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i miei libri


Extra Omnes L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi Editrice ZONA - Arezzo - 2006 - pp.160 Euro 15 - ISBN 88-89702-17-6 Collana "900 Storie" diretta da Carlo D'Amicis

Il cerchio Edizioni Empirìa - Roma - 2003 - pp.190 Euro 12 - ISBN 88-87450-31-5 Collana "Le Felci"

luoghi dell'anima

Irlanda



Nuova Zelanda

compagni di viaggio

Margot



Moby Dick

 

Concerto dal vivo

Il primo amore - %age fa
Concerto dal vivo
di Tiziano Scarpa
Un'istantanea del contemporaneo.

Le parole

Il primo amore - %age fa
Le parole
di Marco Rossari

La ragione-torto delle madri

Il primo amore - %age fa
La ragione-torto delle madri
di Tiziano Scarpa
Perché ci rendono sempre insofferenti.

La Linguamadre

Il primo amore - %age fa
La Linguamadre
di Maria Cerino

Ricominciare

Il primo amore - %age fa
Ricominciare
di Tiziano Scarpa
Per il primo settembre.

John Cheever, “Amore e la vita”

In libreria lo trovate oggi nell’edizione Fandango, il cui titolo (Gli Wapshot) è più rispettoso dell’originale (The Wapshot Chronicle). Io invece l’ho letto nell’edizione Longanesi del 1958, fantasiosamente intitolata Amore e la vita (fantasiosamente ma non erroneamente: nel romanzo c’è infatti tanto amore, e c’è anche tanta vita) e tradotta da Marcella Hannau. Quella che non c’entra proprio per niente, e chissà chi se l’è pensata, è la distesa di dune da deserto stampata sulla sovraccoperta: proprio bizzarra, per un romanzo tutto ambientato tra il New England e New York. Mah. La mia copia proviene dalla biblioteca popolare “G. Mazzini” di Trento, e porta il numero di catalogo 4480 2. Se per caso è una copia trafugata, e lì a Trento la stanno ancora cercando da quella volta, ditegli che mi facciano un fischio. Tanto sono a Trento tutte le settimane, portargliela mi costa niente.
Sul risvolto di copertina del romanzo stanno scritte alcune cose stupefacenti:

Con Dos Passos, Hemingway e Faulkner sembrava ormai chiuso il ciclo e la voga dei grandi narratori americani: i nuovi scrittori di questo dopoguerra o si riallacciavano alla tradizione iniziata da Sherwood Anderson (come per tanti altri prima di loro) oppure, per sazietà di motivi realistici, si rifacevano al decadentismo europeo. Sorsero così abilissimi “improvvisatori” come Tennessee Williams e Truman Capote legati al provvisorio. Allo stesso tempo però si formava, specie attorno alla rivista New Yorker, una corrente narrativa che si nutre direttamente nel suolo americano: ne è il maggior esponente John Cheever, vincitore del premio letterario National Book Award della narrativa, eletto ora come lo scrittore che ha fatto dimenticare Hemingway.

Oggidì nessuno di sognerebbe mai di scrivere un risvolto che implica un lettore capace di conoscere cose astruse come il decadentismo europeo, il New York o Dos Passos; o di capire quali siano questi benedetti scrittori che, benché americani, si rifanno al decadentismo europeo. Nessuno se lo sognerebbe. La cosa divertente è che questi lettori in realtà ci sono.
E, ancora, oggidì nessuno oserebbe mai liquidare Hemingway come uno scrittore ormai dimenticato, sorpassato, non più attuale. Mentre invece era già proprio così nel 1958: e io ho il sospetto che in America se ne siano ampiamente accorti, e in Europa no.
Ciò detto: il romanzo è splendido; commovente; divertente. Ha bei personaggi e tutto quel che serve: qualche scena di pesca, l’ingresso del campagnolo nella metropoli, un naufragio, ben due vecchie pazze, e un sacco di donne che la sanno più lunga dei loro uomini. Verso la fine (i capitoli xxxiv e xxxv) si spompa un po’, poi si ripiglia per il brillante finale. Da leggere. Se vi capita sottomano l’edizione che ho letta io, la traduzione è deliziosamente démodé.


Filed under: Microrecensioni Tagged: John Cheever

4. Fratello personaggio

da qui

La parola fine, dunque, è una cosa seria. Un personaggio come Antonio, il povero morto qualche giorno fa, dimostra che il finale non si può banalizzare, che bisogna, soprattutto, evitare il lieto fine, scioglimento artificiale degli eventi che consente all’autore di lavarsene le mani. La vita è un dramma, fatto di alcol e solitudine, ricerca disperata di un aiuto, malattie epatiche e crisi improvvise che non danno scampo. Il lieto fine, a volte, semplicemente non esiste, a meno che non sia il grembo dell’eterno che raccoglie frammenti incapaci di salvarsi, di collegare torti e ragioni, di far quadrare i conti, schegge che non stanno negli schemi rigidi dell’intreccio e della fabula, che non tengono conto della suspence e dei colpi di scena, con cui ogni corso di scrittura raccomanda di concludere il capitolo perché il lettore volti pagina con ansia, con curiosità, con desiderio. L’attesa trepidante non deve essere un trucco, ma la stessa trama imprevista della vita, che ti strappa una lacrima amara per non essere riuscito a evitare che Antonio se ne andasse, che il suo passaggio sulla terra non fosse così breve, per i litri di troppo che ogni giorno lo tentavano. Solo allora ti accorgi che la parola fine ti chiede prima di guardarti intorno, di capire se puoi ritardarla un anno, o un giorno, semplicemente stando, fermandoti, aprendo il tempo perché diventi pagina in più per il fratello-personaggio che ti cerca.


