro, Milano, Ledizioni editore, 2012 ______________________________ ______________________________ [QUI] puoi scaricare i saggi di Giuseppe Panrlla in formato PDF 71. Effatàda qui Sì, sei deciso, niente può fermarti, a questo punto. La preghiera è diventata costante, ne hai scoperto il segreto, come hai fatto a non capirlo, fino a oggi? Sembra tutto più facile, anche se è sempre maledettamente duro. Già, perché non basta che tu abbia deciso: devi convincere gli altri a cambiare atteggiamento, fare la faccia dura, come il Maestro che sapeva di morire ammazzato in qualche modo infame, perché questo è il destino dei profeti e nessuno di loro può morire fuori di Gerusalemme. Il Signore apprezza moltissimo la tua fermezza. Ma il cuore deve ancora aprirsi, superare le paure arcaiche, quelle che covano dai momenti trascorsi in visite frenetiche, quando i medici non riuscivano a spiegare che accidenti avessi. Guardi la foto del battesimo: lo zio monsignore allunga la mano per cavarti il ciuccio; è il momento in cui sta per pronunciare la parola in aramaico: effatà, apriti, mai tanto necessaria come ora. Signore, fa’ che sia adesso, fa’ che quel gesto agisca subito, che non debba più aspettare. L’altro tuo zio, il padrino, ti tiene in braccio con aria preoccupata. Sarebbe morto giovane, fulminato da un ictus, dopo aver sussurrato al fratello, tuo papà: aiutami. Non facciamo altro, nella vita: supplicare qualcuno che ci salvi dal franare in un pozzo senza fondo. Tuo padre ha l’aria contratta di chi non ha dormito; un’immagine in contrasto col suo distacco cronico, che ti ha fatto soffrire così tanto. E invece, guardalo lì: ti fissa con gli occhi semichiusi, come a scandire la stessa invocazione del fratello al Dio dei neonati sfortunati: aiutami. Tua zia ha un’aria disgustata: ti squadra di traverso, come se l’avessi fatta grossa: avresti dovuto nascere più sano, evitando di fornirle un ennesimo motivo di tensione. Di spalle, un altro uomo che non sai chi sia: s’intravede un sorriso, come fosse l’unico a provare tenerezza per quel pezzo di carne martoriato. Non saprai mai chi fosse; l’hai chiesto a tua madre, che è caduta dalle nuvole. Che sia il simbolo di Uno che era già sicuro di guarirti? In tutta la scena, il gesto decisivo spetta al prete, che stacca la tettarella di gomma dalla bocca: è sul punto di pronunciare la parola, e tu resti in attesa, perché tutto dipende dall’effetto della formula, dalla potenza che sprigiona, in grado di sbloccare il cuore in un momento. Effatà. E’ anche la tua casa editrice, come se tutto convergesse in un segnale, come se il mondo, l’universo, restassero appesi al comando di Gesù che tocca le orecchie e la bocca al sordomuto e ingiunge con autorità: apriti! Sei di nuovo il bambino del battesimo; il male ti minaccia, ma c’è un cerchio di fuoco nel quale il Signore ti protegge, rivela i segreti della gente intorno a te, perché lui non ha problemi a leggere nel cuore. Sta per dare il colpo di grazia a chi continua a insidiare la tua vita. Tutto dipende dalla fede nel miracolo, perché Dio è deciso ad arrivare, il prima possibile, allo scopo; la mangerete in fretta, è la Pasqua del Signore! Sei di nuovo qui, a Pi Achirot, davanti a Baal Zefon. Sai che non devi temere lo stridere dei carri e dei cavalli; basta battere l’acqua col bastone e il mare arretrerà: lo passerai, mentre prima rifiutavi di lanciarti e don Mario ti diceva: vai, buttati, vedrai che si sta bene; è troppo fredda! macché fredda, non perdere tempo! Gli scogli di Taormina hanno la pelle ruvida dei contadini siciliani. L’isola ti guarda come una donna che freme per aprirti, quando sente arrivare l’ascensore. Effatà. Signore, fa’ che sia adesso, fa’ che non debba più aspettare. Vivalascuola. Noi fratelli di PinocchioPinocchio è un libro di negazioni, che denuncia, che sorride ironicamente sulla giustizia e sull’organizzazione della società del suo tempo. E’ però anche un libro positivo, ricco di fermenti e di valori; di fronte agli ostacoli non evade rifugiandosi nell’eterna fanciullezza come Peter Pan, ma varca e dà solidarietà e progressivamente supera le difficoltà. Il messaggio collodiano è un messaggio nuovo, che annuncia una società diversa. (Roberto Eynard-Francesco Aglì) Ecco una seconda puntata di vivalascuola dedicata a Pinocchio (la prima puntata si può leggere qui. Donato Salzarulo, Francesco Pazienza e Mariaserena Peterlin riferiscono le loro riflessioni su Pinocchio, Stefano Benni effettua un paragone fra Pinocchio e Alice, Guido Michelone fa un breve excursus su Pinocchio al cinema, Paolo Tesi risponde alle nostre domande e ci offre le sue illustrazioni. Noi fratelli di Pinocchio «La figura di Pinocchio è una metafora che guida me e anche l’Italia.» (S. Stewart-Steinberg) 1.- E’ bene dirlo subito: non siamo soltanto lettori di Pinocchio dalla fanciullezza. Ne siamo fratelli. Se anche siamo diventati ragazzi per bene ed onesti, la spoglia del burattino è ancora lì sulla sedia. A indicarci il nostro passato e il nostro presente. E’ metafora della nostra crisi di attaccamento alla società, della difficoltà e problematicità di questo nostro rapporto. E poiché società è concetto ad elevato livello di astrazione, è metafora di come siamo legati a parenti, amici, gruppi sociali, comunità virtuali. In breve alla sfera socio-politica. Pinocchio, il nostro burattino, esce la prima volta a puntate sul “Il Giornale dei bambini” tra il luglio del 1881 e il gennaio del 1883. Viene poi pubblicato in volume a Firenze nel 1883. Il Regno d’Italia è stato proclamato da vent’anni e da dieci Roma capitale. Il liberalismo risorgimentale mostrava segni di crisi. «Ormai non basta più dirsi liberale», annotava Francesco De Sanctis in un intervento del 1878. La spaccatura fra Stato e Chiesa produceva una virulenta crisi religiosa, insieme alla necessità di inventare una tradizione nazionale, di creare una religione civica. Tradizione significa padri. Superamento della crisi della funzione paterna di origine religiosa. Pinocchio prende vita proprio nel bel mezzo di un insieme di discorsi relativi al soggetto moderno, post-liberale. 2.- Nel 1923 Prezzolini scriveva: «Chi capisce la bellezza di Pinocchio, capisce l’Italia». Cioè, gli italiani. Per questo, in occasione del 150° dell’Unità, ho ripreso in mano il libro di Collodi. L’ho ripreso, come spesso capita, stimolato da un altro libro. Autrice: Suzanne Stewart-Steinberg, docente di Studi Italiani e Letteratura comparata alla Brown University, negli USA. Titolo: L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità (Elliot Edizioni, 2011). Il sottotitolo originale è più esplicito e rievoca la massima attribuita a D’Azeglio sul “fare gli italiani”: On Making Italians. Pinocchio non ha la trama di un romanzo di formazione. E’ la storia di un burattino senza fili, fabbricato dal povero falegname Geppetto che, dopo aver vissuto una serie di avventure (alcune anche mortali), si trasforma in un ragazzino onesto e per bene. Una storia con elementi e tratti da favola. Dal pezzo di legno che emette la sua debole vocina, agli animali parlanti, alla Fata. Per chi scriveva Collodi? E con quale intento? Si rivolgeva soltanto ai bambini per trasformarli da monelli in bravi fanciulli? E cosa intendeva, allora, Prezzolini quando ci invitava a cogliere il collegamento tra la condizione di burattino senza fili di Pinocchio e l’Italia? In che senso egli ci rappresenta?… 3. – Anche se pubblicato su un giornale dei bambini, Collodi non pensava che fossero soltanto loro i destinatari del libro. Egli partecipa al progetto educativo del “fare gli italiani” che sono, come nazione, ancora infantili. Deve essere la scuola, innanzi tutto, a farli, ma tutta la nazione deve trasformarsi in scuola. Sotto questo profilo Pinocchio è un dispositivo pedagogico, una figura produttiva capace di educare, mentre viene educata e si auto-educa, una “macchina influenzante”. È un’icona culturale di una nazione in cerca d’identità, un emblema declinato secondo un progetto di genere destinato costitutivamente e unicamente ai maschi. 4.- Post-moderni o figli, da quasi un secolo e mezzo, di una “complessa modernità”, per farci e dirci italiani, ci siamo inventati un modo di esserlo. Alla Renzo e Lucia? Suvvia… Vuoi mettere il fascino di Pinocchio, l’incanto di questo burattino senza fili, intagliato da un pezzo di legno non di lusso, «di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze», con occhi che si muovono, capaci di farsi occhiacci, e bocca che ride e parla, e mani e piedi. Non è umano ed è umano. E’ «allo stesso tempo un ragazzo e un uomo (la sua età è stata oggetto di un intenso dibattito): ribelle laico ma anche Cristo moderno e popolare; burattino ma anche essere che agisce secondo la propria volontà.» (pag. 18) Che tipo di burattino è il nostro rappresentante? E’ senza fili. Non è alla mercé, quindi, di un burattinaio che lo muova e gli suggerisca parole per le sue imprese. Il falegname Geppetto, questa sorta di “padre buono”, lo sta ancora intagliando e fabbricando e diventa subito oggetto di risate, canzonature, linguacce, insolenze. «- Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! ». Gli ha appena costruito i piedi e sente un calcio arrivargli sulla punta del naso. Gli ha da poco insegnato a mettere un passo dopo l’altro, che lo vede camminare da sé e correre per la stanza, «finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare». Il corpo di Pinocchio è autonomo, si muove perché lo decide lui. E’ vero, il burattino non ha fili. Suzanne Stewart-Steinberg nel suo libro «si occupa di tutti quei fili invisibili ai quali potrebbe essere attaccato». Sono i fili invisibili dell’ideologia. Più è invisibile, più è efficace. Essa non è falsa coscienza. Colla immateriale e immaginaria lega i soggetti a un apparato. Fosse pure la mitologia di un blog o di un net-work. Fuori di sé e schiavi di sé. Metafora privilegiata per indicare il soggetto moderno, l’autrice utilizza Pinocchio collocandolo «nell’ambito di un discorso più ampio sul soggetto post-liberale, un soggetto che emerge dal punto di confluenza di due altri discorsi: da un lato quello che riguarda il problema dell’ideologia, dall’altro quello che riguarda la materialità della vita, la materialità di una forma di biopolitica che trova nel positivismo la sua più articolata espressione.» (pag. 17) 5.- Effetto Pinocchio. Cos’è? Scrive Stewart-Steinberg: «Ciò che io ho definito “effetto Pinocchio” è proprio questa strana commistione tra l’ansia per la potenziale vacuità del soggetto italiano (per il suo carattere inventato e retorico, per la sua immaturità e persino per la sua natura inumana, di burattino) e la tendenza a interrogarsi in maniera approfondita sul legame sociale, in una società moderna, post-liberale.» (pag. 17) Italiani a rischio di marginalizzazione e impotenza. Soggetti a sovranità limitata. Superficiali, retorici, inconsistenti, infantili. Affetti da linguaggio emotivo, sentimentale. Ingovernabili. Quante volte, in questi giorni, all’indomani dei risultati elettorali, ci siamo scambiati questi epiteti? Pinocchio è il nostro biglietto da visita. Forse è un libro che può tornare ancora utile in questo particolare passaggio della nostra storia nazionale, purché si comprenda che il nostro compito oggi non è più quello di “fare gli italiani”, ma gli europei. L’Europa esiste: come espressione geografica, continente fisico, mercato integrato, moneta unica, ma gli europei non ci sono ancora. E’ un soggetto vuoto. Come eravamo noi italiani, dopo l’Unità. Non c’è ancora l’Europa sociale; quella politica è insufficiente e parla prevalentemente la lingua dei banchieri. Da qui la nostra ansia. Il nostro non sapere se restare nell’euro o uscire. Se tenerci stretti al nostro stato nazionale, che pur ha ceduto pezzi di sovranità, o se spingere l’acceleratore verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa. Da qui le domande sulla natura del nostro “legame sociale” e politico. Che democrazia è questa se mercati e troika assegnano agli stati membri compiti da svolgere e “dimettono” presidenti di Consiglio provvisti di regolare fiducia dei loro Parlamenti?… 6.