Sinestetica.net - Letteratura in ogni senso
  • Home

login utente

scambia informazioni

Condividi contenuti

i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 

Scuola italiana: prosegue lo smantellamento

Il primo amore - %age fa
Scuola italiana: prosegue lo smantellamento
di Giuseppe Caliceti
Il ministro Gelmini bada ai licenziamenti e dimentica i programmi. Cosa studieranno gli alunni italiani l'anno prossimo? Il Governo non lo sa.

Il più sano c'ha la rogna

Il primo amore - %age fa
Il più sano c'ha la rogna
di Teo Lorini
Vittorio Messori apologeta sul Corriere.

The Kappler Inside You

Il primo amore - %age fa
The Kappler Inside You
di Marco Rossari

Nasi rossopalla e parrucche multicolore

Il primo amore - %age fa
Nasi rossopalla e parrucche multicolore
di Giovanni Giovannetti
"Lampi sull'Eni? non credo che faremo in tempo". L'ultima pisciata controvento dell'amico dello stalliere di Arcore

Questo è Cefis (IV)

Il primo amore - %age fa
Questo è Cefis (IV)
di Giovanni Giovannetti
Terza parte di Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente, probabile "fonte" di Pasolini.

Il turno

da qui

Giornata faticosa, ieri: malati, ospedali, problemi insolubili da sciogliere in polvere d’ingegno e di pazienza per preti, laici e compagnia bella e – più spesso – meno bella. L’ultimo gruppo di fedeli maturi, almeno da un punto di vista cronologico, e finalmente a casa, dove accendo il computer per uno sguardo sul mondo virtuale, coi suoi problemi speculari, la massa gelatinosa di una rete infinita che attraversa la terra come una lava fredda. Chiudo tutto, m’infilo sotto le coperte, tirate fino al mento, in un istante perdo conoscenza, sogno, comincia un’altra vita, il rovescio di quella diurna, un programma su cui fatico a scrivere parole o premere tasti per orientare il senso. Riposo, abbandono, qualche ora di tregua dalla trincea sanguinosa e franante dell’esperienza quotidiana. Uno squillo perfora le immagini oniriche, le riduce a brandelli, prima che possa catturarne il senso. Allungo la mano, premo sul tasto che proietta l’ora sul soffitto: le due. Mi alzo, infilo le ciabatte, mi precipito al telefono, alzo la cornetta:
- Pronto! Pronto!
Non è pronto, è il solito burlone, ma questa volta sono in grado di memorizzarne il numero. Riguadagno il letto, devo riuscire a prender sonno, domani – anzi, oggi – sarà una giornata impegnativa. Mi addormento con un pensiero malizioso, di cui dovrei pentirmi.
All’alba mi sveglio, non ricordo i sogni della notte. Prendo il cellulare, compongo un numero, squilla ripetutamente, finalmente una voce impastata risponde con difficoltà:
_ Pronto! Pronto!
Mentre sto in silenzio, ripenso ai sonni persi, i sogni interrotti, la fatica di trovare pace nella trincea piena di sangue e frane delle ore che attendono il turno di essere vissute.

[ps
Sì, una giornata impegnativa: ci hanno appena sfondato il tabernacolo, vado a fare la denuncia.]


Festa della poesia a Firenze

Nazione Indiana - %age fa

19 e 20 MARZO
Biblioteca delle Oblate
Via dell’Oriuolo 26

FESTA DELLA POESIA

organizzata da
laboratorio nuova buonarroti- firenze poesia

in collaborazione con la rivista SEMICERCHIO

e con la Direzione della Biblioteca

VENERDÌ 19 MARZO, ore 21, Sala Contemporanea (1° piano)

Presentazione dell’ultimo libro di poesie di Franco Buffoni, Roma (Guanda 2009). Intervengono Cecilia Bello Minciacchi e Franco Buffoni.

Coordina Vittorio Biagini

SABATO 20 MARZO: NODO SOTTILE TIENE. FESTA DELLA POESIA GIOVANE

ore 17, Sala piano terra

– Presentazione del libro di Paolo Maccari, Fuoco amico (Passigli, Firenze, 2009)
– Presentazione del libro di Michele Porsia, Sintomi di alofilia (Perrone, Roma, 2009)
– Presentazione del Decimo quaderno di poesia italiana, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano, 2000) con testi di Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Francesca Matteoni, Luigi Nacci,
Gilda Policastro, Laura Pugno
e Italo Testa.

Interverranno, oltre agli autori, Cecilia Bello Minciacchi, Elisa Biagini, Franco Buffoni, Riccardo Donati, Stefano Giovannuzzi e Niccolò Scaffai.

Coordina Andrea Sirotti

ore 21, Sala piano terra: READING DI POESIA GIOVANE

con la partecipazione dei poeti Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Caterina Bigazzi, Marta Cantalamessa, Rino Cavasino, Giulia Chiacchella, Tommaso Lisa, Paolo Maccari, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni, Luigi Nacci,
Eleonora Pinzuti, Gilda Policastro, Michele Porsia, Italo Testa, Novella Torre

Immagine: Rosemarie Trockel, Living Means Not Good Enough

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Festa della poesia a Firenze

Related posts:

  1. La new wave della poesia italiana
  2. Dieci nuovi poeti. Quaderno del Nodo Sottile 5
  3. Fuoco amico

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.32: Cupo d’amore e con il sogno del mito. Nicola Prebenna,”Come per acqua cupa”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

_____________________________

di Giuseppe Panella

  Cupo d’amore e con il sogno del mito. Nicola Prebenna,Come per acqua cupa, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2008  

 

Nicola Prebenna non è certo alla sua prima prova poetica. Di lui vanno ricordati almeno le liriche di Dacruma (Torino, Genesi Editrice, 2001), di In Gurgite Vasto (sempre Genesi di Torino nel 2004) e, soprattutto, l’ode … E la fiaccola… vive (Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2005), un’opera tutta appassionatamente dedicata all’esaltazione del mito olimpico e al rimpianto per la terra greca in cui è vissuto per alcuni anni e che ha amato allo stesso modo della propria patria italiana e irpina.

Di questo suo ultimo testo poetico ha scritto ottimamente Ugo Piscopo nella sua Introduzione (L’epillio elegiaco di Nicola Prebenna) al volume:

«Le parole, infatti, che Prebenna adopera per la poesia, cioè per la sua missione morale e per le sue battaglie di verità, sono deliberatamente assunte da un ambito di solidità e di efficacia storicamente collaudate: appartengono a filoni metallurgici da cui è stato ricavato da sempre il materiale di combattimento che non tradisce. Devono servire e servono per supportare le operazioni programmate per gli schieramenti in campo, cioè per le composizioni poetiche, che ubbidiscono a una strategia di attacco e di sfondamento dell’acie nemica, vale a dire tutto il fronte del male, fatto di imposture, falsità, ingannevoli allettamenti, brutalità bestiali e assurde. Tale il lessico, tale lo stile, che sembrerebbe inattuale e di un autore isolato, come ha già osservato Emerico Giachery, ma che invece è di un poeta, che ha scelto di far parte per sé stesso, fuori dalle conventicole e lontano dai riti di presenzialismo, così invasivi e ingombranti nel nostro tempo» (p. 10).

E sicuramente questo privilegiare il linguaggio forte e risonante come “ferro battuto” è caratteristica forte e rilevante del lessico del poeta. Come pure lo è il suo insistere sulla dimensione mitopoietica e mitografica della dipintura poematica che si instaura nel corso della produzione di scrittura attraverso l’ispirazione che presiede al suo testo. Anche il termine di epillio ben si addice alla dirittura neo-umanistica su cui Prebenna vuole spingere a fondo il tasto del suo recupero della dimensione del mito e della vita.

L’epillio, infatti, componimento epico di carattere breve ma intenso contenente all’interno episodi diversi interconnessi tra di loro, permette la rappresentazione e il commento di episodi della contemporaneità, mantenendo fermo il giudizio duro e appassionato su di essi pur nel distacco necessario alla ponderazione della pratica letteraria.

Ne è fede, ad esempio, un testo calibrato strutturalmente su questa misura, quello dedicato alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980:

«BOLOGNA FERITA. Muta e immensa la folla nella piazza / grande all’ombra dell’orologio fermo / sulle note di morte per mano assassina / sfuggita alla condanna dell’umana giustizia, / e che gronda castigo nell’intimo del cuore; // mesti i parenti ed amici invicano / pietà e ricordo, invano reclamano sicure / verità che nessuno sa o non osa svelare; // e mentre oratori convinti e d’occasione / s’alternano al rito triste del memoriale / invisibili aleggiano torme d’innocenti, / e non sulla piazza che rumore / e arroganza si fa, bensì verso l’alto / spiccano il volo, sdegnando nel silenzio / la loro morte seconda, decretata da orde / estranee alla pietà, che odio e rancore / brandiscono, cieche al vero e stordite / dalla mania del colpevole ad ogni costo, / lupo che azzanna con falsi pretesti / l’agnello innocente. // Alle incolpevoli vittime non giova / lo schiamazzo gratuito di strilloni di professione, / silenzioso rispetto e preghiera s’addice / a chi custode si erge alla cara e devota / memoria di vittime sacrificali sul rogo / della barbarie e dell’odio. // E pace reclamano le ombre degli eroi» (pp. 60-61).

In questo testo, la passione civile, lo strazio morale e l’indignazione nei riguardi di chi utilizza simili situazioni per bieco sciacallaggio politico e/o di interesse personale diventa occasione per il ricordo dell’antica pace richiesta per gli eroi nel passato classico. La polemica diretta si placa in un’aspirazione non formale alla pace e alla meditazione sulla fallacia e l’umbratile inquietudine del destino degli uomini. In altre poesie, tuttavia, i ricordi e le aspirazioni della poesia predominano sul grido di dolore per le nequizie del presente e la vena civile stinge nella malinconica presenza della dimensione lirica:

 

«SOGNO RITROVATO. Guizzo rapido di sole fende grisaglia / da lungo sospesa tra un capo e l’altro / di felicità vissuta, senza rimpianto costruita, / e dopo aver sepolto senza malizia alcuna / slancio covato in trepida attesa; // e se deturpato il paesaggio svilisce / per sfrenati consumi e denari, / incontaminato è il volo che acciuffa / lieve battito d’ali proteso nell’azzurro; // ho speso quel poco che basta alla vita, / di noi due, e il conto non è stato salato; // ho guadagnato per caso molto di più / e ricco sono uscito dal supermercato / di un attimo di sogno recuperato / senza pretese e senza scommesse, / bello come il giglio che adocchi da lontano / e vive profumato, sottratto alla sorte / dal poeta lamentata che, colto, / il giglio tosto è passo. // E, non carpito, olezzo diffonde e perpetua, / sereno conforto adduce al pellegrino / lento nel procedere e sicuro; / all’intenso profumo di rosa deposto / sul lato del cuore s’intreccia sottile / il candore del giglio… puro e lontano» (pp. 45-46).