Riservato agli insegnanti di lettere delle scuole medie superiori della Provincia di Trento

di giuliomozzi

Da circa un anno collaboro con l’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa della Provincia di Trento (Iprase), nell’ambito del progetto Scuola d’Autore ideato e guidato da Amedeo Savoia. L’anno scorso abbiamo fatto delle belle cose: cinque percorsi dedicati alla narrativa (con Giorgio Vasta), alla poesia (con Stefano Dal Bianco), al teatro (con Marco Baliani), al documentario (con Andrea Segre) e alla scrittura diaristica (vedi le attività dell’anno scorso). Anche il videocorso di narrazione è un esito del progetto.
Quest’anno gli ospiti sono Silvia Ballestra per la narrativa (vedi la scheda del percorso), Nanni Balestrini per la poesia (vedi), Laura Curino per il teatro (vedi), Alina Marazzi per il documentario (vedi); quanto alla scrittura, si ripeterà il percorso dedicato al diario intimo e se ne proporranno altri due, dedicati al diario collettivo e all’argomentazione (vedi). Il programma (che non comprende solo questo…) sarà presentato agli insegnanti delle scuole medie superiori della Provincia di Trento venerdì 10 settembre 2010, dalle ore 15 alle 18, presso l’aula magna sud del Palazzo dell’Istruzione in via Gilli 3, zona Centochiavi. In questa pagina del sito dell’Iprase ci sono tutti i calendari, le descrizioni più dettagliate dei progetti, le date, eccetera, e anche il modulo per iscriversi online – se qualcuno volesse già iscriversi. Ovviamente il tutto è riservato agli insegnanti di lettere delle scuole medie superiori della Provincia di Trento.


Filed under: Teoria e pratica Tagged: Alina Marazzi, Iprase, Laura Curino, Nanni Balestrini, Silvia Ballestra

L’escursione #2 di Franz Krauspenhaar

Io ci sarò, con tutto il mio entusiasmo
nel plotone d’esecuzione, fronte a Baricco.
Se occorre, sarò l’uomo del colpo di grazia,
perchè, che lo si creda o no, spingo alla carità.
Magari è una brava persona, magari striscia
soldi per i poveri. Però, lettori, anche mio zio
è una brava persona, ma non è uno sporco
criminale nazista della nostra letteratura.

Vorrei Enrico Mattei risorto mettere
a posto l’editoria, costruire marchi
in Algeria, Tunisia, Sicilia, sì, accanto
ai fuochi dei giacimenti. Libri forse
fatti con il sangue dell’oro nero,
il sudore delle miniere, l’estro di una
vita difficile. L’intelligenza della salita.

Vorrei la maggior parte degli agenti
e dei librai-star messi al sicuro al muro.
Non quello del pianto, quello del piscio.

A dare il comando per farli pisciar sotto
sarei io, in persona, con pistola giocattolo.

Del suicidio di Pavese non me ne frega
metà cazzo. L’altra metà punta la figa.
Brigata Guido Morselli PRESENTE!
Brigata Luciano Bianciardi PRESENTE!

QUALCHE MINUTO DOPO

Siamo bolliti in una nebbia che taglia
col machete degli editor più grezzi.
Tipetti basculanti sulle sedie pellate.

Thomas Bernhard piace agli scrittori,
ha fatto dei gran libri in mezzo
a strudel marciti di maniera.
Nei suoi occhi brillava demoniaco
il cuore degli austriaci, che dei deutsch
sono i più scaltri, i più infidi, come Hitler
comanda, e comandò.

Duerrenmatt mi fece amare il giallo
che era giallo a metà, era scrittura
di genio. Ora il giallo è per mozzi
di zattera, affoganti nell’ultima
spiaggia odisseica da reality.
Udita da vent’anni la stronzata
galaxy che il giallo e noir dipingono
i nostri mali sociali, come se tutti
indagassero con la pistola in mano.
Come i pazzi che si menano l’uccello
nei parchi.

Hemingway che noia, se non in Fiesta,
Morte nel Pomeriggio, Di là dal fiume
Altrimenti non la noti la grossa differenza
con chi scrisse la Love Story.

La tristezza di Pasolini, romanziere
che mai giunse alla prosa vettoriale
di Testori. Nella poesia Pasolini
dove lo trovi? uno più sporco e feroce
e raffinato, più amabile di graffi
e pugni di vero sporco amore?
Certi dicono che sia enfatico, come se
la poesia dovesse per forza raccontare
il buiolo pulito, la mutanda inamidata,
i miti alpini, le fantasia d’arcadia.

Bella la cara Merini, a volte da non resistere.
Facile da capire nelle sue lotte crude di pane,
le sue parole erano amaro miele della donna,
che puoi solo ammirare ferito dal suo caos.

Di tutti i poeti dell’ordinanza, che dettano
al superio con la misura, senza metterci
che forme d’un astio solo sopito, non so farci.

In Germania fu Boell a creare il varco,
evadere nel Dio era l’unico salvataggio
e la vergogna: era una lotta sfatta.
E non disse nemmeno una parola”.
Quale romanzo può dirsi d’amore
se non si tiene anche per poco
a quel titolo così di solitudine?
Due sposi negletti dalla fame del dopo
una guerra perduta, lo scampo era la vita.

Non sopporto la punta del cesello
che discrimina la fame dalla forza.
Siamo i figli di quel Balzac
delle “Illusioni perdute”, che son
certezza, almeno. Che c’illuda
di un’illusione d’accarrezzarsi.
Almeno. No, non è poco.

[Continua.]


Scuola: il punto (e croce)

Nazione Indiana - %age fa


di
Paolo Fasce

Il tema del precariato è piuttosto delicato e la stessa parola è ambigua perché include molte sottocategorie piuttosto diverse. Sarebbe molto interessante, e temo doloroso, affrontare in primis la questione del precariato degli assistenti, tecnici e amministrativi (ATA) e dei collaboratori scolastici (bidelli) le cui percentuali sul totale dei lavoratori che oggi abitano le nostre scuole raggiunge spesso il 50%, ma Leopardi scrisse “Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere è di non trapassarli” e voglio quindi attenermi alle sue indicazioni.
Restando nell’ambito del precariato degli insegnanti, quelli di cui posso parlare per conoscenza diretta sono gli “insegnanti secondari”, cioè i professori delle scuole medie e superiori, mentre soprassiedo sugli insegnanti della scuola primaria, i maestri o, più democraticamente, per manifesta superiorità numerica, le maestre. Esistono due grandi categorie di insegnanti precari: gli abilitati e i non abilitati. I primi si dividono in tre tronconi, in grande parte sovrapposti. I “concorsisti”, i “sissini” e gli “ope legis”. I primi sono mediamente i più anziani (spesso ci si riferisce a loro con l’etichetta di “precari storici”), hanno infatti conseguito l’abilitazione in un durissimo concorso nazionale le cui date più recenti sono il 1999 e 1990. I secondi si sono abilitati a seguito di una selezione in ingresso alle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario, dopo due anni di studi universitari post laurea orientati all’insegnamento della propria disciplina. I terzi, la stragrande maggioranza dei quali ha conseguito abilitazioni secondo i percorsi appena illustrati, sono quegli insegnanti che si sono abilitati a seguito di un “corso riservato”, soddisfacendo criteri di anzianità di servizio.

