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Dilemma in lemmaGlossario del cronista onesto L’uso sciatto e militante delle parole da parte dei giornalisti snatura il linguaggio e distorce la realtà, spacciando luoghi comuni e opinioni personali per verità universali. Ecco alcuni esempi. E relativi antidoti etimologici Che la parola abbia il potere di creare realtà e che l’informazione contribuisca alla costruzione di nuove rappresentazioni sociali è indubbio, ma che succede quando termini neutri vengono intrisi di sensi aggiuntivi, spesso denigranti e devianti rispetto al significato originario, e giungono nel lessico comune attraverso i mezzi di comunicazione? “Quando uno stereotipo si diffonde non è mai isolato, ma avvia una catena che spinge a ragionare per deduzione” spiega la linguista Francesca Dragotto. Così, per esempio, dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York gli stereotipi sull’Islam si sono arricchiti e rinvigoriti e un termine neutro come musulmano (seguace dell’Islam) è stato associato ad arabo, a omicida, a terrorista, a kamikaze e a jihadista (anche se un grande numero di musulmani non è arabo, ma indonesiano, senegalese o pakistano, e nella maggior parte dei casi non ha mai commesso atti terroristici), fino a coniare il termine islamopoli per definire le città che necessitano di moschee per i fedeli. Un’altra catena che sfocia nell’errore e nel pregiudizio scatta quando si parla della minoranza di cultura rom. Questa può comprendere: romeno (anche quando si parla di persone non provenienti dalla Romania, ma dai Balcani, dalla Bulgaria o dall’Italia stessa), extracomunitario (anche quando si parla di romeni, quindi europei), campo nomadi o zingaropoli (anche quando ci si riferisce a gruppi stanziali), fino a ladro e scippatore. Un’altra catena molto diffusa è quella legata alla migrazione che come termine di partenza ha immigrato (da non confondere con rifugiato, richiedente asilo, esule) al quale si legano a cascata: irregolare, illegale, clandestino, lavoratore stagionale, fino a delinquente e stupratore, che sostituisce quella che un tempo scattava con emigrante, meridionale, napoletano, calabrese, etc. “Siamo di fronte a tipologie lessicali dell’esclusione accuratamente da evitare – sostiene il linguista Massimo Arcangeli – Il termine più rispettoso sarebbe migrante perché neutralizza l’alteritudine, limitandosi a marcare l’idea dello spostamento da un luogo all’altro, dunque l’idea del viaggio e della sua naturale provvisorietà, e non quella dell’estraneità dal punto di arrivo e quindi dell’essere intruso, alieno, solo perché straniero”. “Le catene di termini si fondano sull’apparente sinonimia da un lato e su un processo consequenziale dall’altro. E’ come sgranare un rosario! – sottolinea Dragotto – Il problema è, però, che si arriva a usare i termini più per quello che evocano che per quello che significano. Ci troviamo, infatti, nell’era della plasticosità dove la parola diventa di plastica, perde significatività e vitalità perché troppo abusata, e viene poi caricata di nuovi significati frutto di ideologie e stereotipi. Insomma si narrano fatti veri ma con una semantica fasulla, meccanismo che rende verosimile il racconto pur portando con se significati deformati”. Per cercare di arginare questo tipo di distorsioni dell’informazione, nel 2008 è nata la Carta di Roma, un protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, in collaborazione con l’Unione Nazionale Cronisti Italiani, presente nei nuovi volumi “Studiare da giornalista”. “L’esigenza a intervenire è diventata urgente dopo la strage di Erba quando dall’informazione italiana emerse un riflesso incondizionato di tipo razzista nei confronti del tunisino Azouz Marzouk, considerato colpevole nelle 24 ore successive al dramma, mentre a uccidere erano stati gli italianissimi Olindo e Rosa, che destò serie preoccupazioni anche all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) – racconta Roberto Natale, presidente FNSI -. In questi anni i giornalisti si sono trovati impreparati di fronte a certi temi e si sono lasciati strumentalizzare dalla politica, diventando spesso trasmettitori di germi razzisti e xenofobi. Per questo abbiamo avviato corsi di formazione in tutta Italia con la speranza che si ribalti anche l’antica regola del giornalismo per cui solo le cattive notizie sono buone notizie”. Badante: il termine nasce dal verbo badare. Si usa il participio presente per definire colui/colei che bada, così come si fa con insegnante (da insegnare). “L’origine dell’uso risale alla fine degli Anni ‘80 quando nel lessico della burocrazia fu necessario definire questo nuovo tipo di lavoratori, in sostituzione di infermiere/a, e con gli anni è entrato nel linguaggio comune e, nel 2002, è stato introdotto nel dizionario GRADIT” spiega Francesca Dragotto. Nell’uso quotidiano il termine, però, oggi si lega prevalentemente a lavoratrici straniere. Dire badante fa subito pensare alla nazionalità – alle donne dell’Est, soprattutto ucraine e bielorusse, che si occupano di anziani e malati – a differenza di altre etichette che si legano al mestiere. Dire filippino porta con se la professione: fare le pulizie. Lo stesso accede con polacco che diventa muratore, con bengalese che diventa venditore di rose, brasiliano che diventa trans o con nigeriana che diventa prostituta. Diverso è il caso di marocchino spesso usato indistintamente per chiunque venga dall’Africa sostituitosi al neologismo vu’ cumprà usato tra metà degli Anni ’80 e inizio dei ’90 per definire i venditori ambulanti (e abusivi). Burqa: per parlare delle problematiche relative all’uso del velo delle donne islamiche nelle società occidentali si tende a usare indistintamente il termine burqa’ senza porsi il problema che esistono diversi tipi di veli. “Il Burqa’ è un capo d’abbigliamento indossato quasi esclusivamente dalle donne afgane e reso obbligatorio sotto il regime dei talebani – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. E’ di colore azzurro o nero e ricopre il corpo, con una griglia all’altezza degli occhi per permettere alla donna di vedere. Dunque non è un copricapo ma un abito”. Il termine con cui si dovrebbe indicare il velo è, invece, hijàb. “Questo è un copricapo adoperato già in epoca preislamica nelle società mediorientali per marcare lo stato sociale della donna – aggiunge Verdoliva -. La donna dei ceti superiori lo indossava per proteggersi dagli sguardi del popolo, mentre alla serva non era permesso tale privilegio. Con l’avvento dell’Islam, in base a quanto stabilito dalla shari’ah, è stato prescritto alle donne di mostrarsi in pubblico coperte da abiti che non mettano in evidenza le forme e che lascino scoperti solamente il volto e le mani. A tale scopo le musulmane indossano lo hijàb che si presenta in varie forme e colori a seconda delle diverse tradizioni dei paesi islamici, il quale è atto a coprire i capelli e il collo della donna incorniciandone il viso. Secondo alcune interpretazioni, tuttavia, è considerato buona norma per la donna particolarmente attraente coprire per intero la persona per salvaguardare l’integrità della comunità stessa. Per indicare il velo integrale, utilizzato in pochi paesi islamici, che nasconde anche il viso e talvolta gli occhi, si usa la parola niqàb e in alcuni casi khimàr, termine che compare nel Corano nella Sura 24 al versetto 31”. In passato sui media occidentali compariva anche il termine chador per designare il velo, per via del peso mediatico che ha avuto la rivoluzione islamica in Iran a partire dal 1979. Il termine, infatti, è di origine persiana e indica un foulard o una mantella dalla forma semicircolare che ricopre il capo e le spalle ma che lascia scoperto il volto. Clandestino: è colui/colei che ha fatto ingresso in un Paese eludendo i controlli di frontiera. Per Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso più volte fintosi migrante per narrare dall’interno l’esperienza della migrazione, il clandestino è “l’eroe contemporaneo perché rischia la vita attraversando deserti e mare su mezzi precari praticando un diritto soggettivo fondamentale: la ricerca del miglioramento delle sue condizioni di vita e dei familiari”. “Un paragone a noi vicino – spiega Gatti – sono gli esploratori, i campioni del trekking estremo, i velisti solitari. Se fosse nato in Europa, Nord America e Australia, il clandestino indosserebbe abiti e cappellino con marchi di sponsor e riceverebbe riconoscimenti internazionali. Poiché è nato in Paesi a basso prodotto interno lordo, una volta arrivato in Europa, Nord America e Australia rischia la detenzione senza processo in centri di isolamento, l’incarcerazione, l’espulsione o una vita di stenti. Il mancato riconoscimento dei diritti individuali pone il clandestino all’ultimo livello della scala sociale. In Italia la legge non gli riconosce nemmeno il diritto a presenziare al processo di cui è parte civile: se è vittima, anche di gravi reati, deve comunque essere immediatamente arrestato o espulso. Il clandestino, non l’autore del reato. Questo ne fa il modello di lavoratore preferito per lo sfruttamento nell’agricoltura, nell’edilizia, nell’industria e nei servizi. Anche se non viene pagato, il clandestino non può rivolgersi al giudice senza a sua volta rischiare l’arresto o l’espulsione. L’impiego strutturale di clandestini nell’economia ha consentito dal 1995 la riduzione verticale del costo del lavoro e il conseguente aumento dei profitti delle imprese. Profitti redistribuiti in dividendi per gli azionasti e in stock option per i manager. Il numero di clandestini sfruttati è inversamente proporzionale alla capacità dei cittadini di un Paese di provare vergogna”. Etnia: è un termine che deriva dal greco ethnos, popoli e genti diverse da quelle che abitavano la polis, la città-Stato; popolazioni alle quali si attribuiscono comuni origini e una forma di organizzazione sociale anteriore, e implicitamente inferiore, a quella della polis. Sono, dunque, genti che si autogovernano alle quali manca la compiutezza delle istituzioni e i caratteri della civiltà. Quando la parola passa in latino ed entra nel linguaggio dei cristiani, le etnie diventano pagani, senza fede. Nell’era del colonialismo, poi, il termine viene usato per definire i popoli arretrati, non civilizzati, dunque da colonizzare. “Etnia ormai viene usata come sostituta di razza, diventata tabù, e denota il processo di etnicizzazione dell’Altro – spiega l’antropologia Annamaria Rivera, autrice de “L’imbroglio etnico” (Dedalo) – L’idea di razza, termine e concetto ormai in disuso, dunque, si continua a coltivare sotto il nome di etnia. Le etnie, nel linguaggio comune confuse anche con nazioni, in realtà non esistono, sono state inventate dai colonizzatori che hanno avviato il processo per cui oggi tutto diventa etnico. Il ristorante e la cucina etnica, o l’abbigliamento etnico, sono forme di esotizzazione di ciò che non è nazionale ed europeo. Ma è chiaro che si riferisce a popoli considerati inferiori. Per un ristorante americano, pur non essendo italiano, né europeo, non si direbbe mai etnico”. Harem: è un termine preso in prestito dalla lingua araba usato con un significato inverso. “Harem, più correttamente harìm – spiega l’arabista Lidia Verdoliva – corrisponde a tutto ciò che è dotato di hurmah, ossia di un valore di inviolabilità, di sacralità, che rende quel luogo o persona inaccessibile a estranei e a chiunque non sia in possesso di determinati requisiti. Può essere considerato harìm il luogo di lavoro, in quanto prevede il rispetto di una serie di codici comportamentali, o la moschea in quanto chi vi accede deve rispettare alcune prescrizioni e trovarsi in una condizione di purità rituale, o la casa perché chi vuole entrare deve rispettare i suoi abitanti e attenersi alle sue abitudini. Anche le donne sono harìm in quanto possiedono delle connotazioni tali che impongono agli uomini di portar loro rispetto e il dovere di proteggerle da chi intenda approcciarle in maniera inappropriata”. Se si considera l’ harìm nella sua comune accezione di gineceo, dunque, ossia il luogo della casa in cui le donne si ritirano per non mostrarsi a uomini estranei alla famiglia, bisogna tener presente che esso nel mondo arabo è dotato di limiti morali e confini spaziali di natura quasi sacrale, in netto contrasto con l’idea che si è creata nell’immaginario occidentale, quale luogo in cui un uomo può trarre piacere da un certo numero di sue concubine sessualmente disponibili. “Tale concezione si è imposta nell’immaginario collettivo occidentale, secondo quanto sostiene la sociologa marocchina Fatema Mernissi in “L’harem e l’Occidente” – aggiunge Verdoliva -, a causa di un’errata rappresentazione di stampo esotista degli antichi ginecei arabi a opera dei pittori orientalisti dell’800 e dalla libera traduzione dei racconti delle “Mille e Una Notte” realizzata dal francese Antoine Galland che ha voluto mettere in evidenza soprattutto gli aspetti erotici di tali narrazioni. In opposizione a tale concezione dell’harìm, Mernissi sottolinea invece la condizione di semidetenzione cui erano costrette le donne che vivevano nelle abitazioni tradizionali dotate di gineceo (sistema ormai in disuso) in cui le donne avevano scarsa possibilità di movimento e di libera iniziativa. Italieni: il termine nasce come dal nome di una rubrica pubblicata nel 2001 sul sito del settimanale “Internazionale”, e poi sul cartaceo, e contiene due parole: italiani e alieni. All’origine si riferiva ai giornalisti stranieri residenti in Italia che raccontavano la loro Italia e poi è stata estesa ad autori di seconda generazione, i cosiddetti G2, figli di immigrati nati in Italia, allargando il senso del termine. “L’idea del nome è della graphic-design Martina Recchiuti – spiega il giornalista Piero Zardo – . A distanza di anni la rubrica esiste ancora ed è affidata, come all’origine, ai giornalisti stranieri, un po’ italiani, un pò alieni, che si cimentano nelle recensioni di film e libri italiani”. Irregolare: è colui/colei che ha perduto i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale dei quali era in possesso nel momento d’ingresso. “Per il Ministero dell’Interno è il caso di chi è entrato per motivi turistici ed è rimasto oltre la scadenza del visto, di chi ha inoltrano la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno con tempi o modalità sbagliate che hanno portato al respingimento della domanda oppure di chi aveva un’autorizzazione per motivi di lavoro, ha perso il posto e non ha trovato altro impiego nei termini concessi – spiega l’invito Mediaset, Alfredo Macchi -. Ma per la legge italiana irregolari e clandestini vanno trattati allo stesso modo: se fermati devono essere immediatamente espulsi oppure, se questo non è possibile per mancata identificazione, devono essere trasferiti nei CIE (centri identificazione ed espulsione) dove possono restare fino a 18 mesi. Infine l’allontanamento, volontario o coatto. Ma si può dire che un’automobile in sosta oltre la scadenza del parchimetro o fuori dagli spazi regolamentari è clandestina?”