i miei libri

Extra Omnes
L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi
Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"
luoghi dell'anima
Irlanda

Nuova Zelanda
compagni di viaggio
Margot

Moby Dick
|
versione 2.0
Aggiornato: 1 ora 10 min fa
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di Marco Ciriello
RADIOBAHIA: suona
“Way to blue”
di Nick Drake
13.
Fred Astaire ha un magazzino del pesce a Helsinki e non balla più. A sera, quando chiude, va a pattinare sul ghiaccio portandosi dietro l’odore di merluzzo. Tornare a casa è sempre difficile. Di notte sogna enormi pesci da congelare, pesci strani, non da mangiare, belli da guardare, magari da incorniciare. E quando pattina, sotto la torre, guardando gli altri: pensa che Dio è una invenzione della solitudine. Sono pensieri obliqui che il ghiaccio scatena, lontano dalle aringhe, diventa un altro. Aveva interesse per la musica, un tempo. Ora, ha solo ricordi. E scivola, scivola fino a non trovare senso. Niente scelte e niente risposte. Nessuno noterà le differenze, perché nessuno è al riparo e tutti girano in tondo.
Radiobahia suona ogni venerdi all’alba sul quotidiano IL MATTINO
RADIOBAHIA: [ 001 ] [ 002 ] [ 003 ] [ 004 ] [ 005 ] [ 006 ] [ 007 ] [ 008 ] [ 009 ] [ 010 ] [ 011 ] [ 012]
[ Nick Drake, da Way To Blue (An Introduction To Nick Drake), Way to blue, track 03, Island, 1994]
[ immagini di Fred Astaire dal film "Puttin' on the Ritz", 1930 ]
a
RADIOBAHIA: racconti per canzoni [013]
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LA PISTA
Tutto è pronto.
Vi aspettiamo
LA PISCINA
Non è ancora troppo tardi
per capire e scegliere.
UNA COPPIA
State tranquilli.
Non vedrete questo.
Questo sarà fatto
prima del vostro arrivo.
[ Video clips realizzati dal Theatre du Soleil di Ariane Mnouchkine con il contributo di dissidenti cinesi, rifugiati tibetani. Reporters sans Frontières, e Mémoire magnétique. ]
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PECHINO 2008
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di Giuseppe Catozzella
Gentile Maestro (mi spingerei anche fino a chiamarla “caro”),
le scrivo solo dopo la sua dipartita, perché mai avrei osato mettere delle parole su carta con lei ancora in vita. Se c’è infatti una cosa che posso dire di aver appreso dalla stretta e fortunata frequentazione della sua persona è un certo diffuso senso di umiltà, che ci deve far abbassare il capo e dirottare lo sguardo al cospetto dell’altrui maestria, e convincere a sopprimere i naturali impeti di imitazione, o gli esili moti di ispirazione. Nessuno, se posso permettermi, ma già le espressi questa considerazione una volta, nessuno, nel campo della letteratura, nel nostro – come lei usava definirlo – sfortunato Paese, era più Maestro di lei.
Ora che lei non c’è più comprendo tristemente quanto non si era mai stancato di dire sul fatto che la morte sia il compimento della vita, e non certo una sua negazione, così come l’età adulta è il naturale sbocco di quella infantile, e la vecchiaia della maturità.
Quanto mi mancano, in queste ore, le giornate intere a battere su questo mio stesso computer tutto ciò che in quella piccola e ordinatissima stanza d’ospedale lei mi dettava! Questo, per pudore, mai gliel’ho confidato – non s’adatta infatti a un uomo che non sia vile parlare di denaro – ma io l’avrei fatto anche gratuitamente: erano lezioni di vita che avevo aspettato per tutta la mia esistenza. Che fortunata coincidenza per me è stata imbattermi in lei, o meglio, che lei si imbattesse in me!
Io, umile segretario amministrativo di una ditta di cinque dipendenti con l’unico dono di avere dita veloci.
E adesso, invece, quanta sfrontatezza! Dopo nemmeno quarantott’ore dalla sua dipartita mettermi a scrivere! E proprio a lei! A proposito, perdoni la scrittura così minuta, ma è al solo scopo di ingombrare il meno spazio possibile sul foglio. Quello che farò sarà infatti accartocciare, una volta terminata, questa umile lettera, e depositarla al camposanto, spinta ben in fondo al vaso di fiori freschi – quello applicato alla sua lapide – che credo continuerò a cambiare ogni giorno per molto tempo. Questo sarà il mio strano modo di consegnargliela, e anche di cedere a un istinto, che non riesco a comprendere da dove sia nato – e del quale certo lei avrebbe avuto molto da dire – che mi porta a espormi a un pericolo che potrei evitare di correre. Anche perché qualcosa dentro di me è convinta che lei stia già sentendo (e fors’anche guidando) queste mie stesse parole, proprio in questo momento in cui le sto scrivendo. Credo sia la parte più atavicamente cristiana della mia natura, credo sia la voce della mia nonna paterna che davvero non ha mai smesso di parlarmi da un angolino del mio cuore.
Quanto parlare si è fatto, in queste ore, di lei! Su ogni canale televisivo, in moltissime trasmissioni, certo su tutti i giornali. È stato chiamato con nomi che credo la farebbero sorridere. Si ricorda quando, negli ultimi mesi, aveva preso a chiedermi, sempre verso le quattro del pomeriggio, di issarla sulla sedia a rotelle e di portarla nel lussureggiante giardino dell’Hospice per fare due passi? E ricorda quando mi disse, all’ombra di quell’enorme quercia che lei tanto amava, che a volte, quando il dolore si faceva insopportabile e non c’era morfina ad alleviarlo, se fosse riuscito a dimenticare il suo nome, insieme a quello se ne sarebbe andato anche tutto il dolore? Be’, dovrebbe sentire in quanti modi la stanno chiamando adesso! E tutto sommato, davvero credo che la cosa in fondo le farebbe anche piacere.
Ci tengo a confermarle, e già le dissi da subito che non sarebbe accaduto, che non mi è nato alcun senso di colpa, a cose fatte, a “missione compiuta”, come ebbe una volta lo spirito per chiamare il nostro patto.
Non mi sento affatto in colpa per aver fatto quello che lei desiderava più di tutto che facessi: eliminare da questa terra un po’ della sofferenza “fisiologica”, come lei disse un’altra volta, che la terra stessa genera. E, questo sì, forse un po’ mi preoccupa, spero di non dover utilizzare tutto o parte del denaro che lei mi ha lasciato, e che in verità è davvero molto, per pagarmi un buon avvocato per le eventuali spese processuali a mio carico.
Ecco, l’ho fatto! Come mi sento più libero, ora! Non si deve preoccupare, caro Maestro, non ha generato un mostro, o un uomo cattivo da uno buono, esponendolo in maniera così diretta e attiva alla morte. Non tema!
Non so come, ma l’averle parlato così francamente e come dire direttamente, quasi come a un amico – se me lo concede – mi dà la forza per aprirmi di più a lei.
So che questa mia decisione difficilmente la troverà discorde, ma comunque per me non è affatto facile parlarne. Ci proverò di nuovo tutto d’un fiato.
Il notaio Balsecchi, quello a cui ha consegnato le sue volontà testamentarie e che, come sa, è in certo senso l’artefice del nostro primo incontro, in quanto è lo stesso notaio della ditta per cui per tanti anni ho lavorato, non è persona esente dal contagioso morbo della concussione. E io stesso – lo caccio fuori in un solo, breve, spero questo sì, indolore, moto – della corruzione.
Eppure in cuor mio non mi sento di averla tradita, gentile Maestro. Lei avrebbe destinato tutti i suoi averi alla beneficenza, non avendo parenti o amici fidati che meritassero il suo ricordo, e io, pagando molte migliaia di euro – di quelle che lei stesso mi aveva lasciato per la causa in mia difesa – al notaio Balsecchi, ho ottenuto che mi intestasse la sua casa con giardino sulle rive del lago di Lecco, da cui adesso le sto scrivendo, e in cui, lo so, lei ha passato tanti felici e solitari anni, dedito alla sua amata scrittura.
Non mi consideri, la prego, una serpe approfittatrice. Credo solo che anch’io abbisognassi di un po’ di beneficenza, non foss’altro che per lenire i sacrifici di una vita triste, monotona e, ne sono convinto, mediocre, aldilà di quello che si possa dire sulla mediocrità della vita in sé stessa.
E che meraviglia svegliarsi con il sole che filtra attraverso le persiane di legno, dopo aver riverberato infinite volte sulle placide e pigre onde del lago! Che intensa, inattesa e genuina meraviglia uscire ancora in pigiama sul balconcino ovale che si apre sulla frizzante aria lacustre di primavera! Quanto doveva esserle mancato tutto questo, nei due anni passati nell’Hospice, piagato dal cancro che ogni giorno la divorava dall’interno più ancora che dall’esterno, destinato a spegnersi nella più totale solitudine, non fosse stato che per le visite che puntuali riceveva da colleghi, giornalisti o editori, e poi da me. Però, quanto abbiamo condiviso in quei due anni! Quanto realmente lei mi ha insegnato!
Una passione intensa per la vita, quella stessa che l’ha portata a decidere di togliersela con le sue mani, o meglio utilizzando quelle di un suo umile servitore: le mie. Una passione intensa per la vita, fino all’ultimo respiro, attraverso il quale – come il suo caporale del famosissimo Il caporale di cent’anni – io e solo io l’ho sentita pronunciare fra le labbra che cercavano fameliche l’aria che il respiratore aveva smesso di fornirle: “Si sta compiendo la vita”.
La vita è stata dunque il suo ultimo pensiero. E che pensieri inarrivabili mi dettava poi ogni giorno in quello che avrebbe voluto fosse il suo capolavoro, il compimento della sua opera, la ragione della sua stessa vita. Pensieri che io non riuscivo, certo, del tutto a comprendere, tanto erano quasi “indicibili”, come lei stesso diceva, in alcuni dei sempre più rari momenti di euforia, che si alternavano a quelli più frequenti di depressione. Pensieri profondissimi e che quasi dolevano da quanto erano chiari e lucidi, e per come illuminavano dal “fondo del tunnel”, come lei amava esprimersi, tutto il percorso.
“Mi sento fortunato, Cesare, provo la felicità dell’eletto, poiché mi è stata concessa la possibilità di naufragare in mezzo a tutto questo dolore fisico. Questo sono, in questi ultimi preziosissimi attimi, in codesti momenti inestimabili, questo e solo questo io sono: un naufrago. Abbandonato dalle altre anime, e pur anche dalla mia, galleggiando in questo mare gelido e dolorosissimo, passo affianco a ogni cosa, che mi invita a descriverla per come è. Lo capisci, Cesare, lo comprendi, anche tu, ora? È la cosiddetta anima, la nostra zavorra! Adesso ne sono privo, sono totalmente disumanizzato, e da qui ti posso dire tu chi sei. Si sta compiendo la vita, Cesare. Si sta compiendo la vita.” Questa è la fine del suo Il caporale di cent’anni, che certo tutti hanno letto e amato. Ed è pure per questo libro che io le concedevo di sbagliare il mio nome, di chiamarmi alle volte Cesare, senza prendermela in alcun modo, come invece forse avrei anche fatto.
In due anni abbiamo raccolto circa settecento pagine di “pensieri dal capolinea”, di pensieri dall’Hospice. Questo titolo a volte le piaceva, I pensieri dall’Hospice, e le concedeva alcuni momenti di infantile contemplazione di quello che sarebbe stato il suo libro, che certo avrebbe finito per sopravviverle. Un senso di insopprimibile orgoglio, ma anche un insano germe di frustrazione atavica. Immancabilmente scorgevo nei suoi occhi i segni di una tristezza immonda, inaudita, sproporzionata.
Di solito ormai quello era diventato, negli ultimi quattro o cinque mesi, da quando aveva cominciato a sentire la fine avvicinarsi sempre più inesorabile, il pensiero che quotidianamente la traghettava nell’opposto interregno, quello della più profonda depressione, che finiva per durare fino alla mattina seguente.