La seconda grande categoria di insegnanti precari sono quelli “non abilitati” che si dividono in due tronconi: quelli che lavorano con contratti medio lunghi e quelli che lavorano saltuariamente. Per afferire alla categoria degli insegnanti non abilitati basta compilare un modulo e mi permetterei di battezzare quelli che lavorano saltuariamente, spesso assai raramente, come insegnanti saltuari. Sarebbe un errore considerare gli insegnanti non abilitati che lavorano con una certa continuità come “insegnanti di serie B” per due ragioni. La prima, evidente, è che se lavorano è perché servono, quindi forniscono un servizio, suppliscono una carenza, tappano un buco. La seconda è dovuta alla variabilità di giudizio delle commissioni d’esame (per il concorso) e nei numeri “chiusi” di accesso alle SSIS (non sempre commisurati sulle esigenze del territorio) che hanno avuto per conseguenza un eccesso di abilitati in alcune aree o in alcune classi di concorso e carenza in altre. Non avendo ben chiaro questo stato di cose si possono fare affermazioni di ogni tipo: i precari sono 200.000 (sono quelli abilitati iscritti nelle Graduatorie ad Esaurimento [GaE, d'ora in poi]); i precari sono 229.000 (è il numero di persone che hanno avuto almeno un contratto a tempo determinato nell’anno scolastico 2009/10, rivelato in conferenza stampa dal Ministro Gelmini in data 2 settembre 2010, la maggioranza dei quali sono le cosiddette “supplenze brevi” di quelli che potremmo cominciare a chiamare “insegnanti saltuari” invece che precari); i precari sono mezzo milione (se si considerano, oltre agli abilitati, anche tutti quei laureati che hanno compilato un modulo e si sono iscritti nelle Graduatorie d’Istituto, la maggior parte dei quali non è mai entrata in classe; potremmo chiamarli “insegnanti fantasma”).

Il meccanismo delle classi di concorso, tipico della scuola secondaria, e l’attribuzione di cattedre strettamente legate ad una classe di concorso (o insegni matematica, o insegni elettronica, pur avendo le abilitazioni in entrambe le materie) induce una certa rigidità nel sistema che rende fisiologicamente necessario il ricorso al precariato come polmone utile a tappare i buchi (la parola “spezzone” discende da questa rigidità organizzativa). Risulta difficile pensare che sia davvero necessario ricorrere al precariato nella scuola primaria dove le specializzazioni delle maestre, pur presenti, sono blande e la duttilità di tutte le insegnanti primarie è tale da consentire loro di lavorare, sostanzialmente, su tutti i fronti (anche come insegnanti di inglese con un corso di 50 ore, come dimostrano le cronache recenti). Pur essendo ai limiti delle mie competenze, mi sento di poter affermare che il precariato nella scuola primaria e tra gli ATA e i collaboratori scolastici è indegno di un paese civile. Sono naturalmente curioso e scientificamente attento nel verificare affermazioni di altro segno. Tralascio le innumerevoli “guerre tra poveri” che hanno contrapposto insegnati primari con insegnanti secondari, insegnanti delle medie, con quelli delle superiori, precari di una certa parrocchia contro quelli di un’altra, insegnanti laureati contro insegnanti diplomati, insegnati curricolari contro insegnanti di sostegno, insegnanti settentrionali contro insegnanti meridionali, insegnanti di una certa materia contro quelli di un’altra, insegnanti dei licei, contro quelli dei tecnici, quest’ultimi contro quelli dei professionali. I compartimenti stagni tra i vari ordini di scuola e gli interessi degli uni e degli altri, porta ad una frammentazione che induce uno scarsissimo “spirito di corpo” sul quale si sono anche costruite fortune politiche, al prezzo di dolori e illusioni diffuse.

Ma veniamo ai giorni nostri. Due sono gli elementi che mi piace fare emergere in questa mia dissertazione. Il primo è la legge 133/2008 che prevede risparmi per quasi otto miliardi di euro in tre anni, raggiunti attraverso la riduzione di 150.000 persone, insegnanti ATA e collaboratori, nella scuola pubblica italiana. Meno risorse umane significa senz’altro meno qualità. Il tutto, si badi bene, in un contesto nel quale Barack Obama ha vinto le elezioni permettendosi in campagna elettorale, alla convention di investitura, in un paese dove lo slogan “Meno tasse per tutti” avrebbe probabilmente lo stesso effetto che ha avuto da noi, di affermare a gran voce: “Arruolerò legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse!”. Il fatto che in tempi di crisi abbia deciso di mantenere investimenti significativi, come succede anche in Germania, la dice lunga sulle parole e i protocolli che si firmano in Europa (si cerchi “strategia di Lisbona”) e quelle elettorali, ma vincolanti, pronunciate da un futuro Capo dello Stato americano. Il numero è elevato ed è solo parzialmente attutito dai pensionamenti.Tralascio il fatto che si è ridotto lo spazio delle nuove generazioni, con il blocco triennale delle abilitazioni garantite dalle SSIS, senza che ancora oggi sia chiaro quali siano i tempi di approntamento del nuovo sistema di formazione iniziale degli insegnanti (i concorsi, questo è chiaro, sono costosi).
Solo formalmente, e solo fino a ieri, si è potuto dire “non abbiamo licenziato nessuno” perché a perdere il posto sono stati i precari assunti con contratti a tempo determinato. Oggi la riforma delle superiori intacca anche diverse categorie degli insegnanti di ruolo, in particolare, tagliando i laboratori, sono perdenti posto gli insegnanti tecnico pratici. Il piano di assunzione triennale del Governo Prodi non è stato portato a termine. Oggi mancano all’appello 57.000 assunzioni e considerato il fatto che gli insegnanti assunti con contratto “fino al 30 giugno” o “fino al 31 agosto” sono superiori ai 100.000, si intuisce facilmente che a seguito di quel piano il problema avrebbe cominciato a riavvicinarsi ad un livello fisiologico mentre ancora oggi è pienamente patologico.