. Jihad: è un termine maschile che vuol dire sforzo, impegno. Sui media italiani, invece, viene reso al femminile e sottintende l’intenzione di tradurlo con “guerra santa” risvegliando nell’immaginario collettivo lo spettro delle crociate. “Esistono due tipi di impegno per il credente nell’Islam: il grande jihad (al-jihad al-kabir) e il piccolo jihad (al-jihad al-saghir) – spiega l’arabista Lidia Verdoliva -. Quello che maggiormente influisce sulla vita quotidiana dei credenti è il grande jihad che prevede un impegno da parte del fedele affinché le forze del bene prevalgano su quelle del male innanzitutto all’interno del suo animo, una lotta interiore spirituale contro il peccato e le tentazioni. Il piccolo jihad ha invece una connotazione di tipo collettivo e indica una battaglia che la comunità dei fedeli (ummah) può ingaggiare contro chi ne minaccia la stabilità. Si può fare ricorso al piccolo jihad solo per legittima difesa in caso di aggressioni e invasioni esterne”. Sbarchi: è uno dei termini abusati dai media italiani soprattutto tra febbraio e l’estate del 2011 in riferimento agli arrivi di migranti da Tunisia e Libia. “Sembra un termine neutro e usato bene, ma in realtà esprime in maniera errata quello che è successo – sottolinea Giorgia Serghetti, ricercatrice Parsec –: le barche non sono arrivate quasi mai a riva, ma venivano intercettate in mare e i migranti venivano portati, nel caso specifico, a Lampedusa. Dunque non sono sbarcate”. Il termine sbarchi, inoltre, ha avvisato una catena denigrante perché associato a pericolo, allarme, invasione fino a “tzunami umano”. “Nei primi mesi del 2011 è emerso uno dei vizi dell’informazione: utilizzare il numero per argomentare un fenomeno – spiega Marco Bruno, ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma –. Se prendiamo come esempio il talk-show “Porta a porta” si vede chiaramente che per sostenere un’argomentazione, in questo caso l’idea dell’invasione, si sono usati in maniera disinvolta e non accurata dati di ordini di grandezza differenti. Questo atteggiamento provoca lo svuotamento del significato aritmetico e ne fornisce uno retorico e, in questo caso anche sbagliato, se si pensa che ci sono stati più arrivi di migranti tra il 2007 e il 2008 e che la maggior parte degli ingressi normalmente non avviene via mare, ma con i camion e gli aerei”. Zingarata: è un termine di tradizione ottocentesca che inizialmente, come voce di ambientazione letteraria, voleva dire maleficio, incantesimo, che poi ha preso il significato di goliardiche e dissacranti bravate collettive, usato nella lingua parlata soprattutto negli Anni ’70 dopo l’uscita del film “Amici miei” di Mario Monicelli. “E’ facile collegare il significato di bravata alla presunta “irregolarità” del comportamento degli zingari e alle loro azioni (spesso compiute in piccoli gruppi) per ingannare il prossimo – spiega il linguista Massimo Arcangeli -. In un dizionario ottocentesco (N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana […] con oltre centomila giunte ai precedenti dizionari […], Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino-Napoli) leggiamo alla voce zingaro: “Una razza di gente vagabonda, senza patria, che vive di furti e d’inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici, uomini, donne e fanciulli, e albergano sotto le tende”. E non andiamo meglio con altri repertori del XIX secolo: “Colui che appartiene a una razza di gente vagabonda, senza patria, senza religione, che vive di furti e di inganni, predicendo la buona ventura. Vanno a frotte di dieci o dodici uomini, donne e fanciulli; e ora dove si posano, danno voce di rassettare caldaie e vasi di rame, e albergano sotto le tende” (G. Rigutini, P. Fanfani, Vocabolario italiano della lingua parlata, nuovamente compilato da G. Rigutini e accresciuto di molte voci, maniere e significati, Firenze, Barbèra, 1891 e 1875)”. Il termine zingaro oggi è stato quasi del tutto sostituito da rom anche se, con il tempo, ha assunto la stessa connotazione negativa. “Rom – spiega Federica Dolente, che ha partecipato alla ricerca condotta dalla Fondazione Basso e da Parsec che in autunno pubblicherà una Guida sulle Alterità realizzata con Redattore Sociale – si riferiva originariamente ad alcuni gruppi che vivevano nei Balcani e nell’Europa dell’Est, ma attualmente è utilizzato come termine generico per indicare tutte quelle popolazioni che a livello locale si chiamano sinti, roma, kalè. L’origine di zingaro non è certa, ma di fatto si tratta di una denominazione che le principali lingue europee hanno utilizzato per secoli. Lo ritroviamo in francese (tsiganes), in tedesco (zigueneur) e in svedese (zigenare) e, secondo una teoria generalmente riconosciuta, il termine deriverebbe dal nome di un’antica setta eretica dell’Asia Minore”. Articolo vincitore del Premio Talea 2013 Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Contro la sterile laconicità dei geometridi Antonio Sparzani Desidero farvi leggere un passo che trovo molto indicativo dello stile dell’uomo e dello scienziato. Si tratta di una parte della lettera che Galileo, già settantaseienne, scrisse al principe Leopoldo de’ Medici nel marzo 1640. Leopoldo, figlio del granduca Cosimo II, che era morto nel 1621, era fratello minore del granduca regnante Ferdinando II, e molto si interessava di arti e scienze; egli, oltre a servirsi di precettori che erano stati discepoli di Galileo, si compiaceva durante l’estate, di andare a chiacchierare con l’illustre scienziato dov’egli trascorreva gli ultimi anni della vita, ad Arcetri. Tra le lettere scritte a Galileo, ve ne è una, di Ascanio Piccolomini, nella quale si afferma: “spesso S.A. [s’intende Leopoldo] fa mentione di lei, e gli par mill’anni che venga la state per essere a goder costà i suoi discorsi, havendo S.A. perspicacia e gusto tale delle cose celesti che m’assicuro che V. S. ne rimarrà maravigliato“. Appunto nel 1640, Leopoldo scrisse a Galileo per averne un parere a proposito di un certo libro, scritto dallo scienziato, di ispirazione aristotelica, Fortunio Liceti e pubblicato all’inizio dell’anno a Udine, a proposito della luce emanata dalla Luna, intitolato Litheosphorus, sive de lapide Bononiensi. Galileo risponde dunque nel marzo, scusandosi per un lieve ritardo nella risposta, e scrive, tra l’altro, quanto segue: « Arcetri, 31 marzo 1640 [ . . .] voglio che l’Altezza Vostra Serenissima sappia come l’eccellentissimo signor Liceti, subito uscito in luce il suo trattato De lapide Bononiensi, me ne inviò una copia, pregandomi che io liberamente dovessi significarli quello che a me pareva di questa sua fatica; e mentre che l’Altezza Vostra Serenissima mi ricerca dell’istesso, con ogni schiettezza le aprirò il mio senso. Dicole dunque, che se io volessi conforme al merito diffondermi nelle lodi dell’ampla e sottilissima dottrina che mi è parso scorgervi, oltre al convenirmi assai in lungo distendere, dubiterei che le mie parole, benché purissime e sincere, potessero apparire ad alcuno iperboliche o adulatorie: ad alcuno, dico, di quelli, che troppo laconicamente vorrebbero vedere, nei più angusti spazii che possibil fusse, ristretti i filosofici insegnamenti, sì che sempre si usasse quella rigida e concisa maniera, spogliata di qualsivoglia vaghezza ed ornamento, che è propria dei puri geometri, li quali né pure una parola proferiscono che dalla assoluta necessità non sia loro suggerita. Ma io, all’incontro, non solamente non ascrivo a difetto in un trattato, ancorché indirizzato ad un solo scopo, interserire altre varie notizie, purché non siano totalmente separate e senza veruna coerenza annesse al principale instituto; che anzi stimo, la nobiltà, la grandezza e la magnificenza, che fa le azzioni ed imprese nostre meravigliose ed eccellenti, non consistere nelle cose necessarie (ancorché il mancarvi queste sia il maggior difetto che commetter si possa), ma nelle non necessarie, purché non sieno poste fuori di proposito, ma abbino qualche relazione, ancorché piccola, al principale intento. E così, per esempio, vile e plebeo meritamente si chiamerebbe quel convito nel quale mancassero i cibi e le bevande, principal requisito e necessario; ma non però il non mancar di queste lo fa così magnifico e nobile, che sommamente più non gli arrechino grandezza e nobiltà la vaghezza dell’egregio e sontuoso apparato, lo splendore dei vasi d’argento e d’oro, che, adornando la mensa e le credenze, dilettano la vista, i concenti di varie armonie, le sceniche rappresentazioni, e i piacevoli scherzi, all’udito così graziosi. La maestà di un poema eroico vien sommamente ampliata dalla vaghezza e varietà de gli episodii; e Pindaro, principe de’ lirici, si sublima tanto col digredire in maniera dal principale suo intento, che è di lodar l’eroe da esso cantato, che nel tesser le laudi di quello non consuma la decima, né anco tal ora la vigesima, parte de i versi, i quali spende in varie descrizzioni di cose che in ultimo, con fila assai sottili, sono annesse al principal concetto. Io per tanto interamente applaudo alla maniera che il signor Liceti, abbondantissimo di mille e mille notizie, tiene nei suoi componimenti, ed in particolare in questo, nel quale, prima che condurre il famelico lettore a saziare sua brama con l’ultimo insegnamento del problema principalmente desiderato, ci porge un util diletto di tante belle cognizioni, che bene ci obliga a rendergliene mille grazie, mentre che con grato risparmio di tempo e di fatica ci libera dal rivoltare i libri di cento e cento autori.» Dite voi se non è un vero programma di scrittura e di vita. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Nuovi scenari urbaniXXIII Seminario internazionale e Premio di Architettura e Cultura Urbana Nuovi scenari urbani Camerino 28 luglio – 1 agosto 2013 Il Seminario di Camerino ha finalità formative, di aggiornamento e approfondimento nel campo della ricerca e della pratica, nel confronto fra Università, Professione e Società civile, con spirito libero e aperto al reciproco apprendimento. I temi proposti riguardano la trasformazione dei paesaggi costruiti alla ricerca della qualità architettonica e della sostenibilità ambientale. TEMI DI PROGETTO E DI CONVERSAZIONE A map of the world that does not include Utopia is not worth even glancing at Trasformazione e riuso dell’edilizia esistente Trasformazione e riuso delle aree dismesse Spazi pubblici e corridoi verdi Per informazioni sul programma, la partecipazione e l’iscrizione al seminario vedi qui. Oppure scrivi a: giovanni.marucci@unicam.it Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Il Turista Incantato Salvatore di VilioDal 18 maggio al 10 giugno 2013 Il turista incantato e Attraversamenti ciclabili negli ingranaggi della memoria Il turista incantato – E poi? Che succede? Come comincia? “E poi? Che succede? Come comincia? Cercando vocali e visioni, la Voyelles & Vision trova questa volta consonanze. La tecnica involontariamente gioca con gli incastri, così le iPhonegrafie proposte come dittici montati su pannelli 30X60 e realizzate con applicazione Hipstamatic Claunch 72 monochrome, entrano due volte con rigore matematico nel Formato: il 60X60 delle foto del turista montate su supporto Forex 2cm Tecnica; Analogico con negativi 6×6 acquisiti in file. Nel manifesto, i cinque scatti come pentade pitagorica, e come cinque sensi e dita della mano, prendono appunto per mano in questo viaggio, preannunciato da una cartolina poco turisticamente convenzionale, in cui luci radenti e pietre antiche, spazi aperti e superfici riflettenti, finestre aperte e chiuse sono sfondo o essenza di visioni che aspettano una seconda occasione dallo sguardo. Attraversamenti ciclabili negli ingranaggi della memoria di Salvatore Di Vilio Biografia “VOYELLES & VISIONS”, nuovo spazio espositivo dove l’ arte contemporanea coabita con un’attenta selezione di libri francesi, presenta un itinerario visivo e letterario attraverso l’esposizione di otto immagini di fotografi italiani e internazionali. La “quinzaine” è un periodico gratuito pubblicato dalla Galleria e curato da Angela Pellecchia e Chiara Lasagni Info: indypendentemente.com, terrainvague@ymail.com Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Atti impuri: n° 4 & 5Si parla del numero 5 in uscita e si presenta un’intervista ad Aldo Nove dal numero 4 già uscito… Dopo le prime 4 uscite cartacee che hanno preso vita grazie alla collaborazione dei migliori scrittori attivi oggi in Italia (come Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa, Giorgio Vasta, Aldo Nove, Raul Montanari, Maurizio De Giovanni, Laura Pugno, Giorgio Falco, Antonio Rezza, Ernesto Aloia, Luca Ricci, Tommaso Ottonieri e molti altri), Atti Impuri approda finalmente al numero 5 con la collaborazione di Miraggi editore. Il quinto volume inaugura inoltre un nuovo corso della rivista, che a partire da maggio si presenterà in una veste più agile, ma soprattutto diventerà bimestrale. ° BASTA EGO, VIA conversazione con Aldo Nove Da qualche parte Carver ha scritto che esiste più affinità tra una poesia e un racconto piuttosto che tra un racconto e un romanzo. Condividi questo punto di vista? Sì, lo condivido, ma in modo molto personale, nel senso che non credo sia una regola generale. Io come Carver sono sempre stato più legato alla poesia che non alla narrazione lunga, al romanzo. Minore è la quantità di materiale che devi gestire, più è possibile avere un approccio estetico – quindi anche tecnico, sintattico e lessicale – più attento. Se devi gestire sei pagine hai un rapporto diverso rispetto a cinquecento pagine. Mi sembra abbastanza ovvio. Questo ha anche che vedere con la fruizione del lettore? No, non penso al lettore. Vale proprio il principio di quanta intensità, concentrazione, tecnica c’è nei cento metri piuttosto che nella maratona. È proprio un’altra forma di disciplina, molto più concentrata in ogni suo minimo passaggio. Il lettore deve avere più disponibilità nella fruizione continua. Il romanzo è anche svagante, divertente, rilassante. Si parla di “romanzo d’evasione”, “racconti d’evasione”. Il tutto poi si esplica anche nell’impegno per il testo. La poesia ha proprio un suo valore specifico dato anche dalla sua brevità. Nel romanzo – un bel romanzo – ti perdi, sono talmente tante le cose che ci sono dentro che inevitabilmente diminuisce anche la concentrazione linguistica. Altrimenti diventa un romanzo sperimentale. Tipo Horcynus Orca, una specie di roba di culto, sacra. Io amo il racconto, sono malato di linguaggio. Ho un rapporto talmente intenso che faccio fatica già mentalmente ad affrontare le cinquecento pagine. Adoro la forma breve, riesco a gestirla. Non mi interessa la trama, chi è stato l’assassino, per capirci. Penso sempre che non sono un avvocato, non sono un pubblico ministero, non mi interessa. Sarà stato qualcuno, qualcuno sarà stato. Oppure si è suicidato. O è caduto. I tuoi punti di riferimento rispetto alla narrativa breve? Malerba, per esempio, è uno che è passato dalla forma breve a quella lunga, anche con una ricerca sul linguaggio simile alle cose che scrivevo io. Borges, mi viene in mente, ci sono dei raccontini simili ad aforismi filosofici, no? Però con il gusto per l’affabulazione. Il racconto breve diventa così anche un escamotage per l’interazione di forme d’espressione diverse, e sicuramente dà la possibilità di giocare, di sbagliare. Oppure Charms, Casi, cosa sono quelle robe lì? In realtà a volte sono anche barzellette, no? Barzellette demenziali dada. La forma non poteva che essere il racconto breve. Con un romanzo non ce l’avrebbe fatta. Quando Breton prova a fare romanzi, con Nadija, o come minchia si dice, non ce la fa, diventa roba per studenti di lettere. Il romanzo sperimentale è una brutta bestia. Eh, appunto, perché il romanzo ti prende e ti porta via, per usara il titolo di uno che sa scrivere romanzi. Il fatto di dover ogni volta rifocalizzare l’attenzione… come se tu, davanti alla televisione, invece di lasciar scorrere le immagini, un po’ da miope dovessi riconcentrarti in un modo differente. È impegnativo. Per me non lo è assolutamente, perché ho un rapporto perverso con la lingua. Per la fruizione media di massa è importante perdersi in un clima che ti permetta un’evasione costante. Pensa al fantasy, o al romanzo d’amore: il motore non deve far niente, appena finisci lo ritrovi lì dov’era. Invece nel racconto non sei soddisfatto della pagina, è una sega breve, una roba da cinque minuti. Il romanzo dura venti giorni, è una relazione. Almeno questa è la mia interpretazione. Io leggo poesia, saggistica, classici. Il romanzo tradizionale, invece… A parte in qualche caso, penso a Murakami che è molto lirico, ma tantissimo. Cioè, in sé la forma romanzo non mi interessa. La mia compagna, che legge tantissimo, dice sempre “Leggi questo, leggi quest’altro romanzo…”, non la cago mai, non ce la faccio. Non sono mai passato. Cioè, l’ho fatto in modo truffaldino, quando Balestrini mi ha detto “Scrivi di seguito”, e