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i miei libri



Extra Omnes
L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi

Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis




Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 
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Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Aggiornato: 58 min 51 sec fa

Guglielmo APRILE “Nessun mattino sarà mai l’ultimo”

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Pianeta sacro

Ogni singola vita non è che una nota
dell’unica sinfonia che risuona
nel cavo di una conchiglia, nelle basse
frequenze percepite dai radiotelescopi
e nei richiami che le orche si scambiano
misurando in banchi, anno dopo anno,
le acque dei due emisferi, per andare
ad amarsi al largo delle coste
del Labrador o della Terra del Fuoco:
una semplice virgola del poema impresso
nelle serene architetture degli astri
e nel cristallo del diamante
sepolto e plasmato da ere di rocce e lave,

e noi, noi che danziamo e moriamo
sulla terra, siamo fratelli di alberi e nuvole
e di tutto ciò che scorre nel tempo,
siamo eredi dell’immenso pianeta sacro
e gli apparteniamo, tutti, il sangue
tuo, come quello del vento, non è che un’onda
nella risacca delle stagioni, dei germogli
e dei rami morti,
e tesse ciascun minuscolo filo d’erba
di un prato ai confini tra Cassiopea e la Via Lattea
nel quale il Dio bambino gioca
e riapre gli occhi ad ogni alba.

*

Lode a un granello di sabbia

Seme del mondo – come, come riuscisti
a contenere,
per non misurabili oceani di tempo,
le albe e i deserti, l’erba e le lune
nel tuo diametro, così
perfetto e minuscolo? Fu da un punto
simile a quello che confina il tuo regno
che l’universo
fiorì dai rami dl caos
nella germogliante esplosione
di luce e d’onde, di sangue e di nuvole.

Ipotesi di pianeta, polline stellato,
paradigma del rotondo amplesso di cielo e terra,
da quali rocce sgretolate e franate
provieni, e quali piogge
o risacche, o precipitare di torrenti
ti trascinarono
candido come appena lavato e forgiato
dagli elementi selvaggi
al polpastrello del mio indice?

Embrione dei giorni e delle foglie, crisalide
del principio, perno della ruota degli emisferi:
sepolto nel tuo grembo, un dio
sognò per la prima volta
l’uomo e la primavera, descrisse sulla tua circonferenza
la traversata del sole, delle maree incalzanti
e del seme paterno.

*

Una memoria, nel sangue, mi dura

Quanto di me è più barbaro e selvatico,
è più antico dell’uomo e del suo inganno,
delle maschere che l’alveare gli ha imposto,
ha il suo letargo nel sangue profondo,
tana latrante di orsi, selva di agguati e liane carnivore,
ha radici buie, sorde, ostinate
che scalano a ritroso
boschi sottomarini, fiumi ipogei che scorrono
da prima che nascessi, e si risveglia

con l’odore acre, pungente del biancospino
al confine dell’estate, dai calici
in cui si raccoglie, ad un tempo,
la mistica dei grandi cieli
e l’attrattiva, la memoria della terra,
l’inneggiante vertigine delle stratosfere
e il richiamo per l’elemento
primo, originario: le tracce di una mia discendenza
da acque, semi, letame e
pianeti.
E l’orsa è un vascello fatato
In viaggio verso i porti di una patria
Perduta, e l’altalena delle onde
dondola il mio sangue, si culla incessante
tra l’oblio e il ricordo, l’esilio e il ritorno.

*

Ricomincia, da se stesso si rigenera

Non una sola piuma perduta in volo dal più fragile
dei naviganti dell’aria, i teneri fratelli del cielo,
gli uccelli, né il piccolo dell’orsa nato morto
(per riscaldarlo la madre spreca inutili carezze
con la zampa armata di artigli), né la tartaruga
che termina la sua corsa prima della battigia,
né il grano di senape che secca
sul terreno arido – niente – di ciò che attinga
le proprie linfe dalle radici della terra,
dalle mammelle
dell’acqua e del sole, niente di ciò che scorra
e si consumi, e consumandosi ancora scorra

andrà perduto, né io né te svaniremo
come le orme lasciate da due amanti su una spiaggia
di notte: nessun interrogativo
che si alzi dalle labbra della pioggia e del vento
pone fine al suo volto nei nidi spettrali scavati
nelle caverne dell’annientamento, nelle paludi
della dissoluzione .

E sempre macchie di muffa invaderanno
le mura di una chiesa in rovina, o le pareti
di una scogliera, sempre, e nulla potrà impedirlo.

*

Non batte a tempo il mio sangue con l’erba

Stremati, gli alberi si immolano
alla necessità dell’inverno,
come se le stagioni non potessero
succedersi senza il loro sacrificio;
si consegnano al ciclico rinnovarsi
della terra, crocifissi lungo i viali
come dopo un’epidemia. Eppure

dovrei imparare a vivere dagli alberi,
far mia la loro forza,
la certezza gioiosa
che li sostiene, nell’attesa
della tiepida pioggia verde che presto
si sfoglierà in boccioli
stellati, in corolle di madreperla
dalle loro dita: la fede
che tornerà con la speranza piumata
dei nidi, con i rapidi fruscii
che accarezzano l’erba che si fa più folta:

che il sole non è morto, che i colori
dormono soltanto sotto le palpebre del ghiaccio,
lo sanno gli alberi, e non hanno paura,
provvedono loro a pagare il pegno
perché il pianeta si risvegli, e questo basta
a confortarli nell’agonia apparente.
E invece io, solo io dispero
per ogni cosa che finisce, e non so
ruotare all’unisono con le stelle,
né obbedire alla corsa del vento e delle nuvole,
sono sordo al ritmo puro, infallibile
delle stagioni,delle acque che scorrono senza fine.

*

L’origine del mondo

Queste mani, questi occhi, un tempo
furono carne e sangue di una stella.
Una città di fuoco, che ruotava
in una vuota eternità, perfetta
nella sua abbagliante solitudine.
Poi le piovre del buio la inghiottirono,
fecero di essa un duro, pesante grumo
di piombo, senza nome nella notte.
Ciò che del suo corpo scampò al naufragio
vagò nel sonno gelido delle ere
e degli spazi, seme vivente
che fecondò un altro angolo del cosmo,
altri soli, altre terre, e chissà, altri uomini.

Forse è da una vagina iridescente
perduta nel firmamento, una fra tante,
che derivarono le nostre albe
e gli inverni, il costante succedersi
delle maree, dei fiori, e i deserti
e le grandi montagne, e noi stessi
che a notte, su una spiaggia, ci chiediamo
che volto abbia l’antica
madre che ama a un tempo le minuscole
conchiglie e le costellazioni altissime.

*

Guglielmo APRILE
Nessun mattino sarà mai l’ultimo
Zone Editrice 2008-07-20
Prefazione di Giuseppe Conte

*
Dalla prefazione:

“[…] Questa è una poesia etica, di un visionario che sogna un mondo diverso, che capisce che soltanto una utopia sconvolgente e ancora inconoscibile sarà la salvezza della Madre Terra e di una umanità discesa verso l’inferno del non senso, del nichilismo, del distacco dalla natura, dal mistero, dalla sacralità, dalla bellezza. Questa è una poesia che nei suoi eccessi va salutata come benvenuta. Da un libro così si esce stravolti e migliori. Con più fede nell’energia metamorfica dell’universo e del linguaggio: “perché morire è lo stesso che rinascere/in tutte le cose che hanno vita”. Niente avrà mai fine, verranno sempre nuovi mattini. E la poesia, questo meraviglioso, assurdo eternante, amoroso canto dell’universo, li saluterà.”

Il futuro dell’Università

Gio, 24/07/2008 - 17:03

E’ difficile difendere l’Università. Le sue baronie, la sua ipertrofica offerta di corsi e corsetti di laurea per dare una cattedra, o almeno una predella, a figli e nipoti di.
E’ difficile difenderla quando uno studente si presenta puntuale davanti allo studio del docente all’ora indicata in bacheca, e non lo trova mai. E’ difficile. E’ difficile quando non si riescono ad avere spazi per la ricerca, per studiare, quando non si riescono ad avere i fondi necessari a garantire la fornitura della letteratura scientifica essenziale perché una università sia degna di questo nome.

Ma il Decreto Legge 112/08 non vuole correggere il sistema universitario pubblico. Non vuole introdurre principi di meritocrazia e di valutazione seria della didattica e della ricerca. Non vuole più aule, più spazi per lo studio, più postazioni internet gratuite. No. Lo vuole distruggere. Lo vuole privatizzare (attraverso le cosiddette Fondazioni), deprimere, umiliare.

Già il fatto che in un decreto legge che si occupa di tutto e di più (”Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria“), oltretutto convertito alla Camera lunedì pomeriggio con voto di fiducia, quindi nemmeno discusso, si metta mano all’ordinamento dell’università italiana è un fatto grave: per coloro che ci lavorano con una certa serietà, per gli studenti, per il Ministro dell’università stesso, figura patetica, messa in un cantuccio a cianciare e promettere cose che non potrà mai mantenere.

Si tagliano personale e fondi con l’accetta: in previsione della impossibilità di sostituire il personale che va in pensione (tutto il personale: docenti, amministrativi, bibliotecari, ricercatori) se non nella misura del 20% (per 10 pensionamenti saranno consentite 2 assunzioni: articolo 66, commi 3, 7, 9, 11, 13) vengono di conseguenza decurtati i fondi di funzionamento ordinario (FFO) nella misura di 63 milioni e mezzo nel 2009, 190 milioni nel 2010, 316 nel 2011, 417 nel 2012 e 455 nel 2013); ma i conti non tornano perché nel frattempo - per fortuna! - gli stipendi aumentano (di poco, ma aumentano) ma la legge finanziaria non ne tiene conto, per cui le Università (contrariamente ad altri ministeri) in quanto godono di autonomia se la dovrano cavare con i pochi soldi che si ritroveranno nelle casse, e quindi necessariamente dovranno risparmiare su altre voci: la ricerca in primo luogo, e l’erogazione di servizi essenziali per studenti e docenti.

Si sottraggono poi i soldi dagli stipendi del personale (non solo quelli dei “baroni”) nella misura del 10% (articolo 67, commi 5, 6, 7). Si chiama “salario accessorio”: quella parte dello stipendio che ciascuna università (o ente, in generale) contratta in modo decentrato, non su base nazionale. Definirlo “accessorio” è quantomeno improprio. Dal De Mauro: “che accompagna o si aggiunge a ciò che è principale o necessario“. Quindi non sarebbe “necessario”. Bene, Senza la quota accessoria i nostri stipendi sarebbero davvero ridicoli - d’accordo: sono pur sempre stipendi, non voglio lamentarmi più di tanto.

Risultato: i giovani ricercatori se ne andranno il prima possibile. Il personale sarà demotivato e quantomeno irritato (no, i fannulloni no, quelli continueranno a fannulloneggiare indisturbati). Le biblioteche subiranno contrazioni nelle spese (acquisti di libri e abbonamenti a risorse elettroniche, come banche dati e riviste) e negli orari di apertura, e tutti i servizi agli studenti verranno in generale ridotti, la ricerca non potrà essere finanziata perché tagliando il cosiddetto FFO (fondo di finanziamento ordinario) la maggior parte della spesa (oltre il 90%) servirà a pagare gli stipendi.

L’Italia è, come tutti sanno, ultima nel rapporto fra investimenti per la ricerca e PIL. Stiamo messi peggio di chiunque in Europa: “Il rapporto R&S/Pil assegna all’Italia l’ultimo posto nei Paesi Ocse, Cina e Israele, a pari merito con la Spagna (1,1%): nella graduatoria, Israele e’ al primo posto con il 4,4, la Svezia investe il 4,0, la Finlandia il 3,5, il Giappone 3,2, la Svizzera e la Corea il 2,9%. Gli altri paesi oscillano tra il 2,7% degli Stati Uniti e l’1,2% dell’Irlanda. Guarda caso il PIL retrocede (rispetto alla media europea) nella misura in cui retrocede l’investimento nella ricerca e nell’istruzione.

La soluzione? Eccola: la Fondazione (articolo 16). Ossia, la privatizzazione dell’università. Con quali conseguenze: la prima, la più pericolosa: l’università privata non è tenuta a rispettare il tetto per le tasse, come oggi, e perciò potrà aumentarle senza limiti. Dice l’articolo che le università “possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato”. Possono, non debbono. Qual è il problema? Già.
Facciamo un caso concreto. L’Università degli studi di Canicattì decide la propria trasformazione in fondazione. Salvatore Cusumano e Santino Zambito, noti imprenditori locali, per dedurli dalle tasse (comma 5) ci mettono un milioncino di euro fresco fresco. Succoso come un cocomero a ferragosto. A quel punto lo stato continuerà a finanziare la Fondazione UniCanicattì, ma un po’ meno di oggi. In compenso le avrà ceduto gratuitamente la gestione di tutto il patrimonio immobiliare (comma 2 - a quel punto rivendibile, per fare cassa) e tutto il personale sarà soggetto di diritto privato (licenziabile, per risparmiare) e soprattutto avrà dato mano libera per aumentare le tasse. Perché, calcolatrice alla mano, non dovrebbe farlo?

