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Concerto dal vivoConcerto dal vivo
di Tiziano Scarpa Un'istantanea del contemporaneo. Le paroleLe parole
di Marco Rossari La ragione-torto delle madriLa ragione-torto delle madri
di Tiziano Scarpa Perché ci rendono sempre insofferenti. La LinguamadreLa Linguamadre
di Maria Cerino RicominciareRicominciare
di Tiziano Scarpa Per il primo settembre. John Cheever, “Amore e la vita”In libreria lo trovate oggi nell’edizione Fandango, il cui titolo (Gli Wapshot) è più rispettoso dell’originale (The Wapshot Chronicle). Io invece l’ho letto nell’edizione Longanesi del 1958, fantasiosamente intitolata Amore e la vita (fantasiosamente ma non erroneamente: nel romanzo c’è infatti tanto amore, e c’è anche tanta vita) e tradotta da Marcella Hannau. Quella che non c’entra proprio per niente, e chissà chi se l’è pensata, è la distesa di dune da deserto stampata sulla sovraccoperta: proprio bizzarra, per un romanzo tutto ambientato tra il New England e New York. Mah. La mia copia proviene dalla biblioteca popolare “G. Mazzini” di Trento, e porta il numero di catalogo 4480 2. Se per caso è una copia trafugata, e lì a Trento la stanno ancora cercando da quella volta, ditegli che mi facciano un fischio. Tanto sono a Trento tutte le settimane, portargliela mi costa niente. Con Dos Passos, Hemingway e Faulkner sembrava ormai chiuso il ciclo e la voga dei grandi narratori americani: i nuovi scrittori di questo dopoguerra o si riallacciavano alla tradizione iniziata da Sherwood Anderson (come per tanti altri prima di loro) oppure, per sazietà di motivi realistici, si rifacevano al decadentismo europeo. Sorsero così abilissimi “improvvisatori” come Tennessee Williams e Truman Capote legati al provvisorio. Allo stesso tempo però si formava, specie attorno alla rivista New Yorker, una corrente narrativa che si nutre direttamente nel suolo americano: ne è il maggior esponente John Cheever, vincitore del premio letterario National Book Award della narrativa, eletto ora come lo scrittore che ha fatto dimenticare Hemingway. Oggidì nessuno di sognerebbe mai di scrivere un risvolto che implica un lettore capace di conoscere cose astruse come il decadentismo europeo, il New York o Dos Passos; o di capire quali siano questi benedetti scrittori che, benché americani, si rifanno al decadentismo europeo. Nessuno se lo sognerebbe. La cosa divertente è che questi lettori in realtà ci sono. Filed under: Microrecensioni Tagged: John Cheever 4. Fratello personaggioda qui La parola fine, dunque, è una cosa seria. Un personaggio come Antonio, il povero morto qualche giorno fa, dimostra che il finale non si può banalizzare, che bisogna, soprattutto, evitare il lieto fine, scioglimento artificiale degli eventi che consente all’autore di lavarsene le mani. La vita è un dramma, fatto di alcol e solitudine, ricerca disperata di un aiuto, malattie epatiche e crisi improvvise che non danno scampo. Il lieto fine, a volte, semplicemente non esiste, a meno che non sia il grembo dell’eterno che raccoglie frammenti incapaci di salvarsi, di collegare torti e ragioni, di far quadrare i conti, schegge che non stanno negli schemi rigidi dell’intreccio e della fabula, che non tengono conto della suspence e dei colpi di scena, con cui ogni corso di scrittura raccomanda di concludere il capitolo perché il lettore volti pagina con ansia, con curiosità, con desiderio. L’attesa trepidante non deve essere un trucco, ma la stessa trama imprevista della vita, che ti strappa una lacrima amara per non essere riuscito a evitare che Antonio se ne andasse, che il suo passaggio sulla terra non fosse così breve, per i litri di troppo che ogni giorno lo tentavano. Solo allora ti accorgi che la parola fine ti chiede prima di guardarti intorno, di capire se puoi ritardarla un anno, o un giorno, semplicemente stando, fermandoti, aprendo il tempo perché diventi pagina in più per il fratello-personaggio che ti cerca. Riservato agli insegnanti di lettere delle scuole medie superiori della Provincia di Trentodi giuliomozzi Da circa un anno collaboro con l’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa della Provincia di Trento (Iprase), nell’ambito del progetto Scuola d’Autore ideato e guidato da Amedeo Savoia. L’anno scorso abbiamo fatto delle belle cose: cinque percorsi dedicati alla narrativa (con Giorgio Vasta), alla poesia (con Stefano Dal Bianco), al teatro (con Marco Baliani), al documentario (con Andrea Segre) e alla scrittura