Naturalmente le richieste che emergono dall’universo dei precari sono variegate, arrivando anche a deliranti richieste di assunzione di tutti gli iscritti alle GaE che, logicamente, è equipollente alla richiesta di generazione per clonazione di un numero di studenti sufficienti alle necessità degli insegnanti. É evidente, almeno a me, che il modello da seguire sia quello svedese o danese, dove le persone sono liete di pagare alte tassazioni perché hanno un welfare che funziona e che supporta attivamente i disoccupati, non scaricandoli su apparati. È anche altrettanto evidente che “chi sbaglia paga” e questo Stato ha prodotto questo stato di cose e conseguentemente è assolutamente legittimo che gli iscritti alle GaE possano godere di un canale di assunzione perenne che arrivi ad esaurirle, anche se ci volesse (e ci vorrà) un ventennio. Occorre approfittare delle conoscenze dei meccanismi che sono patrimonio dei precari, che a questo gioco partecipano da anni, non al mero fine di orientare le regole alla propria assunzione, ma al fine di indurre lo Stato ad assumersi delle responsabilità senza penalizzare ciascuno eccessivamente. Un aforisma che ho ideato e del quale vado orgoglioso afferma “Giustizia è lasciare tutti equamente insoddisfatti”.
Una proposta sensata è la seguente: il ripristino in tempi brevi delle assunzioni mancanti dal Piano Fioroni per traghettare il sistema dall’ambito patologico a quello fisiologico; predisporre un doppio canale che passi da un 70% di assunzioni dalle GaE (in condominio con le Graduatorie di Merito laddove ce ne siano ancora) contro un 30% garantito al nuovo canale di formazione iniziale degli insegnanti, che deve quindi essere collegato con il reclutamento. Si deve passare, con continuità, all’inversione di tali percentuali entro un quinquennio, per dare gradualmente spazio alle nuove generazioni e ad un sistema intrinsecamente costruito sulle esigenze del territorio e quindi non generatore di aspettative e di precariato. In questo modo garantiremmo un rapido assorbimento in diverse Classi di Concorso, restando lunghe quelle materie dove la congestione è oggettiva. Occorre pensare anche a questa situazione, per questo motivo occorre accettare una mobilità territoriale che riversi i residui delle GaE laddove ci sia la disponibilità dell’insegnante a muoversi e, beninteso, laddove i posti ci siano.
Tutto questo è un po’ cronaca e un po’ tecnica. Le scelte politiche sono appannaggio di altri piani di lavoro. Se il popolo italiano intende insistere nel votare governi che hanno in mente la demolizione della scuola pubblica a beneficio delle scuole confessionali, se intende cedere alla retorica del merito, dove il merito è manifestamente appannaggio delle classi dominanti, occorre pazientemente spiegare ed illustrare i fini sottintesi di certe tesi. Purtroppo non lo si può fare a suon di slogan e pertanto la strada è lunga.

Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:

Scuola: il punto (e croce)

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Nuovo intervento di Vito Mancuso sul caso Mondadori

Cari amici di Mondadori, preferisco la giustizia

Giornali, radio, siti, tv, non vi è stato mezzo di comunicazione che non abbia ripreso e alimentato il dibattito sviluppatosi in seguito al mio articolo del 21 agosto “Io autore Mondadori e lo scandalo ad aziendam”. Naturalmente ognuno ha detto la sua, sia in merito alla questione in sé sia a me che l’avevo sollevata, facendomi provare l’ebbrezza di un viaggio sulle montagne russe della psiche col passare da coscienza profetica a povero ingenuo, da eroe coraggioso a ipocrita opportunista. Su quest’ultimo aspetto non ho nulla da replicare, registro solo lo spettacolo di individui così incapaci di prescindere dall’ego e concentrarsi sulle cose in sé da risultare impossibilitati a concepire che qualcuno faccia qualcosa senza volerci guadagnare. Molto più interessante è la dimensione oggettiva della questione, che ritengo di poter riassumere come segue.

1. Esistenza del problema: il problema da me sollevato esiste, non è per nulla nuovo perché risale al 1993 cioè a quando il proprietario della Mondadori entrò in politica, e spesso riaffiora come i sintomi di una malattia non curata. Persino i giornali e le tv (Tg1) che ne hanno sostenuto l’inesistenza in realtà col loro zelo hanno confermato che esiste, perché non si dedicano pagine e minuti preziosi a un falso problema.

Si fa così solo con un problema vero di cui si vuole sostenere capziosamente la falsità.

2. Essenza del problema: nella sua specificità il problema
consiste in quell’immenso agglomerato di potere che (caso unico in occidente) fa capo all’attuale premier e che genera il nodo da tutti conosciuto come “conflitto di interessi”. Se il Gruppo Mondadori non fosse “sua” proprietà, la discutibile legge ad aziendam voluta dal “suo” governo rientrerebbe al massimo nelle normali pressioni che le singole lobby esercitano in ogni democrazia di libero mercato. Purtroppo però la proprietà del Gruppo Mondadori e la guida del governo coincidono, il che conduce chi riflette in modo disinteressato a non poter evitare di associare la legge di cui ha beneficiato il “suo” gruppo editoriale (pagando solo 8,6 milioni invece di 350) alle altre leggi ad personam finora volute dal “suo” governo, compresa la legge-bavaglio contro la libertà di stampa e il progetto di legge sul processo breve.

3. Prospettive di soluzione del problema: Eugenio Scalfari (le cui parole affettuose ricambio con gratitudine) affermava in risposta al mio articolo che il problema “si combatte politicamente”. È vero, ma mi permetto di replicare che la politica, come l’essere secondo Aristotele, “si dice in molti modi”, non tutti riservati ai politici di professione. Uno di questi modi è la pubblicazione che, come dice la stessa parola, è un gesto pubblico, spesso non privo di risvolti politici e mai privo di risvolti economici, soprattutto per autori da primi posti della classifica vendite.

In questa prospettiva io chiedo due cose: A) l’autore ha il dovere di verificare la correttezza etica (e non solo giuridica) del proprio editore? B) l’autore ha il dovere di chiedersi quali investimenti sostiene con il profitto da lui generato?

