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Sangue del suo sangue
Nottetempo - Roma - 2011 - pp.344
Euro 16,50 - ISBN 88-74522-84-3
Collana Narrativa

Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi
Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160
Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6
Collana "900 Storie"
diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio
Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190
Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5
Collana "Le Felci"

Auroralia
un'antologia a cura di Gaja Cenciarelli intorno a una immagine di Jerry Uelsmann
Editrice ZONA - Arezzo - 2009 - pp.100
Euro 11 - ISBN 978-88-6438-036-0



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89. Nient’altro

da qui

Che poi basta poco per capire. Piccolo-borghese, nient’altro che un desiderio piccolo borghese. Già, ma tu non lo sapevi, non te l’aveva mica detto. Se n’esce così, quando meno te l’aspetti, col suo desiderio piccolo borghese. Dovresti guardare ai tuoi difetti, ai punti deboli che ormai conosci bene: solo un desiderio, borghese anche quello, in fin dei conti. Ma l’essenziale è altrove: nella preghiera che hai fatto a due passi dalla tomba, il che ti fa capire che è tornato, è tornato veramente, e mentre ti chiedevi come uscirne, un pensiero s’è affacciato all’improvviso – e non è un caso che fosse un suo cavallo di battaglia: te n’aveva parlato tante volte, ma tu non comprendevi, eri così refrattario che neanche Gesù Cristo in persona t’avrebbe mai convinto. Ti chiedevi come liberarti dal peso che sentivi in fondo al cuore e arrivava a dominare i sentimenti, a dirigere le azioni. Hai pregato intensamente; pensavi che fosse necessario uno sforzo supremo del volere, l’impresa titanica di spezzare le catene che t’avevano avvinto un’altra volta. Era già miracolosa l’intuizione che ciò che minacciava il cuore fosse la menzogna del nemico, che confondeva sottilmente affetto e dipendenza, sudditanza e carità. Ma qui, vicino alla tomba, stai facendo un altro passo, la mossa finale per dare scacco matto all’avversario. Il sarcofago è sobrio ed elegante; sai che è solo un simbolo: lui è presente ovunque, tranne lì; ma i simboli sovvengono all’imperfezione, alla fragilità inevitabile del mondo. Parlava di una cosa, una cosa a cui pensi solo adesso; dovresti avere il tempo di descriverla nelle pieghe più nascoste, negli effetti più invisibili, ma è tardi, devi aprire la chiesa, ti aspettano altre ore logoranti, la veglia di stanotte, lo Spirito che scende e come sempre ti trova senza fiato, con l’emicrania lancinante dei giorni che non danno tregua, e s’impegna, poveretto, a cercare uno spiraglio, ti convince che hai la forza per accoglierlo in te stesso, che non devi scoraggiarti: se il Signore ti ha messo in questa storia vuol dire che puoi farcela, e in queste righe finali di capitolo avrai il tempo e lo spazio per dire quale fosse il pensiero che lui, dalla tomba o dal cielo, ha voluto ti arrivasse: la promessa del battesimo; rinuncio, rinuncio a tutte le sue opere, a tutte le sue maledette seduzioni, e credo, credo in Dio Creatore e nel suo unico Figlio, nella Chiesa e nei santi, la risurrezione della carne e la vita che non può finire, che travolge qualsiasi tentazione come fosse un fuscello in mezzo al mare, e tu ti sei sentito libero, stupito, hai pensato che se tutti dovessero mancare al loro compito, se le ultime parole fossero l’odio e il tradimento, tu sei con lui, rinunci e credi, e non ti serve nient’altro, a questo mondo.


Polittico

Nazione Indiana - %age fa

di Davide Orecchio

Battere un concetto, concimare un’idea
Che fine hanno fatto i filosofi? Perché neanche un post, uno status, un tweet sulla tesi e l’antitesi? E la sintesi, che fine ha fatto? La dialettica, il servo e il padrone, il superamento? Se ci siete ancora, filosofeggiate. Battete un concetto. Colmateci la mente. Ne abbiamo bisogno. Siamo stanchi del pensiero economico. Del pensiero sociologico. Della scienza politica. Battete un concetto. Versatelo nei nostri recipienti. Siamo aridi e incolpevoli. Concimate un’idea.

***

Longevità del tiranno
Il tiranno muore a novant’anni. S’è goduto ogni ruga, ogni centimetro di stempiatura, i dolorosi privilegi della senilità. I privilegi. Negati. Alle sue vittime. La longevità del dittatore non sembra appartenere alla bontà del mondo. Risulta da un bieco Graal, neppure cercato, offerto in dono dalla naturalezza bendata: è la persistenza – del tiranno. Tossica. Incommestibile. Non potabile.

Sul vassoio dei suoi novant’anni di vita (la longevità è una somma), ogni giorno dei suoi novant’anni di vita (l’addizione del passato al presente), il dittatore ha mangiato l’operaio, bevuto il maestro, rosicchiato lo studente, masticato il giornalista, inghiottito lo scrittore. Il tiranno è il buco nero (è stato, è e sarà). Che si è nutrito del mondo. Ed è un miracolo che oggi lui si spenga. Com’è possibile l’estinzione? Di lui? Mi ero convinto che fosse eterno. Infatti dimagrivo, m’intristivo, andavo sparendo anch’io; mentre il dittatore viveva.

Ma quelli che non hanno avuto un solo capello bianco, né una frattura al femore. Ma i ragazzi che non sono arrivati alla piorrea. Ma le ragazze che non hanno vissuto il principio dell’osteoporosi. Non saranno contente. Per i novant’anni. Del dittatore. Per loro il risultato è sottrazione. E sappiamo cos’ha sottratto il tiranno. A loro. Alle ragazze e ai ragazzi.

Intanto – ed è un frattempo notturno, romantico, osceno – dopo il rantolo ma prima della tanatoprassi, dopo il fatto ma prima della notizia: dal corpo fuoriesce un torrente di madri, nonne, figli, nipoti, militanti, passanti, braccianti, saldatori, carpentieri, metallurgici, cronisti, giuristi, pacifisti; sgorga la melma del Noi per comporsi in una forma. Esterna. Al tiranno. Che si essicca in quel che resta, contenitore disidratato di una storia che non dimenticheremo mai. La mummia della nostra memoria.

***

Un numero per cambiare vita
Uno sconosciuto, da numero sconosciuto, mi lascia un messaggio in segreteria. Una voce sconosciuta mi chiama “Giovanni”. Avvisa che è in città con Rosinella, e che ha un “immenso desiderio di rivedermi”. Anche Rosinella vuole vedermi. Per riprendere i vecchi discorsi, “rilanciare quel progetto e cambiare le nostre vite”. Una cosa che possiamo fare solo noi tre. Assieme. Per “cambiare tutto davvero”. Mi esorta a richiamare. Ma in fretta. Domani ripartono. Non telefonerò. Non ho alcun numero da chiamare. Non sono Giovanni. Oggi le vite non cambiano. Mi dispiace per lo sconosciuto, per Rosinella e per Giovanni. E anche un po’ per me. Se davvero vuoi cambiare la tua vita, fa’ il numero giusto.

***

Un viaggio (John Wayne)

***

Un sogno

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Polittico

TRA PAPI E FIDANZATI

Ho quasi avuto più papi che fidanzati. Da che sono nata mi hanno accompagnata nel mio cammino ben 5 papi, l’ultimo fresco di nomina. I fidanzati veri, cioè quelli seri, non semplici filarini, sono stati invece… bè, meno.
Al momento della mia nascita era da poco asceso al soglio di Pietro Papa Montini, ossia Paolo VI. Per la precisione solo quattro mesi prima della mia venuta al mondo, così che lui era giusto lì ad accogliermi, e per una quindicina d’anni è rimasto al suo posto.
Nell’età più verde non si capiscono molto le cose dei grandi e infatti io, che ne sapevo chi era Papa Paolo VI?
Erano gli anni delle contestazioni in piazza e di alcune vere e proprie rivoluzioni sociali. Io ero troppo piccola per capire cosa stava succedendo e che ruolo avesse nel mondo quella piccola figura bianca che si vedeva nella tv senza colore, quando questa arrivò in casa.
Ricordo che in famiglia c’era molto rispetto per quell’omino lontano. Era il Papa, perdinci! Il Papa aveva un mandato in terra che veniva da Dio, e dunque il Papa era uno che non sbagliava mai.
Mettere in dicussione questo dogma non era certo nelle mie intenzioni di bambina. Era un dato di fatto, punto. Tanto che in qualche litigio familiare poteva scappare una frase inviperita del tipo: «Ma chi ti credi di essere, il Papa??».
Il Papa in bianco e nero che mi ha accolto neonata mi ha seguito anche negli anni di scuola. Ricordo le messe a Natale e Pasqua alla tv, quando il pontefice dava gli auguri in decine di lingue straniere. E bisognava poi accogliere con il segno della croce la benedizione Urbi et Orbi trasmessa dalle telecamere. Solo dopo si poteva pranzare.
Per tanti, tanti anni, andare a messa significava sentire pronunciare al sacerdote: «Il nostro Papa Paolo, il nostro vescovo...». Erano gli anni del catechismo, e dunqua a messa ci andavo sempre. Quando la formula cambiò perchè era cambiato il Papa, mi ci volle un po’ di impegno per digerirla.

Non so dire che Papa sia stato Paolo VI, lui svolgeva il suo mandato quando io non avevo ancora l’età della ragione, e tutto ciò che conoscevo di lui era la visione ingrigita dalla TV di un uomo anziano, gli occhialini tondi, la mano sempre levata a benedire. Un vecchio uomo distante, uno che se ne stava là e basta, rifugiato dentro la scatola della televisione, o al massimo tra le mura del Vaticano. Solo molto dopo ho scoperto che era un uomo mite, riservato, profondamente erudito, che dovette barcamenarsi in un periodo storico di cambiamenti per portare la Chiesa ad allinearsi con i tempi restando contemporaneamente un fermo caposaldo dei principi cattolici. Un Papa che per la prima volta si avvicinò al mondo compiendo molti viaggi. Che dovette affrontare tragedie moderne ed epocali, come l’alluvione di Firenze, la crisi economica e le stragi del terrorismo, compresa quella di Aldo Moro e la sua scorta.
Insomma, io crescevo, alle prese con i primi grandi problemi della vita. Ma lui aveva problemi molto più grandi dei miei.

Paolo VI viene a mancare nell’estate del 1978, anno cruciale della mia esistenza. L’anno in cui avrei salutato il quindicesimo compleanno come quello tra i più tristi e sconsolati della mia vita, se non fosse stato per la presenza al mio fianco di amicizie eccezionali. In quell’anno in cui avevo già assaggiato il gusto amaro della perdita più grande per una bambina, scopro pure la nera faccia della cronaca, e soprattutto vivo in diretta un evento memorabile e storico. Assisto per la prima volta alla danza della fumata: è bianca, nera, ce l’hanno fatta o no? Lo hanno eletto questo Papa o no? E quanto ci vuole? E chi è che lo elegge? Mi ritrovo incuriosita all’ennesima potenza. Una marea di berrette rosse cardinalizie si radunano in Vaticano per la nomina del successore di Pietro, anzi di Paolo, nello specifico. Chissà se c’è una campagna elettorale, fra quelle mura. Chissà se ci sono accordi, intese, inciuci, o se ognuno vota per sé. E chissà se, in barba all’umiltà che uno si aspetta dai religiosi di qualunque grado, tra quelle berrette rosse qualcuno ci tiene più di un altro a diventare il Capo della Chiesa, il servo di Dio più potente al mondo.
Ma sono pensieri che mi prendono ancora di striscio.
Per ora, la sorpresa è simpatica. Dopo poche fumate nere, ecco finalmente quella bianca: Habemus papam! Io ero alle prese col primo fidanzato, e mi ritrovavo già al secondo Papa!

Viene eletto Albino Luciani, che conquista subito il cuore per una serie di motivi. Prima di tutto per la straordinaria carica di umana simpatia, associata all’umiltà vera da parroco di campagna, di uno che tutto pensava, ma proprio tutto, tranne che trovarsi in quella situazione. L’umiltà che lo spinge poi a scegliere il nome da pontefice unendo quelli dei suoi predecessori, omaggiandoli di genuino rispetto, diventando così Giovanni Paolo I. In secondo luogo, il nuovo Papa conquista per l’eloquio, assolutamente semplice, alla portata di tutti, proprio dello zio buono che vorresti avere in famiglia, assieme al suo sorriso. E difatti l’immediato soprannome sarà «il Papa del sorriso». A me poi, in particolare, piace soprattutto perchè mi fa sentire un po’ in famiglia. Papa Luciani è cresciuto sulle Dolomiti, fra le stesse montagne che hanno visto crescere mia madre. E nell’anno in cui lei se n’è andata, che quei luoghi tornino alla ribalta per aver dato i natali addirittura a un pontefice, è una coincidenza straordinaria, e penso che tutto può essere, meno che una coincidenza. Non è che mia madre, da lassù, mi stia dicendo di non scordare i luoghi in cui ha vissuto da ragazza, anche se lei non potrà più viverli? Non è che mi sta indicando qualcosa?
Non lo so, ma m’interesso di questo Papa così inusuale, così alla mano, dalla dolce cadenza veneta, una musicalità che ho conosciuto fin da bambina.

Non faccio in tempo a seguirne le gesta e la dottrina, perchè… perchè è lui che non fa in tempo a comunicare col mondo. Dopo 33 giorni dalla sua elezione, il Papa del sorriso va a sorridere agli angeli. Una mattina lo trovano morto nel suo letto, ed è scalpore planetario. Non si era mai visto un pontificato così breve! Si parla di congiura, di complotto, di assassinio per motivi di potere. Il cuore della Chiesa è visto come un nido di vipere dedito agli intrighi e agli assassini.
Il caso ha voluto che nel tempo venissi a conoscere da vicino la famiglia Luciani. Ho conosciuto uno degli innumerevoli fratelli del Papa e uno dei nipoti. Il riserbo delle zone di montagna che mi hanno adottato mi ha impedito di andare a rovistare nei ricordi privati, e fare gli interrogatori non è nelle mie corde. Avrei potuto fare mille domande sul parente illustre, ma non l’ho ritenuto giusto. Mi sono accontentata di quanto arrivava spontaneamente, poco, ma sufficiente per capire che in quella famiglia non si crede al complotto. È stata la volontà del Signore con la complicità di un cuore malato a interrompere l’avventura papale di Albino. E quanto è stato difficile per quella gente far fronte alla curiosità del mondo: giornalisti e telecamere hanno invaso i tranquilli monti rosa per un sacco di tempo. Ancora adesso, periodicamente, si cercherà il colpevole del complotto, l’assassino del Papa.

Corre ancora l’anno 1978, non è finito, dopo appena un mese dal tragico evento, siamo in ottobre, è tempo di un altro conclave: l’anno che ancora non è giunto al termine deve vedere il terzo Papa. Che è il terzo anche della mia vita, mentre il fidanzato… per ora è ancora quello.

E dopo le solite fumate nerastre a creare suspence, sospiratissima arriva la fumata bianca, ed un nuovo inaspettato Habemus papam rallegra i pellegrini, disorientati dall’evolversi degli eventi così turbinosi. E le sorprese non sono finite.
Il nuovo Papa si affaccia alla finestra e… è quasi uno shock! Intanto è straniero, polacco, con un nome difficile da pronunciare: Karol Woityla. E poi è… giovane! Ha infatti 58 anni, è un uomo dotato di grande fascino, di fisico sportivo e robusto, dai lineamenti accattivanti tipici dell’est. È finita l’epoca dei papi italiani e anziani. Quest’uomo di Dio ha molto di terrestre e ha una vita intera davanti. Nessuno immagina quanto lunga ancora, mentre lui si affaccia alla finestra e invia il suo primo saluto ai fedeli e al mondo, chiedendo perdono per la cattiva pronuncia del suo italiano incerto. «Se sbalio mi corigerete», la sua prima frase che resterà nella storia. E qual è il nome scelto da questo nuovo giovane papa? Una scelta clamorosa, ma doverosa. Egli sarà… Giovanni Paolo II, per rispetto a chi lo ha preceduto e nella continuità dello sfortunato e fugace Papa delle Dolomiti.

Questo nuovo, straordinario Papa, rimarrà in carica ben 26 anni. E in questo tempo, lo ammetto, i miei fidanzati sono andati e venuti e qualcuno è… restato. In un quarto di secolo succedono molte cose, del resto. Crollano i muri, per esempio. Quello di Berlino cade nel 1989, ed è una specie di miracolo. Cadono i regimi comunisti, il mondo si trasforma, e a quanto pare, c’è di mezzo anche l’opera del nuovo arrivato. Che nel frattempo ovviamente non è più in bianco e nero, e non è più distante. È un Papa a colori, dinamico, con la valigia pronta, che viaggia in tutto il mondo. È un Papa che pratica lo sci e il nuoto, arriva sulla Marmolada, passeggia nei boschi. È un Papa che disorienta e affascina. È il Papa dei giovani, che lo amano alla follia. È anche il mio Papa. Mi accompagna nel lungo periodo in cui divento «grande» e la mia vita si modifica e si stabilizza. Mi rendo conto del suo carisma di persona, perchè ben due volte lo posso vedere da vicino. La prima è su una macchina scoperta, lo vedo appena passare. Ma la seconda gli sono davanti, lui scende dall’elicottero, tra i monti, e va incontro alla gente. Io sono in prima fila, gli tocco la mano e l’emozione è veramente pazzesca. Lui sorride, una forza tangibile lo anima. Potrei giurare di averla vista, la sua forza.


Per fortuna che è forte. Perchè questo Papa incredibile è sopravvissuto anche ad un attentato. Gli sparano, mentre è a bordo della papamobile, nel 1981. Non è possibile, è un film, non è la verità! Le immagini del Papa ferito sono trasmesse in tutto il mondo, mentre la papamobile lo trasporta con una corsa disperata verso la salvezza. Lui si salva, e qualche tempo dopo andrà a incontrare l’uomo che gli ha sparato, in carcere.

Le meraviglie di questo uomo dell’est non finiscono mai, non sarò io a elencarle tutte qua. Ci sono montagne di biografie e di studi sul suo operato, sulle encicliche che ha scritto, e sulle polemiche che ha suscitato. È il Papa più mediatico della storia: nell’evolversi dei mezzi di comunicazione lui sa come, grazie a loro, imporre la parola di Dio in un lampo in mondovisione.
Io posso solo ricordare quanto umano è stato, il servo di Dio in terra, quando la malattia si è impossessata di lui. Un acciacco dietro l’altro, gli anni che passano, e il Parkinson ruba il fisico forte che era stato un tempo e la parola che non aveva mai perso l’accento straniero. Un povero vecchio muto e rattrappito, che quando si affaccia alla finestra a salutare il popolo, non riesce più a parlare, e la saliva gli corre sul mento. Il cuore si stringe nel petto di milioni di persone, una colomba va a salutare il Papa malato, che da lì a poco, il 2 aprile 2005, raggiunge il suo diretto superiore lasciando ai viventi il compito di soffrire. E a quel punto io avrò altri papi, ma da un po’ ho smesso di avere fidanzati.

Al funerale, pubblico, assiste un oceano di persone che gridano affrante «Santo subito»! Il senso di perdita è enorme, la gente non vuole dimenticare. E santo diventerà, Karol Wojtyla, in poco tempo è già beato, battendo nuovi record nella pesante burocrazia vaticana.
La cerimonia funebre suggestiona gli animi, quando il vento gira le pagine della Bibbia posta sulla bara. E ancora di più ci si impressionerà qualche giorno più tardi quando il nuovo balletto ansiogeno delle fumate nera e bianca stabilirà chi sarà il successore di Giovanni Paolo II. È quell’omino piccolo, spettinato dallo stesso vento che sfoglia le pagine della Bibbia il giorno del funerale, che lui stesso sta officiando. È un cardinale tedesco, si chiama Joseph Ratzinger. Habemus un altro Papam, dunque, un altro straniero: il mio quarto Papa. Che sceglierà il nome di Benedetto XVI.

Difficile raccogliere l’eredità dal predecessore, per il nuovo pontefice. Così diverso, così mite e rigoroso, schivo quanto l’altro era mediatico, con meno capacità di avvicinare il popolo. Uno studioso, un riflessivo, cui tocca un periodo assai difficile per governare. Scandali nella Chiesa, uno dietro l’altro, qualche inceppo nella comunicazione mondiale, un rigore estremo. Il Papa sarà anche infallibile, però c’è da dubitarne. È un grande teologo, si dice, ma forse non riesce ad arrivare dritto al cuore della moltitudine. Non tutti lo capiscono. E sì che lui lotta, a modo suo, a modo di un Papa, fa quello che deve fare. È che non è uno moderno, che stupisce le folle, è piuttosto un tradizionalista, ripristina abiti papali e riti antichi. E fatica contro un mondo che non ascolta più la propria anima.

E veniamo a oggi. La storia moderna vede eventi nuovi, ancora una volta memorabili. Un Papa che non ce la fa e lo riconosce, un Papa che si dimette! Dopo il calvario di Giovanni Paolo II, rimasto in carica fino all’ultimo respiro, domato dal Parkinson ma non sconfitto, il suo successore molto umanamente ammette la propria resa. L’età, dice, forse la consapevolezza di non essere riuscito a fare quello che voleva, come la pulizia all’interno della Chiesa, per esempio, il rigore e il ripristino di una morale da tempo in scadenza, la lotta perduta contro i poteri forti intestini. Un Papa umano che finalmente sì, stupisce il mondo, nessuno poteva immaginare che da Papa ci si potesse dimettere. Invece si può, e di fatto il Vaticano, e il mondo, restano orfani di Pastore.

Che scombussolamento impensabile! Le pecorelle sono un po’ smarrite dinanzi alla rinuncia del pastore, ma tant’è, quest’epoca non finisce mai di stupire.
Dopo le dimissioni dunque è il tempo di un nuovo pontefice: il mio quinto Papa. Che giunge nella mia età della ragione e (si spera) della saggezza, non ancora priva di curiosità per le novità. Quale sarà dunque il prossimo Capo della Chiesa? Da quale continente arriverà, e che lingua userà per rivogersi ai fedeli in attesa? E sono tanti i fedeli. Una folla immensa.
Non c’è dubbio che l’era mediatica inaugurata da Papa Woytila si è ampiamente allargata. Maxi-schermi, streaming, magari pure podcast, oltre che in diretta su decine e decine di televisioni italiane e straniere: è l’era digitale, non ci meravigliamo. Viviamo certamente a colori, ma le fumate restano bianche o nere. E non ci vuole molto perchè arrivi quella più attesa, quella bianca. Giusto il tempo per un gabbiano di posare con fare civettuolo, in mondovisione, su un camino del Vaticano, e poi eccola, la fumata. E si sente per la prima volta un nome dall’accento latino, no, quasi italiano, che però quasi non si comprende all’inizio. Poi compare lui, il nuovo Papa, che viene, come dirà subito, dalla «fine del mondo», ossia quasi dagli antipodi. È un Papa argentino, che mostra subito quale sarà la sua tendenza, scegliendo un nome «di battaglia» che è tutta una musica di pace e semplicità. Papa Jorge Mario Bergoglio si chiamerà, primo nella storia vaticana, Francesco.

Francesco è un gesuita, e anche questo è un primato per il pontefice, che è il primo di quest’ordine a diventare Papa. Si insedia e appare smarrito, quasi non capisce come mai è stato scelto lui. Ma si scopre che già nell’ultima elezione poco è mancato che venisse eletto al posto di Benedetto. Insomma, era il suo momento. E anche se per me non è più il tempo, per ora, di nuovi fidanzati, è sempre il tempo per stupirsi di una nuova vitalità ecclesiastica. Francesco, Papa da pochi mesi, ha già segnato una svolta: è il tempo, per la Chiesa, della pulizia e della semplicità. Nessuna accusa diretta, ma nemeno giri di parole, nessuno scandalo, solo il sorriso bonario del Papa, il suo esempio e le sue rinunce al superfluo per dedicarsi a ciò che conta. A fare della Chiesa di nuovo il faro che si era spento per tante persone. E il miracolo avviene. La gente adora questo pontefice che più umile e semplice non poteva essere, eppure è determinato come pochi. Un Papa che detesta gli orpelli, che parla alla gente direttamente nel cuore, e che scatena un tifo da stadio ogni volta che parla, ogni volta che esce tra la folla. Un Papa che non ha paura di sporcarsi, che abbraccia e scherza con tutti e si ferma a parlare con chiunque, che sa augurare il buon giorno e il buon pranzo, e che prima di essere eletto si muoveva in tram o a piedi. Che vuole la Chiesa al servizio degli umili, a contatto con le persone, e non arroccata nel lusso, non ingessata in vuote dottrine.
È una rivoluzione.
E la storia diventa evento, quando per la prima volta due Papi coesistono e si incontrano. Perchè il papa dimissionario c’è ancora, è sempre vestito di bianco, e anche se si è ritirato dal mondo, le televisoni, sempre loro, Dio le benedica, mostrano una cosa straordinaria: due papi che pregano insieme, inginocchiati fianco a fianco. Non si era mai visto prima. Siamo tutti consapevoli dell’eccezionalità della situazione, e ne siamo fieri testimoni, anche un po’ emozionati.
A tre mesi dalla fumata bianca qualcosa sta cambiando. E qualcosa è già cambiato.

A questo punto della vita, dunque, posso pensare che ho visto cose impensabili, ho visto scrivere pagine di Storia mentre la vivevo. Io i miei cinque papi li ho avuti. Non so quanto tempo avrò davanti e se ne vedrò altri, ma credo sia più che probabile che almeno nuovi fidanzati non ne capitino più all’orizzonte.


1983 – 2013: trent’anni di poesia di Biagio Cepollaro

Nazione Indiana - %age fa

a cura di Giusi Drago, Francesco Forlani, Pino Tripodi e del Laboratorio 1 aprile:


Le opere di Biagio Cepollaro sono in rete in formato pdf nel sito www.cepollaro.it:

Le parole di Eliodora 1984

Scribeide 1993

Luna persciente 1993

Fabrica 2002

Versi nuovi 2004

Lavoro da fare 2006

Nel fuoco della scrittura 2008

Da strato a strato 2009

Le Qualità 2012

Qui inoltre trovate “La disciplina dello sguardo”, 7 domande di Daniele Poletti a Biagio Cepollaro.
Mentre qui trovate il Nuovo Discorso sul Metodo. Alcune riflessioni su ‘Le qualità’ di Biagio Cepollaro – di Luigi Bosco.

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

1983 – 2013: trent’anni di poesia di Biagio Cepollaro

Per quali ragioni oggi in Italia non è possibile scrivere un capolavoro

Vibrissebollettino - Mar, 21/05/2013 - 11:35

di Beppi Chiuppani

[...] Il sapere umanistico, in altre parole, è alla base della costituzione della vita politica democratica, e in questo ha un potenziale socio-culturale semplicemente enorme: esso sta dietro a una particolare concezione del cittadino come essere pronto alla riflessione e alla decisione sulla vasta serie di argomenti e problemi che lo coinvolgono ogni giorno – quel tipo di cittadino che in un presente dominato sempre di più dalla tecnologia sta effettivamente tramontando, per essere invece sostituito da un’élite di tecnici/burocrati interpellati di volta in volta da governi e grandi corporation. Eppure, si dirà, non stiamo vivendo oggi proprio il sorgere di una serie di nuovi modi di conversare, e cioè i social media? [...]

Leggi tutto l’articolo di Beppi Chiuppani Conversazione e comunità. Sul ruolo della letteratura nella società della tecnica.

[Il titolo dell'articolo e l'immagine qui sopra sono semplici specchietti per allodole. gm]


Archiviato in:Industria culturale

Provocazione in forma d’apologo 244

La poesia e lo spirito - Mar, 21/05/2013 - 07:00

E’ sera, sto rincasando. Alla svolta mi trovo in coda a una colonna di auto che malgrado il verde non si muovono. Che fanno, dormono? Sbuffo. Ma dall’altra parte dell’incrocio un agente (di certo mi conosce se sa dove debbo andare, a me però non sembra di conoscere lui) fa segno proprio a me di superarli, attraversare l’incrocio e svoltare; non erano loro a dormire, ero io ad essermi posto sulla corsia sbagliata. Così faccio. Quando mi trovo all’altezza dell’agente mi affaccio e gli dico:
“Grazie e scusi, sa, è sera e ho lavorato tutto il giorno, sono stanco”.