Concludo questa lunga lettera di nuovo tutto d’un fiato, sperando che non se ne avrà a male se seguirò quella che in tutta sincerità credo sia la cosa che più renda giustizia alla sua persona: brucerò, una pagina al giorno, e partendo da questa stessa sera, nel camino della grande sala al pianterreno, tutto ciò che in questi due anni mi ha dettato: due anni per costruire, altrettanti, circa, per distruggere. E credo che il “circa” le sarebbe molto piaciuto.
Suo umilissimo servitore
(Immagine: Rudolf Schlichter - Autoritratto)
a
Diecimila battute precise
Mer, 06/08/2008 - 18:21
di Francesca Matteoni
Il 4 agosto è sempre stato un giorno speciale per me: in questa data nel 1792 nasceva infatti nel Sussex Percy Bysshe Shelley, il poeta romantico che amavo da ragazzina. Avevo circa tredici anni - dopo aver letto Ode to the West Wind su una vecchia antologia liceale, mia madre mi regalò un’edizione italiana delle sue poesie con traduzione di Roberto Sanesi. Nella mia fantasia Shelley divenne molto di più dell’autore di poesie o del bel volto efebico dei ritratti – morto giovane, al largo di Livorno, personaggio idealista che conversava con le rovine di regni immaginari, con la maga di Atlantide, con il cantore del mattino (l’allodola, dove Keats che avrei conosciuto dopo, sceglieva la malinconia lunare dell’usignolo) e naturalmente con il turbine di foglie nel vento occidentale, si trasformò in uno spettro inquieto che rispondeva alla mia adolescenza. Il fatto che in realtà non lo “vedessi” se non tra i versi tradotti e le mie prime faticose incursioni nell’originale, non costituiva un problema: avevo collezionato una serie di amici fantastici di cui lui era soltanto l’ultimo ed il più eccezionale.
Il 4 agosto rappresentava quindi fino ad oggi uno dei giorni-simbolo per i miei dialoghi con i morti, nei quali sempre più spesso vorrei indugiare, fuggire.
Perché continuo a ritenere questi dialoghi nella loro inutile introiezione molto più fertili, o per lo meno felici, di quelli con la maggioranza dei miei contemporanei e conterranei. Ma il 4 agosto 2008 non posso esimermi dall’Italia che scende in piazza, nei centri cittadini, e non è la nazionale di calcio. È l’esercito. L’ultimo successo del pacchetto sicurezza del nostro attuale governo. L’avvocato Ignazio La Russa si dichiara contento della scelta di pattuglie a piedi, che guadagnano così maggior visibilità (mitra compresi). In fondo è simpatico, il personaggio La Russa, baffuto e occhio-ceruleo, tifoso dell’Inter, ospite di svariati contenitori televisivi, doppiatore dei Simpson, imitato da Fiorello nel suo accento siciliano, fedele alla linea, ma sempre generosamente disponibile al confronto nei talk-show. Ispira un certo moto affettivo, anche se per esaurimento mediatico, per abitudine involontaria. Davanti a questo straordinario curriculum, il fatto che sia Ministro della Difesa passa legittimamente in secondo piano, le sue dichiarazioni esuberanti diventano accettabili nel bonario paese del bengodi, dove l’umana simpatia è tutto. Resa giustizia al nostro ministro e all’ambito a cui appartiene mi resta però un dubbio. L’esercito scende per strada. Ma in quale conflitto, in quale guerra civile si trova esattamente coinvolta l’Italia? Chi è il nemico dove si nasconde? In quale modo lo riconosceremo? I nemici di una volta avevano per lo meno il buon gusto di rendersi identificabili. Emanavano una puzza terribile, si lavavano con il sangue di bambini cristiani, nascondevano un marchio diabolico, un occhio torvo infetto in un corpo guasto di vecchia, si aggiravano nei luoghi pubblici con strani barattoli colmi di un grasso biancastro per diffondere il morbo, avevano il carnato bruno del feroce Saladino (in seguito una famosa figurina), parlavano una lingua straniera. Queste ultime due categorie, in effetti, le abbiamo ancora. Ma il nemico ha imparato il mestiere, si è fatto scaltro, abile trasformista: nel tempo di uno zapping riesce ad essere simultaneamente il più classico clandestino (un must assoluto), il gruppo giovanile nazifascista che massacra un coetaneo in branco, (ma sia chiaro senza traccia di ideologia e dopotutto non bruciano bandiere), un branco di allegri stupratori, l’anonimo venditore di anfetamina, il bullo della scuola, l’aspirante redattore di testamento biologico, la donna che abortisce, il professore universitario che scrive una lettera… Un aggressore eclettico insomma, che, nutrito dal solito humus genetico-culturale, risponde alla capacità camaleontica dei suoi persecutori più in voga, i quali al saluto romano antepongono il sorriso dell’imbonitore, all’attentato politico preferiscono lo sberleffo e la prepotenza verbale, al posto delle bonifiche e della Libia ci “regalano” Milano 2 e Milano 3, le più belle città d’Italia, a detta del filantropo supremo, ché Venezia e Firenze sono solo muffa e pantegane dell’Arno. Le care vecchie pantegane. Il male, si sa, ha dinamiche prevedibili eppure ci coglie sempre impreparati. In questa situazione di smarrimento identitario-collettivo il ruolo dell’esercito diventa allora necessario per il bene di ambo le parti. Perché da chiunque sia estirpato il nemico, perché il potere trovi conferma della sua natura primigenia, nonostante gli scossoni e le pelli cambiate nell’ultimo cinquantennio. C’è bisogno non tanto del singolo, del soldato esperto che fa il suo lavoro, che come tale, si spera, sa anche quando non farlo, ma dello spauracchio stolido di arma e divisa sollecito al richiamo di grandi parole. Si nasconde da qualche parte, implicita, la solita vecchia formula come una carta moschicida per la coscienza - “Credere. Obbedire. Combattere”. Parole piene di speranza, lealtà, coraggio, tradite nella loro essenza. A cosa? A cosa? Per cosa? Per cosa marcia l’esercito in strada? In cosa credono? In cosa crede chi ce li manda? A cosa educano intimidazione, repressione, paura? Perché tanta solerzia governativa non viene spesa nella conoscenza dell’altro oltre che nella sua espulsione radicale, come un corpuscolo morto dall’occhio? E molte altre domande spontanee a raffica, domande dettate dal comune buon senso, domande che si fa mia nonna che ha la quinta elementare, che pure in pochi sembrano porsi. Nemmeno i morti mi danno consolazione. Perché parlo da sola. Certo non mancheranno coloro che la pensano come me e coloro pronti a viziare le mie intenzioni, ma mancano gli interlocutori reali, la dialettica: ovunque si diffonde la stessa omologazione acritica, la tendenza aprioristica a schierarsi “contro”, una sorta di rassegnazione sognante per cui qualsiasi cosa succeda non ci riguarda, in fin dei conti.
Credere. Obbedire. Combattere. Come sarebbero nobili, svincolati dall’ideologia in cui fioriscono, questi verbi. Ne mancherebbe però un quarto. Il meno altisonante, il più umile, sempre esule, malsopportato nel vocabolario di ogni tempo. Riapro un buon libro, il segno si trova da solo per quante volte ho letto quella pagina, che mi commuove, da sciocca quale sono. È l’Apologia della storia di Marc Bloch. Lo apro per illudermi forte nella materia che ho scelto su tutte, anche su letteratura inglese che pure amavo di più, ho amato fin da bambina. Storia. Il tentativo di indagare un frammento del nostro passato, per trovare una strada, lasciare testimonianza, così che, se non noi, coloro dopo di noi potranno apprendere, riflettere, criticare, essere migliori. Tesi di dottorato, articoli, libri chiusi nelle biblioteche, noiosissime lezioni scolastiche piene di numeri e date.
“Un motto in sintesi, domina e illumina i nostri studi: “comprendere”. Non diciamo che il bravo storico è estraneo alle passioni; ha per lo meno quella. Motto, non nascondiamocelo, carico di difficoltà, ma anche di speranza. Soprattutto, motto carico di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. È comodo gridare: “a morte!”. Non comprenderemo mai abbastanza. Chi è diverso da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un cattivo. Anche per condurre le lotte che non si possono evitare, un po’ più di intelligenza delle anime sarebbe necessaria; a maggior ragione, per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, purché rinunci alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire da questo difetto. Essa è una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro fra gli uomini. La vita, come la scienza, ha tutto da guadagnare dal fatto che questo incontro sia fraterno”.
Per contrasto, con il 4 agosto rovinato, mi rivedo qualche mese fa, a Milano, in piena campagna elettorale. Non ero mai stata a Milano in quella situazione. Alcune stazioni della metropolitana erano chiuse per via di un tentato suicidio e da Piazzale Loreto ho dovuto prendere l’autobus, viaggiando in superficie. Ovunque capeggiavano manifesti di Alleanza Nazionale e Forza Italia, inneggianti a grandi lettere la questione sicurezza. Ne ricordo uno in particolare con Gianfranco Fini, la posa rassicurante, composta, lo sguardo senza emozione che gli è tipico, sopra una frase che diceva più o meno “Mai più clandestini sotto casa”. La corsa in autobus era affollata e lenta, un’anabasi in delirio, l’effetto del mezzo unito a quello dei manifesti mi aveva stordito con una leggera nausea – credo di aver tenuto per dieci minuti buoni la bocca spalancata come davanti a cose mai lontanamente sospettate. Mi è sembrato per un po’ di essere dentro uno di quei film americani anni Cinquanta sugli alieni, La cosa da un altro mondo oppure L’invasione degli ultracorpi. I clandestini (ma a posteriori avrebbero potuto essere individui qualsiasi appartenenti alla categoria del nemico, elencati sopra) scoppiavano come enormi baccelli viscidi dentro la testa, il torace, il sesso. Prendevano le mie fattezze, si impossessavano delle mie cose fino a gettare la mia carcassa inservibile in una discarica di corpi a cielo aperto. Avvertivo una terribile sensazione sudaticcia di asfissia. Solo che non era un set cinematografico. È il mio paese.
Immagine: Kevin McCarthy, Dana Wynter ne L’invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956)
a
Credere, obbedire, combattere (di quando l’esercito scendeva per strada)
Mer, 06/08/2008 - 08:30
di Gianluca Veltri
Non lo chiamavano ancora Myanmar, quando vi nacque il cantautore Nick Drake. Né Yangoon. Nel 1948 era ancora Birmania, era ancora Rangoon. Nick era il rampollo di una famiglia britannica benestante, papà ingegnere. Il suo destino era una privilegiata vita coloniale, in quel lembo di Sudest asiatico post-bellico gravido di futuri conflitti. Ma il destino si diverte a invertire le rotte, a sparigliare le giocate, e Nick si ritrovò ancora bambino, con la sua famiglia – daddy Rod, mamy Molly e la sorella maggiore Gabrielle – nell’Inghilterra culla dei genitori. I Drake ripararono lì, in Birmania non tirava più buona aria. Warwickshire, campagna in stile Miss Marple, Tanworth-in-Arden. Un villaggetto signorile e discreto, la cattedrale trecentesca intitolata a Maria Maddalena e un’atmosfera che sembrerebbe fatta apposta per attutire i conflitti. Non fu così per Nick, che amò e odiò quel borgo, ne fuggì lontano e sempre lì tornò, fino a morirvi a soli 26 anni, nel 1974.