- Pinocchio ha un successo immediato. Tradotto in duecento lingue, continua ad essere un best-seller. Ha ispirato pellicole cinematografiche e riduzioni televisive. E’ oggetto di culto e prodotto seriale delle industrie di giocattolo. Ha stimolato una quantità sterminata di interpretazioni: letterarie, psicopedagogiche, psicanalitiche, politiche, teatrali. La “Pinocchiologia” è sempre fiorente. Suzanne Stewart-Steinberg non intende aggiungere interpretazioni a quelle esistenti. Testo, contesto e teoria. Suzanne Stewart-Steinberg cerca continuamente di far dialogare questi ambiti, di tenerli in tensione reciproca. Troppa contestualizzazione può annullare l’autonomia del testo, la sua capacità di “trasferenza attraverso la totale oggettivazione dell’altro e la costituzione del sé”. Viceversa, una totale immersione presentista può indurre un annullamento narcisistico dell’altro in quanto altro e la tendenza ad agire le proprie ossessioni e meschine preoccupazioni. In guardia, quindi. Leggere Pinocchio senza sfruttarlo troppo in direzione del nostro presente, nel tentativo di comprendere questo gran teatro di burattini chiamato Italia. Qualche suggestione, però va bene; qualche analogia. a) Sul crinale fra autonomia e influenza, la metafora del burattino si fa specificamente politica, quando viene collegata alla crisi di attaccamento del soggetto moderno alla sfera socio-politica. Pinocchio è il luogo di questa crisi, lo spazio in cui vengono poste domande relative al corpo umano e alle forze che lo muovono: «il corpo si muove perché lo decide lui oppure riceve ordini dall’alto? Agisce autonomamente, e, se lo fa, le sue azioni sono sempre affidabili? Oppure, il corpo agisce su un palcoscenico, compie i movimenti perché così deve fare, per un imperativo e un impulso la cui provenienza o le cui fila possono essere note o ignote? Pinocchio è dunque un luogo in cui la crisi del soggetto liberale viene a essere meditata e in cui i contorni di quello che ho definito soggetto post-liberale trovano una forma espressiva.» (pag. 38-39). b) La “teoria dell’ideologia” si interroga sul perché e sul come i soggetti sono legati al potere. Come rischiano, consapevolmente o inconsapevolmente, di trasformarsi in burattini, attraverso fili sempre più complessi, sconcertanti, spesso invisibili. Il discorso di cui Pinocchio è l’emblema coincide con la nascita dei primi frammenti di questa teoria, in bilico tra la materialità del corpo e «la direttiva divina della performatività teatrale del soggetto agli ordini di un Altro, in cui l’obbedienza viene imposta o alla cieca o in nome dell’amore (ma l’amore non è sempre cieco?)» (pag. 39) In quanto metafora del soggetto moderno, il burattino è saldamente legato sia al discorso dell’ideologia che ai suoi meccanismi. (Parentesi d’attualità: nel grillismo è evidente una gigantesca rimozione del problema del potere. Chi decide per chi? Con quali modalità? Portavoce, megafono. Uno vale uno. Ma quando tanti uno diventano molti e i molti una forza che si vorrebbe compatta, disciplinata, una “comunità”, chi decide?… Responsabilità è potere di rispondere. E’ interpellanza ideologica.) c) Il soggetto-burattino «è legato in modo complesso al processo di secolarizzazione, allo spostamento, cioè, di categorie religiose a categorie culturali, secolari». Secondo Suzanne Stewart-Steinberg «Pinocchio ha un ruolo cruciale in tale spostamento, in quanto il testo di Collodi esiste all’interno del dominio della religione e del secolarismo e va anche oltre.» (pag. 40). Per la verifica di questa ipotesi l’autrice fa riferimento da un lato alle tecniche del biopotere di Foucault, dall’altro alla Prima tesi sulla Filosofia della Storia di Walter Benjamin, «nella quale il burattino chiamato Materialismo Storico vince tutte le partite a scacchi, perché si è procurato i favori della teologia, sua nascosta e quindi invisibile burattinaia» (pag. 40). Materialisti o non materialisti, marxisti o meno, la domanda fondamentale è: chi è il burattino e chi il burattinaio? Chi incombe e chi soccombe?… d) «Dato che Pinocchio affronta le problematiche dell’ideologia e del biopotere, per la propria coerenza narrativa il testo conta sul sostegno e l’elaborazione di altri due termini: suggestione e amore. Mentre la suggestione sembra enfatizzare i fili del burattino (cioè descrivere un qualche potere di influenza, più o meno visibile, e in effetti i poteri di suggestione si fanno sempre più invisibili con il progredire del secolo), l’amore sembra essere legato a un soggetto il cui spazio viene assunto come autonomo, indipendente e privato. Pinocchio costruisce una figura di compromesso: il soggetto della suggestione è una sorta di burattino, mentre il soggetto dell’amore è in grado di spezzare i fili.» (pag. 40). 7.- Pinocchio è un monello. Non riesce quasi mai a tener fede ai buoni propositi. Fantastica «nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno più bello dell’altro». Geppetto gli ha comprato l’Abbecedario per mandarlo a scuola. L’ha fatto vendendo la casacca e restando in maniche di camicia al freddo. Il burattino è commosso. Prende la strada per andare a scuola, ma sente in lontananza una musica di pifferi e di colpi di grancassa. Ne rimane attratto. Cosa fare? «Per andare a scuola c’è sempre tempo» e comincia a correre a gambe levate verso il luogo da cui proviene la musica. E’ una piazza affollata. Un ragazzetto del paese gli legge la scritta a lettere rosse: GRAN TEATRO DEI BURATTINI. Pinocchio, «che aveva addosso la febbre della curiosità» vende per quattro soldi l’Abbecedario ed entra nel teatrino delle marionette. Sulla scena Arlecchino e Pulcinella stanno, come al solito, bisticciando. Appena lo vedono, lo riconoscono come fratello e, urlando in coro, lo invitano ad andare sul palco. Il narratore commenta: «E’ impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevé in mezzo a tanto arruffio degli attori e delle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.» (pag. 40). La commedia si ferma. Allora esce fuori il burattinaio, un omone così brutto che mette paura soltanto a guardarlo. Barbaccia nera, lunga fin sotto i piedi. Bocca larga come un forno, occhi simili a due lanterne di vetro rosso. Nelle mani una grossa frusta, «fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme». E’ Mangiafuoco. Antonio Gagliardi ha giustamente osservato che in queste pagine Collodi sta mandando in scena con largo anticipo la società dell’orda primordiale di Freud, quella banda di fratelli alla mercé e, nello stesso tempo, in perenne rivolta contro un padre spietato e crudele. Suggestione: come non pensare alla sbandierata “orizzontalità” di certa comunicazione politico-sociale internettiana, che non riesce a riconoscere e individuare il Mangiafuoco di turno? 8. – Suzanne Stewart-Steinberg fa interagire il testo di Collodi con altri testi. Nel caso specifico, il riferimento è alla La storia dei burattini, scritta nel 1884 da un amico dello scrittore: Yorick figlio di Yorick (l’avvocato P. C. Ferrigni). Una storia che «sembra del tutto legittimo considerare complementare a Totem e tabù di Freud» (pag. 42). Al di là di questi anticipi, il fatto rilevante è che la storia e la condizione dei burattini fornisce «un’allegoria dello spirito italiano attraverso i secoli». Per Yorick le marionette «derivano etimologicamente dalle mariettes, cioè le statuine che rappresentavano Maria. I burattini recitavano, anzi rappresentavano, il messaggio della Chiesa sotto forma di drammi misterici; emulando le sofferenze terrene si legavano, nel loro essere di legno, alla morte di Cristo sulla croce lignea. Il burattinaio è un dio e ha un rapporto di filiazione con i suoi figli burattini, che quotidianamente mettono in scena per il padre la loro morte e resurrezione.» (pag. 43). Questi fili si spezzano con l’arrivo della cultura secolare. E continuano a spezzarsi. Ma vengono sostituiti da fili altrettanto resistenti, sebbene, come si è già detto, così invisibili da sfuggirci. Non dimentichiamolo: la Teologia è la burattinaia del materialismo storico-burattino. E il biopotere è potere dei corpi. 9. – Mi connetto a un blog per curiosare, capire, controllare, eventualmente fare un commento. Lo so: un po’ mi assoggetto. Uno, due tre… alla decima cliccata capisco che il blog, a sua volta, mi controlla, consuma il mio tempo, macina i miei pensieri e la mia vita. La macchina influenzante della suggestione liminare e sub-liminare ipnotizza. L’amore rende schiavi. Senza amore, si muore. Curandomi, la Fata turchina mi controlla. Del resto, io controllo lei. E le sfuggo, la canzono, le rivolgo scherzosamente le boccacce. Le voglio anche bene. Sono un soggetto che si assoggetta e, assoggettandosi, ridiventa soggetto. E’ un paradosso che conosco. E’ alla base della pedagogia moderna, delle azioni di ogni educatore: si vorrebbe che ogni bambino-burattino eseguisse i compiti assegnati non come atto d’obbedienza imposto da un potere, sia pure buono, ma come manifestazione di libera scelta. L’io dell’ansia, quello del soggetto vuoto, convive con quello del desiderio. Pinocchio mi sorride. Lui, il burattino e il ragazzo per bene, mi raccontano questi strani movimenti del corpo, questi ragionamenti-non ragionamenti di Psiche, questa voglia di essere insieme burattino e burattinaio. * * E’ leggero come lo spirito, e come lo spirito è saltellante… possiede la mobilità degli esseri che agiscono nei nostri sogni, essendo lui stesso il sogno di una notte infantile… (Paul Hazard) L’amore lo salva a cavallo di un pesce La studiosa americana Stewart-Steinberg in L’ effetto Pinocchio. Italia 1861-1922 la costruzione di una complessa modernità vede nella natura metamorfica e cangiante di Pinocchio una rappresentazione dell’Italia di fine Ottocento, alla ricerca di una propria identità come nazione, a cui arriva in un momento di crisi della modernità. Pensa sia possibile una tale lettura “storica” di Pinocchio? La studiosa americana Stewart-Steinberg propone una lettura interessante di Pinocchio. Collodi ha combattuto in ben due guerre affinché l’Italia divenisse una vera nazione. Penso che una tale interpretazione “storica” di Pinocchio vada bene. Tuttavia lo scritto di Carlo Lorenzini affonda le proprie radici nella Toscana dell’ ‘800 più che in quella del resto d’Italia. “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”: questa a fine Ottocento era la preoccupazione di alcuni scrittori che hanno composto per i ragazzi: De Amicis, ad esempio. Ma si sono poi “fatti”, gli italiani? E come Pinocchio può aver contribuito a farli? La frase “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani” l’ho sentita ripetere fin dai banchi di scuola e a dire il vero ha il suono di una battuta, anche se magari è ancora valida. Pinocchio, naturalmente, ha contribuito a farli ricoprendo il ruolo di un personaggio a carattere universale. D’altronde l’arte, la creatività e la cultura in genere formano e uniscono i popoli. Anche Raffaele La Capria ha definito Pinocchio l’“unico personaggio della letteratura italiana”: oltre che di un momento storico, specchio quindi della italianità di sempre. Cosa ci direbbe Pinocchio, visto in questa prospettiva? Quali vizi e virtù degli italiani emergerebbero? Raffaele La Capria è uno scrittore che apprezzo molto e la definizione l’“unico personaggio della letteratura italiana” che dà di Pinocchio mi sembra adeguata. Penso anche che ci siano tanti altri personaggi noti nel mondo delle lettere che la pensano allo stesso modo. Però Pinocchio visto in questa prospettiva esprime vizi e virtù degli italiani sin troppo noti. Emergerebbero infatti gli aspetti più banali della sua personalità sui quali non è il caso di soffermarsi più di tanto. Ancora oggi capita di rappresentare politici con il naso di Pinocchio e sentire abitualmente espressioni come burattino e burattinaio, Paese dei Balocchi, Fata Turchina, Grillo Parlante… Di burattini senza fili come Pinocchio e di burattinai come Mangiafoco è pieno il mondo. Il Paese dei Balocchi appartiene al mondo dei sogni e la Fata Turchina è una reminiscenza della tradizione. Invece noi tutti siamo dei Grilli Parlanti… Per quanto riguarda il naso ritengo che non abbia nulla a che fare con le bugie, tutt’altro. Mi sembra il simbolo