Quello mi sorride e risponde: “Va bene, non c’è problema”. In quel momento mi accorgo che tra le mie mani atteggiate a stringere il volante il volante non c’è più. E subito dopo mi accorgo che non c’è più neppure l’auto. Mi volgo a guardare dall’altra parte dell’incrocio e la vedo ancora là, sulla corsia sbagliata, in coda dietro alle altre. Guardo interrogativamente l’agente che continua a sorridere e a guardarmi, ma ora è come se non mi vedesse, e non dice più una parola.
Che fare? Tornare indietro all’auto dove c’è la borsa con le chiavi di casa e tutte le carte, per non dire della spesa appena fatta per la cena, o proseguire a piedi con le mani in tasca, nel buio che scende?


Tagebuch, 21 maggio, martedì

Vibrissebollettino - Mar, 21/05/2013 - 06:40

di Claudio Salvi

consumando caffè, fuori.

un treno va sul ponte di mattoni.

«guarda».

punta il dito.

un uccello scappa.

«lala la lalala».

sale su un ramo germogliato.


Archiviato in:Bottega di narrazione, Tagebuch, di Claudio Salvi, Testi dalla Bottega 2012-2013

Ascolto sovversivo

Nazione Indiana - Lun, 20/05/2013 - 19:00
Die Schachtel, O’ e Sincronie
presentano:
L’ASCOLTO SOVVERSIVO mercoledì 22 maggio ore 19.15 – 21 presso O’, via Pastrengo, 12 Milano
“Intonare i rumori” Un ascolto sovversivo non si rivolge soltanto al rinnovamento  delle pratiche tradizionalmente associate alla fruizione della musica,  ma anche e soprattutto a riconsiderare come musicale quello che normalmente viene considerato semplice rumore. In alcuni casi ciò ha portato alla nascita di nuovi strumenti, che esistono solo per lo spazio di una performance o che, come per l’americana “asse da bucato” finiscono con il prendere il proprio posto nella storia della musica, accanto agli strumenti della tradizione più classica. In questo laboratorio d’ascolto, che riprende e sviluppa i temi affrontati nel 2012, esploreremo alcuni esiti della ricerca di suoni inauditi o inascoltati ottenuti con la costruzione di nuovi strumenti o andando a raccoglierli là dove nessuno aveva cercato prima. Ascolteremo musiche di: Giorgio Battistelli, Staalplaat Soundsystem, Jean-François Laporte, Eistürzende Neubauten e altri. L’incontro è curato da Eleonora Ravasi e Massimiliano Viel. ingresso libero per maggiori informazioni: info@sincronie.org | on@on-o.org È possibile richiedere la tessera di Sincronie a partire da www.sincronie.org

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Ascolto sovversivo

La conoscenza simbolica/5

Vibrissebollettino - Lun, 20/05/2013 - 17:52

di Valter Binaghi

Prima parte Seconda parte Terza parte Quarta parte

7) L’approccio storico-religioso

a) L’ordine del mondo: corpo, società, universo

Per accedere a quel mondo in cui il simbolismo e l’analogia furono abituali se non esclusivi strumenti di conoscenza – vale a dire il mondo delle società tradizionali, che qualcuno si ostina ancora a definire “primitive” – occorre innanzitutto lasciarsi alle spalle i fenomeni morbosi che abbiamo appena considerato, dove l’immaginario è piegato alle idiosincrasie dettate da una lacerazione interiore, ma anche le seduzioni della fantasia artistica, almeno quella cui la modernità ci ha abituati, che obbedisce unicamente ai capricci o alle ispirazioni di un soggetto individuale in libertà. In effetti, anche la produzione artistica nelle civiltà tradizionali è governata da una cosmologia che permea di sè l’intero campo dello scibile e del praticabile, obbedisce ai canoni di un simbolismo universalmente condiviso e difficilmente è separabile da quella liturgia che la vita pubblica sembra incessantemente celebrare. Per questo l’arte delle società tradizionali è per lo più anonima; l’artista percepisce sè stesso come il veicolo per la manifestazione e la perpetuazione di un ordine che nessuno (lui meno che mai) ha creato e che dà forma, nel senso più autentico e spirituale, alla sua opera: come potrebbe ritenersene l’autore?

Perchè nasca l’orgoglio (e la passione delirante) della firma, bisogna prima che l’individuo moderno si convinca di essere non il custode di un ordine che lo trascende, ma il soggetto di un’azione singolare ed inedita nella storia del mondo. Si tratta di un’epoca nuova nella storia dello spirito umano, non priva di pericoli ma foriera di una propria religiosità: quell’umanesimo che è più l’eredità che la negazione del cristianesimo medioevale e di cui parleremo più avanti.
Alle origini dell’antropologia contemporanea, la propensione a giudicare le culture “primitive” coi parametri della storia occidentale ha portato con sè gravi fraintendimenti. Ad esempio la diatriba tra gli storici delle religioni, che alla fine del XIX secolo ha opposto i teorici di un animismo cosmico come stadio originario della religione a coloro che ritenevano di poter rintracciare un “dio celeste” come forma superiore che quel politeismo apparente avrebbe sottinteso. Nessuno dei due gruppi sembrava rendersi conto che nelle società tradizionali il “sacro” non è isolabile come una porzione delle rappresentazioni o delle attività umane da tutte le altre che sarebbero profane, ma si identifica con l’ordine cosmico, che è insieme ordine sociale, morale, tecnico, religioso: “Il cosmo parla all’uomo e tutti i suoi fenomeni hanno un significato. Sono i simboli di una realtà superiore che la sfera cosmica nasconde e rivela al tempo stesso. Proprio la struttura del cosmo serba all’uomo un messaggio spirituale; una rivelazione che viene quindi dalla stessa fonte della religione”(103)
Un contributo più interessante giunse, all’inizio del XX secolo, dalla scuola sociologica francese, per quanto a sua volta condizionata pesantemente dal pregiudizio positivistico che vedeva in ogni rappresentazione condivisa un mero riflesso della struttura sociale. In un saggio pionieristico e rimasto di fondamentale importanza per la posizione del problema, Durkheim e Mauss esaminavano le concezioni del mondo di alcune società primitive alla luce del concetto di “classificazione”(104).
Dalle ricerche antropologiche sul campo risultava che, tra gli aborigeni australiani, la tribù si divide in due fratrie e ognuna delle due comprende un certo numero di clan totemici oltre ad includere classi matrimoniali che implicano compatibilità o interdizione. La cosa più notevole, però, è che la classificazione delle cose riproduce quella degli uomini: gli animali della terra e gli astri del cielo, il vento e la pioggia, gli oggetti e le tecniche per produrli, appartengono all’una o all’altra fratria, e all’interno di queste all’uno o all’altro clan totemico(105). Per citare un osservatore: “Il selvaggio australiano (…) considera l’universo come la grande tribù ad una delle cui divisioni egli appartiene, e tutte le cose, animate o inanimate, che sono del suo gruppo, sono parti del corpo di cui lui stesso è parte”(106). L’appartenenza a un totem conferisce agli individui poteri sulle cose che a quel totem sono connesse. Per esempio ai membri del totem del tamburo spetta “presiedere la cerimonia che consiste nell’imitare i cani e percuotere il tamburo; spetta a loro fornire gli stregoni incaricati di far moltiplicare le tartarughe, di assicurare la raccolta delle banane, di scoprire gli omicidi seguendo i movimenti della lucertola; spetta loro, infine, imporre il tabù del serpente”(107).
Proseguendo la ricognizione guidata dall’ipotesi di fondo che la cosmologia primitiva ricalchi la struttura sociale totemica, Durkheim e Mauss si spostano dall’Oceania all’America, dove trovano strutture più complesse che gli paiono comunque confermare il loro assunto. Tra gli Zuni (tribù di coltivatori del Nuovo Messico), per esempio, sembra il caso di parlare di una vera e propria “sistemazione dell’universo”(108). Qui il principio sembra la divisione dello spazio in sette regioni (Nord Sud Est Ovest cui si aggiungono il Nadir, lo Zenit e il centro) cui sono assegnate qualità, colori, eventi meterorologici, animali e vegetali, attività culturali e tecniche, il che potrebbe far pensare a una cosmologia in cui è l’ordine del mondo il vero oggetto di ricerca. Ma agli autori basta constatare che questa ripartizione è la stessa di quella dei clan all’interno del pueblo, per riportarne la complessità alla loro teoria sociologica che pone la struttura della tribù come un “princeps analogatum”, di cui l’ordinamento dei diversi livelli di realtà sarebbe una semplice derivazione, cioè una serie di analogati secondari. Pur riconoscendo una parentela “strutturale” tra queste cosmologie primitive e le filosofie della natura di civiltà superiori (India, Cina, Grecia) cui non si può certo negare un’emancipazione dall’ingenua proiezione della mente tribale, Durkheim e Mauss insistono coll’affermare che “la gerarchia logica non è che un altro aspetto della gerarchia sociale e l’unità della conoscenza nient’altro che l’unità stessa della collettività, estesa all’universo”(109). Certo, bisognerà pur spiegare come mai a un certo gruppo sociale si associno elementi vegetali, animali, astrali, proprio quelli e non altri. Se ne uscirà dicendo che sono “stati dell’anima collettiva che hanno dato vita a questi raggruppamenti” e che questi stati sono “manifestamente affettivi. Vi sono affinità sentimentali tra le cose così come tra gli individui, e si classificano proprio in base a queste affinità”(110). Nella (migliore?) tradizione imposta dal loro compatriota Cartesio, tutto ciò che non rientra tra le idee chiare e distinte e rifiuta la rigorosa appartenenza categoriale all’identità o alla differenza viene confinato al livello pre-logico (per non dire sub-umano) dell’emozione pura, luogo dell’indistinto e dell’ingiustificabile. Che invece proprio queste percepite affinità tra cose diverse siano il luogo di una conoscenza “altra” che si tratta di comprendere più che di esorcizzare, e che la sua forma sia quell’analogia di cui gli autori fanno un uso così maldestro, questo appare completamente fuori dalla loro portata. Così il loro saggio, che pure contiene materiale interessantissimo, si risolve in una lunga petizione di principio: la proiezione dell’ordine sociale sul cosmo, che dovrebbe essere dimostrata, risulta il presupposto indiscusso di tutta la trattazione.
Passando dal confronto sincronico tra società cosiddette “primitive” ad un’approccio diacronico, come quello presupposto dallo studio della preistoria, scopriamo che in effetti i modelli di organizzazione dell’esperienza sono fin dalle origini almeno due. Una memoria sintetica e schematica, simile a quelle più sopra esaminate, che André Leroi-Gourhan chiama “mitogramma”, convive fin dall’inizio dell’avventura umana con un’altra rappresentazione della totalità, e cioè la narrazione: la prima sviluppa in una immagine sinottica e spaziale ciò che la seconda declina in una sequenzialità temporale. Esempi della prima sono quelle mappe del mondo che classificano gli esseri o dispiegano i settori in cui essi si muovono, come la tavola degli esagrammi dell’Y King, lo zodiaco, il mandala indo-tibetano, o l’uomo-microcosmo dei maghi rinascimentali, che però rappresentano versioni già molto sofisticate di ciò che in origine è un “mitogramma”, non ancora un sistema enciclopedico.
Secondo Leroi-Gourhan, una rappresentazione radiante dello spazio è caratteristica delle popolazioni agricole, che costruiscono il proprio spazio abitativo intorno al granaio, mentre lo spazio lineare e la sequenzialità che ne deriva sono tipiche di popoli nomadi dediti alla caccia e alla pastorizia, per i quali l’esistenza collettiva si realizza nel seguire la traccia e percorrere lunghi tratti. Sarebbe proprio a questo stile itinerante che si deve la predilezione per la narrazione e in seguito per il linguaggio fonetico; d’altro canto, tra le più antiche raffigurazioni dell’arte preistorica troviamo cerchi concentrici e spirali, dove la sospensione o estraneazione dal ritmo vitale a scopo rappresentativo sembra il valore costantemente perseguito. Diversamente dal linguaggio fonetico che si avvale della successione temporale, i mitogrammi si esprimono nelle tre dimensioni dello spazio, dove “l’ordine del mondo si integra in un sistema di corrispondenze simboliche straordinariamente ricche”(111). In essi si manifesta il tentativo di sottrarre al divenire una forma significante, in grado di prenderne distanza e insieme di rappresentarlo. Un’archivio in cui sistemare ciò che è accaduto e può accadere, le possibilità d’azione, gli ostacoli probabili, ma anche la grande famiglia degli esseri viventi e delle forze elementari. Per quanto alla lunga surclassata dalla scrittura alfabetica, questa modalità di rappresentazione del mondo “resiste alla comparsa della scrittura su cui ha esercitato una notevole influenza, nelle civiltà in cui l’ideografia ha prevalso sulla notazione fonetica” (112), e soggiace latente anche nelle culture contemporanee.
Al di là delle suggestioni esercitate dalla scuola sociologica, il fondamento della ripartizione del cosmo in quello che abbiamo chiamato il “mitogramma”, sta probabilmente nell’orientamento spaziale che ha come centro il corpo umano, e come fasi d’irradiamento la simmetria bilaterale di organi e funzioni, i movimenti di introversione e d’estroversione, la posizione eretta. Per restare in Francia, le ricerche ormai classiche di Gilbert Durand lo hanno portato a riconoscere le strutture antropologiche dell’immaginario in alcuni riflessi dominanti (posturale, copulativo, digestivo)(113).
In un contesto teorico diverso, l’odierna linguistica cognitiva finisce per confermare la tesi quando afferma che “la natura dei nostri corpi e del nostro ambiente fisico e culturale impone una struttura alla nostra esperienza”, a partire dalla quale formiamo categorie o gestalt empiriche. “Tali gestalt definiscono la coerenza della nostra esperienza. Noi comprendiamo la nostra esperienza direttamente quando la vediamo come coerentemente strutturata in termini di gestalt che sono emerse direttamente dall’interazione con e nell’ambiente. Noi comprendiamo l’esperienza metaforicamente quando usiamo una gestalt da un ambito di esperienza per strutturare l’esperienza di un altro ambito”(114)
Il fenomeno è evidentemente rintracciabile in quelle che Durkheim e Mauss definivano “forme primitive di classificazione”, che già si avvalgono di semplici schemi numerici e geometrici. Qui comincia a evidenziarsi quella che appare come la specificità umana rispetto alla natura animale, ovvero l’esteriorizzazione della memoria, che segue (o più probabilmente è contemporanea) a quell’esteriorizzazione dell’organo rappresentata dall’utensile: il suo contenuto è lo schema del cosmo, sviluppato analogicamente da quello della collettività, a sua volta più o meno consciamente ispirato allo schema corporeo. La memoria esteriorizzata nel mitogramma rende possibile non solo la rappresentazione della tradizione collettiva, ma anche la possibilità dell’individuo di riferirsi ad essa in modo creativo, in altre parole il progresso: “Alla nascita, l’individuo si trova di fronte a un corpo di tradizioni proprie della sua etnia e dall’infanzia in poi si stabilisce un dialogo, su vari piani, tra lui e l’organismo sociale. La tradizione è biologicamente indispensabile alla specie umana quanto il condizionamento genetico alle società d’insetti: la sopravvivenza etnica si fonda sulla routine, il dialogo che si stabilisce crea l’equilibrio tra routine e progresso, dove la routine è il simbolo del capitale necessario alla sopravvivenza del gruppo e il progresso l’intervento delle innovazioni individuali per una sopravvivenza sempre migliore”(115)
Spesso nel “mitogramma” è riconoscibile un sistema binario che ordina la realtà per contrari od opposizioni polari, come accade ad esempio tra i presocratici in Grecia o nella dottrina dello Yin-Yang dell’antica Cina. Del pari, anche lo schema dinamico del tempo che si ritrova in ogni narrazione, presume una struttura, questa volta di tipo ternario: una situazione iniziale di quiete, una crisi della presenza cui segue una questua, e un’integrazione finale, che si trovano inscritte nelle esperienze ancestrali della migrazione e della caccia, e modellizzano l’intera esperienza umana. Non è difficile riconoscere la medesima struttura nei miti eroici, nei riti iniziatici, nei percorsi della fiaba e infine nelle vicende del romanzo moderno. Probabilmente contemporanea alla strutturazione binaria e ternaria, la meditazione dell’Unità come coincidentia oppositorum informa l’esperienza religiosa (religio da religare = raccogliere, mettere insieme).
Articolazioni più complesse e largamente utilizzate nascono da questi fattori primari combinati: come il Quaternario, che già nella fisica elementare di Ippocrate combina due per due le qualità elementari (caldo e freddo, secco e umido) per dare origine alla dottrina degli stati della materia (fuoco, terra, aria, acqua) e degli umori-temperamenti (bilioso, nervoso, sanguigno, linfatico). O come il Duodenario astrologico, che combinando i Quattro elementi con il Ternario dinamico, racconta la storia del cosmo e dell’uomo come un romanzo scritto nel cielo.
Sforzandosi di emanciparsi dall’antropomorfismo ingenuo del mito, e cercando di fare delle strutture archetipe un oggetto di pensiero più che uno schema classificatorio, la filosofia creerà in seduito l’universo pastorizzato della teoria, ma l’occhio dell’antropologo non faticherà a riconoscere l’egemonia di schemi primordiali nel dualismo platonico, nelle coppie concettuali aristoteliche, nelle analogie trinitarie del pensiero medioevale, nelle triadi dialettiche hegeliane e persino nel pellegrinaggio inquieto delle filosofie esistenzialiste. Del simbolismo si potrebbe dire ciò che si è detto della natura stessa: “nisi parendo vincitur”. Esso si fonda non tanto su una proliferazione di immagini, ma sulla persistenza, o meglio sulla trascendentalità di ritmi che sono iscritti indelebilmente nella struttura dell’uomo e vengono applicati laddove il fenomeno, almeno da un certo punto di vista, lo consente: “Nel pensiero simbolico numerose forme esistenziali possono essere considerate come analoghe, a patto che siano sottomesse almeno transitoriamente al medesimo ritmo. Tale analogia permane anche quando gli oggetti coordinati ritmicamente appartengono a ordini completamente diversi, poichè l’esperienza simbolica non si fonda sul pensiero concettuale ma si attua essenzialmente per via di una intuizione estetica e immediata”(116). In essa si esprime la corrispondenza, fondata su un’analogia di struttura, tra il microcosmo umano, il mediocosmo sociale e il megacosmo universale. L’enciclopedia onnivora che l’analogia rende possibile non ha semplicemente uno scopo orientativo e descrittivo, ma anche quello di consolidare l’istituzione di una cultura e ipotecarne il futuro, cioè rendere possibile l’acquisizione del nuovo in una struttura capace d’integrarlo.
Per molto tempo questo sistema di corrispondenze universali in cui la funzione simbolica sembra dominare completamente la realtà intrinseca dell’oggetto e l’evocazione simbolica pretende di influire su di esso, è stato attribuito a una qualche speciale caratteristica della mente “primitiva”, volta a volta definita “mentalità pre-logica” o “pensiero magico”. In realtà si taccia di arcaico ciò che non si è più capaci di praticare, anche quando si tratta di un senso raffinatissimo, molto più vicino alla musica che agli stati onirici: “Il ritmo musicale non è un fenomeno puramente intellettuale, bensì una forza psicofisica che trasforma i movimenti corporali in esperienza psichica e viceversa fornisce un contrappeso corporale alla sensibilità spirituale”(117). Come si è già osservato più volte, le corrispondenze analogiche non riguardano fenomeni singoli, ma relazioni caratterizzate dalla medesima proporzionalità (ritmo). Se il dolce, il salato e l’amaro sono gusti diversi per il palato, è possibile che essi abbiano un corrispettivo analogico negli stati sentimentali che indichiamo con gli stessi aggettivi, perchè identico è il ritmo che li sottende. Identità nella differenza (altrimenti l’analogia sarebbe pura sovrapposizione tautologica): “il ritmo è la ripetizione dell’analogo, in quanto ogni giorno non si ripete con precisione la stessa cosa, ma ritorna ciò che è fondamentale con forme sempre nuove”(118). Se abbiamo perduto la facoltà di riconoscere le analogie tra atti del corpo, sentimenti e sostanze minerali e vegetali che consentirono alla remota antichità di identificare corrispondenze dall’altissimo valore terapeutico (si pensi alla straordinaria complessità della medicina cinese o indo-tibetana), possiamo ancora ammirare la disinvoltura con cui il senso poetico dell’artista illumina relazioni segrete tra le cose, con la luce della metafora. Tuttavia, in questo caso come in quello, la sclerosi e la decadenza sono sempre in agguato quando alla percezione “fine” del ritmo si sostituisce l’elucubrazione razionale.
Qualcosa del genere si può notare se si esamina la storia delle pratiche divinatorie. In origine il fenomeno naturale è vissuto come qualcosa che interroga personalmente il soggetto: “La differenza fondamentale fra l’atteggiamento dell’uomo moderno e l’atteggiamento dell’uomo antico nei confronti del mondo circostante è la seguente: per l’uomo moderno, scientifico, il mondo fenomenico è in primo luogo un quid; per l’uomo antico – e anche per il selvaggio – è un ‘Tu’”(119). Prima che subentri l’indifferenza emotiva, facilitata da un controllo sugli eventi, il fenomeno non è il membro di una classe riconducibile a uno schema concettuale, ma è qualcosa che accade qui ed ora proprio a me, e mi provoca a corrispondervi. Per questo l’uomo primitivo non conosce un mondo che sia “inanimato”, ma solo segni e messaggi attraverso i quali le potenze del sacro si rendono manifeste. Ancora oggi, in rari momenti di consapevolezza, riusciamo a cogliere la non-indifferenza degli incontri che si vorrebbero “casuali”, delle coincidenze che danno da pensare, dei sincronismi inattesi, ma sono così rari questi attimi che rubrichiamo queste circostanze nell’ambito delle stranezze del nostro archivio(120). E’ dall’ansia che la coscienza sviluppa circa l’evento che l’interroga e la propria adeguatezza a rispondervi che presumibilmente nasce la pratica della divinazione, la quale si fonda proprio sul sistema cosmologico del mitogramma come “mappa” dei possibili. Nell’universo del mitogramma, in cui tutto trova posto e funzione, il futuro è prevedibile perchè, in qualche misura, tutto è già da sempre accaduto: attraverso il segno che lo rappresenta l’evento è riportato a una casistica che ha un numero finito di combinazioni. Come scrive L. Vandermeersch commentando l’evoluzione storica dell’oracolo cinese, “la divinazione non serve a indovinare per sortilegio un caso imprevedibile, ma a rivelare sperimentalmente la necessità prevedibile dell’ordine delle cose”(121). In altri termini, se la verità del mitogramma è la sua rispondenza analogica alla totalità del reale, quella del pronostico presuppone innanzitutto l’allocazione del segno nel sistema categoriale che lo interpreta. Si potrebbe addirittura sostenere che il carattere sistematico della futura ricerca scientifica trova già qui il suo paradigma, anche se ovviamente muteranno del tutto le circostanze dell’osservazione sperimentale. Del resto, la perenne ricorsività del “da sempre accaduto”, fa si che con la comparsa della scrittura il mitogramma renda possibile la conquista del calendario, mentre la determinatezza aritmetica di queste mappe e delle corrispondenze finite che esse consentono tende ad escludere proprio ciò di cui la mentalità primitiva è più frequentemente accusata, cioè l’irrazionalità: a partire dagli sviluppi classici dell’astrologia, per esempio, “l’idea di un mondo governato dalla volontà divina ha completamente ceduto il posto a quella dell’universo dominato dalla necessità matematica delle rotazioni”(122).
Con la proliferazione delle pratiche divinatorie la coscienza spirituale regredisce dalla responsabilità personale ad una sorta di cieca fiducia nella “tecnica” del pronostico e alla sua presunta, dettagliata precisione, cui si delega ogni possibilità di successo esistenziale. Fenomeno tipico delle età di decadenza religiosa e morale, è qualcosa di troppo noto (e per giunta facilmente osservabile nel mondo contemporaneo) perchè se ne debba dire altro.
La stessa decadenza colpisce l’impianto stesso delle cosmologie tradizionali, quando tendono a trasformarsi in sistemi enciclopedici non più nutriti dall’ispirazione originaria, ma da un’intelligenza analitica e capziosa. E’ vero che la millenaria sapienza che dominava le antiche cosmologie “sarà ricordata ancora a lungo con le sopravvivenze della cabala, del segreto delle piramidi o delle cattedrali, perchè era autentica saggezza, cioè riflessione e ricerca di una spiegazione che placa nell’uomo l’angoscia di esistere come creatore d’ordine, solo al centro del caos naturale”(123). Ma i tentativi di ripristinarla, in un ottica ormai iperintellettualistica o addirittura esoterica, ne tradiscono l’anima disprezzando la semplicità delle analogie naturali in nome di un simbolismo sempre più votato all’allegoria o addirittura al calcolo. E’ proprio nell’autunno del medioevo cristiano che prende forma il grandioso tentativo di riportare in auge la sinossi del mitogramma per interpretare la sovrabbondanza di un universo linguistico e concettuale ormai straripante, con l’ars magna di Raimondo Lullo. Si tratta di una rappresentazione non statica ma dinamica: a partire da nove principi primari che esprimono le potenze divine (in modo analogo a quanto avviene per le sephirot nella Cabala ebraica) si stabilisce la corrispondenza con le realtà create, gli attributi che le costituiscono e i termini che li indicano, pianificando tutte le argomentazioni possibili e permettendo di riconoscerne verità o falsita a seconda del rispetto o meno delle relazioni ontologiche. Una sintesi in cui logica e metafisica finiscono per coincidere, vera e propria chiave universale che concerne non solo i discorsi ma le articolazioni del mondo reale ed evidenzia “l’aspirazione ad un ordinamento di tutte le scienze e di tutte le nozioni che corrisponda all’ordinamento stesso del cosmo”(124). La fortuna del lullismo è immensa per almeno tre secoli, ed esercita la sua suggestione non solo tra maghi rinascimentali come Cornelius Agrippa o negli ambienti dominati dal neoplatonismo dell’Accademia fiorentina, ma anche tra gli eruditi animati da un ideale enciclopedico come il gesuita Athanasius Kircher e tra intelligenze logico-matematiche come quella di Leibniz, in cerca di una metodologia rigorosa per la ricerca scientifica. In questo successo si deve vedere l’ansia di trovare un’orientamento in un universo sociale e culturale sempre più frammentato, ma anche il bisogno di uno strumento di classificazione, che permetta di rubricare l’immensa mole di dati e prospettive generate dai saperi in espansione, e infine il sogno ecumenico di una lingua universale. Di fatto, “sino alla fine del Cinquecento” e poi nel Seicento “fino a Alsted e Leibniz, resta ben salda la convinzione che l’arte lulliana o cabala dei sapienti o arte aurea o combinatoria o scienza generale coincida con la scoperta metafisica della trama ideale della realtà”(125). Il tramonto di questo ideale pansofico inizia con “la critica radicale dei sistemi astratti del secolo precedente”(126) condotta dalla generazione degli illuministi (gli Enciclopedisti in particolare) sulla base di un approccio empiristico, nominalista e induttivo, che deriva anche dalla crescente egemonia del pensiero anglosassone su quello continentale e squalifica come “romanzesco” l’approccio deduttivo. Mentre “si faceva ogni giorno più viva la coscienza della sostanziale inutilità di atlanti esaustivi, di classificazioni armoniche ma chiuse ai cambiamenti che viceversa il cammino delle scienze imponeva”(127), l’enorme messe di dati che le nuove scoperte mettevano a disposizione spinse gli Enciclopedisti a tagliare “con un rasoio affilatissimo tutte le ramificazioni ontologiche e metafisiche che quelle idee ancora portavano con sè”(128). Privilegiando il terreno degli individui e dei fatti, “nessuno fra gli ‘spiriti nuovi’ pensava più che i rapporti e i legami stabiliti fra di essi dalla mente umana riflettessero l’armonia stessa della natura; il dizionario, che si riprometteva di raffigurare in forma ragionata quei rapporti e quei legami, dichiarava di rinunciare al sistema”(129) e, più o meno consapevole di rinunciare con questo all’unica possibilità di un’unificazione del sapere, prendeva la via di quell’accumulazione informe di dati che è l’ordine alfabetico, ossia la negazione dell’ordine in quanto tale.
L’ordinamento simbolico del mondo, che ha nel corpo umano il suo referente primario, non è qualcosa cui l’uomo si riferisca come a un semplice sistema classificatorio, ma al contrario una struttura vivente in cui egli deve incarnarsi, evitando così di trovarsene separato o, come preferiamo dire oggi, “alienato”. Perchè questo non accada, occorre che i ritmi vitali dell’uomo siano costantemente inclusi in quest’ordine, e che periodicamente sia data loro la possibilità di una reintegrazione che è nutrimento e salute. Questo sembra essere l’autentico significato del rito, di cui nessuno studioso della materia oggi mette più in discussione l’indisgiungibilità rispetto alla rappresentazione cosmica o alla narrazione mitica. Se il mito è sacra rappresentazione di ciò che fondò il cosmo e la cultura, il rito è sacra azione che quest’ordine perpetua nella collettività ma soprattutto nell’identità corporea del soggetto. Ad esso spetta di “coniugare la biologia con la cultura”(130).
La vita ha il compito fondamentale di integrare le molteplici stimolazioni e risposte organiche salvaguardando l’unità del vivente dalle spinte centrifughe che ne deriverebbero. “Nell’ambito della cultura si pone un problema simile. Le società umane sono in grado di acquisire molteplici informazioni (grazie all’attività mentale); tali acquisizioni, col passare del tempo, diventano tanto numerose da rischiare di disorientare e disgregare i gruppi umani. Diventa, allora, necessario semplificare, ossia scegliere e trasmettere alle generazioni successive solo una parte di quelle acquisizioni. La religione opererebbe in questa direzione, decidendo quali siano i contenuti fondamentali che, nella loro essenzialità, devono rimanere per orientare la vita di una società”(131)
Questo sarebbe facilmente confermato dal fatto che la maggior parte delle azioni rituali si presentano come “riti di passaggio”, ossia scandiscono il percorso esistenziale attraverso le varie soglie (nascita, pubertà, iniziazione alla professione, matrimonio, morte) in modo che l’individuo venga sostenuto nella propria crsi di “status” dalle forme che la comunità gli mette a disposizioni come salutari, integranti e dunque normative. Ma occorre aggiungere che tali forme sono non imposte ma desunte dalla corporeità, ed è per questo che in esse l’uomo integrale (corpo e anima) trova la pace della postura e insieme del significato. Non è perchè qualcuno abbia imposto l’immersione rituale che l’acqua battesimale è simbolo di purificazione, ma è perchè l’immersione pulisce e tonifica che essa può assurgere a simbolo della grazia che purifica dal peccato. Non è perchè venga imposto un pasto a base di carni dell’animale totemico che il clan si auto-prescrive il consolidamento dei legami parentali, ma perchè mangiare insieme lo stesso cibo è la forma più elementare di condivisione, al punto che i vincoli di sangue del clan potranno un giorno essere a loro volta trascesi dall’utilizzo del simbolo in una dimensione ben più alta, quella Eucaristica.
Vale anche l’inverso: una religiosità ridotta a sistema di credenze e prescrizioni morali impedisce all’uomo quell’esperienza integrale del sacro cui egli aspira. Si crede di “purificare” la religione da qualche sorta di residuo magico, quando si dichiara guerra al rito innalzando il vessillo di una teologia disincarnata, e non ci si accorge di tagliare il ramo su cui si è seduti. Nessun autentico valore umano può essere espresso e vissuto senza azioni simboliche che coinvolgano la corporeità dell’uomo. E’ così che, grazie a certe cattive pastorali influenzate da un “modernismo” strisciante, il comandamento evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso” si è trasformato in quel vago umanitarismo che piace fin troppo ai guru della New Age mentre dissangua le concrete comunità in cui l’uomo vive a fianco dei suoi simili: “Quando il ritualismo viene apertamente deriso, l’impulso filantropico rischia di dissolversi, perché è illusorio pensare che possa esistere organizzazione senza espressione simbolica. La comunicazione istantanea e non-mediata è un vecchio sogno profetico; il contatto telepatico è buono per brevi lampi intuitivi; ma creare un ordine in cui il giovane e il vecchio, l’uomo e l’animale, il leone e l’agnello, si intendano direttamente, è una illusione da visionari. Coloro che disprezzano il rituale, anche se profondamente impregnato di magia, aspirano in nome della ragione ad un concetto di comunicazione che è molto irrazionale»(132)