Nick Drake era un giovane di talento. Imparò da solo a suonare la chitarra acustica, divenendo bravissimo. Frequentò il college di Marlborough negli anni ‘60. La passione per la musica gli fece interrompere gli studi, lo portò a Londra, dove fu notato da Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention. Qui comincia la carriera breve di Nick Drake. Incise in vita solo tre album, ma ognuno di essi è diventato un disco-mondo, capace di assurgere a canone. Five Leaves Left (1969) è Bach che entra nel rock impressionista, è archi e chitarra, onirismo bucolico e sinfonia. Bryter Lyter (1970) è l’almanacco dei crocevia, rimpasto di musiche nere, folk inglese e inquietudine. Pink Moon (1972), «basta orpelli», è l’epitaffio leggendario che riscrive il manuale del cantautore, una nudità emotiva quasi scandalosa, solo voce e chitarra, registrato tutto in una notte. Non ci saranno altri dischi. Nick, ritiratosi nella casa paterna, visse in preda a un forte disagio psicologico i suoi ultimi tempi. A Tanworth il musicista diverrà prigioniero di un black eyed dog, un cane dagli occhi neri che gli mordeva l’anima. Lo trovò a letto sua madre, una mattina tardi di novembre, ch’era freddo ormai. Overdose di sonniferi, prescrittigli per tentare di oltrepassare indenne le notti angosciose. Nessuno potrà dire mai con certezza se si trattò di suicidio. Sul piatto i Concerti brandeburghesi di Bach; sul comodino il Mito di Sisifo di Camus. Il mito di Drake, finalmente, poteva cominciare.
Il 19 giugno Nick avrebbe compiuto 60 anni.
La ricorrenza sessantennale non passa certo inosservata. Vicino Firenze il popolo italiano dei drakeiani si è dato convegno proprio il 19, per ricordare un musicista che è diventato oggetto di culto dopo essere stato ignorato in vita.
Ma perché, a sessanta anni dalla nascita, questo romantico ragazzo inglese carismatico e bello, allampanato e timido, che s’inventò modi inediti d’esser poeta e musicista, è diventato un classico che continua a esercitare forte influenza sulle successive generazioni? E, si badi, non solo sui musicisti anglo-americani - scontato: dai REM a Beck, da Elton John a Paul Weller ai Cure, tutti adorano Drake. Ci riferiamo soprattutto agli artisti di casa nostra.
Dice la giornalista Paola De Angelis, che ha scritto un libro su di lui: “Drake è cool per eccellenza: esegue linee di chitarra intricatissime senza sfoggio di virtuosismo. Con lui sembra sempre tutto semplice, naturale, come l’universo a cui appartiene, quello di due grandi poeti come Blake e Keats, incentrato sulla visione e sulla natura.”
Da noi la drakemania mette d’accordo tutti e ha dato origine a operazioni che si sono spesso rivelate di ottima fattura. A Roma, nel 2006, si è svolto un happening a Villa Doria Pamphili, Way to Blue (come una canzone di Drake), al quale hanno preso parte una ventina di musicisti, tra cui Simone Cristicchi, Niccolò Fabi, Marco Parente. Motore dell’iniziativa, l’insospettabile Roberto Angelini, cantante pop che raggiunse la notorietà qualche stagione fa con un motivetto radiogenico dal titolo Gattomatto. Folgorato da Drake, Angelini ha inciso un album dedicato al songwriter, Pong Moon – Sognando Nick Drake, rifacendo le sue canzoni rispettosamente e con ottima tecnica chitarristica.
Nel libretto del suo ultimo disco “Rosso Rembrandt”, il musicista sardo Mariano Deidda sì è fatto immortalare di spalle con cappotto nero, su una spiaggia deserta. C’è un popolo trasversale che ha colto la citazione: è un omaggio a Nick, del quale è celebre una posa identica, mentre malinconicamente passeggia pensoso su qualche battigia invernale. “Nick Drake è immortale” dice Deidda, che rivendica d’essere nato anch’egli il 19 giugno, “perché la sua è splendida musica, che non fu di moda ai suoi tempi ma lo sarà per sempre.”Era troppo avanti, continua Deidda, ”era fuori dagli schemi, le sue canzoni non erano facilmente marketizzabili. Ma è il motivo per cui non sono mai diventate effimere. Al contrario, sono standard slegati dall’epoca in cui furono composti. A suo tempo andavano i cantautori più fricchettoni, o impegnati. Erano più vendibili Cat Stevens e Donovan”.
Nick Drake era ossessionato dalla fama (mancata). Potremmo accostare l’epilogo della sua parabola a quello di Rino Gaetano, per motivi uguali e contrari. Nick, trascurato e consunto da un vuoto di risonanza della sua opera; Rino, bruciato da una fama conquistata, capace di snaturare e mistificare la sua autenticità. Entrambi vittime della fama, in una fase di profonda crisi nelle rispettive vite.
Nick cantò della fama in Fruit Tree, uno dei suoi brani più profetici: “Gli uomini di fama/ non possono trovare una strada/ sinché il tempo non sia volato/ lontano dal giorno della loro morte”. Perché quell’esordiente 21enne era tanto sicuro del proprio successo postumo, mentre (quasi) nessuno se lo filava? Cosa sorreggeva il suo ego frustrato, tanto da fargli dire alla mamma: “Ho fallito in tutte le cose in cui ho provato”? Con il suo disperato insuccesso in vita, la silenziosa uscita di scena che cominciò goccia a goccia ad alimentare la leggenda, Nick Drake sembra quasi aver concertato modi e tempi per lo splendore seguente della sua stella.
A metà degli anni Ottanta si ricominciò a parlare di lui. Fu ripubblicato. Uscirono a poco a poco degli album nuovi, che pescavano nei cassetti brani inediti. L’ultimo, Family Tree, è uscito qualche mese fa.
Nick Drake oggi compirebbe 60 anni. Difficile immaginare un eterno ragazzo che diventa signore attempato, sulla soglia dell’ultima fase di vita, perché Nick è un’icona giovanile, come James Dean, come Jeff Buckley, come il primo chitarrista degli Stones, Brian Jones. Si è conservato intatto fino a noi. L’olimpo di giovani talenti incapaci di reggere la propria contemporaneità si arricchisce a ogni generazione, ciascun tempo conosce i suoi (con)tributi. L’ultimo è l’attore Heath Ledger, il quale tra l’altro era grande ammiratore di Drake.
Tornando alla drakemania italiana, è curioso il risultato di una ricerca in questi territori. Qualsiasi cantautore si ritiene influenzato da lui. Alla periferia musicale, c’è uno stuolo di musicisti (Yo Yo Mundi, Virginiana Miller e altri) che un decennio fa si sono consorziati per un album dedicato a Drake, rifacendo tutte le canzoni del suo primo lavoro. Il titolo Five Leaves Theft, a parafrasare l’originale Five Leaves Left. Di Roberto Angelini e del suo Pong Moon (realizzato con il violinista Rodrigo D’Erasmo) abbiamo detto: un altro intero album di cover, anch’esso a parafrasare un titolo, Pink Moon. Quel che salta agli occhi è che l’omaggio a Nick è sempre integrale, ama farsi sistema: interi album di tributo. Lo stesso ha fatto un gruppo lombardo, i Blend, che ha licenziato un altro omaggio, un disco tutto per Drake dal titolo Far Leys, il nome della dimora di famiglia a Tanworth-in-Arden. Far Leys – Prati lontani - è meta da decenni di pellegrinaggi da ogni parte di mondo; l’attuale proprietario, ignaro e divertito, è sempre pronto a raccontarti delle visite di Brad Pitt, ma prima di Angelina Jolie. Un artista di Varese ha scelto come pseudonimo Black Eyed Dog, come uno degli ultimi brani di Nick, il più spaventoso, quello in cui il songwriter racconta come vive sentendosi braccato dal suo male, identificato con un cane dagli occhi neri. Un gruppo siciliano, indicato come la punta di diamante del New Acoustic Movement italiano, ha scelto come nome di ditta Second Grace, citando il primo verso di una canzone di Nick (Fly). Dice in proposito Fabio Rizzo, chitarrista dei Second Grace: “Quello che Drake ci trasmette è una profonda e irrisolta tensione, anche nei brani più quieti e ipnotici. Riesce a realizzare un vero e proprio miracolo di sintesi emotiva ed è per questo che siamo suoi adepti totali”.
Si potrebbe continuare con tributi e citazioni. Il mondo di Nick, sia quello reale che quello poetico-musicale, è meta di culto costante. E quando Nick Drake è utilizzato dai cineasti di casa nostra, è sempre un omaggio in formato maxi, mai en passant. Come in My name is Tanino di Paolo Virzì, in cui ‘Cello Song torna in più di un’occasione, a sottolineare un tasto ben preciso della narrazione (la fuga del protagonista inseguito). O come in Passato prossimo di Maria Sole Tognazzi, che contiene svariati inserti della musica di Nick Drake, che si fanno contenitori emotivi delle scene.
L’amore dei musicisti va di pari passo con un’investigazione letteraria che vede Drake protagonista di numerose pubblicazioni italiane: dai libri di Luca Ferrari (Un’anima senza impronte, Le dolci suggestioni della Luna Rosa), al romanzo del critico musicale Stefano Pistolini, Le provenienze dell’amore, fino alle analisi dei testi, che hanno visto ben due uscite italiane negli ultimi anni: Nick Drake – Tutti i testi di Flavia Ferretti e il recentissimo Journey through the stars di Paola De Angelis.
L’Italia ha festeggia i sessant’anni dalla nascita di Drake con passione e gratitudine: una giornata tutta sul musicista, il 19 giugno a Fiesole. Hanno parlato del songwriter i giornalisti Ernesto De Pascale e la stessa Paola De Angelis, con l’intervento di Robert Kirby, personalità autorevole della galassia-Drake: arrangiò in modo lussureggiante i primi due album del songwriter. A seguire, il film del cineasta olandese Jeroen Berkvens su Drake, realizzato senza che dell’artista esista una sola immagine in movimento. Un record: non c’è lo straccio di un filmato, se si eccettua qualche secondo di Nick bambino su una spiaggia birmana. Il film di intitola A skin too few, ossia una pelle troppo sottile, quel che rimproverava al cantautore sua sorella Gabrielle.
Infine, un bel lotto di composizioni di Nick sarà suonato da un ensemble orchestrale, sotto la direzione di Kirby, insieme a opere di Bach e Schönberg.
La Nike e la BMW, per rispettive pubblicità, hanno attinto a due melodie tratte entrambe dal terzo lavoro di Drake, Pink Moon. Com’è intuibile, sono universi assai distanti tra loro, quello delle multinazionali del Duemila e le spettrali composizioni finali di un cantautore degli anni ’70 malato e bucolico.
Perché amiamo Nick Drake? Forse perché tutti siamo affascinati dalla bellezza intangibile, o perché siamo o ci sentiamo sul crinale che separa la sensibilità dall’inebetimento, la ricchezza emotiva dalla catatonia, la fragilità dallo sperdimento. Forse perché amiamo sempre quel che è più facile a rompersi, sul ciglio del precipizio, ci innamoriamo della bellezza smarrita, cerchiamo conforto nella natura. Forse perché continuiamo a pretendere che il tempo ci dia risposte.
La parola a Paola De Angelis: “Drake, il bel ragazzo tenebroso, misterioso, di grande talento e dal destino triste, è a suo modo un eroe romantico. Ci struggiamo per lui, ci lasciamo sedurre e incantare, abbracciamo la sua richiesta di amore, di condivisione. Vorremmo prenderci cura di lui e in cambio farci accarezzare dalla sua voce”.
Un matrimonio fatto in cielo, direbbe Blake, il suo poeta preferito.
[precedentemente pubblicato su Diario del 15 giugno 2008]
a
Un cane dagli occhi neri
Mar, 05/08/2008 - 20:40
Mstislav Rostropovich
Johann Sebastian Bach, Cello Suite N.2, I. Prelude
[ molte pagine di Arcipelago Gulag furono scritte nella casa di Mstislav Rostropovich, che ospitò e nascose l'amico Aleksandr Solzhenitsyn ricercato dal KGB ]
da ARCIPELAGO GULAG
Traduzione di Maria Olsùfieva
Arnoldo Mondadori Editore 1974
A cuore stretto mi ero astenuto per anni dal pubblicare questo libro, già pronto: il dovere verso chi era ancora vivo prendeva il sopravvento su quello verso i morti.