Allo stato, meglio: al governo - meglio ancora: a questo governo - si sa, piace vincere facile. Ma si tratta di una vittoria?

L’ospite incallito

Gio, 24/07/2008 - 12:00

[…] La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.
Potete respingere, non portare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

 

 

È il 13 Luglio. Sono sdraiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita.
Un mese fa quando arrivammo al campo base, questa parete mi fece paura. Le foto invece, danno l’impressione che faccia parte del mondo delle fiabe. La parete vista da “Fairy Meadows” si erge con tutta la sua maestosità per 3 chilometri verso il cielo.
Ben 9 chilometri di placconata separano la vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono le scariche di ghiaccio che mi procurano paura.
Sono appesi dappertutto su questa montagna, sicuramente già da secoli fanno tremare tutta la valle ed inducono la gente del paese ad avere rispetto e sacralità. Dal basso mi è parsa una montagna ostica, tanto da lasciarmi perplesso e scettico per tutto il periodo che siamo qui.

[...] Fin’ora tutto è andato come da programma, mica ci tireremo indietro adesso? Domani al mattino saliamo alla morena, lo zaino sarà abbastanza pesantello, in più abbiamo gli sci da portare. Aspetteremo fino a quando sarà buio, perché di giorno fa troppo caldo. Se non è nuvolo, la luna sarà dalla nostra parte. Il seracco intermedio deve fare il “bravo” da 8 a 10 ore, non chiediamo poi tanto?! Sfrutteremo una costola nevosa fino sotto la fascia di rocce. Essa non dovrebbe creare problemi. Se poi nella giornata di martedì riusciamo a saltare sopra al “nostro” seracco intermedio allora saremo a cavallo del pilastro! Dopodiché toccherà a noi! A resistere alla fatica e a superare la parete con maestria. Una volta che avremo raggiunto il pianoro sommatale, punteremo la vetta. Abbiamo viveri e gas per sciogliere neve per almeno 5 giorni… speriamo in bene! La discesa è prevista per la via di Hermann Buhl del ‘53. Il nostro staff al campo base ci consiglia invece di scendere dalla via “normale”, per la parete Diamir. Chissà: “forse” gli ho detto, tutto dipenderà da tanti fattori. Inshallah!!! (Come Dio vorrà)
[...]
Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio… e se ci chiama… dobbiamo andare. Sono cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: “Cosa sono andati a cercare là? … Ma chi glielo ha fatto fare? “.
Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!

***

Non c’è ombra di sopraffazione e di conquista, né delirio d’onnipotenza nel diario di un alpinista estremo come Karl Unterkircher. Ciò che colpisce – al contrario – è il muoversi con circospezione e cautela, con quel rispetto che è percezione chiara della fragilità delle cose. Tanto che il coincidere di questo atteggiamento – del “modo” di scalare le montagne, in punta di dita, sfiorando e infilando un appiglio dopo l’altro senza distrazione o indugio, guidati da una sorta di “attrazione celeste” – con la poesia dell’ultima raccolta di De Luca è casuale fino a un certo punto.

[...]
L’attrazione celeste sbalza le catene montuose, suscita le maree,
spinge l’albero in su, il fuoco a sollevarsi,
una corrente d’aria a risalire una parete al sole.
Sta nell’alpinista e nei disegni di Leonardo,
nelle preghiere, nelle serenate, nell’astronomo,
nel moribondo, nel lievito, nel mosto,
nella gola del lupo, nelle ossa del piede,
nell’eruzione, nel gas dei palloncini,
in un grido di pena, nel lancio di un cappello.

[...]

E oltremodo rafforzata dalla presenza di versi dedicati alla memoria di Stefano Zavka, perdutosi nella notte un anno fa dopo aver raggiunto la vetta del K2.

Perduta l’ombra, all’uomo servirebbero le ali
per planare in fondo alla discesa
dove l’azoto è più stretto dell’ossigeno.
Stefano scese al buio dalla cima toccata nel tramonto.

[...]
L’ombra si è persa in cima dopo l’ultima foto all’orizzonte.
Mai perdere l’ombra in una più grande.

[...]

Perché ovunque si avverta forte il senso del passaggio e la precarietà della condizione transitoria lì c’è un ospite, incallito come un peccatore, un criminale, un fumatore… Uno che non è padrone del tempo e dello spazio che separano le opposte sponde dei suoi attraversamenti, e lo sa: ospite della propria e dell’altrui lingua, della terra natìa, dell’amore, del tempo di chi legge le sue scritture. Uno per nulla disposto a rinunciare a questa condizione d’ascolto, nomade, di “cittadino aggiunto”, di “ultimo inquilino” che consente persino di levarsi – come “voce di polvere sottile” – nel silenzio lasciato vuoto da Dio.

E disse: un diluvio di volte nella scrittura sacra si legge della divinità: «E disse». La poesia comincia quando quella smette di dire. [...] C’è un punto nell’orecchio, un ossicino detto labirinto. Lì succede lo scambio tra la divinità che smette e la poesia che inizia come proseguimento. Nel vestibolo dell’osso labirinto le due voci si danno il cambio. [...] Spetta al poeta, che sbanda dentro l’osso labirinto, aggiungere una linea a quello che non disse.

Si è ospiti anche della poesia, colei che parla quando Dio tace ed ha la nostra voce e il ritmo del nostro respiro, lì dove la morte – nonostante tutto – non ha l’ultima parola.

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.
Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo
.

***

Erri De Luca
L’ospite incallito
Einaudi, Torino 2008

lumina et semina (in valle d’Agrò) # 34 - 35

Gio, 24/07/2008 - 09:39

34.

La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce

se non il masso, i suoi secchi licheni.

Da Cristuri alla Fornace, a Pragò

l’occhio raccoglie il manto

di cui artefice è il merlo, o la ciaula,

con il seme malfermo nel becco.

La quercia roverella, il bagolaro, invadono

tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte

e un mondo, andato in una fiamma

non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

 

35.

Lumi, segnali, segni, signature,

semi di luce, sementi del chiarore

illùne, un’assenza nel guscio,

nella vagina asciutta della terra,

insediamo per verba gli atti

dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo

lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.

Provocazione in forma d’apologo 70

Gio, 24/07/2008 - 08:00

Per lunghi, lunghi anni abbiamo cinto d’assedio questa città, oggi espugnata. Io stesso, che ora son vecchio, venni qui che la prima barba mi spuntava appena; e vi trovai dei compagni che ci avevano speso la loro giovinezza, e senza mai lasciare l’impresa e il campo vi si erano fatti vecchi. Ma oggi, oggi la città è espugnata.

Nei luoghi da cui noi, convenuti per conquistarla, eravamo partiti, non c’era nulla, assolutamente nulla che anche solo di lontano somigliasse a quello che questa città custodiva. Le leggende in proposito non erano false. Le nostre vedette dalla vista più acuta, che si arrampicavano su altissimi alberi per spiare oltre le mura, riferivano scene da far impallidire tutti i paradisi; girando a favore il vento ci portava aromi soavi, canti di fanciulle e risa argentine; e quando gli assediati ci gettavano in capo i loro avanzi, i loro rifiuti, i loro escrementi, ebbene non c’era nulla fra di noi, nulla di proveniente dai nostri luoghi d’origine, che valesse altrettanto, che fosse più prezioso e profumato di quei proiettili fattici piovere addosso con noncurante disprezzo. Una sovrumana, perfetta bellezza custodiva questa città; città che era pure potente; tanto potente che il nostro assedio, a dirla tutta, non è mai diventato una guerra: sembrava che i suoi abitanti non ci vedessero neppure, e che si fossero asserragliati per burla o per capriccio. Sicuramente, se non si fossero limitati a subire l’assedio, se ci avessero attaccati, avrebbero potuto annientarci in poche ore, in pochi minuti forse. E tuttavia oggi la città è espugnata. Conquistata. Se così si può dire.
In realtà oggi all’alba le sue porte hanno cominciato ad aprirsi, con un cigolio lieve e continuo, fino a rimanere spalancate. Nessuno di noi ha pensato che un popolo tanto potente e tanto poco guerriero, che tanto a lungo si era astenuto da ogni reazione, avesse voluto aspettare proprio questa giornata per tenderci un tranello. Così, correndo come ci trovavamo, senza insegne ed alcuni perfino senza armi (la lunga, strana campagna da soldati ci aveva mutati in straccioni alla porta di un ricco) abbiamo percorso la breve spianata antistante le mura e siamo entrati in città. Lì subito ci si sono offerti allo sguardo palazzi formidabili come montagne e rifiniti come miniature; e giardini in cui la natura e l’arte avevano gareggiato per formare trame indicibili; e, in mezzo a quelle meraviglie, sciamava una folla di gente gaia e composta. Tutto ciò si trovava a poche decine di metri, appena oltre un fiumiciattolo dalle acque limpide, scavalcato da uno svelto ponticello di marmo che si alzava proprio davanti a noi.
I più arditi, ed io fra essi, con quattro balzi lo hanno varcato e sono corsi verso quei palazzi, quelle aiuole fiorite, quella folla di gente in mezzo alla quale non si scorgeva nessuno che dimostrasse più di trent’anni. Ma, appressandoci noi, lo spettacolo rapidamente cambiava: i palazzi, non più dolomiti superbe, erano ormai come quei castelli di sabbia che i bimbi fabbricano sulla riva del mare, e che si disfano a sera; e nei giardini fiori e piante appassivano, senza lasciarci il tempo di giungere a toccarli cadevano in finissima polvere.
E quella gente, raggiunta e scossa per gli abiti affinché si volgesse a noi che la interrogavamo, a noi si volgeva in effetti; e pareva che finalmente si accorgesse della nostra presenza, e prendeva a rispondere con fare benevolo; ma ecco che dopo le prime sorridenti parole come zucchero filato sfumava; e tra le nostre mani, le grevi mani dei conquistatori, di tutti costoro non rimanevano che le vesti; e ben presto, ahi troppo presto, anche quelle svanivano.

Essi sempre deboli

Gio, 24/07/2008 - 00:11

da qui

Burma-Shave, Tom Waits

Mer, 23/07/2008 - 16:00


From: errepi
Subject: proposta finalizzata
Date: Sunday, March 21, 2007 8:36 AM
To: Pierpi
Pierpi,
Posso finalmente spedirti il manoscritto. In questi due mesi ho modificato parecchie cose e ridotto il numero di pagine.
Rispetto al nostro scambio di messaggi di dicembre, devo confessarti che ho tanti dubbi in più. In Italia si pubblicano troppe cose inutili, e la mia, temo, sarebbe una di più.
Quando avrai tra le mani l’opus, discuteremo del tuo… ehm… onorario.
Cordialmente,
Roberto Paranzo

Mi sono scoperto un insospettabile talento di tipografo. Stampare, piegare (non mi piace la cartella singola, uso due pagine per foglio, fronte/retro ordine di stampa 4,1,2,3 eccetera) incollare, serrare con morsetti, copertinare, e via (un volume, anche piacevole da sfogliare, in mezz’oretta). Tengo in mano l’idea incarnata del mio libro per la prima volta, è bello. Chi ha bisogno di lulu.com? Mi sembra di tornare bambino col bricolage. Sperimento impaginazioni sempre più elaborate, copertine con colori mauve, neri, marmorizzati. Dò sfogo alla medesima ansia che mi prendeva nei periodi passati a scrivere, un’ansia inclusiva di esperienze. Questo sintagma, tra l’altro, è la fotografia perfetta della totalità degli esseri umani che ho incontrato nella mia vita. Sto rimbambendo in fretta, e solo questione di tempo e sarò svanito completamente: ansietà o non ansietà, non sarò più io. La lettera di presentazione è minimalista. Il malloppo è spedito, fanno € 5,20 di spese postali (posta prioritaria oltre 350 g, userò carta velina in futuro). Resisto in tabaccheria alla seduzione del pacchetto di sigarette e reprimo la voglia. Questa sera me ne starò tranquillo a casa con un po’ di buona musica, come il mio personaggio narrante Luca.