NOTE

103) Seyyed Hossein Nasr, L’uomo e la natura, Rusconi 1977 pag. 21
104) “Forme primitive di classificazione”, in E. Durkheim, M. Mauss, Sociologia e antropologia, Newton Compton 1976.
105) Durkheim, Mauss, op. cit. pag. 80
106) Ivi pag. 84
107) Ivi pag. 93
108) Ivi pag. 104
109) Ivi pag. 137
110) Ivi pag. 138
111) André Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi. vol. I pag. 230.
112) Ivi pag. 231
113) Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Dedalo 1972
114) George Lakoff e Mark Johnson, Metafore e vita quotidiana, Espresso Strumenti 1982, pag. 254
115) André Leroi-Gourhan, op. cit. vol. II pag. 269
116) Grazia Marchianò, L’armonia estetica, Dedalo, p. 112
117) Marius Schneider, Il significato della musica, Rusconi 1999 pag. 147
118) Ivi pag. 149
119) AAA.VV, La filosofia prima dei Greci, Einaudi 1970 pag. 17
120) Spetta a Carl Gustav Jung il merito di avere posto la questione in termini teorici aprendo una prospettiva su quella che – è il caso di dirlo – è una dimensione rimossa della vita psichica. Si veda C.G. Jung, La sincronicità, Boringhieri 1980
121) AA.VV, Divinazione e razionalità, Einaudi 1982 pag. 35
122) Ivi pag. 50
123) André Leroi-Gourhan, op. cit. vol. II pag. 388
124) Paolo Rossi, Clavis universalis, Il Mulino 1983 pag. 67
125) Ivi pag. 83
126) Walter Tega, Arbor scientiarum, Il Mulino 1984 pag. 15
127) Ivi pag. 16
128) Ivi pag. 17
129) Ibidem
130) Giorgio Bonaccorso, Il corpo di Dio, Cittadella Editrice pag. 217
131) Ivi pag. 218
132) Mary Douglas, I simboli naturali, Einaudi 1979


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La poesia e lo spirito - Lun, 20/05/2013 - 15:00

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Stai già pensando al prossimo romanzo. Ma adesso è diverso: non sai nemmeno se starai di nuovo qui, davanti al poster di Taormina e alla Piazza dei Miracoli. Non sai più niente di quello che ti aspetta né puoi dire se sia un bene o un male. Eppure, sai già tutto: che dovunque tornerai a sederti, su qualunque tavolo poserai il computer, qualunque immagine attirerà il tuo sguardo sulla parete opposta, qualunque rumore giungerà dalle altre stanze – come adesso il ticchettio degli orologi, lo sfrecciare delle auto nella strada, i versi degli uccelli, che impari a distinguere a fatica: il ritmo spezzato della rondine, il richiamo ossessivo della pispola, le pause nobili del pettirosso -, chiunque condivida con te l’appartamento, i corridoi della canonica o le sale dell’antica rettoria, insomma, in qualunque condizione, a qualunque latitudine, invaso da chissà che sentimenti, urtato da chissà quali fastidi, sai già che qualcosa ti ha toccato, che una voce ti ha raggiunto; e se anche nessuno ti cercasse, se non sentissi più lo squillo del telefono, se sull’agenda sparissero orari e appuntamenti, se perfino il gatto dimenticasse di vuotare la scodella accanto alla tua porta, sai che chi aspettavi è già arrivato, e che tutto questo scrivere, questo rincorrersi di immagini, il cercare proprio quella in cui la mente e il cuore potrebbero perdersi e trovarsi, e tutta la fatica per scovare il desiderio che giace sotto coltri d’abitudini e paure, il fiore che chissà quanta polvere aveva ormai sommerso, insomma, tutto il pianto che sgorga quando meno te l’aspetti, e trascina con sé memorie e delusioni, speranze e rabbie che covavi già da tempo e solo ora hanno il coraggio di mostrarsi, dopo tutti questi anni, in cui il paesaggio che appariva dal balcone sembra anch’esso, ogni volta, perduto e ritrovato: il ragazzo al telefono davanti alla sede della banca, il cameriere che attende ai tavoli del bar, la donna che attraversa la strada con la borsa rossa, e su e su, fino all’ingresso della scuola, dove gli occhi verdi della Persighetti sono un ricordo ormai sbiadito, la penna a inchiostro di Vincenzo Cerere non è più l’oggetto dei tuoi sogni e l’aria altezzosa di Aldo Bises non suscita in te nessun livore, ora che distingui il monologo dell’usignolo dal borbottio del codirosso, e che lui, lui, è ancora qui, dovunque ti abbiano mandato, è qui, nel cuore del tuo cuore: solo allora, quando il passero avrà emesso il suo ultimo trillo prima di dormire, capirai che è stato sempre qui, che non vi siete lasciati mai un momento.


Vivalascuola. Il bambino artigiano

La poesia e lo spirito - Lun, 20/05/2013 - 11:00

E’ uscito il n. 15 della rivista Gli Asini, una delle poche riviste sull’educazione che unisca resoconto di pratiche didattiche, riflessione sull’esperienza, sguardo critico sul presente. Il n. 15, particolarmente ricco, è dedicato a “Cambia il mondo, cambia la scuola“; punti d’osservazione privilegiati: la crisi della scuola media e le nuove tecniche digitali, a cui è dedicato un corposo dossier. Per gentile concessione dell’editore, che ringraziamo, proponiamo un saggio di Marco Carsetti di cui consigliamo caldamente la lettura.

Il bambino artigiano
di Marco Carsetti

All’improvviso la invase quel senso di stupore
che ciascuno di noi dovrebbe provare almeno una volta nella vita:
i bambini sono uomini nel pieno delle forze
e nella breve stagione dell’infanzia
hanno più resistenza di quanta Dio non gliene conceda in futuro.
I bambini sanno sopportare.

(Davis Grubb, La morte corre sul fiume, Adelphi)

Non far bere l’acqua di cui non si ha voglia

Leggendo Le nuove tecniche didattiche di Bruno Ciari (Edizioni dell’asino) si ristudia Freinet di cui Ciari fu sperimentatore e poi divulgatore. E rileggendo Freinet ci si imbatte in una determinazione, una forza, una motivazione così incisive che rimandano a un uomo mosso e sostenuto nel suo cammino da una profonda fede.

Ci sarebbe bisogno di una fede, quella stessa fede che riesce a smuovere le montagne. Ma dove la possiamo ancora trovare?”, si domandava.

Questa spinta, se ha ancora qualcosa da insegnarci, non è solo dal punto di vista operativo contro ogni didatticismo, ma dal punto di vista morale perché la motivazione della sua fede era riposta direttamente nei bambini, nei ragazzi i cui vizi e difetti, diceva, non sono i loro ma causati da altro, tra cui la scuola: la pedagogia del cavallo che non ha sete.

Spesso la scuola pretende di far bere l’acqua di cui il ragazzo non ha voglia; soprattutto pretende l’astrattismo, il verbalismo, la passività; esigendo silenzio impersonalità dei compiti e delle lezioni, essa riesce a togliere al bambino il gusto dello studio, ne soffoca il desiderio di conoscere, distrugge la sua sana curiosità”.

Felici i pochi, invece, che per strani e diversi motivi hanno potuto almeno una volta toccare con mano la fiducia che viene dal vedere agire l’energia dei ragazzi, controllata da loro stessi, all’interno di una comunità vivente orientata “in un certo modo” e “da un certo modo di essere”. Freinet, a guardare la sua motivazione inesauribile, era uno di questi.

La fede di Freinet non era rivolta verso l’efficacia delle sue tecniche che difendeva e divulgava a spada tratta, ma nei confronti dei bambini e ragazzi visti come possibilità, e quindi speranza in atto, che per trasformarsi in vivace realtà portatrice di valori positivi aveva bisogno di trovare la giusta luce e il giusto cammino davanti a sé. Freinet ci ha fatto intravedere questa luce e questo cammino fondato sui bambini e sui ragazzi portatori di vita. La parola vita in questo caso non è una parola ameba come direbbe Illich, cioè una di quelle parole che come un sasso lanciato nello stagno producono delle onde senza colpire nulla, ma una parola chiave di quella tradizione pedagogica di cui Freinet e poi tanti altri sono stati sperimentatori e testimoni.

I continui riferimenti alla vita nascono dalla convinzione che l’essere umano sia dotato come ogni altro organismo di autoregolazione, che ogni sua reazione e comportamento vadano alla ricerca del mantenimento o ritrovamento di un equilibrio, del soddisfacimento dei bisogni elementari mediante una diretta integrazione col mondo circostante. Questo istinto primigenio si completerà, anche grazie all’educazione, quando l’individuo tramite un dialogo costante, intimo e aperto con il suo ambiente di vita, potrà avvalersi di un’altra tecnica di vita: il tatonemment, un procedere per tentativi, che non è altro che la capacità di fare ricorso alle esperienze vissute e applicarle ai nuovi contesti esistenziali.

È da questa fiducia riposta già nel bagaglio “ancestrale” con cui si viene al mondo e poi nelle potenzialità di sviluppo del fanciullo, che bisognerebbe ripartire per avere fede nell’educazione mentre è proprio questa fiducia che sembra smarrita più che mai. È questo smarrimento, questa mancata fiducia riposta in ogni nuovo bambino che nasce, a far mancare quella determinazione necessaria a immaginare soluzioni operative adatte ai nostri tempi.

Quella che non era mancata a persone come Freinet che avevano conosciuto la guerra, le deportazioni, i campi di concentramento, la bomba atomica, lo spopolamento delle campagne, la crescita delle città satellite e dei quartieri dormitorio, la televisione, l’insorgere delle gangs giovanili e della violenza di strada, il disastro della scuola, ma che prima e dopo la seconda guerra mondiale continuavano a lottare e usare sistematicamente la parola vita e sostantivi a lei correlati per definire il loro operare: didattica viva, grammatica vivente, calcolo vivente, comunità vivente, vita di scuola, fecondità espressiva, pensiero vivo, processo vitale, libro della vita, lingua viva, atto vivo, cooperazione fraterna, gioia di donare, scuola e vita, autocorrezioni viventi, conquista viva, tecniche vitali, manifestazione vitale, processo di vita genuina e calda, slanci di vita, il soffio caldo e impetuoso della vita. E poi un continuo riferimento all’apertura e all’espressione libera per cui: apertura espressiva, manifestare se stessi, aprirsi, dire quel che si ha dentro, storia personale di ciascuno, attività comuni, prospettiva sempre aperta, lottare per qualcosa, comunità organica, sinceri bisogni, ascoltare le voci interiori del ragazzo, spinte interne, testo libero, cooperazione. A questo punto il dubbio è lecito: se c’era una necessità così impellente di affermare la vita e la libertà di espressione del ragazzo all’interno della scuola, forse è vero che innanzi si avevano morte e mortificazione del pensiero e dell’azione. Perché era alla scuola e ai maestri e insegnanti che prima di tutto ci si rivolgeva.

Portare la vita di fuori dentro la scuola?

La scuola è morta! La scuola è fallita! Basta con la separazione ancestrale tra scuola e vita! Basta con le lezioni! Basta con i compiti! Così dicevano.

E così oggi siamo di fronte alla stessa morte e mortificazione ma abbiamo ancora quelle convinzioni per lottare? Che cosa è cambiato? Freinet e gli altri come lui potevano ancora contare in un dialogo aperto e conflittuale con il mondo, la società, le famiglie, il progresso, la tecnica, la scienza, la comunicazione. È vero anche per noi, oggi? Freinet è morto nel 1966. Il mondo è cambiato ulteriormente e velocemente, il mutamento è ancora in corso e di quale mutazione si tratti è difficile dire. E la scuola?

Prima si percepiva la scuola lontana dalla realtà e cambiare, riformare voleva soprattutto dire aprire, far entrare. È ancora così?

È inutile voler continuare a credere, diceva Freinet, che i valori, quelli presenti e quelli passati, siano qualcosa di astratto, di universale; essi sono incarnati nella realtà, nell’ambiente, solo partendo dall’ambiente di vita è possibile scoprire e possedere questi valori”, chiaramente si riferiva ai ragazzi.

E questo spiega il tentativo di abbattere il muro tra scuola e vita, scuola e società. Quindi l’ambiente di vita, la famiglia, il lavoro dei genitori, il gioco, l’organizzazione sociale, tutto ciò che i ragazzi vivevano prima di essere rinchiusi dentro scuola, era in qualche modo ancora percepito come portatore di valori presenti e passati e che da lì bisognava partire, riflettere, rielaborare, socializzare, cooperare, studiare, ricercare, apprendere, comunicare, dialogare, diventare consapevoli. Più avanti, poco prima di morire, Freinet cominciò a parlare della scuola come ancora di salvezza davanti a una società che sentiva smarrire sempre di più quei valori che per lui erano ancora molto legati al mondo contadino da cui proveniva.

E oggi? La vita fuori portata dentro la scuola è ancora capace di esprimere valori presenti e passati? Se non si può e non si deve escludere l’ambiente di vita, le famiglie, la realtà sociale dalla vita di scuola è chiaro però che oggi più che l’affermazione di valori entrano contraddizioni e grandi domande aperte. Siamo in pieno mutamento, di fronte a contraddizioni apertissime, senza bussola e senza punti di riferimento. Se prima la scuola era lontanissima dalla realtà, dagli ambienti di vita ora rischia di esserne uno specchio fedele, è la realtà stessa senza alterità e senza altrove, ha pienamente assunto in sé la funzione di adattare i ragazzi alla società e non, al contrario, attraverso l’opera educativa, in prospettiva, con lentezza e profondità, adattare la società alla radice umana di cui le nuove generazioni sono i principali testimoni e protagonisti.

Ma dove scovarla questa radice? Dove riconoscerla, in cosa, in chi, come?

Partire dalla vita dei ragazzi

Le risposte non possono essere che le stesse di Freinet con molti punti fermi in meno ma sempre e proprio per questo da adattare e reinventare alle nuove condizioni esistenziali. La radice è il bambino, il ragazzo, è da lì che bisogna ripartire, dalla sua voce, dal suo istinto, dalla sua intelligenza alla ricerca di un equilibrio, dalla sua spontaneità, dalla sua curiosità, dalla sua sete di conoscenza, di tutto ciò bisogna continuare ad avere fiducia e poi dalle tecniche, da tutto il patrimonio ereditato di proposte operative, di lieviti, di tentativi. Cercare sempre soluzioni operative a partire dalla vita dei ragazzi. Anzi di più: immaginare e praticare proposte operative in cui i ragazzi possano vivere sinceramente, apertamente, naturalmente e spontaneamente in comunità organizzate, operose, in cui il controllo sociale, l’autorità non sia una formalità data e discendente, ma conquistata giorno per giorno attraverso le attività, le regole, la stessa vita di comunità.

Non ci limitiamo ad invitare i ragazzi a organizzarsi, a fissare un regolamento di vita in comune e a designare dei responsabili; offriamo loro delle reali possibilità di lavoro e il vero lavoro presuppone la cooperazione: suddivisione dei compiti, condizioni della collaborazione, buona conservazione degli utensili, ordine, pulizia, interesse generale del gruppo...

Tutto questo è cooperazione diceva Freinet.

Un’altra risposta di quell’impianto pedagogico fu il lavoro, attualissima più che mai come bisogno educativo completamente inespresso e inesprimibile non solo dai ragazzi ma anche da maestri, insegnanti, educatori. Il lavoro-gioco, l’educazione che viene dal lavorare, dal fare insieme cose vere, con una funzione e una utilità attraverso cui il bambino ragazzo può riconoscersi come membro effettivo in seno all’ambiente di vita, scuola, società, famiglia, ed essere riconosciuto come uomo nel pieno delle sue forze.

Su questo aspetto il fallimento è totale, il lavoro-gioco che era proprio di ogni bambino si è trasformato in gioco fine a stesso senza più alcun ruolo sociale o di socializzazione, nessun riconoscimento, le scuole sono ambienti del tutto inospitali e incapaci ad accogliere il corpo, l’attività manuale, la pratica e quindi il benché minimo lavoro che abbia un senso per la vita della comunità. Già solo per aver escluso questo si può affermare che la scuola è morta e con essa ogni educazione che abbia caratteristiche simili. Senza un giardino, una cucina, laboratori artigianali, utensili e attrezzi, macchinari, un posto dove tenere e accudire gli animali, che non siano concepiti come svago o extra ma che siano il centro pulsante della vita a scuola, i bambini e i ragazzi rimarranno schiavi del verbalismo, delle lezioni, dei compiti, dei voti, del gioco fine a se stesso e il risultato sarà la mortificazione della loro spinta vitale, dello spirito. Spirito e tecnica si diceva.

Che me ne faccio di quella geografia schifosa?

Tolstoj dedica l’ultimo dialogo de La saggezza dei bambini all’istruzione. La situazione in cui si svolge è questa: “Il portiere sta lucidando le serrature. Katja, di 7 anni, sta facendo delle casette con le costruzioni. Nikolàj, un ginnasiale di 15 anni, entra e getta un libro in un angolo”.

Nikolàj: “Se lo porti il diavolo quel ginnasio maledetto”.
Il portiere: “Perché, che c’è?”
Nikolàj: “Mi hanno dato un altro uno… Che il diavolo li squarti. Sai che me ne faccio io, di quella geografia schifosa. La California, pensa te. Che diavolo mi serve conoscerle, le loro Californie”. (…)
Il portiere: “Ma perché non studiate, dico io”.
Nikolàj: “Perché? Perché non le posso studiare, io, le scemate. Ah, se ne vadano a quel paese. (Si lascia cadere sulla sedia). Vado a dirlo alla mamma. Non ce la faccio, le dirò, non ce la faccio e basta. Facciano quello che vogliono, ma io non ce la faccio. E se non mi toglieranno dal ginnasio, scapperò. Scappo via, com’è vero Iddio”.
Il portiere: “E dove andrete?
Nikolàj: “Andrò via di casa. Andrò a fare il cocchiere, il portiere. Qualsiasi cosa è meglio di queste scemate del diavolo”.
Il portiere: “Ma anche a fare il portiere non è mica facile, sapete. Bisogna svegliarsi presto, spaccare la legna, caricare le stufe”.
Nikolàj: “Fiù! (fischia.) Sarebbe una festa. Spaccare la legna sì che mi piace. Dici di no? E invece ti dico che è la cosa più bella che c’è. No, altroché, provaci a studiare la geografia”.
Il portiere: “Bé, questo è giusto. A che vi serve saperla. Ma com’è vi costringono? (…) Servirà a trovarsi un impiego, a fare carriera, a prendere lo stipendio, come vostro papà, come vostro zio”.

A questo punto entra in scena la madre con un foglietto inviatole dal direttore che la informa dell’uno preso da Nikolàj in geografia. Adirata con il figlio gli dice di non pensare alle sue stupidaggini ma ai compiti.

Perché continuate a torturarmi, voi non capite” e così Nikolaj esce di corsa sbattendo la porta. A questo punto Katja di 7 anni prende le difese del fratello e comincia a rimproverare la madre.
Stai attenta a non fare anche tu come lui”, dice la madre.
Io invece è proprio così che voglio fare. A nessun costo mi metterò a studiare quello che non voglio studiare”.

Tolstoj lavorò al diario de La saggezza dei bambini tra il 1909 e il 1910. Eppure, Nikolaj, quella geografia, quell’uno, quella voglia di “stramaledire”, “squartare” e scappare e quella difesa dei compiti da parte della madre contro le stupidaggini (i pensieri) del figlio li abbiamo conosciuti tutti, li continuiamo a conoscere attraverso i nostri figli, nipoti, conoscenti, qualcuno attraverso il lavoro da educatore. Tutti o quasi, avendo vissuto infanzia e adolescenza, siamo stati un tempo dalla parte di Nikolaj e Katja e più o meno tutti crescendo siamo passati dalla parte della madre. Soprattutto dalla parte delle parole che chiudono il dialogo, che ammoniscono Katja e l’avvertono che quando sarà grande la penserà come lei. Un ammonimento per tutti noi, parole profetiche dell’inevitabile passaggio dall’altra parte.

Tutta la storia e la realtà della scuola passata e moderna, anche quella che dice di mettere al centro l’individualità del ragazzo è la storia di questo tradimento, della sottomissione, alla fine, dei Nikolaj alle ragioni di adulti, “maturi” solo nel loro utilitarismo, che credono o fingono di credere in certi mezzi, perché adatti a certi fini come ci ricorda il portiere: “a trovarsi un impiego, a fare carriera, a prendere lo stipendio”. Ma è questo il fine ultimo della scuola? In termini utilitaristici neppure l’università risponde più ormai da molto tempo a quei fini, figuriamoci la scuola primaria, le medie, il liceo. I fini raggiunti da questa scuola, come effetti, conseguenze di certe cause e mezzi sono però sotto gli occhi di tutti, non da oggi. Ovvero tutti vedono gli effetti devastanti della scuola, che sbaglia tanto i mezzi quanto i fini del suo mandato educativo.

Eliminare il muro tra vita e scuola

Siamo convinti come lo era anche il Freinet che all’origine del pervertimento sociale, antropologico, culturale, valoriale dei nostri tempi non ci sia solo la scuola, ma sicuramente la scuola doveva tentare una risposta “operativa per illuminare diversamente la strada delle nuove generazioni, essere un ancora di salvezza. Questo compito non se lo è saputo assumere perché irrimediabilmente specchio della società stessa, strumento asservito e forma di potenziamento di quel pervertimento e peggio ancora forma e contesto di frustrazione e mortificazione dell’energia vitale dei bambini e ragazzi.

Ma tutto sommato cosa siamo in grado di offrir loro per illuminarli e incoraggiarli alle soglie della vita, per indicar loro uno scopo ai loro sforzi? Essi possono intravedere soltanto un lumicino acceso lungo la strada dove vogliamo che si incamminino e non sono completamente responsabili se si lasciano ingannare da bagliori artificiali che qualche volta posseggono la falsa luminosità dei chiarori ancestrali di cui esaltiamo i pregi e le virtù. Una scuola disadattata, esami disumani, un lavoro immotivato, e in prospettiva, lo sfruttamento e la guerra! Valutiamo le responsabilità e cerchiamo, ora, di trovare delle soluzioni operative”.

Cosa sia diventato Nikolaj non ci è dato sapere, lo possiamo solo immaginare. E non possiamo sapere cosa sarebbe diventato e con lui la società se avesse potuto seguire la sua inclinazione a lavorare, a spaccare legna, a fare il cocchiere. Se la sua protesta fosse stata riconosciuta e ascoltata e se a scuola avesse potuto spaccare legna insieme ai suoi compagni all’interno di una vita comunitaria ordinata e utile alla crescita della sua coscienza e consapevolezza di uomo e cittadino.

In fondo quello di Nikolaj era un grido che richiamava a sé la vita, la voglia di vivere realmente, concretamente, indirizzando le proprie energie in attività vere e utili, contro il nozionismo esasperante e aleatorio, fine a se stesso.

Tutto lo sforzo dell’educazione attiva da Dewey a Freinet alla testimonianza di Ciari che da lì discende, è stato il tentativo di eliminare quell’incomprensibile muro che si era alzato tra vita e scuola. È stato provare a rendere la scuola come contesto il più armonico possibile alla realtà viva dei ragazzi, che non voleva dire inseguire il mito della naturalezza e della spontaneità, ma di regolare e vivere secondo autentiche regole comunitarie in cui il maestro fosse padre e regista, modello di attività organizzate intorno a tecniche precise, sviluppo delle potenzialità del bambino-ragazzo.

Un esempio tra tutti fu la tipografia a scuola che era la scuola e non come si potrebbe pensare un’attività di sfogo ed extrascolastica. A Nikolaj un maestro “simpatico” ovvero empatico con la sua energia e voglia di vivere avrebbe potuto proporre di spaccare legna per sfogo e continuare a studiare la geografia nello stesso modo odiato da Nikolaj. Freinet, Ciari e tanti altri invece invertirono l’ordine e magari avrebbero detto dentro un piano di lavoro organizzato e condiviso con gli altri ragazzi:

studiamo la geografia a partire dalla qualità del legno che spacchiamo per le nostre stufe e andiamo a vedere dove è prodotto, come, a quali altitudini cresce, in quale stagione si raccoglie, come si organizza l’attività sociale ed economica intorno a questa risorsa“.

E così si sarebbe fatta geografia e tanto altro. Non è questo un modo per ingerire meno faticosamente la medicina, per aggirare le resistenze del ragazzo.

Scimmiottare la realtà, insulto all’intelligenza

Oggi la scuola è piena di questi sotterfugi e stratagemmi che sono un insulto all’intelligenza dei ragazzi. Ultima tra queste è l’introduzione della LIM (Lavagna interattiva Multimediale) che non significa portare a scuola strumenti tecnologici o tecnici per fare ricerca scientifica, ma solo scimmiottare la realtà e replicare l’instupidimento e la passività da schermo, l’immobilità ulteriore dell’esperienza corporea. Nella scuola non sono state ancora introdotte videocamere, registratori, macchine fotografiche, elementi basilari per la stampa digitale, e si pensa di fare questo salto tecnologico che come la televisione serve ai genitori per imbalsamare i figli, perché non gli pestino i piedi, nello stesso modo la LIM è solo un ulteriore gradino della degenerazione da finta interattività.