io ho iniziato a farlo. Poi dopo subentra nella revisione una certa attenzione alla narratività, nel senso di rendermi conto se è legittimo aspettarmi che uno vada avanti a leggere o no. Lo sviluppi anche un po’ a istinto, cioè te ne accorgi quando gravi troppo il lettore con certi elementi. Tipo con la verosimilità, che è una cosa comunque bizzarra perché ci sono situazioni assolutamente folli che per il contesto sono verosimili. So che non posso stare dentro un certo numero di lettori quando non c’è una certa alchimia. Però mi rendo conto anche quando non posso averne nessuno. Ci vuole una credibilità del testo nel farsi leggere. Quando fai un libro non sai quanti ti leggeranno, se avrai successo o meno, ma questo dipende da molti fattori. Però ti rendi conto se ci sono delle cose che vanno o che non vanno, proprio nel senso dell’andare avanti. In ultimissima fase sì, anche perché in qualche modo lo sto scrivendo per loro. Però mentre scrivo non posso pensarci. Qual è per te il rapporto tra linguaggio e realtà? Bisogna sgomberare proprio a livello terminologico il rapporto tra linguaggio e sincerità. Moccia funziona perché è sincero, lui ci crede a quelle robe lì. Milo De Angelis crede a quell’altra roba là. Quindi sicuramente uno scrittore deve innanzitutto essere sincero. Il rapporto con la verità invece è molto molto più difficile. Se uno sinceramente crede in stronzate neocattoliche assurde, quella è la sua verità, e allora qual è la Verità? Anche la realtà è molto difficile perché siamo a vari livelli di realtà, e di realtà nella realtà. Parlo del mondo distorto in cui viviamo, quel mondo che Pasolini avrebbe rinnegato completamente perché non esiste, o parlo della realtà dei contadini eccetera? Se sei un fotografo realista il tuo è pur sempre un punto di vista, no? Quindi sicuramente uno scrittore può essere sincero e può lavorare sulla realtà, ma la verità non lo so, chi si autoproclama profeta che ti propone la verità. Uè, sono serio, mi piacciono le domande, sono serio. A proposito di questo sovrapporsi e intrecciarsi di realtà, credi che la poesia intervenga per riportare un ordine o per riportarci a quel disordine dove eravamo già stati? La poesia produce ordine, ma un ordine frattalico, muovendosi all’interno di una geometria che non è euclidea, ma è assolutamente incasinata. Certo che se tu non hai dei principi d’ordine con i quali muoverti non ti muovi, inciampi, fai un puttanaio. Devi dare una disciplina anche improvvisata. Perché oggi non va l’avanguardia? Perché c’è troppo casino, siamo tutti incasinati, prova a guardare un telegiornale. Generando altro caos si va al rumore bianco. Siccome siamo già in prossimità del rumore bianco… Poi sembra che sia un giudizio morale, o di scelta, o di gusto, invece no, io amo l’avanguardia, ma oggi non so se ho voglia di mettermi a leggere un libro che non si capisce niente… Certo, ci mancherebbe altro. Non dimenticherò mai una cosa che scrisse Nanni Balestrini cinque o sei estati fa su Liberazione, proprio un inciso in cui diceva che la poesia, come del resto i coltivatori di orchidee, i collezionisti di pipe, riguarda un’élite, poi c’è tutto un livello, molto più diffuso, di uso indiretto e spurio di componenti della poesia che sono popolari. Penso che Jovanotti, a questo livello, sia molto molto alto, proprio a livello mondiale. Però sono elementi della poesia che lui mette nella canzone, che è un’altra forma d’espressione. Ma Milo De Angelis lo leggono in due o tremilla. Molte cose iperpop della Merini… in giro ci sono tante di quelle stronzate… lei al telefono dettava laqualunque, e purtroppo molte sue cose diventate famose sono delle cazzate totali, poi lei invece era una poetessa davvero tosta. Io uso molto come laboratorio facebook. Molte case editrici mi hanno già chiesto se ho voglia di fare un libro tipo con gli “stati”, quindi c’è anche una specie di riconoscimento degli addetti ai lavori di questo mio… Il linguaggio è la cosa più viva che ci sia, è come la carne. Cioè la carne è brulicante di robe, muore, arrivano i microorganismi, è una cosa assolutamente vitale e in evoluzione… adesso stiamo vivendo in un momento particolare in cui si sta andando verso forme molto complesse, tutto in fieri, no? Nel momento in cui tu lo fotografi, domani sarà comunque già un’altra cosa. È un corpo a corpo del linguaggio, sempre, tutti i giorni, è molto appassionante. Ma tu come ti rapporti in un tipo di lavoro del genere? Con la velocità. Come usare un linguaggio veloce in un contesto del genere? Si tratta di adattare ad esempio anche la polisemia che permette diverse risposte. Io vedo molto il lavoro su facebook come una forma rapidissima di ping pong: lì ci sono delle regole, il tavolo è quello, va tutto velicissimo e devi stare molto attento a come calibri i generi. Se tu fai uno status o lasci un messaggio comico, o serio, o altro, non devi essere mai troppo pesante o vincolante perché lì tra l’altro la velocità implica anche scarsa attenzione. Quindi devi essere molto stringato, come se fossero dei pattern linguistici pa pa pa pa, che ti permettono uno sviluppo. L’aspetto più interessante comunque è che si tratta di una scrittura dialogica, cioè tu servi a qualcun altro, come nella dialettica appunto, una costruzione insieme, solo che questo qualcun altro non c’è, ovvero può essere chiunque. Devo solo un po’ sminuire l’ego, perché se mi metto lì a dire “Adesso ti devo spiegare le robe”, in questo modo va tutto a puttane. Basta ego, via. Stiamo diventando tutti cinesi. Uno dei principi cardine di facebook è appunto l’ego… Eh, ma è tutto falso, è una finzione. Una finzione sociale ma anche linguistica, un laboratorio linguistico ricchissimo. Poi al momento non saprei come sfruttarlo, questo laboratorio. Cioè, sfruttarlo… diciamo che lo studio. Non è questione di comunicazione, cosa vuoi comunicare su facebook? Se è uno scambio serio allora passo in privato, via mail. Lì è una vetrina. Mi incuriosisce molto anche twitter, ma tutti e due non ce la faccio, mi salta la testa. Assolutamente sì. Il tempo ti obbliga a vedere le cose da prospettive diverse. Le cose di cui ti eri innamorato, magari ti disamori… Ogni volta che ti metti a guardare una cosa, quella cosa cambia. Hegel diceva che il più grande problema della filosofia è tener fermo il morto. A parte perché il morto è vivo, il cadavere è la cosa più viva che ci sia. E poi proprio perché continua a cambiare. È bello anche poter contestare te stesso. Ripeti le cose e le rivaluti. E rispetto a quest’idea di riconsiderare le cose fatte, ti capita mai di ripercorrere il tuo passato da scrittore? Io non mi riguardo indietro, non mi rileggo. Cerco di stare assolutamente qui oggi, nel presente. Non so se è giusto. Delle volte magari qualcuno mi riporta a cose passate, ma tanto sono dentro di me, no? Cerco sempre di stare nell’oggi. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Lavoro e altri disastridi Giuseppe Granieri Giornate passate ad aspettare il nulla. Sempre lì ad attendere che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, e invece nulla. Tutto fermo. Immobile. Se anche piovesse ogni tanto, ci sarebbe di che parlare. E invece nulla. Ti alzi, fai quello che c’è da fare, poi pranzo, giro in paese, cena e notte. Così negli ultimi sei mesi. Che merda. “Vediamo se ci sono offerte di lavoro per un esodato di 56 anni”, pensò Marcello – davanti al suo nuovo passatempo: un computer…
* Esodato56: ciao Sognatrice38: perché qst nick? E: chiedi alla fornero S: a chi? E: ma dove vivi!? S: a casa mia! E: no, dico: la guardi la tv? Se ne sente tanto parlare… S: ma di cosa scusa? E: crisi, pensioni, esodati S: esochè? E: persone che sono senza lavoro e senza pensione S: ah… E: sai dire solo “ah”?! S: mi fa strano E: cosa? S: che mi parli di sta cosa. E: perché? S: xkè qua gli uomini ti chiedono solo sesso scopate seghe E: in chat parli solo di sesso tu? S: no! E: e allora? S: e allora io di questi esodatati non ne so nulla E: vuoi che interrompiamo? … (E: perché non scrive?!) E: ohhh… ci sei?! S: massi, sono qui…. E: perché non rispondi?! S: faccio la veglia al bimbo E: ti va se riprendiamo da zero? S: ok E: piacere marcello S: fiorella E: 38 anni? S: c’è scritto nel nick! E: chiedevo per conferma S: ok tu? E: 56 troppi? S: mica dobbiamo sposarci E: che fai nella vita? S: Casalinga e mamma di un cucciolo di pochi mesi tu che lavoro fai? … (S: perché non risponde?!) S: non sei obbligato a risp E: sono un esodato S: di nuovo con sta storia che palleeeeeeeeeee… E: scusa S: figurati dicevo per dire ma quindi non lavori? E: no a casa S: meritato riposo dai :-) E: tu hai mai lavorato? S: macché qui dove sto io lavoro nisba… E: di dove sei? … (E: ma perché sparisce?!) E: ci sei? …. (E: casalinga senza testa…) S: scusami eccomi controllo bambino dicevi? E: di dove sei? S: Sicilia E: capisco S: tu? E: Bologna S: ci sono stata dieci anni fa bella città E: si bella anche se ha perduto il fascino di un tempo S: cioè? E: no nulla lascia stare S: come vuoi E: ma non hai mai provato a lavorare? S: anni fa solo cose così E: ti sei arresa? S: da tempo E: non cerchi più? S: ho famiglia ora E: tuo marito? S: cosa E: tuo marito cosa fa? S: autotrasportatore E: tutto bene? S: non manca nulla al resto non ci pensiamo più da un pezzo E: capisco come mai in chat? S: mi rilasso E: sei a caccia di storie piccanti? S: sto bene così… tu? E: se capita S: porco E: ti va di descriverti? … (E: sparita di nuovo!) E: ci sei? S: scusa bimbo E: ti descrivi? S: vaffanculo E: pensavo… S: pensavi male! … (S: si è offeso…) S: com’è sta storia degli esodatati? E: ma avevi detto che non ne volevi parlare S: ho cambiato idea E: ah!!! S: allora? E: gli ESODATI sono quelle persone che sono o senza lavoro o senza pensione S: perché? E: hanno lasciato il lavoro in base a degli accordi con il datore di lavoro ma anche per altre ragioni e non potranno prendere la pensione per un certo periodo S: cioè tu ora sei senza lavoro e non hai uno stipendio? E: esatto S: bel guaio E: eh S: hai qualcosa da parte? E: certo altrimenti starei sotto i ponti io e mia moglie S: figli? E: uno S: sposato? E: convive S: beh, non è drammatica dai E: punti di vista S: voglio dire non sei alla canna del gas E: ancora no… grazie! S: Dicevo per dire! E: Sì certo tranquilla S: ok E: ti va di descriverti? S: ma non scopi con tua moglie?! E: ma cosa c’entra! S: c’entra! E: tu allora perché sei in chat? S: per svago E: sicuramente! Allora ti descrivi?! … E: ci sei? S: sì E: allora? S: allora cosa? E: no nulla lascia stare S: appunto E: ok S: si è svegliato il bimbo E: ah S: ciao devo andare E: aspetta S: ciao… abrazo… Sognatrice38 ha lasciato la chat E: stronza Esodato56 ha lasciato la chat
* - Ciao fiò. - Ciao amò. - Com’è andata oggi? - Tutto bene. - Che hai fatto? - Nulla: sono stata appresso al bimbo. - Eri al pc? - Di sfuggita: ho visitato Bologna con street view. - Ok. - E la tua giornata? - E’ finita…
* Giuseppe Granieri (Galatina, 1981), vive a Copertino, Lecce. Giornalista pubblicista, scrive per www.fcinternews.it. Ha pubblicato una raccolta di interviste sportive, Dal calcio giocato al calcio parlato (Grasso 2008), e la la sua tesi di laurea, Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco 2009). Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Paradossi di Siciliada Ferdinando Milone «Sicilia, la natura e l’uomo» Paolo Boringhieri 1960di Evelina Santangelo di Evelina Santangelo Un furgone carico di persone e cose si ferma nel cuore della città, in un parcheggio alberato a ridosso del salotto buono. Sulla piazza si riversa un numero indefinito di rom, uomini, donne, bambini armati di bombola a gas, griglia per arrostire la carne, bidoni d’acqua per lavarsi, sedie, mentre uno di loro estrae una lama di rasoio e si mette a rasare i capelli di un ragazzino a mo’ di barbiere, di quei barbieri che a volte si vedono in certe foto antiche che sembrano ancora più antiche dei loro 50 anni, con quei clienti seduti su sedie di paglia o di legno in qualche slargo a ridosso di un muro di pietra. Una posteggiatrice abusiva, emancipata in quel suo ruolo tipicamente maschile, si avvicina per capire, la visiera del suo cappellino da baseball calata sugli occhi, il marsupio stretto sotto la pancia, il fischietto in bocca. «Perché non possiamo stare», dice uno dei rom prima ancora che lei dica qualcosa. La posteggiatrice abusiva guarda per un attimo la scena, non pronuncia verbo, ma si vede che è orgogliosa di essere stata scambiata per un vigile. Quindi li lascia lì, a trafficare con le loro carabattole, le loro bombole a gas sotto il sole, i loro bidoni d’acqua, i loro rasoi antidiluviani. Torna alla sua postazione fischiando a un Suv in cerca di un posteggio all’ombra. «Fino a che ora volete stare?» chiede in perfetto italiano un altro posteggiatore abusivo, come se stesse parlando con dei «clienti abituali» del parcheggio, che sarebbe un parcheggio a ore, se non fosse che la durata delle «ore» la decidono i parcheggiatori che si alternano sulla piazza in base a una turnazione rigorosa, da fabbrica. «Fino a stasera, o a domani», risponde il più anziano dei rom. «Allora, ascolta quello che ti dico io. Ti spiego dove ti devi mettere. Così potete stare tranquilli», indica un posto lungo una siepe. «Là è perfetto», dice con aria professionale. Intanto arrivano macchine, scendono signore addobbate per un qualche matrimonio o comunione: capelli cotonati, vestiti cotonati, borsette cotonate. Abitanti del quartiere passeggiano placidi i loro cani sotto il sole, raccogliendo le cacche con sacchettini di plastica e palette. I primi avventori s’avviano in camice leggere e jeans o vestitini attillati verso i bar della movida per un aperitivo precoce che fa tanto chic, tanto Palermo-da-bere, mentre in lontananza si scorgono nugoli di bianchi di gabbiani che scendono in città dalla discarica di Bellolampo seguendo una scia di rifiuti che vegetano da giorni lungo i bordi delle strade. (Palermo 11 maggio 2013) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Dieci per Elio Pagliarani[In occasione del primo anniversario della morte di Elio Pagliarni è appena uscito per la collana I domani di Nino Aragno un volume celebrativo a cura di Andrea Cortellessa, con contributi poetici, saggistici e testimoniali portati da autori e critici che ne hanno conosciuto, studiato e amato la poesia (Cetta Petrollo, Edoardo Albinati, Luca Archibugi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Renato Barilli,Cecilia Bello Minciacchi, Francesca Bernardini, Gherardo Bortolotti, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Marco Caporali, Simone Carella, Biagio Cepollaro, Carla Chiarelli, Laura Cingolani, Orazio Converso, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Fausto Curi, Claudio Damiani, Elisa Davoglio, Carla De Bellis, Raffaella D’Elia, Cesare De Michelis, Tommaso Di Francesco, Enzo Di Mauro, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Giulio Ferroni, Michele Fianco, Francesca Fiorletta, Gabriele Frasca, Vincenzo Frungillo, Enzo Golino, Elio Grasso, Angelo Guglielmi, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Niva Lorenzini, Rosaria Lo Russo, Mario Lunetta, Romano Luperini, Valerio Magrelli, Giorgio Manacorda, Massimiliano Manganelli, Francesco Muzzioli, Aldo Nove, Vincenzo Ostuni, Tommaso Ottonieri, Marco Palladini, Giorgio Patrizi, Elio Pecora, Gabriele Pedullà, Walter Pedullà, Plinio Perilli, Jonida Prifti, Laura Pugno, Massimo Raffaeli, Lidia Riviello, Tiziano Scarpa, Alberto Scarponi, Siriana Sgavicchia, Gabriella Sica, Francesco Targhetta, Alberto Toni, Roberto Varese, Carla Vasio, Sara Ventroni, Lello Voce e Ade Zeno). Un ampio percorso critico e umano per e attraverso un poeta di importanza capitale, anche per le generazioni di autori a lui successive; e allo stesso tempo un testo utile anche per un primo avvicinamento alla sua opera. Per Nazione Indiana, ho provato a trascegliere pochi assaggi esemplificativi. AB] Da Ma dobbiamo continuare. 73 per Elio Pagliarani a un anno dalla morte, Aragno/I domani, 2013.