Pierpi Pilonza
Edizioni TAUSIGMA – http://www.edizioniTauSigma.com
Piazza del Carro 26 - 29
43100 Parma
Pierpi,
questo romanzo, a cui ho dato come titolo l’esilio, è centrato sull’esperienza dell’andare per funghi. Le passeggiate, i boschi, la dimensione montana. A mia conoscenza, non esistono (ancora) opere narrative che abbiano la raccolta dei funghi di bosco come spunto principale o comunque importante fonte di ispirazione. Nel leggere questo testo, è bene tenere a mente che in Italia molta gente va per funghi. È un’abitudine che viene romanticizzata parecchio. Il libro potrebbe trovare un suo pubblico a cominciare da qui. È il cercatore che trova la brisa, o è la brisa a farsi trovare? Prodotto di nicchia.
Non pensare tuttavia che io abbia alta considerazione di esso. Ci ho perso sopra molto tempo, è vero, ma è robetta. Il testo esplicita la finzione narrativa: dialoghi artefatti, eccessive digressioni (sicuramente motivate da un’ansia inclusiva di esperienze), mancanza di veri punti focali e di gestione narrativa in alcune sezioni, stile pretenzioso della prosa. L’autore (qui ego sum) sembra aver scritto non tanto per farsi leggere, ma indotto dal mero piacere di scrivere, o da un qualche altro inconfessato fine. Tali considerazioni indurrebbero un editor con cojones a cassare con molta rapidità il tutto.
Confido comunque che tu sia uomo di mentalità critica, priva di pregiudizi. Proseguirai la lettura fino alla fine?
Dammi un parere, per favore.
Cordialmente,
Roberto Paranzo
P.S. allego a questa mia copia del versamento di € 75 per tassa (?) di lettura

***

Re minore settima, do maggiore settima, re minore settima, do maggiore settima, fa minore settima, mi bemolle, sol diesis, do maggiore settima

Licorice tattoo turned a gun metal blue scrawled across the shoulders
of a dying town took the one eyed jacks across the railroad tracks
and the scar on its belly pulled a stranger passing through
he was a juvenile delinquent never learned how to behave
but the cops would never think to look in
burma shave

Un romanzo per metà on the road, così avevo scritto nel ’98. In realtà poi le storie avevano preso tutt’un’altra piega e di una lontana ispirazione beat non era rimasto nulla ne l’esilio, giusto il titolo e una citazione di Ginsberg. Mi domando se la musica che ascoltavo nel ’98 sia entrata in qualche modo nel ritmo delle mie parole. No, non dò la lista degli ascolti consigliati, come fanno gli scrittori alla moda. I libri è meglio leggerli in silenzio. Questa però la facevo suonare spesso. L’attacco di Burma-Shave pare scritto da George Gershwin, Kerouac deve essere disceso da un qualche cielo di alta gradazione alcolica a dare una mano al testo. Cosa c’è adesso, qualcuno aspetta la traduzione? Ma come si fa? Sono associazioni di idee, di immagini, non c’è connessione logica, ognuno faccia la traduzione che crede

tatuaggi di liquirizia diventati blu come canne di fucile scarabocchiati sulle spalle di una città che muore (questa dove ci vivo invece…) e attirava Jack di cuori e picche sui binari della ferrovia e la cicatrice sul suo ventre richiamò uno straniero di passaggio (… uno straniero di passaggio, come in un esilio?) era un pregiudicato ancora minorenne non aveva mai imparato a comportarsi bene ma la pula non avrebbe mai pensato di guardare in Burma Shave

scritto come se non ci fosse stato nemmeno il tempo di darci una seconda guardata, figuriamoci correzioni, revisioni, limature, il tempo è per vivere, non per correggere aggettivi e ripetizioni. Tutta il carattere geografico del testo è tratto da un film del 1949, They Live By Night. Il titolo della canzone è familiare per ogni americano, sono i cartelloni pubblicitari messi sulle Highways americane negli anni Trenta, Quaranta, da una ditta di prodotti da barba, un cartello ogni cinque o dieci miglia che compone una microstoria e tiene agganciata l’attenzione dell’automobilista.

HIS FACE

WAS LOVED

BY JUST HIS MOTHER

HE BURMA-SHAVED

AND NOW –

OH, BROTHER

Intanto sono passate una trentina di miglia tra un messaggio e l’altro.
E bisogna averle fatte quelle autostrade in Pennsylvania, nell’Indiana, nel Missouri, campi e campi e boschi e il piano ondulato, stazioni di servizio, diners e nient’altro davanti che la strada era come un nastro e la luna era come un osso

and the road was like a ribbon and the moon was like a bone

la storia procede, Burma Shave da cartello pubblicitario diventa il nome di una città lontano da quella che muore (a differenza della mia, non c’è dubbio), una battuta da fighetto, perché il pregiudicato minorenne trova una squinzia locale: «Dove vai?», chiede. «Dipende da quello che vuoi dire», risponde lui, «mi sono fermato qui solo per fare benzina», con rima enfatizzata what you mean e gasoline. «Vado da quella parte, credo, finché c’è strada, potresti dire che vado verso Burma Shave!» (detto con tono sardonico)

how far are you going he said depends on what you mean
he says i’m only stoppin’ here to get some gasoline

I guess I am going thataway just as long as it’s paved
now i guess you’d say I’m on my way to
burma shave

i due salgono in macchina e vanno incontro a una morte stupida, sulla strada appunto. Vivere veloci, morire giovani. Prima di fermarsi, discorsi da minorenni. «Ci sono notti in cui il mio cuore batte come un tuono, non capisco perché non esplode, perché tutti in questa città marcia hanno un piede nella fossa, e allora preferisco tentare la sorte in Burma Shave»

some night my heart pounds just like thunder
i don’t know why it don’t explode
’cause everyone in this stinking town has got one foot in the grave
and i’d rather take my chances out in
burma shave.

Dopo l’incidente la Ford Mustang è un rottame, ma quando la tirano fuori, lei ha ancora addosso gli occhiali da sole

and when they pulled her from the wreck you know she
still had on her shades
they say that dreams are growing wild just this side of
burma shave.

Sogni selvaggi, dicono. Io non ho mai avuto il culto della macchina, per me le auto sono come elettrodomestici, devono solo funzionare e stare fuori dalle balle. Finito il pezzo di Waits, scende il silenzio nel mio studio. Il malloppo de l’esilio, sulla via per Parma, su una strada, come la Mustang del pregiudicato minorenne. Finalmente avrò, se Dio vuole, un parere sul romanzo, non solo su qualche pagina, e una scheda critica. Non sto più nella pelle, ho bisogno di antidepressivi. Perché non ho preso le sigarette dal tabaccaio? Chissà se Babi fuma ancora come un diesel.

Bisognerebbe prendere un impegno, fare una promessa, solenne (nella misura in cui la risoluzione rimane salda, misura assottigliata di recente). Non parlare più di musica, anche se sembra convenzione consolidata che ogni scrittore under 55 debba ficcare nelle sue opere riferimento a uno o più pezzi che, a loro dire, catturano lo Zeitgeist, e lo Spirito della Coscienza Più Interiore, e quant’altro, e danno pregnanza e ritmo al movimento narrativo con l’associazione a un’impressione extra-testuale. Sono gli stessi che ascoltano Clapton e fanno il gesto di suonare una chitarra invisibile (air guitar playing, traduttori prendete nota) a ogni assolo.

Tutta roba assolutamente innocua e legale tra l’altro, l’air guitar playing e soprattutto ascoltare Burma Shave, direttamente dal CD acquistato di seconda mano (previously enjoyed) al tempo dei primi soggiorni all’estero, prima di Internet, prima di Napster e dei p2p, prima del tutto immediatamente disponibile. Allora io, i miei coetanei, avevamo collezioni di musiche, il frutto di frequentazione di negozi di dischi, letture di periodici, di attenta selezione, eravamo fieri dei nostri gusti raffinati.

From: Pierpi
Subject: manoscritto
Date: March 28, 2007 06:13:19 PM EST
To: robertopi@mac.com
ciao Roberto,
ho ritirato oggi il tuo dattiloscritto. Io sono un editor con cojones, ma ti garantisco che leggerò per intero il tuo testo.
a presto.
pierpi

Ansietà. Mi sa che non è mica stata una buona idea andare allo sbaraglio così, spedire all’editor un brogliaccio ancora provvisorio, potevo prendere tempo per altre correzioni, revisioni, limature, selezioni, raffinamenti, rilievi critici, miglioramenti sintattici e strutturali, aggiustamenti, ripensamenti, ristrutturazioni, annichilazioni. Da passarci lunghi anni, e altri anni ancora.
E già, non si può nascere così e andare allo sbaraglio nella vita, come si è, allo stato grezzo, senza aggiustamenti, senza avere un’idea di che cosa aspetta là fuori.
Buttar giù un ultimo sorso e lanciarsi in sorpassi alla cieca, con la fretta di arrivare prima che il sole faccia capolino, là in Burma Shave

why don’t you have another swig
and pass that car if you’re so brave
i wanna get there before the sun comes up

Ci sarà allora qualcuno? Qualcuno che sappia pur riconoscermi quando mi estrarranno dai rottami? (when they pull me from the wreck)

(traduzione parziale, divagazioni di Roberto Plevano)

Oroscopi e orologi

Mer, 23/07/2008 - 12:00

La bottega all’angolo di Judenplatz non aveva insegna. Vista dalla strada, faceva pensare all’antro di un alchimista o a un laboratorio di anatomia: il buio al di là della vetrina era una notte dai confini incerti dove una lampada schermata pulsava come una stella bassa sull’orizzonte. Ma tenendo gli occhi fissi e abituandoli all’oscurità si riusciva a distinguere la sagoma di un uomo curvo sul banco, dove giacevano i meccanismi di orologi sventrati.
L’orologiaio si chiamava Shimon Komeran ed era originario di Praga. Aveva cinquantaquattro anni e pochi ricordi: la vita gli era scivolata addosso come l’acqua di un fiume, sempre più veloce. I suoi primi trent’anni si erano smarriti nei vicoli di Hrad e Malastrana, erano rotolati nella Moldava, e la corrente aveva travolto, uno dopo l’altro, giorni, mesi e stagioni.
Shimon Komeran ricordava soltanto Lia. Nell’unico anno benedetto della sua vita, l’aveva conosciuta, l’aveva sposata, e per dodici mesi il tempo aveva smesso di sfuggirgli tra le mani: come il latte nella zangola aveva preso una consistenza tenera e fragrante.
L’anno di buona sorte era scaduto tre mesi dopo il matrimonio. Un’epidemia secca come il vento dell’inverno aveva gelato Lia nel pallore e nell’ immobilità. A Shimon Komeran erano rimasti solo una tomba, il penoso dondolio rituale e le parole del lamento funebre ripetute fino a perdere significato, fino a diventare un puro suono, come lo strepito del corno shofar. Invariabilmente, recitare il lamento funebre gli provocava un vago senso di impotenza e gli riportava alla memoria la leggenda che i contadini mormoravano nelle notti di temporale: ogni sette anni da Vienna partivano per tutte le periferie dell’impero agenti incaricati di spargere epidemie. In un mondo in cui ciascuno si scopriva abbandonato a se stesso, le sciagure non sembravano dipendere da una cattiva stella, ma dalla cieca crudeltà del potere.
Da ventiquattro anni Shimon Komeran aveva lasciato la Moldava per il Danubio. A Vienna imputridiva l’impero, incarnato in un vecchio che considerava figli i sudditi, li giudicava e li puniva in forza di un diritto che si rifaceva ai papi e agli imperatori di mille anni prima. Vienna era la caverna dove Crono non si rassegnava a morire e seguitava a divorare i figli. Vienna era l’orologio sul quale la reggia indicava il mezzogiorno. Lì ogni cosa era un simbolo, come l’ampia strada costruita sul vallo romano, che conduceva ebrei e imperatori a chinare il capo davanti alla cattedrale. Quell’antico fossato legittimava il pennacchio di Franz Josef, il pastorale dell’arcivescovo e la dannazione di Shimon Komeran.
Eppure, l’impero emanava ancora un aroma che impregnava cuori e cervelli. A Vienna tutto sembrava regolato sull’armonia delle sfere celesti. Suo malgrado, l’orologiaio vedeva rispecchiato nella capitale l’inalterabile equilibrio dell’impero millenario.
***
Herr Komeran !
Il signor Leo Fischel mi ha parlato di Lei come di un astrologo
di rara sensibilità.
Elenco qui di seguito i miei dati di nascita. Spero che siano
sufficienti per compilare un oroscopo. Conto di venire a Vienna prima di
maggio e non mancherò di farLe visita.