La poesia di Prebenda è, proprio per questa sua oscillazione tematica, tutta intrecciata e simile a un tappeto prezioso orientale, di motivi legati alla dimensione del presente del “mondo offeso” (per dirla con Vittorini) e di risarcimenti personali e lirici connessi con la verità del ricordo e della propria salvazione personale attraverso la disciplina rigorosa del verso quale maestro di vita.

Nelle sue prospettive poetiche generali, allora, la musica del verso di Prebenna scandisce la capacità di rendere conto insieme della vita e del suo andare oltre nel sogno vissuto intensamente come propria soluzione esistenziale e nel desiderio di poter durare fuori “dal supermercato” come accade alla bellezza che non ha prezzo ma solo un destino.

In questa aspirazione totale, dunque, si consuma il futuro possibile della poesia e, ancora una volta, insieme a esso la sua chance positiva di salvezza. Il “ricominciamento” (categoria fondamentale della scrittura di Prebenna, dunque) consiste soprattutto di questa volontà che si fa forza di scrittura e di aspirazione morale.

___________________________

[Quel che resta del verso n.31] [Quel che resta del verso n.33]

[Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Panella pubblicati su Retroguardia 2.0] 


carta st[r]amp[al]ata n.8

Nazione Indiana - %age fa

di Fabrizio Tonello

Il Giornale di lunedì 15 marzo, riferendo in una corrispondenza da Parigi sul risultato delle elezioni regionali, scrive: “In vista delle presidenziali del 2012, Sarkozy deve insomma darsi molto da fare. Rischia seriamente di perdere il posto”. E anche la moglie, aggiungiamo noi: documenti in possesso di Nazione Indiana rivelano che ben presto la compagna Carla Bruni tornerà in Italia. Per fare cosa? Ebbene, sembra che Pierluigi Bersani (supplente di matematica nel liceo svizzero dove la giovane Carla studiava) l’abbia convinta a prendere la guida della Commissione Femminile del Partito Democratico.

Ciò spiega anche la criptica battuta riservata ai fotografi lunedì sera da Gilberta (questo il suo vero nome), a cena da sola in un bistrò di Belleville, il quartiere più proletario di Parigi. Ai fotografi che scattavano foto da tutte le angolazioni ha detto, palesemente emozionata: “Finitela, non sono un oggetto sessuale! Aspettate qualche giorno e potrete fotografarmi in Italia, in compagnia delle mie amiche, le mondine di Lugo che sono all’avanguardia nella lotta per difendere i diritti della donna”.

I paparazzi francesi pensavano che “Mondine” fosse un nuovo marchio di moda, e che Carla annunciasse la sua partenza per l’Italia al fine di lanciare una collezione: nessuno è stato però in grado di rintracciare il ristorante “l’Ugo” a Milano, dove si aspettava che l’evento avesse luogo.

A mezzanotte, abbassata la serranda del bistrot, gestito da Vladimiro Bordiga, conosciuto da tutti come “Robespierre”, Carla ha accettato di aprirsi con Nazione indiana: “Con i giornali borghesi ci ho parlato anche troppo, ora voglio scambiare quattro chiacchere fra compagni”. E così, di fronte a un bicchiere di grappa (una bottiglia speciale inviata da Montebelluna) Carla ci ha detto perché torna in Italia e cosa intende fare nel suo nuovo ruolo.

“Non potevo restare a Parigi, men che meno con quel mostro che in un momento di pazzia avevo deciso di sposare e che, fortunatamente ora ha perso le elezioni. Come politico, Sarkozy è quanto di peggio la Francia abbia prodotto dai tempi del governo Thiers e del massacro dei comunardi. Come uomo è un maniaco, che mi ha fatto venire un principio di scoliosi costringendomi a camminare curva tutto il tempo perché non sopportava che, senza tacchi, fossi 10 centimetri più alta di lui”

E l’Italia? “Quando ho visto cosa stava facendo il governo Berlusconi mi ha preso l’indignazione e ho deciso che dovevo fare qualcosa. Sono molto grata alle mondine di Lugo di Romagna e al compagno Bersani che ha deciso di riportare il partito al suo ruolo di opposizione intransigente: mi batterò con tutte le mie forze per difendere i diritti delle donne. Ho sfilato per vent’anni sulle passerelle della moda, d’ora in poi sfilerò tutti giorni nelle piazze italiane. Mi sono comprata delle scarpe comode.”

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

carta st[r]amp[al]ata n.8

Related posts:

  1. carta st[r]amp[al]ata n.7
  2. carta st[r]amp[al]ata n.6
  3. carta st[r]amp[al]ata n.4

Arrivano i mostri!

Nazione Indiana - %age fa

ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE
Anno VIII – Quarta Serie, Numero 9

Napoli – Palazzo Reale
22 marzo 2010 ore 17:30

LA FONDAZIONE “PREMIO NAPOLI”
in collaborazione con
“Zibaldoni e altre meraviglie”
QuiEdit Edizioni
Lavieri Edizioni

presenta

“IL BADALUCCO, IL LUNATICO E ALTRI FANTASMI”
- Tre atti e una jam session -

I ATTO
“Il Badalucco”
Gianni Celati legge “I sonetti del Badalucco nell’Italia odierna” (Edizioni Feltrinelli 2010)

II ATTO
“Il Lunatico”
Ermanno Cavazzoni legge “Il limbo delle fantasticazioni” (Edizioni Quodlibet 2009)

III ATTO
“Altri fantasmi”
Giancarlo Alfano, Gianni Celati, Enrico De Vivo, Domenico Pinto, Massimo Rizzante, Marianne Schneider parlano della collana “Questo è quel mondo” diretta da Enrico De Vivo (Edizioni QuiEdit) di “Non siamo gli ultimi” di Massimo Rizzante (Edizioni Effigie 2009) e della trilogia di Arno Schmidt curata da Domenico Pinto (Edizioni Lavieri)

JAM SESSION
Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni dialogano con il pubblico su “Letteratura e fantasticazione”
IN REPLICA il 23 marzo 2010, ore 17,30, ad Angri (SA) presso il Liceo Scientifico “La Mura”

* * *

Il SOMMARIO dell’ultimo numero di “Zibaldoni e altre meraviglie”

I sonetti del Badalucco/ 4
di Gianni Celati

Verso l’al di là che ci costituisce
di Massimo Rizzante

Letteratura come fantasticazione
di Marina Spunta e Laura Rorato

Pensieri di confine
di Gianvittorio Randaccio

Nel paese di mio padre
di Eliana Petrizzi

Poeta
di Paolo Morelli

Metafisica biologica dei funerali
di Brunella Antomarini

Ma come sono bravi…
di Giordano Montecchi

Danzando tra caso e volontà
di Stefania Conte

Leggi tutto su www.zibaldoni.it

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Arrivano i mostri!

Related posts:

  1. Questo è quel mondo
  2. Estratti: Enrico De Vivo
  3. SONETTI DEL BADALUCCO

I 60 anni di Filmcritica (III)

Nazione Indiana - %age fa

[Ricorrono i 6o anni della rivista «Filmcritica», per chi voglia abbonarsi il modulo si trova qui. DP]

Filmcritica ha negli anni più volte invitato studiosi d’ogni provenienza a riflettere sull’immagine. Il caso del filosofo, psichiatra e psicanalista cileno Ignacio Matte Blanco, in Italia alla metà degli anni ottanta, è forse uno dei più clamorosi.
Il testo è tratto dalla sezione Sentire (a cura di A. Cappabianca), pp. 68-79.
(Lorenzo Esposito)

Riflessioni sulla creazione artistica
Ignacio Matte Blanco
n. 365/366, giugno/luglio 1986

Introduzione

1. Sento che devo spiegare perché oso parlare in una riunione come questa. Non sono un critico di arte, non sono un artista e non posso vantarmi di avere una conoscenza ampia e profonda dell’argomento. Posso, invece, dire che sono sensibile a diverse manifestazioni artistiche e aggiungere che esse giocano un ruolo molto importante nella mia vita intima. Tuttavia, sono ben consapevole che niente di tutto ciò è sufficiente a conferirmi il diritto di parlare di questo argomento.
Tuttavia, credo di avere una credenziale. Ed è questa: parecchi anni di studio mi hanno portato gradualmente a riformulare il concetto di inconscio in termini tali che permettono di ricavare il valore epistemologico contenuto nelle scoperte di Freud e, di conseguenza, di gettare le basi di una nuova epistemologia che scaturisce da queste scoperte e che sembra potere espandersi in svariate direzioni.
Una di queste direzioni porta, credo, a nuovi angoli di studio della creazione artistica, che possono essere significativi. Questa è, dunque, la unica credenziale che posso presentarvi.
2. Sono molto lontano dal considerare queste riflessioni come qualcosa di compiuto. Per me questo è soltanto un inizio. Sono anche consapevole del fatto che le cose che sto proponendo possono destare critiche e anche essere sbagliate. Allo scopo di fare capire meglio il loro senso, come io le vedo e come vorrei che altri le vedessero, penso che sia utile raccontare qualcosa sul loro sviluppo. Da molto tempo sto riflettendo sull’argomento. Ho preso numerose note sui suoi diversi aspetti. Quando mi sembra che qualcosa sia diventata più chiara, faccio una stesura più formale. Rapidamente mi accorgo che non è soddisfacente. Ricomincio. E così via. Spero che adesso si possa capire che quel che sto proponendo non può pretendere di essere definitivo. D’altronde, questo è il destino di ogni processo di pensiero e di ogni ricerca: per quanto valida, presto o tardi dovrà cedere il posto a qualcosa di più preciso che contenga quello che essa contiene di valido. Il guaio è che a volte questo non succede e allora una verità degna di ascolto viene dimenticata. Mi auguro che non sia il caso degli aspetti validi di ciò che sto proponendo.
In questo convegno vorrei avere l’opportunità di discutere le idee che sto presentando, e di sentire i vostri punti di vista, nella speranza che possiamo, insieme, dare un contributo al’ chiarimento degli importanti quesiti ed emozioni che insorgono nella contemplazione delle manifestazioni artistiche.
3. Queste riflessioni riguardano, gli aspetti più generali della questione. Proprio per questo, esse valgono, credo, in tutte le varietà di creazione artistica, sia essa arte plastica, letteratura, musica, teatro e cinema; o negli aspetti artistici delle arti applicate, per esempio architettura, moda, decorazione; o, infine, opere d’arte della natura, come i dipinti colorati che si vedono nel tramonto del sole in un cielo fondamentalmente limpido che ha qualche nuvola sparsa qua e là; o nella bellezza di un pavone.
4. So di cinque persone che, nei loro studi sulla creazione artistica, hanno fatto riferimento ai miei lavori. In ordine cronologico sono, a quanto mi risulta: F. Orlando, S. Bernardi, S. Agosti, L. Albano e F. Acernese. I loro scritti sono molto stimolanti e portano a capire nuovi aspetti della questione. Vorrei avere l’opportunità di poter commentarli e discuterli in dettaglio. Purtroppo non sembra che questa sia l’occasione di farlo. Vorrei almeno esprimere loro la mia gratitudine.
5. Concludo questa introduzione con una premessa che, come si vedrà presto, è anche un post scriptum. Ho incominciato con l’intenzione di utilizzare le conoscenze della epistemologia bilogica nel l’argomento della creazione artistica. Man mano che andavo avanti mi rendevo conto che vi erano aspetti di quello che intendevo utilizzare che non erano sufficientemente sviluppati per lo scopo che avevo in mente. Così, lentamente il mio lavoro si trasformò in una ricerca simultanea su due argomenti: creazione artistica e gli aspetti appena menzionati. Credo di avere imparato molto su tutti e due.
Ho scritto questa premessa non all’inizio bensì verso la fine di questo studio. La consapevolezza acquisita mi ha richiesto di rivedere il testo, allo scopo di separare meglio ciò che è conosciuto da quello che lo è meno.
6. Ciò che segue è la prima parte di uno studio più lungo, ancora in corso.