A entrambe le domande si può rispondere di no, che un tale dovere dell’autore non c’è, sostenendo da un lato che l’autore si deve preoccupare solo della libertà di esprimere le proprie idee, del prestigio del catalogo, della professionalità dei funzionari editoriali e basta, e dall’altro lato che ciò che conta per lui è unicamente la capacità di promozione, distribuzione e vendita dell’editrice alla quale affida il suo testo. Molti degli autori del Gruppo Mondadori intervenuti a seguito del mio articolo hanno sostenuto in parte o per intero queste prospettive, compresi Eugenio Scalfari, Corrado Augias e Adriano Prosperi. Mentre nessuno si è posto la domanda B, nella risposta alla domanda A Scalfari ha distinto gli attuali dirigenti che guidano l’Einaudi dalla proprietà da cui i medesimi dirigenti dipendono, Augias ha dichiarato che il suo rapporto con la Mondadori “non è con una marca ma con uomini”, Prosperi è stato il più duro giungendo a negare la stessa pertinenza del problema: “Mettersi ad aprire una discussione in termini moral-editoriali lascia il tempo che trova”.

Io non sono d’accordo. Io penso che discutere pubblicamente delle pubblicazioni sia qualcosa di molto utile se non un dovere, e penso che alle due domande poste sopra si debba rispondere con un netto sì: l’autore ha il dovere di vagliare la correttezza etica della sua editrice (e del Gruppo al quale essa fa capo) e si deve chiedere a quali investimenti contribuisce con il profitto generato dalle vendite delle sue opere. Naturalmente mi posso sbagliare, posso essere ingenuo e mancare di realismo, ma questo è il mio pensiero. Il quale ritengo valga soprattutto per quegli autori che scrivono di etica, di politica, di filosofia e che sono giunti grazie al valore del proprio lavoro a vedersi riconosciuto il ruolo pubblico di “intellettuali”, svolgendo così un compito abbastanza delicato verso la società.

Penso sarebbe auspicabile che tutti gli autori fossero attivi nel cercare di arginare l’immenso conflitto di interessi del quale da quasi un ventennio tutti noi italiani (di destra, di centro, di sinistra non importa) siamo prigionieri, ma so bene che non tutti possono sempre permettersi questa battaglia, perché esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro. Primum vivere deinde philosophari, questa antica massima di saggezza vale per tutti, nessuno è chiamato a fare l’eroe. Per quanto mi riguarda poter esprimere liberamente il mio pensiero coincide con la possibilità di “combattere la buona battaglia”, per riprendere la celebre espressione di san Paolo. Naturalmente non condanno nessuno né chiamo nessuno a crociate, mi permetto solo di dire che provo ammirazione per tutti quegli intellettuali che, potendo permetterselo, evitano di contribuire con i proventi delle loro opere a finanziare quel conflitto di interessi che è “la madre di tutti i problemi”.

Sono consapevole altresì che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno, tanto meno alle insigni personalità che in questo articolo ho chiamato in causa, cerco solo di dare il mio contributo perché l’Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi. Quando avrò il concluso il volume per il quale ho un contratto in essere con la Mondadori tirerò le logiche conseguenze di tutto questo ragionamento, come lo stesso farò per un piccolo saggio che avrei dovuto consegnare entro dicembre all’Einaudi per un volume a più autori a cura di Gustavo Zagrebelsky. Ai cari amici che ho in Mondadori ai quali mi legano stima e affetti incancellabili ho scritto ieri: “… magis amica iustitia”.
la Repubblica, 3 settembre 2010


American Indie

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American Indie
di Silvio Bernelli
Anche nei sintetici anni '80 in fondo, proporre un suono duro e genuino era possibile. Un libro sulle 13 band fra le più rappresentative del rock underground americano di quel decennio.

Generazione verità

Nazione Indiana - %age fa
di Cesare Buquicchio Ci vuole un rinnovamento generazionale e ci vogliono nuove idee. Sono ormai tanti gli appelli, i ragionamenti, le analisi, i confronti, che da mesi, forse da anni, intorno a questi due punti trovano una sintesi. Più la crisi politica, culturale, morale del Paese degenera, più questi discorsi si fanno frequenti. Meno scontato appare, forse, fare il passo successivo: definire i soggetti e i contenuti che quella sintesi dovrebbe esprimere.    Le generazioni finora al potere non ci hanno consegnato (se mai si decideranno a farlo) un Paese in buone condizioni. Ma l’impressione è che ai figli non basterà un “processo” alla generazione dei padri per salvarsi e per salvare l’Italia. Per evitare di finire solo per fare discorsi anagrafici o semplicemente sostituirsi alla generazione più anziana, si tratta di ragionare attorno ad un nuovo mito fondante della moderna società che inizi a riconoscere modi e metodi differenti da quelli affermatisi finora.  Serve verità  e serve che l’Italia diventi adulta. I figli dovranno trovare metodo e coerenza per diventare, e far diventare, tutti (vecchi compresi) finalmente adulti. Per farlo dovranno forse imparare a “sapersi raccontare” come una generazione un po’ più conservatrice (e morale) e un po’ meno spensierata, che si fa carico della crisi e degli errori del passato superando i luoghi comuni e le ipocrite schematizzazioni che bloccano un reale rinnovamento. Più vicina ad alcuni valori dei suoi nonni che a molti di quelli dei suoi padri. Dovrà riscoprire il rispetto per le regole e l’arte di trovare soluzioni giuste perché efficaci, invece che efficaci perché giuste, ai problemi della modernità.