La lettera, o meglio il biglietto, su carta non intestata e con una firma illeggibile, arrivò in un giorno di aprile che diede inizio alla primavera, una domenica in cui il sole e il föhn sciolsero gli ultimi ghiaccioli appesi alle grondaie.
Quel pomeriggio Shimon Komeran ricostruì lo stato del cielo nell’ora in cui il consultante dichiarava di aver visto la luce. Con metodica pedanteria individuò la costellazione e il grado in cui il sole era sorto all’orizzonte, sezionò la circonferenza siderale nelle dodici case, calcolò la posizione dei pianeti, della testa e della coda del drago, delle parti di fortuna e di morte.
I corpi celesti, pensò alzando la testa dalle carte, orbitano incessantemente come gli ingranaggi di un orologio, ma obbediscono a norme inderogabili che risplendono nella serena pacatezza dell’ordine. Poichè la Legge che conforta l’ animo del giusto è la stessa che sostiene la volta del cielo stellato.
Shimon Komeran si concesse una pausa e andò in cucina a preparare il the. Ma poco dopo, mentre spiava la superficie dell’acqua in attesa del primo bollore, un’ansia improvvisa lo fece tornare sui suoi passi. Spiegò i fogli, e fu come se una mano gli avesse afferrato lo stomaco: sulla carta del cielo gli astri erano disposti in un modo disarmonico, brutale. Gli tornarono in mente un nome impronunciabile e una pozza di sangue sull’erba di un prato. Si irrigidì: non doveva pronunciare quel nome, non doveva permettergli di uscire dalla tomba.
È colpa dell’oroscopo, si disse, e del presagio di catastrofe che lascia intravedere. Uscì di casa e se ne andò al Prater. La carta del cielo rimase sul tavolo, arrotolata come una vipera in letargo.
***
“Ecco, maestro. Ora può tornare a usarlo per controllare il metronomo !”
Shimon Komeran spinse sul banco un cipollone con la cassa d’acciaio. Il cliente stava in posa militaresca con uno spartito sotto il braccio. La camicia stirata e la cravatta annodata con cura non gli davano l’aspetto di un artista. Ma aveva grosse borse sotto gli occhi.
“Cosa studia in questi giorni, maestro ?”
Per tutta risposta il cliente posò lo spartito sul banco: Anton Bruckner, sinfonia n.8 in do minore, dedicata all’Imperial Regia Apostolica Maestà il Kaiser Franz Josef I.
“Non è questa la musica che la farà salire sul podio dei Filarmonici” disapprovò Shimon Komeran scrollando il capo.
Il cliente ebbe un gesto di sconforto.
“Non saranno neppure i valzer e le operette. Il meglio che mi è capitato sinora è stato una sostituzione per il “Pipistrello”. Il giorno dopo, sul Kurier c’era un trafiletto di elogi per i cantanti e nemmeno una parola per l’orchestra. Stupido io che mi ero fatto delle illusioni ! In un’operetta le masse orchestrali non hanno tattica nè strategia, devono solo accompagnare il canto.” Battè una mano sullo spartito. “Invece, in questa sinfonia archi, fiati e percussioni si muovono come un esercito, come una legione romana !”
Shimon Komeran lo guardò di sottecchi.
Perchè provo simpatia per uno che pensa alla musica come a una battaglia ? Alla sua età guardavo anch’io il futuro con la stessa incoscienza ? Non mi ricordo. Non ricordo più.
Accennò all’orologio, che ticchettava udibilmente.
“Una corona e mezza” borbottò.
***
Shimon Komeran aveva abitudini fisse come un prussiano. Dopo pranzo, prima di riaprire la bottega, passeggiava lungo il viale tra l’Opera e l’Hofburg, in mezzo al viavai di taxi e carrozze, strilloni e fattorini, vagabondi e poliziotti. La città accompagnava i suoi eterni malumori e le sue scarse euforie con la premura di un amico affezionato.
Shimon Komeran alzò la testa: si era fermato davanti allo spiazzo sul quale incombevano due edifici gemelli. Al centro, il monumento a Maria Teresa era circondato da aiole, arbusti e vialetti inghiaiati. Sullo sfondo, in lontananza, si intravedeva una vegetazione incolta, qualche villetta suburbana, e un cielo latteo, soffocante. Lungo i vialetti la ghiaia scricchiolava sotto i passi dei bambini. Giocavano e correvano a testa china.
Avrebbero diritto a prati immensi, a cieli senza ostacoli fino all’orizzonte. Alla loro età avevo almeno questo. E all’età mia dovrei avere migliaia di ricordi. Perché conservo solo quelli di un anno ? Non è stata Lia a cancellare la mia giovinezza: sono io che ho voluto dimenticare. Dove passavo l’estate da bambino ?
A Kalischt, dagli zii. Ogni domenica andavamo in piazza ad ascoltare la banda che suonava marce militari. Per tutta la settimana Gustav le ripeteva a memoria sul pianoforte.
Ecco, l’ho detto. Nonostante tutto, posso ancora pronunciare il suo nome. Gustav. È stato il mio migliore amico. Ma non devo pensarci.
Che altro c’era a Kalischt ? C’era lo zio, che prestava soldi e ogni anno di-ventava proprietario di un altro negozio. Affari, diceva. Ma non era tutto lì. C’ era la soddisfazione di ridurre a suo dipendente il sellaio che gli aveva venduto briglie e finimenti, il maniscalco che gli aveva ferrato il cavallo. Quando ho avuto bisogno di loro mi hanno preso per il collo; adesso paghino.
Ma lo zio non faceva credito ai disonesti. Lo faceva agli ingenui, per esigere capitale e interessi al momento buono, e impadronirsi delle garanzie.
Beh, gli affari sono così. E i gentili hanno poco da recriminare. Loro prestano senza interessi, senza pegni ? Perchè non sanno cosa vuol dire essere stranieri a vita. Hanno un impero, loro, da più di mille anni, e sono così snob da vederne solo i difetti.
Ma se cadesse l’impero ? La solidarietà dei gentili si squaglierebbe come i ghiaccioli sotto il föhn. Senza un padre venerando e terribile i popoli non farebbero che odiarsi; l’umanità verrebbe sbriciolata in milioni di individui, ognuno solo con se stesso.
***
Quell’oroscopo faceva paura. Ogni volta che tornava a studiarlo Shimon Komeran ricordava la sera in cui era andato al Prater ed era salito sulla Ruota. Il panorama notturno del Danubio con i fari rossi e verdi delle chiatte gli aveva placato l’ansia. Ma quando la cabina era giunta al sommo, l’orologiaio si era voltato verso sud, si era avvicinato ai vetri e un’attrazione irresistibile l’aveva spinto a guardar giù a perpendicolo. Il panico gli era entrato nelle vene: come se il pavimento si fosse staccato sotto il suo peso, aveva creduto di precipitare dentro a un vortice dove le urla non trovavano un’eco e il vuoto non finiva mai. Si era aggrappato al corrimano per resistere alla voglia pazza di aprire la porta e gettarsi fuori.
Faceva paura, quell’oroscopo. Shimon Komeran ci leggeva il presagio di un atto sanguinoso e incolpava il destino di averlo reso testimone, forse complice. L’impero colpito a morte ? Sarebbe stata la vendetta per i suoi anni segregati, per il contagio che gli aveva tolto Lia, per la rabbia di una vita agli sgoccioli. E invece, in tanti anni, il suo odio era diventato incoerente. Il trascorrere del tempo aveva convertito il nemico in un appoggio per la sua debolezza. Il solo fatto di conviverci era stato un compromesso. E ormai non poteva più farne a meno.
“Amo coloro che non aspettano di trovare nelle stelle una ragione per tramontare. Amo coloro che della propria virtù fanno una vocazione e un destino funesto.”
Strane parole. Dove le aveva lette ?
***
Nella bottega entrarono due uomini scuri in volto. Shimon Komeran ne riconobbe uno: era venuto un giorno insieme a Gerda Fischel ed era tornato poi da solo. Aveva scelto un cronometro usato, di poco prezzo.
L’altro era un tipo curioso. Si guardava intorno con lo sguardo di chi si crede al di sopra della norma, anche se il suo aspetto faceva pensare piuttosto il contrario. Aveva i capelli che gli spiovevano sulla fronte, occhi da ladruncolo, un volto magro da lupo affamato, due baffi che in un altro viso sarebbero apparsi ridicoli. Portava una giacca con i gomiti lisi tanto da far intravedere la fodera, e i pantaloni erano impillaccherati di vernice dalle caviglie ai ginocchi. Eppure, anche così male in arnese, riusciva a imporsi: l’amico di Gerda Fischel lo trattava con deferenza, si faceva piccolo, e sembrava stupirsene lui per primo.
“Va’ pure, Hans Sepp” disse il capo, con una risatina odiosa. “La tua sirena ti aspetta.”
Hans Sepp girò attorno un’occhiata, disse “Arrivederci” con voce troppo alta e uscì. L’altro estrasse dalla tasca del panciotto un orologio senza catena e lo posò sul banco.
“Non va più” disse, contrariato.
Shimon Komeran incastrò la lente sull’occhio destro, aprì la cassa ed esaminò i meccanismi.
“Questo orologio” borbottò “è stato trattato come un asino.”
Il cliente si irrigidì.
“Come sarebbe a dire ?”
La voce aveva un tono permaloso.
“In tanti anni” spiegò Shimon Komeran “nessuno ha aperto la cassa, nessuno ha pulito gli ingranaggi. E l’orologio ha sempre funzionato. Come un asino, ha sempre detto J-A; poi un giorno è crollato e non si è rialzato più.”
L’uomo aggrottò le sopracciglia.
“Come sarebbe a dire ?” ripeté.
Le parole gli nascevano sulle labbra prima che nel cervello. Mentre le pronunciava si accorgeva di aver parlato senza pensare e il volto prendeva una espressione risentita.
“Gli ingranaggi sono ossidati. Bisognerebbe pulirli, sostituirne alcuni. Parecchi, a dir la verità.”
“Non farla lunga, giudeo !” Il volto del cliente era diventato terreo. “Quanto verrebbe a costare ?”
Shimon Komeran lo guardò di sotto in su. I gentili alzano la voce e ti chiamano giudeo quando sono senza soldi.
“Ci sono troppi pezzi da sostituire. È troppo malandato. Non le conviene.”
Richiuse la cassa e spinse l’orologio sul banco.
“Come sarebbe a dire, non conviene ripararlo ? Vale tanto poco ? Parla chiaro, giudeo ! Quanto vale ?”
“Sì e no si potrà ricuperare la cassa.” L’orologiaio alzò gli occhi. “Senta, ho appena revisionato un cronometro. È praticamente nuovo e lo vendo per quaranta corone. Se lei mi lascia questo relitto, glielo cedo per… diciamo… trentacinque ?”
“Cinque corone per il mio orologio ?” Il cliente sembrava più indignato che sorpreso. “È una rapina !”
Parlava e si ascoltava. Si esasperava al suono della sua stessa voce.
“Ti faccio vedere io !”
Si sporse sul banco e cercò di afferrare l’orologiaio per il bavero.
“Se ne vada !” gridò Shimon Komeran.
“Ladro giudeo ! Giuro che ti spacco la faccia con le mie mani !”
Hans Sepp e Gerda Fischel entrarono in quel momento, videro la scena e impallidirono. Hans Sepp si fece avanti parlottando di un treno per Monaco, prese l’uomo sottobraccio e cercò di trascinarlo via. L’altro gli diede uno spintone, si guardò attorno, non trovò un oggetto su cui sfogare la collera e uscì a precipizio sbattendo la porta.
***
Marte retrogrado fra un mese, Saturno fra quattro anni. Opposizioni, quadrature. Tornando a studiare l’oroscopo, nell’animo di Shimon Komeran si fece strada una certezza: chi gli aveva scritto stava per commettere un’azione devastante, un attentato che avrebbe provocato la dissoluzione del potere costituito. Quale insofferenza, quale odio poteva spingersi fino a quel punto ?
In fondo, chiunque può irritarsi sentendo svalutare un orologio dal quale contava di ricavare una ventina di corone. Se quel ringhioso imbianchino non l’aveva preso a pugni era perchè l’opinione pubblica l’avrebbe considerato un malfattore, e lui lo sapeva. I giovanotti con la vocazione del teppista non erano tenuti a freno dalla polizia e dai tribunali: l’impero formava le coscienze e il comune sentire garantiva legge e ordine più della forza pubblica.