Ma oggi che la Sicurezza dello Stato ha comunque in mano l’opera, non mi rimane altro che pubblicarla immediatamente.
Aleksandr Solzhenitsyn
settembre 1973.
In questo libro non vi sono personaggi né fatti inventati.
Uomini e luoghi sono chiamati con il loro nome.
Se sono indicati con le sole iniziali, è per considerazioni personali.
Se non sono nominati affatto, è perché la memoria umana non ne ha conservato i nomi: ma tutto fu esattamente così.
L’anno millenovecentoquarantanove ci capitò sotto gli occhi, a me e alcuni amici, una curiosa nota nella rivista Natura dell’Accademia delle Scienze.
Vi si diceva, in minuti caratteri, che in riva al fiume Kolyma, [1] durante gli scavi, era stato trovato uno strato sotterraneo di ghiaccio, antico torrente gelato, e racchiusi in esso esemplari pure congelati di fauna fossile (di qualche decina di millenni fa).
Fossero pesci o tritoni si erano conservati tanto freschi, comunicava il dotto corrispondente, che i presenti, spaccato il ghiaccio, li mangiarono sul posto, VOLENTIERI.
Probabilmente i pochi lettori della rivista si saranno meravigliati quanto lungamente il pesce può conservarsi nel ghiaccio.
Ma ben pochi avranno capito il significato vero, titanico, dell’incauta nota.
Noi lo capimmo subito.
Vedevamo chiaramente tutta la scena nei suoi minuti particolari: come i presenti spaccavano con accanita fretta il ghiaccio; come calpestando i sommi interessi dell’ittiologia e respingendo l’un l’altro a gomitate, si strappavano pezzi di pesce millenario, lo trascinavano al falò, lo sgelavano e si saziavano.
Lo capimmo perché eravamo tra quei PRESENTI, tra quella possente razza di detenuti, unica al mondo, che sola poteva mangiare VOLENTIERI un tritone.
Kolyma era infatti l’isola più grande e celebre, il polo della efferatezza di quello straordinario paese che è il GULag, [2] geograficamente stracciato in arcipelago, ma psicologicamente forgiato in continente, paese quasi invisibile, quasi impalpabile, abitato dal popolo dei detenuti.
Questo Arcipelago s’incunea in un altro paese e lo screzia, vi è incluso, investe le sue città, è sospeso sopra le sue strade, eppure alcuni non se ne sono accorti affatto, moltissimi ne hanno sentito parlare vagamente, solo coloro che vi sono stati sapevano tutto.
Ma, quasi avessero perduto la favella nelle isole dell’Arcipelago, essi hanno serbato il silenzio.
Per un’inattesa svolta della nostra storia qualcosa, infinitamente poco, dell’Arcipelago è trapelato alla luce.
Ma le stesse mani che stringevano le nostre manette ora si alzano a palme protese, concilianti: Lasciate stare! Non si deve rivangare il passato! Si cavi un occhio a chi lo rimesta!.
Il proverbio però aggiunge: E due a chi lo scorda.
Passano i decenni e rimuovono irrevocabilmente cicatrici e piaghe.
Certe isole nel frattempo hanno sussultato, si sono dissolte, il mare polare dell’oblio le ha inondate.
Un giorno, nel secolo futuro, questo Arcipelago, la sua aria, le ossa dei suoi abitanti, congelate nello strato di ghiaccio, appariranno ai posteri quale inverosimile tritone.
Io non avrò l’audacia di scrivere la storia dell’Arcipelago: non mi è stato possibile leggere i documenti.
Toccherà a qualcuno conoscerli, un giorno? Chi non vuol RICORDARE ha avuto tempo sufficiente (e ne avrà ancora) per distruggere tutti i documenti fino all’ultimo.
Io che sento gli undici anni passati lì, non come vergogna, non come sogno maledetto, io che ho finito quasi per amare quel mondo mostruoso e ora per di più, grazie a una svolta fortunata, sono diventato il confidente cui giungono tanti tardivi racconti e lettere, saprò io portare ad altri qualche ossicino, un po’ di carne? carne del resto ancor viva, del tritone; vivo, del resto, ancor oggi.
NOTE.
1.
Fiume nell’estremo nord-est della Siberia; lungo il suo corso superiore fu sviluppata l’estrazione dell’oro dalle miniere e la regione divenne famosa, fra il 1930 e il 1950, per i suoi numerosissimi campi di lavoro forzato, che fornivano tutta la mano d’opera occorrente per l’estrazione dell’oro. [^]
2.
GULag: sigla di Amministrazione generale dei campi d’internamento.
[Nota del Traduttore.] [^]
a
Aleksandr Solzhenitsyn [ 11.XII.1918 - 3.VIII.2008 ]
Mar, 05/08/2008 - 10:50
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RÊVERIE di Claude Debussy (1862-1918)
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a M…
Questa pendola di Sassonia, che ritarda e suona la tredicesima ora fra i suoi fiori e i suoi dei, di chi è stata? Penso sia venuta dalla Sassonia con le lente diligenze, in passato.
(Singolari ombre pendono ai vetri consunti)
E il tuo specchio di Venezia, profondo come una fredda fontana, alla riva di serpenti d’oro scrostato, chi si sarà rimirato? Ah! Sono sicuro che più di una femmina ha bagnato in quest’acqua il peccato della sua bellezza; e forse vedrò un fantasma nudo se lo guarderò per lungo tempo.
- Villano, tu dici sovente certe cose sconvenienti…
(Vedo delle tele di ragni in alto sulle grandi finestre)
Il nostro baule anche è cosi vecchio: contempla come il fuoco arrossa il suo triste legno; le tende illanguidite hanno la sua età e la tapezzeria delle poltrone denudata di belletto e le antiche incisioni alle pareti, e tutti i nostri vecchiumi! E non ti sembra che anche il bengalino e l’uccellino azzurro si siano stinti con il tempo?
(Non badare alle tele di ragni che tremano in cima alle alte finestre)
Tu ami tutto ciò ed ecco perchè posso vivere accanto a te. Non hai forse desiderato, mia sorella di sguardo di passato, che in uno dei miei poemi apparisse questa frase “la grazia delle cose sfiorite”. Gli oggetti nuovi ti dispiacciono, anche a te fanno paura con il loro ardire chiassoso e sentiresti il bisogno di usarle, - che è cosa ben difficile da fare per quelli che non provano gusto nell’azione.
Vieni, chiudi il tuo vecchio almanacco tedesco, che leggi con attenzione, nonostante sia uscito da più di cent’anni e i re di cui parla siano tutti morti e, accucciato sull’antico tappeto, la testa appoggiata fra le tue ginocchia caritatevoli sul tuo vestito pallido, o calma bambina, ti parlerò per ore intere, non ci sono più campi e le vie sono vuote, ti parlerò dei nostri mobili…
Sei distratta?
(Quelle tele di ragni rabbrividiscono da tanto tempo in alto sulle grandi finestre)
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à M…
Cette pendule de Saxe, qui retarde et sonne treize heures parmi ses fleurs et ses dieux, à qui a-t-elle été ? Pense qu’elle est venue de Saxe par les longues diligences, autrefois.
(De singulières ombres pendent aux vitres usées).
Et ta glace de Venise, profonde comme une froide fontaine, en un rivage de guivres dédorées, qui s’y est miré ? Ah ! je suis sûr que plus d’une femme a baigné dans cette eau le péché de sa beauté : et peut-être verrais-je un fantôme nu si je regardais longtemps.
— Vilain, tu dis souvent de méchantes choses…
(Je vois des toiles d’araignées en haut des grandes croisées).
Notre bahut encore est très-vieux: contemple comme ce feu rougit son triste bois; les rideaux allanguis ont son âge, et la tapisserie des fauteuils dénués de fard, et les anciennes gravures des murs, et toutes nos vieilleries! Est-ce qu’il ne te semble pas, même, que les bengalis et l’oiseau bleu ont déteint avec le temps.
(Ne songe pas aux toiles d’araignées qui tremblent en haut des grandes croisées).
Tu aimes tout cela et voilà pourquoi je puis vivre auprès de toi. N’as-tu pas désiré, ma sœur au regard de jadis, qu’en un de mes poëmes apparussent ces mots “la grâce des choses fanées”? » Les objets neufs te déplaisent; à toi aussi, ils font peur avec leur hardiesse criarde, et tu te sentirais le besoin de les user, — ce qui est bien difficile à faire pour ceux qui ne goûtent pas l’action.
Viens, ferme ton vieil almanach allemand, que tu lis avec attention, bien qu’il ait paru il y a plus de cent ans et que les rois qu’il annonce soient tous morts, et, sur l’antique tapis couché, la tête appuyée parmi tes genoux charitables dans ta robe pâlie, ô calme enfant, je te parlerai pendant des heures ; il n’y a plus de champs et les rues sont vides, je te parlerai de nos meubles…
Tu es distraite ?
(Ces toiles d’araignées grelottent longtemps en haut des grandes croisées).
[ traduzione di Orsola Puecher ]
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Molti brividi, oltre a quello di un inverno che è un tempo letterario ed estetico elettivo, increspano questa breve prosa poetica giovanile di Mallarmé. I segni stanno ancora al loro posto sulla pagina, non vi è ancora oscurità di senso e suono, ma gia il loro equilibrio accenna a farsi liquido ed instabile. La parole e i pensieri sono all’inizio del viaggio che si compirà trent’anni dopo e che li porterà a fissarsi a caso nella costellazione sparsa fra il vuoto tipografico di spazi di Un coup de dés jamais n’abolira l’hazard.
Il brivido è nell’insieme di domande senza risposta, nel dialogo discontinuo fra le due voci: la prima, una specie di personificazione del poeta, un flusso interiore conscio ed inconscio (le quattro misteriose parentesi refrain dedicate alle ragnatele tremanti sulle finestre), e la seconda, figura femminile, sposa, amante, bambina, complice e caritatevole sorella di sguardo di passato, che parla una sola volta, in un curioso, straniante, rimprovero piccolo borghese, ed alla fine nemmeno più ascolta, distratta ed astratta.
Il brivido è negli sguardi che vagano fra gli oggetti che non sono semplice materia, ma sempre contengono e richiamano qualcos’altro, è in uno specchio che non riflette, ma apre ad una dimensione parallela, fonda, fredda acquatica, in cui tremola il fantasma nudo, sensuale e peccaminoso della bellezza che vi si specchiò.
Il brivido è nel trascorrere dispari di quella misteriosa ora tredicesima che la pendola di Sassonia rintocca nel silenzio: una specie di ora che non c’è di un tempo interiore carico di passato e di mistero, che torna indietro, sempre volutamente attardato ed in ritardo.
Il brivido è nell’indugiare sulla consumazione degli oggetti, sopravvissuti e muti testimoni delle storie misteriose della catena dei loro proprietari, che è pregio, ricchezza di aura, sfocata e delicata bellezza che si oppone alla volgarità dell’oggetto nuovo, nell incapacità e nella non voglia di intervenire su di esso per usarlo, consumarlo e quindi renderlo bello, calmo, famigliare.
Intervenire sul presente pare un compito impossibile, inutile.
E’ questo salone antico dal quieto abbandono una stanza in viaggio siderale, forse trasportata dall’Angelus Novus di Klee, che vola all’indietro con gli occhi spalancati sul passato, già verso il silenzio e l’incomunicabilità del secolo successivo.
Photo © The Israel Museum, Jerusalem
E, fra i bagliori del fuoco acceso, unico punto di calore, in questa camera chiusa dai vetri opachi, che i ragni stanno pian piano murando di tremolanti ragnatele, dove fuori sembra essere sparito ogni paesaggio, ogni altro essere vivente e tutto è impallidito, sbiadito, con una velatura polverosa di una consumazione estetica necessaria, in cui il presente è prodotto dialettico della storia e del passato, già sta seduto, su una delle poltrone dalla tapezzeria lisa, con il viso appoggiato alla mano, assorto, un rilfesso di fiamma negli occhiali in tralice, Walter Benjamin:
Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora (Jetzt) in una costellazione. In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora (Jetzt) è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti.