stesso della curiosità e dell’effervescenza creativa. Un autentico periscopio orientato sul mondo che ci circonda. Il successo di Pinocchio continua attraverso le generazioni. Cosa Pinocchio ha ancora da insegnare agli italiani e degli italiani? Pinocchio con la sua ingenuità e intraprendenza continuerà sempre a insegnare qualche cosa, e non soltanto a noi italiani. Il mio Pinocchio non cessa mai di meravigliarsi. Il suo stupore è innocente ed apre lo sguardo sul mondo con la purezza di un animale. Ed è anche per questo che continua ad essere amato da tutti, oltre ogni confine. I valori degli italiani nell’era della globalizzazione purtroppo sembrano retorici e obsoleti, ma non lo sono. Al di là di questa lettura “storica“, possiamo affermare che pochi testi come Pinocchio sono stati oggetto di una miriade di interpretazioni. Sì, immersi nella lettura di Pinocchio ci perdiamo nelle immagini evocate dalla prosa di Collodi attribuendo ad esse significati ed allusioni che forse non rivestono. Tutto quanto vi è descritto può apparire come un simbolo o un messaggio da interpretare, un segnale da seguire, un’ ipotesi… In effetti spesso gli uomini in Pinocchio non ci fanno una bella figura. Quasi sempre nel racconto gli uomini rappresentano esclusivamente se stessi nel loro piccolo banale ruolo terrestre e si defilano con disincantato distacco dagli eventi che veramente contano e fanno sognare all’interno della trama in una prospettiva immaginifica. Esseri umani soli al mondo, esclusi da un consesso sociale arido e povero, attaccati alle piccole cose o in preda alla cupidigia e all’indifferenza. Viceversa gli animali sono spesso accostati agli umani e alle loro vicende, come accade in una società ancora prevalentemente agricola. Al contempo anche questo può aver contribuito al carattere fiabesco e quindi anche educativo di Pinocchio, avvicinandolo ai bambini. Gli animali ammiccano a bisogni ed aspetti del sentire assai più profondi e “umani”, nei quali più volentieri mi riconosco. Non sono apparizioni, né rappresentano fantasmi di una fantasia allucinata da burattini. Sono concreti e reali e spartiscono solidali il destino di un puro di cuore, seguendo un percorso di riscatto. La gallina simboleggia la protezione e mette in guardia Pinocchio dal non fidarsi del Gatto e della Volpe, se il gallo gli infonde coraggio il gambero insegna l’umiltà. L’intrepido falco lo libera dal nodo scorsoio e gli uccelli gli ricordano che la salvezza e la speranza sono sempre a portata di mano. Finire poi nella pelle di un asino è un buon auspicio come quello di essere legato alla catena di un cane, a vigilare e custodire, a rivelare amore e dedizione. E se spuntano le orecchie asinine, l’orgoglio equino e la sua intrepidezza lo riscatteranno. Quei piccoli conigli pusillanimi attendono la sua morte certificata da una civetta in perenne meditazione? L’ardimento di un leone e la benevolenza di una lucertola lo salveranno. E poi ancora, la loquacità del pappagallo le virtù del picchio che lo libera dal lungo naso, l’astuzia della volpe così bene dissimulata, l’indifferenza e le insidiose accortezze del gatto sono trappole? Cosa importa! L’amore lo salva a cavallo di un pesce. Nei suoi dipinti in effetti gli animali sono comprimari. Sì, rifuggendo dalla scansione del percorso narrativo capitolo per capitolo, ho immaginato ed ho preferito dipingere la mia storia di Pinocchio e quella degli animali parlanti incontrati nella sua fiaba, proponendoli come se fossero autentici e assoluti protagonisti del narrare anche la “nostra” storia. * * * Pinocchio di origine vegetale, mediatore anch’esso tra il naturale e il soprannaturale, spazio-tempo dove si svolgono le fiabe per i bambini, porta in sé una potenzialità sciamanica e magica che trascende il contenuto aneddotico della storia stessa. (Salomon Resnik) Burattini di legno o di carne. Burattini della parola! Dicono fosse un burattino di legno. Ma per intendere questa storia, a mio avviso, dobbiamo capovolgere il punto di partenza. Il punto di vista. Non è preoccupante che i bambini siano attratti dalla prospettiva di un paese dei balocchi. Pinocchio appare al mio sguardo, nel modo più compiuto, il paradigma di una nozione estremamente astrusa, se vogliamo afferrarla con gli strumenti della telogia… la nozione, centrale nel vangelo di Giovanni, di unigenito figlio del Padre. * * * Non può servire a nessuna dimostrazione meditata e saggia, perché fugge sempre, scompagina, rovescia, banalizza ogni insegnamento. (Antonio Faeti) Pinocchio e le metamorfosi istruttive Tra grottesche realtà, metamorfosi e rivoluzionarie invenzioni narrative, Pinocchio diventerà da burattino un ragazzino perbene, uno di quelli che “hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche nell’interno delle loro famiglie” (cap. 36), ma non nasce buono, infatti da subito disobbedisce ed infrange le comuni regole di buona creanza e di buona educazione e prestissimo incorre in castighi ed umiliazioni, nei rigori della legge e nella prigionia. In realtà Pinocchio disobbedisce rispetto alle comuni leggi dettate dall’omologazione, dalle convenienze, dalle usanze e convenzioni della società umana che lui, essendo nato burattino, non è portato a condividere naturalmente. Come ha osservato Vincenzo Cerami quello di Pinocchio è un “lungo viaggio dal buio prenatale alla luce: la dolorosa catarsi che lo porterà verso la cruda realtà” (cfr: Collodi, Le avventure di Pinocchio, edizione illustrata, Milano 2002, Garzanti, Prefazione di Vincenzo Cerami pag. XXVI). Per raggiungere quella luce è necessario che il protagonista compia un lungo cammino di iniziazione segnato da progressive metamorfosi fino a quella finale in cui diventa “un bel fanciullo con i capelli castagni e gli occhi celesti” . Sappiamo come il suo itinerario, funestato da inseguimenti e gravi pericoli, sia spesso fatto di corse, giravolte, capriole, mutamenti di direzione. Proponiamo qui una brevissima lettura, esemplificatrice di questa tesi, di poche citazioni tolte dai capitoli tra 19-23 e che risultano esemplari dei frenetici capovolgimenti di situazione o inversioni di ruoli. Grazie anche alla brillante e trascinante prosa collodiana questi brani danno conto dell’esperienza dolorosa del burattino Pinocchio in viaggio verso la vita reale. L’intestazione del diciannovesimo del capitolo narra: Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per gastigo si busca quattro mesi di prigione. Siamo nel paese di Acchiappacitrulli dove il nostro, condannato nonostante sia parte lesa, usufruisce di una sorta di amnistia, ma ottiene la libertà, così come la condanna, per dir così, quando rovescia la realtà, ossia quando capisce che non si è puniti per essere davvero colpevoli e bugiardi, ma al contrario quando si è innocenti e si dice la verità: — Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere. Uscito di prigione affronta un’altra prova e la supera in modo grottesco o potremmo anche dire, grazie a una inversione di comportamenti: un serpente gli sbarra la strada, Pinocchio ne è terrorizzato, si getta all’indietro per sfuggirlo e cade per terra restando conficcato nel fango a gambe all’aria, ma è il serpente che muore per “una convulsione di risa” vedendolo sgambettare in quella ridicola posizione. E qui il burattino impara che non si muore per la paura, ma si può morire per il piacere di ridere. Riparte e corre, corre “per arrivare a casa della Fata avanti che si facesse buio”, ma preso dalla fame tenta di sgraffignare un grappolo d’uva finendo intrappolato in una tagliola messa da un contadino a difesa del suo campo (vorrebbe dunque rubare, ma è lui ad essere rubato). Inizia qui per Pinocchio una singolare notte degli scambi in cui si mescolano realtà grottesche, imbrogli, inversioni, rovesciamenti e capriole narrative. Pinocchio mortificato si adatta al ruolo dicendosi d’aver meritato il castigo; s’addormenta nel casotto dove invece del letto con le lenzuola di bucato c’è un po’ di paglia vecchia e sporca. Arrivano le faine, le ladre dei polli che, al buio della notte, scambiano Pinocchio per il cane Melampo: da collaudate delinquenti, instaurano una immediata trattativa, di gusto mafioso; una vera e propria mossa di corruzione. Qui si sovrappongono la notte degli scambi e quella degli imbrogli: “Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.” Pinocchio finge di accettare, ma non appena le faine si infilano nel pollaio le chiude dentro fissando la porta con una grossa pietra. Il contadino, avvisato, arriva e acchiappa le faine, poi le chiude in un sacco e da quel galantuomo qual è predispone una singolare trovata “Potrei punirvi, ma sì vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. È un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!” Pinocchio impara, ma anche se ha patito, come un classico limpido eroe, immeritate pene, umiliazioni durissime e sordidi tentativi di corruzione non svela, da mite pur se discolo, le colpe pregresse di Melampo: “… avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano tra il cane e le faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sè: — A che serve accusare i morti?… I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!” Questi sono alcuni dei tanti possibili esempi della singolare educazione ricevuta da Pinocchio; spesso egli mostra un’anima pietosa contenuta in un pezzo di legno, ma la vita e gli umani si affretteranno a limare e piallare, a tornire e rifinire quel legno fino a fargli dire: “com’ero buffo quando ero burattino! E come son contento di essere diventato un ragazzino perbene!” * * * Da quale spazio discende questa voce chiusa nel legno? Chi è questo spiritello, questo Homunculus, questo elfo irriverente e irrispettoso, che vaga dietro le quinte del mondo? (Pietro Citati) Pinocchio al cinema La recente uscita nelle sale cinematografiche di un nuovo Pinocchio con la regia di Enzo D’Alò porta a riflettere sul personaggio e sul libro di Carlo Collodi – autentico capolavoro della letteratura e dell’immaginario di tutti i tempi, ben al di là di frettolose catalogazioni o superficiali incasellamenti entro i generi per l’infanzia – così come viene trasposto, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, nel linguaggio audiovisivo e in particolare in film per il grande schermo (in un caso anche nella doppia versione cinetelevisiva). Esistono al mondo – già dall’epoca del muto – centinaia di corto, medio e lungometraggi su Pinocchio, ma solo quattro in Italia sono veramente conosciuti al grosso pubblico e tre di essi, prima di D’Alò, dalla loro uscita continuano ad avere quasi uno statuto di long-seller, per la longevità della tenuta, prima nelle sale, poi in tv e in vhs e oggi riprodotti in comodi dvd. Il primo in ordine di tempo è il Pinocchio (1940) americano di Walt Disney a disegni animati (diretto da Ben Sharpsteen e Hamilton Luske), a cui segue trent’anni dopo lo sceneggiato Pinocchio (1972) di Luigi Comencini (presente anche come film di durata più breve). Passano altri trent’anni ed è la volta del Pinocchio (2002) di Roberto Benigni, mentre ora quello di D’Alò (2013) segna il ritorno della messinscena in cartoon. Tra i due estremi temporali – Disney e d’Alò – che sembrano affermare la vocazione forse naturale del testo narrativo collodiano alla pagina illustrata - esiste infatti una tradizione nobilissima di illustratori di Pinocchio dagli stili variegati e quasi sempre eccelsi, da Enrico Mazzanti a Claudio Chiostri. Significativo che due registi, esponenti a vario titolo del cinema d’autore – e non a caso entrambi ferrati nel filone commedia o nel genere comico – optino per una sostanziale revisione visiva della figura del personaggio. Come si sa, Comencini dà vita a una doppia rappresentazione del personaggio Pinocchio, quasi a scinderlo alla dr. Jekyll e Mr. Hide; c’è un vero bambino (Andrea Balestri) che diventa il burattino di legno (creato da Carlo Rambaldi) solo quando compie azioni cattive o sbagliate, attorno a tutte figure umane in carne e ossa compresi gli animali dal grillo al gatto e la volpe; del resto tutto l’allestimento punta su una sorta di realismo bucolico-minimale che tenta di risalire non tanto al verismo letterario più o meno coevo