ELIO PAGLIARANI Libera labirintiche litanie Privilegia pindariche pipate Improvvisa incantevoli illusioni Accumula apocalittiche aurore Nanni Balestrini - «Non ho capito!» «Non ho capito» premessa di un taciuto «ma che state Luigi Ballerini - Dittico per Elio s.t.t.l I Cimitero di Viserba le fotografie Di quelli che conosci o conoscevi Zie dei padri E vittime delle moto i transigenti Nipoti. A loro modo una comunità, Un piccolo paese, Mentre nella metropoli di niente Hanno conferma i vivi dei seppelliti Nei falansteri fuori porta O in transito verso la civiltà Del vaso delle ceneri In tinello. II Cade così non lontana Dall’esistenza La bestemmia a gote piene Reiterata Al distruttore fulmine Che per quest’anno ha cancellato La vendemmia a ottobre L’acino che si gonfia.Franco Buffoni - Pagliarani sul Niagara Parlavi dei bambini, Al buio, fra la guazza, CONTINUA. Valerio Magrelli - La persona, che diventa personaggio se solo ne scriviamo una riga, e che nel caso di Elio Pagliarani diventa personaggio due volte, non fu per me meno saettante del poeta. Quel che si dice personaggio – Pagliarani aveva le stimmate per esserlo. Lavorare con lui – con tale persona, con tale personaggio, così esuberante – per quindici anni, ha prodotto una quantità di aneddoti (per dire il minimo) cui gli amici più giovani hanno attinto con giusta voluttà. Poiché Elio negli ultimi anni l’ho visto poco, non posso aggiungere altri aneddoti. E poiché questa non è la sede per infine rivolgersi al poeta (in realtà non l’ho mai fatto, anche se sapevo Inventario privato a memoria), mi piace allora rivederlo nelle vesti di bibliofilo goloso, felice tra i suoi libri antichi e antichissimi negli intervalli d’un luminoso pranzo domenicale. Eravamo nella casa alle pendici di Monte Mario, con la moglie Cetta e la figlia Lia Rosa – con me venne Maria Pia, che per lui ha grande affetto. Aggiungo una parola sul sentimento che ho condiviso con un buon numero di persone. Di questo sentimento si parlò il giorno dell’ultimo saluto, il dieci marzo, sui gradini della Chiesa Nuova. Tutti eravamo stupiti d’esser lì, usciti da una chiesa, per quanto prestigiosa. Certo, rispettiamo le volontà familiari. Ma è proibito non pensare a Elio come a un uomo il più provvisto d’una religione laica, e solo laica. Pagliarani era fedele alle sue radici romagnole, il suo senso di giustizia era feroce e terreno. A che cosa erano dovute le sue pazze ire se non all’idea che ogni acquiescenza, ogni rinuncia, ogni mortificazione sarebbero risultate (a se stessi prima di tutti) inique, indegne, suscettibili d’altra ira, d’altro furore? Era in questo modo che anche il dieci marzo a lui pensavamo; ed è così che ora preferisco ricordarlo. Franco Cordelli - Il vero battesimo, me ne rendo conto adesso, senza volerlo me l’ha dato Pagliarani. Doveva essere il Novantacinque. Tornavamo assieme in macchina da Reggio Emilia, mi aveva battezzato critico il mio primo Ricercare, ed ero tutto contento. Elio pure era tutto contento perché alla guida c’era Tommaso che, secondo lui, al volante era il migliore. Lui e Cetta stavano seduti dietro, io accanto al guidatore. Unico intruso in una macchina colma di poeti, mi sentivo in dovere di parlare di poesia. Prima Elio, a bassa voce, aveva avuto parole colme d’ammirazione per Sandro Penna e io sfoggiai un libretto fresco di stampa, il suo carteggio con Montale, dicendo qualcosa sulla bellezza di quest’amicizia fra poeti. Una cosa molto retorica, suppongo; Elio s’incazzò però non per il tono, ma per l’ignoranza. Ma come amici! Ma se Montale gli ha fatto le scarpe tutta la vita! Per la prima volta, stupefatto e terrorizzato, assistevo alla sua collera omerica; tanto urlava e si agitava che l’auto, un paio di volte, ha sbandato sensibilmente. Ecco, in quegli zigzag ho capito una cosa che nessuno mi aveva mai spiegato – che la poesia non sta tutta nei libri. La lezione di quel viaggio non era stata solo di mestiere, ma di vita. Andrea Cortellessa - Ho sempre pensato che Elio Pagliarani avesse un modo tutto suo di rapportarsi alla realtà, come avvertendone il ritmo nascosto, afferrando le sfasature e le dislocazioni in cui si dispiegano le cose, le presenze umane, i linguaggi, ruminando in sé quelle sfasature e riproiettandole, complicandole espandendole nella propria voce e nella propria poesia. Una poesia dall’eccezionale tensione ritmica, che ci ha trasmesso in modo potente, vorticoso, avvolgente, straniante, tutto il senso della complicazione e della contraddizione del mondo che egli si è trovato ad attraversare e che con lui abbiamo attraversato. Elio ha conquistato questa poesia traendo frutto da quella «asimmetria» a cui l’aveva costretto, come racconta nel bellissimo Pro-memoria a Liarosa, la perdita di un occhio all’età di 19 mesi: questa asimmetria ha vivificato e sostenuto la sua illimitata passione «romagnola» per il presente e per la concretezza del mondo, la sua disposizione all’ascolto delle cose, delle persone, dei linguaggi, e lo ha portato a sperimentare, insieme da dentro e da fuori, l’asimmetria costitutiva del mondo e dell’esperienza. Proviamo ancora col rosso, Elio; proviamo a risentire la tua voce e la forza dislocante della tua poesia! Giulio Ferroni - C’è una corrispondenza fra politica e poetica in Pagliarani. Come sul piano politico Pagliarani mescola istanze moralistiche, populistiche, riformatrici, interpretazione classista della storia e atteggiamenti libertari e anarchici, così su quello letterario l’accettazione di una «funzione sociale», consistente nel compito di «mantenere in efficienza, per tutti, il linguaggio», si accompagna all’esigenza di non accontentarsi della «negazione» radicale sul piano del linguaggio ma di puntare a una «opposizione» o «contrapposizione determinata», verificata sul reale, e capace di produrre «nuovi significati». Pagliarani subisce indubbiamente l’influenza della tradizione illuministica e realistica lombarda, e la fonde col proprio sperimentalismo letterario e con la forza travolgente e corporale con cui inventa il ritmo del verso soppiantando tutta una tradizione metrica di stampo lirico. Di qui un certo isolamento di Pagliarani all’interno del Gruppo 63: era troppo classista e «rivoluzionario» per i fenomenologi e i neopositivistici asettici, troppo riformista per i puri eversori del linguaggio. In fondo, almeno all’altezza della Ragazza Carla, è più l’erede di «Officina» (col suo moralismo e i suoi poemetti narrativi) che un seguace delle nuove teorie elaborate nella redazione del «verri». E per questo giustamente Sanguineti nella sua antologia del 1969 lo pone nella sezione dello «Sperimentalismo realistico» e non in quella della «Nuova avanguardia», dove colloca invece gli altri Novissimi. Fra La ragazza Carla e La ballata di Rudi Pagliarani è stato il maggior poeta espresso dalla temperie sperimentale del secondo Novecento, quello che in modo più realizzato e compiuto ha saputo fondere «opposizione» politica determinata e una innovazione radicale capace di portare alle estreme conseguenze la crisi del genere lirico e la negazione dell’io, non tramite lo sprofondamento in labirinti o in paludi di putredine bensì attraverso il recupero della narratività, e l’invenzione di una espressività realistica nutrita di una coralità e di un ritmo che è giusto definire epici. Romano Luperini - Proviamo con l’invettiva, si disse Pagliarani, e scrisse Epigrammi ferraresi. Ferrarese come Savonarola, «il suo blasone», confessa il poeta evocando la bile. Che in lui rima sempre con pile, la scossa elettrica che si alterna con gli umori del fegato per fulminare le Chiese e gli Imperi di ogni tempo. Il corpo e la tecnica sono uniti dallo stesso scopo, come sempre in Pagliarani il dire e il fare, che qui si corrono incontro lungo la scorciatoia. Prima il linguaggio (l’invettiva), il significato verrà poi in uno sperimentalista le cui forme sono sempre gravide di contenuti da estrarre con dolore, sdegno e sarcasmo. Il messaggio s’è fatto più breve, appuntito, rovente e spezzato dal furore del «moralista padano» e dalla memoria del genere. La frase è una lama di coltello o mannaia («Quelli sei con la mannaia furono angeli»), dove il ritmo scandisce le parole come strumento a percussione («Ancora non resuscita questo Lazzaro / Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro»). Se è in gioco la giustizia, tocca dire brutalmente la verità, senza timor di Dio («Tommaso Muntzer disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui»). Nel mondo nessuno può dirsi innocente: Pagliarani non salva nemmeno se stesso («Non so se avete capito: siamo in troppi a farmi schifo»). Con l’invettiva il poeta ferisce e picchia, flagella e si autoflagella. L’esperimento riesce sempre a Pagliarani: il linguaggio oggettivo incontra sempre la sua vicenda personale. Walter Pedullà - Muore un poeta, e non si può fare a meno di pensare a quel che ha significato per te, al di là della storia della letteratura, del canone, delle antologie e dei monumenti. Un pensiero semplicistico, forse, che riguarda quella cosa chiamata «vita», parola impresentabile, ma che insomma rende l’idea. Allora ripenso al mio incontro con Pagliarani, con la poesia di Pagliarani, non tanto con la sua cara persona, che ho visto qualche volta, da vecchio, quel che si dice un vecchio amabilmente burbero, con i vestiti gualciti, la voce abrasiva, le guance molli, una voce abrasiva foderata di guance molli. All’università ho registrato La ragazza Carla in un’audiocassetta, per poterla ascoltare con le cuffiette. Ascoltavo il poemetto di Pagliarani e riuscivo a sopportare la mia voce che lo leggeva, che lo infettava. Altri poeti invece non sopportavo che fossero infettati dalla mia voce, avrei voluto avere a disposizione una voce impersonale, assoluta, per registrare le loro poesie, invece la poesia di Pagliarani no, mi sembrava che bisognasse sentire che c’era qualcuno che la leggeva, con un’inflessione e un carattere, e allora riuscivo a sopportare persino la mia voce. Ricordo che poi l’ho pure «portato all’esame», Pagliarani, mi fecero una domanda su una poesia, era provano ancora con l’oro, mi chiesero di leggerla, e mi domandarono che cosa voleva dire, secondo me, provare ancora con l’oro, per una poesia, non ricordo cosa dissi ma so che non fu gran che, perciò continuai a chiedermelo, me lo chiedo ancora, che cosa significa, provare ancora con l’oro, ora che ci penso la mia vita è un tentativo di dare una risposta all’altezza di quella poesia, provare ancora con l’oro, dare fiducia all’oro, alla parola che lo nomina, che non vale niente, che non è oro, provare a vedere se dà un po’ di valore alla frase, se dà valore al provare, provo ancora a provare con l’oro, ogni volta che scrivo, che penso, che parlo, riprovo con l’oro ancora con l’oro ci provo. Tiziano Scarpa Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Giardinidi Antonio Sparzani Non so se avete mai pigramente camminato per la via Mozart, a Milano, gettando occhiate curiose nella via Luigi Amedeo Melegari e nella via Clara Maffei, o nella via Gabrio Serbelloni, nomi che suonano casati milanesi illustri, vie che trasudano elegante riservatezza e austera discrezione, oltre alla lontananza livida di inaccessibili giardini. Oggi a Milano c’è il blocco delle auto, ma chi abita questi paraggi non si preoccupa certo di una insignificante contravvenzione. È sufficiene comunque allontanarsi di poco, direzione corso Venezia e via Palestro, e le strade diventano brulicanti di biciclette e di pedoni che per oggi hanno l’illusione di occupare la città. I giardini di via Palestro, con annessi museo di storia naturale e planetario, sono gremiti di persone di tutte le età, giovani distesi nei prati, stile Woodstock, vecchiette e vecchietti dispiegati sulle numerose panchine, bambine e bambini razzolanti ovunque. Verde, fiori, il parco è piantumato senza risparmio e direi che oggi offre una giornata di vera piacevole primavera. Mi metto anch’io seduto su una panchina a scrivere questi pensieri; si avvicina un giovane senegalese che mi parla con tono non lamentoso ma piano di sua moglie che è a letto, dei suoi figli piccoli e di lui che non vuole andare a rubare e quindi vende libri di fiabe africane. Io come al solito non so cosa fare e dire, finisce che gli compro un librettino di favole che tanto so già a chi regalare. Gli chiedo da dove viene, perché, penso, se mi dice che viene dal Ghana, potrei chiedergli se conosce per caso quel suo connazionale che ieri è andato in giro in zona Niguarda di mattina presto ad ammazzare chi gli capitava a tiro; e avrei voluto domandare anche a lui come sia possibile una cosa del genere, quale distorsione della mente può indurre ad avventarsi con un piccone su ignari passanti. Ignari sì, naturalmente, forse solo inconsapevolmente colpevoli di appartenere ad un paese che ti ha rifiutato da subito, caro ghanese Mada, che non ha voluto occuparsi dei tuoi problemi, che non ti ha dato un’occasione di riscatto, come non riesce a darla a tanti, anche dei suoi più legittimi cittadini. “Ho fame” sembra essere l’unica difesa che hai gridato, Mada, che tutti sappiamo non essere una difesa decente per aver ucciso e ferito, ma lo sappiamo con tale chiarezza appunto noi ben pasciuti, che, se diciamo “ho fame”, intendiamo una cosa completamente diversa, un allegro desiderio del cibo che siamo certi presto arriverà. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Trittico di Andreotti