Serve, dunque, una reale discontinuità. Per essere realmente rivoluzionaria, questa generazione, dovrà hegelianamente negare se stessa e gli schemi entro cui si muove. La questione, per i giovani, per chi fa cultura, per chi fa politica o per chi fa informazione, non è scegliere al ribasso tra le alternative che vengono ora offerte, oppure procedere per sommatorie “gentili” raccattando qua e la elementi condivisibili, ma è rompere i confini dello schema della scelta. Andare oltre. Parafrasando Slavoj Zizek, un pensatore critico che si rivela particolarmente adatto a questi ragionamenti, quella che occorre oggi non è una sostituzione, non è l’operaio senza il capitalista, non è il giovane in un mondo in cui i vecchi si fanno da parte, è la trasformazione, è smettere di essere operaio, smettere di essere giovane, smettere di essere di destra o di sinistra e, una volta compiuta questa negazione, operata questa discontinuità, ricominciare da zero e in modo nuovo ad essere operaio, giovane, di sinistra o di destra, ecc… In questa chiave, tra molti “under 40” (non li chiameremo giovani perché  continuare a chiamare giovane chi ha passato i trenta si rivela spesso un espediente linguistico che aiuta a screditare le istanze e le necessità che vengono avanzate), e non solo, si iniziano già a intravedere segnali di una nuova consapevolezza. Interventi, a volte più decisi, a volte più timidi, che mettono in discussione l’ipocrisia di certi schemi retorici e l’arretratezza di griglie ideologiche inadatte al mondo di oggi.
Si può  citare la provocatoria proposta dell’economista Marco Simoni che ha invitato la Cgil ad abolire il “concertone” del 1° maggio per usare “le stesse energie mediatiche, finanziarie, politiche per la vita dei giovani lavoratori italiani”; il ruvido e liberatorio appello dello scrittore Nicola Lagioia sul Sole24Ore a “chiamare le cose con il proprio nome”, a riconoscere senza catastrofismi e lamentele che l’Italia è ormai stabilmente arretrata nel “secondo mondo” ma che solo una “generazione talmente forte” da saper ammetterlo e “abbastanza coraggiosa da provare non la vergogna, ma finalmente l’orgoglio di essere sopravvissuta emotivamente agli ultimi vent’anni, possa aiutarci a ripartire”; la lucida analisi dell’editor Federica Manzon (sulla rivista Nuovi Argomenti) su quanto pregiudiziale e snobbistico sia criticare sempre e comunque il successo di mercato delle opere culturali italiane; le intuizioni filosofico-linguistiche su come superare la dittatura retorica di Berlusconi e del berlusconismo che lo scrittore Christian Raimo ha esposto su il Manifesto lo scorso 25 agosto; le acute riflessioni di Antonio Pascale (nei suoi ultimi due saggi per Laterza e Minimum Fax) sulla mancanza di verità nella politica e, soprattutto, nella comunicazione italiana. E e non ci si riferisce agli scontati monologhi di Emilio Fede o ai titoloni de Il Giornale, ma, ad esempio, alle vere e proprie leggende metropolitane su Ogm o nucleare spacciate per attendibile informazione scientifica, oppure ai moralismi a corrente alternata di grandi giornali su molteplici temi; oppure, sempre sullo svilimento della verità, gli interessanti spunti raccolti e commentati da Giorgio Fontana (il Manifesto 12 agosto 2010). Ecco alcuni nomi e alcune idee forse utili a riempire di contenuto i tanti appelli al rinnovamento. Può farci sentire meno soli constatare che questa voglia di lasciarsi alle spalle certe generazioni e i loro logori argomenti non sia solo italiana, ma è parte di un processo che caratterizza molti dei paesi dell’occidente, anche se, come spesso accade, qui da noi trova delle ricadute particolarmente significative.
Un interessante dibattito è nato in Inghilterra dal libro “Il Furto: come i baby boomers rubarono il futuro ai loro figli” di David Willetts. Negli Stati Uniti il confronto tra generazione del baby boom e generazione X ha trovato una sintesi nel libro di Jeff Gordinier “Come gli X salvano il mondo” in cui si racconta di come “mentre i nostalgici patologici baby boomers sono indaffarati a buttar giù Viagra e a combattere all’infinito per il loro posto al sole, i nati dopo gli anni ‘60 fanno il lavoro duro e silenzioso che impedisce all’America di soccombere ma, ciononostante, restano ancorati alla definizione di massa di bamboccioni”. Negli ultimi vent’anni, scrive sempre Gordinier, gli X hanno cambiato la cultura e il business, hanno inventato Google e Wikipedia e ci hanno dato Obama e Dave Eggers.
Certo, in Italia non possiamo vantare risultati così eclatanti (anche per un sistema economico e politico che, a sua volta, stenta a diventare adulto), ma anche da noi, non si fa fatica a rintracciare una spina dorsale composta da giovani X che, faticosamente e con pochissimi riconoscimenti, tiene in piedi il Paese. Piuttosto, per citare i “casi” Saviano e Serracchiani, quando gli X emergono in modo così clamoroso, fanno poi fatica a rimanere a lungo distanti e “alternativi” al sistema di potere saldamente nelle mani dei vecchi e ne vengono incanalati. “Il metodo degli X è mettere tutto sul tavolo, esigere trasparenza, analizzare i dati e prendere decisioni in funzione di queste analisi. È una generazione stanca delle ideologie: anche se ne condivide gli ideali, difficilmente sentiremo Obama parlare di ‘terza via’, come Clinton. Stanca anche della ragione ideologica, per cui esistono le soluzioni, prima dei problemi” spiegava l’economista e demografo Neil Howe, intervistato all’indomani delle ultime presidenziali Usa. Proprio Obama ci fornisce spunti interessanti su come mettere i problemi sul tavolo e trovare le soluzioni più adatte. Obama da una parte investe decine di miliardi di dollari per far diventare gli Usa i primi nel settore delle energie rinnovabili, dall’altra investe altre decine di miliardi di dollari per nuove centrali nucleari (pensando anche magari anche al futuro e alla fine del petrolio…). Da una parte apre a nuovi massicci flussi di immigrazione, dall’altra fa severe politiche di selezione di immigrati qualificati e altamente specializzati in materie scientifiche. Da noi, per restare al nucleare e alla mancanza di verità della politica, viviamo il paradosso che i due partiti principali sono di base entrambi favorevoli alle centrali ma lo dicono solo quando sono al governo, professandosi contrari quando vanno all’opposizione… E’ per questo che forse uno dei compiti principali per le nuove generazioni, per chi si trova e si troverà sempre di più alle prese con un situazione pesante da portare sulle spalle c’è soprattutto una cocciuta ricerca e riaffermazione della verità che faccia piazza pulita delle chiacchiere accumulate da generazioni ancora impegnate in uno scontro da guerra fredda sempre più fuori dal tempo.
Per passare finalmente da “l’immaginazione al potere” a “la verità  al potere” occorre ragionare su soluzioni pratiche per la politica, per l’economia, per il mondo del lavoro, ma tutto questo rischia di essere inadeguato se non si compie una sorta di rivoluzione in campo culturale. È una questione di modelli, di immaginario, di consapevolezza e di educazione.
Accanto a questo si dovrebbe imparare a contrapporre uno slancio mitopoietico alle tante narrazioni che la generazione dei padri ha saputo creare e imporre (a cominciare proprio dalla retorica della rivolta e della rivoluzione che rischia, a sproposito, di far sentire sempre inadeguata e “ritardata” qualsiasi generazione di figli a confronto con i padri). Forse serve una orgogliosa e poco lamentosa “generazione dei tempi difficili” per usare la definizione coniata per i giovani del primo dopoguerra (che, non a caso, in mancanza di risposte e narrazioni efficaci, si fece abbindolare dal fascismo) e va chiarito subito che comunque toccherà a loro superare queste fasi complicate della storia del nostro Paese, quindi il “come” farlo dovrebbe essere deciso da loro (con l’inestimabile consiglio di qualche vecchio saggio) e non sempre e soltanto da chi ha un curriculum ricco di fallimenti.