a Collodi, quanto piuttosto di immaginare la ruspante società toscana di ascendenza contadina di epoca tardottocentesca. Per contro Benigni offre anch’egli una sua Toscana, ma di tipo magico-fantastica, quasi si trattasse di una recita teatrale a livello scenografico: e addirittura l’autore si cala nei panni del personaggio, ancora una volta perpetuando la propria indole artistica di comico-regista-attore, lavorando però su un’obiettiva contraddizione: un adulto travestito da bambino nei panni di Pinocchio, senza però quel senso di straniamento brechtiano che caratterizza ad esempio l’analoga operazione drammaturgica di Carmelo Bene (con tanto di successivo programma televisivo). Di fronte a tale eccessivo iperrealismo fiabesco dell’uno e dell’altro, D’Alò torna al “vecchio” cartoon, evitando gli stereotipi di Disney sui piani formali e contenutistici, privilegiando al contrario un tratto onirico e una visione infantocentrica che, grazie agli splendidi disegni di Lorenzo Mattotti, lo fanno preferire di gran lunga a tutti i Pinocchi finora usciti come immagine in movimento. * * * Piccola antologia critica: a ognuno il suo Pinocchio Alice e Pinocchio La domanda su questi due libri è sempre la stessa. Sono libri per bambini? Sono libri che hanno come eroi due ragazzini. Ma sono ambigui e non semplificati, non pensati per piacere a tutti i bambini. Carroll dedica il libro ad Alice, rendendola subito protagonista. Alcune allusioni del libro sembrano quasi scritte alludendo a un segreto privato, un codice tra lui e le bimbe: alcuni giochi di parole, si è detto, potevano essere capiti solo nella Oxford di quei tempi. Quello che succede in Alice non è quello che ci si aspetta da un libro per bambini, Alice è un libro complesso e molti bambini lo trovano incomprensibile e irritante (anche tanti adulti…). “Miei piccoli lettori”, dice all’inizio Collodi, come per rassicurare sulle sue intenzioni. Però anche lui cambia le regole e va verso qualcosa di sorprendente. Una fiaba realista in cui il primo nemico di Pinocchio non è un orco ma un carabiniere. Sono i libri di due ex-bambini, di due adulti che ricordano terrori e gioie della loro infanzia, la reinventano, la rimpiangono. Due adulti che sono ancora per metà bambini confusi, delusi, avidi, avventurosi, polimorfi, e per l’altra metà razionali, didattici, morali. Sono libri allegri e pieni di ombre dolorose perché riflettono sulla morte dell’infanzia. La necessaria fine dell’infanzia, che solo se la si racconta può rivivere. Di autori che sanno che il mondo non è fatto per i bambini. Questo è il fascino ambiguo dei loro libri, nei quali uno scrittore adulto parla a un bambino e racconta il suo essere bambino ad adulti, oppure uno scrittore bambino si racconta agli adulti… (da Giovanni Zoppoli, Come partorire un Mammut (senza rimanere schiacciati sotto), Marotta&Cafiero) (il testo integrale qui) * Il primo libro che incontriamo Il posto che in cent’anni Pinocchio s’è conquistato nella nostra storia letteraria è sì quello d’un classico, ma d’un classico minore. Mentre è ora di dire che va considerato tra i grandi libri della letteratura italiana, di cui alcune componenti necessarie, senza Pinocchio, verrebbero a mancare. Ne dirò tre: alla letteratura italiana è mancato il romanzo picaresco […], e Pinocchio libro di vagabondaggio e di fame, di locande malfrequentate e sbirri e forche, impone il clima e il ritmo dell’avventura picaresca italiana con un’autorità e una nettezza come se questa dimensione fosse sempre esistita e dovesse esistere sempre. Altra lacuna, questa propria del nostro Ottocento: il romanticismo fantastico e «nero». […] Ora Collodi non è certo Hoffman né Poe; però la casina che biancheggia nella notte con alla finestra la fanciulla come un’immagine di cera […] a Poe sarebbe certamente piaciuta. Come sarebbe piaciuto a Hoffmann l’Omino di burro che guida nella notte il carro silenzioso, dalle ruote fasciate di stoppa e di cenci, tirato da dodici pariglie di ciuchini calzati di stivaletti… Ogni apparizione si presenta in questo libro con una forza visiva tale da non poter essere più dimenticata: conigli neri che trasportano una bara, assassini imbacuccati in sacchi di carbone che corrono a salti e in punta di piedi… […] Terzo motivo: il Pinocchio è uno dei pochi libri di prosa che per le qualità della sua scrittura invita a esser mandato a memoria parola per parola, come fosse un poema in versi. […] Nel Pinocchio, più che risultato d’oreficeria stilistica questo pare un dono di felicità naturale, istinto di non lasciar mai cadere una frase che sia grigia o senza concretezza o senza guizzo. […] Il segreto di questo libro, in cui sembra che nulla sia calcolato, che la trama sia decisa di volta per volta a ogni puntata di quel settimanale […], sta nella necessità interna del suo ritmo, della sua sintassi d’immagini e metamorfosi, che fa sì che un episodio deva seguire un altro in una concatenazione propulsiva. […] Da ciò nasce il potere genetico del Pinocchio, almeno a mia esperienza, perché da quando ho cominciato a scrivere l’ho considerato un modello di narrazione d’avventura; ma credo che la sua influenza, cosciente o più spesso inconscia, andrebbe studiata su ogni scrivente della nostra lingua, dato che questo è il primo libro che tutti incontriamo dopo l’”abbecedario” (o prima). (da Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Einaudi) * Pinocchio è libertà e conformismo Pinocchio è un ribelle mancato ma anche, perpetuamente, un bambino mancato: ciò che può riscattarlo è la sua follia, ma essa lo condanna anche a partecipare a un mondo soggettivo che è al di qua del bene e del male. Gli si può attribuire scarsa intelligenza e capacità di critica, debolezza di carattere, patologica miopia nelle previsioni, limitatissima elaborazione dei dati dell’esperienza, ma queste notazioni rimangono ancora puramente quantitative. Il suo carattere vagamente subumano lo farebbe rassomigliare a un monacello, a uno stolido folletto, se per altri versi egli non fosse talmente reale e vicino alle debolezze infantili: così, la vivace irresponsabilità che lo contraddistingue inquieta vagamente i fanciulli lettori, che scorgono in questo pupazzo, i cui primi atti sono di cattiveria, la caricatura di una libertà e di una ribellione che si lega fatalmente a un destino di sofferenza e di guai. Egli somiglia per certi lati a una personalità psicopatica, a un delinquente minorile, a uno di quei bambini ipercinetici e simpaticissimi che vengono chiamati anormali del carattere, a un tipico, terribile problema educativo caratterizzato da difficoltà insormontabili nella introiezione della moralità, da un carattere infantile, impulsivo, cordialmente irresponsabile, attaccabrighe, generosissimo ma incostante, credulone, dispettoso fino alla crudeltà, ingenuo, insensibile ai sentimenti più profondi eppure fondamentalmente leale. Pinocchio è al tempo stesso libertà e conformismo, ma il rapporto fra questi due estremi non è risolto se non nel rifiuto, anch’esso incompleto, dell’artifizio moralistico tradizionale. Egli non è fatto per vivere in questo mondo, dove la moralità è un universo di scambi, e non è fatto neppure per vivere nell’universo delle domestiche magie del suo libro, dove il mondo degli adulti gli si ripropone continuamente, senza che egli riesca mai a comprenderlo. (da Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Einaudi) * Nient’altro che un bambino, non un adulto in erba Il lettore è indotto a parteggiare per Pinocchio, certo; ma insieme subisce una controspinta, che lo induce a prendere le distanze da lui. Lo scrittore sollecita una sorta di fraternizzazione critica, giostrata tra la simpatia emotiva e lo straniamento riflessivo, la condiscendenza anzi complicità ludica e l’assennatezza giudiziosa. Qui sta la prova maggiore dell’originalità di concezione di un personaggio che nella sua indole ambiguamente complessa è ben lontano dagli schematismi tipici d’ogni letteratura divulgativa, per ragazzi o meno. Siamo di fronte a una vera e propria figura di romanzo, mobile e contraddittoria, e come tale suscettibile di un’evoluzione che nessun altro attore o comparsa del libro conosce. Nella storia di Pinocchio Collodi esemplifica un lungo, laborioso processo che va dall’informe alla forma, dall’inerzia al movimento vitale, dalla spontaneità istintuale alla coscienza dispiegata… Lo scrittore radicalizza la distanza tra infanzia e maturità, facendo di Pinocchio un bambino, nient’altro che un bambino, non un adulto in erba; ma nello stesso tempo fa lievitare nel personaggio un’urgenza grande di crescita mentale e morale. In effetti lo vediamo compiere un processo formativo vistosamente accelerato: alla fine della vicenda ci troviano dinnanzi a un giovane uomo, che ha bruciato le tappe della fase adolescenziale. D’altronde la rapidità di questa formazione ha un fondamento realistico più che plausibile: i ragazzini poveri non possono permettersi di rimanere a lungo nel limbo infantile. E’ la vita a incalzarli, imponendo loro di crescere in fretta per esser in grado di proccedere a se stessi, non solo, ma ai propri cari. (da Pinocchio e Collodi, Il Saggiatore) * Così maneggevole, così vario, così imprevedibile Giocare con Pinocchio, riscriverlo e ridisegnarlo, implica la scoperta di una curiosa constatazione: in realtà è ben difficile riuscire a tradirlo, a snaturarlo, a distruggerlo davvero. E’ un giocattolo che potrebbe essere stato fabbricato nella magica Bagdad, e rubato dal famoso ladruncolo per essere trasportato fino a Collodi. Ha la durata del buon legno ben stagionato, non si sa bene che cosa nascerà dal lavoro compiuto su di esso. Ma c’è sempre la voglia e la legittimità di farlo, questo lavoro, perché il testo è così maneggevole, così vario, così imprevedibile. Non si resiste tanto a lungo se non si è fatti di ottimo legno. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti) * Pinocchio annuncia una società diversa Il messaggio di Pinocchio corre su due piani diversi. Sul piano individuale, afferma la capacità che ogni ragazzo ha di educarsi e la convinzione che il fine dell’uomo è nell’uomo stesso. Sul piano sociale, mette in evidenza i limiti e le catene che mortificano e paralizzano l’uomo e gli impediscono di svilupparso in piena indipendenza, e di diventare se stesso. Perciò non propone re e regine, borghesi e avventurieri, ma i personaggi più quotidiani e popolari… La cultura a cui si riferisce è quella popolare, con tutti i suoi elementi più caratteristici. Il primo di tutti è quello della fame. In conclusione, Pinocchio è un libro di negazioni, che denuncia, che sorride ironicamente sulla giustizia e sull’organizzazione della società del suo tempo. E’ però anche un libro positivo, ricco di fermenti e di valori; di fronte agli ostacoli non evade rifugiandosi nell’eterna fanciullezza come Peter Pan, ma varca e dà solidarietà e progressivamente supera le difficoltà. Il messaggio collodiano è un messaggio nuovo, che annuncia una società diversa. (da Tanti libri per tanti bambini, SEI) * Asciutto, saltellante, piroettante… l’illustre Pinocchio è una marionetta… I piccoli italiani… si sono innamorati di lui perché offre due cose insieme: le fantasie che amano e la realtà che cominciano a sospettare. Che noia il mondo, come se lo rappresentano gli adulti! Dappertutto, ostacoli al sogno: ora il vero, ora il verosimile. Dappertutto, categorie… I bambini non hanno ancora decolorato, né sintetizzato l’universo. Gli attribuiscono la sovrabbondanza di vita che è in loro; tutto si agita sotto il loro giovane sguardo, tutto parla alle loro orecchie attente; nulla viene a limitare il volo della fantasia. Pinocchio li conduce gioiosamente attraverso l’inatteso e lo straordinario… Il segreto del fascino di Pinocchio sta nella fusione di questi due elementi: il meraviglioso, che fornisce al bambino un alimento necessario, e l’osservazione psicologica, che gli permette di prendere coscienza di se stesso. Le necessità che lo legano alla terra, sono ridotte al minimo: fatto di legno duro e di meccanismo, non trascina un corpo pesante che sarebbe sempre in ritardo rispetto ai suoi capricci. E’ leggero come lo spirito, e come lo spirito è saltellante… possiede la mobilità degli esseri che agiscono nei nostri sogni, essendo lui stesso il sogno di una notte infantile… E’ il trionfo dell’immaginazione: a quale popolo più che agli italiani la natura ha mai donato un’immaginazione ricca e duttile?