Oggi nessuno tra gli adulti che presiedono nelle classi di scuola hanno mai spaccato la legna. Non sanno riconoscere un ciocco di faggio da uno di quercia o di abete, o di noce, non sanno che il salice che cresce lungo i fiumi non è buono da ardere perché è cresciuto velocemente, è pieno di acqua e quando si asciuga pieno di aria e non fa la brace ma la cenere. Se il nostro adulto insegnante non sa queste cose come può organizzare un’attività viva intorno allo spaccare la legna? È lecito domandarsi allora se un insegnante può essere tale se ha perso ogni rapporto corporeo ed empirico con il mondo. Nel 1938 durante un convegno a Orleans così si esprime Freinet nei confronti degli educatori:

Pensiamo con preoccupazione alla gran massa di educatori formata in maniera scolastica, statica e libresca, per i quali avvitare un bullone, raddrizzare un chiodo, mettere in moto una macchina significa spesso (e purtroppo!) fare qualcosa che è al disopra delle loro forze e della loro competenza. Rilevare un fatto come questo non significa disprezzare degli educatori che invece vogliamo servire; significa invece condannare la loro formazione”.

Attività intorno allo spaccar legna

Proviamo a immaginare quali e di quale natura potrebbero essere le attività da organizzare intorno allo spaccare legna in una scuola. Intanto c’è il lavoro così caro a Freinet, il centro di tutta la sua pedagogia, poi c’è la lingua che chiama in causa sostantivi e aggettivi specifici per nominare cose e azioni legate a quell’attività, poi c’è l’organizzazione del lavoro, chi taglia, la mano che aiuta a posizionare il ciocco, chi raccoglie, chi fa la catasta e poi come si fa perché non crolli, il peso della legna fresca e dopo qualche mese verificare come sia cambiato per mezzo della seccatura, e poi il processo chimico del fuoco, come brucia e perché, e il calore, e il calore per riscaldarsi e per cucinare e come l’energia intrappolata in un ciocco di legno, che non è altro che l’energia del sole, come ci viene restituita e che utilizziamo per passare dai cibi crudi a quelli cotti, il vero grande passaggio dalla preistoria alla civiltà. E come cuocendo, gli elementi subiscono una trasformazione e quindi come il cuoco è un trasformatore. Si può lavorare sulla matematica, sul peso specifico, sul metro cubo, 10 quintali di legna occupano circa un metro cubo. Cosa dire poi dell’attività manuale, l’uso dello strumento, la conoscenza attraverso il taglio delle specificità di un materiale così prezioso come il legno. Come si impugna una sega, un accetta, come si arrota e qual è il sincronismo necessario, ovvero la concentrazione necessaria per svolgere un lavoro così delicato e anche pericoloso? La rispondenza mano/occhio/testa, la scoperta che in ogni attività manuale la precisione è determinata dal rilascio della forza, dalla cooperazione delle due mani, e della terza, quella cooperativa di chi appunto dà una mano e aiuta il compagno e quindi il lavoro si fa collaborando e quindi cooperando e quindi collettivo, comunitario.

E poi questa attività diventa il cuore pulsante di una piccola comunità di fatto e il centro del nostro interesse. Il buon esito di questo procedere sta nel fattore tempo. La scuola più delle famiglia ha a sua disposizione i nostri figli e non separati e isolati l’uno dall’altro come quando stanno ognuno nelle proprie case davanti a uno schermo, ma tutti insieme e potenzialmente attivi. Ma che vantaggio! Che privilegio hanno questi maestri e insegnanti e non sanno che farsene, che spreco!

Evidentemente si obbietterà che nelle nostre scuole le famigerate leggi sulla sicurezza, il tipo di ambienti scolastici non permettono di avere una falegnameria, un deposito legname. Non ci sono stufe a legna su cui mettere a scaldare un tè, del latte, una torta da mangiare insieme ai propri compagni. Figuriamoci cucinare piatti più complessi. Non si tratta di una provocazione ma l’amara constatazione che essendo così, la scuola non può che dirsi morta e condannata al nozionismo o solo a un certo tipo di esperienze. La tipografia di Freinet a scuola oggi non si potrebbe fare per il semplice fatto che per pulire gli stampi serve la benzina. La partita è quindi da considerare persa? In una certa misura sì. L’esempio della legna è evidentemente estremo ma non potevamo non seguire la provocazione di Nikolaj e vedere come poteva essere recuperata all’interno di una scuola senza vederlo fuggire.

Sviluppare e non frustrare desiderio di cultura

Tanto Freinet quanto Ciari non si stancano di ripetere che l’impianto pedagogico delle loro scuole non sta a un metodo e a tecniche fisse perché il principio ispiratore è sempre come la scuola possa mantenersi in comunicazione con la società e con le famiglie in una dialettica costante. Il principio e i valori da loro espressi valgono sempre e comunque in qualunque condizione, le tecniche e la programmazione del lavoro non possono far altro che reinventarsi a partire dal contesto sociale. Per cui si tratta di impegnarsi in questa ricerca e trovare il modo, i modi, le tecniche per rispondere all’imprescindibile desiderio di cultura con cui ogni bambino nasce e che invece di frustrare bisogna sviluppare nel migliore dei modi perché domani sia un buon cittadino. Domandarsi come e perché. Sapere che è necessario riunire le due facce della stessa medaglia “l’animal laborans” di Sennet e “l’homo faber” di Anna Harendt. Un bravo educatore non può fare a meno di tenere insieme queste due domande “come” e “perché”.

Ogni insegnante che fa in un certo modo sa che se la catasta di legna non se l’è inventata lui ma è stata portata dalla curiosità, dal racconto, da un bisogno di uno dei ragazzi potrà diventare interesse generalizzato, si potrà strutturare in un buon programma di lavoro, e tutto questo mobiliterà la curiosità, la ricerca del gruppo intorno a un oggetto così tipico ed essenziale nella vita dell’uomo come la legna, lo scaldarsi, il cuocere, il lavorare attraverso strumenti. Poi mediante i testi liberi, la tipografia, il giornalino, la biblioteca, la corrispondenza tutto questo lavoro si potrà trasformare in un numero monografico che attraverserà racconti, ricordi, interviste, scienze, mestieri e materie. Si può star certi che quello che si imparerà a partire dall’esperienza fatta intorno a un ciocco di legna ci accompagnerà per il resto della nostra vita e non sarà perso o stramaledetto come nel caso di Nikolaj.

Quando la madre irrompe nel dialogo riportato da Tolstoj accenna a un tipico lamento genitoriale: “Ah quante me ne ha fatte passare. E lo so, lo so io da dove gli viene tutto questo. E tutto perché non pensa a quello che deve, non soltanto alle sciocchezze: ai cani, ai polli”. “Ma mamma, non ti ricordi, sei stata proprio tu a dirmi che non si può non pensare all’orso bianco”.

“Non si può non pensare all’orso bianco”

Non si può non pensare all’orso bianco” è un detto proverbiale per dire che non si può smettere di pensare a qualcosa finché ci obbligano di smettere.

Tolstoj stesso fece esperienza del significato del proverbio quando era ancora piccolo e il fratello maggiore, Nikolenka, lo sfidò a restare in un angolo finché non fosse riuscito a non pensare a un orso bianco. Una sfida che il piccolo Tolstoj accettò anche se scriverà poi: “Non ce l’ho fatta a tenere lontano dai miei pensieri la creatura ursina”.

A quali e quanti orsi bianchi che non hanno legittimità agli occhi e alle orecchie degli adulti costringiamo a non pensare ai ragazzi imponendogli di rimanere sommersi dentro pensieri inconfessabili, inesprimibili? Il primo obiettivo della scuola di Freint era quello di liberarsi degli orsi bianchi, quella era la prima materia di scuola. E così la mente si liberava e progrediva. Invece la separazione tra loro e la scuola che imponiamo ai ragazzi li costringe a immergersi come sommergibili in fantasticherie inesprimibili fino all’annullamento attraverso lo schermo. Sarà mica che quello che comunemente chiamiamo “disturbo da deficit di attenzione” non sia altro che il rimanere legati al pensiero dell’orso bianco proprio in virtù dell’imposizione a non pensarci?

Dove, come e quando i bambini, i ragazzi sono liberi di esprimersi e far vedere i propri orsi bianchi, bisogni e desideri, fantasticherie e avventure, prendere forma magari in una dimensione collettiva, cooperativa, comunitaria? Mai e poi mai. I bambini sommergibile non hanno a disposizione che un periscopio per capire quando non c’è pericolo per salire in superficie e guardare il mondo alla loro altezza. Basterà offrirgliene l’occasione e loro verranno come è naturale che sia. Tutta la scuola frenettiana a cui partecipa anche Ciari e il suo Le nuove tecniche didattiche risponde a un tentativo in funzione di questa emersione. Restituire ai ragazzi la vita che la scuola gli toglie e oggi anche tanto altro, totalmente indifesi.

E così già sappiamo che diventeremo grandi e allora… tradiremo…

Katja: “E quando sarò grande e avrò dei figli, a nessun costo li obbligherò a studiare. Se vorranno studieranno, sennò, no”.
La madre: “Quando diventerai grande non farai così”.
Katja: “No, farò proprio così, invece”.
La madre: “Vedrai che non lo farai”.
Katja: “No, lo farò, lo farò, lo farò”.
La madre: “E allora sarai una stupida”.
Katja: “La njanja dice che Dio ha bisogno anche degli stupidi e delle stupide”.

Quello che esprime la madre di Nikolaj e Katja è qualcosa di molto comune e che tutti conosciamo bene ovvero le piccole virtù. Per cui la madre si affretta a ribadire, negando l’orso bianco, negando la ricerca di Nicolaj della sua vocazione, la piccola virtù del pensare ai compiti ed essere conseguente al volere degli adulti. Allora la scuola dovrebbe insegnare non le piccole virtù ma le grandi.

Non il risparmio ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore per la verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio per il successo, ma il desiderio di essere e di sapere” (Natalia Ginsburg, Le piccole virtù).

Dobbiamo essere consapevoli che un clima, un ambiente tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù porta insensibilmente al cinismo e alla paura di vivere. Quella paura di vivere a cui si ribella Nikolaj e Katja.

Dovrebbe invece starci a cuore che nei bambini e ragazzi non venga mai meno l’amore per la vita. Questo amore è la vera vocazione del bambino. E che cos’è la vocazione d’un essere umano se non la più alta espressione del suo amore per la vita? E così ritorniamo ancora a Freinet, a quelle parole che continuamente rimandano alla vita.

Rimettere al centro il lavoro-gioco

Se il fine ultimo è la società di domani e in mezzo c’è la qualità dell’esperienza e della crescita del bambino-ragazzo come si può pensare che domani potrà essere un buon cittadino, non nel senso della capacità di adattarsi ma di trasformare, se non ha mai avuto la possibilità di imparare a far bene una cosa spinto dalla motivazione a far bene? Anche lo studio è un lavoro, ma lo si farà bene solo se la spinta interiore sarà auto-motivata e non indotta dall’esterno da voti e minacce per esempio. I bambini e i ragazzi imparano a studiare nella nostra scuola? Imparano a fare ricerca, imparano la concentrazione, imparano la soddisfazione di un risultato raggiunto valorizzato dal mondo circostante e quindi il valore della loro fatica, del loro sforzo, del loro lavoro?

Bisogna rimettere al centro dell’educazione il lavoro-gioco svolto come membro attivo di una comunità e il lavoro-gioco come trasformatore, creatore di cose materiali attraverso l’acquisizione di abilità tecniche, in poche parole il lavoro artigianale. Il bambino-artigiano, artigiano nella costruzione dei suoi libri di studio e ricerca, artigiano quando lavora in funzione della sua comunità, artigiano quando produce cose vere che funzionano. E quindi la scuola non si avvale di laboratori, ma è laboratorio e il bambino il suo apprendista, il maestro in alcuni casi il mastro, in altri la guida, in altri la regia, in altri il sollecitatore, il modello e tante altre cose insieme. Ma la scuola è il laboratorio del bambino e il maestro la sponda.

Perché sarebbe così importante il lavoro-gioco nelle scuole? Che accada fuori, in corsi o saltuariamente a scuola attraverso laboratori dedicati non ci interessa perché non è strutturante di un piano di lavoro, poi si torna sempre al verbalismo, ai compiti, al nozionismo. Coltivare un orto, costruire con la falegnameria, la ceramica, stampare un giornalino, produrre i propri materiali di ricerca e la propria biblioteca, cucinare, creare momenti pubblici, feste, costruire i propri giochi ecc. ecc. vuol dire impostare un processo di apprendimento per imparare a fare bene una cosa, a svolgere bene un lavoro e questo è uno dei fondamenti della cittadinanza, non domani, ma qui ed ora.

Il lavoro artigianale, le varie arti utili a fabbricare oggetti fisici ci insegnano gli ostacoli, le difficoltà, le soluzioni e l’apertura di nuove strade di ricerca. Ci insegnano l’unità tra mente e corpo, atti semplici come l’afferramento e la prensione e atti complessi come l’imparare dalla resistenza e dall’ambiguità dei materiali che voglio trasformare come degli strumenti che utilizzo. Ci insegnano come gli atti fisici della ripetizione e dell’esercizio consentono alla persona di sviluppare abilità tecniche che interiorizziamo e di riconfigurare il mondo materiale attraverso un lento processo di metamorfosi. Le difficoltà e le possibilità di fare bene le cose valgono anche per la costruzione dei rapporti umani, ci forniscono spunti sulle tecniche che possono aiutarci nei rapporti con gli altri. E poi il fabbricare cose ci dà lo spunto per riflettere su uno degli aspetti più incisivi dell’educazione dei bambini e dei ragazzi che è proprio l’educazione delle cose, i “discorsi” che subiamo delle cose soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza.

I bambini sanno resistere: perciò la scuola e il mondo non crollano

Abbiamo già detto che non è solo la scuola oggi diseducativa, ma soprattutto il resto. 

Il solo fatto che l’Italia è per esempio uno degli ultimi paesi europei in cui i bambini possono andare da soli a scuola ci fa pensare che non solo lo stare a scuola è diseducativo ma anche l’andarci in macchina, da soli con uno dei genitori, invece che a piedi, in bici, insieme agli amici, con i mezzi pubblici. Allora la scuola non è la principale esperienza diseducativa, il suo ruolo oggi sembra più che altro di incapacità nel far fronte, nel migliore dei casi, e di scimmiottamento e adesione al reale nel peggiore.

Siamo naturalmente immersi in un mondo fatto di cose, di oggetti, di beni materiali. Consumatori più che fabbricatori di cose. Quelle cose che furono offerte agli uomini dallo scoperchiamento del vaso di Pandora. Pandora che significa “tutti i doni”. Quando il vaso viene aperto soltanto il più immateriale dei doni, la speranza, non vola fuori per diventare una forza distruttiva. Sono gli attrezzi materiali, gli elisir e i medicamenti in esso contenuti a provocare il danno; i beni materiali costituiscono un male bellissimo. Pandora scoperchia il vaso solo dietro le pressioni degli uomini; il pericolo risiedeva nella loro fame di cose materiali, nella curiosità di impossessarsi delle cose contenute nel vaso. Pandora soddisfece il loro desiderio, ma sollevando il coperchio trasformò i dolci profumi in esalazioni venefiche, le spade d’oro ferirono le mani degli uomini, le morbide tele soffocarono coloro che le manipolavano.

Così oggi i bambini e i ragazzi, attraverso “i discorsi delle cose”, quello che le cose comunicano loro, subiscono una forza distruttiva, un preoccupante impoverimento della loro esperienza.

L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale, rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma dello spirito”.

Così scriveva Pasolini parlando a Gennariello e poi continuava insistendo sul punto che ci interessa:

Io potrò cercare di scalfire, o almeno mettere in dubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e sopratutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato e ti insegnano le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell’apprendimento, si sono formate”.

Le cose nella nostra esperienza, ormai da molto tempo, rimandano solo al giogo della proprietà e del consumo. Le cose sono linguaggio e messaggio e sono inattaccabili perché si riproducono ipertroficamente distruggendo il mondo.

È doveroso, davanti e con i ragazzi, provare a mettere in discussione questo giogo e il suo potere distruttivo, provare a criticarlo a rendersene consapevoli. Ma senza prediche, senza giudizi, facendo insieme. Il bambino-artigiano nell’apprendimento dell’arte di fabbricare attraverso il lavoro-gioco non è completamente innocente, ma è possibile quanto meno aprire uno spiraglio, vedere nel bambino lo spiraglio, nella sua possibilità di riscoprire facendo cosa c’è dietro le cose e quindi il nesso “anima/occhio/mano”, un nesso che è l’essenza stessa del linguaggio delle cose, quella sostanza etica che regge la vita materiale e spirituale e rinserirla nella Storia, rinarrarla facendo, risvegliarla.

Se la migliore educazione, come diceva Dostoevskij, sono i sacri ricordi dell’infanzia, noi abbiamo il compito, il dovere di aiutare la creazione di questi momenti che si iscriveranno nell’esperienza di crescita come sacri ricordi e che risveglieranno l’infanzia nell’adulto di domani. Il futuro come tempo ritrovato attraverso il ricordo di ambienti, momenti, esperienze, oggetti materiali, risonanze emotive. Se tutto ciò si impoverisce come si è impoverito non si può sperare in nulla di migliore.

Una risposta possibile alla ricerca di soluzioni operative che illuminino la strada nel difficile compito educativo sta nel risvegliare in noi il bambino-artigiano, il lavoro-gioco e provare con i mezzi che abbiamo, negli ambienti a disposizione, con le poche risorse, a praticarlo. Risvegliare il bambino-artigiano significa ridare valore all’intimo nesso tra mano e testa, affermare che tutte le abilità anche le più astratte nascono come pratiche corporee, e che una buona educazione è quella che conduce un dialogo tra le pratiche concrete e il pensiero.

Intanto la realtà è di grande crisi e disagio, di genitori e figli, di maestri-insegnanti e studenti. Intanto la realtà continua a reggersi soprattutto grazie ai bambini. I bambini sanno sopportare e resistere e questa è l’unica ragione per cui la scuola e il mondo rinvia il suo definitivo crollo e autodistruzione.

* * *

SEGNALAZIONE

Artigiani delle parole qui.

Eccovi
bambini cattivi
eccovi accucciati qui
sul pavimento a schegge della scuola
come giovani belve
con gli occhi inflessibili
e il corpo che scatta
pronto
a ogni scricchiolio
eccovi
a spaccare le uova
di uccello piccolo
per non accarezzare l’infinito,
per sbirciare
che dentro non c’è
che il vuoto
e prenderlo a pugni
fracassarlo il vuoto
raggirato
proibito
a voi così pieni
sazi così inzuppati.
Eccolo
caro vuoto
lampante e insensato
passiamocelo da mano
a mano stringiamolo
cospirando con il sudore,
si chiama io si chiama
tu, ci chiama a un appello
senza cognomi
e non ha metafore
ma scrive una poesia gigante
una testa lanciata a 200 all’ora
in avanti
in avanti
verso il non conosciuto
a dorso di asino
e di matita:
“la poesia è conoscenza e passione”
ha detto uno di voi
uno di otto anni.
(Chandra Livia Candiani, qui)

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Enrico ha più buon senso dei test

Delle volte davvero ti sembra un sistema tirannico, quella maniera di valutare lì.

Per esempio, prendiamo Enrico (il nome è di fantasia). Che si è trovato davanti al quesito X in cui gli si davano tre participi passati sottolineati e gli si chiedeva: “Se dovessi andare a cercare il loro significato sul vocabolario, cosa cercheresti?

Sì, lo so che l’autore della domanda intendeva capire se Enrico era in grado di andarsi a cercare l’infinito presente del verbo, partendo dal participio citato. Ma Enrico, che è un bambino molto sveglio, quel “Se dovessi” non l’ha inteso così. E ha risposto candido candido, con la sua bella grafia paffutella: “Ma io non ho bisogno di cercarli perché i significati li so già!” Aggiungendoci un bel punto esclamativo alla fine, tutto pieno di orgoglio.

Noi che correggiamo gli INVALSI ora dobbiamo contare la risposta di Enrico come se fosse sbagliata.

Sì, lo so che per la logica del test è sbagliata.

Ma Enrico ha più buon senso del test, e non è giusto che sia penalizzato, no.

Così Mariangela Galatea Vaglio esprime un disagio personale e didattico di fronte ai test Invalsi, che hanno tenuto ancora la ribalta della settimana scolastica.

La protesta contro le prove. Ha raggiunto il suo apice nelle scuole superiori. A Mantova 2.700 studenti hanno boicottato le prove e fioccano su Twitter le risposte burla. C’è chi, ad esempio, alla richiesta di “Giustificare la propria risposta” ha invocato la presenza del proprio avvocato. Numerose le iniziative di protesta, dal boicottaggio, alle assenze mirate, alla consegna in bianco o con risposte sbagliate. Molte le denunce di “domande intelligenti” e di scorrettezze da parte di dirigenti scolastici: ad esempio la sospensione di studenti dell’Ipsia Sisto V di Roma per aver consegnato in bianco i test.

Discriminati gli allievi disabili. Accuse di discriminazioni anche per l’Invalsi. I genitori del Cesp (Centro studi per la scuola pubblica) hanno avviato una raccolta di firme denunciando l’esclusione e la discriminazione dai test dei 200.000 alunni disabili. Infatti è la stessa normativa predisposta dall’Invalsi che autorizza i dirigenti scolastici ad escludere i soggetti portatori di handicap dai test. A pagina 3 della “Nota sullo svolgimento delle prove Invalsi 2012/2013 per gli allievi con bisogni educativi speciali” si legge che, per gli alunni con disabilità intellettiva, il dirigente scolastico potrà decidere di “non far partecipare a una o a tutte le prove Invalsi gli alunni con disabilità intellettiva o altra disabilità grave, impegnandoli nei giorni delle prove in un’altra attività”. Il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza l’ha definito un “fatto grave” e non ha escluso l’ipotesi di un’inchiesta.

Prove da rivedere. Pare che le proteste di quest’anno abbiano fatto breccia a livello amministrativo e i Cobas sono stati ricevuti dal sottosegretario Marco Rossi Doria, che ha affermato la volontà di rivedere il ruolo delle prove, soprattutto per quanto attiene la maturità.

I Cobas hanno chiesto che la somministrazione dei test venga decisa dai collegi, che vengano eliminati dagli esami di licenza media, che venga cancellato il sistema di valutazione attuale fatto approvare dall’ex ministro Francesco Profumo a governo scaduto.

Un sistema di valutazione che traballa. Fra l’altro il decreto non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Questo potrebbe aprire la strada a una revisione delle regole del nuovo sistema di valutazione delle scuole, su cui pesano i rilievi sollevati dalle commissioni parlamentari, dal Consiglio di stato e dal Cnpi e che il governo Monti, in sede di approvazione del decreto, ha in larga misura ignorato: per esempio sul ruolo dell’Invalsi, la marginalizzazione degli ispettori, la scarsa revisione degli obiettivi di apprendimento che valorizzino la personalizzazione degli apprendimento. Ma anche la confusione tra valutazione del sistema e valutazione dei dirigenti delle scuole.

Manca il corpo ispettivo. Al contempo l’Anp lancia un allarme: il sistema di valutazione architettato da Profumo, che comprende la collaborazione di Invalsi, Indire e Corpo ispettivo, è privo di una gamba. Infatti, il Corpo ispettivo evidenzia una gravissima carenza di personale, determinatasi a seguito del pensionamento dei dirigenti tecnici che ne fanno parte (infatti, sono in servizio attivo circa 30 membri, tutti prossimi alla pensione). A questa carenza, si aggiunge la denuncia di una riduzione del corrispondente organico, che dai 700 membri degli anni ’90 è sceso negli anni a 191.

La scuola non è una priorità dei “100 giorni”

Proteste dei sindacati. Altri allarmi sono sorti quando tra le priorità dei primi 100 giorni del suo governo il premier Letta non ha incluso la scuola. Protesta Francesco Scrima della Cisl scuola:

Istruzione e formazione grandi assenti nelle priorità indicate dal presidente del consiglio per i primi cento giorni del suo governo. Cento giorni, o poco più, sono anche quelli che ci separano dall’avvio di un nuovo anno scolastico, che vorremmo si aprisse in un clima finalmente nuovo e diverso.

Scrima ricorda le grandi emergenze “edilizia scolastica, stabilizzazione del lavoro, adeguato riconoscimento delle professionalità“.

Per Massimo Di Menna della Uil scuola

Non si può più perdere tempo. Serve una politica di interventi e di sostegno alla scuola pubblica con un graduale avvicinamento agli standard europei nel rapporto tra spesa per l’istruzione e spesa pubblica.

Anche per Domenico Pantaleo della Flc Cgil

Il Governo non può ignorare tra le priorità la scuola pubblica. Dopo i tagli epocali della Gelmini e quelli della Spending Review del Governo Monti è necessario investire in istruzione, formazione e ricerca. Aumento degli organici, piano di stabilizzazione per i precari, edilizia scolastica, messa in sicurezza delle scuole, rinnovo dei contratti nazionali, valorizzazione professionale, rivisitazione del regolamento sulla valutazione e della funzione dell’Invalsi, lotta alla dispersione scolastica e Mezzogiorno sono le priorità fondamentali per ridare dignità e funzione sociale alla scuola pubblica.

Anche 81 dirigenti scolastici dell’Ufficio Scolastico di Verona hanno scritto una lettera aperta al nuono ministro dell’Istruzione per protestare contro quella che viene definita una “logica esclusiva di risparmio e senza un progetto chiaro e coerente di innovazione.

Il gruppo della VII Commissione della Camera del Movimento 5 Stelle ha presentato una mozione con la quale chiede al nuovo Governo una radicale inversione di rotta nei confronti delle politiche in materia d’istruzione, cultura e ricerca, con un piano per ripristinare in 2 anni i tagli alla scuola, assorbire in 3 anni i precari, intervenire nell’edilizia scolastica e sostenere le scuole in difficoltà. I fondi necessari, secondo il M5S, possono essere reperiti tagliando province, spese militari, finanziamenti alle scuole paritarie e rimborsi elettorali.

Ma il ministro Maria Chiara Carrozza continua ad assicurare:

Scuola università e ricerca sono centrali nell’azione di governo. Noi dobbiamo investire su edilizia scolastica e residenze universitarie, sui precari e sui giovani professori. Dobbiamo recuperare il rapporto con i nostri interlocutori, gli insegnanti, i ricercatori e i professori. Dobbiamo predisporre in tempi rapidi un libro bianco su istruzione, università e ricerca con una visione unitaria per il nostro Paese. Il diritto allo studio e la lotta alla dispersione scolastica e universitaria saranno prioritari per il prossimo futuro“.

Svolta o non svolta. Sembra di assistere a una inversione di rotta quando la Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento che cancella i tagli per la scuola che sarebbero dovuti scattare nel 2015. Tagli al bilancio dell’istruzione scolastica per un totale di 75 milioni di euro da operare in due anni: il 2014 e il 2015. L’istruzione universitaria avrebbe dovuto rinunciare a 47,5 milioni e la ricerca scientifica a 13,5 milioni, quasi tutti a scapito della ricerca di base.

C’è chi titola “Una boccata d’ossigeno“. Ma gli entusiasmi vengono ridimensionati da Reginaldo Palermo:

L’emendamento approvato dalla Commissione Bilancio stabilisce molto semplicemente la cancellazione di questa sforbiciata (che, per dire la verità, è cosa modesta se soltanto si pensa che – giusto per fare un paragone – i 26 milioni di euro riferiti all’istruzione rappresentano il 2% dell’intero ammontare delle risorse per il fondo di istituto).

Non c’è dunque nessuna restituzione di risorse alle scuole e men che meno un incremento delle stesse. Insomma, l’emendamento, pur apprezzabile in questi tempi difficili, rappresenta più che altro un intervento a costo quasi zero per raffreddare un po’ le polemiche e le proteste.

Per dare un po’ di ossigeno alle scuole occorre ben altro che impedire un ulteriore taglio di 26 milioni di euro.

Un’ultima annotazione: per ora è stato approvato soltanto un emendamento in Commissione, l’intero decreto legge dovrà ancora essere esaminato dalle Assemblee di Camera e Senato e quindi non è neppure detto che, alla fine, venga accolto dal Parlamento.

Meno male che il presidente della Camera Laura Boldrini, rivolgendosi agli alunni della scuola Sarria Monti, nel quartiere San Giovanni a Teduccio, zona orientale di Napoli, ha avuto parole “forti” per gli insegnanti:

L’istruzione è fondamentale per creare il vostro futuro, gli insegnanti sono gli eroi del nostro tempo, l’Italia migliore che c’è e non si vede, un’Italia sana, bella e forte che reagisce”.