2. Nozioni preliminari indispensabili

2.0. Avvalendomi di alcune idee che sto proponendo da qualche tempo, cercherò adesso di riformulare in un linguaggio preciso e conciso alcuni concetti che sono indispensabili per capire l’argomento.

2.1. Che cosa è una relazione?

1. Non entrerò in una dissertazione logica su questo concetto. Come minimo necessario per il nostro studio basta dire che non si può concepire una relazione senza considerare tre aspetti diversi. Prendiamo un esempio qualsiasi, per esempio “Rodolfo è più anziano di Massimiliano”. Il primo concetto è, in questo caso, Rodolfo. In termini generali, il concetto che viene per primo nella relazione si chiama referente. Il termine che occupa la posizione di Massimiliano nel nostro esempio si chiama relato. Tra questi due vi è la relazione, in questo caso “essere più anziano”.
2. In logica e matematica si descrivono diversi tipi di relazioni. Per i nostri scopi del momento ne menzionerò soltanto due. Consideriamo in primo luogo quella dell’esempio appena proposto. Si vede subito che la relazione che il referente ha con il relato è: “essere più grande”. Invertiamo adesso i termini, mettendo il relato al posto del referente ed il referente al posto del relato. Se adoperiamo un termine logico possiamo dire: esprimiamo adesso la relazione inversa. Subito ci rendiamo conto, che la relazione è in questo caso: “essere più piccolo”. Come si vede, essa è diversa della relazione iniziale. Si dice in logica che la relazione “essere più grande” è asimmetrica.
3. Quando, invece, la relazione inversa di una data relazione è identica alla relazione, si dice che la relazione è simmetrica. Esempi: “uguale”, “della stessa età”, “fratello” (tra uomini), “sorella” (tra donne), “correligionario”, ecc.
4. Presto ci accorgiamo che, delle relazioni che impieghiamo abitualmente, le asimmetriche sono molto più numerose di quelle simmetriche. Ne menzionerò alcune, mettendo tra parentesi, im mediatamente dopo, le loro inverse: “padre” (“figlio” o “figlia”), “madre” (“figlio” o “figlia”); “prima” (“dopo”): relazione temporale; “a destra” (“a sinistra”), “sopra” (“sotto”), “davanti” (“dietro”): relazioni spaziali; “precede” (“segue”): si applica sia nelle relazioni spaziali che in quelle temporali. Ci accorgiamo anche che la relazione temporale e quelle spaziali sono tutte asimmetriche.

2.2. La logica dell’inconscio

1. Freud ha scoperto che ciò che egli chiama il sistema inconscio non rispetta le leggi che si impiegano nel pensare abituale, che si svolge nel rispetto della logica bivalente. Tra altre cose:
1.1. Non rispetta il principio di non contraddizione.
1.2. Non rispetta l’ordinamento temporale: «I processi del sistema inconscio sono atemporali; cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati con il passaggio del tempo; non hanno alcun riferimento al tempo» (S. Freud, L’inconscio, 1915, sezione 5).
1.3. «Non esistono in questo sistema la negazione, il dubbio, i gradi di certezza» (S. Freud, cit., sezione 5).
2.1. Penso di essere riuscito a mostrare che in tutte le caratteristiche del sistema inconscio si vedono esempi particolari, in diversi aspetti, di un principio che ho proposto di chiamare il principio di simmetria (PS): ogni relazione ha la proprietà di essere simmetrica.
2.2. Si noti che questo principio è una descrizione, in termini di logica bivalente, delle violazioni di questa logica, che nel caso che stiamo studiando sono espressione dell’inconscio. Allo scopo di vedere come “agisce” il principio di simmetria vediamo in primo luogo un suo corollario importante:
2.3. Quando vale il PS la parte è uguale al tutto. Infatti se a è parte di B e vale il PS, allora B è parte di a. Si sa che in logica bivalente l’unico caso in cui succede che due cose siano l’una parte dell’altra e viceversa, è quando le due cose in questione sono identiche. In questo caso si parla di parte impropria. Invece, la parte propria, cioè quella che non è uguale al tutto in logica bivalente, lo diventa quando vale il PS. Non siamo più nei confini della logica bivalente, bensì di quella che possiamo chiamare logica simmetrica. Si noti che il PS, assieme a questo corollario, ci permette di esprimere in termini di logica bivalente le violazioni di questa logica che Freud ha trovato nell’inconscio. Infatti:
2.4. Supponiamo un insieme i cui elementi siano tutte le affermazioni possibili e tutte le loro corrispondenti negazioni. Prendiamo una di queste coppie, e sia essa “la neve è bianca”, “la neve non bianca”. Supponiamo che valga il PS in questo insieme. Allora la prima affermazione è identica a tutto l’insieme e lo è anche la seconda. Se entrambe sono uguali all’insieme, allora sono uguali tra di loro. Quindi, affermare una cosa è, in questo insieme o ambiente dove vale il PS, identico a negarla. In altre parole, in questo assieme non vale il principio di non contraddizione.
2.5. Abbiamo già visto (cfr. 2.1.4.) che la relazione temporale e le relazioni spaziali sono asimmetriche. Ebbene, se in un dato ambiente vale il PS, allora non esistono né lo spazio né il tempo, poiché non esistono le relazioni asimmetriche.
2.6. In un ambiente dove vale il PS negazione è uguale ad affermazione, quindi non si può distinguere se si tratta di una o dell’altra. Si capisce che nemmeno possono esistere in questo ambiente dei dubbi o gradi diversi di certezza.

2.3. La natura dell’inconscio freudiano

Freud ha trovato che le caratteristiche da lui scoperte e che abbiamo menzionato, non si osservano in ogni aspetto delle manifestazioni inconsce. Infatti, esse si trovano frequentemente intrecciate con aspetti normali del pensiero. In altre parole, l’inconscio rispetta a volte la logica bivalente e altre volte ignora la proprietà asimmetrica delle relazioni, cioè si comporta d’accordo con il PS. Detto in altre parole, le manifestazioni inconsce sono un intreccio li due logiche, la logica bivalente e la logica simmetrica: sono strutture bilogiche.
2.4. Dalla psicoanalisi verso altri territori: le strutture bi-logiche e l’infinito matematico
1. Tipi di strutture bi-logiche. Una volta acquisito questo concetto, la sua esplorazione porta a rendersi conto che i modi. di intrecciarsi della logica bivalente con quella simmetrica sono assai variati. Finora sono riuscito ad identificare quindici tipi diversi di intreccio. Ne menzionerò soltanto due. (D’ora in poi per distinguere la logica bivalente dalla logica simmetrica, e solo per questo scopo, possiamo chiamarla logica asimmetrica). A volte vediamo in discorso, per esempio negli schizofrenici in cui si vede una alternanza di logica asimmetrica con la logica simmetrica. Ho proposto di chiamare questo intreccio con il nome di struttura bi-logica Alassi: Altre. volte, invece, vediamo che lo stesso insieme di cose è visto simultaneamente in termini di logica asimmetrica e simmetrica. La possiamo chiamare struttura bi-logica Simassi.
2. Così arriviamo a renderci conto che queste nozioni, acquisite nello studio dell’inconscio, possono essere applicate in altri territori. Ne menzionerò due: l’infinito matematico e la creazione artistica. Di entrambi si parlerà più avanti. Riguardo il primo, qui dirò soltanto che penso che sia una struttura Simassi.