… Pinocchio non avrebbe potuto vivere nella nebbia, in mezzo a persone riservate e fredde che misurano i loro movimenti, che non comprendono come un gesto possa aggiungere eloquenza al discorso; Pinocchio è il prodotto di un suolo in cui la fantasia si sviluppa spontaneamente sotto un cielo felice. (da Pinocchio esportazione, Armando editore) * * * Pinocchio oggi Appena qualche esempio della produttività di Pinocchio ancora oggi: i lavori degli studenti della Scuola Arte&Messaggio, come il lavoro collettivo Il Pittocchio e quelli di Irene Carminati, Verena D’Elia, Cinzia Brambilla e Alessandra Alfieri (vedi anche qui). Oppure Pinocchio in versi di Franco Manescalchi pubblicato dalle Edizioni CFR, a cura di Alessandra Macchia e con illustrasioni di Roberto Silvestroni. Oppure la poesia di Adam Vaccaro Nel paese dei bonzigonzi, inserita nell’antologia L’impoetico mafioso curata da Gianmario Lucini per CFR Edizioni. Segnaliamo anche una nuova edizione di Pinocchio da parte delle Edizioni Nuove Scritture di Milano, in collaborazione con la Fondazione Nazionale Carlo Collodi, con un’edizione a cura di Angelo Gaccione e illustrata da 36 disegni a china di Valentino Dionisi. * * * LA SETTIMANA SCOLASTICA Nella Repubblica fondata sul lavoro. L’economia italiana ha subito un tracollo peggiore di quello di inizio anni ’30 ed esplode di conseguenza la richiesta di ore di cassa integrazione a marzo. Con poco meno di 100 milioni di ore registrate lo scorso mese, secondo i dati Inps, la cig aumenta in tutti i suoi segmenti (ordinaria, straordinaria e deroga), sia sul mese che sull’anno. Dietro questa mole di ore sono coinvolti da inizio anno circa 520 mila lavoratori che hanno subito un taglio del reddito per 1 miliardo di euro, pari a 1.900 euro netti in meno per ogni singolo lavoratore. Sono questi i dati che emergono dalle elaborazioni dell’Osservatorio cig della Cgil Nazionale nel rapporto di marzo, dove si legge che la cassa integrazione ordinaria è cresciuta di quasi un terzo nei tre mesi iniziali del 2013 rispetto agli stessi mesi dell’anno passato. E’ del 53% l’aumento delle richieste di ore di cassa straordinaria, mentre quella in deroga ha registrato un aumento del 147% mensile a marzo. Stesso discorso per la pubblica amministrazione, come risulta dai dati sono contenuti nel rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, presentato ieri dall’Aran, l’agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione nella contrattazione collettiva nazionale. La cura neo-thatcheriana ai costi dello stato inizia a produrre i suoi effetti: dal 2006 al 2011 i dipendenti pubblici sono passati da 3.627.139 a 3.396.810. Oltre 230mila persone hanno smesso di lavorare per lo stato negli ultimi cinque anni. Il lavoro in primo piano, quindi. E lo è anche nella scuola. La senatrice del Pd Francesca Puglisi, ha chiesto al Ministro dell’Istruzione di riferire in aula sulla situazione degli organici della scuola: “Il Ministro della Pubblica Istruzione venga in Parlamento a riferire sulla situazione degli organici per il prossimo anno scolastico e sulle condizioni di precarietà in cui versa il personale della scuola. “Negli ultimi 5 anni le scuole hanno accolto 90.990 alunni in più, mentre si sono viste sottrarre 81614 insegnanti 43.878 Ata. Le conseguenze dei tagli sono evidenti: il limite dei 20 alunni per classe in presenza di un alunno con disabilità non viene quasi mai rispettato, così come non sono spesso rispettate le norme di sicurezza delle aule a causa del sovraffollamento, non vengono date risposte alle domande di tempo pieno delle famiglie, impossibile il funzionamento dei laboratori“. Preoccupazione crescente per il prossimo anno. Il concorso a cattedra avrebbe dovuto assegnare 11.542 posti in due anni scolastici, di cui circa 7.000 dal 1° settembre 2013. Ma il crollo dei pensionamenti dovuto alla legge Fornero mette a serio rischio la possibilità di rispettare i numeri. Il tema è stato posto con il presidio presso il ministero dell’Istruzione indetto dalla Flc Cgil, per consegnare al ministro Profumo la piattaforma elaborata dal Coordinamento nazionale dei lavoratori precari della conoscenza Flc Cgil. E continua a preoccupare le scuole, che denunciano taglio degli organici e dei fondi per le supplenze e la diminuzione del personale ATA, come fa l’Istituto Comprensivo “Via Pareto” di Milano con una mozione rielaborata e approvata dai lavoratori docenti e ATA. Sul fronte retributivo, più di un milione di lavoratori della scuola si avviano alla povertà. Gli stipendi, nel 2011, sono calati nel loro potere d’acquisto dello 0,8%. Trend al ribasso anche per il 2012. Si patisce il blocco del contratto dal 2009, che causa una perdita rispetto all’inflazione del 15%, per non parlare dell’auento delle tasse sia a livello nazionale che locale. Ed emerge, ce lo segnala una inchiesta de la Repubblica, una nuova piaga del precariato nazionale: le pubbliche amministrazioni, ridotte sul lastrico da finanziarie governative, spending review e stagioni di politica dissipante, sempre più spesso emanano bandi che non prevedono soldi per i professionisti, per i loro servizi. C’è un sindacato, l’Inarsind, che tutela ingegneri e liberi professionisti e ha organizzato su Facebook un Osservatorio sugli incarichi pubblici chiedendo a ingegneri e liberi professionisti di segnalare le loro storie di tecnici non pagati (contro l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro“). Si lavora gratis con la pubblica amministrazione, quindi. A volte si lavora solo se si paga, per l’unico vantaggio è ottenere una citazione sul curriculum. Frattanto la crisi entra tra i banchi di scuola: infatti due studenti su tre rinunciano alle gite. Sono gli stessi genitori – in molti casi – a chiedere di eliminare i viaggi organizzati per evitare discriminazioni tra i ragazzi che non possono più permetterseli. Secondo l’osservatorio sul turismo scolastico del Touring Club Italiano, alle superiori è stimato un calo intorno al 20%. Confronti internazionali. Perde colpi su colpi, la scuola italiana, a ogni confronto internazionale. Secondo dati Eurostat solo in Italia gli abbandoni scolastici non diminuiscono. Se nell’Ue a 27 lasciano prematuramente i banchi di scuola il 12,8% di giovani (daro ormai sempre più vicino a quel 10% indicato dall’Unione Europea da raggiungere entro il 2020), nel nostro Paese siamo fermi al 17,6%: centinaia di migliaia di giovani che vanno a riempire la lista dei neet. I dati dell’Istituto statistico dicono che nel 2012 il numero dei giovani pronti a lavorare ma che ormai non cercano più un’occupazione (3 milioni) è cresciuto del 2,7%: una quota superiore oltre 3 volte quella Ue. E’ il dato peggiore dal 2004. Anche il resto dei dati forniti da Eurostat risultano preoccupanti: se nell’Ue a 27 i diplomati sono in assoluto il 35,8%, nel nostro Paese non arriviamo al 22%. E non va meglio a livello universitario, visto che se l’Unione Europea detiene ormai circa il 36% di laureati 30-34enni, rispetto a quelli che avevano iniziato gli studi, l’Italia nella stessa fascia di età si ferma al 21,7%, che rappresenta il risultato peggiore dei 27 Paesi europei esaminati. L’Italia si colloca agli ultimi posti anche per quanto riguarda il benessere dei bambini, L’elenco è lungo. Quanti moniti negativi ha subito l’Italia da parte dell’Europa nel volgere di solo qualche mese? E quante volte abbiamo letto che la nostra Nazione è la “maglia nera d’Europa” in istruzione? Pasquale Almirante ne fa un breve riassunto. Le classi 2.0, cioè completamente attrezzate per la didattica multimediale, sono solo 14 in tutta Italia e l’Ocse conferma che nella classifica generale dei 34 Paesi del mondo occidentale, siamo sopra solo a Romania e Grecia. Tant’è vero che “con l’attuale tasso di diffusione sarebbero necessari altri 15 anni per raggiungere i livelli registrati ad esempio in Gran Bretagna, dove l’80% delle classi può contare su strumenti didattici informatici“. Nella scuola elementare e in quella media solo il 6% delle classi è equipaggiato, contro una media Ocse del 37%. Abbiamo un computer a disposizione per ogni 15 studenti nella scuola primaria, uno ogni 11 alle medie, uno ogni 8 alle superiori. Il fatto è che l’Italia spende ogni anno 5 euro a studente per la digitalizzazione, in tutto 30 milioni, pari allo 0,1% del budget del ministero per il capitolo Istruzione. Intanto il dibattito sulle nuove tecnologie nella scuola prosegue. Segnaliamo questa settimana un’intervista a Francesco Antinucci, il quale sostiene che Le tecnologie hanno la capacità di modificare il modo di apprendere… è qualcosa che avverrà inesorabilmente. O la scuola se ne rende conto o diventerà inutile oltre che sorpassata. La forza di attrazione del modo di apprendere per esperienza, supportata dalla piena potenza delle tecnologie interattive, non lascia dubbi in proposito Nel saggio Salvare la scuola nell’era digitale, Giovanni Reale pone l’accento invece su questioni come queste: Questi mezzi non devono essere il fine dell’istruzione, ma dei supporti… Rischiano di distruggere l’antico rapporto tra allievo e maestro e sostituirsi ad esso… La lettura informatica mi sembra che limiti la capacità di concentrazione e di astrazione… La scuola deve aiutare a usare gli strumenti e a non diventare vittima di essi. Vorrei chiudere questo dialogo con una frase di Clifford Stoll, uno dei fondatori di Internet: “L’insegnamento non può ridursi a insegnare ai giovani a picchiettare su una tastiera otto ore al giorno“. Ci pare utile citare anche un articolo di Antonella Reffieuna sull’importanza della “scrittura a mano“. A proposito delle ultime affermazioni, Mila Spicola ricorda come secondo Benedetto Vertecchi, il grande pedagogo italiano, le domande vere da porsi sulla scuola italiana sono le domande di senso. Vertecchi ha riassunto in dieci domande le questioni fondamentali di senso che riguardano i sistemi d’istruzione, si possono leggere riassunte qui. Pubblico/privato. Mentre la scuola italiana versa in queste condizioni, appare sempre più stridente la situazione di privilegio di cui gode la scuola privata, in particolare in alcune regioni e in alcune città. E’ il caso di Bologna dove il 26 maggio si terrà un referendum promosso dal Comitato Art. 33 per il voto a favore dell’abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole private. Segnaliamo l’adesione alle posizioni in difesa della scuola pubblica della Flc Cgil e la presa di posizione a favore delle scuole private del sottosegretario all’istruzione Elena Ugolini, anche leader bolognese di Comunione e Liberazione e dirigente di una scuola privata. E’ il caso anche della Lombardia (qui una inchiesta di vivalascuola), dove l’Associazione Nonunodimeno ha promosso una petizione per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione. La petizione ha avuto molte adesioni di sindacati e associazioni scolastiche, tra cui ricordiamo quelle di ReteScuole Crema, Flc Cgil, CUB scuola, USB scuola, Rifondazione Comunista, Lombardia 5 Stelle. L’USB scuola propone la costituzione su questo tema di un comitato referendario anche a Milano. Il PRC Lombardia fa una proposta di ordine del giorno da presentare nei consigli comunali delle città lombarde per invitare il nuovo Governo della Regione e tutti i Consiglieri Regionali a disporre l’abrogazione dei “buoni scuola” e ad attivare nuove normative e adeguati stanziamenti di risorse per la scuola pubblica e i servizi per il diritto allo studio finalizzati alle famiglie degli alunni e degli studenti che frequentano le scuole pubbliche. Scuola e marketing: dalla padella nella brace. E’ stata ampiamente ripresa dalla stampa la notizia che il liceo classico milanese Beccaria in meno di due mesi ha ricevuto da sponsor privati donazioni per 25.000 euro per attrezzare un’aula magna multimediale con nuovi impianti audio e proiettori. I sostenitori saranno ringraziati nella serata di inaugurazione, avranno uno spazio sul sito