Dall’epica delle parole alla prosa dei tagli

Come è noto, il Consiglio di Stato ha dato parere favorevole alla proroga al 31 dicembre 2013, con effetto sull’anno 2014, dei blocchi degli scatti di anzianità introdotti dall’art. 9, comma 23, del decreto legge n. 78 del 2010, riguardanti il personale docente, educativo ed Ata.

Il decreto prevede:

  1. la proroga, fino al 31 dicembre 2014, del blocco della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti
  2. il blocco, senza possibilità di recupero, delle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014
  3. il blocco del riconoscimento degli incrementi contrattuali eventualmente previsti a decorrere dal 2011
  4. il blocco, senza possibilità di recupero, del riconoscimento di incrementi a titolo di indennità di vacanza contrattuale

Il governo Letta bloccherà l’iter di questi nuovi tagli o si dimetterà?

Intanto la Commissione Bilancio valuta favorevolmente, Sel è contrario, il M5S chiede il rinvio della discussione.

La Flc Cgil chiede il ritiro del decreto e fa il calcolo che gli statali perdono 3000 euro tra il 2010 il 2012. Nel 2013 perderanno 600 euro mensili e la situazione si aggraverà se il blocco del 2014 venisse confermato.

Dipartimento della Funzione Pubblica: nuova agenzia recupero crediti

Il Governo prima dà e poi ritoglie. Dopo aver seguito un particolare percorso formativo, personale Ata e collaboratori scolastici hanno potuto avere tra i 600 e i 1800 euro in più, lordi, all’anno, in base a un accordo siglato col Miur nel 2011. Per due anni tutto è filato liscio, ma adesso il ministero dell’Economia sta pensando di richiedere indietro i soldi. Il motivo? La legge Tremonti, che risale al 2010, ha detto no alla progressione dello stipendio. E dato che l’incentivo offerto agli Ata è stato assimilato ad una sorta di avanzamento economico, ecco che il Mef adesso pensa di chiedere indietro tutti i soldi versati in questo biennio. Così, un collaboratore dovrebbe restituire 1200 euro, cifra doppia per i tecnici. Mario Piemontese ricostruisce l’iter della vicenda.

Non assume e penalizza i lavoratori. Ma questo non è il solo problema riguardante il personale Ata. La mancata soluzione del problema degli inidonei continua a essere utilizzata come pretesto per non immettere in ruolo gli Ata. Questo comporta supplenze super provvisorie “fino all’arrivo dell’avente diritto” e penalizza i lavoratori sotto il profilo contrattuale (ferie, retribuzione durante la malattia); comporta inoltre il loro licenziamento al termine delle lezioni e cioè il prossimo 9 giugno.

La Flc Cgil riferisce di un impegno, assunto dal Miur nell’incontro del 15 maggio, a superare le criticità e gli ostacoli che impediscono le immissioni in ruolo degli Ata e il pagamento delle posizioni economiche. Nel frattempo il Miur darà indicazioni ai propri uffici territoriali di prorogare, su richiesta dei dirigenti scolastici, le attuali nomine “fino all’avente diritto” secondo la tipologia del posto occupato (30 giugno – 31 agosto). Il sindacato minaccia sciopero in mancanza di soluzioni adeguate e tempestive.

Pensioni, concorso, dimensionamento

Gilda degli insegnanti e Cisl chiedono maggior flessibilità nelle regole per i pensionamenti della scuola, per

sanare in una volta sola due grandi problemi della scuola: quello di decine di migliaia di precari abilitati, fermi nell’eterna lista di attesa, e quello di altrettanti docenti anziani che, stoppati dalla riforma Fornero, fanno sempre più fatica a reggere il carico di lavoro“.

La legge Fornero nella scuola ha infatti più che dimezzato i pensionamenti: dai 21.000 docenti e 5.336 Ata del 2012, ai 10.000 docenti e 3.343 ATA di quest’anno. Dati che mettono a rischio future assunzioni.

Lavorare non per soldi ma per spirito di servizio. Mancano i docenti per le commissioni che dovranno giudicare i candidati per una cattedra. Circa 500 euro netti è la retribuzione per tutta un’estate a lavorare, senza ferie, domeniche comprese. “Mi sento umiliata, mortificata” è la denuncia di una professoressa di Palermo, Silvia Parroco, contattata dall’Ufficio scolastico regionale per fare parte della commissione esaminatrice del concorso a cattedre di Latino voluto dall’ex ministro Francesco Profumo. “Perché dovrei accettare l’incarico? chiede la docente, avendo saputo che il compenso è di 209 euro lordi più 50 centesimi per ogni compito corretto e altri 50 centesimi per ogni candidato. “Lo faccia per spirito di servizio“, si sente rispondere.

Questo il commento di Reginaldo Palermo a questo “disastro annunciato“:

Se le regole di “ingaggio” di presidenti e commissari non verranno cambiate d’ora in poi il reclutamento dei docenti potrebbe essere affidato non a professionisti seri e preparati ma a chi sarà disposto a lavorare per quattro spiccioli.

L’anno prossimo 500 scuole in meno. La ragion di Stato è superiore alla continuità didattica. A decretarlo è il Tar della Calabria con la sentenza n. 543 dell’8 maggio, che conferma la legittimità dei provvedimenti assunti in tema di dimensionamento della rete scolastica, nonostante la loro dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.

Scadenze: Bologna riguarda l’Italia

Si avvicina il Referendum del 26 maggio a Bologna. La popolazione sarà chiamata a esprimersi sulla destinazione dei finanziamenti comunali: alle scuole private o a quelle comunali. La consultazione, promossa dal Comitato art. 33, con la presidenza onoraria di Stefano Rodotà, che dichiara fra l’altro:

Quel che dovrebbe sorprendere non è che qualcuno abbia avuto l’ardire di promuovere un referendum, ma che questo referendum si debba fare…

Non siamo di fronte a una questione contabile. Si tratta della qualità dell’azione pubblica, del modo in cui lo Stato adempie ai suoi doveri nei confronti dei cittadini. La consapevolezza di questi doveri si è assai affievolita in questi anni, e le conseguenze di questa deriva sono davanti a noi. È ottima cosa, allora, che siano proprio i cittadini a ricordarsene e a chiedere con un referendum che la legalità costituzionale venga onorata.

Così spiega la necessità del referendum Giovanni Cocchi:

Immaginate di avere un figlio di 3 anni.

Immaginate di volerlo o doverlo (probabilmente tutte due) iscrivere alla scuola materna.

E’ un vostro diritto, perché lo Stato ha l’obbligo costituzionale di darvi quella scuola (art. 33, comma 2: La Repubblica… istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi).

Ma la scuola pubblica per voi non c’è. E però vi dicono che potete iscriverlo alla scuola privata parificata.

Immaginate che voi non abbiate i soldi o non vogliate (o tutte due) iscriverlo a una scuola “bianca”, o “rossa” o di qualsiasi altra “tendenza” preferita dai suoi genitori, ma lo vogliate iscrivere alla scuola pubblica, “arcobaleno“, perché abbia a che fare con tutti i colori, perché il suo colore se lo scelga da solo quando potrà e vorrà… (continua qui)

Sull’argomento segnaliamo gli interventi di Giuseppe Caliceti, di Marina Boscaino e Giorgio Tassinari. Mentre il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi si schiera per il finanziamento alle scuole private, sostenuto a spada tratta dal sindaco di Bologna Virginio Merola.

No ai buoni scuola. Ricordiamo inoltre che è ancora in corso la raccolta di firme per una petizione proposta dall’Associazione Nonunodimeno per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione Lombardia, che per i criteri stabiliti sono diventati un modo per sostenere la scuola privata.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)


Note all’edizione italiana di Expanded Cinema di Gene Youngblood: un glossario minimale

Nazione Indiana - Lun, 20/05/2013 - 08:00

di Francesco Monico

[Ospitiamo con piacere su Nazione Indiana questa anticipazione del volume, pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 e ora finalmente tradotto in italiano da Simonetta Fadda, in uscita a settembre per CLUEB nella collana Mediaversi diretta da Pier Luigi Capucci. AB]

Cinema Espanso è la traduzione italiana del termine composto inglese Expanded Cinema. Il significato sta nella relazione tra due parole in cui la seconda è oggi la più chiara: espanso deriva da espandere, un verbo transitivo che deriva dal  latino ‘ex’, che sta per “fuori”, e  ‘pândere‘ che vuol significare “allargare”, “diffondere”, “ingrandire”, la magnitudo del fenomeno. Infatti oggi l’esplosione informatica sta espandendo le relazioni tra le cose e le conoscenze, sta appunto cambiando la magnitudo del senso.
Il primo termine è invece quello oggi più ambiguo: la domanda “che cosa è il cinema?” porta con sé l’ambiguità evidenziata da Ludwig Wittgenstein con il concetto di ‘somiglianze di famiglia’ applicate all’arte e al gioco. Infatti per condividere/oggettivizzare i nostri pensieri abbiamo bisogno di utilizzare il linguaggio, il quale attiva segni per dei nessi, e bisogna essere capaci di rendere i concetti in termini generali: ad esempio l’arte deve avere una caratteristica generale che rende le opere d’arte, arte e non un mero gioco o ingegno. Sapere che Tv Bra for Living Sculpture[1] di Nam June Paik e Charlotte Moorman e che Contact: A Cybernetic Sculpture[2] di Les Levine siano opere d’arte non è sufficiente; infatti perché un concetto possa essere utilizzato in maniera inconsapevole bisogna essere capaci di rendere il concetto in termini generali. Questo perché quando usiamo una parola può essere che indichiamo cose molto differenti che non hanno qualcosa in comune, ma che sono variamente imparentate l’una con l’altra. E proprio la parola «arte» si presta a illustrare questa situazione. Deve esserci qualcosa di comune nelle opere d’arte altrimenti queste opere non sarebbero arte. Ciò che ci induce a chiamare cose tanto disparate «arte» è una «rete» complicata di somiglianze che si sovrappongono ed incrociano a vicenda. Si tratta  di un «complicato intreccio», di sovrapposizioni e di fusioni, di aspetti che si richiamano l’un l’altro. Le opere d’arte sono processi variamente imparentati tra loro, formano una famiglia. Secondo il filosofo inglese Nigel Warburton questa “rete complicata di somiglianze che si sovrappongono ed incrociano a vicenda” è il fondamento della nozione di Wittgenstein di somiglianze di famiglia: le quali generano una «rete» aperta di analogie che mettono in contatto/comunicazione molteplici e mutevoli pratiche artistiche: “Invece di mostrare quello che è comune a tutto ciò che chiamiamo linguaggio, io dico che questi fenomeni non hanno affatto in comune qualcosa, in base al quale impieghiamo per tutti la stessa parola, – ma che sono imparentati l’uno con l’altro in molti modi differenti. E grazie a questa parentela, o a queste parentele, li chiamiamo tutti ‘linguaggi’[3]. Il modo in cui le Ricerche filosofiche concepiscono i tratti che legano i diversi membri di una famiglia costituisce una sfida alla teoria dei concetti tradizionale. Nessun membro deve possedere una o più caratteristiche comuni a tutti gli altri membri, come affermava invece la concezione classica dei concetti. I concetti basati sulle somiglianze di famiglia, come “arte”, non possono essere spiegati in modo adeguato da una definizione generale in termini di condizioni necessarie e sufficienti. Per far parte, nell’esempio wittgensteiniano, della stessa famiglia dell’arte è invece sufficiente che sia possibile collegare due membri qualsiasi attraverso una serie di altri membri che abbiano ognuno almeno una caratteristica comune con quelli che lo seguono e lo precedono, secondo il modello di un network o piuttosto di una rete distribuita.
Quindi possiamo utilizzare il termine “arte” anche in assenza di un denominatore comune, e vari filosofi neo-wittengestiani hanno suggerito che il termine “arte”  non può essere definito, in quanto anch’esso è un termine che si basa ed è definito da “somiglianze di famiglia”. L’arte è allora il prodotto della rete di relazioni che compongono il significato; l’arte è un apparato che è il prodotto di un “discorso” sull’arte.  Il valore euristico del Cinema d’Arte, e qui veniamo alla conclusione, è quindi proprio incentrato sul suo essere un apparato aperto. Ovvero il fatto di appartenere a un mondo logico basato sulle ‘somiglianze di famiglia’, fa appartenere il concetto di arte alla categoria dei sistemi aperti, e questo gli dà la garanzia di essere un sistema di conoscenza che ben si adatta all’esplosione informatica e alla nuova magnitudo dei fenomeni. Infatti il sistema aperto è in grado di adattarsi e di accogliere nuove teorie e concezioni di una realtà complessa e  sempre e comunque nuova.
In questo senso il cinema è arte, intesa come forma di produzione del senso; forma adatta a una società informazionale in cui la tecnica ha collassato i significati nell’istantaneità del tempo elettrico. Infatti la scienza informatica ha enormemente accelerato i tempi della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione, per questo i dispositivi e gli apparati che l’uomo produce con il suo comportamento tecnico hanno ricadute praticamente in tempo reale sulla società, per questo viene meno il tempo dell’elaborazione sociale e culturale dei significati ad essi collegati, e si produce una singolarità culturale: i significati non sono più nel tempo, la cultura si forma in un continuo presente e il significato si sposta dalla tradizione a un hic et nunc, e un feed forward,  abbiamo bisogno di elaborare una nuova forma di gestazione culturale e l’unica azione plausibile è fare propria la visione modernista, secondo la quale per gestire il collasso del futuro nel presente l’unica postura possibile è quella dell’artista. Il modernismo ha postulato l’arte come nuova pratica di consapevolezza, dove l’artista è il carattere in grado di agire un pensiero attivo della complessità. Ma questo nuovo pensatore si trova di fronte a una filosofia legata a un modello storico-epistemico; scelta obbligata della modernità tecnica basata sulla continua ricerca di dati oggettivi, quindi della codificazione storica. Nel suo ‘fare il nuovo’ l’artista assume la postura del filosofo verso la nuova figura di un  ‘curatore dei nuovi saperi’ che proprio attraverso le sue azioni riesce a superare il ritardo temporale del significato, sublimando una vita rivolta a delle verità passate in una vita rivolta a un continuo presente, in cui le verità non possono essere date, ma sono posture di ricerca. Il senso della Società Informazionale dove il reale è processato dalle cpu e i sensi sono creati dalle inaspettate connessioni semantiche degli ipertesti, si genera nel tempo reale della vita in un pragmatismo che si condensa nell’opera d’arte come pratica della conoscenza. La verità coincide con unagire artistico che consiste nell’assumere la postura di colui che vive e sperimenta il presente.
Da qui prende origine questa Nota alla traduzione italiana di Expanded Cinema: il cinema come arte, l’arte come pratica di ricerca e osservazione del contemporaneo, come regola possibile dell’agire contemporaneo.[i]

Voce 1: Paleocibernetico Vs Postumano: [...] l’immagine è quella di un fisico atomico peloso, scalzo, coperto da una pelliccia, con un cervello pieno di mescalina e logaritmi, impegnato nell’elaborazione dell’euristica degli ologrammi generati al computer o dell’interferenza di un laser krypton.
La cibernetica citata da Youngblood, con il suffisso ‘paleo’ che significa ‘antico’, nasce dalla teoria dell’Informazione e si pone come origine delle teorie dell’Intelligenza dell’artificiale (ia). Nel 1949 Claude Shannon e Warren Weaver pubblicano The Mathematical Theory of Communication, in questo testo staccano l’informazione dal substrato materiale che la trasporta, il corpo e i corpi, e la definiscono come entità misurabile indipendente. Questa formalizzazione a-contestuale dell’informazione ha permesso di dare valore all’informazione in sé come flusso che corre tra ogni essere produttore di informazione, vivente e non, abbattendo ogni distanza tra esseri, organismi, meccanismi, producendo un territorio comune dove vigono rapporti di retroazione in reciprocità cibernetica. Ed è questa cibernetica oggi a collassare nelle nuove forme dell’umano: dagli uomini fantastici del mitico regno del Prete Gianni e dall’originale indios della scoperta dell’America, l’altro, l’alieno, si trasfigura verso una unità oltre-umana che travalica la specie verso il fenomeno vivente, il bios, e sublima il concetto stesso di informazione originando il concetto di Postumano. Tale concetto implica una ridefinizione del concetto di un soggetto umano che deve necessariamente superare il dualismo parmenideo soggetto-oggetto, così come il dualismo umanista uomo-mondo, per abbracciare una vera e propria cibernetica compiuta. Si viene a porre un’assenza di demarcazioni nette e di differenze essenziali tra umani, bios e macchine, più in generale tra organismo biologico e meccanismo cibernetico. Quel ‘… fisico atomico peloso, scalzo, coperto da una pelliccia…’, diventa membro di una tra le tante specie che popolano il globo, i diritti umani si trasformano e non sono più un diritto naturale dato ma diventano il prodotto di una prospettiva naturalistica oggettiva, fondata sull’assunto che gli umani hanno un rapporto con la natura e gli animali che hanno addomesticato e quindi viene negata una qualsiasi umanità se viene negato un rapporto costitutivo e affettivo con la natura e gli animali.
Dal punto di vista dell’approccio evoluzionista basato sull’indeterminismo degli equilibri punteggiati (Jay Gould, Eldredge, 1972) il processo di speciazione non avviene in modo unidirezionale ma si realizza contemporaneamente alla costruzione dell’ambiente da parte degli organismi che lo abitano. Viene ribaltata la lettura moderna che vede il fenotipo come un mero prodotto dal genotipo. In Gene Youngblood questo produce una nuova biopolitica, ovvero un uso della vita all’interno di un modello non riduzionista: i processi adattivi del ‘… fisico atomico peloso, scalzo, coperto da una pelliccia…’ vengono rivisti, perché il rapporto fenotipo-genotipo non è causa-effetto, ma cibernetico, dobbiamo quindi re-immaginare il rapporto tra bios e non bios.
L’apparato cognitivo ‘… pieno di mescalina e logaritmi, impegnato nell’elaborazione dell’euristica degli ologrammi generati al computer o dell’interferenza di un laser krypton…’ determina il mondo in cui vive; e porta alla necessità di ri-mitizzare il rapporto uomo-tecnica-natura seguendo l’idea che un’altra politica è possibile se poniamo al centro della communitas l’appartenenza a un bios condiviso. La volontà di potenza diventa l’infinita creatività di un nuovo soggetto-bios: l’organismo generando processi adattivi continua a complessificarsi attraverso produzioni curiose, azioni anarchiche e facendo ciò complessifica l’ambiente per subito ridurlo attraverso la falsificazione culturale, rendendolo in questo modo manipolabile. Il  sistema si complessifica per adattarsi. La complessità porta all’entropia e quindi il sistema deve agire omeostaticamente
Il ‘… fisico atomico peloso, scalzo, coperto da una pelliccia…’ di Youngblood pone le basi per un ripensamento dell’enciclopedia; in Expanded Cinema i saperi non si fondano sulla pertinenza delle categorie rispetto al campo che generano, ma utilizzano un approccio cibernetico tra il soggetto umano e il dispositivo tecnico per  modificare i pesi politico-antropologici delle discipline e comprenderle nelle nuove proporzioni condivise tra umano (il fisico), natura (la mescalina) e macchina (il computer, il laser). L’atto de ‘… l’elaborazione dell’euristica degli ologrammi generati al computer o dell’interferenza di un laser krypton…’ diventa un antidoto possibile alla naturalizzazione del mondo del modello basato su scienze quantitative. Un mondo fondato su un dualismo soggetto-oggetto in cui l’oggetto è destituito del suo stato diventando mero predicato, ovvero mera parte della proposizione che indica ciò che si dice del soggetto, e quindi che lo definisce in un rapporto dualistico unidirezionale e non in una dimensione di retroazione condivisa. Al contrario in un ottica cibernetica ci sono solo oggetti e informazioni scambiabili.
Il ‘fisico atomico peloso, scalzo, coperto da una pelliccia, con un cervello pieno di mescalina e logaritmi, impegnato nell’elaborazione dell’euristica degli ologrammi generati al computer o dell’interferenza di un laser krypton” non è solo un ambiguo carattere spuntato da un testo degli anni ’70, ma mantiene integro un grande potenziale culturale, in quanto è l’ambasciatore di una nuova relazione della specie homo sapiens con altre specie e con la tecnica, ed è la proposta di un nuovo modello. La concezione umanistica del soggetto è stata sottoposta a critica dalla teoria femminista, dal pensiero post-coloniale e da teorici quali Gilles Deleuze e Felix Guattari, che, con la loro concezione del corpo senza organi, hanno inteso illustrare il potenziale liberatorio di una soggettività dispersa tra diverse macchine desideranti. Donna Haraway recupera la critica al dualismo occidentale soggetto-predicato, per il quale la cultura occidentale è sempre stata caratterizzata da una struttura binaria ruotante intorno a coppie di categorie come uomo/donna, naturale/artificiale, corpo/mente. Questo dualismo concettuale non è simmetrico, ma è basato sul predominio di un elemento sull’altro: nella tradizione occidentale sono esistiti persistenti dualismi e sono stati tutti funzionali alle logiche e alle pratiche del dominio sulle donne, sulla gente di colore, sulla natura, sui lavoratori, sugli animali: dal dominio cioè di chiunque fosse costruito come altro col compito di rispecchiare il sé. La Haraway introduce quindi la figura del cyborg, che da invenzione fantascientifica diventa metafora della condizione umana. Il cyborg è al contempo uomo e macchina, individuo non sessuato o situato oltre le categorie di genere, creatura sospesa tra finzione e realtà: il cyborg è un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione. Il cyborg è infatti una creatura né macchina né uomo, né maschio né femmina, situato oltre i confini delle categorie che siamo normalmente abituati a utilizzare per interpretare il mondo.
E oggi è possibile individuare una intersecazione concettuale tra cyborg e postumano. Sarah Kember (2003) sostiene che, cyborg e postumano descrivono una comune ontologia (ibridazione di organico e inorganico) ed epistemologia (trasgressione del confine natura/cultura e di altri binarismi razionalistici).
Il ‘fisico atomico peloso, scalzo, coperto da una pelliccia, con un cervello pieno di mescalina e logaritmi…’ partecipa a un ripensamento dell’enciclopedia – secondo la Hayles (1999) -; i saperi si fondano sulla pertinenza delle categorie rispetto al campo che generano; – e il corpo postumano è il sismografo e l’epicentro di cambiamenti epistemici pervasivi in Halberstam e Livingston (1995) -.
Expanded Cinema propone un nuovo soggetto postumano che muove dalla cibernetica classica (centrata sul concetto di omeostasi) e procede verso una seconda ondata della cibernetica centrata sui sistemi autopoietici (secondo le teorie di Humberto R. Maturana e Francisco J. Varela, 1980 e 1998) e poi verso una virtualità, in cui la coscienza è vista come proprietà emergente di sistemi complessi e i programmi per computer sono sviluppati per poter generare immagini autonomamente.
Ed è proprio il corpo del ‘fisico … peloso’ proprio la complessità dell’embodiment a mantenere la coerenza dell’organismo umano di fronte all’intelligenza trasferibile nelle macchine.
In Italia, il ripensamento del rapporto tra umano e tecnica, in relazione sia alla crisi dell’antropocentrismo sia alla crisi del soggetto moderno, è stato portato avanti da studiosi quali Pier Luigi Capucci, Giuseppe O. Longo, Roberto Marchesini, Mario Perniola, Giovanni Leghissa, Antonio Lucci, Antonio Spadaro, Antonio Marazzi,  e, con particolare riferimento rispettivamente alle teorie del cyborg e al corpo post-organico nell’arte, da Antonio Caronia (1985). [ii]

Voce 2: Coscienza espansa.Expanded Cinema non fa riferimento ai film digitali, ai monitor [...], alla luce atomica o alle proiezioni sferiche. Il cinema espanso non è affatto cinema: proprio come la vita è un processo di trasformazione, l’impulso crescente dell’essere umano nella storia a mostrare la sua coscienza all’esterno della propria mente, di fronte ai propri occhi.” Oggi il dispositivo è al centro, perché l’utilizzo di questo o quel apparato, muta le forme di relazione che noi assumiamo con lo spazio che ci circonda. Esistono varie forme che virtualizzano lo spazio e creano il mondo: potrebbero essere cinque verità magisteriali. Il termine magisterium deriva dall’enciclica Humanii Generis (1950) di Papa Pio XII  che lo definisce come un dominio dove un insegnamento possiede gli strumenti appropriati per risolvere i discorsi coerentemente; questa enciclica stacca le tematiche della creazione del corpo umano da quelle di una unica verità, e quindi riconosce autonomia di verità a differenti Magisteri della conoscenza. Il biologo evoluzionista, Stephen Jay Gould recupera l’autonomia definita da Pio XII, e nel 1997 elabora il concetto di Magisteri Non Sovrapponibili, sostenendo che quando un sapere è maturo e organizzato produce un modello di sintesi tra realtà e mondo che è coerente con sé stesso. Il  teologo cattolico Hans Kung – 2007 – ripercorre la storia del pensiero scientifico – da Copernico a Galilei, da Einstein a Hawking per concludere che scienza e fede devono ripensare la loro reciprocità: è necessario affrancarsi da uno schema “concorrenziale” e guardarsi dall’ipotesi “integrazionista”, per orientarsi verso una complementarietà dei due ambiti. E’ Roy Ascott ad aggiungere l’immagine di tre realtà sincretiche: Virtual Reality, Validated Reality, Vegetal Reality (2000): la Virtual Reality sta  a significare la realtà creata dalle descrizioni-narrazioni delle esperienze umane fatte con le tecniche e le forme narrative proprie di ogni epoca, e oggi sono le forme interattive, digitali, telematiche, immersive (2000);  la Validated Reality è quella scientifica del metodo sperimentale e oggi simulativo, ed è reattiva, meccanica tecnologica, prosaica, newtoniana; la Vegetal Reality che deriva dalle antiche forme di meditazione legate all’uso di sostanze enteogenetiche, è fondata sulla tecnologia psicoattiva delle piante ed è spirituale. Queste tre realtà fanno emergere una cibermorfologia che estende i confini del soggetto portando a un campo esteso di coscienza. Nel mio lavoro di ricerca proprio con Ascott (2012) ho aggiunto altre due verità-realtà: la Realtà Rivelata è quella afferente alla conoscenza attraverso il credo religioso, la rivelazione, mentre la Realtà Logica è quella relativa alla conoscenza filosofica, ovvero attraverso l’utilizzo razionale del linguaggio, quale che sia. Quindi i Magisteri della conoscenza, che creano l’ipotesi delle realtà magisteriali sono 5: realtà (magistero) vegetale; realtà (magistero) virtuale; realtà (magistero) rivelata; realtà (magistero) logica; realtà (magistero) validata. Si crea così uno schema circolare di cinque conoscenze magisteriali non sovrapponibili, che porta a considerare un sapere multiplo – vegetale, virtuale, rivelato, logico, validato-simulato – non come una conoscenza di un mondo reale, bensì di un insieme di punti di vista, ovvero adeguamenti funzionali al mondo. Appunto i Five Non Overlapping Magisteria/Cinque Magisteri Non Sovrapponibili: [Alterazione (misticismi e sciamanesimi)]; [Virtualizzazione (racconti/storie)]; [Rivelazione (religioni)]; [Dimostrazione (filosofie fondate su linguaggi)]; [Sperimentazione/Simulazione (scienze)] ↔. Il soggetto non può consapevolizzare e credere alle sue esperienze se non le entifica nelle categorie suddette, senza di esse la sua esperienza estetica è pre-umana, ovvero è un’esperienza non mediata del mondo. Questo schema è fondamento a un sincretismo che non permette di costruire cartografie di senso chiuse ma che porta a una ‘apertura’ che si adatta alla contemporaneità, in quanto epoca mobile, non definita, fondata su concetti non ancora inseriti nel tempo ed estetizzati. Il concetto di Magistero della conoscenza come sistema coerente di produzione di realtà e l’idea di Non Sovrapposizione Magisteriale potrebbe riuscire a dare ragione della complessità del contemporaneo, nella misura in cui accetta il pessimismo gnoseologico a fondamento della conoscenza, validando così l’autonomia nel fatto che tutti i magisteri sono egualmente veri in quanto egualmente falsi. Questa posizione nega la certezza di qualsiasi verità come sostanziale, e si pone come un ateismo nella fede, e un’ermeneutica nella scienza, implicitamente riconoscendo la liceità di mondi tracciati da una linea magica e/o di mondi calcolati da un progetto matematico, in quanto non li riconosce entrambi né come totalmente veri né come totalmente falsi. Bensì identifica le parti di una verità che si dà solo come processo delle relazioni che differenti visioni producono e le cui parti normative sono rispettose di uno su tutti e di tutti su uno.
Come la scrittura è parte integrante della nostra coscienza come uomini letterati, oggi il cinema è un meccanismo virtuale, un dispositivo di narrazione e necessitazione del vivo caos della vita e dell’universo, è parte integrante della nostra coscienza di uomini visivi e connessi: l’immaginario e gli immaginari, i ritmi, le forme del cinema costituiscono territori mobili del senso condivisi da milioni di individui sul pianeta. E “Ciò vale sopratutto per la rete intermediale di cinema e televisione, che adesso funziona proprio come il sistema nervoso degli esseri umani.” Teillhard de Chardin chiama questo nuovo sistema nervoso noosfera, Kevin Kelly la vede come il prodotto di una nuova biologia ibrida tra uomo e macchina. Ma il prodotto, ben compreso da Youngblood, è la messa in crisi di entrambi i concetti di verità e menzogna, come scrive G. K. Chesterton “Nessuna macchina può mentire, né può dire la verità”. Si apre così un problema ontologico, sullo statuto stesso del prodotto di questo dispositivo, infatti la verità esiste solo là dove avviene una falsificazione. Ecco quindi emergere un concetto di Coscienza Espansa.
La coscienza può essere definita in modo elegante come la consapevolezza che l’uomo ha di sé, del proprio corpo e delle proprie sensazioni, delle proprie idee e dei fini delle proprie azioni. Deriva dalle voci dotte latine cosciente(m), participio presente di conscire ‘essere conscio’, composto di con- e scire ‘sapere’, ovvero stare assieme al proprio sapere.
La Coscienza Espansa di Youngblood si trova nel vortice della tecnica, e produce una diversificazione dell’atto cosciente attraverso il doppio movimento dell’espansione-falsificazione dei sensi data dalla tecnica, l’espansione dei magisteri come un’apertura e la riduzione dei fenomeni a ogni singola verità, che è sempre e comunque una nuova falsificazione. Il verbo transitivo ‘ingrandire, allargare, diffondere, spandere’ si affianca al sostantivo dell’”espansione” ovvero dell’aumento di volume d’un corpo attraverso le sue estensioni tecnologiche che portano quindi a una ridefinizione della coscienza, perché  avviene un doppio movimento pulsante che si realizza tra un ingrandimento del territorio delle psicogeografie e una continua riduzione/falsicazione messa in atto dal processo culturale. Quindi la coscienza espansa può essere vista come un processo  magisteriale sincretico di espansione e riduzione continua: ad ogni espansione coincide un magistero, a ogni contrazione l’azione degli altri magisteri come feedback. Il magistero virtuale genera nel soggetto l’idea del cinema come coscienza allargando il territorio e la cartografia del senso, l’omeostasi si attiva e il magistero validato nega che la coscienza possa essere descritta in termini virtuali, in un movimento di contrazione di questo territorio del senso.  [iii]