3. I due modi di essere.
Se consideriamo l’azione del PS su un dato processo di pensiero, presto ci accorgiamo che esso esercita un’azione dissolvente delle differenze tra le cose. Un attento esame delle caratteristiche dell’inconscio che abbiamo esaminato, e delle altre che non ho menzionato, ci porta subito a renderci conto di quanto ho appena affermato. Infatti; sotto l’azione del PS, l’affermazione di qualcosa non può essere differenziata dalla sua negazione; un istante di tempo o una porzione di spazio non possono essere distinti da altri; e lo stesso vale per i gradi di certezza e per la distinzione tra certezza e dubbio. Insomma, dove vale il PS si cancellano le differenze e si assumono tutte le cose in una sola cosa non pensabile: tutte confluiscono in una unità indivisibile.
4. Questa peculiare “azione” del PS è parte integrante .dell’inconscio e questo è parte integrante dell’essere umano. A sua volta il concetto di infinito, struttura bi-logica, è diventato indispensabile per la comprensione della natura – e ciò ci fa capire che vi è una forma di corrispondenza o morfismo tra natura ed infinito. Possiamo, quindi, pensare che quando siamo confrontati con qualcosa che si conforma con le manifestazioni del PS, stiamo davanti ad un modo di essere dell’uomo e del mondo. Ho proposto di chiamarlo il modo indivisibile.
5. Invece, l’essenza del pensare è di stabilire o scoprire delle relazioni. Voglio rilevare a questo punto che nella Interpretazione dei sogni, quando sta esponendo le sue scoperte sul lavoro onirico, Freud menziona esplicitamente questa caratteristica del pensare, ed è alla sua luce che egli fa notare le violazioni che se ne osservano nei sogni.
5.1. Il pensare d’accordo con la logica bivalente è parte integrante della struttura degli esseri umani. Siccome ciò che il pensiero dell’uomo scopre nella natura sembra conformarsi decisamente, almeno in parte, con la logica bivalente, possiamo anche dire che quest’ultima riflette qualcosa del mondo. Siccome, infine, una caratteristica molto fondamentale del pensiero è quella di distinguere ogni cosa da ogni altro, di creare o scoprire l’eterogeneità, di separare o dividere le cose tra di loro, possiamo dire che esiste nell’uomo e nel mondo un modo di essere eterogeneo, ed eterogenico o dividente.
6. Bi-modalità bi-logica e bi-modalità logico-bivalente. Abbiamo trovato due modi di essere dell’uomo e del mondo. Abbiamo anche trovato nelle strutture bi-logiche un intreccio di entrambi. Bisogna aggiungere che la bi-logica non è l’unico modo di co-presenza dei due modi. Ne esiste un altro: la bi-modalità logico-bivalente. Per spiegare, esistono manifestazioni logico-bivalenti in cui si vede la presenza del modo indivisibile: la astrazione e la generalizzazione. Nella prima si trovano le proprietà che cose diverse hanno in comune e si costruisce una classe di equivalenza i cui elementi sono tutte le cose che hanno questa proprietà. In tale caso queste cose sono identiche riguardo la proprietà in questione e non sono distinguibili nei suoi confronti. Per esempio prendiamo un insieme di cani, pesci, uomini, galline, serpenti e rane. Essi sono molto diversi tra di loro in rapporto ad una grande quantità di caratteristiche. Sono tuttavia identici riguardo una proprietà: tutti sono animali vertebrati. Nella generalizzazione si considerano delle nozioni o proposizioni particolari e, a partire da esse, si scoprono delle nozioni più generali che si trovano implicite in ognuna delle nozioni particolari in questione. Come si vede subito, queste ultime, pur essendo diverse tra di loro, hanno tutte qualche nozione più generale in comune; ed in questo aspetto sono identiche. Si potrebbe pensare che la generalizzazione e l’astrazione siano in fondo la stessa cosa. Non sembra che questo sia vero. Infatti, nella astrazione si identifica una proprietà comune a molti individui, mentre nella generalizzazione si identifica un tratto più generale che è implicito in svariate proprietà che sono diverse tra di loro. Rimane, però, il fatto che esiste in tutte e due la presenza di una indivisione non bi-logica, bensì logicobivalente.
6.1. In conclusione, la bi-modalità può essere logico-bivalente, bi-logica ed una mistura di entrambe.
7. Infinito matematico: espressione dell’indivisibilità. Avverto che ciò che sto per dire sarebbe, a prima vista, contestato dai matematici. Dopo anni di riflessioni sono arrivato alla conclusione che non mi sbaglio in ciò che sto per dire. Per spiegarla molto brevemente: in matematica si dimostra che per ogni numero naturale esiste un numero pari: basta moltiplicare il numero per due. D’altronde, il buon senso dice che i pari sono la metà dei naturali, poiché esistono anche i dispari e sono tanti quanti i naturali. Ciò significa che, da una parte i numeri naturali sono tanti quanti i pari e, d’altra parte, sono il doppio. Questa è l’antinomia proposta da Galileo, impiegando l’esempio dei naturali e dei quadrati, che è equivalente a quello dei pari, soltanto un poco più complesso. Se le cose stanno così, allora, per un semplice ragionamento, si arriva alla conclusione che uno è uguale a due. Questo ragionamento non è accettato in matematica. L’unica ragione che sono riuscito a trovare è semplicemente che porta a conclusioni che sconvolgono la matematica. Infatti, se uno è uguale a due, allora due è uguale a tre e tre è uguale a 4, e così via: tutti i numeri sono uguali, pur essendo diversi: un’incompatibilità inconcepibile nella matematica “normale”, che è logico-bivalente. Se, invece, usiamo la bi-logica, allora tali incompatibilità sono normalissime nell’inconscio. Perché non accettare un nuovo modo di fare matematica e trattare l’infinito matematico come struttura bi-logica? Se ci decidiamo a farlo, allora ci accorgiamo che l’infinito matematico è un tentativo del pensiero, che è dividente, di esprimere l’indivisibile. Infatti, ogni numero rimane se stesso, diverso da tutti gli altri: logica matematica normale, modo eterogenico-dividente. Tuttavia, in qualsiasi insieme di numeri naturali dove vale il PS, ogni numero è anche tutti gli altri: modo indivisibile. Questo è incomprensibile per il pensiero. Che cosa fa davanti ad un numero che è allo stesso tempo tutti i numeri? La mia risposta: sdoppia questo numero tante volte quanti numeri contiene l’insieme in questione. Ogni volta ricava un numero naturale. Allora risulta che, se la fine dell’insieme non è determinata in anticipo, il processo di sdoppiamento non finisce

mai, poiché basta aggiungere una unità a qualsiasi numero naturale per ottenere un nuovo numero: ecco l’indivisibile trasformato in infinitamente divisibile. Quindi, infinito matematico, struttura bi-logica. La ragione per cui menziono questo argomento è perché l’emozione, o almeno alcune emozioni, trattano, in modo dissimulato, l’infinito come espressione dell’indivisibile. Ne parleremo più avanti. Per il momento diciamo:

8. Emozione: struttura primariamente bi-modale logico-bivalente, tuttavia, a volte, anche mischiata con bi-modalità bi-logica. Credo questa proposizione sia comprensibile. Quindi non mi soffermerò a spiegarlo.

8.1. L’emozione, struttura bi-modale e a volte bi-logica, sembra essere la più evidente manifestazione dell’indivisibile nell’uomo. Per spiegare brevemente, nell’emozione si vive l’indivisibile, non come un concetto bensì come parte integrante di questo aspetto psicofisico dell’uomo chiamato emozione. Nell’aspetto pensante dell’emozione si esprime oscuramente l’indivisibile come se fosse infinito: indivisibile ed infinito stranamente ed oscuramente, a volte mescolati come cose distinte, a volte sentiti come la stessa cosa. In ciò che segue ritorneremo su questo argomento e vedremo che lo sforzo per capire la creazione artistica ci porterà a capire meglio i rapporti esistenti tra creazione artistica, modo indivisibile, infinito ed emozione. Il lettore potrà accorgersi che, per una parte del nostro percorso, la comprensione di uno di questi quattro argomenti ci permetterà di arrivare ad una comprensione più profonda degli altri tre.

3. La natura della creazione artistica messa a paragone con quella della scoperta scientifica

3.0. Questo capitolo cercherà di capire un aspetto fondamentale del prodotto della creazione artistica, cioè, l’opera d’arte: il ruolo che l’infinito gioca nella trasmissione dell’emozione artistica esperimentata dal suo creatore. Il paragone con la verbalizzazione della scoperta di tipo scientifico servirà a mettere in luce la natura del problema. Incomincerò con un breve riassunto delle differenze tra formulazione scientifica ed opera d’arte. In seguito farò uno studio di due esempi che appaiono molto pertinenti per lo scopo in questione.

1. Un tratto costitutivo centrale della formulazione scientifica è di dire con precisione soltanto ed esclusivamente ciò che si dice esplicitamente: né più, né meno. Questo scopo è stato sempre raggiunto, finora, per mezzo della totale conformità con i principi e le leggi della logica bivalente.

Esempi: a) Il principio di Archimede: un corpo immerso in un liquido perde tanto del suo peso quanto pesa il liquido che sloggia. b) Il quadrato di a + b è uguale ad a quadro + 2ab + b quadro. c) Il cuore umano è composto di due atri e due ventricoli. d) La velocità della luce è trecentomila chilometri al secondo. e) La molecola dell’acqua è un composto di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. f) Cristoforo Colombo scopri l’America il 12 ottobre 1492. Ecc. È facile costatare che questi esempi si conformano con quanto appena affermato sulla scienza.

2. Un tratto costitutivo e distintivo della creazione artistica e del suo prodotto, l’opera d’arte, è di dire molto di più di quanto dica esplicitamente. In altre parole, ogni opera d’arte ha attorno a sé un alone di significati apparentemente non visibili ma tuttavia presenti e costitutivi della natura dell’arte. Questo è un primo aspetto della creazione artistica. Tuttavia, se la parola “significato” si riferisce, come abitualmente, a qualcosa che può essere espresso in termini logico-bivalenti precisi, per esempio quello che si intende quando dico: «sta piovendo», allora questo non è un aspetto costitutivo-distintivo della creazione artistica né dell’opera d’arte.

3. A questo punto viene in nostro aiuto il concetto di bi-modalità. Per spiegare ciò che intendo dire, prendiamo un esempio, e sia quello di una poesia di Paul Valéry, Anne. Si tratta di una donna mezzo addormentata che “galleggia” sul suo letto. La descrizione è piena di cose che evocano una ricchezza aliena ad un parlare logico-bivalente che dica, per esempio “Anna sta dormendo”. Vale la pena di leggerla tutta ma dobbiamo accontentarci di qualche verso. Scegliamo questi: Invoquait la vigueur et les gestes étranges / Que pour tuer l’amour inventent les amants / …A peine effleurents-ils de doigts errants ta vie, / Tout leur sang les accable aussi lourd que la mer, / Et quelque violence aux abimes ravie / Jette ces blancs nageurs sur tes roches de chair… / Récifs délicieux, Ile toute prochaine, / Terre tendre, promise aux démons apalsés, / L’amour t’aborde, armé des regards de la haine, / Pour combattre dans l’ombre une hydre de baisers! «Invocava il vigore ed i gesti sì strani / per uccider l’amore che inventano gli amanti / …Appena le loro dita vagabonde sfiorano la tua vita / Il loro sangue li schiaccia, pesante come il mare, / E qualche violenza strappata dagli abissi / getta questi bianchi nuotatori sulle tue rocce di carne… / Scogliere deliziose, Isola così vicina, / Terra

tenera promessa ai demoni placati, /Amor ti si accosta, armato dagli sguardi dell’odio, / Per combatter nell’ombra un’idra di baci».