Il bambino con la cravatta a righe La testa china sulle cravatte fanno silenzio per commemorare lo statista, l’uomo alla guida delle istituzioni. Quello al centro della fila in basso, distinguibile dalla cravatta verde, è il Presidente della Regione. Resta frontale dinnanzi alle telecamere, congelato dietro gli occhiali rossi, il volto che nella fissità cronometrata in sessanta secondi assume sembianze da tricheco. Ha esperienza di ruoli istituzionali, il Presidente che era stato più volte Ministro dell’Interno, indi anche di telecamere in azione. Più tardi fa sapere di non aver trovato elegante che sia mancata una cravatta nell’emiciclo dirimpetto del Pirellone, incidentalmente bianca a righe rosse. Il Presidente dalla cravatta verde era stato molto rosso, senza cravatta e senza righe, fino al 1979 quando ha conosciuto Umberto Bossi. Incidentalmente quello era stato l’anno in cui ammazzarono il papà dell’uomo con la cravatta sottratta al minuto di silenzio. In quell’epoca remota non v’erano ovunque telecamere e non si può dunque ricostruire con immediatezza se, al momento di essere ucciso dinnanzi al portone della sua casa milanese, il padre dell’uomo con la cravatta a righe che allora aveva otto anni e stava dormendo nella sua cameretta, ne indossasse una, come la sua biografia rende probabile. Il bambino si sarà già svegliato grazie alla raffica di colpi esplosi da una Magnum calibro 357 o solo dopo, a causa delle sirene, le urla e il pianto lancinante che nemmeno la consorte più degna e fedele di un servitore dello Stato, cattolico e monarchico, era riuscita a trattenere in quel frangente? Il bambino crescendo non andava tanto bene a scuola, trovandosi nella necessità di conseguire la maturità in un liceo serale per via del sonno spezzato quel 11 luglio 1979, oppure per il congelamento degli anni dopo, la restituzione del dolore al decoro, in nome della fedeltà alla memoria del marito e padre. Poi ha recuperato quel che da lui ci si aspettava: è diventato avvocato come suo padre, ha lavorato per la Banca d’Italia come suo padre, si è occupato di criminalità organizzata e finanziaria come suo padre, è diventato padre come suo padre, padre di tre figli educati nella fede cattolica e nel rispetto del diritto e dello Stato. Infine ha accettato di sfidare l’uomo delle istituzioni con la cravatta verde e ha perso le elezioni. Inutile domandarsi ora se questo sia accaduto solo a causa del 13,9 per cento confluito su Silvana Carcano, candidata del Movimento 5 Stelle, o anche perché l’avvocato Umberto Riccardo Rinaldo Maria Ambrosoli si portava dietro un’aria troppo antica di mestizia parrocchiale e di un passato da scordarsi già scordato. Giulio Andreotti, amico di Michele Sindona, mandante della morte del commissario liquidatore della sua banca privata, decenni dopo, in un’intervista televisiva, aveva con sornionesca eleganza democristiana farfugliato che Giorgio Ambrosoli se l’era andata a cercare. Il capogruppo dell’opposizione al Consiglio Regionale della Lombardia se n’è uscito dall’aula alla chetichella per un tempo nemmeno utile a prendere un caffè o andare in bagno. Ma incontrando inevitabilmente le telecamere ha dichiarato: “le istituzioni sono fatte dalle persone”. … ***
Un tratto dello spirito nazionale: fingere di non sapere… Ovvero dell’ingenuità e del candore del senatore Andreotti (e non solo). Riporto di seguito alcuni brani di un saggio del professor Salvatore Lupo (Che cos’è la mafia – Donzelli editore 2007) intercalati con qualche mio commento, certe dichiarazioni del senatore Andreotti, uno stralcio della sentenza della Corte di Cassazione e alcune parole pronunciate da Michele Greco al Maxiprocesso. L’analisi di Salvatore Lupo sulla natura delle relazioni intercorse tra il senatore Andreotti e la mafia, sulla linea difensiva messa in atto dal senatore durante il processo, sulla noncuranza con cui un politico del suo livello ha fatto riferimento a figure di spicco del mondo mafioso che hanno condizionato profondamente la vita democratica del nostro paese mi sembra infatti tra le più acute e feconde per comprendere quel che ancora oggi è uno dei tratti fondamentali di quello spirito nazionale che ha minimizzato, liquidato, dimenticato, taciuto, legittimato fatti gravissimi per ragioni di opportunità (di opportunismo o calcolo), permettendo (in nome di un presunto «bene del paese», di una miope politica di basso cabotaggio) che poteri criminali più o meno occulti, eversivi, si radicassero e rafforzassero fino a dettare le proprie condizioni al paese intero. La specifica natura della mafia e la sua differenza da altre organizzazioni criminali. L’importanza della rete di relazioni: «L’esperienza storica indica che la mafia ha colto nei diversi settori economici le occasioni di profitto ma si è anche fatta da parte se la congiuntura era sfavorevole perché non si è mai identificata con essi. Rappresentano per essa risorse assai più rilevanti la continuità storica, il radicamento sul territorio, la forza dei legami interni e la ricchezza di quelli esterni, quel vero “capitale sociale” che consiste nella “capacità di allacciare relazione e costruire reti”» (Salvatore Lupo) Processo Andreotti. Sentenza della Corte di Cassazione del 2004. Passaggio relativo alla rete di relazioni tra l’entourage politico di Andreotti e la mafia: «La Corte territoriale ha affermato che il sen. Andreotti aveva piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva, quindi, a sua volta coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi legislativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella; sia pure senza ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l’omicidio del Presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità». Sostanziale omertà e noncuranza del senatore riguardo alle conseguenze della sua scelta omertosa, interessata e cinica (cinismo politico, calcolo partitico) di avvallare, di fatto, la credibilità, gli interessi, il potere di organizzazioni criminali legate al suo entourage politico, organizzazioni che garantivano il grande consenso elettorale di cui la Dc godeva in Sicilia. Intervista ad Andreotti sui rapporti tra mafia e Dc, in «Il Corriere della Sera», 17 maggio 2000: «Non ne so molto… Un’esperienza diretta ce l’ha chi ha fatto politica lì. Bisognerebbe chiedere a loro». «Andreotti rigetta sempre le accuse più gravi al pari di quelle meno compromettenti, – osserva Salvatore Lupo, – e non fornisce mai un’interpretazione credibile dei fatti cui ha partecipato, per i quali si ipotizza una sua responsabilità, o di cui quantomeno è stato testimone. Ciò vale per il versante finanziario, nazionale e internazionale, della connessione mafia-politica (caso Sindona nda.), come per l’aspetto più propriamente siciliano. Egli non ha ad esempio idea del perché Mattarella sia stato ucciso. Un’idea invece Lima l’aveva, e la confidò a Evangelisti (fedelissimo di Andreotti nda.) “quando si fanno dei patti vanno mantenuti”… Su Lima non cambia la sua favorevole opinione, e naturalmente non sa formulare nessuna ipotesi sul suo assassinio. “L’amicizia tra Lima e Buscetta – afferma ad esempio durante un interrogatorio – è un fatto che sto apprendendo ora per la prima volta”; invece Evangelisti aveva dichiarato agli inquirenti che la relazione tra i due gli era nota e che lo stesso Lima, parlando con lui, aveva definito Buscetta: “un mio amico, uno che conta”. Peraltro il rapporto tra Lima, Buscetta e l’altro mafioso rampante degli anni Cinquanta, Angelo La Barbera, era già stato evidenziato in numerosi atti giudiziari, nonché nelle relazioni e nelle biografia curate dalla Commissione antimafia (Istituita nel 1962, cominciò i suoi lavori nel 1963 dopo la strage di Ciaculli nda.)… Estremamente disinformato si dimostra Andreotti per quanto attiene i cugini Salvo, coloro che secondo i pentiti avrebbero mediato insieme a Lima i suoi rapporti con i vertici di Cosa Nostra. I Salvo erano i maggiori rappresentanti di un ambiguo mondo finanziario siciliano che si collocava vicinissimo ai vertici della politica regionale, da cui avevano ricavato il lucroso ruolo di esattori della Regione. Essi erano molto vicini a Lima e a quanto pare finanziavano la corrente andreottiana. Anche Vitalone ed Evangelisti li conoscevano bene, ma Andreotti, a quanto dice, no. La Procura ha esibito fotografie… nelle quali il grande statista appare a fianco di Nino Salvo durante un viaggio elettorale siciliano del 1979; alcuni testimoni li hanno visti chiacchierare durante una festa tenutasi in un hotel palermitano di proprietà del finanziere (l’Hotel Zagarella nda). Andreotti ribatte che in quelle occasioni gli sono state vicine molte persone… di cui non ha saputo il nome né allora né poi. I magistrati ritengono inverosimile che nessuno dei suoi si sia premurato di presentargli personaggi così importanti (come Nino Salvo, cui per esempio, evidentemente a sua insaputa, il senatore ha inviato nel 1976 un vassoio d’argento per le nozze della figlia nda.) Andreotti risponde che “visti da un’ottica siciliana i Salvo erano persone importanti, ma visti da Roma no…” Dunque Andreotti rinuncia a difendersi davanti ai giudici e al popolo italiano… Può darsi che il senatore confidi in un’assoluzione, la quale varrebbe a riabilitarlo davanti agli occhi degli italiani cancellando tutte le accuse, quelle penalmente rilevanti insieme a quelle politicamente rilevanti, tutto fuorché, ovviamente, quelle che da Andreotti stesso fossero ammesse come vere. L’esigenza di una difesa politica prevarrebbe su quella giudiziaria, e sarebbe la prospettiva di poter tutelare la propria immagine a portare il vecchio leader a negare anche l’evidenza. Però io credo che ci sia dell’altro… E come se il senatore ritenesse che i Greco, Riina, Bontade, Lima, i Salvo, Sindona, i pentiti, i morti ammazzati dell’una e dell’altra parte, la mafia stessa non siano poi cose così degne della sua attenzione. D’altronde così pensava un grande notabile liberale come Vittorio Emanuele Orlando (1860 – 1952); solo che la mafia di allora era veramente un piccolo instrumentum regni, non aspirava certo alla gestione diretta del potere politico, non rappresentava un pericolosissimo fattore eversivo… Andreotti pensa che il grande politico, e la grande politica medesima, attraversino fatti e persone così volgari senza esserne intaccati… Preferisce far credere non solo di non aver fatto, lui, nulla di male, ma che in definitiva non sia successo niente di particolarmente grave. Andreotti ha controllato per anni i servizi segreti, ha ricoperto le cariche di ministro della Difesa, ministro deli Esteri e presidente del Consiglio, è stato indicato come capo della P2, come capo della mafia, come responsabile di ogni misfatto… Nella raffigurazione che egli dà di se stesso appare invece un uomo tra i più innocenti, tra i peggio informati, soprattutto tra i meno preoccupati d’Italia, indifferente al fatto che il mondo della peggiore macchina politica, dell’affarismo rampante e dei poteri occulti – quand’anche non fosse il suo – è lo stesso nel quale si è rafforzato prima, si è ingigantito poi il fenomeno mafioso». (Salvatore Lupo) Scrive ad esempio nel suo libro (Cosa loro – Rizzoli editore 1995): «Avevo letto un giorno che era stato arrestato un pezzo grosso della mafia, tal Michele Greco, denominato “il Papa”». Nota giustamente Salvatore Lupo: «Il tal Michele Greco è il capo della Commissione negli anni dell’escalation terroristica, il responsabile nominativo di alcune delle cose più terribili successe in Italia nell’ultimo ventennio: del quale Andreotti, sotto processo per associazione mafiosa, ricorda a stento di aver letto una volta il nome su un giornale». Quel Michele Greco che l’11 giugno 1986 nell’aula del Maxiprocesso pronunciò con cinismo e noncuranza, tra l’altro, parole così: «Le accuse contro di me sono una valanga di fango. I pentiti usati dalla giustizia sono solo dei criminali falliti che per farla franca non esitano a dire falsità e calunnie… Della mafia so quello che sanno tutti…» come a dire: «Della mafia so poco o niente»... Ognuno tragga le proprie conclusioni: sul passato più remoto, sul passato recente, e sull’odierno corso delle cose in questo nostro paese in cui non c’è macchia che non possa essere adeguatamente candeggiata (a tempo debito).