Ma fate scoppiare una guerra ! Anni di fame e di stenti, milioni di morti, un lutto in ogni famiglia. E soprattutto perdetela ! Travolgete l’impero in una disfatta senza rimedio. La gente perbene, non sapendo più a chi credere, concederà il beneficio del dubbio anche ai teppisti.
***
“Shimon, perchè non ti sei risposato ?”
“Perchè me lo domandi ?”
Il farmacista scosse il capo come se non avesse più parole. Conosceva Shimon Komeran da vent’anni e per la prima volta si era azzardato a fargli una domanda personale.
“Stiamo invecchiando. Te ne sei accorto ?”
La schiuma delle birre si era sciolta. I sigari erano stati fumati e i mozziconi giacevano nel portacenere. Il pomeriggio scivolava verso la sera con la riluttanza di un vitello sulla via del mattatoio.
“Faccio fatica a prender sonno” ammise Shimon Komeran.
“Prendi un po’ di valeriana.”
“Non è pericolosa ?”
Il farmacista sorrise.
“In una certa misura, tutto ciò che ingeriamo si accumula nel corpo. Ai melanconici si gonfia la milza. Ai collerici il fegato. I flemmatici trattengono gli umori. I sanguigni diventano pletorici sino ad affaticare il cuore.”
Shimon Komeran rimase in silenzio. L’altro gli lanciò un’occhiata in tralice e sospirò.
“Non camperemo in eterno. Perchè dovremmo vivere male gli anni che ci restano ? La valeriana ti darà sollievo. Vieni a trovarmi domani in farmacia.”
***
Quando il consultante si fece vivo, una sera di fine maggio, all’ora di chiudere bottega, Shimon Komeran aveva preso le sue precauzioni ma non era sicuro dell’uso che ne avrebbe fatto. Il giovanotto parlava malvolentieri e si guardava attorno con occhi sospettosi. Disse di chiamarsi Gavrilo Princip e di aver viaggiato per due giorni e due notti: tanto era lontana Sarajevo, la sua patria. La chiamò così: la sua patria, non la sua città, e aveva il tono di chi vorrebbe sfogare la nostalgia in un lungo discorso. Invece tacque, e scosse la testa come per scacciare un pensiero ostinato.
Shimon Komeran stese sul banco la carta del cielo e cominciò a tastare il terreno.
“Lei non è ancora sposato, vero ?”
“Non sono venuto fin qui per parlare di me” lo interruppe il forestiero.
“Cosa la preoccupa ? La salute, l’amore, il denaro ?”
“Ho un progetto. Voglio sapere se avrò successo.”
Shimon Komeran tornò ad avvertire una stretta alla bocca dello stomaco.
“I presagi di un oroscopo vanno interpretati in relazione alla personalità di ciascuno” mormorò. “Cos’è per lei il successo ?”
Guardò in su, ma il giovanotto non rispose. Aveva gli occhi persi nel vuoto.
“Ascolti, è sicuro di voler conoscere l’avvenire ? Creda, a volte è meglio non sapere.”
Il cliente non mostrò alcun segno di preoccupazione. I suoi occhi erano diventati scintillanti come quelli dei cacciatori quando la battuta incomincia. Non mi ascolta, pensò l’orologiaio, non vuol capire.
“L’astrologia non può prevedere la durata di una vita umana” mentì Shimon Komeran. “Ma prevede i momenti critici, e nel suo futuro ci sono due circostanze nelle quali lei verrà a trovarsi in grave pericolo.”
L’altro parve risvegliarsi.
“Può dire quando accadranno ?”
“Sì. La prima è imminente. La seconda dovrebbe verificarsi tra circa quattro anni.”
“Le stelle dicono che vivrò ancora quattro anni ? Allora il mio progetto riuscirà !”
“Dicono soltanto che sulla sua strada ci sono due rischi mortali. Non creda di essere invulnerabile.”
Gli occhi del forestiero si velarono, per un attimo tornarono vacui, e di nuovo brillarono.
“Quel che è in gioco è molto più importante di me. La morte è un prezzo che sono pronto a pagare.”
Shimon Komeran lo guardò sbigottito.
“Si illude di ottenere la riconoscenza dei posteri ? Ma ciò che giova ad alcuni potrebbe nuocere a tutti gli altri. Ci ha pensato ?”
Il giovanotto rimase in silenzio, con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo crudele. Shimon Komeran ricordò di aver già visto quegli occhi nel volto del macellaio kosher, quando impugnava il coltello e andava a svenare un manzo impastoiato. A Kalischt i sacrifici avvenivano nel prato dietro al negozio. Gustav non ne perdeva uno, ma l’orrore del sangue sparso sull’erba lo faceva scappare. Si chiudeva in camera a leggere vecchie fiabe bavaresi, perduto fra stupore e disperazione. Diceva che il compiersi di un destino incomprensibile era come un cielo dove, a una a una, si spengono tutte le stelle.
Shimon Komeran si fece forza.
“Scatenerà una catastrofe. Trascinerà l’Europa in una guerra. Se ne rende conto ?”
La carrozza della posta arrivò in Judenplatz. Il postiglione suonò il corno. Un cavallo nitrì.
Il giovanotto fece un passo avanti.
“Pensa di denunciarmi ?” sibilò.
“Chi le dice che non l’abbia già fatto ?”
I due occhi pazzi vennero avanti, insieme a due mani tese verso il collo dell’ orologiaio.
***
“Fermo o sparo !”
Shimon Komeran aveva estratto di sotto al banco una rivoltella. Il giovanotto era indietreggiato.
“Non posso denunciarla: un oroscopo non è una prova valida in tribunale. La polizia non lo riterrebbe neppure un indizio. Ma io so - capisce ? - io so. E allora immagini di trovarsi di fronte al suo giudice. Parli: dica le sue ragioni.”
La luce di un fanale attraversava di sbieco la vetrina. Shimon Komeran lesse in volto al cliente i pensieri di un disperato. Cosa si dice a chi ti punta addosso una rivoltella ? Con quali bugie si può convincere un bottegaio nevrastenico ?
L’uomo alzò le spalle.
“Perché la Bosnia deve dipendere da Istanbul o da Vienna ? Non ha il diritto di decidere da sé ?”
“Ne sarebbe capace ?”
“Certo. Come chiunque altro. Ma l’impero tiene i popoli in soggezione. Perché ne ha paura.”
Shimon Komeran sentì una fitta, come una pugnalata alle reni. Cercò di reagire.
“La legge e l’ordine sono più importanti dell’identità nazionale.”
“La Storia ha altre leggi.”
“Chi fa la Storia versa il sangue !”
“E chi giudica fa altrettanto !”
Shimon Komeran tacque. Per un lungo momento guardò il volto deformato da un gioco di luci e ombre, le orbite dove gli occhi sembravano scomparsi. Come se fosse giunto al termine di un ragionamento, annuì.
“Non sarò io a giudicare” disse.
Continuando a tenere l’uomo sotto tiro, posò al centro del banco due bicchieri e versò del vino.
“Uno dei bicchieri contiene una dose di digitale. Dimostri che Dio vuole la fine dell’impero. Beva.”
L’uomo ebbe un gesto di rabbia.
“Lei è pazzo !”
Shimon Komeran non rispose. L’altro fece un passo avanti.
“Cosa crede di dimostrare con questa stupida…”
Shimon Komeran tese il braccio e contò.
“Uno… Due…”
Al tre, l’uomo afferrò un bicchiere e bevve.
La carrozza della posta ripartì in un calpestio di zoccoli e di ruote ferrate. Dal fondo della via, fra tetti e balconi, rimbalzò l’eco del corno.
***
La mattina del 26 luglio, a Zurigo, la proprietaria della pensione An der Sihl porse a Shimon Komeran una lettera e un telegramma. Il cugino Yehuda scriveva da un paesino nei dintorni di Monaco. Il telegramma veniva da Vienna.
Shimon Komeran scese verso il lago, comprò un giornale e andò a cercarsi una panchina. Alzò gli occhi alle cime delle Alpi che emergevano da uno strato di foschia. Seguì con lo sguardo la superficie del lago fino al ponte dove l’acqua frusciava contro le pile e riprendeva a scorrere verso l’Aar, il Reno, il mare. Era una giornata afosa. A occidente il cielo minacciava pioggia.
Shimon Komeran prese a sfogliare il giornale dal fondo. Un giovane maestro viennese avrebbe diretto l’orchestra di Zurigo nell’ottava sinfonia di Bruckner. La galleria Limmat esponeva opere di un tal Tristan Tzara. Al circolo panslavo un certo Vladimir Ulianov avrebbe tenuto una conferenza sul tema “Tolstoi e Marx”. In prima pagina non si parlava che dei fatti di Sarajevo. L’ultimatum austriaco stava per scadere. Tutte le cancellerie d’Europa erano in subbuglio.
Shimon Komeran ripensò alle ultime ore passate a Vienna, alla rivoltella gettata nel canale, al treno notturno che l’aveva portato a Zurigo. Invece della digitale c’era una buona dose di valeriana in tutti e due i bicchieri. Gavrilo Princip aveva resistito mezz’ora, convinto di morire da un momento all’altro. Prima di chiudere gli occhi aveva parlato ancora della patria, di Sarajevo e Belgrado, di prati, boschi e montagne; ne parlava come della madre che l’aveva messo al mondo. Poi, la valeriana l’aveva sospinto oltre i confini del sogno.
Shimon Komeran si era domandato dove avrebbe trovato una patria lui, ebreo praghese a Vienna, se l’impero si fosse frantumato in tanti stati nazionali. L’ansia stava per diventare panico e l’indice sembrava incollato al grilletto quando una donna che non era Lia gli era apparsa come un’allucinazione. Aveva parlato a lungo, ma di ciò che aveva detto Shimon Komeran ricordava soltanto una frase: gli uomini hanno bisogno di un padre venerando e terribile, ma anche di una madre tenera come la primavera.
Princip si era addormentato. Shimon Komeran si era riscosso, era corso a gettare la rivoltella nel canale, aveva fermato una carrozza e si era fatto portare alla stazione. Da due settimane aveva ceduto la bottega, i suoi bagagli erano già a Zurigo.
Prima di immergersi nella notte, il treno era transitato davanti a un cartello che diceva: K.K. Bahn. Imperial Regie Ferrovie. Già: in Kakania tutto quanto era imperial regio. Nello scompartimento vuoto Shimon Komeran si era tolto il cappello.
***
Le nubi si accumulavano nel cielo e minacciavano un temporale. La donna scese da una carrozza e si avviò verso il lungolago. Shimon Komeran la riconobbe e distolse lo sguardo. Era una donna senza età, con la bocca sensuale e i tratti del viso marcati come quelli di una statua greca. Venne a sedere accanto a lui.
“Grazie di essere venuta, Alma.”
“Davvero vuoi lasciare l’Europa ? Non posso crederci.”
Shimon Komeran si voltò a fissarla.
“Non credi che sia possibile liberarsi di te ?”
Lei sorrise senza rispondere e l’orologiaio desiderò di essere lui a farla soffrire, almeno una volta.
“Che hai fatto da quando Gustav è morto ?”
Lei guardò verso il lago e non rispose.
“Non ti bastava tradirlo. Volevi che lo sapesse. Hai fatto in modo che leggesse i messaggi del tuo amante.”
Shimon Komeran teneva la testa bassa e lo sguardo fisso a terra. Se in mezzo alla ghiaia ci fosse stata una pietra l’avrebbe impugnata nel gesto di Caino.
“Lo so. Me l’ha scritto lui. Dopo la sua abiura non ho più voluto vederlo, e lui mi scrisse che si era convertito per te, che si sentiva colpevole, ma che se fosse vissuto cento volte avrebbe sopportato cento sensi di colpa pur di averti. Sei stata il suo premio e il suo castigo, Alma. È tanto tempo che ti conosco. È tanto tempo che ti odio !”
Lei tornò a guardarlo negli occhi.
“Tu mi hai sempre amata.”
Shimon Komeran scosse la testa. Alma non capiva. L’Europa non capiva. Eppure - lui lo sapeva bene - si può aver ragione anche senza capire.
“Guarda” le mostrò i titoli del giornale. “Lo sapevo e non volevo crederci. Speravo di essermi sbagliato.”
Cavò di tasca la lettera e la esibì come una testimonianza.
“Avevo deciso di dimenticare Praga e Vienna. Pensavo di stabilirmi con i miei parenti dalle parti di Monaco.”
Tornò a scuotere il capo.
“Ma ormai non ho più speranze. L’Europa è una madre di individui soli e di ideali sciagurati. Nel nuovo mondo ci saranno altre stelle, altri orologi.”
Non parlarono più. Rimasero a lungo in silenzio, rivolti al lago, alle nubi che rotolavano giù dalle colline.
Si salutarono senza parlare. Alma si allontanò col suo passo elegante nell’aria afosa dell’ultima estate.