internet della scuola e potranno esporre sul loro il logo del Beccaria, “il più antico liceo classico di Milano“. Marcella Raiola mostra in un suo intervento i problemi posti da una iniziativa motivata, anche in buona fede, da pragmatismo e benefici immediati. Per esempio: se l’impresa che finanzia la scuola dovesse assumere un atteggiamento antisindacale verso i suoi dipendenti, la scuola dei “valori” e delle pari opportunità potrebbe accettarne il contributo? Si farebbe o no il problema? Oppure vale ormai solo il principio che pecunia non olet, machiavellicamente, sicché è passatista anche continuare a ritenere la scuola come il luogo in cui trasmettere messaggi che abbiano a che fare con la dirittura etica e con la correttezza deontolotica e morale? E Marina Boscaino commenta: Ecco l’ingresso degli sponsor: la scuola-azienda, la scuola merce, la scuola offerta a domanda/e individuale/i, che scavalca il proprio mandato e la propria natura per far accomodare il mercato anche in uno degli ultimi presidi di democrazia e di pari opportunità per tutti i cittadini della Repubblica… E ancora: cosa dire di questa incursione – il logo, il marchio, indicatori di cos’altro se non dell’induzione al consumo – persino nella scuola, il luogo che dovrebbe – attraverso la cultura – educare al consumo critico, alla autonomia di giudizio? E chi se ne importa di chi non ha mezzi e possibilità; si millantano deroga ai principi e esaltazione di privilegi come “coraggio imprenditoriale” e attivismo sburocratizzato… A quanti verrà in mente, invece che di proporre alla scuola dei propri figli di replicare l’iniziativa del Beccaria, di unirsi in “solidal catena” per esigere che lo Stato eserciti il proprio dovere rispetto al diritto di tutti i cittadini di avere scuole tutte davvero capaci di formare cittadini consapevoli? Nuovo governo, trattative e proposte. Intanto fra le forze politiche continuano le trattative per la formazione del nuovo governo. Si osserva che sulla scuola tra Pd-Pdl non ci sono assolutamente convergenze. Si osserva che le proposte contenute nel documento dei “saggi” nominati dal Presidente Napolitano, oltre che dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, vengono considerate “insoddisfacenti e di ispirazione conservatrice” anche da Marco Barone, per quanto riguarda le proposte per la scuola. Continuano frattanto a essere rese pubbliche proposte per la scuola indirizzate ai futuri governanti, ad esempio da dirigenti scolastici come Eugenio Tipaldi o dal sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, che sostiene che occorre prioritariamente restituire alla scuola quanto tolto: “Bisogna fare come per i crediti delle imprese: procedere subito ad una prima restituzione, su alcune priorità assolute. L’estensione delle azioni di contrasto alla dispersione scolastica; la formazione in servizio dei docenti; un po’ di organico stabile e certo per rafforzare e rilanciare l’autonomia delle scuole di programmare e organizzare; il diritto allo studio, soprattutto“. Anche oltre 50 associazioni tra cui 20 Maggio-Tutelare i Lavori, Giovani Democratici, Lavoro & Welfare, insieme ai deputati del gruppo Under 35 del Partito Democratico hanno presentato in Parlamento otto disegni di legge. I ddl vertono su: compenso minimo legale; modifica della Legge Fornero; ammortizzatori e futele sociali universali; giustizia previdenziale; statuto del lavoro autonomo e professionale; diritto allo studio. Invalsi. L’Invalsi comunica che slitta al 2015 la proposta di introdurre come terza prova per i maturandi il test dell’Invalsi. Quest’anno il test si farà, ma solo in forma sperimentale su un campione di scuole, a maggio. Parla di “scampato pericolo” studenti.it. All’avvicinarsi delle date della somministrazione dei test, cominciano a manifestare e organizzare il rifiuto o il boicottaggio associazioni sia di studenti sia di genitori sia di docenti. Segnaliamo una ampia analisi del tema della valutazione da parte di Antonella Reffieuna. Vale infine la pena ricordare, ai sostenitori della bontà dei quiz dall’asilo all’università, che, come diceva Burrhus F. Skinner, Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto. * * * RISORSE IN RETE Le puntate precedenti di vivalascuola qui. Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola. Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012. Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011. Tutte le “riforme” del ministro Gelmini. Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui. * * * Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui. Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui. Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione. Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola… Spazi in rete sulla scuola qui. (Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano) Axis mundi. Racconti della Brianza
Desillusionsromantik
Alcune settimane fa, Gianni Fumagalli mi ha raccontato quell’episodio che ispira il suo racconto “Avanguardia”. Ho subito pensato che dovesse assolutamente scriverlo. ( E così ha fatto! Grazie, Gianni!) Spesso, infatti, mi meraviglio che proprio l’abbagliamento ideologico di quei tempi, cioè gli anni ‘60 e ’70, non sia più presente nella letteratura contemporanea. Chi è nato tra il 1950 e il, grosso modo, 1965, in genere, si ricorda bene quel brave new world comodamente diviso in due: da una parte i fascisti, dall’altra la “sinistra”. Da una parte i cattivi, dall’altra i buoni. Da una parte il passato, dall’altra il futuro rivoluzionario. Che gli eroi – Lenin, Pol Pot, Ho Chi Minh, Mao Ts-tung - che lo Zeitgeist dell’epoca aveva eletti tali, erano in verità altrettanto mostruosi, lo si è capito solo molto più tardi. Eppure furono proprio questi i nomi scanditi collettivamente nulle strade e piazze dell’Europa come testimoni di un cambiamento possibile. Personalmente, per esempio, mi ricordo molto bene le grandi simpatie che in Germania godevano gli atti terroristici della “ Bader Meinhof Gruppe”, naturalmente assassinati da quel “Mörderstaat” che sarebbe stata la vecchia Bundesrepublik! Erano gli stereotipi assurdi di un epoca che si ripeteva apertamente senza fare il minimo tentativo di approfondire le proprie conoscenze, semplicemente senza pensare. Certo, si potrebbe obiettare, eravamo giovani e il presunto “impegno politico” era intrecciato in tutta una cultura del vivere quotidiano: del vestire in un certo modo, dell’ascoltare musica di un certo tipo e leggere libri di un certo spessore intellettuale. In breve: di sentirsi all’avanguardia! E Gianni non sarebbe Gianni se non cercasse di salvare anche questi aspetti. Quei due ragazzi che partono da Usmate Brianza per Monza, con il preciso intento di tradurre le loro convinzioni rivoluzionarie in un concreto impegno politico, ora, in un certo senso, commuovono perché a differenza di molti giovani di oggi, credono o vogliono credere in qualcosa. Vogliono sapere. Vogliono appropriarsi di cultura e sapere. Nutrono delle speranze – great expectations – che, ovviamente, “ Avanguardia operaia” non potrà soddisfare… In questo senso si può leggere “ Avanguardia” anche come un piccolo Bildungsroman. Un po’ mi ricordano, questi due amici, quei due protagonisti della Education sentimental, Frédéric Moreau e il suo amico Delauriers , quando alla fine del romanzo si ricordano della ”avventura più bella della loro gioventù”, ormai lontana: la vicenda della turca. Questa era una prostituta nota in tutta la città. Dopo molti tentativi finiti male, finalmente gli amici avevano osato a presentarsi da questa donna imponente chiedendo umilmente di essere ricevuti da lei. Ma questa li aveva soltanto derisi e cacciati via con la viva partecipazione di tutti i presenti. La memoria, capricciosa, inaffidabile e ambigua, però trasforma proprio questo fallimento grottesco nella vicenda più bella della loro vita… “ Desillusionsromantik” chiama la critica questa tecnica letteraria di cui Flaubert è considerato il maesto sui generis…
Stefanie Golisch
Avanguardia
di Gianni Fumagalli
Capita, e la storia l’ha mostrato molte vote, che nello spazio di pochi decenni si concentrino tante di quelle forze da far lievitare il mondo che le contiene, come una bolla al limite dell’esplosione. In quel tempo, il fermento aveva contagiato la vita in ogni sua piega animandola di uno spirito nuovo, al punto da renderla degna di essere vissuta solo in virtù di tale auspicato cambiamento. La parola d’ordine era una sola: rivoluzione. A partire dalla scuola, le idee circolavano senza subire la triviale invadenza della censura cattolico-borghese e, nel ribollente universo operaio, l’attesa era simile ad un avvento che avrebbe dovuto concludersi con l’inevitabile accadimento. Tutta la vita, gradualmente, veniva pervasa da una cultura che rivitalizzava il pensare e l’agire. La musica, l’arte, la moda, ma soprattutto la politica, erano i terreni fertili per le nuove messi. I giovani vi aderivano con slancio e serietà frequentando collettivi, associazioni operaie, gruppi studenteschi dove, a guisa di disciplinati neofiti, si preoccupavano della costruzione di una solida coscienza sociale che li avrebbe proiettati sulla scena da protagonisti. Sotto la guida di “guru” venivano introdotti al marxismo-leninismo e ai segreti della rivoluzione proletaria. La sicumèra di questi nuovi sacerdoti non lasciava spazio a dubbi e ripensamenti: c’era una formazione da curare che si poteva acquisire solo con un atteggiamento di fede assoluta. Anch’io gradualmente fui investito dalla nuova onda e trascinato in una deriva che nella prima fase scambiai per un grande sogno collettivo che stava varcando la soglia del mondo reale. Nel 68 frequentavo l’ultimo anno di un Istituto Tecnico serale che presentava due singolarità: univa nella stessa classe studenti di età ed estrazione molto diverse e, soprattutto, metteva insieme lavoratori e studenti. L’apporto che il mondo operaio dava a quello della scuola era concreto e non lasciava spazio ai facili entusiasmi giovanili. La mia prima guida fu Angelino, un compagno di classe di quattro anni più grande che univa, ad una naturale bontà d’animo, una insospettabile aggressività verbale, costruita artificiosamente anche se mantenuta sempre tale e mai sfociata oltre i confini di quella fisica. Da lui sentii per la prima volta, durante concitati e focosi confronti verbali, espressioni come: coscienza proletaria, ingerenze piccolo-borghesi, rivoluzione permanente, prassi marxista. Per me suonavano come enigmatici teoremi da apprendere con la stessa dedizione di una disciplina scolastica, allo scopo di formarmi: una corretta coscienza proletaria, scevra da ogni influsso piccolo-borghese e al servizio della rivoluzione permanente. Durante il tragitto verso la scuola, percorso ogni sera alla guida della sua cinquecento bianca, sempre ad andatura sostenuta, mi impartiva brevi corsi di marxismo. Assimilavo rapidamente i “precetti” di questa nuova filosofia, più di quelli del catechismo di Pio X che da bambino faticavo a memorizzare. Per questa ragione ero sempre l’ultimo a lasciare l’aula, quando le suore provavano la nostra preparazione, e non si poteva tornare a casa se non quando si era guadagnata l’approvazione delle implacabili ”sentinelle della fede.” Angelino a volte si lanciava in comizi infuocati, urlati attraverso il parabrezza ad una folla immaginaria. In occhi sbarrati, sguardi interrogativi e smorfie di disappunto misuravo le risposte degli automobilisti che incrociavamo. Verso la fine dell’ultimo anno scolastico, Angelino, complici alcuni compagni di altre quinte, motivati al suo pari, organizzarono una singolare manifestazione di protesta tutta interna al nostro Istituto. Si trattava di passare tra i corridoi in un silenzio da sfida, contro preside e insegnanti, colpevoli del ritardo cui tenevano gli studenti rispetto all’inevitabile cambiamento. Sfilavamo in questo corteo surreale muniti di cartelli con le più svariate denunce, uno diceva: nella scuola di domani niente schiavi del capitale. Gli insegnanti, orfani delle loro classi, osservavano ammutoliti sulla soglia delle loro aule un evento che i più non potevano comprendere ma destinato ad anticipare una