4. Prendiamo i primi due versi. Il commento sul fare l’amore espresso in queste righe non si sofferma in una descrizione dettagliata del processo in questione. Non dice niente di concreto su que sto atto: non è una descrizione scientifica! Se arrivasse in questa terra uno che viene da un altro pianeta dove la riproduzione non deve seguire la nostra via, così impersonale ed allo stesso tempo così intimamente personale, fisica, emozionalmente e spiritualmente fusiva e confusivi di due esseri, dai versi di Valéry questo signore non capirebbe niente, non ricorderebbe niente, non sentirebbe niente di quello che può sentire qualcuno che abbia avuto l’esperienza. Inoltre, è sicuro che non imparerebbe a fare l’amore. Da questi versi non imparerebbe alcunché sull’amore. Invece, per colui che abbia avuto l’esperienza in questione e che sia allo stesso tempo dotato di una certa sensibilità, la cosa è molto diversa. Ci si chiede: quale è il tipo di impatto che hanno queste dieci righe di Paul Valéry? Quanto è difficile rispondere! Forse in questa difficoltà si nasconde il segreto della creazione artistica. Tentiamo di strappare questo segreto al poeta Valéry. Per non attirare

su. di noi, perché non ci cada addosso la sua tristezza e la sua ira, forse pesante come il sangue dei suoi bianchi nuotatori, e per non essere travolti dalla violenza strappata dagli abissi, incominciamo con dire che vogliamo entrare in questo tempio della sua arte come un bambino vestito di bianco che sta per ricevere la prima comunione. Vogliamo cioè, – usare le nostre conoscenze con innocente ed ingenua semplicità. Tentiamo, dunque.

4.1. Credo che la difficoltà di esprimere in parole chiare e precise in che consiste il fascino di questi versi stia nel fatto che essi ci portano in un mondo che, sebbene non sia alieno alla conoscenza e alla comprensione, è, tuttavia, alieno alla conoscenza che, da solo, ci fornisce il pensiero. Pascal ci apre la porta di questo mondo, vicino e tuttavia così lontano dal nostro pensiero: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non capisce. Molto bello, molto vero, molto preciso. Tuttavia… ci lascia con il desiderio, direi la bramosia di immergerci nelle ragioni del cuore. Propongo una via da tentare in questa avventura metafisica. Considerando il fatto che stiamo cercando, se non di capire le ragioni del cuore, poiché accettiamo con Pascal che questo non è concesso al pensiero, tentiamo almeno di immergerci il più possibile in queste ragioni. Propongo di tentare questo con tutto il cuore, anzi, con tutto il nostro essere, incluso l’intelletto. Entriamo, cioè, come esseri umani integrali; poiché siamo

fatti così, con cuore ed intelletto. Nella nostra impresa rifiutiamo, quindi, di rinunciare a sentire senza pensare e a pensare senza sentire. In questo modo, forse, il nostro pensare troverà le ragioni del cuore e, pur non capendole, potrà delimitare il suo territorio. Bisogna anche aggiungere, capovolgendo la sentenza di Pascal appena citata, che il nostro cuore, in modo equivalente a quello della ragione, nemmeno capisce «le ragioni della ragione»: due modi di essere nel mondo che non si intendono tra di loro perché sono incompatibili. Infatti, per il modo indivisibile non si può essere diviso e per il modo dividente non si può essere indivisibile. Tuttavia, il nostro essere può immergersi contemporaneamente, sia nelle ragioni del cuore che in quelle della ragione! Insieme avremo, forse, una esperienza integrale. Esperienza simultanea dei due modi che sono in noi e che, in noi, sono, finora, irriducibili l’uno all’altro malgrado il loro. perenne intreccio.

5. Incominciamo con il nostro umile, sottile e limitato intelletto. Che cosa ci dice su questi versi di Valéry? In parole povere e prosaiche ci dice che egli sta riferendosi all’attrazione che l’uomo sente per la donna nei primi due versi, a processi psico-motori del rapporto nei seguenti quattro; e aggiunge ulteriori dettagli nel resto. Ci dice anche che nessuno di questi versi esprime i fatti fisici del rapporto, bensì parla di cose che sembrano avere delle somiglianze, ma certamente in nessun caso identità con questi fatti fisici. Diciamo che il pensiero scopre, forse, isomorfismi tra:

- uccidere e ottenere soddisfazione sessuale, facendo in questo modo scomparire il desiderio (“uccidendolo”).

- il pesante ed agitato mare che schiaccia e l’eccitazione sessuale;

- le scogliere ed il corpo della donna;

- intensità dei baci e l’idra.

Si noti, inoltre che in due casi egli non parla di isomorfismi. Il primo è quando parla della violenza dell’eccitazione, il secondo è la violenza degli abissi.

5.1. Avverto subito che le riflessioni che seguono possono sembrare. o assurde o arzigogolate o entrambe. Spero che colui che avrà la pazienza di seguirmi troverà alla fine che esse ci portano proprio a scoprire un bel segreto dell’arte di Valéry. Se le faccio è perché so che Valéry non dice niente a vanvera. Ho sentito dire che gli ci vollero diciassette anni per finire “Il cimitero marino”. È proprio per questa esigente e leonardesca sottigliezza e preoccupazione per i minimi aspetti che, assieme ad altre cose, egli è un grandissimo poeta. Permettetemi, quindi, quest’analisi. La mia intenzione è di scrutinizzare attentamente, alla luce rigorosa della logica bivalente le parole ed i concetti in questione, allo scopo di vedere se rientrano nell’ambito della logica bivalente o se, invece, suggeriscono l’impiego di un’altra logica.

5.2. La violenza dell’eccitazione è strappata dagli abissi. Questo suggerisce che essa si trova negli abissi. Quali abissi? Sembra che, proprio nella imprecisione di questa frase, Valéry lasci la porta aperta a diverse possibilità o ipotesi. Incominciamo con una di queste. Se, per esempio, strappiamo la violenza sessuale da quella dell’abisso del dolore, allora si potrebbe concludere che la violenza di entrambi gli abissi sarebbe la stessa, anche se gli abissi fossero diversi in altri aspetti. Ci si chiede allora se altri abissi – per esempio quello di una montagna, della iniquità, dell’ignoranza e tanti altri abissi simbolici – abbiano violenze diverse da quella di questo esempio. Sembra troppo artificiale ed improduttivo continuare per questa via. Se, invece, e questa è una seconda ipotesi, pensiamo

che tutti gli abissi hanno una caratteristica in comune, la violenza, allora ci troviamo davanti ad un problema diverso, ma sempre problema: che sia possibile. Strappare - cioè separare violentemente, per esempio come si fa quando si strappa un braccio – la violenza. La risposta sembra ovvia: il concetto «strappare» non combacia con il concetto «violenza», sia essa di ognuno di questi abissi. Come si può strappare loro questa violenza? A me sembra che sarebbe come strappare la triangolarità ad un triangolo: non ha senso. Assumiamo, dunque, una terza ipotesi, che sembra una delle varie implicate nell’oscura sentenza di Valéry, cioè, che la violenza sia una caratteristica di tutti gli abissi. Infatti, tra tutte le diverse proprietà degli abissi, è possibile astrarre certe proprietà che hanno in comune. Una di queste può essere la violenza, nello stesso modo che la triangolarità

è una caratteristica di tutti i triangoli. Facciamo lo stesso nel nostro caso: astrarre il concetto di violenza dall’abisso della sessualità o di tutti gli abissi: è lo stesso. Allora, che se ne fa? Non è che la si dia ai bianchi nuotatori in modo che si gettino violentemente sulle rocce di Anna. Se loro sono eccitati, già avrebbero questa violenza! Ciò ci porta ad un’ultima ipotesi, che credo sia quella che corrisponde all’intenzione di Valéry, sia essa cosciente o inconscia, probabilmente galleggiando tra queste due alternative: egli voleva immergere la violenza dell’eccitazione sessuale in una violenza più vasta e, nel complesso, immensamente più intensa e violenta della più violenta e intensa sessualità. Perché lo voleva fare? Penso per due ragioni, e sembra molto probabile che nessuna delle due sia stata pienamente presente nella coscienza di Valéry: questa sarebbe proprio la capacità che il poeta ha, e che lo distingue dagli altri esseri umani: «lanciare senza pensare la sua frase di cristallo», per dirla con le parole di un altro grande poeta, il nicaraguense Ruben Dario.

6. La prima ragione che ipotizzo sarebbe che egli voleva insinuare che il desiderio sessuale è qualcosa di così intenso da essere partecipe di tutte le violenze degli abissi e di tutte le loro intensità messe insieme. Questo suggerisce una identificazione di tutti gli abissi violenti in modo che ognuno sia sé stesso e tutti gli altri: tutti sarebbero la stessa cosa. D’accordo con il PS ogni elemento di questa classe o insieme sarebbe identico a tutto l’insieme e, quindi, identico ad ogni altro: una simmetrizzazione. In questo modo ognuno degli elementi ha a disposizione tutte le possibilità degli altri elementi. In altre parole, la violenza della eccitazione sessuale diventa identica a, ed inseparabile da tutte le altre: un modo indivisibile localizzato, per così dure, a un aspetto dell’essere. Si noti che l’idea di un solo essere indivisibile che sia tutti gli esseri che il pensiero conosce, è una estrapolazione e generalizzazione fatta a partire dalle esperienze di indivisioni localizzate. Così lo vediamo negli schizofrenici e nelle manifestazioni inconsce. Reputo che per capire il senso profondo dell’impatto di Valéry poeta, sia di grande importanza la constatazione che in nessun momento egli sia uscito esplicitamente dai confini della logica bivalente. Se avesse detto che la sessualità era la stessa cosa di questa violenza di abissi indeterminati, avrebbe trasformato due cose simili ma, tuttavia, diverse, in una sola cosa: avrebbe fatto una simmetrizzazione che, in logica bivalente, sarebbe stata una falsità. Invece, il suo genio poetico riesce a usare con tanta maestria il

linguaggio da elidere nel suo lettore il vissuto dell’indivisibile senza che, nemmeno il lettore,

faccia delle simmetrizzazioni. Questo potere magnetico, evocatore-convocatore del vissuto della indivisione, questo potere pieno di intime e variate ricchezze, che sono esprimibili in logica bivalente e, tuttavia, vissute in modo indivisibile, mi sembra essere un tratto costitutivo essenziale

della creazione artistica. Là dove vi è una folla di significati diversi ma con qualcosa in comune, il modo indivisibile, dell’artista e del contemplatore, fa di tutto questo fascio una sola erba senza parti e, senza mai uscire dalla logica bivalente, riesce a vivere, in un modo misterioso, la bi-modalità non-bi-logica. Strana sintesi, in cui il dividente ed eterogenico pensiero riesce a diventare uno solo con l’essere indivisibile, senza che nessuno dei due perda niente della propria individualità.