Lee Child e il suo soldato perfetto senza paura (e perfino senza macchia)

Mer, 23/07/2008 - 08:00

di: Guido Tedoldi

Recensione de «La prova decisiva», romanzo di Lee Child, Longanesi, 2008, pp. 427, € 18,60.

Lee Child, secondo coloro che detestano la letteratura di genere, non entrerà nella storia dell’arte mondiale. D’altra parte è soltanto un autore di best seller polizieschi, ha scritto 12 romanzi tutti con lo stesso protagonista (alla cadenza implacabile di 1 all’anno a partire dal 1997) ed è tradotto in almeno una dozzina di lingue.
Tuttavia il suo personaggio, l’ex soldato della polizia militare statunitense Jack Reacher, va a toccare corde profonde dei desideri umani. È implacabile e perfetto, sembra conoscere qualcosa dei meccanismi che regolano le segrete cose del mondo tale da consentirgli di affrontare qualsiasi avversario, e di uscirne vincitore. Non è esattamente un amicone, ma non è questo che gli si chiede. Da lui ci si attende che risolva i problemi, e che magari non si tenga tutti i segreti per sé in maniera che anche noi impariamo come si fa.

«La prova decisiva» è il nono romanzo della serie di Jack Reacher, pubblicato nel 2005 negli Usa e in Gran Bretagna con il titolo «One Shot».
E questa cosa dell’«un colpo» torna un paio di volte in momenti significativi della storia (mentre la «prova decisiva» del titolo italiano devo essermela persa per strada, perché non mi sono accorto che ci fosse).
Il primo one shot avviene in un poligono di tiro, dove Reacher va per fare qualche domanda. Il gestore del poligono è Cash, un ex marine che possiede un solo vecchio fucile ma lo coccola come meglio non si potrebbe, visto che gli mette un visore per il tiro notturno da 37˙000 dollari. Dal momento che non conosce Reacher, Cash non risponde alle sue domande ma decide di dargli una possibilità: gli presta il fucile con un solo proiettile in canna per colpire in pieno un bersaglio a 300 metri. Cash, che sotto le armi è arrivato 3° in un Invitational di tiro al bersaglio, sa quant’è difficile. Anche Reacher sa quant’è difficile, perché lui quell’Invitational l’ha vinto 10 anni prima di Cash; e in più ha appena bevuto 4 caffè forti, per cui i suoi muscoli potrebbero produrre contrazioni involontarie deleterie. Comunque Reacher si mette a terra, si concentra, spara.
La scena dura una decina di pagine, è uno di quei momenti in cui un personaggio si delinea, in cui tutte le parole che lo scrittore impegna devono rendere il senso profondo anche senza dirlo esplicitamente.
Il colpo di Reacher è perfettamente nel centro, e a Cash quasi non serve controllare il bersaglio per capirlo: lui non dimentica mai un tiratore nello svolgimento delle proprie funzioni, e questo qua lo ricorda bene perché era tra il pubblico dell’Invitational vinto da Reacher. Quindi risponde alle sue domande e poi collaborerà con lui nel momento del bisogno.

Il secondo one shot avviene nella scena finale del romanzo. Ormai si è scoperto chi è il cattivo e manca soltanto l’ultima incombenza di togliere di mezzo Chenko, l’ex tiratore scelto dell’armata rossa che, da soldato, è naturalmente un essere quasi invulnerabile a differenza dei normali esseri umani che basta toccarli per romperli.
Anche in questo caso la scena dura tante pagine e coinvolge Reacher e Cash: il primo si mette in una certa posizione in modo da nascondere il secondo e permettergli di prendere il fucile. Anche in questo caso c’è uno sparo, e dev’essere uno solo e alla cieca altrimenti Chenko fa una carneficina. Ma la disciplina dei soldati, dote che fornisce loro una efficacia superiore, risolve le cose.

Il resto del romanzo è un mondo impazzito, corrotto, stupido, pieno di errori. E laddove c’è perfezione, essa è soltanto apparente ed era meglio se ci fosse stato un po’ d’errore.
La vicenda si svolge in una piccola città, non nominata, dell’Indiana, in cui il traffico è sempre caotico perché il Comune ha avviato un programma di lavori pubblici devastante, a causa del quale le strade sono in rifacimento e parecchi palazzi in ristrutturazione. Un giorno d’estate un cecchino ammazza 5 persone, ma la polizia è così abile che trova subito le prove per inchiodarlo. Una volta arrestato, il cecchino fa in tempo a dire che non è stato lui e a dire che cerchino Reacher. Poi una banda di carcerati lo manda in coma. Poiché la polizia ha trovato tutte le prove e anche di più, la procura aspetta solo che il cecchino si rimetta in salute per istruire il processo e condannarlo a morte, ma ovviamente Reacher scopre le magagne dei cavatori locali e smonta la perfetta indagine della polizia, indirizzando le ricerche nella giusta direzione cioè su una delle 5 vittime del cecchino. Prima di arrivare alla conclusione c’è tempo per un altro paio di omicidi, una scena di sesso e un rapimento.
E per fare la conoscenza con lo Zek.

Lo Zek è un vecchio russo. La sua dote è la capacità di cavarsela in situazioni mostruose (da giovane, in un gulag staliniano, si è staccato a morsi 3 dita e mezzo di una mano perché si erano congelate e non voleva che la cancrena risalisse al resto del corpo).
Lo Zek, in America, si è portato una banda di amici scelti per la loro capacità di sopravvivere (il suo vice, pure lui reduce dei gulag, ha subito fratture a ognuna delle vertebre della spina dorsale, più volte per vertebra) e con loro ha cercato fortuna. Hanno usato metodi un po’ mafiosi, ma in un mondo corrotto non si sono posti il problema di sperimentare altre risorse.

Sconfiggere lo Zek, per Reacher e gli altri soldati, non equivale a rimettere le cose a posto. Mondo corrotto era, mondo corrotto resta.
Ciò che Reacher fa, ciò che Child fa fare al suo personaggio, è invitare i lettori a esaminare nuovi livelli di consapevolezza e quindi di efficacia. La salvezza del mondo comincia dalla salvezza individuale, e la salvezza individuale consiste nella preparazione, nella disciplina, nell’allenamento. Non è la solita retorica militarista della legge e dell’ordine. È un riconoscimento del fatto che le cose, così, funzionano. Magari possono funzionare anche in altri modi, ma quello corrente purtroppo è tremendo.

Peraltro lo stesso Child ha avuto esperienza di come il mondo possa funzionare male, e dolorosamente, per chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel sito web suo e di Reacher c’è il racconto della sua vicenda di ragazzo nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954, poi studente, poi lavorante part time in teatro e poi in televisione.
E poi, a 40 anni e dopo 18 di carriera nelle produzioni televisive, fuori. Licenziato per ristrutturazione aziendale.
Una cosa del genere o ti ammazza o ti rafforza, come diceva Nietzsche.
A Child ha dato la forza di vedere il mondo e i romanzi in profondità, e di riuscire a portare a galla qualcosa di notevole da dire ai suoi lettori. Per questo motivo lo comprano in milioni.

La vie en beige

Mar, 22/07/2008 - 19:47

I miei sogni a occhi aperti hanno bisogno del movimento. Se sto fermo, per esempio seduto nella sala d’attesa del mio medico, non sogno, penso. Penso a cose che devo fare subito dopo, o rifletto su cose che mi sono successe il giorno prima. Ma per sognare ad occhi aperti mi devo spostare, e devono essere spostamenti seriali, quotidiani, come casa-lavoro in auto, o ufficio-banca a piedi. La loro ripetitività mi rende libero di fantasticare. Gli spostamenti a piedi sono i miei preferiti. Le gambe vanno da sole, metto il pilota automatico e sogno. Il tema molto spesso è i soldi. Una vincita improvvisa, al superenalotto o con un gratta e vinci. La cosa curiosa è che non ho mai giocato. Altre volte immagino di trovare una valigia piena di soldi, dimenticata o persa dal suo proprietario. Il soggetto assomiglia a quello di certi film dei fratelli Coen, tipo Fargo o Non è un paese per vecchi. Nel primo Steve Buscemi rapisce una donna e viene pagato con un milione di dollari. Seppellisce nella neve la valigia col denaro e poi viene ucciso, per cui nessuno sarà più in grado di ritrovarla. Nel secondo invece Josh Brolin trova una valigia con due milioni di dollari, frutto di una transazione criminale finita male, e da lì incominciano i suoi guai.

Il fatto che siano soldi persi, o appartenenti a criminali, mi solleva un po’ dal senso di colpa di averli presi io. Il senso morale si insinua sempre, abbiamo costantemente bisogno di alibi al nostro comportamento. Leggevo l’altro giorno che un vecchio era morto di crepacuore in un supermercato, dopo essere stato sorpreso dalla vigilanza mentre rubava un pezzo di grana. La vergogna lo aveva stroncato. Nell’intervista, il direttore dell’esercizio diceva di aver usato tutte le cautele possibili per non metterlo troppo in imbarazzo, e aggiungeva che il taccheggio senile è un fenomeno molto diffuso. “Pensioni da fame”, è proprio il caso di dire. Mi ha colpito il dettaglio del grana. Pare che sia uno degli alimenti più frequentemente rubato dagli anziani. E’ caro, e la pasta o il riso senza grana non sono la stessa cosa. E’ significativo il fatto che fra i vari tipi di grana e parmigiano, i più rubati sono quelli meno costosi, i pezzi piccoli o in offerta. Si è consapevoli di commettere un reato, e si cerca di causare il minor danno possibile. Ti frego ma non tanto, così mi sento meno responsabile.

Altre volte il soggetto dei sogni ad occhi aperti riguarda il ritrovamento di schedine vincenti buttate o perse, i famosi premi non riscossi, come a dire: non è mica colpa mia se la gente non sta attenta. Mi scagiono sempre. Anche quando sogno che una sorta di angelo custode mi consegna un grosso pacco di contanti, e umilmente chiedo: “perché proprio io, con tutti quelli che ne hanno davvero bisogno?”, e l’angelo risponde: “perché tu mi hai domandato perché proprio io”. I privilegi bisogna meritarseli, pure nei sogni.

Un giorno si parlava in famiglia di una grossa vincita che c’era appena stata al superenalotto, forse quella dei 66 milioni, e ognuno doveva raccontare come li avrebbe spesi. Mio fratello maggiore disse che per prima cosa avrebbe dato un milione a ciascuno di noi, che siamo in cinque, e rammento che pensai che era un tirchio, alla famiglia dava solo 5 milioni su 66! La verità è che in quei sogni ad occhi aperti io non immagino tanto il momento gioioso della vincita o del ritrovamento dei soldi, quanto piuttosto i dettagli pratici e organizzativi, le voci di spesa, sono cioè costantemente preoccupato di non deludere qualcuno, o di non rompere certi equilibri. Mio fratello minore è uno scapestrato, se riceve una grossa somma va fuori di testa, chissà che combina. E mio fratello maggiore, diventando ricco manterrà lo stesso atteggiamento con la sua donna? In fondo ogni relazione sentimentale è costituita da rapporti di forza, alterarne uno di questi può compromettere l’armonia dell’insieme. Quindi penso che la soluzione migliore sia comprargli una casa a testa e non intestargliela, che ne abbiano l’uso gratuito vita natural durante ma non se la possano giocare a poker. Insomma, non mi bastano le mie preoccupazioni normali, devo pure immaginarne di improbabili.

All’epoca di quella vincita megagalattica, i famosi 66 milioni, ascoltai un programma alla radio in cui un esperto di finanza consigliò all’anonimo fortunato di farsi assistere da un esperto di investimenti, perché gestire da solo una cifra del genere era come voler pilotare un boeing 747 con la patente B. Ti sfracelli in un attimo. Disgrazie milionarie, un saggio di cui lessi un’anticipazione su Babelia, l’inserto letterario del quotidiano El Pais, parla anche di questo. Pare che in un paese sudamericano vi sia una sola, ricchissima lotteria all’anno, e il vincitore è pubblico, tutti conoscono il suo nome e la sua faccia perché appare in televisione e viene intervistato. Quel libro ripercorre le biografie dei c.d. fortunati, i vincitori, soprattutto dopo che si sono spente le luci della ribalta sul loro conto. Sono storie terribili, costellate di suicidi, uccisioni, ricoveri in manicomio. Nel migliore dei casi si separano dalla moglie. La ricchezza enorme e improvvisa è una sciagura, l’antica maledizione gitana, quella che  dice :“che tutti i tuoi desideri si realizzino”, è drammaticamente vera.

A Natale, l’augurio più frequente che mi viene rivolto da parenti e amici, per mail o sms, è: “che tutti i tuoi desideri si realizzino”. Il desiderio di vincere alla lotteria è un brutto sintomo, chi lo coltiva ha perso fiducia nel farcela da solo, si affida alla fortuna. Venerdì scorso il ministro Tremonti annunciava ai giornalisti che la crisi economica non è finita, perché tutti gli indicatori economici restano negativi. Tutti tranne i dati relativi ai Gratta e Vinci, alle lotterie e ai giochi a premi, per i quali il 2008 dovrebbe chiudersi con un incremento netto del 12%, secondo quanto prevede l’agenzia specializzata Agipronews.

Nella piazza dove abito ora c’è una sala scommesse, l’hanno aperta da poco. Quelli del palazzo non sono contenti, con l’arrivo del phone center e della sala scommesse le loro case si sono svalutate parecchio. Non ho mai puntato alcunché, ma mi hanno sempre affascinato i giocatori incalliti. Fra una puntata e l’altra li vedo uscire a fumare, credo che la percentuale di fumatori fra chi gioca sia il doppio del resto della popolazione. A volte mi fingo uno di loro: entro, guardo nervosamente le schermate con le percentuali, poi esco e con aria complice faccio due chiacchiere e scrocco una sigaretta. Non me la negano mai. Sono sette mesi che ho smesso di fumare e ogni tanto sento il bisogno di fare qualche tiro. Per Landolfi il gioco d’azzardo era un’attività sessuale, e in effetti i movimenti, le espressioni e le atmosfere cospirative all’interno della sala scommesse ricordano molto quelli di un locale per scambisti, per cui la sigaretta alla fine è d’obbligo; peccato solo che nella sala le uniche donne siano le sportelliste.