W. Benjamin
Parigi, capitale del XIX secolo.
I passages di Parigi
Einaudi, Torino 1986, p. 598.
[ immagini animazione di Odilon Redon (1840-1916); Ophélie, Il ragno che ride ]
[ file musicale da Piano Society ]
a
BRIVIDO D’INVERNO [1867] di Stéphane Mallarmé
Mar, 05/08/2008 - 00:16
di Maurizio Braucci
“Ogni volta che ci dicono: perché non protestavate quando la camorra sversava i rifiuti tossici? Io salto dalla sedia. Ma come? Negli anni ’80 facevamo i presidi di notte, rischiando la vita, per bloccare i camion che lavoravano per la criminalità organizzata. Come pensate che siano nate tante inchieste dell’antimafia?” E’ Angelo Genovese a parlare, zoologo, ha 48 anni, ex attivista di Legambiente, oggi è tra quanti sono contrari all’apertura della discarica di Chiaiano.”La mia prima denuncia sullo sversamento dei rifiuti tossici risale all’85, allora la gestione stava nelle mani di piccoli clan locali da cui, noi attivisti, subivamo minacce ed intimidazioni perché portavamo alla luce un sistema del tutto abusivo e la legge era dalla nostra parte.” Pochi anni prima, nel 1980, Mimmo Beneventano, consigliere comunale del PCI, era stato assassinato ad Ottaviano perché si stava interessando della discarica della ditta La Marca. La situazione si aggravò dopo il 1982, quando venne approvato il DPR 915 che regolamentava l’attività di smaltimento rifiuti, e da cui poi, in seguito, si arrivava ad istituire un registro regionale per chi operava nel settore. Venivano fissati dei requisiti tecnici più elevati – numero minimo di mezzi di trasporto, siti di stoccaggio provvisori etc- in quella che sembrava una tutela contro il malaffare. Invece, in Campania, a causa dell’assenza di controlli e della corruzione della pubblica amministrazione, i clan più ricchi entrarono nel business creando delle società capaci di soddisfare i requisiti. Da allora, il traffico di rifiuti tossici dal nord Italia si è incrociato con lo smaltimento di quelli ordinari attraverso concessionari regolarmente iscritti all’albo degli smaltitori. Nell’89 bloccammo la discarica di Ercolano e, mentre eravamo lì, con la polizia presente, arrivarono dei camion carichi di rifiuti tossici. In quegli anni, grazie alle nostre denunce e a quelle di altri gruppi ambientalisti, si fecero varie interrogazioni parlamentari e le commissioni antimafia coniarono il termine ecomafie. Capisci adesso perché mi arrabbio quando ci dicono che noi campani non protestavamo contro la camorra?”.
Angelo mi parla con calma, ogni tanto si rammarica di non ricordare bene le date e mi rimanda al suo sito web dove sono pubblicati articoli di oltre vent’anni fa. Lui è uno dei collegamenti tra l’attuale movimento ambientalista campano e quello passato “Poi, negli anni ’90 mi feci da parte, le delusioni erano state tante, la frustrazione cresceva e anche la sfiducia nei partiti e nelle organizzazioni per cui militavo. Ho iniziato a pensare a me, alla mia famiglia, ma nel 2007 non ho potuto restare indifferente di fronte al fatto che volevano riaprire la discarica di Terzigno, nel Parco Nazionale del Vesuvio, che noi siamo riusciti a far chiudere 15 anni fa. Ed eccomi qui ancora, a protestare, solo che stavolta lo Stato non è più dalla nostra parte. Oggi lottiamo contro i decreti dei commissari speciali e del governo, contro leggi che contravvengono alla costituzione e all’ordinamento europeo”.
Nel febbraio del 1994, la gestione dei rifiuti in Campania viene commissariata, secondo alcuni si tratta di un metodo per razionalizzare e ammodernare una situazione giunta ormai al tracollo, secondo altri è anche un modo per eliminare la presenza della criminalità organizzata che ormai pervade la gestione delle discariche su tutto il territorio. Tuttavia, i poteri speciali del commissario di turno e un flusso elevato di soldi, fino ad oggi 2 miliardi di euro, in 14 anni non riescono a risolvere la crisi. Col tempo, il commissariamento crea un scollamento tra politica e società civile, gli obiettivi divergono e i poteri speciali, che dovrebbero servire ad imporre una strategia risolutiva, si pongono molto spesso al servizio di una rete affaristica e clientelare che oggi rappresenta il vero mostro che tormenta la Campania. Dopo tre commissioni di inchiesta parlamentare, un processo contro i massimi attori politici ed imprenditoriali della gestione, una cinquantina di arresti ed inchieste che si aggiungono a quelle già in corso, anziché di emergenza sarebbe più giusto parlare di “scandalo” rifiuti.
Pietro F., che ha ricoperto un incarico di rilievo alla Provincia di Napoli fino al 1996, racconta. “Ho preso parte a quella che chiamerei ‘fase 1’ dell’attuale emergenza. Allora già subodoravo che il commissariamento non sarebbe servito a risolvere la situazione ma, anzi, a peggiorarla. Nel 1995, con la giunta regionale di Antonio Rastrelli di An, ho visto il prevalere del consociativismo, l’emergenza offriva ai partiti la possibilità di trasformare una situazione di disoccupazione strutturale in una larga rete di clientelismi. Io stesso presi parte all’emanazione del primo bando di formazione per operatori ecologici che poi portò all’assunzione di 2.500 persone. Regione, Provincia e Comune aggirarono il collocamento e scelsero i corsisti anche tra liste di disoccupati create all’ultimo minuto, con evidente infiltrazione della camorra che comprava gli elenchi dei nomi da gruppi già esistenti. Fu una spartizione tra destra e sinistra, divisa in quartieri e aree, secondo le esigenze di ciascun partito che ne guadagnò bacini di voti. Con questa prima manovra, siamo arrivati ad avere oggi in Campania 12.000 addetti alla raccolta dei rifiuti, cioè 1 ogni 400 abitanti mentre la media italiana è 1 ogni 9.000.”.
Napoli e la sua provincia sono l’area più problematica a causa del grande flusso di rifiuti prodotto, il 75% di quelli regionali, e dell’altissima densità abitativa . Nel 2000 viene creata, per gestire l’igiene ambientale nel capoluogo, l’ASIA, azienda municipalizzata dove il Comune di Napoli ha la maggioranza azionaria e di cui nomina gli amministratori.
“Dopo anni di cortei tra i disoccupati” spiega Franco Catapano, dipendente dell’ASIA “Nel 1998 presi parte ad un corso di formazione di 1.500 ore per la raccolta differenziata. Nel 2000 fummo assunti dall’ASIA, eravamo in 2300 ma di cui solo 150 in possesso della qualifica, gli altri provenivano da lavori socialmente utili, cassa integrazione e mobilità, era una politica di assorbimento della disoccupazione. In 8 anni, quelli come me che hanno la qualifica non sono mai stati utilizzati per la differenziata, io ad esempio spazzo le strade, quel poco di differenziata che oggi si fa a Napoli, il 10%, la fanno i dipendenti generici. Dell’attuale organico di 2.200 dipendenti ASIA, solo la metà sta in strada, gli altri ricoprono livelli superiori e mansioni d’ufficio: autista, capogruppo, ispettore etc. Quindi, quando si dice che l’ASIA ha un eccesso di dipendenti si dice una mezza verità: gli addetti alla pulizia, gli operatori ecologici, siamo in pochi. Molti dei promossi sono i delegati sindacali, il che spiega perché l’azienda possa fare quello che vuole con le promozioni e i turni di lavoro. L’azienda è interessata solo alla raccolta dei rifiuti tal quale, perché deve rispettare gli appalti esterni, cioè consegnare l’immondizia nei centri di raccolta, fino a ieri gestiti dalla FIBE. Questo conviene pure ai dipendenti, perché è lavoro fatto di notte, con gli straordinari e un turno di riposo in mezzo, ma in cambio devono garantire che quando c’è emergenza vanno e raccolgono, ogni tipologia di rifiuti, senza dare problemi. La Corte dei Conti ha messo sotto inchiesta l’azienda per i milioni di ore di straordinari pagati, dopo averla già condannata per non aver fatto la differenziata, perdendo soldi dalla mancata vendita dei materiali riciclabili. Gli appalti esterni sembrano essere la cosa più importante per l’azienda, tutto avviene all’esterno: riparazione automezzi, pezzi di ricambio, guardiania, pulizia degli uffici e via dicendo. Fino all’anno scorso noi venivamo prelevati ogni mattina dai nostri distretti e portati nelle strade da spazzare a bordo di autobus di lusso, quelli a due piani. La gente ci vedeva arrivare come dei turisti ma con la scopa e la divisa, non credeva ai propri occhi. Questo perché avevano appaltato il trasporto dei dipendenti ad un’azienda amica, credo che siano tutte aziende amiche quelle che ottengono gli appalti ASIA”. Attraverso aziende come l’ASIA, amministrate dal settore pubblico, sottoposte al diritto privato, ma le cui perdite sono pagate dai contribuenti, i partiti danno appalti agli imprenditori, i quali a loro volta assumono personale su indicazione politica. E’ una catena infinita, è il nuovo metodo, dopo tangentopoli, con cui in Italia i partiti si finanziano e creano reti clientelari e voti di scambio.
Questa catena infinita pervade tutta la questione rifiuti campana, un blocco costituito da politici e imprenditori, locali e nazionali, pubblica amministrazione e camorra, che attraverso società miste e consorzi sono il corpo fisico dell’emergenza. In Campania, gli osservatori più avveduti, commentando la successione di ben 10 commissari ai rifiuti in 14 anni, dicono “Ogni volta, arrivano prima i soldi e poi il commissario”.