Voce 3: Rete intermediale. Internet nel 1970 non c’era per come la conosciamo noi. E’ l’americano Ted Nelson a fondare il progetto Xanadu nel 1960 con l’obiettivo di permettere al lettore di scegliere un proprio sentiero non-sequenziale attraverso un documento. In questo progetto compaiono per la prima volta le parole ipermedia, virtualità, interconnettibilità. La prima pubblicazione scientifica in cui si teorizza una rete di computer mondiale ad accesso pubblico è On-line man computer communication dell’agosto 1962, pubblicazione scientifica dei ricercatori del Massachusetts Institute of Technology statunitensi Joseph C. R. Licklider e Welden E. Clark. Nella pubblicazione chiamano la rete: “Intergalactic Computer Network”. Ma il vero progenitore della rete Internet è considerato il progetto ARPANET, finanziato dalla Defence Advanced Research Projects Agency, una agenzia dipendente dal Ministero della Difesa statunitense. In una nota del 25 aprile 1963, Joseph C. R. Licklider comunica l’intenzione di collegare tutti i computer in una rete continentale. Nel 1967, Ted Nelson chiamò il suo originale progetto Xanadu, in onore del poema Kubla Khan di Samuel Taylor Coleridge, mentre due anni dopo nel 1969, la rete annunciata viene fisicamente costruita collegando quattro nodi: l’Università della California di Los Angeles, l’SRI di Stanford, l’Università della California di Santa Barbara, e l’Università dello Utah.  Il servizio di posta elettronica fu inventato da Ray Tomlinson nel 1971, e l’anno seguente Arpanet venne presentata al pubblico. In Francia inizia la costruzione della rete Cyclades mentre la rete norvegese Norsar permette il collegamento di Arpanet con lo University College di Londra. L’espansione proseguì sempre più rapidamente, tanto che il 26 marzo del 1976 la regina Elisabetta II d’Inghilterra spedì un’email alla sede del Royal Signals and Radar Establishment. L’Italia fu il terzo Paese in Europa a connettersi in rete, dopo Norvegia e Inghilterra, grazie ai finanziamenti del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La connessione avvenne dall’Università di Pisa. Il collegamento avvenne il 30 aprile 1986. Nel 1991 presso il CERN di Ginevra il ricercatore Tim Berners-Lee crea il World Wide Web quando definisce il protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), un sistema che permette una lettura ipertestuale, non-sequenziale dei documenti, saltando da un punto all’altro mediante l’utilizzo di rimandi (link o, più propriamente, hyperlink). Lo stesso Nelson sostiene che la sua visione di Xanadu viene soddisfatta dall’invenzione di Tim Berners-Lee, anche se in maniera molto semplificata. Nel 1993 viene realizzato il primo browser con caratteristiche simili a quelle attuali, il Mosaic. Esso rivoluzionò profondamente il modo di effettuare le ricerche e di comunicare in rete. Nel 1996 Manuel Castells definisce la nostra società informazionale, intendendo con questo che il genere umano è da adesso in poi caratterizzato da una enorme potenza di calcolo messa a disposizione dai calcolatori e dalle nuove e inaspettate connessioni semantiche generate dagli ipertesti. La rete intermediale anticipata da Gene Youngblood diventa il territorio distribuito dove la tecnica dell’Internet realizza una nuova antropotecnica di flusso che diventa uno degli attuali sfondi ermeneutici della figura uomo. Nel suo lavoro In metamorfosi, Rosi Braidotti ha proposto un fondamentale collegamento tra l’orizzonte postumano e le soggettività nomadiche, sottolineando in tale prospettiva la necessità nella dimensione intermediale di un’etica postumanista della sostenibilità. L’intuizione di Expanded Cinema è che i messaggi che questa rete intermediale trasmette sono messaggi errati sulla sua condizione metabolica e omeostatica. Il punto da cogliere è che Expanded Cinema si interroga sulle tecnologie di creazione delle immagini, intese come coscienze esternalizzate di una nuova persona telematica, imputando quindi a queste tecniche una profonda responsabilità fondativa del senso di questo nuovo soggetto. Il dispositivo dell’Internet attuale diventa quindi un ibrido multimediale che realizza un sincretismo tra testo, immagini fisse e in movimento, musiche, e collegamenti ipermediali, generato da e generante una ubiqua biblioteca di Babele. Questo territorio ibrido si pone come una nuova Xanadu e segna il passaggio da una cultura elettromagnetica uno a molti, a una cultura digitale compiuta diffusa che assurge a modello di un nuovo territorio non-sequenziale da descrivere. La posta in gioco è allora metaforica, la stessa dell’originale Xanadu descritta da Marco Polo nel Milione: quella capacità di creare miti che riemerge nella letteratura inglese ottocentesca per opera di Samuel Taylor Coleridge, che descrive Xanadu come un complesso luogo incantato, esotico e mistico; e che diventa il luogo dove Orson Welles pone la dimora fatta erigere dal magnate Kane al centro del film Quarto Potere, potente metafora del legame tra uomo e tecnica nell’era dell’elettricità. La posta in gioco, ben compresa da Youngblood, quindi è la produzione di nuovi miti e con essi nuove metafore, nuovi significati e nuove abitudini sociali nella società informazionale del terzo millennio.
Dalle masse industriali e dalle masse radiotelevisive e dalla cultura del target, passiamo alle tribù dei villaggi globali e alle culture delle sfere definite da Peter Sloterdijk, ovvero a “spazi di coesistenza”, che sono i contenitori attraverso i quali l’individuo pensa sé stesso nel mondo.
Ma la rete intermediale di Youngblood risente dell’esperienza storica dei mass media radiotelevisivi e possiede un pubblico che preferisce l’intrattenimento all’arte, questo perché i mass media elettromagnetici sono stati obbligati dalla loro stessa configurazione tecnologica a comunicare al minimo comun denominatore, producendo un livellamento verso il più ignorante della massa. La radio e la televisione nel XX secolo generano il populismo delle masse radiotelevisive perché il messaggio diffuso è stato quello triviale del tempo libero che ha trasformato l’archetipo in cliché.
La cultura delle masse si genera nella paradossale ricerca continua di una magnitudo sufficiente a un messaggio a divenire sociale, deve essere quindi intrattenimento, divertimento, spettacolo. L’avvento dell’industrializzazione ha generato il fenomeno della separazione tra tempo del lavoro e tempo libero, da questa nuova condizione umana è nata la riduzione della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, ipotizzata da Richard Wagner, nell’intrattenimento delle canzonette veicolate prima dal grammofono poi dalla radio e dalla Tv. Questa riduzione ha generato un pubblico di massa che è percolato negli interactive media attraverso le pratiche dei mercati, ma laddove internet nega il concetto stesso di massa il pubblico si trasforma in cliché, e sembra indicare che le sfere dell’Internet non sono atte a generare monopoli di mercato di magnitudo economica costruita sul modello televisivo delle masse globali. Oggi l’arte ritorna ad essere la pratica della cura del sé e della generazione dei significati, delle pratiche e degli atteggiamenti sociali, mentre i mercati diventano i luoghi della ricerca del senso in un territorio condiviso di un animale sociale nevrotico. Ma quando non c’è differenza tra quello che siamo e quello che facciamo la vita diventa arte, e produce una nuova élite culturale che si differenzia da questo nuovo volgo intermediale. E l’arte diventa sempre più un tentativo di eliminare il divario tra ciò che è il presente e ciò che dovrebbe essere letto secondo le norme condivise generatesi nel passato: da qui nasce una nuova élite che attua nuove pratiche del sé. [iv]

Voce 4: Dramma. Può essere in forma verbale scritta, come ogni opera letteraria che preveda parti recitate o cantate, oppure improvvisata da un attore, o ancora in forma di narrazione non verbale, tramite la gestualità o la danza. E’ George Bernard Shaw a sostenere che non c’è dramma senza conflitto. Il binomio dramma-conflitto si esprime nei campi del sapere e della conoscenza, infatti ogni forma di produzione di senso implica un conflitto e una violenza, ormai la cultura occidentale ha finito per accorgersi che ogni sua verità è un mito: ciò che conta è la potenza, e quindi ciò che conta non è dire alla gente la verità, ma è la capacità di persuaderla. La forza di una verità razionalmente non è dimostrabile, cioè è irrazionale, e consiste nel fatto che un numero sempre maggiore di individui si è mostrato persuaso del contenuto irrazionale di questa verità; ovvero una verità è più vera perché ha più seguaci, la ‘verità’ e l’oggettività’ sono espressioni di un ‘interesse’, che dunque è sempre interesse di parte e per questo produce conflitto. Come scrive Emanuele Severino nelle sue riflessioni sulla tecnica, all’interno dell’occidente il senso della parola verità è la sua capacità di dominio, la potenza, il successo, e quindi la capacità di persuadere quanti più individui possibile. Per il filosofo italiano un’immagine è vera solo se riesce a far si che le masse se ne convincano, ed è falsa se non possiede questa capacità.  Il Dramma consiste allora nel narrare storie nelle nuove proporzioni informazionali del nuovo secolo.
Il conflitto è a fondamento dell’individuo in quanto portatore di un senso che incontra un altro individuo portatore di un senso altro, nella dialettica che essi generano per la differenza polare delle loro posture ontologiche si genera il processo di conoscenza. La regola è che nessuno dei due produca una egemonia dominante sull’altro, pena la fine del senso. In questo senso libertario il conflitto è visto come dimensione ineliminabile delle forme di adattamento del soggetto al mondo e quindi delle forme di conoscenza. Nell’epoca della radiotelevisione il conflitto ha teso ad essere normalizzato ed eliminato, a causa del dualismo riduttivo messo in atto dal sintagma radiotelevisivo, infatti come sostiene Patrick Imbert la linearità della radio e della Tv producono le semplificazioni binarie del giusto/sbagliato. Ma il conflitto invece è secondo Antonio Caronia una delle pratiche che servono davvero per conoscere, è attraverso l’esperienza del conflitto che si fa esperienza reale di una multidimensionalità e di una ricchezza di dimensioni della vita generata dall’Expanded Cinema. Attraverso il conflitto si impara a risolvere quei problemi che devono essere risolti, a non risolvere quelli che non si possono o non devono essere risolti perché devono trovare adattamenti successivi, o perché lo sviluppo di questi conflitti può servire per innescarne di nuovi e a dare luce a nuovi aspetti dell’esistenza. Il mondo ha una tale espansione di dimensioni che consente a chi lo abita tante possibilità, non solo di consumare merci sempre diverse, ma anche di fare esperienze sempre nuove, di consumare relazioni sempre nuove e sempre diverse. Tutta questa ricchezza fa paura, crea timore o preoccupazione, e quindi si tenta di metterla dentro una gabbia, che si chiami pensiero unico, commercializzazione, qualsiasi categoria vogliamo fare diventare il centro di questa vita. La cosa interessante che emerge dal testo di Youngblood è che questa ricchezza di dimensione rimane tale, che l’esperienza rimane complessa, molteplice, irriducibile. perché nel Cinema Espanso bisogna imparare a vivere all’interno del conflitto, ovvero confrontare nel modo più esplicito possibile interessi, desideri, bisogni, esigenze differenti, perché la vita contemporanea è lo sviluppo di tutte queste cose come mai si era visto nel passato.
Ma un punto cruciale da cogliere dell’opera di Youngblood è la fine della distanza tra terra e mondo, tra vita e testo, e per questo il concetto di dramma per come lo abbiamo conosciuto si avvia verso la fine. Poiché in una antropotecnica  invasiva, virtuale e ubiqua, il dispositivo virtualizzante del ‘discorso’ diventa una singolarità culturale, ovvero coincide nella pratica del senso e della vita. Oggi le nuove reti dell’Internet rappresentano una omeotecnica realizzata in cui l’uomo coincide con il dispositivo del discorso, esattamente come coincide con il suo stesso dna.  L’uomo occidentale è la vocale e la consonante. Nel Cinema Espanso di Youngblood miriadi di telecamere direttamente collegate al pensiero e schermi direttamente collegati al nervo ottico definiscono il territorio dell’uomo del secondo millennio. Questo si intende per fine del dramma: lo incarniamo come un voyager che si fa avatar per salvare una preziosa principessa di una vita virtuale, luogo altro dove si origina il senso più bello. Nasce un “nuovo paradigma” per il linguaggio del cinema, che per Youngblood è una modalità sinestetica: tutti pensano e quindi tutti diventano artisti se cercano la consapevolezza. L’arte e le nuove tecnologie del Cinema Espanso definiscono uno stile di vita creativo per tutta l’umanità e una soluzione al tempo libero e alla creazione del senso. Oggi siamo tutti gli autori e i registi del nostro dramma che collassa in una nuova forma di virtualizzazione e realizzazione, sparisce e si sublima in una parte essenziale dell’uomo.[v]

Voce 5: Nostalgia – Oggi la nostalgia è fondativa, e crea un modello che ritorna utile. Quando una contemporaneità costruita sulla ricerca e sull’innovazione fonda sé stessa sull’ignoto, siamo obbligati a sostituire le categorie di una modernità diacritica e a fare ritorno nelle caverne dei maghi e nelle isole desolate degli eroi greci del senso. Come i greci esploravano nuovi territori alieni mediante le colonie, trascinando con essi il corpo simbolico dell’eroe deceduto, per seppellirlo al centro della nuova colonia come substrato consustanziale e controambientale dei valori del territorio originale; quello che cerchiamo di portare con noi in questo Cinema Espanso è proprio la nostalgia dell’eroe cinematografico. Mediante l’eroe e il suo corpo-virtuale, cerchiamo di creare nuovi territori abitati e sempre comunque nuovi avamposti culturali da dove osservare le nuove proporzioni umane. Il Villaggio Globale si trasforma in un Avamposto Globale, dove il corpo sacro dell’eroe riposa per dare senso all’inizio e alla fine dei valorosi che da qui partono e vi fanno ritorno, almeno come senso. In Expanded Cinema è eroico avere nostalgia, per iniziare una esplorazione controambientale del contemporaneo attraverso posture passate, e questo è proprio il valore del testo, che non è una mero documento storico su tecniche elettromagnetiche ormai obsolete e dimenticate, bensì un testo di pratiche esplorative della comprensione del futuro presente che abitiamo.

Voce 6: Cinema Cibernetico, espansione e contrazione  – Il film al computer propone un nuovo modello di visione/fruizione, ma l’oggetto filmico è stato creato e si è impresso nelle memorie d’uso nella sua forma analogica, macchinica e lineare. Una forma creata dalle forme d’uso generate e indotte dalla sala cinematografica e dalla sua macchina di proiezione; così la messa a fuoco, la regolazione della velocità dello scorrimento della pellicola, l’intervallo prodotto dal cambio bobina, il modello distributivo di uno a molti, hanno generato pratiche che hanno validato specificando il cinema. Il computer ha introdotto un’espansione verso nuove forme d’uso, la mancanza del cambio bobina ha confinato l’intervallo all’obsolescenza, moltiplicando gli intervalli in una visione frammentaria. La possibilità del fermo immagine ha rotto la dimensione di evento unitario dell’opera filmica, si è incrinata così l’unità dei pubblici, producendo una visione solitaria che ha limitato drasticamente la forma d’uso come evento. Nel movimento di espansione i film sono stati desintonizzati da loro stessi, tutto è diventato possibile e per questo meno significante. L’espansione di Youngblood è seguita da una contrazione in un processo respiratorio dell’organismo post-cinematografico: una ricerca sul mezzo che ha ribaltato il punto di vista e che sta dando priorità alle pratiche come necessari strumenti di ri-sintonizzazione del mezzo. Le pratiche recuperano quindi la pellicola, la macchina e la proiezione, in un cinema di secondo ordine che diventa non più mera espressione artistica ma valorosa forma di costruzione enattiva del sé. Di nuovo viene frammentata l’unità dei pubblici del XX secolo verso una nuova fruizione culturale di un soggetto consapevole non meramente agito dai media, ma al contrario in grado di agirne coraggiosamente gli effetti.[vi]

Voce 7: Cinema Sinestetico. Il senso che abbiamo utilizzato maggiormente nell’antichità è l’udito. L’apparato uditivo è sensibile alle variazioni di frequenza di un segnale sonoro, ma anche alla sua intensità, cioè al livello di pressione sonora, ovvero un suono può essere più forte o più debole. I suoni che noi percepiamo sono minuscole fluttuazioni ondulatorie della pressione dell’aria. Grazie ai loro peculiari meccanismi, orecchio e cervello scelgono certi schemi di variazione della pressione dell’aria, li utilizzano come codice e li convertono in informazioni. Esiste un’intensità minima, chiamata soglia, che è necessaria perché il suono venga udito; in ogni individuo la soglia non è data, ma varia secondo la frequenza dell’emissione. Suoni ad alta frequenza sono percepiti ad un livello più alto, mentre i segnali a bassa frequenza possono necessitare di intensità anche elevate. Nella fascia di frequenze che l’uomo percepisce maggiormente cadono la gran parte dei suoni più comuni e significativi, compreso lo spettro vocale umano. Ogni specie animale riesce a percepire segnali acustici di differenti frequenze: il campo uditivo compreso fra la più bassa e la più alta frequenza udibile è diverso e tipico per ogni specie animale e si è determinato nel corso dell’evoluzione. Così, nell’uomo mediamente lo spettro di udibilità è compreso fra 20 e 20.000 hertz vibrazioni al secondo, i suoni la cui frequenza è al di sotto dei 20 Hz sono chiamati infrasuoni, i suoni la cui frequenza supera i 20.000 Hz sono chiamati ultrasuoni, e in molte altre specie viventi questi limiti vengono superati. È il caso, ad esempio, dei pipistrelli, dei delfini e dei gatti che percepiscono anche gli ultrasuoni. O degli elefanti e delle megattere che percepiscono gli infrasuoni. L’udito, naturalmente, serve anche per ricevere comunicazioni da altri individui conspecifici, pertanto lo spettro uditivo di ciascuna specie vivente non può non contenere anche il proprio spettro delle emissioni vocali: si sente quello che si può pronunciare.
Il senso che abbiamo maggiormente investito di energia psichica nell’epoca moderna è la vista, ma non siamo consapevoli di come vediamo tutto quello che percepiamo. Questo avviene perché nella vita, in molte circostanze, utilizziamo la visione periferica. L’uomo, infatti, vede le cose distintamente solo con una ridotta parte della superficie oculare, la fovea: una piccola area nel centro della retina dove vi è la massima concentrazione di recettori e terminazioni nervose, che occupa solo il 30% del campo visivo. La fovea dunque è la zona che ci consente di vedere il colore più distinto, il particolare più dettagliato, il movimento più definito. Sebbene non ce ne rendiamo conto, esiste una certa differenza nella risposta della visione quando la luce cade in zone diverse dalla fovea. La cosa interessante è l’ipotesi che tutto il 70% dell’immagine restante sia in parte ricostruito da complessi processi fisiologici e psicologici.
Bastano queste poche informazioni sui sensi per comprendere come sentiamo solo quello che possiamo sentire, e vediamo solo quello che la nostra mente ricostruisce tra dati reali e dati prodotti da noi stessi.
Un’ossessione costante nella storia del genere umano è stata il tentativo di riproduzione dei suoni e di rappresentazione dell’immagine in movimento, ed in questa ossessione il cinema è una forma artistica relativamente recente. Il film nasce come forma sinestetica, poiché esso è un luogo dove le informazioni uditive e visive si combinano e si supportano reciprocamente, il carattere morfologico essenziale del film risiede proprio nel suo potere di unificazione. Da questo punto di vista le future forme di virtualizzazione sinestetica allora saranno Cinema Espanso, e oggi probabilmente questo nuovo cinema è rappresentato all’interno di un panorama che va dalle sculture interattive ai videogiochi.
Il cinema possiede la capacità di colpirci multisensorialmente, coinvolgendo nella visione anche sensi diversi dalla vista e l’udito, pur non stimolandoli direttamente, mentre il rapporto prevalente e più evidente nel film resta quello tra musica ed immagini. Opere come Osmose (1995) dell’artista e cineasta canadese Charlotte Davies sono un esempio di quello che potrebbe essere il Cinema Espanso al suo apice. Questa opera mette in scena un mondo virtuale strutturato su una decina di livelli ognuno dei quali è concepito come un universo-storia a sé, nel quale è possibile scegliere un percorso narrativo che viene seguito non con l’osservazione, ma attraverso un respiro che ci guida negli spostamenti. La metafora del respiro è ottima per immaginare un Cinema Sinestetico alle sue estreme conseguenze e ci permette di comprendere il cambiamento sensoriale che sta avvenendo nella nostra vita e nel nostro tempo.
Una realtà virtuale immersiva con immagini e suoni interattivi in 3D, che viene governata dalla mappatura in tempo reale del respiro e dell’equilibrio di uno spettatore-attore.
Osmose è uno spazio narrativo autogenerato che esplora in tempo reale l’interazione percettiva tra il mondo e il sé dello spettatore, che si fa agente in un Cinema Espanso in cui predomina  il décor, o mise en scene, messa in scena, sulla storia. Anche, se nell’istallazione della Davies, la vista non è abolita, il cinema si muta in una esperienza immersiva in cui tra il mondo percettivo dello spettatore e l’ambiente virtuale con cui interagisce non c’è soluzione di continuità. Come sostiene brillantemente Vincenzo Cuomo, Osmose sembra essere in grado di connotare una sperimentazione estetica di interesse teorico, in cui sembrano confluire alcune degli argomenti più urgenti in vista dell’elaborazione di un’estetica post-umana, che a mio parere sembra coincidere proprio con il concetto di Cinema Sinestetico.
L’ambiente virtuale messo in scena da Osmose appare agli spettatori come una “radura”, posta al centro di una foresta, dalla quale è possibile ascendere verso la sommità degli alberi e l’interno delle foglie e dalla quale è possibile discendere nella terra, verso le radici e fin dentro l’elemento inferiore. Tale ‘elevazioni’ o ‘abbassamento’ degli spettatori all’interno dei due spazi principali è consentito attraverso un’imbracatura sensoriale che fascia il  petto, i fruitori possono muoversi verso l’alto inspirando e verso il basso espirando; contemporaneamente possono modificare la traiettoria e l’inclinazione dei loro movimenti modificando l’equilibrio del loro corpo. Un caschetto digitale funge da apparato di visione tridimensionale. Il riferimento al processo vitale dell’osmosi esplicita una dissoluzione dei confini, tra “interno” ed “esterno”, dei limiti tra le percezioni “sinestetiche, cenestetiche” e “diacritiche”, tra l’esperienza percettiva interna dei propri stati corporei e l’esperienza del mondo-ambiente.
Gli spettatori di Osmose si trovano immersi in un Cinema Sinestetico che non è più eminentemente “visivo” ma è fondamentalmente “acustico”, come dice Marshall McLuhan, le orecchie non sono in grado di separare-staccare il soggetto senziente dall’udibile, così come accade per il senso della vista rispetto al vedibile. Questa immersione è una sintonizzazione non più solo con un semplice fascio di luce e onde sonore ma essa implica l’utilizzo del corpo e dei sensi verso un cinema “tattile” in cui la storia si fonda sulla complessità delle interrelazioni, e quindi, esattamente come il tatto, sulla sensibilità. Nell’universo sonoro-tattile noi siamo “immersi”, per questo si utilizza la metafora liquida. Anche se l’utilizzo di entrambe le orecchie permette la percezione della localizzazione destra-sinistra dei suoni, lo spazio acustico si costruisce per lo più tra la lontananza e la vicinanza dei suoni producendo un territorio percettivo fondamentalmente “fluido”, all’interno della quale gli “oggetti” sonori appaiono come concrezioni di un universo acustico in cui lo spettatore è immerso. La vista e l’audizione dei suoni, sinestesia, comporta, poi, continue reazioni cenestetiche per cui lo spettatore sente il suo corpo “coinvolto” in questo nuovo cinema, in modo appunto tattile e completamente diverso da come, invece, percepisce, nel cinema tradizionale tramite il netto primato della vista. La sinestesia assieme all’interattività attiva la cenestesia, e fa entrare lo spettatore in una spazialità dalla quale, nello stesso tempo, ne è parte costituente,  nella quale decadono i confini soggetto-oggetto e soggetto-predicato. La narrazione visivo-acustica che i fruitori di Osmose sperimentano, finisce per connotarsi come effettivamente “Cinema Liquido”. Ciò accade anche perché lo spettatore si muove in tale Cinema Sinestetico, attraverso l’atto del respirare: espirando scende giù, inspirando sale su, ma riducendo bastano i movimenti di un joypad in un videogioco. Ico è un videogioco appartenente alla categoria avventura dinamica in 3D, pubblicato nel 2001 da Sony, in cui il gioco sembra risolversi nella contemplazione dei panorami e degli scenari presentati. Il giocatore è quindi spettatore di una storia che lui stesso, con le sue azioni, contribuisce a dipanare, egli controlla Ico in una visuale in terza persona in una sorta di regia fissa in ogni camera che tuttavia segue i movimenti del giocatore. La terza persona serve appunto a disvelare i paesaggi e le ambientazioni. Per avanzare nel gioco, il giocatore dovrà risolvere degli enigmi, pertanto viene data a Ico la possibilità di saltare, spingere, arrampicarsi e tirare, per salvare Yorda, una ragazza investita di strane facoltà. Il gioco è un bell’esempio di opera sinestetica costruita sulla bellezza degli scenari, su dei personaggi archetipici, Yorda che sembra “brillare di luce propria”, sulla musica sempre presente. Ma si può considerare anche un’opera cinestetica quando il joypad vibra trasferendo informazioni tattili alle mani del giocatore-spettatore. In Ico, ma anche nei successivi lavori di Fumito Ueda si vede l’inizio di un cinema sinestetico-cinestetico.
Ma torniamo a Osmose, dove lo spettatore comprende che respirando ed espirando può vedere, e attraverso questa nuova vista sperimenta, una radicale perdita della sua “potenza tecnica”, tradizionalmente data dal manipolare e dall’osservare, dall’uso della mano e dello sguardo. Tale esperienza di perdita di potenza tecnica è permessa dal Cinema Sinestetico creato dalla tecnologia digitale immersiva. Osmose sospende la connessione occhio-mano che ha caratterizzato la fase moderna della virtualità, e fa esperienza di quell’impoverimento del mondo à la Heidegger. Espressione utilizzata da Heidegger alla fine degli anni Venti dello scorso secolo per indicare una condizione caratteristica dell’animale opposta all’uomo, come “formatore di mondo”. Ebbene, la vita nel Cinema Sinestetico tende ad assumere alcuni caratteri che precedentemente venivano attribuiti, in senso esclusivamente privativo, agli animali, incapaci di rompere il proprio ambiente di vita, in un senso compiutamente postumano.
Lo spettatore di Osmose, “interagisce” ma non “simbolizza”; interagisce con l’ambiente virtuale e non è indotto a “dirlo”, in quanto nella relazione soggetto-ambiente lo spettatore perde le coordinate tradizionali di “soggetto” in quanto quella interazione la “vive”, “la abita da dentro”.
Il Cinema Sinestetico, anticipato da opere quali Osmose e anche dai videogiochi artistici di Fumito Ueda, disvela nuovi aspetti delle nostre interazioni con le cose che in questo nuovo cinema sono concepiti come non-simbolici o sub-simbolici. Nel Cinema Sinestetico il nostro corpo interagisce con l’ambiente in modalità a-simboliche, per quanto le modalità simboliche siano considerate, secondo la tradizione coscienzialista occidentale, “primarie”. Il cinema sinestetico diventa così un cinema dell’“inconscio” corporeo e sub-simbolico che fa parte della nostra esperienza del mondo. Lo spettatore di Osmose è indotto comunque ad un “distanziamento estetico” dal processo interattivo in cui è coinvolto; è spinto a “contemplare” la sua stessa interazione, cioè il processo che lo coinvolge. In questa finalità contemplativa che non passa per le strategie del simbolico la realizzazione della Davies e di Ueda ci indicano delle possibili strade di una nuova estetica tecnologica del Cinema Sinestetico a venire, e del già sopraggiunto cinema sinestetico interattivo denominato videogioco.[vii]