Il phone center è gestito da un ragazzo indiano che passa le giornate a guardare dei film di Bollywood al computer. Il locale è sporco e c’è cattivo odore, la mia amica S. ci è andata una volta su mia indicazione e si rifiuta di tornarci. A me non dà fastidio, sarà che sono mezzo anosmico. Ci sono andato per una decina di giorni di seguito quando avevo il pc ad aggiustare, e mi incantavo a origliare brandelli di conversazione al telefono fra sudamericani, lui emigrato qui che parla a lei lontana. I sudamericani sono gli ultimi veri sentimentali, come le loro canzoni. Tu me acostumbraste, per esempio, cantato con la voce roca di quella vecchia lesbica di Chavela Vargas, è un brano che ti strappa le viscere. Lo scelsero come colonna sonora nell’episodio struggente del matrimonio messicano nel film Babel.

Il tema di queste conversazioni telefoniche sono sempre i soldi, gli innamorati fanno progetti, parlano al futuro, forse sono rimasti gli unici a farlo. “Vedrai”, “cambierà”, “sarà tutto diverso, amore mio”. Si intuiscono pianti strazianti, cui seguono affettuose rassicurazioni. Fuori di lì è la dittatura del presente. Noi italiani al cellulare diciamo “domani vengo da te a cena”, “ad agosto andiamo in barca in Corsica”, oppure “l’anno prossimo cambio lavoro”. Non è futuro, come non sono veri progetti di vita.

Le conversazioni ascoltate per caso sono un ottimo indicatore della qualità della vita di una città. Nella mia, in autunno e in inverno la gente discute di ciò che ha appena sentito a “Porta a porta” o a “Controcampo”. Ai tempi in cui si dibatteva se togliere o lasciare il crocifisso nelle scuole e nei tribunali, stavo pedinando in centro una coppia che pareva affiatata, come se stessero insieme da anni, e lui all’improvviso le chiese se credeva in Dio, ricevendo peraltro una risposta molto vaga, del tipo che non aveva mai pensato seriamente alla cosa. Farsi dettare l’agenda dei pensieri da Vespa e da Piccinini, oltre ad appaltargli la gestione dei nostri sentimenti (sdegni, euforie, commozioni), significa che tutto si equivale: le impronte ai rom, il giallo di Garlasco e la moviola in campo.

Il sistema si perpetua così, metabolizzando tutto. Saviano paparazzato su Novella 2000, nella pagina a fianco della Ventura in topless, di Walter Nudo con l’ultima conquista e della Parietti che indossa la maglietta “FREE TIBET” prodotta in Cina. Questa è la palude in cui sprofonda il pensiero. E’ falso che non esista più un sistema, che il frammento sia ormai l’unico modo che abbiamo per esprimerci. Al contrario, ci  sono diversi sistemi filosofici, di organizzazione razionale del mondo. Il catalogo dell’Ikea, per esempio, è un sistema filosofico, che propone modelli di vita e comportamentali. Pure la camorra, chiamata infatti dai suoi affiliati “o’ sistema”, lo è. La vita non può stare senza un principio organizzatore, e neppure la mala-vita, non a caso “organizzata”. E l’ossessione del denaro è il carburante del sistema, ma anche il “tonchio segreto”, per usare un’espressione di Landolfi, ossia il bruco nascosto che scava la realtà dall’interno lasciandoci in mano solo un misero guscio vuoto.

 

 

 

Il Bardo continua, 4: la grande Portia

Mar, 22/07/2008 - 16:00

a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani

Il Mercante di Venezia è Antonio, padrone di ragusèe che solcano i mari con ricche mercanzie, ma al momento privo di contanti: si rende personalmente garante di un prestito di tremila ducati che il suo amico del cuore Bassanio si fa prestare dall’usuraio ebreo Shylock: questi detesta Antonio a causa dei frequenti insulti e del continuo disprezzo che egli costantemente gli riserva. Pretende che nel contratto di prestito – la famosa obbligazione (bond) – sia scritto che in caso di insolvenza Antonio debba pagare con una libbra della sua carne viva. Sfortunatamente giungono cattive notizie sulla sorte delle ragusèe, preda di mari pericolosi; arriva il termine della restituzione e Shylock pretende la penale del suo bond.

Nel frattempo Bassanio ha ottenuto la mano di Portia, ricca e nobile dama, signora di Belmonte, donna di grande bellezza, grazia, intelletto e umanità, la vera figura positiva di tutta la commedia. Costei, complice un amico avvocato padovano, al momento del giudizio tra Shylock e Antonio davanti al Doge e alla Corte dei Magnifici, si traveste da giovane e dotto avvocato e prende irresistibilmente la scena. Passando da un bellissimo discorso sulla clemenza (mercy) al puntiglioso rispetto della legge, salva la situazione ribaltando le parti. Qui vi offriamo due brevi passi del suo discorso, atto IV, scena I, ma è evidente che tutta la commedia andrebbe letta e riletta; perché accade di questo classico come di tutti gli altri, quel che diceva Calvino, e cioè che ogniqualvolta lo si rilegge vi si scopre qualcosa di nuovo.

[vv. 182 - 205]:
PORTIA
The quality of mercy is not strained,
It droppeth as the gentle rain from heaven
Upon the place beneath; it is twice blest,
It blesseth him that gives and him that takes;
‘Tis mightiest in the mightiest, it becomes
The thronèd monarch better than his crown.
His sceptre shows the force of temporal power,
The attribute to awe and majesty,
Wherein doth sit the dread and fear of kings;
But mercy is above this sceptred sway,
lt is enthronèd in the hearts of kings,
It is an attribute to God himself,
And earthly power doth then show likest God’s
When mercy seasons justice. Therefore, Jew,
Though justice be thy plea, consider this:
That in the course of justice none of us
Should see salvation. We do pray for mercy,
And that same prayer doth teach us all to render
The deeds of mercy. I have spoke thus much
To mitigate the justice of thy plea,
Which if thou follow, this strict court of Venice
Must needs give sentence ‘gainst the merchant there.

SHYLOCK
My deeds upon my head! l crave the law,
The penalty and forfeit of my bond.

PORTIA
La clemenza ha natura non forzata,
cade dal cielo come la pioggia gentile
sulla terra sottostante; è due volte benedetta,
benedice chi la offre e chi la riceve;
è più potente nei più potenti, e si addice
al monarca in trono più della sua corona.
Lo scettro mostra la forza del potere temporale,
è l’attributo della soggezione e della maestà,
sede del timore che incutono i regnanti;
ma la clemenza sta sopra al dominio dello scettro,
ha il suo trono nel cuore dei re,
è un attributo di Dio stesso;
e il potere terreno più si mostra simile al divino,
quando la clemenza mitiga la giustizia. Quindi, ebreo,
pur se giustizia è ciò che chiedi, considera questo,
che a rigore di giustizia nessuno di noi
troverebbe salvezza. Noi invochiamo clemenza,
e quella stessa preghiera insegna a tutti noi
a fare atti di clemenza. Tanto ho detto
per mitigare la giustizia della tua richiesta;
se la manterrai, questa rigorosa corte di Venezia
dovrà per forza dar sentenza contro il mercante.

SHYLOCK
I miei atti mi ricadano sulla testa! lo invoco
la legge e la penale della mia obbligazione.

[vv.297 - 310]:
PORTIA
A pound of that same merchant’s flesh is thine,
The court awards it, and the law doth give it.

SHYLOCK
Most rightful judge!

PORTIA
And you must cut this flesh from off his breast,
The law allows it, and the court awards it.

SHYLOCK
Most learned judge! A sentence! Come, prepare!

PORTIA
Tarry a little, there is something else.
This bond doth give thee here no jot of blood;
The words expressly are ‘a pound of flesh’.
Take then thy bond, take thou thy pound of flesh,
But in the cutting it if thou dost shed
One drop of Christian blood, thy lands and goods
Are by the laws of Venice confiscate
Unto the state of Venice.

PORTIA
Una libbra della carne di quel mercante è tua,
la corte l’aggiudica, e la legge rassegna.

SHYLOCK
Giustissimo giudice!

PORTIA
E tu devi tagliare questa carne dal suo petto,
la legge lo concede, e la corte l’aggiudica.

SHYLOCK
Dottissimo giudice! Che sentenza! Vieni, preparati!

PORTIA
Aspetta un momento, c’è qualcos’altro:
questa obbligazione non ti concede neanche una goccia di sangue;
le parole dicono espressamente «una libbra di carne».
Prendi dunque la tua penale, prendi la tua libbra di carne,
ma se, nel tagliarla, versi una goccia
di sangue cristiano, le tue terre e i tuoi averi
sono, per le leggi di Venezia, confiscati
dallo stato di Venezia.

[edizione Garzanti, Milano 1999, traduzione di Alessandro Serpieri]

Alfabeti, M come Mare

Mar, 22/07/2008 - 08:00

Saluto al mare

Thàlatta! Thàlatta!
Io te, mare eterno, saluto!
Io te, con cuor giubilante,
diecimila volte saluto,
come te salutarono un giorno
diecimila cuori di greci
eroi, famosi nel mondo,
con l’avversa fortuna pugnanti,
anelanti alla patria lontana…

… L’acqua tua mormorante
suona al mio orecchio come
la lingua della patria; e l’ondeggiante
tuo dominio di flutti
a me sfavilla come
gli antichi sogni della fanciullezza,
e quel ricordo mi riparla ancora
di tutti i cari splendidi balocchi,
dei doni scintillanti del Natale,
e degli alberi rossi di corallo,
dei pesci d’oro, e delle perle, e delle
variopinte conchiglie,
che tu custodisci in segreto
laggiù nel tuo trasparente
palazzo di cristallo.

Oh quanto ho sofferto
nello squallido esilio!
Il cuor nel mio petto era come
un fiore appassito
nell’astuccio di latta del botanico.
È come se fossi rimasto
tutto l’inverno rinchiuso
in un’oscura camera, malato,
ed ora, improvviso,
uscissi all’aperto…
Thàlatta, Thàlatta!…
(Heinrich Heine)

*

da Ode marittima

… Tutta la vita marittima! tutto nella vita marittima!
Si insinua nel mio sangue questa seduzione sottile
e io fantastico indeterminatamente di vaghi viaggi.
Ah, le linee delle coste lontane, appiattite dall’orizzonte!
Ah, i promontori, le isole, gli arenili delle spiagge!
Le solitudini marittime, come certi momenti nel Pacifico,
nelle quali, non so per quale mai suggestione appresa a scuola,
si sente pesare sui nervi il fatto che quello è il più grande degli oceani,
e il mondo e il sapore delle cose diventano un deserto dentro di noi!
L’estensione più umana, più screziata, dell’Atlantico!
L’Indiano, il più misterioso di tutti gli oceani!
Il dolce e classico Mediterraneo privo di misteri, fatto apposta
per sciabordare contro terrazze guardate da statue bianche in giardini contigui!
Tutti i mari, tutti gli stretti, tutte le baie, tutti i golfi,
vorrei stringerli al petto, sentirli bene e morire!…
Mi chiamano le acque,
mi chiamano i mari,
mi chiamano, levando una voce corporea, le lontananze:
sono tutte le epoche marittime sentite nel passato, che chiamano…
Ah, e i viaggi, i viaggi di piacere, e gli altri viaggi,
i viaggi per mare, dove tutti siamo compagni degli altri
in modo speciale, come se un mistero marittimo
ci avvicinasse le anime e ci facesse per un attimo
patrioti transitori di una stessa patria incerta
che si sposta eternamente sull’immensità delle acque!
Grandi alberghi dell’Infinito, oh miei transatlantici!,
con il cosmopolitismo perfetto e totale di non fermarsi mai in un punto
e di contenere tutte le specie di costumi, di volti, di razze!…
(Fernando Pessoa)

*

L’Uomo e il Mare

Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima
nello svolgersi infinito della sua onda
e il tuo spirito non è un abisso meno amaro.
Ti piace tuffarti nel seno della tua immagine:
l’accarezzi con gli occhi e con le braccia e il tuo cuore
si distrae a volte dal suo battito
al rumore di questa distesa indomita e selvaggia.
Siete entrambi tenebrosi e discreti:
uomo, nulla ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi,
o mare, nulla conosce le tue intime ricchezze
tanto siete gelosi di conservare i vostri segreti!
E tuttavia ecco che da innumerevoli secoli
vi combattete senza pietà né rimorsi.
Talmente amate la carneficina e la morte,
o eterni rivali, o fratelli implacabili!
(Charles Baudelaire)

*

Notturno sognato

La terra ci guida con la terra;
ma tu, mare,
ci guidi con il cielo.

Con che certezza di luce d’argento e oro,
c’indicano le stelle
la rotta! – Si direbbe
che la terra è il cammino
del corpo,
che il mare è il cammino
dell’anima –.

Sì, sembra
che l’anima da sola navighi
sul mare; che il corpo, solo,
restò là sulle spiagge,
senza lei, separandosi da lei,
stanco, freddo, come morto.