Il movimento di protesta
I gabbiani si levano urlando verso il cielo, lo oscurano in battiti frenetici, allontanandosi dalla massa di rifiuti che giacciono accatastati sulla piazzola. “Hanno visto un topo” dice Virgina. Non sarebbe una scena strana se non fosse che ci troviamo ad Acerra, provincia di Napoli al confine col casertano, a 20 km dal mare, dove la FIBE, società della multinazionale Impregilo, concessionaria dell’intero ciclo dei rifiuti campani dal 2000 al 2005, ha iniziato 4 anni fa la costruzione di un inceneritore. L’inceneritore non è ancora ultimato, ma in compenso La FIBE ha installato un sito di trasferenza temporanea di rifiuti, quelli da cui vediamo levarsi i gabbiani.Virginia Pretellese è un’architetto che fa parte del comitato ambientalista “Donne del 29 agosto” contro la costruzione dell’inceneritore. “Il nome del comitato ricorda il giorno, nel 2004, in cui una marcia pacifica di circa 30.000 cittadini, che protestavano contro l’apertura del cantiere per l’inceneritore, furono caricate violentemente dalle forze dell’ordine. Ci furono numerosi feriti, tra cui donne e bambini, anche se, per uno strano accordo sottobanco, nessuno denunciò nessuno, in quanto polizia e carabinieri dissero di aver reagito contro un gruppetto che lanciava pietre. Ma l’effetto della repressione è stato quello di spaventare molti dei miei concittadini e ridurre la partecipazione della gente. Qui, dagli anni ’70, abbiamo lo stabilimento chimico della Montefibre che ha già procurato gravi danni all’ambiente, adesso si aggiungerà anche l’inceneritore. Dal 1999 denunciamo questa inutile mostruosità, all’inizio ci sentivamo soli, eravamo una comunità abbandonata a se stessa, oggi invece sentiamo intorno a noi una forte solidarietà. Quando ho visto che anche Napoli aveva i suoi comitati contro gli inceneritori, mi sono detta: allora, vedi?, eravamo nel giusto”. Dell’attuale lotta ambientalista campana, Acerra è il simbolo per la sua battaglia contro quello che viene considerato tecnologicamente un ferro vecchio, perno del piano industriale (7 impianti di stoccaggio e 2 inceneritori) con cui la FIBE nel 1998 si aggiudica la gara per lo smaltimento dei rifiuti campani. Per tale piano, la FIBE trova come finanziatori le maggiori banche italiane, lo inizia senza mai entrare però a regime, commette degli illeciti, tra cui la famosa vicenda delle finte ecoballe sparse per mezza regione, infine viene inquisita dalla magistratura. Dopo aver messo in ginocchio la Campania, nel 2005 i vertici FIBE chiedono al governo Berlusconi di rescindergli il contratto, ma continuano fino ad oggi a gestire tutta l’impiantistica, in attesa di riottenere dallo stato, pur senza averne diritto, i capitali investiti. Intanto, il subentro, al posto della FIBE, di un’altra società nella gestione dell’inceneritore potrebbe essere conveniente solo grazie ai contributi statali CIP6, 55 euro per ogni tonnellata di rifiuti bruciati, ma l’Europa li sta abrogando. Così, per tutelare il capitale della società della Impregilo, due ordinanze di Prodi del 2008 mantengono per la sola Italia i CIP6 e ridefiniscono come termocombustibili le finte ecoballe, materia prima che si converte in denaro per chi le brucia. E’ un modo per far ripartire le gare d’appalto che fino ad allora sono andate deserte a causa del grande impegno finanziario iniziale richiesto ai concessionari e che deve indennizzare la FIBE. La vicenda campana diventa un emblema della finanza e della politica italiana, lo stato tutela i capitali delle imprese e delle banche anche quando a farne le spese sono i diritti e la salute dei cittadini. “La cosa più ridicola” mi fa notare Virginia Pretellese “E’ che noi con le nostre proteste non siamo mai riuscite a bloccare l’inceneritore, abbiamo portato alla luce la questione, questo sì, ma la protezione delle forze dell’ordine intorno al cantiere è stata tale che non siamo mai nemmeno riusciti ad avvicinarci. Si sono bloccati da soli perché hanno sbagliato il progetto, la zona in cui hanno iniziato a costruire, chiamata Pantano per l’abbondanza di acque, gli ha ostacolato i lavori. Poi è intervenuta la magistratura che ha messo sotto inchiesta la FIBE ed oggi l’impianto giace lì, per nostra fortuna ancora incompleto”. Dopo Acerra, dal 2004 ad oggi si sono susseguite proteste in tutte le aree in cui i commissari ai rifiuti avevano stabilito di aprire delle discariche: Marigliano, Terzigno, Giugliano, Ferrandelle, Macchia Soprana, Savignano Irpino, Lo Uttaro, Piganataro Maggiore, Coda di Volpe, Macchia Soprana, Sant’Arcangelo Trimonte, Pianura….. La fiducia nello stato è svanita e lo stato non dà nessun segno di discontinuità col recente passato.
Chiaiano, ultima tappa.
“Napoli deve avere la sua discarica” dicono i sostenitori del piano industriale dei rifiuti “Nel resto della Campania non vogliono la sua immondizia”. Malgrado abbia una densità abitativa tra le più alte al mondo, Napoli deve trovare un buco dove piazzare le 5.200 tonnellate che produce ogni giorno insieme alla sua provincia. A febbraio 2008, il sindaco Iervolino suggerisce al governo Prodi e al commissario De Gennaro che questa discarica si apra a Chiaiano, periferia nord, all’interno di un’area protetta nel Parco Metropolitano delle Colline. Mauro Forte, architetto e attivista del presidio contro la discarica di Chiaiano, racconta “Nel 2002, con altri colleghi abbiamo vinto un concorso indetto dal WWF per valorizzare la Selva di Chiaiano. Si tratta di 500 ettari di bosco con aree coltivate a bosco di castagno, ciliege e piene di vie d’acqua. Anni fa, in una tenuta situata nella selva, furono rinvenute delle scorie tossiche che poi la magistratura ha appurato provenissero dalla base NATO di Bagnoli. Una mattina, mentre facevamo i rilievi per il nostro progetto, trovammo centinaia di sacchi pieni di bustine vuote che erano servite da contenitori per fosfati, c’era ancora l’indirizzo: stabilimento Miralanza di Venezia. Quando ho saputo della scelta della discarica mi sono chiesto come riusciranno, visti i volumi di spazzatura di cui parlano, a far venire qui 300 camion al giorno, che tra andata e ritorno fanno 600 autoveicoli, in pratica uno ogni 2 minuti e mezzo nell’arco di 24 ore. Le strade attuali sono impensabili per questo scopo, ci sarebbe bisogno di infrastrutture viarie che certamente non si possono attuare nei tempi che il governo Berlusconi ha dichiarato come termine dell’emergenza rifiuti”. L’attuale presidente del consiglio punta molto sul caso Campania per dare un’immagine decisionista del suo governo, il 28 maggio vara un decreto in base alle indicazioni del commissario subentrante Guido Bertolaso, il quale, quando ha ricoperto la medesima carica nel 2006-2007, ha trovato i seguenti ostacoli: proteste dei cittadini, inchieste della magistratura sugli abusi, rifiuti nocivi mischiati con quelli ordinari. A tale scopo, il decreto prevede gli arresti per chi ostacola l’uso di una discarica, affida tutte le inchieste sugli scandali rifiuti ad un’unica superprocura che difficilmente potrà essere efficiente, autorizza lo sversamento di tipologie di rifiuti anche nocivi e, in più, pone l’esercito a guardia delle discariche. Anzichè fortificare lo stato di diritto e fare luce sulle cause della crisi dei rifiuti, il governo Berlusconi attacca le forze che hanno fatto venire a galla lo scempio, società civile e magistratura, legittimando invece le accozzaglie di rifiuti ordinari e tossici contro cui, da anni, si battono gli ambientalisti. Teresa Musto è un’attivista di Chiaiano, lei e suo marito Matteo mi spiegano alcuni retroscena della protesta “Vuoi un esempio delle speculazioni sull’emergenza rifiuti? La FIBE è proprietaria di una cava all’interno della selva che, come si legge sugli atti della commissione parlamentare, fu comprata nel 2001 da un intermediario per 200 milioni di lire e rivenduta a quella società per 2 miliardi e mezzo. Che fiducia possiamo avere noi in chi ci propone l’apertura della discarica? Già nel 2001 ci fu una forte protesta a Chiaiano contro il progetto di sversare nella cava della FIBE della frazione organica, allora nacque un comitato che poi è stato alla base dell’inizio delle proteste attuali”. Le proteste di Chiaiano raggiungono un livello drammatico quando, la sera del 23 maggio e la mattina del 24, le forze dell’ordine caricano improvvisamente il presidio, numerosi i feriti, due gravi, mentre un’accanita campagna stampa bolla i manifestanti come emissari della camorra che sarebbe contro la discarica. Nessuna prova di ciò viene fornita, ma intanto gli abitanti di Chiaiano sentono su di sé la repressione e la calunnia. Sabina Laddaga, trentacinque anni, è un architetto che segue le proteste dal 2004, compresa quella attuale “I politici, tutti, hanno detto solo bugie, Paolo Russo, parlamentare di Forza Italia, che è stato anche presidente della commissione sui rifiuti, una settimana prima delle scorse elezioni disse ad un convegno che la discarica di Chiaiano non si sarebbe mai fatta, una settimana dopo, ad un altro convegno, ha affermato il contrario. Quando ci fu il collegamento in diretta da Chiaiano con la trasmissione Anno Zero, una donna girava con un manifesto di alcuni mesi prima, firmato da Alleanza Nazionale e Forza Italia, in cui si diceva che la discarica qui era un progetto folle. Voleva mostrarlo all’onorevole Mantovano di An che stava negli studi della Rai, non ne ebbe il tempo perché i politici locali di centrodestra la trascinarono via, dissimulando che in quell’occasione non era giusto che comparissero dei simboli di partiti”. Dopo gli scontri, a giugno si arriva ad un accordo tra istituzioni e manifestanti: si lasceranno entrare i tecnici per effettuare le prove di idoneità della cava, ma insieme a degli esperti eletti dai comitati della protesta. Tra questi ci sono Franco Ortolani e Giovan Battista De Medici, geologi e docenti dell’Università di Napoli. “Pensa” mi dice Teresa Musto “Che gran parte dei tecnici del commissariato sono ex allievi di Ortolani e De Medici. E’ grazie a loro due che la discarica non è ancora stata aperta, ribattono colpo su colpo alle scempiaggini che vengono dette. Ma la verità è che queste analisi hanno solo un carattere politico, l’Istituto di Geologia ha già tutti i rilievi fatti per legge negli anni passati”. Mentre parlo con lei, arriva d’un tratto la notizia che in un incontro ufficiale, i tecnici si sono espressi per l’idoneità della cava, vedo sui volti di Teresa e del marito l’angoscia, sanno che con il decreto Berlusconi ogni protesta significherà l’arresto e il carcere, si sentono messi di fronte ad un’ardua decisione. “Il decreto è incostituzionale, perché limita delle libertà fondamentali” continua Teresa “Ma la Corte Costituzionale può intervenire solo dopo che si siano verificati dei casi concreti, cioè dopo che qualcuno di noi venga arrestato”. Per fortuna, almeno per ora, la notizia dell’idoneità si rivela falsa.
Gli esperti che si oppongono alla discarica sono lì perché fanno parte di un’altra realtà che, da anni, anima il movimento di protesta contro lo scandalo dei rifiuti. Le Assise di Palazzo Marigliano sono assemblee pubbliche, iniziate nel 2005, che si svolgono ogni domenica nell’omonimo palazzo nobiliare, principalmente sul tema dei rifiuti. Presidente onorario è quel Gerardo Marotta che dirige l’Istituto degli Studi Filosofici che si fa portatore della tradizione umanistica del Mezzogiorno d’Italia, quella dei Gaetano Filangieri e dei Benedetto Croce. Le Assise si sono radunate già all’inizio degli anni ’90 per contrastare la distruzione urbanistica della città tentata da Paolo Cirino Pomicino, e ci riuscirono. “Se vuoi sapere chi c’è dietro questo movimento” mi spiega Sergio De Stasio, un vecchio militante ambientalista ”Te lo dico io. Ci sono i giacobini, perché questa è l’Assise, gli ultimi giacobini d’Italia. Sono loro a scendere in campo quando la democrazia viene violata, e qui in Campania questo accade da 14 anni. Hanno competenze scientifiche, giuridiche e culturali, sono i figli di Domenico Cirillo e cento altri. Se li avessero ascoltati prima, non saremmo arrivati al punto in cui siamo”. Da anni, le Assisi pubblicano un bollettino che spiega le ragioni della protesta, in questo modo forniscono gli strumenti critici e di analisi della situazione attuale “Nel 1799, durante la rivoluzione napoletana” continua Sergio De Stasio “I giacobini si trovarono il popolo contro e nacque una cesura storica tra gli intellettuali liberali e la città che è stata causa di tanti mali. Oggi, questi giacobini sono al fianco di un popolo che non vuole più essere oppresso. E’ l’occasione per cambiare qualcosa, dobbiamo sfruttarla”. Da alcuni anni, in Campania, con l’incontro tra diversi gruppi sociali e politici, tra professionisti, scienziati, vecchi e nuovi ambientalisti, si è iniziato ad elaborare un piano di gestione dei rifiuti basato sul riciclaggio, come impone la legislazione europea, abolendo discariche ed inceneritori e, soprattutto, interrompendo la gestione straordinaria dell’emergenza. Contro queste richieste si è scatenata una campagna di mistificazione, che in buona o cattiva fede, impedisce che le proteste appaiano come quelle di una società civile che si oppone ad uno stato reo di perseguire, nel migliore dei casi, obiettivi non condivisi dalla collettività. E’ l’emergere di un “ecologismo popolare” in un contesto fino ad ieri privo di cultura ambientalista, un fenomeno tipico ormai di molti paesi del sud del mondo che si ritrovano a difendere ambiente e risorse minacciate dagli interessi dei paesi più sviluppati. Oggi, la Campania è costretta a ricordarsi che la sua collocazione è al sud del nord, un nord che non è più solo una collocazione geografica ma un modello di sviluppo basato su industria e finanza, protette dalla politica. Lo scontro è aperto, ed è uno scontro per la democrazia e la giustizia ambientale.