*** Andreotti Quando ero piccolo un’automobile mi investì sulla Flacca. Potevo lasciarci le penne ma così non fu e dopo venti giorni mi dimisero. Ma avevo dolore all’addome, una trentina di punti e camminavo gobbo. Una zia che venne a trovarmi in un posto lì sul mare, disse: “Stai dritto, altrimenti sembri Andreotti!” E io: “Chi è Andreotti?” E lei: “Ma come, non sai chi è Andreotti? Guarda, d’estate vive laggiù”. E mi indicò un promontorio lontano, dov’era una villa in un bosco mediterraneo. “Lui è lì. Ora ti osserva. Lui sa tutto.” La zia rideva, ma io mica tanto. Avevo appena imparato Andreotti. Non un uomo – per me. Neppure un uomo politico – per me. Una creatura occhiuta, capace di guardarmi da lontano, vedere quanto soffrivo e approfittarne; e simile a me, curva e sopravvissuta come me. Poi gli anni sono passati, ma quell’impressione è rimasta: l’impressione di aver percepito un occhio che poteva vedermi e sapermi, invisibile. Uno sguardo dal quale mantenermi distante. Il potere. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Forlanesque
Muore Craxi, muore Andreotti, vuoi vedere che muoio anch’io Muore il CAF, muore perfino il FAC il CAC quarante Al funerale qualcuno chiederà se eravamo parenti Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Poesia13
dal 17 al 19 maggio a Rieti
> presso la ex chiesa di San Giorgio e la Sala San Giorgio della Biblioteca < tre giorni di letture e discussioni aperte al pubblico, con poeti e critici.
Incontro
(https://www.facebook.com/events/191832644300119/) a cura di ESCargot (https://www.facebook.com/pages/ESCargot-Scrivere-con-lentezza/379992238774953) Intervengono: Gian Maria Annovi
Con il sostegno della Fondazione Varrone
* ESCargot è un gruppo di poeti e critici unito da un’esigenza di confronto sulle forme e i modi della scrittura contemporanea. A partire dal 2009, ESCargot ha dato vita a una lunga serie di incontri letterari soprattutto presso l’atelier occupato ESC di San Lorenzo a Roma. Tra gli eventi più significativi organizzati negli anni si segnalano le serate dedicate a Edoardo Sanguineti, a cinema e poesia, al cinquantenario dei Novissimi, alla prosa contemporanea, a Elio Pagliarani, oltre a presentazioni collettive di libri di poesia. Critici e autori esterni al gruppo sono stati regolarmente coinvolti nelle attività di ESCargot. Nel tempo, tra i suoi componenti, si è consolidata l’idea di sviluppare un vero e proprio laboratorio di confronto fra poetiche: “Poesia13″ è la prima risposta a questa comune esigenza. L’appuntamento riunirà a Rieti diciannove poeti e quattordici critici, che saranno impegnati per tre giorni in letture e commenti ai testi ascoltati e, più in generale, in interventi relativi allo stato della poesia contemporanea.
Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Note Movie : Tutto parla di teNota Dall’11 aprile nelle sale cinematografiche italiane le storie di molte donne si intrecciano attorno al Centro per la maternità della Casa del Quartiere della Torino d’oggi. In Tutto parla di te di Alina Marazzi troviamo gestanti alle prese con i preparativi del parto, con le fantasie e con le preoccupazioni connesse all’evento che stanno per vivere. Incontriamo Pauline (Charlotte Rampling) di ritorno nella città e nella casa abbandonate molto tempo prima, ormai pronta per affrontare faccia a faccia i drammi e i fantasmi del suo passato: pronta ad ascoltare tutto ciò che le parla di maternità e solitudine e dolore. Ci imbattiamo in vite e volti di donne reali che confessano ciò che oggi pare essere un delitto anche solo da immaginare: l’equilibrio precario, spesso conflittuale e doloroso del rapporto tra mamma e figlio, sopratutto nei primi mesi dopo il parto. Guardiamo negli occhi e ascoltiamo la voce di qualcuno che il delitto di Medea l’ha compiuto davvero. Conosciamo Emma (Elena Radonicich), giovane neomamma stordita e paralizzata dalla novità della sua condizione, dalla paura, dalla stanchezza, dalla perdita della propria identità di danzatrice, dai sensi di colpa, dal silenzio che si è scelta o che l’ha posseduta dall’esterno fino a che lo sguardo acuto e intenso di Pauline la trova, la riconosce e la accompagna verso una nuova se stessa. Nella sua ultima opera cinematografica Alina Marazzi propone spaccati di esperienze di maternità presenti e passate, reali e immaginate, ma comunque vere come lo sono le donne intervistate e fotografate e come lo è la complessità di una condizione concretamente vissuta, l’essere mamma, che non ha nulla di scontato né di semplice o di innato. Turba, in effetti, vedere la figura sagomata in gonnella anni ’50 chiudere, una volta che il papà e la figlia maggiore escono per la loro giornata dopo una perfetta colazione e una carezza amorevole sulla fronte, le persiane davanti a noi, lasciandoci fuori mentre lei rimane da sola, in casa, a badare al neonato che strilla. L’animazione è allora portatrice di molteplici significati. In parte è flashback della tragedia nascosta nel passato di Pauline; in parte è denuncia della mancanza di rappresentazione di che cosa voglia dire essere mamma a tu per tu con un altro essere pieno di esigenze e che dipende totalmente e per tutta la vita da te; in parte è uno slancio positivo, sul finale del film, quando rappresenta tutti i componenti della famiglia assieme e include il papà nel rito di messa a nanna dei figli. Le presenze fantasmatiche delle fotografie d’autore (Simona Ghizzoni, Contrasto) disseminate in tutto il film sono ulteriori schegge di momenti ed emozioni. Commistione dei ricordi di Pauline e delle vicende di Emma, queste immagini sono pura comunicazione di stati di vita e stati d’animo dell’essere donna e dell’essere madre. Ancora, la pellicola scorre su frammenti di tipo percettivo. Sguardi, respiri e gesti immersi in silenzi profondi dai quali emerge la fisicità e la singolarità dell’esperienza corporea in prima persona. C’è il suono dell’acqua della vasca da bagno, della piscina, del lago: momenti di sospensione e di solitudine, di angoscia e di quieto ascolto. A fare da contraltare a queste note sottili e intimiste troviamo il caos infestante e anonimo del traffico cittadino sovrapposto incisivamente all’inconsolabile e prorompente pianto sguaiato di un neonato. Senza tregua, senza possibilità di soluzione se non attraverso la fuga lontano dalle macchine così come lontano dalla carrozzina. E poi ancora la fisicità energica e vitale del teatrodanza che non solo è l’emblema, per Emma, di tutto ciò che lei era prima della maternità, la sostanza della sua identità ormai disintegrata, ma richiama anche l’energia di un corpo forte, deciso e sicuro nei movimenti perché perfettamente autonomo e autocentrato, per quanto parte di una compagnia. Non a caso è stato scelto un ballerino maschile per i brevi passi di danza ballati in uno dei magnifici cortili interni torinesi, unica scena affidata interamente a un uomo. In Tutto parla di te manca una narrazione forte, alcuni passaggi sono un po’ fumosi, non tutto è pienamente analizzato, compiuto e definito, ma non son sicura che la completezza sia una valore di per sé, un obiettivo da raggiungere e un metro di giudizio adeguato. Anzi, l’incompleto porta sempre con sé l’altro da sé e l’oltre sé: domande, dubbi o spunti sollevati, porte lasciate aperte, alternative plausibili e sviluppi possibili. Il non detto dell’insieme di queste immagini, di questi suoni e di questi silenzi comunica immancabilmente proprio per l’essenzialità con cui vengono tratteggiati tanto le protagoniste quanto quei momenti della vita che ognuno conosce, ma di cui raramente si parla, in cui tutto è chiaro e tutto è gelido. Tutto è accogliente e soffocante, incredibilmente pacifico e letale. La forza del film sta proprio nella capacità della sua composizione frammentaria di aprire un varco verso la consapevolezza del fatto che questi vuoti e questi pieni, le paure e le debolezze accanto alle soddisfazioni e alle gioie che attraversano e accompagnano l’esperienza di ciascuno, riguardano anche il diventare madre. Allo stesso modo, è proficua la scelta di solamente tratteggiare la narrazione, invece di saturarla di dettagli, così come di lasciare porosi i profili e le storie delle protagoniste, anziché renderle personaggi solidi e finiti. Tutto ciò rende produttivamente difficile un’identificazione esatta con il vissuto di Emma e di Pauline, mentre contemporaneamente vengono comunicati sentimenti, pensieri, difficoltà che possono colpire personalmente il singolo spettatore e in cui ognuno può riconoscere qualcosa di sé. Non è certo stata la prima Alina Marazzi, a richiamare l’attenzione sulla complessità e la drammaticità della maternità reale, tutt’altra cosa da quella mediaticamente e politicamente prevalente nel paese del Mulino Bianco e della famiglia cattolica che ancora dipingono l’essere madre come l’esperienza più universale e naturale e istintiva che ci possa essere. Elif Shafak nel suo Latte nero (2010) scrive di carriera e maternità, di desideri contrastanti nell’immediato e per tutto il corso dell’esistenza, di ambizione, di ansia da prestazione, di senso di colpa e di depressione. Anche in questo caso si procede per frammenti, immagini, momenti. A volte la protagonista è Elif con le sue esuberanti pollicine interiori, a volte lo sono donne con le quali la scrittrice ha dei colloqui o che semplicemente ha osservato da qualche parte, altre volte lo sono scrittrici più o meno celebri della letteratura che sono state donne madri, donne che avrebbero voluto, ma non hanno potuto, donne che non avrebbero mai pensato, e invece…, donne e basta. E poi c’è il recente Maternity Blues (2011) di Fabrizio Cattani in cui vengono avvicinati gli esiti più terribili ai quali lo shock e la stanchezza del diventare madri può condurre. Di nuovo non si ha a che fare con una narrazione completa: i personaggi non sono trasparenti né lo sono le loro storie, le loro relazioni con gli uomini, la loro psiche, i loro delitti. Le quattro donne protagoniste sono fortemente caratterizzate – c’è la giovane ancora bambina, la matura e saggia, la provocante e vissuta, l’emotiva acqua e sapone – , ma non prendono forma in una più densa singolarità: sono allo stesso tempo tutte le donne e nessuna in particolare. E questo è il pregio di un racconto incompleto. Se è importante comunicare che avere un figlio non è tutto rose e fiori, che la sintonia emotiva tra i due può essere complicata, discontinua, tardiva, che insieme alla simpatia e all’amore viscerale per quell’esserino fragile e carne della propria carne si accompagnano spesso e volentieri sentimenti di ostilità, rabbia, angoscia, antipatia ancora incredibilmente difficili da confessare oggi, è allo stesso tempo importante non appiattire l’unicità di un esperienza corporea ed emotiva davvero personale in storie universalizzanti. Il messaggio del film non è infatti solamente quello di dire che esiste una vera, diffusa e più o meno profonda depressione post partum provata dalle donne che diventano madri e non si limita a palesare una certa conflittualità tra madre e figlio, ancora fortemente tabuizzata nella nostra società, che può sfociare in delitti reali. Marazzi denuncia sopratutto come sia l’assenza di una attenta e intima comunicazione tra le donne, tra queste e gli uomini, nonché tra le generazioni, il dramma principale del quale ognuno e ognuna può essere vittima al punto da esserne trasformato in carnefice. Pauline è insieme donna matura e figlia orfana. Il suo personaggio riflessivo ed empatico dà voce alle ferite di chi resta dopo il gesto disperato ed estremo di una donna madre lasciata sola e, contemporaneamente, rappresenta uno sguardo attento, discreto e solidale capace di cogliere dal primo istante la furia incomunicata di Emma, sopraffatta dalla maternità e dai cambiamenti. A un certo punto la giovane riconosce che avrebbe potuto fare del male a suo figlio, il quale è stato per lei, per tutti i primi mesi dopo il parto, un fragilissimo estraneo, sempre presente, rumoroso e lamentoso, di cui era difficile capire i bisogni, dal quale era terrorizzata e rispetto al quale si sentiva incapace e inadeguata. “Si inizia presto a essere cattive madri” è la triste constatazione di una giovane madre intervistata. Un’altra ammette tra le lacrime e con fermezza che capisce come certe donne siano potute arrivare a fare quello che hanno fatto. Emma non vedeva suo figlio come una persona e non si sentiva lei per prima più una persona perché, come testimonia un’altra mamma “nel momento in cui non c’è soltanto l’amore è come se non ci fosse più tutto il resto”. Finché a un certo punto Emma capisce: “lui era lui e io ero io. Io sono io e posso continuare a esserlo anche con lui al fianco”. E Pauline la rincuora rispetto ai suoi dubbi atroci dicendole che non è vero che abbia corso davvero il rischio di essere violenta con suo figlio perché “tu non sei stata lasciata da sola”. E allora, poco importa se non si capisce bene da dove arrivi Pauline e se di Emma si sappia solo che ballava e che ora non lo fa più, se manca una riflessione più profonda sul ruolo degli uomini e della paternità, se ci si perde in qualche cambio di scena o negli andirivieni tra passato e presente, fiction e documentario. Il film funziona perché smuove sentimenti e riflessioni sottili su di un tema che solo negli ultimi anni ha iniziato a essere trattato; ma funziona anche in virtù di quei frammenti compositivi, narrativi, percettivi, per niente totalizzanti e che anzi proprio in quanto tali sono in grado di comunicare a chiunque qualcosa di particolare, di intimo, di personale. È esattamente tale incompletezza a instillare nello spettatore alla fine del film un senso di fertile inquietudine che non permette di liquidare i temi trattati con i titoli di coda, e che magari li farà riemergere al rientro a casa o davanti a una sconosciuta che incespica in uno scalino con la carrozzina. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Andrea è dai pescidi Giacomo Sartori Katia (fermandosi e guardando la corrente, e con voce cantilenante di bambina, quasi una filastrocca) Andrea è dai pesci parla con i pesci apre la bocca come i pesci per questo non si capisce tanto cosa dice i pesci fanno discorsi da pesce se uno conosce poco la lingua dei pesci vede solo la bocca che si apre e si chiude pensa che giochino a fare il pesce quando invece le loro sono frasi da pesci domande da pesci risposte da pesci confidenze e pettegolezzi da pesci seriose disquisizioni e perfino proverbi da pesci poi quando si salutano si dicono ciao-ciao con la boccuccia rotonda e muta come fanno i pesci come adesso fa Andrea e scivolano via nell’acqua trasparente
(sullo sfondo si sente il coro di cui faceva parte Diego che canta una triste canzone della montagna, e lei per un lungo momento sta ad ascoltare; poi riprende a camminare)
Katia Andrea è andato dai pesci i pescetti che nuotano dritti muovendo solo la coda e gli occhietti da pesce gli piacevano troppo i pesci andava sempre a trovarli si alzava presto la mattina e camminava sulle pietre viscide con gli stivaloni fin qui e il cappello floscio da americano strisciava senza fare rumore senza sparare le sue solite battute zitto anzi come un pesce avanzava nell’acqua gelida l’acqua grigia e arrabbiata vomitata dal ghiacciaio conosceva a menadito i vizietti e le manie dei pesci sentiva quand’erano vicini bisognava vederlo quando si appostava a una pozza: i tendini del collo tirati le narici palpitanti gli occhi fissi da pantera poi ripartiva con la canna eretta un esile cazzetto (lo mima) con la sua bavettina d’argento
(ancora il coro, ma si sente appena)
Katia (parlando più piano) Quando una persona è morta si parla al passato e si abbassa la voce senza mai ridere così tutti capiscono l’antifona i defunti hanno le orecchie delicate come filetti d’erba non bisogna gridare non bisogna svegliarli (si mette l’indice davanti alle labbra)
(si sentono di nuovo le campane, e lei si stringe i palmi delle mani contro le guance, tenendo la bocca aperta, come potrebbe fare un bambino che gioca da solo; il cielo è ormai infuocato, e la luce si è abbassata)
Katia (sussurrando, e apparentemente più commossa) Oggi i pesci sono tristi tanto tristi piangono Andrea è andato a trovarli canta le canzoni della montagna e loro ascoltano con il groppo alla gola e gli occhioni sgranati nessuno se ne accorge quando i pesci piangono le lacrime dei pesci scivolano nell’acqua solo i pescatori più esperti sanno che sono salate come quelle degli uomini
(questo testo è l’inizio di una trasposizione teatrale, ma forse farei meglio a dire di un tentativo di, del mio “Sacrificio“; con le solite eterne interrogazioni: “cos’è il teatro?”, “che senso ha oggi?” …; insomma, come sempre sperimentando e imparando sul campo; GS) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Note book: Sarajevo la cosmopolita
nota sul libro Non è facile essere Sarajevo: adorata, odiata, lodata, trascinata nel fango, innalzata a simbolo, definita la culla del male, bruciata venti volte, rinata, dannata e desiderata, invidiata, disertata. C’è chi le resta fedele rischiando la morte, chi scappa a ogni costo, chi ci torna per vivere, chi invece solo per morire. Tutto questo in 500 anni. Se è vero che “i Balcani soffrono di troppa storia” come ha detto W. Churchill, Sarajevo ne è la prova. Tutte esagerazioni. L’unica cosa certa su Sarajevo è che non ci lascia indifferenti. Basta menzionare il suo nome per suscitare emozioni. Quando mi chiedono com’è, dico: Sarajevo non è bella come Roma, Parigi, San Pietroburgo o Praga. Il fascino di Sarajevo sta nella sua essenza, il che è qualcosa d’inafferrabile. La storica americana Emily Greble ha frugato sette archivi di tre paesi, ha setacciato la corrispondenza delle massime autorità di Sarajevo, dai tribunali di Stato, la polizia segreta, gli eserciti e la resistenza, e ha esaminato i giornali d’epoca prima di produrre un libro prezioso per gli studiosi e molto interessante per i curiosi.