Com’è simile
il viaggio per il mare a quello per la morte,
a quello per la vita eterna!
(Juan Ramòn Jiménez)

*

Mare! Anche a te io mi affido

… Mare! Anche a te io mi affido – capisco ciò che vuoi dirmi,
scorgo da riva le curve tue dita che invitano,
e credo che allontanarti non vuoi prima d’avermi toccato,
dobbiamo fare un giro insieme, mi spoglio, portami lungi, che non veda più terra,
cullami sui moli tuoi cuscini, cullami in ondoso assopimento,
schizzami di sprilli amorosi, ché io ben saprò ripagarti.

Mare delle distese ondate,
mare che esali vasti soffi convulsi,
mare del sale di vita, delle non mai scavate e sempre aperte tombe,
che urlando scolpisci tempeste, capriccioso e raffinato mare,
io sono parte integrale di te, sono anch’io d’una fase e di tutte le fasi….
(Walt Whitman)

*

La ballata del mare

Il mare
sorride lontano.
Denti si spuma
labbra di cielo.

- Che cosa vendi, fosca fanciulla,
con i seni al vento?

- Vendo, signore, l’acqua
dei mari.

- Che cos’hai, giovane negro
mescolato nel sangue?

- Ho, signore, l’acqua
dei mari.

- Queste lacrime salmastre,
da dove vengono?

- Vengono, signore, dall’acqua
dei mari.

- Cuore, questa amarezza
profonda, da dove nasce?

- Dall’amara acqua
dei mari.

Il mare
sorride lontano.
Denti di spuma
labbra di cielo.
(Federico García Lorca)

*

Ho bisogno del mare

Ho bisogno del mare perché m’insegna:
non so se imparo musica o coscienza:
non so se è onda sola o essere profondo
o sola roca voce o abbacinante
supposizione di pesci e di navigli.
Il fatto è che anche quando sono addormentato
circolo in qualche modo magnetico
nell’università delle acque.
Non sono solo le conchiglie triturate
come se qualche pianeta tremante
partecipasse lenta morte,
no, dal frammento ricostruisco il giorno,
da una raffica di sale le stalattiti
e da una cucchiaiata il dio immenso.

Ciò che m’insegnò prima lo custodisco! È aria,
vento incessante, acqua e arena.
Sembra poca cosa per l’uomo giovane
che giunse a vivere qui con i suoi incendi,
e tuttavia il battito che saliva
e scendeva al suo abisso,
il freddo dell’azzurro che crepitava,
lo sgretolamento della stella,
il tenero dispiegarsi dell’onda
sperperando neve con schiuma,
il potere quieto, lì, determinato
come un trono di pietra nel profondo,
sostituì il recinto in cui crescevano
ostinata tristezza, oblio accumulato,
e bruscamente cambiò la mia esistenza:
diedi la mia adesione al puro movimento.
(Pablo Neruda)

*

Mediterraneo

Antico, sono ubriacato dalla voce
ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m’hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso: e svuotarmi così d’ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
(Eugenio Montale)

*

Il mare

In eterno sussurra intorno a lidi
solitari, e con l’ansito possente
dieci e dieci migliaia di caverne
sazia, finché di Ecate l’incanto
lascia in lor loro antico oscuro rombo.
Spesso così soave lo ritrovi,
che appena la più piccola conchiglia
viene smossa per giorni di là dove
cadde una volta all’ultima nel cielo
furia di vènti. O voi che le pupille
avete afflitte e stanche, fate loro
pascolo della vastità del mare;
voi cui stordì gli orecchi aspro frastuono
o sazievole musica, sedete
sedete di un’antica caverna sulla soglia
in voi raccolti, e balzerete come
ninfe udendo del mar cantare in coro.
(John Keats)

*

Ondeggia, Oceano

Ondeggia, Oceano nella tua cupa
e azzurra immensità.
A migliaia le navi ti percorrono invano;
l’uomo traccia sulla terra i confini,
apportatori di sventure,
ma il suo potere ha termine sulle coste,
sulla distesa marina
i naufragi sono tutti opera tua,
è l’uomo da te vinto,
simile ad una goccia di pioggia,
s’inabissa con un gorgoglio lamentoso,
senza tomba, senza bara,
senza rintocco funebre, ignoto.
Sui tuoi lidi sorsero imperi,
contesi da tutti a te solo indifferenti.
Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma, Cartagine?
Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti.
Poi vennero parecchi tiranni stranieri,
la loro rovina ridusse i regni in deserti;
non così avvenne, per te, immortale e
mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde;
il tempo non lascia traccia
sulla tua fronte azzurra.
Come ti ha visto l’alba della Creazione,
così continui a essere mosso dal vento.
E io ti ho amato, Oceano,
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era di farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
perché ero come un figlio suo,
e mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
e giuravo sul suo nome, come ora.
(George Byron)

*

Era così – piccola – la barca

Era così – piccola – la barca
che vacillava giù nella baia.
Era così – cortese – il mare
che l’invitava ad uscire.

Era così – ingorda – l’onda
che la succhiò dalla costa.
Non l’avrebbero mai immaginato, le vele maestose
che la mia piccola imbarcazione si era persa.
(Emily Dickinson)

*

Arrivederci fratello mare

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.
(Nazim Hikmet)

Eluana e il Padre celeste, di Vito Mancuso

Lun, 21/07/2008 - 20:00

Tre premesse fondamentali. La prima è che io, personalmente, sono contrario a che si interrompa l’alimentazione di Eluana, e se mi trovassi a vivere una condizione del genere, vorrei rimanere al mio posto di combattimento, anche con la sola vita vegetale ma comunque al mio posto nel grande ventre dell’essere: nessun accanimento terapeutico, ma vivere fino in fondo la vita, secondo la tradizionale visione cattolica della morale della vita fisica. La seconda premessa è che adesso non si tratta di me ma di Eluana, e che ciò che è un valore per me non è detto che lo sia per lei: ciò che per uno può essere edificazione, per un altro che la pensa diversamente si può tramutare in tortura. Una diversa concezione della vita produce una diversa etica, e da una diversa etica discende una diversa valutazione delle situazioni concrete. La terza premessa è che lo stato laico deve produrre, a partire dalle diverse etiche dei suoi cittadini, un diritto unico, tale da essere per quanto possibile la casa di tutti, dove tutti vedano riconosciuta la possibilità di vivere e di morire secondo la propria concezione del mondo, realizzando con questo la giustizia, che, com’è noto, consiste nel dare a ciascuno il suo. La distinzione tra etica e diritto è decisiva.

Fatte queste tre premesse mi posso concentrare sulla dimensione teologica del caso Eluana. Nel suo articolo al riguardo (un articolo profondo e riflessivo, in grado di generare capacità di giudizio nelle coscienze, uno dei compiti principali dei pastori della Chiesa) il cardinal Tettamanzi ha fatto riferimento al miracolo di Gesù che riporta in vita la figlia di uno dei capi della sinagoga di una città nei pressi del Lago di Tiberiade (cf. Marco 5, 21-43). Purtroppo qui da noi non ci sono molte possibilità che Gesù si presenti alla clinica Beato Luigi Talamoni di Lecco, prenda per mano Eluana e le dica Talità kum, “fanciulla alzati”. Sarebbe giusto, oltre che bello. Eluana e la sua famiglia se lo meriterebbero dopo anni di sofferenze, sarebbe anche un segno che porterebbe alla fede tanti uomini. Ma è abbastanza improbabile che avverrà. Anche quei poteri di guarigione che Gesù aveva lasciato agli apostoli (“guarite gli infermi, risuscitate i morti”, Matteo 10, 8; cf. anche Marco 16, 17-18; Luca 9, 1-2 e 6) col tempo sembrano svaniti. Sta scritto che san Pietro guariva al solo passare perché era sufficiente che la sua ombra ricoprisse i malati (cf. Atti degli apostoli 5, 15-16), ma da secoli per i suoi successori non risulta nulla del genere. Sta scritto anche: “Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà” (Giovanni 16, 23), e io sono sicuro che le suore Misericordine quotidianamente pregano per Eluana, e con le suore chissà quanti altri pregano nel nome di Gesù chiedendo il ritorno di Eluana alla vita normale, ma non accade nulla di quanto richiesto.

Quello che accade è un’altra cosa. Che cosa? Chi crede in Dio e insieme guarda al mondo per quello che è, non può fare a meno di vedere lo svolgimento di un dramma sul corpo di quella giovane donna i cui protagonisti principali sono il suo padre terreno e il suo Padre celeste. Sul rapporto tra Eluana e il padre terreno sono state scritte molte cose, soprattutto da parte di alcuni cattolici che manifestano in questi giorni un interesse e un affetto che si pretendono persino superiori a quelli del padre terreno e della madre terrena. Ho letto parole sprezzanti verso il signor Englaro, ho letto dichiarazioni che parlano di “uccisione”, di “omicidio”. E siccome dietro la sentenza della Corte di Appello di Milano c’è la richiesta del padre terreno di Eluana, è logico concludere che per qualcuno i genitori terreni vorrebbero “uccidere” la figlia. L’ideologia può accecare. Anche l’ideologia che deriva dalla degenerazione della fede acceca. Si tratta di un fenomeno già riscontrato nella storia della Chiesa: con lo stesso zelo che oggi intende difendere la vita, nei secoli passati si seminava morte mettendo al rogo chi la pensava diversamente. Un tempo i roghi, oggi le insinuazioni di omicidio verso il padre e la madre di Eluana: io non vedo una significativa differenza per quanto attiene alla qualità della violenza.

Ma vengo al rapporto tra Eluana e il Padre celeste. Come ho imparato da un anziano professore di teologia morale, procedo secondo uno schema forse un po’ rigido ma certamente in grado di contribuire alla chiarezza e al rigore del ragionamento. Di fronte a qualunque evento, quindi anche di fronte al caso Eluana, occorre chiedersi se Dio lo vuole o non lo vuole. La domanda quindi è: Dio ha voluto l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 che ha condotto Eluana alle condizioni a tutti note, e vuole da allora che questa giovane donna viva così come vive, senza favorirne la guarigione? Alla domanda si può rispondere sì o no, e a seconda della risposta discende una particolare teologia e poi una particolare etica.

A partire dalla rivelazione depositata nella Bibbia entrambe le risposte sono possibili. Chi sostiene che Dio lo vuole si può rifare a Isaia 45, 7: “Io sono il Signore e non ve n’è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo”. Questo testo biblico afferma che Dio provoca la sciagura: quindi anche quella del 18 gennaio 1992 ha in lui la sua causa. Nulla infatti può avvenire nella storia che sia contrario alla volontà di Dio. Tanto più se si tratta dell’uomo, oggetto di cura privilegiata: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valere più di molti passeri” (Matteo 10, 29-31). Ogni giorno molti “passeri” cadono a terra: avvengono decine di incidenti sulla strada e sul lavoro, fioriscono malattie di ogni tipo (solo di tumori ce ne sono almeno un centinaio di specie), nascono bambini malformati (le malattie genetiche censite sono oltre seimila)… se si dovessero elencare i mali che colpiscono quotidianamente il genere umano non basterebbe l’intero giornale. Dio però secondo questa visione governa i singoli eventi con onnipotenza, egli è all’origine di ogni cosa che nel bene e nel male avviene nel mondo, soprattutto per noi, “suo popolo e gregge del suo pascolo” (Salmo 100, 3). Egli è il Signore, e non ce n’è un altro: non c’è “il caso”, cui ricondurre almeno qualche evento. La volontà divina manifesta se stessa nella fisicità di ogni evento, il legame tra il Dio personale e il mondo è diretto, forte, assoluto.

Alla domanda se Dio abbia voluto l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 e ciò che ne è seguito si può anche rispondere no, risposta altrettanto legittima alla luce della rivelazione depositata nella Bibbia. Quasi in diretta contrapposizione col testo di Isaia citato sopra che attribuisce a Dio la luce e le tenebre, la Prima Lettera di Giovanni afferma che “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Giovanni 1, 5), arrivando poi per due volte a dire che “Dio è amore” (1 Giovanni 4, 8 e 4, 16). Il testo non dice che Dio ha amore, ma che “è” amore, nel senso che l’essenza di Dio è l’amore, e quindi egli non può che volere e operare secondo l’amore, come il padre di cui parla Gesù nella famosa parabola di Luca 15. Ma occorre andare oltre, perché tale amore che è Dio ha assunto carne umana, prefigurando così il paradigma ontologico ed etico in base al quale il bene è sempre il bene dell’uomo concreto. Dopo l’Incarnazione non si può più rimandare a un bene misterioso che l’uomo concreto nella sua carne non comprenderebbe. No, dopo l’Incarnazione il bene è sempre il bene dell’uomo concreto.

Tra le due ipotesi io sostengo la seconda, cioè che Dio non abbia voluto l’incidente e non voglia mantenere ancora adesso Eluana nelle condizioni a tutti note senza favorirne il risveglio alla vita normale (e intendo per normale una vita umana che, oltre alla dimensione vegetativa, conosca la dimensione sensitiva e quella razionale e sia in grado di aprirsi alla dimensione spi