(Pubblicato su “Diario”, 26.6.2008. Nell’ immagine:”Trash-O-Saurus” )
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Chiaiano, un’altra verità
Lun, 04/08/2008 - 11:56
DADA NE SIGNIFIE RIEN
Dada non vuol dire niente
Se uno lo crede futile e se uno non perde mica tempo con una parola che non vuol dire niente…Il primo pensiero che si aggira per quelle teste è di tipo batteriologico: trovare la sua origine etimologica, storica o psicologica, quanto meno. Si viene a sapere dai giornali che i negri Krou chiamano la coda di una vacca sacra: DADA. Il cubo e la madre in non so quale regione italiana: DADA. Un cavalluccio di legno, una balia, sissì in russo e in rumeno: DADA. Esperti giornalisti ci vedono un’arte per neonati, altri santoni Gesùchiamaaseipargoli del giorno, il ritorno a un primitivismo scarno e rumoroso, rumoroso e monotono. Uno non costruisce la sensibilità su una parola; ogni costruzione converge nella perfezione che tedia, idea stagnante di una palude dorata, relativo prodotto umano. L’opera d’arte non deve essere la bellezza in sé; perché la bellezza è morta; né allegra né triste , né chiara né oscura, rallegrare o maltrattare gli individualisti servendo loro dolci delle sante aureole o i sudori di una corsa a schiena bassa attraverso le atmosfere. Un’opera bella non è mai bella, per decreto, oggettivamente, unanimemente. La critica è allora inutile, non esiste che in modo soggettivo, per ciascuno e senza il minimo carattere di universalità . Uno crede di aver trovato una base psichica comune al genere umano?
(…)Così nacque DADA da un bisogno d’indipendenza, di diffidenza verso la comunità. Coloro che ci appartengono conservano la loro libertà. Noi non riconosciamo alcuna teoria. Non ne possiamo più delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali. L’arte si fa forse per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi?
da Manifesto dada 1918
Dadaisti celebri
Guillaume Apollinaire
Hans Arp
Hugo Ball
Johannes Baader
John Heartfield
Arthur Cravan
Jean Crotti
Theo van Doesburg
Marcel Duchamp
Julius Evola
Céline
Drieu La Rochelle
Jefim Golyscheff
George Grosz
Max Ernst
Elsa von Freytag-Loringhoven
Hannah Höch
Raoul Hausmann
Emmy Hennings
Richard Huelsenbeck
Marcel Iancu
Clément Pansaers
Francis Picabia
Man Ray
Hans Richter
Kurt Schwitters
Sophie Täuber
Tristan Tzara
Beatrice Wood
Ilia Zdanevich (Iliazd)
Damo Suzuki
Paolo Possidente
Giada Carparelli
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Da Da Da Da Da Da Da Da Da Da Da Da Da Da
Lun, 04/08/2008 - 10:30
di Franz Krauspenhaar
Stereotipi che resistono nel tempo. Saldano l’evento al luogo dove esso è avvenuto e quel luogo si imprime nella memoria collettiva richiamando in simbiosi l’evento. Lo smemorato di Collegno, la saponificatrice di Correggio, il boia di Albenga, la banda della Magliana. E nel tempo a noi più vicino il mostro di Firenze, i “fidanzatini” di Novi Ligure, il delitto di Cogne, il giallo di Garlasco.
Garlasco è una cittadina della Lomellina, in provincia di Pavia, a pochi chilometri dal confine col Piemonte e non lontana da Milano. Una cittadina del profondo nord, composta da villette perlopiù unifamiliari. Un posto tranquillo, non particolarmente caratterizzato, un posto umido d’inverno e ancor più nelle altre stagioni. Zanzare killer, d’estate, salgono come esercito dalle risaie; il riso, qui, si coltiva da sempre. Garlasco si trova nell’epicentro della coltivazione, come il Vercellese e il Novarese, zone umide e languide, spesse di nebbia d’inverno e di un sole coperto d’estate. Il luogo è provinciale e sonnolento: le giornate si tagliano uno dietro l’altra come le fette di pane bianco della prima colazione. Civiltà contadina; ma i valori tradizionali si sono persi ormai tra i tavolini dei bar popolati, come in altri mille posti, da vecchi superstiti, che biascicano la parlata del luogo, come fosse un milanese più grasso, più unto.
E ‘ trascorso un anno dal delitto che ha fatto “scoprire” Garlasco. Un anno di indagini sula morte di Chiara Poggi, la ragazza buona e irreprensibile. Il volto del fidanzato coetaneo, che sfila diritto davanti a sé sulle auto della polizia, verso interrogatori continui, pressanti, mai risolutivi. Nessuna certezza fino a ora, dunque, ma grandi sospetti. E veleni, in dosi massicce. Un anno. Forse un’eternità, per questo paese abituato al silenzio del resto del mondo, come se esso si fosse nascosto da sempre tra le risaie e le coltivazioni e le industrie, agli assalti dei grandi eventi. E anche ora, forse, non c’è grande evento, non c’è pietra miliare, accadimento da iscrivere nei libri della storia. Ma solo fatto di cronaca nera comodo da mostrare, sfizioso per l’opinione pubblica impicciona, prezioso per la curiosità dei mass media.
Ma il paese come è cambiato? E anche prima del delitto, come era veramente Garlasco? Era la “Las Vegas della Lomellina”. Perché a Garlasco, come in molti piccoli centri della enorme provincia del nord, si pensa molto e da sempre all’apparenza. Di Las Vegas il paese adesso ha ormai tutto: il divertimentificio e un delitto in perfetto stile CSI.
Garlasco – confida una collega che ci è nata e vissuta fino a qualche anno fa – è un paese di abitanti (10.000) ma non di anime, un paese senza cuore, come per molta provincia del nord, come se la vera storia fosse ormai svanita, perduta anche al ricordo. Una volta, nemmeno tantissimi anni fa, c’erano come punti fermi l’osteria dell’Avanti! e la cooperativa Stella Rossa, due cinema, la corsa dei ciclisti in primavera e la parata dei bersaglieri a giugno, la Fgci e l’oratorio. Le storie di corna e di vendette familiari sussurrate negli anni ’70 erano all’ordine del giorno, ma il livello, storia dopo storia, anno dopo anno, si è pian piano spostato: prima il prete che si mormorava avesse avuto una figlia da una fervente cattolica, poi quell’altro un po’ troppo amico dei ragazzini (e trasferito altrove). Quella che non è mai cambiata è probabilmente la voglia di protagonismo delle persone, che si è soltanto declinata in forme differenti. In mezzo, però, sussiste l’incapacità di sganciarsi dagli stereotipi sociali e comunicativi di sempre. Negli ’80 c’era chi – uomini - cedeva senza problemi alle voglie di chi gli potesse garantire un passaggio a Canale Cinque, salvo poi sposarsi con una signorina bene e cornificarla poco dopo con una sua dipendente. E poi quei ragazzi che si facevano di eroina, procurandosi i soldi con il piccolo spaccio e i furti (fu una strage per il paese, ne morirono parecchi). Uno scenario desolante simile a quello di tanti paesi della provincia di tutta Italia, e il tipo di droga che cambia, l’eroina che viene dismessa in favore della socializzante cocaina.
I cinema, la cooperativa rossa e la Fgci sono spariti da molti anni, sostituiti da un numero impressionante di supermercati, affiancati da alcuni esercizi commerciali che solo un bambino innocente non saprebbe riconoscere come “lavanderie”. E’ rimasto sempre lì, invece, il bar dove gli uomini non solo giocano a carte ma, se gli va storta, perdono tutto quello che hanno, facili prede di giocatori professionisti; e dovrebbe essere ancora aperto in fondo al paese il locale “equivoco” come lo chiamava la madre della collega, in realtà un vero e proprio casino. Insomma un bel posticino, fotocopia in scala ridotta del nostro Paese. In un anno non è cambiato quasi nulla, se non forse soltanto nell’ansia di apparire, nel senso che certa gente può dirsi contenta se il paese è finalmente sotto i riflettori di tutt’Italia.“Passare dalla strada transennata davanti alla villetta dei Poggi mette ancora i brividi. E’ l’impatto crudele con la notorietà di un posto acquistata si può dire con la forza, col delitto, col male. E questo male improvviso e duraturo, a questo groviglio di sangue dal quale non si riesce a trovare né il punto d’arrivo né di partenza ha creato nella popolazione una piccola psicosi criminale. Per esempio, mesi fa è morto improvvisamente il figlio del famoso pizzaiolo campione d’Europa. Vista la morte improvvisa è girata subito la voce che il ragazzo fosse stato pestato a sangue, anzi a morte. E invece è morto d’infarto. Faceva uso di droga, di infarto ne aveva subito già uno, è morto così, da solo.
La collega mi saluta, riprende il lavoro. Si allontana con calma, nel caldo di Milano, la città che l’ha accolta e dalla quale, mi ha detto poco prima di finire l’intervista, non si separerebbe per nulla al mondo.”Più che altro perché il male è parcellizzato, e nessuno ti riconosce per strada”. Fa male, la provincia.
(Pubblicato su La Tribuna. Immagine: Gene Davis - Two yellows, 1959.)
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Il giallo ha cambiato Garlasco
Lun, 04/08/2008 - 07:00
[18 immagini + lettere invernali per l'estate; 1…
di Andrea Inglese
Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato
io ci terrei che il lavoro
quando riuscissi a trovarlo
(entrando all’improvviso con il foglio
di giornale ripiegato
magicamente sotto il braccio
e le parole dell’annuncio
tutte evidenziate, azzurre)
io vorrei che il lavoro stesso
trovasse me
e nella più agile e audace delle posizioni
di una prontezza spontanea
completamente sincera
io ci terrei che il lavoro
una volta trovato
trovasse intorno a me
quanto non può mancare
intorno al lavoro:
una donna, piuttosto giovane,
con la quale io potessi spingermi a parlare
che con il lavoro io mi trovassi in grado
di trovare una donna per parlare
per spingermi fino dove le parole
possano confonderci, lei e me,
oltre a tutto il lavoro
già trovato
in modo che il lavoro
stesso sia dalle parole interrotto
lavorando fino a smettere per poter
soltanto parlare con una donna
ben oltre tutto il lavoro possibile
e oltre il sonno e il cibo
fino alle parole che io sarò in grado di dire
a lei soltanto, alla donna piuttosto giovane,
in questa scoperta del linguaggio
con meraviglia si può parlare
dopo il lavoro può nascere un mondo
nelle parole ormai confuse dell’uno e dell’altra
fino a che anch’esso sarà distrutto
le parole trovando il loro silenzio
(immagine A Inglese)
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Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 2
Sab, 02/08/2008 - 11:30
Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante
Massimo Rizzante
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima…
Eraldo Affinati
Compagni segreti è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro Campo del sangue (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (Un teologo contro Hitler, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.
M. R.
E sul titolo, Compagni segreti, hai qualcosa da dirci?
E. A.
Compagni segreti è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto Il coinquilino segreto dei Racconti di mare e di costa. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.
M. R.
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da Veglia d’armi (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?
E. A.
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la short story è già presente nei Racconti di Belkin di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.
M. R.
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?
E. A.
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.
M. R.
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come Gli emigraticomposto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?
E. A.
Io insegno in una realtà molto speciale: la «Città dei ragazzi» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.
M. R.
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità…
E. A.
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.