6.1. La prima ragione che ipotizzavo all’inizio di questo numero 6 era la trasmissione- evocazione del modo indivisibile per arrivare ad una sintesi bi-modale nel sentimento. Passo adesso a descrivere la seconda ragione, che si desume da quello che ho già detto: mettendo insieme la violenza di tutti gli abissi si trasmette l’impressione di una intensità tale che punta verso l’infinito. Ebbene, si dà il caso che l’infinito è, secondo la mia ipotesi, il modo dividente di esprimere l’indivisibile. Questo ci fa capire, ancora una volta, che una funzione centrale dell’opera d’arte sarebbe l’evocazione ed il vissuto dell’indivisibile.

7. Quando Valéry parla “dell’amore armato con gli sguardi dell’odio…”: non simmetrizza, rimane dentro la logica bivalente, eppur trasmette qualcosa del modo indivisibile che l’emozione sente come qualcosa di indivisibile e dentro la quale vi è tutto; e che il pensiero vede come infinito.

8. Ancora un momento di ulteriore riflessione, con la speranza che ci aiuti a capire meglio questa difficile sfida della poesia di Valéry. Possiamo dire che i quattro isomorfismi menzionati sopra sono in perfetto rispetto della logica bivalente: sarebbero semplicemente delle metafore per descrivere il rapporto sessuale. Forniscono, tuttavia, l’opportunità di introdurre questo rapporto in una struttura più vasta, di cui le metafore sarebbero anche elementi. Questa impressione si conferma quando si ricorda che ognuna delle metafore in questione si riferisce ad un aspetto, diverso da quello ‘considerato nelle altre. A tutto ciò si aggiunga che la sua descrizione è molto bella in sé, che le metafore scelte sono evocatrici di svariate emozioni, e che la cadenza delle strofe contribuisce alla bellezza. Allora possiamo renderci consci dell’immenso territorio emozionale in cui Valéry ci introduce e ci immerge: esso si espande verso l’infinito. Assieme ad Anne, la sua protagonista, la poesia ci invita e ci porta a galleggiare nell’indivisibile e, nell’infinito.

8.1. Se, infine, troviamo ché l’eccitazione sessuale è parte degli abissi e che l’amore si arma con gli sguardi dell’odio, allora ci rendiamo conto che il galleggiare nell’indivisibile e nell’infinito ci porta a territori dove la logica del pensiero non esiste più, dove gli opposti si con-fondono. Detto in modo più generale, dove le incompatibilità diventano delle compatibilità. Sono queste le ragioni del cuore di cui parla Pascal? Se lo sono, possiamo dire che la nostra limitata capacità di pensare riesce a definire le differenze che esse hanno con il pensare. Ma il pensiero non riesce a viverle: è umilmente sottoposto alla logica biva-lente. Ha, però, sufficiente grandezza per scoprire un mondo alieno al proprio e che noi viviamo nell’emozione!

9. Riassumendo, Paul Valéry riesce a farci sentire come se stessimo nel mezzo del modo indivisibile pur senza rinunciare al modo bivalente. La sua poesia è intensamente bi-modale. Ma non è mai bi-logica. Per evitare la “scogliera” della bi-logica egli fa ricorso a sottili accostamenti che possono sembrare inesattezze, dentro le quali egli ci invita a partecipare della sua intensamente vissuta bimodalità. In questo modo egli riesce a contagiare il suo lettore.

9.1. Questa procedura di Valéry per fare vivere un mondo più ampio di quello degli aspetti puramente fisico-biologici dell’attività sessuale, un mondo che va ben oltre la sessualità e che, tuttavia, non è aliena ad essa, questa procedura, ripeto, merita un ulteriore commento. Penso che possa portare ad una migliore comprensione del rapporto tra il modo di essere eterogeneo ed eterogenico ed il modo indivisibile. Cercherò di spiegarmi per mezzo di un paragone, quello del rocchetto di induzione. Un cilindro di fil di ferro avvolto in un altro cilindro dello stesso materiale. Non si toccano. Passa la corrente elettrica attraverso uno dei due e ciò induce la generazione di corrente in un altro: l’induzione agisce a distanza. Torniamo adesso a Valéry. Le sue immagini si riferiscono a fatti o attività concreti e delimitati, ognuno dei quali provoca emozione, diciamo che porta con sé un alone di emozione. Più o meno intensa. Si aggiunge adesso, come fa Valéry, una saggia scelta di questi fatti, in modo tale che tutti, pur essendo diversi tra di loro, abbiano delle corrispondenze che sono morfismi.

9.2. Vediamo adesso il risultato che l’azione di questa mistura provoca nell’altro rocchetto, cioè il lettore. È bombardato, per così dire, da una varietà di stimoli, ognuno diverso dall’altro, essendo in qualche modo simili. Il bombardamento provoca in lui uno strano fenomeno: pur rimanendo in questo mondo limitato e finito, egli esce da sé stesso e si trova, senza dirlo in parole, in un mondo diverso: è qui ed è là, all’altro lato dello specchio, non quello di Alice ma uno ben più sconvolgente: lo specchio dove, come negli specchi “normali”, si è uno solo; ed allo stesso tempo, assieme a tutti gli altri, si è uno solo: molti sono uno. Totalmente incomprensibile per il nostro intelletto: essere uno pur essendo molti e, simultaneamente essere uno solo.

9.3. Allo scopo di intenderci, almeno per il momento, propongo di chiamare con il seguente nome questo modo di convocare in noi il vissuto dell’indivisibile e l’infinito: metodo Valéry di induzione dell’indivisibile. Possiamo anche impiegare una parola che evoca un alone di molteplici significati, e dire semplicemente incantesimo Valéry.

9.4. Vorrei rilevare un altro aspetto già menzionato diverse volte: con il suo modo di esprimersi, Valéry riesce ad introdurci o almeno ci fa affacciare ad un mondo che è in gran parte vietato al pensiero: il mondo dell’emozione. E così che possiamo dire tranquillamente, senza timore di essere contraddetti, che l’opera d’arte ha il potere ed esercita la funzione di portarci nel mondo dell’emozione.

9.4.1. La conclusione a cui sono arrivato fin qui non è, a dire il vero, una grande scoperta: tutti la conoscono. Tuttavia, sembra che essa. contenga in sé una nuova comprensione che non è da buttar via: l’emozione che Valéry provoca è totalmente “vestita” di logica bivalente. Voglio dire che nella poesia di Valéry il modo indivisibile irrompe in noi con tutta la sua forza ma impeccabilmente ed elegantemente vestito con il solo tessuto della logica bivalente. Il mondo del pensiero occupa tutta l’estensione del mondo del non-pensiero, senza che nessuno dei due disturbi l’altro. Tuttavia, l’attore principale di questa processione, l’imperatore, è il modo indivisibile. E non passeggia nudo per le vie dei suoi poemi: è superbamente vestito di belle parole! Tutto questo è molto strano. Alcuni anni fa proposi che l’emozione non è pensiero ma è la madre del pensiero. Ognuno ha la sua grandezza. L’emozione ci fa galleggiare in una intensità che può essere dissimulata e che, tuttavia, per la sua propria natura, è vicina al rosso bianco del metallo fondente. Il pensiero, invece, più piccolo e meno grandioso, è sufficientemente persistente da poter, passo a passo, come una formica,

svelarci il mistero della natura del mondo e dell’uomo: capace di svelarci fino alla natura stessa dell’emozione. Devo aggiungere che questa volta ci sembra di avere capito qualcosa di nuovo: l’emozione ed il pensiero ci appaiono come una sola cosa. Come spettatori o studiosi del fenomeno possiamo guardare la poesia di Valéry da un certo punto di vista, quello del pensiero, che è eterogenico. Allora tutto, proprio tutto, compare come pensiero. Guardiamo di nuovo, questa volta immergendoci nell’altro modo di essere. Allora tutto, proprio tutto, appare come emozione. Conclusione: nella poesia di Valéry pensiero ed emozione sono co-estesi.L’emozione non è, questa volta, soltanto la madre del pensiero. È anche pensiero. Ed il pensiero non è soltanto pensiero: è anche emozione.

10.1. Quanto a noi stessi, nella misura in cui siamo esseri pensanti, costatiamo queste cose. Il nostro pensiero le pensa ed in certo modo le capisce. Forse lo può fare perché è figlio della Regina Emozione, che gli ha lasciato la sua eredità. Il nostro pensiero le pensa e le capisce, ma non fino in fondo, non nella loro intimità. La spiegazione è semplice ma difficilissima da capire, o meglio, da abbracciare: l’emozione ha molte più dimensioni del pensiero, quindi, quest’ultimo non può contenerla dentro se stesso.

10.2. Quanto a noi stessi, nella misura in cui siamo emozione, non siamo soltanto figli della emozione, la nostra Madre-Regina. Siamo molto di più: siamo la nostra madre Regina. E, come tali, non scendiamo a. questo territorio di minore numero di dimensioni che è il nostro figlio Pensiero.