(pubblicato su l’Unità)

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Generazione verità

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Levitare

Essere qui, ora e nell’ora, sentire l’ineluttabilità del sentirsi accadere nel mondo come una possibilità, nonostante tutto ciò che ci trattiene, levitare dal passato, fare d’ogni attimo un volo, non rimpiangere, salire.


ORA ALTERNATIVA

Nazione Indiana - %age fa

di Uaar

In un precedente comunicato avevamo scritto che il tribunale di Padova aveva respinto l’istanza – sostenuta tecnicamente ed economicamente dall’Uaar – presentata dai genitori di una bambina frequentante una scuola primaria statale della città veneta: mentre ai suoi compagni era impartito l’insegnamento della religione cattolica, la bambina era stata costretta prima a rimanere in classe durante il ‘catechismo di Stato’, poi a trasferirsi in classi parallele, senza che l’istituto provvedesse ad attivare le lezioni alternative richieste.
Contro la decisione di primo grado è stato presentato un ricorso, finalmente coronato da successo: l’ora alternativa è un diritto, e ogni scuola è obbligata a garantirla, hanno stabilito i giudici. Secondo il tribunale, l’attivazione dei corsi alternativi costituisce un obbligo, e la scuola ha dunque praticato nei confronti della bambina una doppia discriminazione, “nell’esercizio del diritto all’istruzione e alla libertà religiosa”. Per questo “comportamento discriminatorio illegittimo” l’istituto e il ministero dell’istruzione sono stati condannati anche al pagamento della somma di 1.500 euro.
Dopo quello sul crocifisso (su cui pur pende il ricorso del governo alla Grande Camera) è un altro importante risultato ottenuto dall’UAAR: spiace solo che, per rendere veramente laico questo paese e per vedere riconosciuto un diritto fondamentale, sia stato necessario ancora una volta rivolgersi alla giustizia.

Il ministero ha già provveduto a emanare una circolare (la n. 59 del 23 luglio) inerente l’”Adeguamento degli organici di diritto alle situazioni di fatto per l’anno 2010/2011″, in cui ha evidenziato la necessità di assicurare “l’insegnamento dell’ora alternativa alla religione cattolica agli alunni interessati”. Il diritto di ottenere insegnamenti alternativi è dunque ormai un diritto conclamato e, facendo riferimento alla sentenza di Padova e alla circolare ministeriale, può essere fatto valere di fronte a qualsiasi istituto scolastico statale.

In ogni caso l’Uaar mette a disposizione di tutti i cittadini un facsimile di diffida da inoltrare alle autorità scolastiche che persevereranno nel non accogliere le richieste: lo si può scaricare dalla pagina www.uaar.it/uaar/campagne/progetto-ora-alternativa/diffida.rtf.

Il testo dell’ordinanza del tribunale di Padova è invece disponibile alla pagina www.uaar.it/uaar/campagne/progetto-ora-alternativa/ordinanza-padova.pdf.

2. TERZA GIORNATA NAZIONALE DELLO SBATTEZZO

L’Uaar organizza per il 25 ottobre 2010 la terza giornata nazionale dello sbattezzo. ‘Sbattezzo’ significa cancellazione degli effetti civili del battesimo, ossia l’elementare diritto, sancito dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e riconosciuto da un provvedimento del Garante per la privacy, di poter abbandonare una confessione religiosa: nel caso specifico, di non essere più considerati dallo Stato come “sudditi” della Chiesa, e “obbedienti” e “sottomessi” alle gerarchie ecclesiastiche, come recita il “Catechismo”.

Tutte le informazioni utili per aderire sono pubblicate alla pagina www.uaar.it/news/2010/06/02/ottobre-2010-terza-giornata-nazionale-dello-sbattezzo. I circoli e i referenti Uaar organizzeranno a loro volta iniziative sul territorio: l’Uaar invita a contattarli direttamente per avere maggiori informazioni in merito.

Nonostante molti italiani si siano già sbattezzati (l’Uaar li stima in quasi ventimila), il fenomeno non accenna affatto a ridimensionarsi, e già 381 cittadini hanno pubblicato il proprio sbattezzo sulla bacheca virtuale “Sbattezzo counter” (http://sbattezzati.it).

3. INIZIATIVE UAAR PER IL XX SETTEMBRE

Quest’anno la ricorrenza del XX settembre cade in un momento particolare: costituisce infatti una sorta di anticipazione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità del paese, in programma nel 2011. Secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, nel timore che il ricordo pubblico di quanto accaduto a Porta Pia nel 1870 possa risultare imbarazzante per le gerarchie ecclesiastiche, Quirinale e Comune di Roma hanno deciso di organizzare eventi pre-concordati con la Segreteria di stato vaticana.

Di fronte a questa ennesima abdicazione delle istituzioni al loro ruolo, che rischia di spingersi fino alla riscrittura della storia risorgimentale, l’Uaar ha proposto a diverse realtà associative di unirsi nell’organizzazione a Roma di un significativo evento laico. I circoli UAAR ricorderanno il XX settembre sul territorio organizzando convegni e partecipando alle commemorazioni ufficiali.

4. QUINTA EDIZIONE DEL PREMIO BRIAN

Anche quest’anno l’Uaar assegnerà un premio collaterale nell’ambito della 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che si svolgerà dal 1 al 10 settembre. Il premio, denominato “Brian” in omaggio all’indimenticabile “Brian di Nazareth” dei Monty Python, verrà assegnato a “un film che evidenzi ed esalti i valori del laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose”.