protesta che nei mesi successivi avrebbe rotto gli argini. Le manifestazioni, quelle oceaniche, rappresentarono prove di maturità. Alla prima a cui partecipai, mi sentii come un alieno catapultato in una realtà totalmente estranea e fui totalmente catturato dalla novità, come dentro un palcoscenico. Il corteo degli studenti universitari si formava in via Festa Del Perdono per poi raggiungere tutti i manifestanti in via Larga. I preparativi erano già a buon punto ma molti studenti correvano dentro e fuori l’ingresso della Statale come dovessero decidere le sorti di una battaglia. Osservavo questo mondo caleidoscopico in uno stato di perenne stupore. Gli addetti agli striscioni si stavano posizionando secondo gerarchie che non coglievo ma che risultavano preventivamente decise. Anche i vestiti che indossavano erano frutto di un attenta scelta e non casuali. Tutti indossavano l’eschimo con le maniche rivoltate in modo da mettere in risalto i guanti di pelle, il cappello alla Che Guevara conteneva lunghi capelli sporgenti ai lati fino alle spalle, le barbe erano incolte. Ad un segnale convenuto tutti issarono i pali di sostegno degli striscioni infilandoli nella cintura dei jeans con gesti plateali e curando di dare un’angolatura in avanti di trenta gradi. Non guardavano sapendo di essere osservati ma i loro sguardi erano rivolti verso orizzonti luminosi. Quando il corteo si mosse gli addetti al servizio d’ordine accostavano i manifestanti ai lati percorrendo il corteo freneticamente avanti e in dietro con una serietà granitica attenti a sventare ogni possibile minaccia. Gli slogan erano dettati da un “maestro di coro” che reggeva, in luogo di una bacchetta, un megafono gracchiante: Leeeniin, Staaaliin, seguiti dalla folla che ripeteva quei nomi come in un tuono che dissipava, almeno in quel momento, ogni dubbio storico. Tornai a casa scosso e frastornato dal rito collettivo e col dubbio di quei due nomi osannati che riecheggiavano senza sosta e con voce metallica nella testa. La mia formazione politica proseguì nella frequentazione di un Collettivo che si riuniva, con la puntualità di una funzione religiosa, tutti i mercoledì alle nove di sera. Era costituito da una trentina di persone che raramente disertavano l’impegno settimanale, onorato con dedizione e un pizzico di protagonismo. Conservo un ricordo benevolo di quell’esperienza grazie alla straordinaria vitalità, intelligenza e simpatia delle persone che l’animavano: U. Gavinelli, fine esegeta dallo sguardo siderale e tenebroso, Luigi detto Franz, oratore grezzo e focoso ma attento ed istintivo, Pier, appassionato sostenitore dei disperati, con una naturale propensione a cacciarsi nei casini, Ambrogio detto Barba, acuto, satirico e dalle battute esilaranti, Cavalet, dal grande talento artistico, perennemente a disposizione del gruppo, Arturo, parco negli interventi ma sempre incisivo. Le donne: Emma, Liliana, Piera, Michi, belle e intelligenti, così mi sembravano tutte allora, impegnate nella titanica impressa di colmare l’abisso millenario scavato dalla cultura maschilista occidentale. E non posso menzionarli tutti anche se ogni persona di quel gruppo possedeva una singolare ricchezza che la rendeva speciale: Giacomo detto Tupa, Antonio C., Francesco, Marino, Giorgio, Egidio, Alfio, Angelo, ed altri ancora che il tempo ha trasformato in ombre ma pronti a riemergere al primo raggio illuminante della memoria. Gli incontri si svolgevano come match di pugilato solo che, invece di mostrare i muscoli, si faceva sfoggio del sapere che competeva a ciascuno: arte oratoria, capacità analitica, immaginazione creativa, competenze politiche, tecnologiche, artistiche, sociologiche, psicologiche ed antropologiche, ma venivano anche esibite le personali ostinate convinzioni e ostentate le miopi esegesi politiche. Era un teatrino dove sfilavano comparse e prime donne senza un copione preciso, ma, come nella commedia dell’arte, dato uno spunto, ognuno portava in scena il proprio personaggio. Il bisogno di dare alla nostra coscienza politica una solida strutturazione mi spinse, assieme ad un carissimo amico, a bussare alla porta di un gruppo di estrema sinistra riconosciuto per il rigore analitico e l’intransigenza pragmatica. Avanguardia Operaia aveva diverse sedi a Milano e una in Brianza; scegliemmo la più vicina. Non c’erano scuole di educazione politica, era il movimento che spingeva i giovani alla formazione. Ma la sede di Avanguardia Operaia, più che una scuola era una chiesa, con la connotazione aggravante di setta. Prendemmo un appuntamento e fummo ricevuti sulla soglia da una ragazza di qualche anno più grande di noi. Con il piglio della “paladina della purezza dell’ortodossia” ci offrì due sgabelli che posizionò di fronte a lei, proprio sulla porta e lì, senza neanche invitarci ad entrare, diede inizio al nostro incontro con una sequenza ininterrotta di domande: Chi siete? Da dove venite? Chi vi ha indirizzato qui? Siete iscritti a qualche partito o sindacato? Avete militato in qualche gruppo di estrema sinistra? Qual è stata la vostra formazione politica? Qual è la vostra posizione rispetto alla chiesa? Che facoltà frequentate? Quali quotidiani e riviste leggete? Quali libri avete letto recentemente? Avete avuto precedenti con la polizia? E così via per più di due ore di interrogatorio. La nostra spontanea aspirazione alla costruzione di una società migliore era stata bellamente massacrata. Tornammo a casa in uno stato di profonda delusione e fortemente determinati a rifuggire da qualsivoglia forma di aggregazione politica. Per pigrizia e inerzia rimasi abbonato alla rivista A. O. ancora per alcuni anni, riducendo progressivamente l‘interesse e gli articoli letti, il cui linguaggio mi risultava sempre meno comprensibile. Col passare degli anni ritornai più volte su quel tempo e sull’episodio. Pensai a tutto quel filosofeggiare, alla spavalda convinzione di essere nel giusto e al centro della storia, alla certezza che il mondo poteva cambiare solo rivolgendolo sotto-sopra. Ma non butterei via tutto di quel tempo, mi piacerebbe salvare il positivo spirito di abnegazione per la costruzione di un mondo migliore, la propensione al dialogo, anche a tinte forti ma sempre ricercato, la speranza in un cambiamento per tutti, specie per i più deboli e in particolare quell’instancabile energia consumata nel mettere insieme cose ed idee. Questo proprio lo salverei e auspicherei che i giovani d’oggi potessero godere anche loro di una simile condizione. Soffermandomi anche a riflettere sul significato di “Avanguardia Operaia” considerai positivamente “Operaia” ma Avanguardia!? Pensare di mantenersi così per tutti quegli anni deve aver esaurito immense energie e alimentato un pernicioso senso di presunzione. Allora mi ricordai di un’affermazione del saggio Silvestrini che, su questo argomento sentenziò: “se nella vita stai fermo, prima o poi ti troverai all’avanguardia.”
70. Il desiderioda qui Non era un’illusione toccare il cielo con un dito, camminare a mezzo metro da terra. Ti avevano convinto che ci fosse qualcosa di sbagliato, che un grande sentimento fosse un hobby per signore oziose. T’eri sentito in colpa per la gioia che cresceva nel tuo cuore, l’ottimismo che emanavi, il dono di guardare le vicende da un’altra prospettiva. Il bene lo volevi fino in fondo e questo t’impediva di notare la malizia: prendevi il buono da ogni situazione e ogni persona. Il segreto – te ne accorgi adesso – si chiamava desiderio. Desiderare il bene è possederlo, perché l’anima si apre all’avvento, sempre inatteso, della felicità. Certo, così non ha difese: chiunque può ferirla, ucciderla persino. Ecco che cosa era mancato: un argine ai gelosi e agli invidiosi, a chi non sopportava che a un altro, e non a lui, la vita sorridesse. Da qui è cominciato il tuo calvario: l’entusiasmo si spegneva, ritornavi alla normalità: una bestemmia, se Dio ha trasfigurato la tua storia. Riprendevi le abitudini di sempre, come i discepoli depressi per la morte di Gesù. Te ne tornavi triste verso Emmaus, interrogandoti sul senso degli incontri che ti accendono un momento, per poi lasciare tutto come prima. Non ti accorgevi che insieme con te camminava uno straniero: registrava ogni tua mossa, ogni tua scelta. Che distanza passa tra il villaggio e la rocca di Sion? Sette chilometri, dice la leggenda. Possono bastare perché il cuore s’indurisca, riappresti le difese, avverta il peso del lastrone rotolato all’ingresso del sepolcro. Va bene, è finita, è stato bello. Non potevi immaginare che qualcuno t’avrebbe avvicinato: più lo ascoltavi, lo straniero, più ti pareva d’averlo già sentito, d’aver incrociato già prima quello sguardo. Gli chiedi di restare, perché è notte, e lui ti racconta la tua storia, dall’inizio, riempiendo di capitoli lo schermo del computer, alzando ogni tanto lo sguardo verso il poster di Taormina o di Piazza dei Miracoli. Non pensavi che qualcuno potesse conoscerti così; ripassi le tappe che t’hanno segnato fino ad oggi, apprendi i meccanismi che avevano innescato paure e desideri. Ecco, ancora e sempre il desiderio: toccare il cielo con un dito, camminare a mezzo metro da terra, non era un’illusione. Ti avevano convinto del contrario ma ora, camminando verso Emmaus, ti accorgi che qualcosa comincia a risvegliarsi, il peso si scioglie lentamente, l’esperienza di una vita sminuzzata e condivisa rimette tutto in gioco: per tornare indietro e rivedere le mura sante di Gerusalemme bastava provarne, ancora una volta, il desiderio. The show must go on. No, può anche cambiare.da qui È triste notare come oggi, la cultura, sia per lo più una cultura d’apparato. Leggi un giornale e sai già cosa dirà, segui un programma alla televisione e ascolti esattamente ciò che ti aspettavi. Il risultato è una nausea generalizzata, un senso di marcio e di stantio che spinge a cercare altrove cronache e commenti. Gli operatori culturali sono sguatteri di ditte che esigono una linea ben precisa; si ritrovano fra loro con i sorrisi e la complicità di chi sa di essere protetto, di chi è associato a un circolo dove sarà comunque difeso e sostenuto. La vendita dell’anima – perché di questo si tratta – lascia sempre dentro (dentro?) un che di amaro, che bisogna affrettarsi a cancellare con autoconferme miserabili. I gruppi economici decidono le cariche politiche, i ruoli chiave di ogni forma di potere; cantanti, comici, uomini e donne di spettacolo, sono i pagliacci pagati e riveriti di un circo deprimente, ma capace di dettare le mode del momento, di consacrare, senza tema di smentita, le star incontrastate e richieste nei templi autoincensatori dei talk show e dei festival di mezzo inverno. La menzogna collettiva è irrobustita da battage e lanci editoriali, a riprova che solo in allegato ai quotidiani è possibile e pensabile leggere libri e soprattutto venderli. Su questa poltiglia plana uno sguardo desolato che rimpiange le menti di un tempo, gli interpreti che sapevano ancora cosa fosse un’intelligenza libera e brillante. Svegliamoci: non è vero che lo spettacolo debba per forza continuare. Stato in luogo, di Eliana PetrizziIl pieno giorno ha la maledizione dell’insonnia. Il bar chiuso, l’asfalto bagnato da una bava d’acqua e cloro, 3 ciclisti senza fretta. Accanto alla macelleria chiusa, il negozio “Tutto a 10 Euro”, chiuso pure quello. Sulle panchine in piazza Municipio, 4 anziani seduti dall’alba, caduti in fila e rimessi a posto come le lattine del tiro a segno. Oltre la via, lo scorcio di una casa con una finestra vuota, la montagna, un fumo di noccioli che sale lento. Via Parrelle: il cigolio della cerniera di un balcone aperto che sbatte al vento. Un uomo mi spia da dietro la finestra: appena lo guardo chiude la tende, serra gli infissi. Poco distante, nel giardino di Padre Pio, una vecchia vestita di nero sull’altalena. Alle 9, un paesaggio buono solo per la fuga. Il latrato del vento attraverso i fori dei pali delle recinzioni. A Preturo, sosta presso la sorgente Labso. Ai piedi delle panchine, bottiglie di plastica, cartoni di pizze, un grosso piccione morto. Chiuse le case, muti i cani, un pony legato a un albero, come impagliato, una vipera che attraversa l’asfalto. Ore 13: consumo un pranzo