Voce 8: La televisione – Con l’avvento dell’Internet la Televisione diventa una mappa concettuale; con la crisi della tv la ‘nostalgia’ per un palinsesto delle origini crea un processo imitativo che ne recupera le forme, traghettandole nei salotti buoni delle élite culturali. Con la multimedialità dell’Internet la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale di Wagner, diventa il modello di una nuova opera d’arte fatta di immagini in movimento, testi, suoni, musiche e scenografie.
La prima generazione di New Media Art nasce nel 1965, quando la Sony mette sul mercato le prime telecamere elettroniche portatili. Nasce una troupe di ripresa televisiva leggera e dinamica: l’Electronic Network Gathering. Nella mostra  TV as a Creative Medium alla Howard Wise Gallery a New York nel 1969, Paul Ryan assieme a Frank Gillette, Michael Shamberg and Ira Schneider,  influenzati da Marshall McLuhan e dalle sue teorie sulla cibernetica e sull’ecologia dei media, rivelano il potere di ri-mediazione della televisione e fondano il collettivo media  Raindance che produce il seminale video magazine Radical Software. Contemporaneamente l’abbattimento dei costi permette ad artisti come Bill Viola, Vito Acconci, Dan Graham, Bruce Nauman di utilizzare le forme del video elettronico per esplorare la realtà. La seconda generazione di New Media Art[4] si afferma con la nascita dell’Internet e con il parallelo potenziamento grafico nei primi anni ’90 dei Personal Computer. Infatti sebbene il Personal Computer fosse sul mercato dall’introduzione nel 1984 del Macintosh Apple, fu solo all’inizio dell’ultimo decennio del novecento che i PC arrivarono a essere abbastanza performanti da gestire immagini e suoni. Nel 1990 la messa a punto del World Wide Web da parte di Tim Berners Lee del CERN di Ginevra introduce e diffonde l’interattività e la multimodalità, il tutto in forma globale; e proprio per indicare questo nuovo medium venne coniato il termine New Media.
Poi nel 1994 l’introduzione da parte della Netscape Corporation del primo browser web commerciale, Navigator, segnò la trasformazione dell’Internet da canale di comunicazione utilizzato dai militari, dalla comunità scientifica e da specialisti del computer a medium di comunicazione personale. La nuova tecnologia digitale obbligò a una riconsiderazione delle forme espressive dei canali di comunicazione (i più diffusi erano i giornali e la televisione) a favore di nuove forme sia on line, come Internet, il web, lo streaming, il podcast, ecc., che off-line, come i CD-ROM, i DVD, le memorie di massa.
Di fronte a queste novità varie media corporations, come la storica Hearst Corporation, quella di Quarto Potere, proprietaria sia di testate giornalistiche che di reti televisive, aprirono canali sui nuovi supporti della comunicazione New Media. Dal punto di vista dell’arte una data seminale è considerata la pubblicazione on line nel 1993 del sito-opera-d’arte jodi.org di Dirk Paesmans e Joan Heemskerk, e il 1994 può essere visto come l’anno in cui i critici, i curatori e gli artisti iniziarono a utilizzare il termine New Media Art. Nel 1994 Vuk Cosic ricevette una email degradata da un virus in cui nel testo era leggibile solo il nesso “net.art”, che da allora indica l’arte che utilizza internet come strumento di espressione. Tre anni dopo, nel 1997, la Net art è stata inclusa nell’esposizione Documenta X di Kassel in Germania.
La New Media art nasce nel momento in cui le frontiere tra forme artistiche differenti, quali il cinema, il teatro, la fotografia e la performance hanno vacillato sotto la spinta delle nuove tecnologie digitali. La definizione più ampia di New Media Art è quella di arte che si interessa di tutti i nuovi dispositivi, di tutto ciò che è nuovo, nuove tecnologie, nuove forme culturali, nuove società, nuovi individui. Questa definizione è molto utile per l’ampiezza dell’ambito fenomenico che abbraccia. Una definizione più ristretta è quella data da Mark Tribe e Reena Jana nell’omonima pubblicazione: «Il termine New Media Art è utilizzato per descrivere progetti che impiegano tecnologie mediatiche emergenti e si occupano delle potenzialità culturali, politiche ed estetiche di questi strumenti». E ancora «La New Media Art può essere intesa come un sottoinsieme di due categorie più ampie: l’arte tecnologica e l’arte mediatica. Nella prima si fanno rientrare pratiche come l’arte elettronica, l’arte robotica e la “Genomic art”, che sfruttano nuove tecnologie non necessariamente connesse ai media. L’arte mediatica include la Video art, la ‘”transmission art” e i Film sperimentali, ossia forme d’arte che si basano su tecnologie mediatiche già molto diffuse negli anni ’90».
E’ quindi importante cogliere il fatto che per New Media Art si intende un genere di espressione di ricerca artistica che, pur avendo come strumento principe i cosiddetti New Media e utilizzando per la quasi totalità delle opere l’interfaccia dello schermo (sia small screen intendendo i cellulari, che medium screen per i computer e i monitor, che large screen per l’home theater e il cinema), nasce legata alla tecnologia e perciò si spinge fino alle forme di ricerca artistica delle nuove tecnologie biologiche legate alle speculazioni sul DNA, includendo quindi la Bio art (arte che usa materiale vivente come ‘tavola-supporto’ per le sue opere), la Eco art (arte rivolta all’ambiente e all’ecologia), così come si spinge alle nuove forme di ricerca artistica delle nuove tecnologie legate alla robotica e alla fisica come la Robotic Art (arte che usa i robot e le tecnologie della robotica) e la Quantum art (arte che usa i quanti come materiale espressivo di comunicazione), la Nano art (arte che utilizza le nanotecnologie). Le New Media art riferite alle nuove forme di comunicazione, alla vita e alle tecnologie più avanzate possono essere viste come parte della categoria della Technoetic art, in quanto la Tech-noetica è una disciplina che si pone l’obiettivo di riflettere sull’impatto delle tecnologie sulla coscienza umana senza far distinzione tra l’umido vitale, il wet, e il secco tecnologico, il dry, e creando la categoria di mezzo del moist, l’emulsione metaforica del circolo vita-tecnologia-vita.
La New Media Art quindi è composta dall’intersezione della storica Video art con l’altrettanto storica Arte tecnologica. La Video art è paradigmaticamente cambiata con l’avvento dei mezzi di comunicazione digitali, che hanno portato l’interattività e l’abbattimento dei costi, e anche il cinema ne è influenzato e ne è paradigma l’opera dell’autore tedesco Werner Herzog che negli anni duemila realizza i documentari White Diamond (2004), The Wild Blue Yonder (2005), Grizzly Man (2005) portando a compimento una speculazione sul dispositivo cinematico iniziata trent’anni prima con Fata Morgana (1971) e fornendo così un modello concreto di nuova arte cinematica.
L’Arte tecnologica sta paradigmaticamente cambiando anch’essa grazie al crollo dei costi della tecnologia e grazie alla divulgazione scientifica che si estrinseca in una cultura scientifica distribuita a tutti i livelli della popolazione globale, “crowdsourcing science”, passando così da un oscuro sapere per iniziati a un vero e proprio atteggiamento sociale. Gli impatti di queste nuove tecnologie  e forme di pensiero sull’uomo stanno ridefinendo le proporzioni dell’animale uomo e della sua cultura e la New Media Art si occupa proprio di indagare queste nuove proporzioni.
L’avvento e la diffusione delle tecnologie digitali permette alla New Media art di rendere tangibili molte delle speculazioni concettuali del modernismo novecentesco. Con la New Media Art la speculazione teorica dell’artista diventa un’esplorazione esperienziale in forma di istallazione, performance, scultura robotica, oggetto intermediale, ecc ecc. L’apparentamento con le speculazioni del modernismo è anche visibile nell’eredità Dadaista della New Media Art, nelle intuizioni teorico-artistiche di Lazlo Moholy-Nagy, negli esperimenti tecno-espressivi dei futuristi. I dadaisti si ponevano come voce critica verso le incoerenze della società industriale, allo stesso modo le topiche della New Media art includono le riflessioni sulla politica, sui diritti, sulle etiche della nuova società informazionale. Si può quindi sostenere che il movimento dada fu una reazione all’industrializzazione della storia e della cultura e che la New Media art è una reazione alla cibernazione culturale susseguente all’avvento delle tecnologie informatiche e digitali nella seconda metà del XX secolo. Fanno parte della New Media art molte forme tipiche di questi movimenti come l’azione politica, il readymade, la performance, il sincretismo delle tecniche, l’uso dell’ironia e dell’assurdo, la celebrazione della tecnologia, l’utilizzo della poesia e delle notizie. Inoltre, come sostengono Tribe e Jana, «La Pop art è un altro importante antecedente. Come i dipinti e le sculture pop, molti lavori di New Media art si riferiscono e sono collegati alla cultura commerciale», e anche «[...] l’arte concettuale, (è) un altro significativo precursore della New Media art [...]».
La New Media Art è un’arte globale, infatti grazie al suo legame con il medium dell’Internet ha una diffusione mondiale. Ciò è stato reso possibile dal fatto che uno dei denominatori di questa prassi artistica è la presentazione dell’opera tramite un sito web raggiungibile da qualsiasi parte del globo e in qualsiasi momento. Inoltre l’utilizzo della tecnologia web come display per presentare l’artwork ha recuperato la forma della scrittura e ha fatto si che accanto alle immagini dell’opera venissero presentati i testi di progetto, di elaborazione e di commento dell’artista-autore. Parallelamente la tecnologia del forum ha reso possibile il commentare le opere presentate, dando origine a un vero e proprio confronto-dibattito globalizzato sull’agenda artistica delle topiche e degli stessi new media. In conseguenza di ciò i siti Internet delle opere non sono rimasti confinati nel ruolo di semplici display ma sono diventati dei veri e propri canali editoriali di una emergente comunità culturale internazionale.
Contemporaneamente i Festival d’Arte riferiti alle New Media Arts, come Ars Electronica a Linz Austria, o l’itinerante ISEA, International Symposium Electronic Arts, si sono trasformati in manifestazioni culturali di ricerca, luoghi dove viene presentata un’agenda dei temi della contemporaneità assumendo molte identità tipiche della speculazione politica, filosofica e scientifica.
Questo è avvenuto per una serie di fattori: le tematiche d’innovazione presentate dalle stesse opere, la tendenza ad accompagnare le opere con testi critici, l’interesse trasversale tra le discipline, il recupero metodologico innescato dai team artistici misti tra tecnologi-artisti-scienziati-filosofi, le talvolta presenti speculazioni politiche. In questi Festival sono stati introdotti i simposi che vedono non gli artisti impegnati a presentare le opere ma che vedono anche molti teorici, storici, filosofi, studiosi dell’arte, dei media studies, dei cultural studies presentare loro saggi critici su questo o quell’artista e su opere, idee, concetti.
Esiste anche un’eredità critica alla New Media art, questa critica affonda le sue origini nella reazione antitecnologica degli anni ’70. Tale reazione portò alla fine dello sviluppo dell’Arte tecnologica e fu un naturale risentimento dovuto all’iperfiducia verso la tecnologia. Fu il risultato di una serie di clamorosi errori come lo scandalo DDT, e nacque dal rifiuto della guerra ‘tecnologica’ della bomba atomica e all’epoca rappresentata dal conflitto in Vietnam. La New Media Art nella fine degli anni ’90 viene enfatizzata dalla cosiddetta New Economy, dalla nascita del NASDAQ (la borsa delle aziende operanti nell’Internet e nell’informatica). In questi anni rinasce un senso generale di entusiasmo e fascinazione verso le tecnologie digitali. Si creò un livello di interesse da parte di attivisti, registi, artisti di performance, artisti concettuali ecc. che spinse economisti e top manager a interessarsi ai New media per scopi di lucro finanziario, politici e amministratori per scopi politici, filosofi e studiosi di cultural studies per indagarne le ricadute culturali, dando origine a un movimento sincretico che univa tutte le opere, le categorie, gli obiettivi, i fini, in un ambiente comune di cooptazione e di collaborazione. E’ questa quella che Richard Barbrook e Andy Cameron hanno definito l’”ideologia californiana”, ovvero un’utopica rivisitazione dell’eredità della beat generation, che passò dalle speculazioni sulle tecnologie chimiche del cervello alle speculazioni sulle tecnologie dell’informazione della rete e dei Personal Computer e dalle radici ecologiste fino a un vero utopismo tecnologico, questa tendenza fu incarnata dalla mutazione di The Whole Earth Review, rivista di ispirazione ecologista, in Wired, rivista di tecnologia, cultura, economia, che fu uno dei maggiori successi editoriali degli anni ’90. Mentre in letteratura si poteva osservare l’affermarsi della fantascienza cyberpunk, con i racconti di Steve Gibson, Rudy Rucker, l’influenza di Philip K. Dick, l’avvento della letteratura a fumetti giapponese, e al cinema di opere quali Blade Runner, Ghost in the Shell.
Proprio quando “l’ideologia californiana” sembrava aver definitivamente cancellato i fantasmi antitecnologici degli anni ’70 avvenne il crollo della borsa e della New Economy, e tutto quello a essa collegata, come la New Media Art, vennero rimessi sotto il sospetto e la critica. Emergono quindi i lati oscuri della tecnica, come il controllo, il panopticon, la capacità di dettagliare il valore, di parcellizzare il potere in forme diffuse e non visibili, l’abbattimento della qualità, la diffusione di una Hobby art, e restano i valori positivi tra cui quello di essere una forma d’arte “diffusa”, una “crowdart intenzionale”, almeno apparentemente portatrice di una valorosa “intenzionalità” che la avvicina alla forma della ricerca, che oggi si apre a una visione archeologica dei media che permette un approccio critico e sostanzializzato, per quanto possibile, a un’arte la cui definizione è sempre e comunque nuova. [viii]

Voce 9: Intermedia – E’ un concetto che veniva utilizzano a metà degli anni sessanta del novecento dall’artista Fluxus Dick Higgins, con l’intento di descrivere la predominante attività di sincretismo interdisciplinare tra i generi che si sviluppò nella sesta decade dello scorso secolo. In questo senso le aree come quelle tra la pittura e la poesia, la pittura e il teatro, possono essere descritti come intermedia. Sono passate tre decadi dall’invenzione del Personal Computer, questa nuova macchina computazionale possiede una capacità isomorfica senza precedenti nella storia tecnica dell’uomo, e il suo elemento primo, l’elettricità, aggiunge una capacità magnetica di attrazione, così che il principio di Intermedia ne è rafforzato in nuove categorie pronte a occupare le forme della cultura umana: la narratologia degli spazi e il videomaking, l’azione giocosa e la sinestesia-cinestesia, la nuova estetica ibrida tra arte e scienze. Si potrebbero creare nuovi generi in una nuova arte che attraversa i confini dei media riconosciuti. L’arte diventa una strategia di poiesi ambientale, ovvero serve per creare quei sempre e comunque nuovi territori del senso che ci permettono di agire la nostra specificità naturale: la creazione di sempre e comunque nuovi significati. In un ambiente dove natura e tecnica si fondono in un unicum si viene a creare un territorio del senso compiutamente postumano. [ix]

Voce 10: Shock del futuro Il futuro è quella parte di tempo che ancora non ha avuto luogo; se lo definiamo da un punto di vista relativo è il settore dello spazio-tempo nel quale si trovano tutti gli eventi che ancora non sono accaduti. In questo senso il futuro è ovviamente l’opposto del passato, ovvero quel settore dello spaziotempo dove i momenti e gli eventi sono accaduti. Tra passato e futuro sta il presente, ovvero quella parte di eventi che stanno accadendo proprio adesso in questo momento.
L’essere umano in quanto animale simbolico ha bisogno di una predizione degli eventi che accadranno. Infatti esso è dotato di immaginazione la quale permette di formulare ipotesi, e “vedere” un modello plausibile di una certa situazione senza osservarla realmente. La storia, all’interno del magistero virtuale, riesce a costruire modelli di futuro verosimile, che possiedono una grande forza seppur quasi mai si sono rivelati veri. La logica, all’interno del suo magistero, permette di prevedere conseguenze inevitabili di azioni e situazioni e riesce a dare informazioni sugli eventi del futuro. L’induzione e l’inferenza, invece da un altro punto relativo, permettono di associare una causa alle sue conseguenze, una nozione fondamentale per ogni predizione del tempo futuro. – L’evolversi casuale dei processi naturali, ha reso la previsione del futuro lo scopo, molto ricercato, di buona parte della cultura. Infatti quasi tutta la scienza fisica può essere letta come un tentativo di fare predizioni quantitative ed oggettive sugli eventi. Anche nel punto di vista religioso il futuro forma un argomento centrale: le religioni, così come le ideologie, sono sistemi fondati su delle profezie,  facendo così spostano la ri-soluzione dei problemi in un futuro ideale.
Ma oggi, a 40 anni di distanza dalla pubblicazione di Expanded Cinema, questo modello è in crisi poiché a causa dell’accelerazione informatica, il contemporaneo non riesce ha produrre significati  condivisi  e quindi ‘generalmente veri’, bensì produce un collasso tra invenzione tecnica e ambiente umano, tale per cui viene meno la possibilità di creare un nesso oggettivamente condiviso tra segno e significato, ovvero si verificano esperienze soggettive che a causa del crollo dell’intervallo, tra l’esperienza e la sua condivisione sociale, non riescono a produrre segni per dei nessi oggettivi, così che le esperienze vengono inoculate nel corpo sociale senza riflessione. Il corpo culturale dell’uomo quindi, bombardato di stimoli dovuti a sempre e comunque nuove innovazioni, viene sovraccaricato di significati non condivisi ed entra in uno stress che con un effetto simile all’ipnosi, lo porta letteralmente a ‘staccare’, lasciandolo in una sorta di ‘stasi culturale’. L’uomo è come ‘ipnotizzato’ dalla sua stessa tecnica.
Ma il futuro è sempre e comunque un fenomeno nuovo, che proprio perché futuro non può essere reale. Esiste il futuro virtuale che sta tutto nella capacità umana di creare storie e miti, ovvero di costruire narrazioni, le quali creano profezie e visioni escatologiche. Ecco che la letteratura fantascientifica si è posta come arte per antonomasia della riflessione più aperta, conflittuale e sovversiva, del futuro. Ed è proprio in questa categoria che sta Expanded Cinema, quando ipotizza con le sue visioni un futuro possibile dandoci così un contributo adattivo alla fine di un millennio e all’inizio del nuovo.
Ma, per scompaginare le carte, è altresì vero che esiste un altro futuro che è quello di una singolarità. Il termine singolarità indica in generale un punto in cui un ente, sia una funzione o una superficie, “degenera”, cioè perde parte delle proprietà di cui gode. In questa fase della tecnologizzazione siamo già in una singolarità tecnologica, ovvero in un punto nello sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprensione e previsione di coloro che vivono. Questo perché il futuro si basa su una produzione di miti legata alle tecniche che impattano nel nostro immaginario, e nella storia dell’uomo si sono alternate differenti tecniche che hanno avuto effetti sulle forme e sui significati culturali umani. Ogni differente tecnica produceva una differente cultura e un differente potere, e poneva il futuro in modo differente rispetto alla cultura e al potere che generava. Dal XVI al XIX secolo la tecnica era quella tipografica della stampa e del potere delle costituzioni e degli stati nazione (apparato burocratico, esercito stabile, sistema fiscale, e poi sistema educativo); i miti del futuro si sono raccolti nella produzione letteraria che va da Frankestein, il prometeo ritrovato di Mary Godwin Shelley a La Notte che bruciammo Chrome (1981) di William Gibson. Oggi questi due romanzi sono noti più nel loro adattamento cinematografico, Frankestein (1910, 1931, 1994) e Johnny Mnemonic (1985), infatti nel XX secolo la tecnica deputata a distribuire questi miti è diventata il cinema, nuova arte che sposa il futuro in Metropolis di Fritz Lang (1921) fino a Blade Runner di Ridley Scott (1982).
Con la nascita dell’informatica è avvenuta una accelerazione esponenziale della ricaduta tecnica delle possibilità sull’uomo: la radio ha impiegato 36 anni per raggiungere 50 milioni di utenti e diventare un medium di massa, la televisione 18 anni, il cellulare 10, internet 5 e facebook 6 mesi, questa accelerazione è dovuta alle immense potenzialità di calcolo e creativo-connettive che l’informatica possiede. Ma il futuro si distingue attraverso il dominio o egemonia narrativa di un “novum”(novità, innovazione) finzionale convalidato dalla logica cognitiva del proprio tempo. Questa logica cognitiva è il prodotto principe della cultura dominante, la quale è sempre e comunque un prodotto della tecnica che fa da sfondo all’umanità. Per questo oggi, in un passaggio ecotonale tra tecnica tipografica e tecnica digitale, le metafore vanno necessariamente aggiornate pena la costruzione di un futuro già obsoleto che non può che portare a un presente sotto shock. I pattern logico cognitivi, dovendo essere condivisi nascono come già obsoleti e perdono molto del loro valore. La fantascienza è un lavoro sull’immaginario sociale, e in questo senso Expanded Cinema è stato un lavoro di fantascienza in cui le metafore sono quelle di una generazione di individui del novecento: la beat generation, il movimento beatnick, la mescalina e i logaritmi computazionali e la chitarra elettrica. Tuttavia in quanto fenomeno dell’industria culturale nel Novecento, la fantascienza non prendeva le mosse, come l’utopia, da una idea originale e ideale di natura, ma dalla natura come era stata trasformata nella fase espansiva del capitalismo. L’immaginario della fantascienza dagli anni dieci ai sessanta del Novecento era collegato al sogno di un’espansione illimitata della produzione, e ha partecipato a costruire una saga dell’energia che si autoriproduceva, un inno alla tecnologia come prolungamento potenzialmente infinito dell’uomo e delle sue capacità. Come ha sostenuto Antonio Caronia, dagli anni Settanta in poi, la fantascienza accompagnò la mutazione dell’economia e della società in senso postfordista, registrando e proiettando la crisi di quel modello titanista e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario: le tematiche dell’equilibrio ecologico del pianeta scosso e minacciato, la contaminazione delle tecnologie coi corpi. Ma negli anni ’70 la scienza dell’informatica si è messa ad andare a tutto regime, e ha aumentato esponenzialmente le innovazioni e le novità, per questo ha portato nei successivi due decenni al collasso tra esperienza e significato culturale. La fantascienza è morta nel momento in cui la società è entrata in una singolarità culturale perché progetta troppo futuro. E se la fantascienza è morta, la stessa cosa si può dire del cinema.
Ed ecco lo shock del futuro: in una singolarità tecnologica il cinema in sé è morto, svuotato dei sui significati storici e predittivi, è diventato un mero strumento vernacolare della comprensione e della cultura umana. Esso però, diventa letteratura e per una nuova valorosa élite, rinasce sulle sue ceneri come strumento artistico-cognitivo quando recupera le forme e i modi della macchina da presa, della sceneggiatura, diventa disciplina controambientale di conoscenza e si fa pratica del quotidiano attraverso documentalità digitali sempre in atto. [x]

Voce 11: Nuova Cultura. Nel gennaio 2013  in un seminario su ‘Trascendenza e tecnica’ tenuto al Planetary Collegium di Milano, Giovanni Leghissa ha presentato la tecnica come comportamento dell’uomo che manipola l’oggetto; in queste lezioni il filosofo italiano vede la tecnica come un prodotto di comportamenti, i quali necessariamente implicano il corpo. Questa visione fa divenire qualsiasi oggetto naturale, se manipolabile e manipolato, un artefatto. Quindi si crea un sistema in cui la materialità degli oggetti retro-agisce su di noi, mentre la nostra produzione di artefatti retro-agisce sul mondo. Nelle ricerche emerge come da Platone al XX secolo, il corpo è stato oggetto di una svalutazione a favore di una mente trascendente, e da questo punto di vista svalutare il corpo ha significato svalutare la tecnica. La scrittura è un fenomeno della tecnica ed è recente, ha prodotto e produce uno shock culturale dell’immaterialità del vero, ovvero la diade soggetto e predicato, che se presa troppo sul serio porta a credere che esista l’immateriale ovvero lo spirito (ed è anche l’origine di ogni violenza). Al contrario Charles Darwin sostiene che il pensiero è un gesto. La tecnica come proiezione del gesto è al centro del pensiero, infatti senza riga e compasso non ‘costruiremmo’ le figure/pensiero di Euclide, che sono appunto posture del vero. Ecco quindi che nel XXI secolo l’Europa può finalmente tornare ad essere una piccola penisola asiatica e abbandonare il dualismo parmenideo tra soggetto e oggetto, ritrovando quel nichilismo positivo della comprensione del legame tra elementi che è testimoniato dalla scuola Mahayana del Buddhismo. Gene Youngblood in Expanded Cinema propone proprio un soggetto esteso che è appunto un individuo-artista che si fa mezzo e processo e che non è diviso dall’oggetto che osserva e manipola, non lo fa predicato, bensì lo integra in un soggetto esteso da un nuovo Cinema Intermediale. E’ un nuovo aspetto della materialità ovvero del rapporto con gli oggetti. Non ci immaginiamo più come padroni della tecnica, ma come nodi di interconnessione con gli oggetti, così non siamo più semplici spettatori del cinema divisi dallo schermo di seta, bensì stiamo nel flusso della proiezione, e  diventiamo postura e interazione tra la nostra identità e la sua stessa proiezione nella tela bianca cinematografica.  In questo senso l’oggettualità artistica degli artefatti descritti da Gene Youngblood si pone come luogo teoreticamente denso che porta a un ripensamento del soggetto umano. Questo perché in Expanded Cinema è centrale l’importanza del ripensamento della macchina: la macchina cinematografica è  –paradossalmente- qualcosa di molto naturale e poco artificiale. Infatti viene posta come un continuum tra la vita e le sue esperienze: non c’è differenza strutturale tra il cinema frontale e il cinema immersivo. Ma c’è una differenza antropologica, culturale, che retro-agisce sui nostri fenotipi. [xi]

Questi punti che il libro di Youngblood tratta prefigurano il bisogno di un nuovo contegno umano, che è proprio in attesa di realizzarsi quando le nuove generazioni di studenti potranno liberarsi delle forme tipografiche predominanti con cui sono obbligati a convivere durante la loro formazione. Tale nuovo contegno necessariamente deve prevedere l’avvento di una nuova generazione di docenti e ricercatori cresciuti e formatisi con le stesse modalità espanse intuite e prefigurate in questo testo in una nuova dimensione sincretica tra elettricità, testo e corpo.

Francesco Monico
Milano, 18/02/2013

Note:

[1]  Tv Bra for Living Sculpture di Nam June Paik e Charlotte Moorman, Howard Wise Gallery, New York 1969.

[2]  Contact: A Cybernetic Sculpture di Les Levine. Museum of Contemporary Art, Chicago,1969.