M. R.
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?
E. A.
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.
Nota
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.
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Le ragioni del ritorno
Ven, 01/08/2008 - 14:01
di Marco Ciriello
RADIOBAHIA: suona
“Between the bars”
di Elliott Smith
12.
Un futuro pieno di pioggia, acqua per cuori assetati, prevede la veggente chiamata La Paca. Ha forma di un bambino, invece, per Erika Pérez, poliziotta a Città del Messico. Incinta e senza compagnia, appena uscita dal quartiere di Tepito, un posto più pericoloso della striscia di Gaza, porta la vita sulla spalla della morte. Torna a casa, non all’indirizzo scritto sulla guida telefonica, non aspetta più sere folgoranti. Negli occhi gente in agonia, strade lunghe, grida. Ha una percezione fotografica della realtà, ragiona per particolari: ogni volta che mette a fuoco un viso pensa che dietro, l’orologio interno, dica solo morte, in modo estremo, come un ticchettio tachicardico. E no, non c’è verso di strappare un desiderio a una figura sfocata, riportare a velocità moderata il suo passaggio nel presente.
Radiobahia suona ogni venerdi all’alba sul quotidiano IL MATTINO
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[ Elliot Smith, da Either/Or, Between the bars, track 04, Kill Rock Stars, 1997 ]
[ immagini animazione da Bansky in Palestina ]
a
RADIOBAHIA: racconti per canzoni [012]
Ven, 01/08/2008 - 08:02
Passaggio all’atto
di
Isabella Borghese
La tua telefonata. Sei tu, vero? Era lui l’ Editore, sì, il caro Mio Editore. Doveva dirmi che avevano in mano la copertina. Invece, No. Lui c’era ma a dirmi che saltava la pubblicazione, chiudeva la collana. E così mentre la sua voce stronza gracchiava a esortarmi di uscire dalle mie storie, da Glavaise, da Angel, da Sofia e di scrivere di me senza costruzioni e di tornare da lui dopo un anno poiché mi avrebbe letto, io concludevo, Credimi pure, stronzo!, non tornerò mai da te, clic, e andavo a strappare il mio contratto.
Ho lanciato il cellulare sulla scrivania accanto al letto dove ha dormito Jacques in quella notte romana. Mi son persa per ore in quello schermo bianco a percepirlo quasi ingombrante, a sentirmi ai tempi di scuola quando rimanevo per momenti infiniti nell’incipit di un tema. Quello schermo, ora, non l’avrei mai riempito con la mia vita. Era il mio pensiero fisso alla sua eco, caro Mio Editore, intende?
Tra i glitter e gli abiti del camerino una sera che Mme Vanesia ripassava l’interpretazione di I will survive, mentre in sottofondo dalla grande sala rossa giungeva la Valentino di Comprami, Sofia che si muoveva alle spalle di Mme Vanesia, prestava attenzione a una sua ustione, le porgeva il boa rosso con le piume dorate, e lei si soffermava pochi minuti a raccontare a Sofia di quando viveva ancora a Cuba. Di quel pomeriggio in cui a sedici anni un’uscita in bici, una corsa sfrenata, una sgommata brusca per evitare un cane randagio, e poi, di lì a pochi attimi il suo precipitare a terra, sulla ghiaia e pezzi di vetro.
Ho trascorso un intero pomeriggio su Pene d’amore. Il titolo ha un doppio senso che diverte parecchio, tra l’altro, e quei racconti erotici in un’antologia tutta al maschile sono una novità: lo sguardo degli scrittori sul nostro universo. Mi soffermavo su un racconto in particolare, un fare curioso il mio, anche morboso, forse. Perché mi scoprivo appassionata nel leggere le parole di quell’autore e a compiacermi nel credere che questo bastasse a farmelo sentire vicino.
Qual è la domanda, Se l’intimo rapporto fra il narratore e il lettore è profondamente erotico?
Poi, con cinque centimetri di zeppa e dieci di tacco diventava statuaria Mme Vanesia e mentre Sofia restava a guardare e a sorridere sfiorava con un gesto rapido quei suoi tre centimetri a rocchetto, che la facevano restare pur sempre una donna in miniatura.
Indossate anche le scarpe Mme Vanesia abbandonava la sedia, sistemava il petto, che si vedesse bene intendo e cercava la conferma di Sofia che il rossetto non risultasse troppo poco evidente; l’eleganza e la sobrietà non costituivano di certo il suo stile, e se Sofia arricciava il naso, Mme Vanesia apriva il cassetto della toletta, ne estraeva un lucidalabbra rosso passion, brillantinato e luminoso e impugnava varietà di polvere bianca, anche dalla sua pochette, per ritoccare occhi e umore.
Io restavo piuttosto orgogliosa, caro il Mio Editore, su Glavaise, Angel, Sofia, facendo tesoro di altri consigli che conservavo invece come preziosi.
Poi decidevo di chiudere il pc.
Sceglievo di distrarmi e puntavo Pene d’amore ancora una volta e a soffermarmi, io, sulle mie pene d’amore, e sul pene d’amore del cavaliere, quello sconosciuto.
E restavo per ore a ricordare che per comprendere il mio atto d’amore per anni ho raggiunto Anna come fosse un oracolo. Il mio.
Mi sedevo lì, di fronte al suo sguardo, al suo timbro, a volte indulgente, altre severo, altre ancora interrogativo. E ci restavo un’ora intera anche quando il silenzio era l’unico racconto che sapessi proferire. Anche quando le parole c’erano, ma non trovavano forma e consistenza effettiva. Una volta mi sono arrabbiata con Anna. Le ho sputato addosso rabbia e tremori, o forse solo insicurezza e paura, le mie. Decideva che ero pronta a proseguire da sola, un altro paziente avrebbe preso il mio posto. Doveva essere qualcuno di bisognoso, mi dicevo. Ma non mi importava, l’egoismo era il mio portabandiera. Le ho gridato che per quell’abbandono io non ci stavo. Le ho rimproverato la sua freddezza, la sua scelta impertinente, amara, inappropriata, anche incompetente. Sì, io a prendermi il lusso di qualificarla un’incompetente nel lasciarmi andar via in quel modo. In quattro e quattro otto.
Allora Sofia la guardava nella sua completezza e come capitava sempre in questi loro incontri, in quel preciso istante l’ammirava «Sei bella Madame!» si pronunciava solare, e Mme Vanesia puntuale, piegava le ginocchia a pareggiare l’altezza di Sofia e: «Bella sarai tu Sofia! - diceva, - Io sono fa-vo-lo-sa!».
Il mio sembra un andirivieni di pensieri morbosi, sciocchi, ma finanche deliziosi, per me.
Perché poi lo ammetto, sì, dopo la lettura di quelle pene c’ero io a perdermi nel mio atto d’amore.
L’atto d’amore è una faccenda bizzarra della mia vita. Sembra cresciuto a seguito di un’educazione sessuale, o anche solo di esperienze che non hanno avuto nulla di coerente. Quando dura un’intera notte, quando vive in pochi minuti che sanno bastare, quando manca, quando sembra insipido e quando risulta straordinariamente armonioso. L’atto d’amore che richiede raffinatezze e variazioni assai distanti dall’eleganza. Quando poi i rapporti chiaramente torbidi e insani imbrogliano ancor di più la questione, quasi a farmi inciampare.
E quando l’atto d’amore desidera e capita anche questo: un cavaliere ancora sconosciuto mi avvicina a una sessualità che so sì bramare, ma l’ho scoperto per caso, proprio così, solo con le sue parole che erano anche bende, corde e sevizie.
L’abito di Mme Vanesia, in quella mancanza di stoffa sul fianco destro, lasciava intravedere parte di quell’ustione e Sofia cadeva così nell’impulso di un commento fugace, «Juana, chi ha bruciato Mme Vanesia? Non è frutto di una caduta quella…».(…)
Cristo! Ad Anna avevo da poco messo sul piatto d’argento la mia verità: non mi scopavo più Enrico da un anno e da cinque eravamo fidanzati. Mi faceva schifo il suo corpo addosso, a sentirlo sopra di me scaturivano se non fiotti di rivoli un forte senso di nausea; ma lo capirebbe lei, che mi esorta a raccontare? Ma che ne sa lei, caro Mio Editore, di quel senso di nausea fastidioso? Un cazzo! Allora sì che dovrebbe ascoltarmi, poiché dopo vorrei vedere Io vomitare Lei.
Paolo aveva quarantatré anni, Angel ancora ventidue.
L’italiano riusciva a conoscere Angel a Cuba in un modo così personale da restarci in contatto anche al suo rientro in Italia.
E Paolo con la sua attività commerciale ben avviata e assai produttiva e qualche casa di proprietà pure, decideva di potere e voler mantenere uno sguardo più attento e reale sulla storia di Angel, giacchè lui ne era a conoscenza da quella vacanza cubana. Chiedeva così un visto turistico e di lì a un anno Angel arrivava a Roma.
Enrico poteva spogliarmi sì, certo, nessun problema, lo faceva da anni, ma da tempo e d’improvviso quando il suo corpo cercava di sdraiarsi sul mio e si avvicinava la penetrazione, cristo! Che schifo! D’un tratto ho cominciato a vedere un altro corpo su di me e nemmeno mantenere gli occhi aperti liberava i miei pensieri, no, perché anche le mani di Enrico che toccavano la mia pelle mi riportavano al tatto dell’altro. Quell’uomo malato a cui ho dovuto per anni prestare il mio corpo per sdraiarcisi sopra, accogliere le sue lacrime, la sua disperazione, il suo amore malato, cazzo! Caro Mio Editore, perché affacciarsi alla mia vita? Che ne può sapere lei di queste ossessioni? Della morbosità? Sì, io conoscevo e studiavo nero su bianco la malattia di quell’uomo, per farmene una ragione, allora sceglievo di giustificare quel suo fare perché inconsapevole. E la comprensione e la conoscenza diventavano negli anni la mia forza.
E dio solo lo sa quanta fatica e quanto fa male anche guardare l’uomo che si ama dritto negli occhi, non presentargli i tuoi fantasmi, ma implorarlo di scoparsi qualcun’altra perché per il sesso non c’era più posto adesso.
(…)
E Angel al suo nome affiancava quasi nell’immediato quello di Mme Vanesia.
Paolo metteva a disposizione di Angel il suo monolocale sulla Tiburtina dopo il raccordo. Lo aiutava nell’integrazione facendolo lavorare tramite conoscenze e così Angel viveva di giorno insegnando balli caraibici privatamente, e Mme Vanesia di notte lavorando come cameriera in un ristorante omosessuale della capitale e aprendo poi le danze con qualche spettacolo drag nelle serate programmate.
Ogni martedì come un automa alle 14.00 qualsiasi cosa stessi facendo e ovunque stessi raggiungevo Anna, un appuntamento inderogabile il mio. Entravo da lei in quella stanza, io a poggiare la borsa sulla sedia vicino alla finestra e ad accomodarmi su quella di fronte a lei. Anna mi diceva puntuale, Allora, come stai? E io dicevo sempre bene, poiché mi piace proprio dire Sto bene, è un bel suono, un buon inizio pure. Sì, mi piace parecchio. Poi però partivo da un sogno e ogni volta io a perdermi tra mille domande e infinite sfaccettature che vedevo nelle questioni e nei ricordi in cui mi sembrava di inciampare. E Anna si pronunciava sempre pronta a dirmi di rallentare e focalizzare le cose com’era giusto che dovessero essere viste dal mio sguardo e come io non riuscivo a vederle, mai. Poi andavo via, con una forte stretta di mano e un grazie ad accompagnarla, ogni volta, e le sue parole da conservare.
Ecco, mi confidavo con Anna in quegli anni che il mio atto d’amore assumeva sfaccettature assai complesse.
E lei dopo pochi mesi dal mio confidarmi voleva congedarmi. Senza chiedermi, senza lasciarmi il tempo di capire, avvertire il distacco nei tempi che volevo mi spettas |