veloce e torno a casa a riposare. Deriva delle intenzioni. Resto distesa sul copriletto a fissare il muro bianco. Leggo, penso, seguo la vita misteriosa degli oggetti nella stanza. Solo ogni tanto muovo un dito, una gamba. Alle 14 di nuovo in piazza: i 4 anziani del mattino seduti ancora sulle panchine. Solo il vento è cambiato: ora la bandiera dell’Italia punta ad Ovest. Poco più avanti, al bivio, uno del posto attacca al rubinetto della fontana pubblica una pompa da giardino e lava la macchina con lo shampoo Johnson. Mi avvio in un pigro giro nei dintorni. Da Torchiati verso Solofra, solo cani sdraiati al centro della via. Accanto alla pubblicità del supermercato, un 6×3 annuncia il matrimonio di due giovani. Con l’effetto flou, i visi racchiusi in un cuore, la scritta “Destinazione Paradiso: insieme per sempre”, la foto sembra quella di due fidanzati morti in un incidente stradale. Davanti ad un disco bar, una palma finta come ne crescerebbero dopo una catastrofe nucleare. Le fabbriche spente, con parcheggi grandi come aeroporti e bidoni di plastica che somigliano alle costruzioni dell’infanzia. Osservo il ritmo delle finestre nelle facciate, quasi sempre a vetri specchiati, chiuse o vuote nei cantieri in costruzione. Nella loro disposizione, un alfabeto che mi riguarda. Verso Serino tra percorsi di campagna, abitazioni private, villette ad un piano, vuote. All’ingresso di una, 2 leoni Ming su colonne doriche ai lati del cancello elettrico. Nel giardino di quella appresso, una statua di Cristo scala 1:1 dipinta coi colori acrilici a finitura lucida, sotto una cappella a baldacchino circondata da Veneri e Cariatidi che reggono lampade a basso consumo. S. Lucia di Serino: il cartello di benvenuto del paese è a ridosso del cimitero. Un uomo di mezz’età vestito di tutto punto cammina digitando convulsamente i tasti del cellulare, fermandosi più volte come un mulo sull’orlo del burrone. Più avanti, piazzale con i bus di linea comunali fermi in una sosta da scasso. Aperti solo un bar ed un negozio di articoli per la casa. Il proprietario, seduto sui gradini di fronte, dice tra sé e sé: “A prima matina sto già stanc’ senza fa’ nient”. Nel bar accanto, cercando il bagno attraverso una sala giochi minuscola. Contro il muro, 5 macchinette tutte occupate. Un ragazzo spinge il bacino contro i pulsanti come si scopa una puttana. Mi fermo a respirare in un bosco con fraseggi d’ombre, una fresca quiete di navata, un raggio di luce che finisce in una zolla d’erba. Sono le 19. La luna riposa in cima alla collina, delicata come un’unghia. Tornando a casa, la sagoma di un passante, la scia di fabbriche, commerci e vie si sciolgono in un dettato veloce, come le immagini che un uomo vede forse prima di morire. In quegli attimi, mi chiedo sempre, cosa resta degli anni, delle parole, delle persone amate, dei luoghi percorsi? Sarà forse come andare per queste strade: prima o poi i paesi finiscono, ed ecco per chilometri solo nubi e radure, greggi che si spostano, semi nel vento, alberi che crescono e muoiono in silenzio, da soli. 69. Adesso che saida qui Sì, perché è vero che la vita è un viaggio: è come se passassi da un albergo all’altro senza capire bene che succeda, preso da mille appuntamenti, da una foga che si spiega solo con l’angoscia di riempire un vuoto, a tutti i costi. Vorresti riavvolgere il nastro della storia, ritrovare le facce ormai perdute; sapere dalla maestra Spina perché tenesse tanto alle sue uova colorate, chiedere la penna in prestito a Vincenzo Cerere (dove sarà? starà scrivendo ancora con la Pelikan che gli invidiavi tanto?). Ti scuseresti per ogni incomprensione, torneresti a questioni rimaste in sospeso da decenni: ad Antonio Guida, compagno delle elementari, domanderesti il motivo del mancato appuntamento, non proporresti a Neris di portartela a letto senza averla conosciuta. Un viaggio nel passato che approderebbe al giorno del battesimo, con le facce devastate dei tuoi genitori preoccupati per certe anomalie dovute a un distacco di placenta. Un’escursione per capire quale fosse il punto in cui il congegno aveva cominciato ad incepparsi; guarderesti dritto negli occhi ogni tuo errore, per scioglierlo dai lacci che t’avrebbero tanto appesantito; cercheresti la verità sempre e comunque, sapendo di perdere qualcosa, ma guadagnando, in cambio, il bene supremo della libertà. Passando a volo sulla fila degli anni, ti accorgi che ciò che ne rimane sono eventi all’apparenza ininfluenti: l’insulina a don Mario, i soprassalti nella notte, se ti chiamava per esigenze fisiologiche impellenti, i chilometri di strada in cui lo scarrozzavi sulla sedia a rotelle troppo alta. Il resto si stempera in una nebbia molle, come fosse accaduto per sbaglio, o casualmente; come se ogni slancio, ogni pianto, ogni bacio rubato dietro l’angolo ritrovassero se stessi solo mutandosi in ovatta strofinata sulla spalla, in pillola estratta dalla scatola, nel giubbotto allacciato con fatica mentre lui sorrideva e ti sfotteva, per sdrammatizzare. A questo serve viaggiare: a capire la distanza del cuore da ogni punto del mondo, a bere un altro sorso di Ceres pensando a quanto sia bello stare qui, senza rimpianti, sprofondandosi nell’attimo come fosse il migliore possibile fra tutti, perché il dramma della separazione, quando i medici, per gli accertamenti necessari, ti portarono lontano dal corpo agognato di tua madre, può essere, una volta per tutte, superato. Sì, la vita è un viaggio; intuisci di non essere mai stato così felice come adesso che sai, ora che finalmente è tutto chiaro: ti adagi sul divano azzurro, davanti alla raccolta di Chopin, con l’orologio sulla mensola che segna le 21 e c’è ancora tanto tempo prima che debba ripartire. “Sparire” di Fabio ViolaIl segreto è nel sottile gioco sul filo dell’assurdo: implacabile, scomodo, masochistico. Suspense e mistero – così lontani dal loro impiego furbo e dozzinale – portano a momenti di disagio e desiderio di fuga. Continuiamo tuttavia a leggere, voluttuosamente; costretti e ansiosi di uscire da certe situazioni evocate con tale precisione e tridimensionalità da diventare a tratti insostenibili. Restiamo perché è un mondo che non ci assomiglia e tuttavia riconosciamo, affrontandolo nelle nostre difficoltà oniriche, che qui diventano Letteratura. Dopo “Gli intervistatori”, convince in pieno anche la seconda prova di Fabio Viola, che pure qui riesce a toccare, senza alcun psicologismo, corde profonde dell’inconscio. Va in onda il malessere, l’incapacità di reagire, il senso di impotenza, e simultaneamente il suo opposto: l’iper-reattività senza controllo, l’istinto all’azione immediata che spesso ha più [buon]senso di una diversa strategia. So now? di Charles BukowskiSo now?
the words have come and gone,
E ora?
le parole sono venute e se ne sono andate, sono ammalato. il telefono suona, il gatto dorme. Linda passa con l’aspirapolvere. attendo di vivere, attendo di morire. se solo fossi bravo in qualcosa, adesso so’ cazzi ma l’albero fuori non lo sa: e io lo guardo come si muove negli ultimi raggi del sole pomeridiano. non c’è niente da dire, è solo un attendere. ognuno è solo in questo. Oh, una volta ero giovane. Oh, una volta ero incredibilmente giovane!
Traduzione di Stefanie Golisch Il quadro è di Henri Matisse 68. Come saida qui Cos’ha questa città più di ogni altra? Basta affacciarsi da un ponte qualunque per capirlo. Da qui, per esempio, s’intuisce come acqua, terra e cielo formino una cosa sola, un quadro di fronte al quale non puoi non incantarti. Tu, poi, figurati! passeresti giorni a distinguere i colori dei palazzi, le sfumature verdi e azzurre del canale, la cupola che spunta laggiù, dietro le tegole rosse dei tetti punteggiati di camini. I vaporetti arrancano, come se tutta la fatica per mandare avanti il mondo fosse loro; si capisce dai turisti che si affacciano, avvolti in camicie colorate, al corrimano; dall’anziana che si sporge cautamente alla finestra intasata di gerani; dal barcone che dondola lento, coi pneumatici agganciati a intervalli regolari lungo le fiancate, per proteggerle dagli urti. Qui non riconosci solo gli strati del paesaggio: l’acqua densa e scura del canale, le fondamenta delle case, tappezzate di muschio, i piani scanditi dai vasi di fiori e le cornici alle finestre, ma anche gli strati del tempo: la volta che sei venuto per il concorso da ricercatore, per esempio; pensavi che fosse per titoli e invece era una prova scritta sul Boccaccio, che affrontasti con la certezza che fosse già tutto programmato, vinti e vincitori; ma a te cosa importava? Eri qui, senza una lira, perché il magro capitale s’erano estinto per pagare il parcheggio di Piazzale Roma. Non restava che telefonare a lui, don Mario, che sarebbe accorso come sempre, e tutto si sarebbe concluso allegramente nella cena in un locale a cielo aperto, agli Schiavoni. Ci sei tornato da prete, col tuo braccio destro, l’amico che non t’ha mai tradito: l’avete girata in lungo e in largo, per catturarne l’anima; ci sei riuscito, pensi, anche se alla fine avevi piedi e gambe anchilosati. Ma Venezia è anche il sogno di ritrovare gli strati perduti della vita, un viaggio in cui riscatti, in una volta, tutto il tempo perduto; con la nona di Mahler alla Fenice, una notte intera a sentire Anima Christi di Frisina, attraversando le età della memoria con leggeri spostamenti dal tavolo al divano, dal tappeto al letto che dà sulla facciata di case rossastre dalle inferriate bianche, mentre ti chiedi cosa fare degli oggetti sparsi un po’ dovunque in cerca di padrone: una macchina per scrivere, un forno a microonde, una penna stilografica arancione. Solo adesso ti accorgi che Venezia, più che una città, è un deposito di segni che parlano sempre di qualcuno, che ogni strato dell’anima t’invita a ritornare qui, per ritrovare le colonne tortili dell’Hotel Tre Archi, le facciate mezzo scorticate di San Giobbe a Cannaregio, o la sagoma triste, surreale, del Ponte della Libertà, che divide in parti uguali la tua storia: di là un passato di speranze e delusioni; di qui un Progetto che non può fallire, come sai. I LIBRI DEGLI ALTRI n.35: Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, “Ora-mai”Forse per sempre. Gabriele Lastrucci, Ora-mai, Prato, Claudio Martini, 2012 _____________________________
Per Gabriele Lastrucci, nel suo breve ma intenso poemetto di circumnavigazione poetica del mondo, Ora-mai è in realtà qualcosa che vorrebbe scandire i tempi di ciò che avverrà per sempre. Scritto in tre tempi – una stesura più ampia, ancora incompiuta, i cui scarti e i lacerti obliqui fanno da pendant alla versione definitiva e poi compiutamente prosciugata nella scrittura e nei temi – è la storia ritmata di come un poeta si possa costringere alla poesia a forza di trovare in essa le sole possibili ragioni per vivere. Nel testo lirico più significativo dell’opera, La Rosa-Murante, l’apertura verso il mondo si rovescia nella necessità di conformarne la verità attraverso l’olocausto programmatico della parola che la mostra nella sua realtà di operazione di conoscenza dell’Io. «Nero Ago d’Albore. // Noi : ch’è Sacra-Follia: Febbre / del nostro Santo – / Bruciare. // Mio-Male-d’ Estasi / Colmo d’Insondabile – (Tuo) Nudore, / Beato-d’-Inferno, Nascente – / Lacrima che guarisce, d’Istante – / l’Eterno. // S’alba d’Ora la notte. // Perso, nel m-io, / bruciante, / te. // Mente Tutto Sboccia / in un’Ellissi / d’Infinito» (p. 12). Lastrucci si consuma nella ricerca di una poesia che sia del tutto pura, assoluta, “murata” nella sua medesimezza e cerca di sconfiggere, con il rigore del verso, l’angoscia e la febbre esistenziale che nascono soprattutto dalla sua impossibilità a esprimere quello che altrimenti rimarrebbe confuso nel magma delle parole-emozioni che esplodono all’interno della sua gabbia linguistica. Ora-mai è, quindi, un quasi-sempre, una condizione poetica che si affranca dal dolore di vivere per approdare al fiorente giardino circondato di parole in cui è possibile trovare risposta ai suoi interrogativi tanto consunti quanto continuamente evitati. _____________________________
I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)
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