10.3. E che cosa dice il nostro essere totale, che è pensiero ed emozione, questo involucro che in ognuno di noi risponde al proprio nome e cognome? La mia risposta è: capisco e non capisco. Pazienza…

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

I 60 anni di Filmcritica (III)

Related posts:

  1. I 60 anni di Filmcritica (II)
  2. I 60 anni di Filmcritica (I)

Cinema Moralia a Napoli

Nazione Indiana - %age fa

Cinema Moralia
rassegna internazionale di film e video d’autore
promossa dal Teatro Stabile di Napoli
nell’ambito del percorso Shakespeare / Beckett
a cura di Bruno Roberti e Rosalba Ruggeri

Dal 15 marzo al 25 maggio 2010
film, incontri, notti a tema, anteprime e installazioni video
a Galleria Toledo, al Cinema Modernissimo e al Teatro Mercadante

Cinema Moralia è una rassegna di film e video a cura di Bruno Roberti e Rosalba Ruggeri, con anteprime, film inediti e rari, installazioni, montaggi d’autore, notti a tema, film domenicali con brunch
Fil rouge dell’intera proposta saranno i temi legati all’opera di Shakespeare e Beckett, seguendo uno dei percorsi della programmazione artistica della stagione in corso.
Celebri film, cult-movie o rarità di registi come Lubitsch, Wellmann, Olivier, Welles, Kurosawa, Wise, De Oliveira, Kaurismaki, Rohmer, Bellocchio, Almereyda rievocano – come dichiara il curatore – sul grande schermo le ombre del Bardo in una ideale shakesperiana cinematografica. Opere di cineasti come Raoul Ruiz – di cui si presenta l’anteprima di un nuovo film ispirato al Sogno di una notte di mezza estate -Abel Ferrara, Jean Marie Straub, Jean Luc Godard, Herz Frank, Amos Gitai pongono interrogativi sulle visioni del contemporaneo. Video, film televisivi, montaggi, rarità compongono una kermesse beckettiana in cui si avvicendano autori come Egoyan, Minghella, Jordan, Rozema (dalla celebre serie Beckett on film) Brook, Strehler, Martone, Renzi, Ferraro, Manuli, Quartucci, Tiezzi, De Bernardi, Punzo, Ciprì e Maresco, Studio Azzurro, Raffaello Sanzio, Cauteruccio, Motus, Adriatico, in un continuo gioco di rilanci fra cinema, video e teatro in cui appaiono i volti e le voci di Pinter, Polansky, Bene, Brando, Pacino… fino a un indimenticabile artista come Leo de Berardinis, di cui si propone un omaggio al teatro Mercadante il 3 maggio. Film e incontri intesi come “visioni”, “esperienze”, riflessioni morali sul Furore e Strepito, sul cinismo dei nostri “tempi fuori sesto”: esplorazioni dei confini, delle amplificazioni, del senso di immagini “fatte della stessa stoffa” dei nostri sogni, eppure immagini viventi, malgrado tutto.
Una sezione ‘incontri d’autore’ prevede le anteprime dei film in presenza dei registi: Herz Frank (29 marzo), Raul Ruiz (26 aprile), Amos Gitai (18 maggio) e Abel Ferrara (25 maggio). 43 film, 70 registi, 3 anteprime napoletane per un’offerta di cinema inedita nel panorama delle programmazioni dei teatri italiani.
L’ingresso alle proiezioni è gratuito fino a esaurimento posti disponibili, tranne le domeniche di Shakespeare a colazione, che prevedono il brunch.

Qui il programma completo della manifestazione in .pdf

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Cinema Moralia a Napoli

Related posts:

  1. Cinque minuti di Napoli
  2. Marmo
  3. Munnetsunami

Era d’estate

Stefano Delfino. Era d’estate… ( Edizioni della libreria Cento Fiori, 2009)

Qualche anno fa, su invito di Dario Voltolini, presentammo a Finale Ligure i nostri libri. Un posto magico, il terrazzo di uno stabilimento sul mare, come si aspetta la brezza sul terrazzo della Palazzina Liberty a Porto Maurizio. Organizzava la serata Lauro Del Conte, libraio e editore. Non avevo dubbi che Del Conte e Delfino si conoscessero, oltre alle assonanze li unisce la passione per quel pezzo emozionante di Liguria, Finale, e piú in là o più in qua, dipende dai punti di vista, io misuro da tempo quei luoghi dal punto di vista del mio amico Ferrazzi, milanese che sverna beato a mezza costa. E Varigotti, e Borgio Verezzi, il festival teatrale di Borgio Verezzi, di cui Stefano Delfino è direttore artistico. Stefano Delfino é stato anche responsabile della redazione de La Stampa di Imperia, e corrispondente Rai. Nato a New York, autore di alcuni romanzi e raccolte di racconti.

Qui di seguito la prefazione del Prof. Franco Gallea al romanzo.

Stefano Delfino è scrittore dallo stile limpido e lineare, con una capacità narrativa che gli consente di ritrarre personaggi con sintetica vena e di rievocare atmosfere del passato con grande sensibilità. Ha dimostrato queste sue doti nei volumi di racconti e romanzi pubblicati e ribadisce queste positive qualità in questo suo ultimo lavoro, che contiene alcuni elementi di novità.Tre amici di gioventù (siamo negli anni Sessanta) si ritrovano, ormai adulti, per rivedere la proiezione di un film girato sulla riviera ligure. La pellicola è stata restaurata. In essa il regista aveva usato come comparse la gente del paese. È un’occasione per rivedersi e rivedere persone ormai scomparse: quasi un pellegrinaggio sentimentale a ritroso nel tempo.I tre amici sono ormai cinquantenni che hanno percorso vie diverse: SARACCA lavora alla Piaggio, è sposato con due figli; PABLO (nome pavesiano) è sposato senza figli ed è architetto; JEAN-CLAUDE è un francese di Bordeaux che aveva frequentato la spiaggia finalese, ospite di parenti, negli anni ruggenti: ora è pilota di aerei in una base NATO. È divorziato.L’incontro dei tre vecchi amici apre la stura ai ricordi di un’estate lontana, fugace come la gioventù, evanescente come un sogno: i ricordi si inseguono velati di nostalgia di tempi irripetibili nei quali si sognava il futuro, come se il mondo fosse racchiuso tra il molo e lo scoglio del Mombrino.

Scherzi, giochi, birichinate, personaggi, amori segreti, incontri ed addii popolano i colloqui incorniciati dalla consapevolezza di una realtà irrecuperabile.Ne deriva una chiara constatazione: non è possibile recuperare il passato, se non mitizzandolo: esso nella sua nuda verità è ormai solidificato nella nostra vita e le divaricazioni non sono più componibili. I tre amici si separano con la promessa di rivedersi e con la certezza che ciò non sarebbe più accaduto. Si era perduta la speranza che il tempo non avrebbe mai potuto trasformarli.
Libro intenso con capitoli brevi come flash di memoria in cui il minimalismo delle situazioni diventa un temporaneo bilancio esistenziale. Ma nel libro, oltre a questo concetto di fondo, vi sono altri due elementi degni di considerazione: uno di carattere contenutistico e l’altro di valore formale.

Dal punto di vista tematico credo necessario sottolineare un protagonista occulto del libro: è la città di Finale con la sua gente, i suoi costumi (tiro della sciabica, le pescelle, la “Rumpe e Streppa” ex “Trundediu”), le colline, le memorie storiche, i carruggi, le sue estati animate da un turismo con le vichinghe: un turismo diverso da quello consumistico “mordi e fuggi” dei nostri giorni.

Sul piano formale mi piace sottolineare l’abilità dell’autore nel costruire i dialoghi, fitti, serrati, bene articolati sia quando assumono un tono rievocativo sia quando si soffermano sulla quotidianità della parlata usuale. Possono evidenziare una capacità di conduzione “teatrale”, che indicherebbe il punto di approdo del futuro letterario di Stefano Delfino. Chissà!


BLITZ – LA STORIA DALLA PARTE DEL NEMICO: CRAXI RILEGGE TANGENTOPOLI E MANI PULITE

Nazione Indiana - Mer, 17/03/2010 - 20:37

Progetto PPP presenta
Blitz
Teatro Ringhiera, Via Boifava 17, Milano
dal 18 al 28 marzo
Orari: serale 20h45, pomeridiana 16h00, domenica 28 marzo 20h45
Ingresso: € 1

A dieci anni dalla morte di Craxi viene presentato al teatro Ringhiera di Milano, in via Boifava 17, ospitato dalla compagnia Atir, Blitz, studio teatrale sugli anni di Tangentopoli e Mani Pulite, scritto da Letizia Russo e diretto da Cristina Pezzoli, in scena dal 18 al 28 marzo.
In scena, tra gli altri personaggi, ci sarà una trasfigurazione di Bettino Craxi che dall’oltretomba racconta la sua verità.
L’adesione al punto di vista del nemico è il principio fondativo di Blitz e del progetto PPP che l’ha generato, nella prospettiva di una ricerca teatrale e storica che restituisca la complessità degli eventi che hanno attraversato la storia italiana.

Lo studio, che conta sulla partecipazione straordinaria di Antonio Tarantino in veste di attore, coinvolge 23 attori in scena, tutti parte del progetto PPP.
Nato tre anni fa, PPP coinvolge più di cinquanta persone, occupate in professioni artistiche e no. La ricerca teatrale in Italia non ha cittadinanza nelle dinamiche di produzione dei teatri. Per scelta, quindi, PPP si è costituito come progetto indipendente e autofinanziato.
Il biglietto per Blitz ha il costo simbolico di 1 euro.

Iniziato nel 2007, il percorso del progetto si è sviluppato per tappe laboratoriali e approfondito studio teorico, agendo come movimento di esplorazione su vari fronti della realtà, sia attraverso scambi con personalità della cultura come Nanni Balestrini, Alberto Maria Banti, Eraldo Affinati, Antonio Scurati, Luca Rastello, ma soprattutto di contatto diretto con la gente per la strada, con incursioni teatrali non dichiarate, e un’azione mirata sul contesto sociale e storico delle città toccate dal progetto.
Per questo PPP, attraverso Blitz, nel periodo di permanenza presso la compagnia Atir al Teatro Ringhiera, affronterà la storia di Tangentopoli e Mani Pulite: la ferita di quegli anni in questa città è ancora sanguinante.
Il 13 marzo, nell’incontro A che punto è la notte?, si è avviata una riflessione con il coinvolgimento di persone dirette protagoniste, da fronti opposti, degli eventi di Mani Pulite: insieme a Gherardo Colombo e Giuliano Spazzali (ex magistrato il primo e difensore di Sergio Cusani al processo Enimont il secondo), Piero Colaprico (giornalista, inventore del termine Tangentopoli), Luigi Zoja (psicanalista, presidente dell’Associazione junghiana mondiale) Marianella Sclavi (antropologa esperta di gestione creativa del conflitto) e Costanzo Preve (filosofo), si sono incontrati in un dialogo lontanissimo dalle dinamiche televisive, per riflettere su quegli anni nell’esposizione di posizioni anche inconciliabili.
Blitz , che è lo sviluppo artistico dello studio compiuto in questi anni, cerca di restituire la complessità delle posizioni senza giudizi ideologici su nessuna delle parti in causa. Anche quando si tratta dello spettro di Bettino Craxi.