Sarajevo sì, era cosmopolita ma questo non vuol dire che fosse vaccinata contro il nazionalismo. Era possibile essere al contempo un fervente nazionalista e un fervente sostenitore dell’identità di Sarajevo. A Sarajevo prima della guerra c’era una comunità ebraica di circa diecimila persone. Quasi tutte sono finite nei campi di concentramento. Talvolta il comportamento dei sarajevesi fu contradditorio e poco comprensibile per qualcuno da fuori. Ad esempio nel 1941 un’organizzazione musulmana diceva che “gli ebrei andavano fermati una volta per tutte” ma, allo stesso tempo, la comunità musulmana si rifiutava di boicottare i negozi ebraici. I capi musulmani e cattolici di Sarajevo sabotavano le azioni delle autorità ustascia che internavano gli ebrei, e cercavano attivamente di proteggerli attraverso la conversione. La pratica di nascondere ebrei in casa era diventata così comune che, all’inizio del novembre 1941, le autorità ustascia accusarono l’intera cittadinanza di ostacolarne le deportazioni. Tuttavia, per ogni cittadino che aiutava i serbi, gli ebrei, o i rom, ce n’era un altro che approfittava della situazione. Alcuni leader religiosi rimproveravano i sarajlije per quel comportamento. Il saggio della Greble cerca di spiegare i motivi che portarono i musulmani della BiH e di Sarajevo ad accogliere e a collaborare con il regime nazionalista ustascia e i nazisti tedeschi, e alla loro adesione alla divisione Handzar. L’autrice suggerisce un nuovo contesto per capire meglio questi fatti. A partire dal 1918 nel Regno di Jugoslavia, i musulmani bosniaci si vedevano usurpati in continuazione dell’autonomia religiosa, i proprietari terrieri venivano privati dei loro possedimenti, e la terra distribuita più spesso ai serbi venuti dalla Serbia (i veterani dal fronte di Salonicco), alcune moschee furono abbattute o trasformate in magazzini. Il peggior oltraggio fu quando il regime trasferì la sede del capo della comunità musulmana da Sarajevo a Belgrado. Per questi e simili motivi i musulmani bosniaci speravano che, con il regime ustascia e il “nuovo ordine”, la loro posizione migliorasse. Ma fu una vana speranza, e durò poco. Nel 1943 i cetnici accelerarono la loro campagna di eliminazione dei musulmani, mentre le milizie ustascia cominciarono a uccidere i musulmani con la stessa frequenza con cui uccidevano i serbi. L’unico gruppo che non uccideva i musulmani, o almeno non in modo indiscriminato, erano le forze dell’occupazione nazista. Il libro “smonta” una popolare leggenda urbana su Sarajevo come centro eroico della resistenza contro i nazisti cui contribuì uno dei film più famosi della Jugoslavia “Valter difende Sarajevo”. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:
L’ultimo ballo di CharlotFabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot , 2012, Sellerio, 279 pagine
Credo di poter dire senza tema di smentita che L’ultimo ballo di Charlot sia il libro più sorprendente che mi sia capitato di leggere quest’anno. Da un lato per l’argomento trattato, così lontano dai classici deprimenti temi nazionali, provinciali e senza sangue, dall’altro per ambizione di voler parlare di un vera e propria icona globale senza paura di apparire inadeguato. È una sera di Natale e la Morte va a trovare Charlie Chaplin, per portarlo con sé (già la premessa farebbe tremare le vene ai polsi a molti scrittori, non solo nazionali). Ma Chaplin stipula un patto con lei: se, con un suo lazzo, riuscirà a far ridere la Vecchia Signora si guadagnerà un anno di vita, il tempo, insomma, di scrivere una lunga lettera al figlio ancora troppo piccolo. Come è prevedibile grazie a questo stratagemma riuscirà a farla franca e a vivere ancora per molto tempo. Quello che resta a noi lettori di questo patto reiterato di Natale in Natale con la Morte è il libro di Fabio Stassi: la più infedele delle autobiografie e il più credibile e realistico romanzo su Charlot. La scrittura di Stassi è alta, continuamente venata di note malinconiche, proprio come nelle comiche del piccolo vagabondo, e gioca di continuo con l’immaginario collettivo che ricompone per noi le parti del puzzle mancanti, o che ricollega le citazioni occulte continuamente disseminate nel testo. Non ha nessuna importanza sapere se quello che leggiamo sia vero, né se sia falso. Ne accettiamo la magia, come di fronte ad un prestigiatore. L’ultimo ballo di Charlot è un romanzo sulla creazione del mito: quello della frontiera americana, del circo, della nascita del cinema, dei suoi paladini. È un lungo e accorato lavorio sul tema della memoria condivisa e su quali mitologie sia sorto il secolo che abbiamo lasciato alle spalle, il Novecento. Secolo di miserie e di speranze, illusorio come i fasci di luce proiettati su un telo bianco. Secolo del cinema, più vero della vera vita.
(pubblicato su Cooperazione, n° 52, del 24 dicembre 2012) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Acquabuiatesto e foto di Francesca Matteoni
per S. QUESTO È IL MIO CUORE Questo è il mio cuore cucito. Nella cucina di notte Filo di foresta dalla finestra sporca. ciglia che cadono sugli occhi il cuore è interrato Ha un gomitolo di ghiaccio Quando lo guardi
LA PALUDE Sulle piastrelle il mondo è andato in pezzi. Fuori la notte è una cruda intermittenza – Il pavimento si annacqua nella palude. Ci rifugiamo nel fango. La nebbia Verde di lana cotta in cui si scende – Nessuno ci seppellisce, ci guarisce, Siamo molto più piccoli, perduti Scoppiano fiamme sotto le parole. * L’AUTOBUS NUMERO 41 Siedo sull’autobus numero 41 La strada inghiotte la neve come una borsa - Ho freddo. Mi avvolgo nella sciarpa-coperta. Mi guardano dentro cappucci eschimesi. * LE GRATE Nel luogo dove mi nascondo La porta del grande magazzino è bloccata Tu non parli alle cose importanti Nei sotterranei i sogni cuociono E qui hanno lasciato un occhio, un giorno, * FINESTRE Dall’altra parte della strada Tinniscono oggetti dal soffitto Una fotografia appiccicata al vetro La stanza è vuota nelle luci. La guardo Scricchiola nella mente. fanno cadere inviti scritti a mano FESTA DI COMPLEANNO lassù dentro il comignolo numero Uno. Nell’ora che sai, quando non c’è nessuno. * LA MAGIA Viene un incantesimo bestiale – TROVAMI lo stomaco trasuda naftalina. Indosso un vestito di specchi - L’occhio diventa un nido. LASCIAMI la pioggia batte sulla spazzatura. Tra le buche del cortile L’acqua fa un tuono sul tuo nome. * I FIORI E quando sono morti tutti E in ogni fiore un muso. Nel giardino Dentro un sacchetto di dadi ogni sorso imparo un suono. * IL VICOLO Alla fine del vicolo la porta Il fiume è tutti i miei sassi Nel vicolo le tigri si striano Le tigri non hanno il coraggio Senti, qui si interrompe il mio fiato. Sotto, più sotto dal greto del fiume Una promessa ci espone. * IL MARE Abbiamo sognato l’amore. La spiaggia è un emporio di brocche Dalle mani bevi dell’aria Queste rocce si slargano da noi Splendono due farfalle Ci sono due grida nel mare Corriamo. Un piede affonda Via, in una bruma infantile * QUESTO È IL TUO CUORE La notte esce dal libro alta Ora la città non ci assale. si sposano ai cigni nei parchi Per ogni sogno sopporto Tu non m’ingannare Quando si logora il libro Durano i sentimenti Da questa tregua si sfrangia un calore - * LA RIVA La casa è alberi brillanti. Ogni passo fa un grano Quando le teste parlano il suono allaga la riva. L’acqua riflette relitti viene a una striscia di sangue la donna si avvolge in un’alga. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Sette testidi Mariangela Guàtteri Da Il secondo nome, Arcipelago, 2012. :1 2 :3 1 :4 3 :7 4 :11 7 :18 11 :29 18 (Immagine: Mariangela Guàtteri, Senza titolo, 1996, Courtesy Michele Zaffarano.) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Lastradi Andrea Inglese
< ![endif]--> Parliamo di quello che avviene esattamente nelle cose, nella vita delle cose, parliamo della vita, come scivola, così, come s’indurisce, come scatta tra le cose, come i gatti, come quando saltano attraverso le sbarre di un cancello o da un muretto all’altro, che sembrano prima fermi, di creta o altro materiale inerte, e poi scattano, saltano fuori dalla forma, rompono la forma, la posa, la moltiplicano, si moltiplicano, così bisogna fare, vedere bene, anzi parlare bene di come le cose escono dalla forma, o come le cose accolgono lo scatto delle persone, le persone che come gatti scattano, e sembravano in posa, sembravano persone fatte e finite, persone chiuse in posa, e invece si moltiplicano, se ne vanno, si disperdono, come stare dietro a tanto?, vero è il problema, irrisolvibile a chiederlo, ma fallo, unico modo farlo, dire di adesso, di quando si rompe la posa, ma è costantemente rotta, spezzata, si viaggia in questa grande crepa che si allarga, ma poi si dice basta, prima parte finita, la discesa è finita, e uno si siede, si siede dietro una scrivania, ha una sedia per sedersi, e uno stipendio per stare seduto in posa, o alzato, dentro una serie di pose, anche con lo scatto, ma con lo scatto a molla, come il lavoro operaio, o manuale, o muscolare, si va e si torna, ci si moltiplica ma dentro, dentro quella posa, finalmente qualcosa che tiene, che tiene fermo, fisso, una parte è fissa, ma che lenta conquista, che lenta devastazione, ogni volta il ritorno, la ritrovata posa, l’essere dove si doveva essere, e quindi stare dentro una parola, un compito, come una bandiera addosso, una segnalazione, un colore, che tutti vedono da lontano, e starsene lì dentro, calmi, anche se muscolarmente attivi, anche se in continuo scatto, quella distruzione buona dello stare dentro, della forma che ritorna, che ricade, come una lastra, ma poi si dice ho fatto questo, io sono questo, ho costruito questo, questa posa, di padre in figlio, di madre in figlio, la posa del tranviere, la posa del dottore, la posa del riempire buche, la posa del dire bugie al telefono, la posa di registrare e filmare, tutti sotto lastra, a farsi imprimere, un po’ tombale, anche impressionati, impressi, conquistata impronta, sembriamo noi, ma forse è solo la lastra, un po’ mortale, così pesante, così precisa, spessa. ° [Foto dell'autore in guisa di figurine] Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Goodbye Tomdi Carlo Ruggiero (foto di Matteo Di Giovanni) Questa strada non esiste. Sulle cartine non c’è, non ha guardrail e neppure un nome. Però, all’inizio, c’è un cartello che la indica come l’unico percorso possibile per raggiungere il «Monumento per la pace». Anche se non è stata mai asfaltata, oggi a ricoprirla c’è un cemento polveroso e biancastro che la rende accessibile a qualunque mezzo di trasporto. In alcuni tratti, poi, la carreggiata è abbastanza larga da consentire addirittura il passaggio di due macchine in senso opposto, mentre in altri bisogna alternarsi. Eppure non esiste, perché nessuno s’è mai preso la briga di abilitarla al rango di via carrozzabile. In teoria, sarebbe un sentiero di montagna, che s’inerpica dal rione Coppa fino alla cima di Monte Maio. Ma a ricordarlo resta solo qualche segnavia rosso e bianco, tracciato di tanto in tanto con la vernice sui tronchi degli alberi e sulle rocce circostanti. Per il resto, la si direbbe una strada di montagna a tutti gli effetti (…). Malgrado tutto, però, anche per gli amanti del trekking duro e puro resta comunque un percorso stimolante. Si parte dal centro storico di Coreno. Si può scegliere di cominciare l’escursione imboccando subito le ripide curve sulla sinistra, oppure si opta per la via più breve, si passa sotto un arco e s’affronta una ripida scalinata di pietra, che fa risparmiare qualche centinaio di metri ma spezza subito il fiato in gola. In entrambi i casi, dopo un quarto d’ora buono di cammino, il rione Coppa si mostra per quello che è: una sfilza allungata e sottile di basse case schierate sulla dorsale collinare. Poi la collina s’interrompe di colpo, e più sotto fa capolino il paese nuovo, che da qui appare un po’ slabbrato rispetto all’impenetrabile intrico di vicoli del rione vecchio. Più in là c’è la valle, con pochi fabbricati chiari a punteggiare un verde rigoglioso e dominante. Salendo ancora un po’, Coreno scompare del tutto dietro un’altura, e allora il colpo d’occhio si fa davvero suggestivo. I colli e i monti si mostrano finalmente nelle loro forme morbide, che degradano verso il mare in creste allungate, solcate da zone più depresse e canaloni piuttosto profondi. Modellano un semicerchio, gli Aurunci, da qui è evidente. Stringono la vallata in un abbraccio protettivo, quasi affettuoso, come se volessero difenderla non solo dalle perturbazioni, ma anche dai tanti pericoli del mondo là fuori. Visto da qui, il millenario isolamento di queste terre diventa un fatto assolutamente naturale. Dall’entroterra, per arrivarci