[3] Wittgenstein, L.,  Ricerche filosofiche, cit., § 65

[4] Ndr., Alcuni critici potrebbero contestare il suffisso New, davanti a quella che viene da molti indicati come semplice media art (o Video art di Nam June Paik, Bill Viola, Vito Acconci, Paul Ryan… ). Tuttavia da più voci si sostiene che la Media Art è sempre esistita, poiché anche un quadro è un medium, così come un arazzo. Con New Media art vorrei quindi indicare quell’arte nata dall’impatto delle tecnologie elettroniche sull’immagine e sul suono, e in questo senso la data del 1965 può quindi essere indicativa.

[i] Glossario/Lexicon: note all’edizione italiana

I testi citati sono divisi per capitoli, la dove si ripetono, e ciò avviene spesso data l’unità dell’argomento, ho ritenuto opportuno non citarli nuovamente per non creare ridondanze, le quali peraltro possono essere accettate.

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Warburton N., La questione dell’arte (The Art Question), Einaudi, ISBN 9788806167974.

Wittgenstein, L.,  Ricerche filosofiche, cit., § 65.

[ii] Paleocibernetico Vs Postumano

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[v]  Dramma

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[vii]  Cinema Sinestetico

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[x]  Shock del futuro 

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[Foto in apertura: Gene Youngblood]

 

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Note all’edizione italiana di Expanded Cinema di Gene Youngblood: un glossario minimale

Storia di una linea (aerea)

Vibrissebollettino - Dom, 19/05/2013 - 17:06

Fotografie scattate tra Cesena e Rimini, anni fa. gm


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Antologia personale / 6

Vibrissebollettino - Dom, 19/05/2013 - 11:06

Parigi, Beaubourg, Centre Pompidou (Rogers-Piano)

[Sotto la rubrica "Antologia personale" pubblicherò o segnalerò opere letterarie, musicali, visive, teatrali ecc. che, per una ragione o per l'altra, sono state importanti per la mia vita. La cosa andrà avanti per un certo tempo. gm]


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La montagna, la città, la scrittura: un’intervista a Paolo Cognetti

La poesia e lo spirito - Dom, 19/05/2013 - 11:00

Paolo Cognetti, due raccolte di racconti “Manuale per ragazze di successo” (2004) e “Una cosa piccola che sta per esplodere” (2007) pubblicate entrambe con Minimum Fax; un romanzo, di cui parleremo in seguito, entrato quest’anno tra i finalisti del Premio Strega e candidato a libro dell’anno da Fahrenheit (“Sofia si veste sempre di nero”, 2012, Minimum Fax); “New York è una finestra senza tende”, guida letteraria alla città di New York pubblicata nel 2010 da Laterza; e infine un diario di montagna, “Il ragazzo selvatico“, uscito un mese fa con Terre di Mezzo. Vorrei partire proprio da qui, da quest’ultima pubblicazione, per poi risalire passo dopo passo fino ai tuoi inizi.

1) Qual è la tua relazione con la montagna? E come si lega al tuo rapporto con la scrittura?

È il luogo in cui passavo le estati da bambino, un paesaggio che conosco bene e che mi fa stare bene. O potrei dire: è il posto in cui mi sento libero. Mi piace la montagna meno battuta: preferisco i pastori agli alpinisti e gli animali agli uomini, e stare via per qualche giorno senza incontrare nessuno, dormire dove capita, pescare nei laghetti, rotolare giù per i nevai e passare in alto dove non c’è il sentiero. Poi scrivo. La mia scrittura è soprattutto un lavoro sul togliere, cercare la parola giusta, dire le cose nel modo più semplice e preciso, illuminare l’essenziale. Una scrittura che nasce dalla solitudine e dal silenzio, un po’ come la lingua dei montanari.

2) Quando parli di montagna e del tuo relazionarti alla natura, a me vengono sempre in mente due cose: la prima è il Jon Krakauer (e il Chris McCandless) di “Into the wild”, che tu stesso citi come una delle tue, chiamiamole così, fonti d’ispirazione. L’altro è il Kerouac dei “Vagabondi del Dharma” e di “Big Sur”, forse per l’immagine dello scrittore che deve isolarsi per ritrovare l’attenzione e la concentrazione necessarie allo scrivere. Quanto di tutto ciò hai messo ne “Il ragazzo selvatico”?

La storia di Chris McCandless mi è stata di grande ispirazione. Quando si parla di lui tutti sembrano colpiti più che altro dalla sua morte, a me invece ha colpito la sua vita. Uno studente modello, un bravo figlio e un ragazzo dal promettente avvenire che lascia tutto e passa due anni a vagabondare per l’America, e poi quattro mesi da solo nei boschi d’Alaska. Ho pensato che lo capivo bene, e che volevo fare qualcosa del genere anch’io. Chris ci era andato inseguendo Jack London e Tolstoj, questo per dire che a volte i libri cambiano la vita, se un lettore è disposto ad alzarsi dalla poltrona e farsela cambiare. Anch’io credo che non sarei andato in montagna se non avessi letto Krakauer, e Thoreau, e Mario Rigoni Stern. La scrittura è venuta dopo. Quando sono partito gli amici mi chiedevano: sei andato lassù a scrivere? Io rispondevo che per il momento ci ero andato a vivere, e questa cosa nessuno la capiva.

3) Dalla montagna, alla città. Dall’Italia all’America. NY in particolare: Brooklyn, che compare spesso nei tuoi scritti. Mi piacerebbe sapere in che maniera è nato questo amore, e se consideri queste due realtà, la metropoli e la montagna, opposte, complementari o simili.

È anche questo un amore nato dai libri. Ho letto tante di quelle storie newyorkesi che quando alla fine ci sono andato mi è sembrato di tornare a casa. Anche adesso a Brooklyn mi sento a casa, tanto quanto in montagna. Nella mia testa non sono realtà opposte ma due tipi diversi di solitudine. Immagino dipenda da come uno vive la città: a New York a me piace molto camminare e guardare, preferisco la mattina presto alla sera tardi e la periferia al centro, vado in cerca dei luoghi poco popolati, cerco di leggere la storia che raccontano. Un mio posto dell’anima è Red Hook, il porto dismesso di Brooklyn. Un altro è Coney Island d’inverno. Dove c’è molto oceano e molto cielo, e non è raro ritrovarsi da soli nel silenzio. Non ho intorno nevai e pietraie ma mi sento un po’ nello stesso modo.

4) Parlaci di Sofia. Una delle cose che mi hanno maggiormente colpito di lei è la maniera in cui, come tutti i personaggi ben riusciti, sembra aver assunto una sua vita, che travalica le pagine e diviene quasi presenza autonoma, respirante. Quando è nata Sofia? Come si è trasformata? E quanto ti ha trasformato?

È nata da un racconto scritto nel 2005, “Pelleossa”. Lì Sofia non c’era ma c’era una clinica di montagna per anoressiche, e un personaggio, Margot, che in un certo senso è la sorella maggiore di Sofia (per questo l’ho fatta tornare, volevo che loro due si incontrassero). All’inizio Sofia era questo: una ragazza scheletrica dal pessimo carattere, sfrontata e profondamente ribelle, tanto che a un certo punto si ribella anche contro l’obbligo di stare al mondo, e tenta il suicidio. Poi è diventata una bambina che gioca coi maschi. Poi una giovane donna che vuole fare l’attrice. L’ho scoperta un po’ alla volta anch’io. Non so dire se mi abbia trasformato, di certo mi ha fatto compagnia per tanto tempo.

5) “Sofia si veste sempre di nero” è piaciuto a tutti, critica e pubblico. Non succede spesso in Italia. Quanto hai impiegato a scrivere questa storia? E dove l’hai scritta?

Ci ho messo quasi cinque anni, tra Milano, la montagna e New York. Me la sono portata dietro dappertutto nei miei quaderni. In mezzo c’è stato un periodo di crisi, in cui mi sono bloccato per mesi senza capire come proseguire; e c’è stato anche un anno di grazia in cui la scrittura è sgorgata felicemente. Alcuni racconti che ho letto nel frattempo mi hanno aiutato molto. Te ne dico alcuni: “Train Dreams” di Denis Johnson è stato molto importante per la definizione di Roberto, “Gente del Wyoming” di Annie Proulx per il rapporto tra Marta e Rossana, “Ortiche” di Alice Munro per Sofia bambina. I miei percorsi di lettore guidano la mia scrittura, è sempre stato così.

6) Stai facendo uscire, soprattutto online (ho letto un brano sul tuo blog e un altro sulla rivista Tina di Matteo B. Bianchi) brani che non hanno trovato posto nell’editing finale del romanzo ma che comunque stupiscono per bellezza, profondità ed equilibrio narrativo. Sofia è presente in questi testi come nel romanzo. Molti lettori, addirittura, l’hanno conosciuta prima attraverso questi racconti e poi, successivamente, nel libro. Altri, dopo aver letto il romanzo, sono andati a cercare le parti che non vi sono rientrate. Io stesso aspetto ogni volta d’imbattermi in un nuovo brano. È come incontrare per strada un volto che si conosce. Continuerai a farli uscire? Che destino avranno?

Non saprei. Sofia è sempre viva nella mia testa ma, più che storie, ora mi vengono in mente frammenti di lei, un luogo in cui è stata, una persona che ha incontrato. Non penso a un nuovo libro, se è questo che intendi. Però mi piace che lei sfugga ai recinti tradizionali e vada a invadere altri territori, fa parte del suo carattere.

7) New York ha un ruolo importante nella tua vita. Ci hai girato una serie di documentari nel 2004, “Scrivere New York”, e ne hai anche pubblicato una guida letteraria con Laterza nel 2010. Al di là del fatto che ogni città, come ogni Paese, ha una propria personalità e un proprio respiro, sapresti indicarmi tre cose di NY che vorresti trovare anche nelle nostre città? (Ad esempio a Milano).

La gioia di vivere. È una città piena di umanità e di energia, e ti mette addosso una gran voglia di scrivere, viaggiare, fare progetti. La tolleranza verso tutti i tipi di diversità. L’accoglienza: dopo una settimana a New York sei un newyorkese anche tu. La bellezza.

8) Le tue due prime raccolte di racconti “Manuale per ragazze di successo” e “Una cosa piccola che sta per esplodere” sono stati casi letterari. In Italia, malgrado la grande tradizione delle novelle, dal secondo dopoguerra in poi le storie brevi hanno trovato sempre poco spazio. Da dove è nato il tuo amore per la narrativa breve? Credi che la tendenza, in Italia, andrà invertendosi?

Non è un caso italiano. L’eccezionalità sta semmai nello spazio che i racconti hanno trovato nella letteratura americana, e ci sono motivi ben precisi (l’importanza delle riviste letterarie, i corsi di scrittura universitari). Nel resto del mondo governa il romanzo e non solo gli editori, ma anche i lettori guardano con diffidenza alle raccolte di racconti. Io credo che siano due esperienze di lettura molto diverse. Leggere un romanzo significa immergersi in una storia, passarci del tempo, quasi viverci dentro, ed è una cosa bellissima quando ti succede; il racconto è più simile a una poesia, se è buono ti dà una piccola illuminazione, un breve momento di grazia. Io da lettore ho cercato per molto tempo questa esperienza. Allora ho amato Carver, Salinger, Hemingway, e poi Grace Paley, Flannery O’Connor, Alice Munro, ed è stato naturale mettermi a scrivere racconti. Ma credo che sarà sempre una forma minore, in termini di pubblico, proprio come la poesia.

9) L’ultima domanda ha a che vedere col principio: ovvero col momento da cui tutto inizia e un bambino prende in mano una penna e si mette a scrivere. È una cosa su cui tutti gli autori riflettono, anche se non tutti amano parlarne. Non voglio entrare nell’annosa (oltre che noiosa) questione di cosa faccia di uno scrittore uno scrittore: vorrei solo sapere quando il bambino Paolo ha preso la penna in mano per cominciare a scrivere le sue prime storie.

Non ero un bambino, avevo diciott’anni. È un mito un po’ ridicolo anche quello che uno scrittore sia uno scrittore fin dalla culla, come se scrivere fosse il suo destino. Io almeno non ci credo. Da bambino volevo fare il falegname, da ragazzo il matematico. Poi ho avuto un’adolescenza tumultuosa (da dentro; da fuori ero un bravo figlio e uno studente modello, tanto per tornare a “Into the Wild”), in cui le uniche risposte le ho trovate nei libri, e ho cominciato a leggere voracemente. Un giorno, in quinta liceo, mi è capitato in mano un bando per un concorso letterario tra studenti milanesi, c’era da scrivere un racconto di cinque cartelle a tema libero, e io non resisto alle gare, se mi sfidi gioco a qualunque cosa. Mi sono chiuso in camera e ho scritto una storia in cui io e il mio migliore amico scappavamo in macchina verso non si sa dove. Poi non ho più smesso.


Un calcio alle menzogne

Nazione Indiana - Dom, 19/05/2013 - 07:30

di Gianluca Veltri

Non sarà necessario riaprire il rosario pasoliniano dell’«io so». Quel misto di acume intellettuale e buonsenso popolare che spinse lo scrittore di Casarsa alla sua preveggente scomunica: «io so […] ma non ho le prove». Noi sapevamo, abbiamo sempre saputo che Denis Bergamini non si era gettato sotto a un tir.

Lo abbiamo sempre sentito in una parte di noi più intima, che non mente mai, che non può mentire. Sappiamo decifrare gli scricchiolii troppo stridenti. Quando ci raccontano una bugia, ci accorgiamo che i conti non tornano. E i conti, nella fine di Bergamini, non tornavano già da quella sera di novembre, tragica e nera, quando ci riempirono gli occhi e la testa di frottole. Dentro di noi qualcosa protestava. Il nostro cuore urlava «NO», e non era solo un fatto di cuore. Non c’era bisogno d’essere un ultrà per rifiutare quella verità confezionata, vile, accomodata. Non c’era bisogno di essere un acuto pensatore per affermare con la massima certezza: «non ci sto, le cose non sono andate così».

Ci dissero che Bergamini era passato a prendere la fidanzata un sabato pomeriggio di novembre del 1989, abbandonando di soppiatto il ritiro della sua squadra, il Cosenza. Che in un preda a uno stato febbrile di parossismo e panico, si avviò insieme a lei in macchina verso Taranto, per poi fermarsi sulla SS 106 all’altezza di Roseto Capo Spulico, scendere dall’auto e gettarsi sotto a un TIR in corsa.

Sapevamo, abbiamo sempre saputo, che tutto questo non è mai avvenuto, non così; però non abbiamo mai avuto prove.

Oggi sappiamo che anche gli esami obiettivi, all’epoca rilevati e relazionati, sono stati, diciamo, imprecisi. Un’opera di depistaggio è stata messa in atto. Oggi, che al dispiacere e alla rabbia fanno seguito il disgusto e l’incredulità, ci chiediamo: quale può mai essere stato un interesse così rilevante, così prevalente, da mettere in secondo piano la vita di un ragazzo di 27 anni morto ammazzato? Quale tutela era più importante? Cosa poteva esserci di tanto inconfessabile da giustificare l’impunità dell’assassino, o degli assassini, di Bergamini?

Mettiamo su due piatti di una bilancia i due pesi: da una parte c’è l’esistenza giovane di Denis Bergamini straziata e interrotta, inopinatamente. Aveva davanti a sé tanta vita. Gli è stato impedito di viverla con violenza barbara. Sull’altro piatto c’è il piano cinico di qualcuno disposto a un delitto tanto efferato. E anche vigliacco, perché, alla morte della vittima, ha voluto abbinare l’infamia, come se quella vita perduta valesse così poco da non meritare punizione per alcuno. Tanto si è ammazzato da solo, chissà cos’aveva combinato.

È importante come verrà ricordato chi non c’è più: il tempo per cui non ci saremo è molto più lungo di quello in cui siamo stati sul mondo. Il modo in cui moriamo, in cui si racconta che siamo morti, soprattutto se non assomiglia a come abbiamo vissuto, condiziona e marchia tutta la nostra vita precedente. Ebbene, il racconto della morte di Donato Bergamini è stato falsato, artefatto, stravolto a piacimento dai suoi aguzzini. Un po’ come era accaduto, una decina di anni prima, per Peppino Impastato.

La sua memoria, la loro memoria, inchiodata a una menzogna.

Possibile che sia stato considerato più socialmente considerevole, più “pesante”, l’istanza di chi ha voluto architettare e insabbiare, fuorviare e mentire, anziché il diritto di Denis a vivere, o comunque a lasciare di sé un ricordo veritiero sulla propria fine, per i suoi famigliari, per le tante persone che lo hanno conosciuto? È possibile, quando a imporre la versione dei fatti sono la prepotenza, la prevaricazione, la falsità.

Adesso, dopo quasi venticinque anni, anni di vita sottratti a Denis Bergamini e anni di disprezzo per la sua famiglia, adesso basta. Adesso per favore diteci chi lo ha ammazzato. Adesso esigiamo che si vada fino in fondo, che le indagini siano fatte come si deve, con meticolosa serietà, senza guardare in faccia a nessuno. Che non vi siano zone grigie. E che paghino finalmente la giusta pena coloro che si sono macchiati di questo delitto. Che in questi anni senza Denis hanno continuato a dormire la notte, a vivere la propria vita: ma come avete fatto? Come avete potuto?

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Un calcio alle menzogne

Dagli antipodi alle rotonde

Vibrissebollettino - Dom, 19/05/2013 - 04:57

di Alessandra Sarchi

[...] Io nei paesaggi vedo il deposito di vite umane, dedizione e tempo, l’infinità del tempo delle generazioni che su una certa porzione di pianeta hanno lasciato il proprio segno, cercando un’identità, un’appartenenza. Un po’ come nei dipinti di Arcimboldi si possono vedere le verdure o i pesci uno ad uno, oppure la figura intera che essi contribuiscono a delineare. [...] Della possibilità di meravigliarsi io sento la mancanza. Ogni volta che percorro la via Emilia e registro l’irrazionale monotonia che affastella da una parte e dall’altra dell’antica strada romana, e da una parte e dall’altra della autostrada che le scorre parallela, grappoli fitti di case (oggi sempre più sfitte, invendute, disabitate) capannoni e fabbriche (oggi sempre più in dismissione, vuoti) sorti così, come se l’unico criterio fosse quello di occupare lo spazio, mi domando: come si fa a vivere coi sogni e i pensieri schiacciati negli autogrill fatti in serie, nella spazzatura che riempie i fossi e deborda nei campi, nell’asserragliarsi dei centri storici su se stessi, come se fossero musei di qualcosa che non esiste più, nei condomini tutti uguali di aree residenziali che sono dormitori, nelle rotonde che si sono centuplicate negli ultimi dieci anni e sono l’emblema del nostro girare in tondo, e a vuoto, come i criceti nella ruota. Come si fa? [...]

Leggi tutto l’articolo nel sito di Alessandra Sarchi.

La fotografia è di Emiliano Zanichelli, dalla serie Via Emilia: campo e controcampo.


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Mentre al Salone del libro si folleggia, il servizio Sbn rischia di essere interrotto

Vibrissebollettino - Sab, 18/05/2013 - 21:29

Fotogramma dal film Centochiodi di E. Olmi

Il personale dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane (Iccu), con sede a Roma, ha diffuso nei giorni scorsi il seguente appello:

L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (www.iccu.sbn.it) non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn).
Dopo anni di costanti tagli alle spese da parte del Ministero per i Beni e le Attività culturali, a fronte dei quali si è dovuto da un lato ridurre il livello di servizio offerto, dall’altro cercare finanziamenti al di fuori del bilancio dell’Iccu, appare ormai inevitabile nel breve periodo l’interruzione del servizio.
I tagli colpiscono pesantemente anche il personale del nostro Istituto e di tutto il Mibac (ministero dei Beni artistici e culturali). Da anni i pensionamenti non vengono compensati da nuove assunzioni, ma soltanto provvisoriamente e in misura minima da collaborazioni esterne. Si interrompe così il passaggio di saperi ed esperienze che da sempre ha completato la formazione dei colleghi più giovani: è tutto il bagaglio di conoscenze tecnico-scientifiche relativo al materiale antico e manoscritto, alla catalogazione e alla gestione dell’informazione che si perde, nella totale indifferenza di chi ha responsabilità di governo.
Chiunque svolga un’attività di studio o di ricerca, e più in generale chiunque, in Italia o all’estero, sia interessato ad ottenere in lettura un documento nell’immenso patrimonio delle biblioteche italiane, conosce il Servizio Bibliotecario Nazionale e ha sperimentato l’utilità del catalogo collettivo nazionale consultabile via internet (opac.sbn.it). Ad esso accedono oggi più di 2 milioni e mezzo di visitatori l’anno, con circa 50 milioni di ricerche bibliografiche e più di 35 milioni di pagine visitate. Vi sono presenti 14 milioni di titoli con 64 milioni di localizzazi oni.
E’ passato poco più di un anno da quando il Sole 24 ore ha pubblicato il “manifesto della cultura”, dove si individuava nella valorizzazione dei saperi e della cultura il necessario presupposto per lo sviluppo e la strategia per guidare il cambiamento; più di recente, nell’ambito del Salone Mediterraneo della responsabilità sociale condivisa, tenutosi questo mese a Napoli, si è riproposto come obiettivo: “di concorrere alla definizione di strategia e strumenti per valorizzare la cultura e il patrimonio storico artistico come motore di crescita e di rilancio dell’economia alimentando la collaborazione tra pubblico e privato, profit e no profit”.
Il Servizio Bibliotecario Nazionale da più di venti anni si fonda sul decentramento territoriale e sulla cooperazione tra Stato, Regioni (che hanno costituito 83 poli regionali) e 20 Università al fine di valorizzare le iniziative locali e far convergere verso un obiettivo comune l’impegno delle 5.000 biblioteche che fino ad oggi hanno scelto di aderire.
La cooperazione nazionale e la condivisione delle risorse hanno determinato l’abbattimento dei costi della catalogazione, consentendo alle biblioteche di ottenere in pochi anni risultati non perseguibili con la gestione tradizionale; hanno innalzato il livello dei servizi all’utenza in un ambito di continuo confronto tra soluzioni sempre più avanzate sia nel trattamento dell’informazione bibliografica sia nella fruizione dei documenti. E proprio in quanto basata sulla condivisione delle risorse la rete Sbn, nata come realizzazione all’avanguardia, è stata presa a modello di buona pratica a livello internazionale.
Cessare la manutenzione e rendere insostenibile l’incremento di una tale risorsa, nella solita logica di tagli indiscriminati, è, a nostro avviso, l’ennesima offesa del diritto allo studio, alla ricerca e alla crescita culturale e pertanto riteniamo doverosa questa denuncia.

* * *

Il direttore del medesimo istituto, dr Rosa Caffo, ha diffuso successivamente il seguente comunicato:

In relazione al comunicato del personale dell’Istituto Centrale del Catalogo Unico delle biblioteche italiane del 7 maggio si precisa quanto segue:
Come già illustrato e ribadito più volte l’Istituto ha subito tagli finanziari per molti anni di seguito, tanto che ormai il bilancio dell’Iccuè quasi dimezzato e si prevedono ulteriori tagli per l’anno prossimo. La cifra assegnata non è sufficiente a garantire la continuità della manutenzione di Sbn, essendo state già effettuate all’interno dell’Istituto tutte le economie possibili, si sta andando avanti da un lato riducendo il servizio, dall’altro cercando altre fonti di finanziamenti. Inoltre il personale si è ridotto da 90 unità del 2007 alle attuali 43. In tale situazione il personale ha ritenuto doveroso rendere noto lo stato di difficoltà e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema. Il “reale” livello di allarme è questo: ulteriori tagli metterebbero a serio rischio la continuità e la qualità del servizio.

* * *

La notizia mi è arrivata attraverso Antonello Pizzaleo, che qui ringrazio. gm


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La recensione messicana

Nazione Indiana - Sab, 18/05/2013 - 20:27

Di Franz Krauspenhaar

Una brava, talentuosa domenicana o messicana di quasi ottant’anni, nata a Santora, una delle città più importanti del Melenghe domenicano o messicano, giornalista professionista: Ester Gutierrez Velva ha il curriculum tipico dello scrittore ispanico. E’ nel giornalismo, infatti, che molti scrittori sudamericani compiono i primi passi nella scrittura. Come mettere fatti e commenti rilevanti in un piccolo spazio tipografico? Il giornalismo risponde a questa capitale domanda, e dona i mezzi a chi lo vuole per riempire gli spazi di scrittura con la necessaria sapienza. A Città del Messico o a Santo Domingo, ora non ricordiamo, Ester apre la sua fortunata carriera giornalistica, che l’ha vista spaziare per anni su numerosi quotidiani e riviste molto patinate. E’ dell’65 il suo debutto nella narrativa, con il bestseller La vita ci strappa alla vita, tradotto in trentadue lingue. In seguito, altri successi di critica e di pubblico: Donne sulla strada in attesa di un uomo galante che le sostituisca il pneumatico (Premio Roditor Salsado 1977), e alcune raccolte di racconti e riflessioni: Puerto corazon, Il mondo pilota, Il cielo dei catenacci. E ora questo Uomini arrivati al caffè (Micragnos Edizioni, pagg.283, euro 14,50) con in copertina una bella illustrazione di Ruben Adriano Sosa.

Che romanzo è Uomini arrivati al caffè? Forse uno di quei libri che si approssimano con l’arrivo della stagione calda, e che devono rinfrancare gli spiriti stressati, sdraiati nelle spiagge, spiriti però dai gusti difficili, raffinati, che non s’accontentano dei soliti romanzi usa e getta, della chick literature d’importazione americana o di replica italiana alla Alessandra Appiardi, alla Contessa Garivoni, alla Stela Cambiaghi Morellani. Quei gitanti di buone letture cercano un coinvolgimento, una buona prosa di racconto, nulla che mandi in visibilio (anche il visibilio può essere un’emozione troppo forte per il gitante da spiaggia) ma che nemmeno adonti, faccia vergognare, annoi o imbizzarrisca.

Ecco, Uomini arrivati al caffè è un libro – come un romanzo di racconti, diremmo – fatto a tale modo e per raggiungere tale effetto; per cui la lettura è sempre saporosa, delicata, sfrangiata con immenso decoro. La Gutierrez Velva è una notevole affabulatrice, e ci prepara un’imbandita colazione letteraria al sacco: nelle sue storie ci sono donne che cercano uomini, uomini che cercano donne, spesso mogli, spesso mariti, e attorno gli amanti e a volte gli amici, qualche minorenne, qualche gigolò, le indispensabili escort, ma tutti più come contorni di quel piatto forte di qualunque stagione che è la coppia. E triangoli in paso doble, e tradimenti seducenti, liquidi, soffusi, circonfusi. Nel mistero dell’amore tra uomo e donna la Gutierrez Velva, donna esperta della vita e ancora capace d’innamorarsi di una situazione, di un paesaggio umano sapientemente descritto con quella precisione e affilatezza chirurgica imparata nel lungo allenamento giornalistico per giornali del Caribe ma anche del Cile, dell’ Uruguay, per il celeberrimo Le ore argentino, si cala e con lei fa calare anche noi, come spettatori-complici, come officianti di un rito sempre uguale a se stesso e sempre nuovo, e sempre intriso di mistero, nella rugiada dei sentimenti forti. E così, con questa leggiadria che in certi casi m’è parsa un po’ perdersi verso un’evanescenza allo champagne, ma senza la stucchevolezza ardita di una Sagan del secondo millennio, con questo soave procedere anche attraverso le storie più buie e tempestose, la scrittrice messicana o domenicana ha confezionato un libro per palati fini che non hanno voglia di pensarci troppo sopra, che vogliono lasciarsi in qualche modo incantare anche da una narrazione. E’ questo: il libro ci sostiene nella lettura con effetto incantatorio, fa svelare storie al limite del credibile, mettendo insieme cronaca d’un’amore e leggenda, trafiggendo come una spada i cuori attraverso i secoli, riportando alla luci passioni per troppo tempo sopite, illuminando su una situazione che sembrava stagnante col paradosso che si snoda, come un grande serpente aggregatore, lungo tutte le storie ivi descritte. E poi i personaggi: la Gutierrez Velva è una specie di complice di ogni persona che abbia amato, e così per lei sembra facile inventare –forse tirandoli fuori dal cilindro dei ricordi di giornalista – una serie squisitissima di personaggi: uomini pigri, baldanzosi, romantici, rissosi, capitalisti, ereditieri, alti, altissimi, sportivi, playboy, notabili, politici, nobili, dunque per tutti i gusti, questi Uomini arrivati al caffè sono finalmente alle prese con queste splendide Donne sulla strada in attesa di un uomo galante che le sostituisca il pneumatico, ben ritrovate tra queste fitte pagine. Sono loro, come promette il titolo, proprio questi uomini così comuni e al contempo così speciali e forse unici, i protagonisti di questo serpentesco fiume, ma capiente di storie.

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La recensione messicana

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