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

BLITZ – LA STORIA DALLA PARTE DEL NEMICO: CRAXI RILEGGE TANGENTOPOLI E MANI PULITE

No related posts.

Uno che perdona Hitler e lo scrive pure

La poesia e lo spirito - Mer, 17/03/2010 - 17:21

Gian Piero Moretti fa il giornalista a Sanremo. E’ uno simpatico, ha visto 40 Festival di Sanremo e conosce tutto quel mondo lì, più la politica locale, più il Casino più tante di quelle altre cose che non bastano 2 o 3 recensioni a elencarle. E’ appassionato di storia contemporanea e, soprattutto, di campi di concentramento e sterminio. Ogni anno, da anni, prende e va a visitarli. Dalla competenza sul campo nasce questo Ho perdonato Hitler (Pavia, Eumeswil, 2010, pagg. 182, 14,50 euro). La storia è truculenta il giusto. Giuditta Modena è un’ebrea bolognese.  Viene deportata con la famiglia a Mauthausen, dove i suoi muoiono tutti, a cominciare dal fratello piccolino. A lei tocca la sorte peggiore: finisce nel bordello del campo, dove subisce violenze e torture d’ogni genere. Scampata alla morte, fa ritorno a Bologna (qui Moretti infila belle pagine su Bologna subito dopo la Liberazione: brào Moretti). Si fidanza  ma, un tal giorno, sullo scooter col fidanzato, ha un incidente e si ritrova nell’aldilà. E’ un aldilà speciale, questo di Giuditta e Gian Piero Moretti. L’ex bambina incontra personaggi della sua vita sulla Terra, fra i quali l’Hitler del titolo, cui accorda il perdono, e una spettacolare, amarissima Anna Frank. L’aldilà è peculiare perché Giuditta Modena non è morta e le persone incontrate sono un sogno o chi sa che altro. Siccome però la Frank le ha detto di non voler perdonare il Führer, a Modena tornata in vita resta da scoprire il perché  – e Gian Piero Moretti lo racconta.
Ora, detta così sembra una storia qualsiasi, per quanto curiosa e, massì, originale. Il fatto è invece che Moretti, a 61 anni, compiuta una carriera giornalistica di livello, si prende il lusso di interrogare se stesso e il lettore su temi smisurati: la colpa, il perdono, il senso della storia. I riferimenti letterari immediati sono, si capisce, George Steiner di The portage of S. Cristobàl e The plot against america di Philip M. Roth. Sul piano teorico, invece, siamo dalle parti di La mémoire, l’histoire et l’oubli, capolavoro finale di Paul Ricoeur.

Gian Piero Moretti è fuori da quale si voglia congrega o camarilla criticoletteraria d’oggidì, se ne impìpa dell’Internèt etc. Non di meno, questo librino qui si legge volentieri perché, con l’aria di non parere, mescola storie vere a fantasie verosimili. Consigliato.


Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta

La poesia e lo spirito - Mer, 17/03/2010 - 16:00

Giovedi’ 18 marzo 2010 alle ore 17.00, presso il Teatro annesso al Convitto Colombo, Corso Dogali 1, Genova, verrà presentato il libro Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta, di cui qui sotto presento il Prologo.

Il libro, a cura di Paolo Fasce e Domingo Paola, con Prefazione di Nando dalla Chiesa e Introduzione di Dario Ianes, presenta contributi di: Christian Abbondanza, Andrea Angiolino, Alessandro Cavanna, Enio De Marzo, Luigi Fasce, Giulia Ferrara, Onorina Gardella, Stefania Gastaldo, Paolo G. Malerba, Emanuela Massa, Giovanni Meriana, Maurizio Parodi, Pierfranco Pellizzetti, Luigi Vassallo.

Alla presentazione saranno presenti gli autori Christian Abbondanza, Alessandro Cavanna, Luigi e Paolo Fasce, Onorina Gardella, Stefania Gastaldo, Paolo G. Malerba, Emanuela Massa, Giovanni Meriana, Maurizio Parodi, Pierfranco Pellizzetti.

Modera Donata Bonometti (Il Secolo XIX).

* * *

Prologo

di Paolo Fasce e Domingo Paola

Io non voglio essere seguito, voglio essere reinventato
Paulo Freire

Perché scrivere ancora della scuola e sulla scuola? L’idea nasce dall’esigenza di dare una lettura assai diversa da quella che Paola Mastrocola dà della crisi del sistema di istruzione nel suo libro La scuola raccontata al mio cane (Mastrocola, 2004).

Il Mastrocola-pensiero si esprime con apparente arguzia, banalizzando problemi delicati che riguardano la gestione di un sistema che sta diventando sempre più complesso.

Ecco un suggerimento della Mastrocola ai suoi colleghi di Lettere:

«E allora dobbiamo semplicemente entrare in classe e leggere Dante. O un pezzo di Dickens, o una lettera di Kafka o due versi della Cvetaeva… non importa cosa sia: qualsiasi cosa che faccia parte del nostro comune e universale patrimonio di studio; questa cosa dobbiamo portarla in classe e semplicemente leggerla. Poi chiudere il libro, alzare gli occhi e uscire. Basta, la lezione è finita».

Geniale, no? Basta, la lezione è finita: si chiude.

Noi abbiamo altre idee e convinzioni. Ricordiamo don Milani (1967), che suggeriva tre azioni semplici e rivoluzionarie:
1. non bocciare; (1)
2. a quelli che sembrano cretini dare la scuola a tempo pieno;
3. agli svogliati basta dare uno scopo.

Ci sembra difficile coinvolgere gli studenti, far crescere la loro responsabilità e aiutarli a trovare uno scopo se, dopo aver letto Dante, si chiude il libro, si sancisce la fine della lezione e si esce.

La collega Mastrocola scrive che «nel verbo trasmettere c’è anche una specie di imperativo morale».

Noi abbiamo altre inclinazioni culturali e pedagogiche.

Ci ispiriamo a Danilo Dolci, che ha sempre detto che l’apprendimento significativo richiede partecipazione, consapevolezza, coinvolgimento, responsabilità e che può essere attivato grazie al metodo maieutico, che valorizza le risorse, rifuggendo dalla pratica trasmissiva che rischia di trasformare gli studenti in passivi e annoiati ripetitori, provocando il rifiuto della scuola e un conseguente spreco di risorse umane («Altro è ridursi a ripetere, come i virus; e altro è l’ampliarsi di funzioni organiche che valorizza possibilità evolutive», Dolci, 1996).

La collega Mastrocola propone un progetto di Scuola-Stanza, tutta per sé, chiusa ai clamori del mondo. Noi abbiamo un altro progetto: quello di una scuola aperta sul mondo e di un mondo che entri a scuola.

Abbiamo altre idee e altri progetti, e abbiamo quindi scritto un libro diverso, anche in modo diverso.

Intanto questa volta cerchiamo di spiegare la scuola a una gatta (quella di Paolo Fasce); per contrapposizione alla scelta della Mastrocola, ma anche perché sembra che i cani siano soprattutto fedeli, mentre a noi serve un interlocutore critico e indipendente, qualità tipiche dei gatti e ancor di più se di sesso femminile.

Questo è un diversamente libro. Ognuno di noi ha scritto un intervento e ciascuno di noi ha chiosato gli interventi degli altri per cercare di far emergere un dialogo, una varietà, un germe di ipertestualità e di ricchezza di punti di vista. Abbiamo cercato di fare dei vari articoli degli assolo di componenti di un’orchestra, mentre le note, le chiose, i rimandi orizzontali suonano come gli altri elementi che accompagnano ed esaltano l’assolo. Questo perché ci piace la scuola plurale, dove i docenti dialogano, si interrogano, costruiscono assieme, non si rinchiudono dentro un’aula, né nella Scuola-Stanza.

Questo libro è anche un grido di dolore, di nobile e necessaria indignazione, in un momento in cui si sta sferrando un attacco violento e scellerato alla scuola statale, al suo ruolo e alla sua funzione.

Non potevamo assistere in silenzio; non potevamo stare fermi. E così cantiamo e ci muoviamo in varie direzioni, ma con un intento unitario che è assieme di resistenza, di esercizio del non pessimismo della ragione, perfino di proposta e di ragionevole speranza.

Il libro raccoglie contributi di Christian Abbondanza, Andrea Angiolino, Alessandro Cavanna, Enio De Marzo, Luigi e Paolo Fasce, Giulia Ferrara, Onorina Gardella, Stefania Gastaldo, Paolo G. Malerba, Emanuela Massa, Giovanni Meriana, Domingo Paola, Maurizio Parodi, Pierfranco Pellizzetti, Luigi Vassallo e Anastasia (figlia di uno degli autori).

Sipario!

*

Nota
(1) Si è a lungo discusso su questo vincolo al quale si sono attribuiti molti mali della scuola di oggi. Ci sembra di dover ricordare il fatto che sia determinante il contesto storico nel quale quest’affermazione è stata fatta. A quattro anni dall’introduzione della scuola media unica (1963), la scuola, bocciando, esercitava la selezione di classe. «Non bocciare» (Milani, 1967) ha quindi un significato preciso: no alla selezione di classe. Difendere acriticamente il «non bocciare» di don Milani oggi, e non coniugarlo alla realtà che ci circonda, ci pare un voler essere aristotelici formali e non nelle metodologie. Galileo Galilei pensava di essere, a buon diritto, più aristotelico di quelli che lo erano in quanto interpreti di un dogma.


Presentazione di “E-DOLL” a Firenze

La poesia e lo spirito - Mer, 17/03/2010 - 14:00

Sabato 20 marzo

alle ore 18,00,

presso la LIBRERIA BRAC

in Via dei Vagellai 18/r

a Firenze


si terrà la presentazione del romanzo “E-DOLL”, di FRANCESCO VERSO (ed. Mondadori, collana Urania), vincitore del Premio Urania 2008.

Sarà presente l’Autore, che sarà presentato dal Prof. Giuseppe Panella, Docente presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e critico letterario, e dallo scrittore e traduttore Giovanni Agnoloni.


Condividi contenuti
sinestetica.net Nota legale