5. VERSO IL NONO CONGRESSO UAAR

Il IX congresso Uaar si svolgerà a Varese, presso l’Atahotel, domenica 31 ottobre e lunedì 1 novembre 2010. Sarà preceduto dall’assemblea dei circoli (riservata a coordinatori regionali e di circolo, cassieri di circolo e referenti) che si svolgerà sabato 30 ottobre. Il Congresso è aperto a tutte le socie e i soci iscrittisi all’Uaar per l’anno 2010 entro il 31 maggio. Le assemblee precongressuali si svolgeranno preso circoli e referenti tra venerdì 10 settembre e domenica 10 ottobre 2010.

6. FLASH: DUE MESI DI ATTIVITÀ UAAR

Oltre a quanto accennato qui sopra, segnaliamo altre iniziative che hanno visto come protagonista l’Uaar durante luglio e agosto:

- la pubblicazione del numero 4/2010 de “L’Ateo”, il bimestrale dell’UAAR (www.uaar.it/uaar/ateo);

- la traduzione e il doppiaggio in italiano del documentario “La minaccia creazionista”, prodotto dal Centre Laïque de l’Audiovisuel (Belgio), ora pubblicato online alla pagina www.youtube.com/view_play_list?p=6B9331E526F572A7;

- gli articoli pubblicati su “L’Espresso” e su “Il fatto quotidiano” a proposito dell’Otto per Mille e della richiesta UAAR di poter sottoscrivere un’Intesa con lo Stato;

- la richiesta che il circolo UAAR di Pisa ha ufficialmente formulato al suo Comune per chiedere che sia limitato il suono delle campane, introducendo modifiche nel regolamento comunale e istituendo fasce orarie di rispetto. La notizia è stata ripresa con molta enfasi dalla stampa nazionale e anche internazionale;

- la sottoscrizione dell’appello ai componenti del CSM affinché non sostenessero la candidatura di Michele Vietti alla carica di vicepresidente, in quanto “nel suo profilo politico è assente la laicità”. L’appello è caduto purtroppo nel vuoto;

- la lettera scritta al capo della polizia nigeriana per chiedere l’avvio di un’indagine sull’assalto in cui Oliver Igwe, padre di Leo, rappresentante in Uganda e in Nigeria dell’IHEU (l’organizzazione che raggruppa le associazioni dei non credenti di tutto il mondo, di cui fa parte anche l’UAAR), è stato selvaggiamente picchiato, tanto da perdere un occhio.

I tanti eventi organizzati dai circoli UAAR sono documentati alle pagine www.uaar.it/event/2010/07 (luglio) e www.uaar.it/event/2010/08 (agosto).

7. FLASH: DUE MESI DI ATTIVITÀ ONLINE

- Aggiornamento quotidiano delle Ultimissime (www.uaar.it/news);

- funzionamento quotidiano dei forum UAAR (http://forum.uaar.it);

- confronto quotidiano sulle mailing list [ateismo] (aperta a tutti); [uaar] (riservata ai soci UAAR); [circoliuaar] (riservata agli attivisti dei circoli UAAR);

- aggiornamento quotidiano del gruppo UAAR su Facebook (www.facebook.com/group.php?gid=49322830960);

- aggiornamento frequente del canale UaarIt su YouTube (www.youtube.com/user/uaarit);

- organizzazione di diversi sondaggi on-line (www.uaar.it/poll);

- aggiornamento della sezione “comunicati stampa” (www.uaar.it/uaar/comunicati_stampa);

- pubblicazione della recensione del libro “Jahvè, Dio e Allah: false divinità”, scritto da Dante Svarca (www.uaar.it/ateismo/opere/dante-svarca-jahve-dio-allah-false-divinita.html).

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3. La parola fine

La poesia e lo spirito - Gio, 02/09/2010 - 19:00

da qui

La crisi del romanzo è visibile anche nel proliferare di metodi, scuole e corsi per insegnare a scriverlo. Mi vengono in mente meccanismi curiosi, come il munirsi di carte che dovrebbero suggerire temi e svolte nella narrazione. Niente di nuovo, naturalmente: solo tra i contemporanei, si potrebbe citare il Calvino del Castello dei destini incrociati, costruito con una combinazione di tarocchi. Il nostro personaggio, che chiameremo Leopoldo, non ha bisogno di mezzi artificiali; gli basta scendere in strada e trovare carte umane molto più provocatorie e stimolanti: l’alcolista già ubriaco alle nove del mattino; lo zingaro in cerca di candele per i suoi riti misteriosi; la pizzaiola islamica dagli improbabili capelli biondi; l’edicolante umbro che intrattiene relazioni sociali interrazziali e interclassiste. Da ognuna delle molteplici figure, che appaiono sulla scena come sul palcoscenico di un teatro improvvisato, potrebbe nascere una storia che andrebbe a intrecciarsi con le altre, fino a formare la matassa inestricabile che, a guardarla dall’alto o da lontano, è l’esistenza. La prima carta potrebbe essere Antonio, un quarantenne alcolizzato che Leopoldo aveva incontrato qualche giorno prima e poi erano venuti a dirgli che era morto: certe figure sono una specie di memoria della fragilità di ogni progetto, compreso quello del romanzo. Ma sono anche l’appello a custodire le tracce vitali, a non arrendersi di fronte alla constatazione del decesso, perché qualcuno dice che nemmeno in quel caso si può scrivere, a cuor leggero, la parola fine.


Un’intervista a Tolkien

La poesia e lo spirito - Gio, 02/09/2010 - 17:00

Ricordo che oggi ricorre il trentasettesimo anniversario della morte di J.R.R. Tolkien. Fantasy Magazine l’ha ricordato, con un link a un’intervista mandata in onda dalla BBC nel 1968. Si tratta di una testimonianza viva e commovente, che ci fa vedere lo scrittore così com’era di persona, semplice e suadente. Sono compresi anche dei commenti di studenti oxfordiani alle sue opere, e in particolare al Signore degli Anelli.


La coppia ancora più strana

Vibrissebollettino - Gio, 02/09/2010 - 16:10

Con la camera in mano: Marco Zuin. Senza di lui, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile.


Filed under: Televisione Tagged: Iprase

Pensieri a cranio scoperchiato

Il primo amore - Gio, 02/09/2010 - 16:05
Pensieri a cranio scoperchiato
di Antonio Moresco
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