bisogna ancora percorrere una gola stretta e profonda che si apre tra due alte pareti di roccia. Oggi ci passa la superstrada e i telefonini perdono campo, ma un tempo attraversarla, magari a dorso di mulo, doveva essere un’esperienza davvero terribile. Dall’altra parte della valle, invece, c’è solo mare. E da quassù lo vedi tutto. Sta dietro le cime degli Aurunci Orientali, di fronte, e anche sulla sinistra, dove sfocia il Garigliano. Sembra di essere su un’isola. Sulla terraferma non te l’aspetteresti mai un’enorme distesa d’acqua calma e azzurra come questa a fasciare l’orizzonte. I monti ci si tuffano dentro a precipizio, con dirupi rocciosi e pendici che si piegano di colpo sulla costa, da Sperlonga a Gaeta (…). I corenesi arrivavano fin qui per scollinare e raggiungere un’ampia valle che si trova poco distante, oltre un boschetto di querce e una sassaia. Si chiama Vallauria, e come rivela il suo nome (Valle Aurea) era interamente seminata a grano. A fine estate, a quei poveri cristi che si arrampicavano fin quassù carichi come bestie tra sassi e sterpaglie, doveva svelarsi sotto il sole come una sfavillante distesa d’oro. Un’apparizione celestiale, il paradiso dei braccianti. Allora il sentiero era sempre affollato, così come i campi e i pascoli. A mezzogiorno, però, i contadini riposavano tutti insieme (…), mangiavano un po’ di pane secco, un pezzo di formaggio e qualche fetta di salsiccia. Magari si beveva anche un bicchiere di vino, e si scambiavano quattro chiacchiere in compagnia prima di rimettersi al lavoro fino al tramonto. Il mezzogiorno, tra l’altro, era segnalato a tutti da una sorta di enorme, rudimentale meridiana costruita sul Monte Fammera, dall’altra parte della vallata, nel bel mezzo della parete rocciosa. Si tratta di un mastodontico macigno quasi circolare, poggiato su un costone brullo, all’interno di una faglia che solca la montagna da una parte all’altra, come una gigantesca cicatrice. Quella pietra era visibile da tutti i paesi del circondario, anche perché veniva periodicamente imbiancata a calce per spiccare decisa sul grigio-verde della roccia. Da sempre, solo d’estate, e solo a mezzogiorno, la luce diretta del sole supera un alto crepaccio e la investe in pieno, facendola risplendere come un faro. Era il segnale atteso da tutti, quello che diceva che era il momento di riposarsi, come la sirena di una fabbrica. I contadini, in montagna, tenevano d’occhio quel macigno bianco sin dalla mattina, sudando come dannati e sperando in cuor loro che per qualche strano motivo il sole lo avvolgesse in anticipo. Oggi la vecchia meridiana sta ancora là. Strizzando un poco gli occhi la si vede spuntare tuttora dal crepaccio. Eppure ora sembra un po’ smorta, molto meno vistosa di quanto non dovesse apparire in passato. A mezzogiorno la si distingue un po’ meglio, ma non è più così abbagliante. La spiegazione più razionale è che non viene imbiancata con la stessa frequenza di prima. Anche se sarebbe bello pensare che a farla brillare, per tutti quegli anni, siano stati soprattutto gli sguardi trepidanti di migliaia di contadini stanchi e affamati. Sguardi che oggi sono ormai spenti, o magari sono rivolti altrove (…). Proprio qui, tra questi monti, passò la Linea Gustav, il fronte sul quale l’esercito alleato diretto verso Roma fu fermato per oltre otto mesi dalla Wehrmacht. Coreno fu occupato dai tedeschi nell’ottobre 1943 e trascinato nella più grande tragedia che la sua storia ricordi. Un’ordinanza del comando nazista ordinò lo sgombero immediato dell’intera popolazione civile. In piazza si allinearono diversi camion con le svastiche, pronti a deportare tutti verso nord. I corenesi, però, disertarono in massa l’adunata, e scelsero di darsi alla macchia. Si rifugiarono in montagna, trovando riparo proprio nelle caselle. Dentro quelle fredde pareti di pietra vissero la fame e il terrore per tutto l’inverno del ’43, mentre la guerra attraversava come un fiume di fuoco i monti Aurunci, distruggendo tutto ciò che trovava sul suo cammino. Furono mesi duri, fatti di privazioni, rastrellamenti e carneficine quotidiane. Il supplizio terminò solo il 14 maggio dell’anno successivo. Quel giorno il paese fu liberato dagli alleati, ma solo per esser dato in pasto alle terribili truppe marocchine. «La Ciociara» di Alberto Moravia è ambientato non lontano da qui, così come l’omonimo capolavoro di Vittorio De Sica. È per questo che alla fine della strada che stiamo percorrendo, su un colle che si chiama Marinaranne (Marina Grande), è stata issata una stele di pietra grezza. Sta qui dal 14 maggio del 1994, giorno del cinquantesimo anniversario del passaggio della guerra a Coreno, e si affaccia a strapiombo sulla valle. È il «Monumento per la pace» e, come quello in onore dei cavatori, non è altro che un enorme pezzo di roccia affusolata. Sulla cima c’è una croce realizzata con due schegge di granata e su uno dei lati della pietra sono state incise delle lettere. Compongono le parole «Per la pace», scritte nelle diverse lingue delle migliaia di soldati che sono morti tra queste montagne: italiano, inglese, francese e tedesco. Tutt’intorno, spuntano altre targhe di marmo, ognuna ricorda una strage che ha coinvolto le famiglie corenesi durante la guerra. Il vento fa ondeggiare lunghe aste senza bandiera. Alle folate, chissà perché, ha resistito solo quella italiana, che sventola solitaria sul vasto panorama che si allarga per decine di chilometri. (…) Ogni seconda domenica di maggio, questo posto si riempie di gente per la commemorazione annuale della fine della guerra. Allora, le bandiere vengono rimesse al loro posto, il prete benedice il monumento, il sindaco posa la corona di fiori, fa il suo discorso e le scolaresche in gita applaudono convinte. Anche se ogni anno ci sono sempre meno reduci da premiare con una medaglia, e sempre meno orfani a piangere i propri cari, la cerimonia resta comunque molto affollata. Ogni dodici mesi, l’intero paese ripercorre il cammino che fu costretto a compiere durante la guerra, e questa comunità si stringe compatta intorno a quello strano totem di pietra. Allora, sembra quasi che la terribile ferita inferta a Coreno in quell’occasione cominci a sanguinare di nuovo. Come se, a settant’anni di distanza, non avesse trovato ancora il modo di rimarginarsi del tutto. Una ferita non molto diversa ha portato da queste parti anche Tommy Beardmore. Ma non nel giorno delle celebrazioni. Senz’altro, quando questo vecchio signore inglese arrivò quassù col suo grosso zaino sulle spalle, in giro non c’era nessuno. Solo il vento increspava un poco il silenzio della valle, e magari in lontananza si sentivano i rintocchi dei campanacci al collo di qualche vacca al pascolo. Tommy, allora, si guardò intorno un po’ incuriosito, mentre sotto i suoi folti baffoni a manubrio si stirava una smorfia di stanchezza. Poggiò lo zaino su una pietra e si sedette a riposare un po’. Probabilmente contemplò a lungo quello strano arnese di pietra e il magnifico colpo d’occhio che si schiudeva davanti ai suoi occhi. Nella mente, intanto, ripercorreva le numerose tappe del lungo viaggio che da Stoke-on-Trent, nello Staffordshire, lo aveva condotto fin qui, a Marinaranne, in cerca di un fantasma. Era il 1997, quando un pastore lo notò per la prima volta. S’era accampato in un terreno poco distante. Era piuttosto attrezzato, Tommy, ci sapeva fare con tende e sacchi a pelo, e poi aveva portato con sé acqua e cibo a sufficienza per restare più di una settimana. Ogni mattina si svegliava di buonora e incominciava a perlustrare la zona, fermandosi ad esaminare i cippi commemorativi delle battaglie della seconda guerra mondiale che da queste parti sono piuttosto comuni. Sembrava che cercasse qualcosa, si guardava intorno, dava uno sguardo a vecchie cartine geografiche, poi continuava il suo cammino. Ogni tanto lasciava anche tracce del suo passaggio: poggiava qualcosa a terra, appendeva una foto a un tronco, oppure scriveva messaggi sulle pietre. Il pastore non ci fece troppo caso. Provò anche a parlargli, ma Tommy non capiva l’italiano. Sorrideva solamente, quello stano tipo, scherzava e faceva l’occhiolino in segno di amicizia. «Ecco un altro pazzo», si disse il pastore, e continuò per la sua strada. Poi un giorno non lo vide più. Tommy se n’era andato. Ma sarebbe tornato, e più di una volta. Lo si notò anche l’estate successiva, nel 1998, e poi nel 2003 e nel 2007. La sua ultima visita risale invece al settembre del 2010. E stavolta è passata meno inosservata. Il mistero di Tommy Beardmore, infatti, è stato svelato da un trentaquattrenne di Coreno, grande collezionista di residuati bellici e appassionato conoscitore delle vicende di guerra che si sono svolte tra queste montagne. Mentre passeggiava per uno dei sentieri su cui fu combattuta una cruenta battaglia, il giovanotto si trovò di fronte a una strana scritta. Con un pennarello nero qualcuno aveva tracciato su una roccia le parole «Goodbye Tom». Poco più in là, nei pressi di un cippo commemorativo in onore della Brigata numero nove dell’esercito britannico, probabilmente la stessa mano aveva lasciato una vecchia foto in bianco e nero. La foto raffigurava un giovanotto in divisa che sorrideva sotto un berretto poggiato alle ventitré sulla testa, e con un grosso zaino sulle spalle. Mostrava due dita in segno di vittoria, il giovane militare, mentre sullo sfondo, nella fitta nebbia, si notava a malapena un camion militare pronto a partire. Su un albero non lontano, poi, era stata affissa un’altra fotografia. Anche questa era in bianco e nero e risaliva più o meno allo stesso periodo. Stavolta, però, nella foto era ritratta una bella ragazza mora, con un fiore tra i capelli, che sorrideva all’obiettivo fasciata in un vestitino chiaro. Il giovanotto corenese fu travolto da una curiosità irrefrenabile, e si mise subito a caccia del fantomatico visitatore che aveva lasciato tutti quegli indizi. Non fu facile, ma dopo una serie di ricerche incrociate tra libri e siti internet specializzati riuscì a rintracciarlo, ricostruendo passo dopo passo la storia di Tommy Beardmore, e quella di suo padre. Tommy oggi ha quasi settant’anni ed è l’unico figlio di Tom Beardmore, sergente maggiore dell’esercito di sua maestà britannica. Tom era in servizio presso la Brigata numero nove, che tra il gennaio e il febbraio del 1944 si scontrò con l’esercito tedesco per la conquista del Monte Ornito, proprio a due passi da qui. È lui il ragazzo in divisa della prima foto, scattata proprio mentre stava partendo da Stoke-on-Trent all’inizio della campagna d’Italia. Nella seconda fotografia, invece, è ritratta sua moglie. Quell’istantanea il giovane soldato se l’era portata in tasca fin qui, forse per ricordarsi in ogni momento cosa l’avrebbe aspettato una volta tornato in Inghilterra: il suo grande amore e il figlio che portava in grembo. Tom Beardmore, però, non fece mai ritorno a casa. Morì tra queste rocce, il 3 febbraio 1944, colpito in pieno da una granata tedesca. Aveva solo ventisette anni, e non aveva ancora mai visto suo figlio, nato due anni prima: Tom Junior, Tommy. È per questo che Tommy continua a riaffacciarsi da queste parti. Anche lui è stato un soldato, e ha servito la Regina in giro per il mondo. Una volta in pensione, però, ha deciso di mettersi sulle tracce di quel padre che non ha mai conosciuto, ma di cui porta lo stesso nome. L’unico modo che aveva per incontrarlo e per dirgli almeno una volta «goodbye» era visitare gli ultimi luoghi che lo avevano visto in vita. E così, ogni tanto, parte per il suo personalissimo pellegrinaggio della memoria, lasciando in giro tracce materiali di almeno una delle migliaia di vite che sono andate smarrite tra queste montagne. Forse suo figlio Tommy, però, con tutti quei viaggi ha comunque raggiunto l’obiettivo che si era prefissato. Al ritorno dal suo ultimo passaggio in Italia, ha scritto una lettera a «This is Staffordshire», una rivista locale di Stoke-On-Trent. La lettera, regolarmente pubblicata, inizia così: «Signori, questa è la mia storia: sono Tom Beardmore e ho dormito con il fantasma di mio padre…» (Questo pezzo è un estratto da Carlo Ruggiero, Una pietra sul passato, Ediesse 2012. Un libro che racconta la storia di un piccolo borgo della provincia di Frosinone, Coreno Ausonio, al confine tra Lazio e Campania, e delle sue cave di pietra, tra storia e leggenda. Dalla prima, impiantata da uno scalpellino abruzzese nell’immediato dopoguerra, a quelle che furono aperte dopo, una dopo l’altra, cambiando la vita e la fisionomia del paese, toccato da un immediato benessere e da una repentina crescita economica.) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:
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