diaristica (vedi le attività dell’anno scorso). Anche il videocorso di narrazione è un esito del progetto. Filed under: Teoria e pratica Tagged: Alina Marazzi, Iprase, Laura Curino, Nanni Balestrini, Silvia Ballestra L’escursione #2 di Franz KrauspenhaarIo ci sarò, con tutto il mio entusiasmo Vorrei Enrico Mattei risorto mettere Vorrei la maggior parte degli agenti A dare il comando per farli pisciar sotto Del suicidio di Pavese non me ne frega QUALCHE MINUTO DOPO Siamo bolliti in una nebbia che taglia Thomas Bernhard piace agli scrittori, Duerrenmatt mi fece amare il giallo Hemingway che noia, se non in Fiesta, La tristezza di Pasolini, romanziere Bella la cara Merini, a volte da non resistere. Di tutti i poeti dell’ordinanza, che dettano In Germania fu Boell a creare il varco, Non sopporto la punta del cesello [Continua.] Scuola: il punto (e croce)Il tema del precariato è piuttosto delicato e la stessa parola è ambigua perché include molte sottocategorie piuttosto diverse. Sarebbe molto interessante, e temo doloroso, affrontare in primis la questione del precariato degli assistenti, tecnici e amministrativi (ATA) e dei collaboratori scolastici (bidelli) le cui percentuali sul totale dei lavoratori che oggi abitano le nostre scuole raggiunge spesso il 50%, ma Leopardi scrisse “Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere è di non trapassarli” e voglio quindi attenermi alle sue indicazioni. Il meccanismo delle classi di concorso, tipico della scuola secondaria, e l’attribuzione di cattedre strettamente legate ad una classe di concorso (o insegni matematica, o insegni elettronica, pur avendo le abilitazioni in entrambe le materie) induce una certa rigidità nel sistema che rende fisiologicamente necessario il ricorso al precariato come polmone utile a tappare i buchi (la parola “spezzone” discende da questa rigidità organizzativa). Risulta difficile pensare che sia davvero necessario ricorrere al precariato nella scuola primaria dove le specializzazioni delle maestre, pur presenti, sono blande e la duttilità di tutte le insegnanti primarie è tale da consentire loro di lavorare, sostanzialmente, su tutti i fronti (anche come insegnanti di inglese con un corso di 50 ore, come dimostrano le cronache recenti). Pur essendo ai limiti delle mie competenze, mi sento di poter affermare che il precariato nella scuola primaria e tra gli ATA e i collaboratori scolastici è indegno di un paese civile. Sono naturalmente curioso e scientificamente attento nel verificare affermazioni di altro segno. Tralascio le innumerevoli “guerre tra poveri” che hanno contrapposto insegnati primari con insegnanti secondari, insegnanti delle medie, con quelli delle superiori, precari di una certa parrocchia contro quelli di un’altra, insegnanti laureati contro insegnanti diplomati, insegnati curricolari contro insegnanti di sostegno, insegnanti settentrionali contro insegnanti meridionali, insegnanti di una certa materia contro quelli di un’altra, insegnanti dei licei, contro quelli dei tecnici, quest’ultimi contro quelli dei professionali. I compartimenti stagni tra i vari ordini di scuola e gli interessi degli uni e degli altri, porta ad una frammentazione che induce uno scarsissimo “spirito di corpo” sul quale si sono anche costruite fortune politiche, al prezzo di dolori e illusioni diffuse. Ma veniamo ai giorni nostri. Due sono gli elementi che mi piace fare emergere in questa mia dissertazione. Il primo è la legge 133/2008 che prevede risparmi per quasi otto miliardi di euro in tre anni, raggiunti attraverso la riduzione di 150.000 persone, insegnanti ATA e collaboratori, nella scuola pubblica italiana. Meno risorse umane significa senz’altro meno qualità. Il tutto, si badi bene, in un contesto nel quale Barack Obama ha vinto le elezioni permettendosi in campagna elettorale, alla convention di investitura, in un paese dove lo slogan “Meno tasse per tutti” avrebbe probabilmente lo stesso effetto che ha avuto da noi, di affermare a gran voce: “Arruolerò legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse!”. Il fatto che in tempi di crisi abbia deciso di mantenere investimenti significativi, come succede anche in Germania, la dice lunga sulle parole e i protocolli che si firmano in Europa (si cerchi “strategia di Lisbona”) e quelle elettorali, ma vincolanti, pronunciate da un futuro Capo dello Stato americano. Il numero è elevato ed è solo parzialmente attutito dai pensionamenti.Tralascio il fatto che si è ridotto lo spazio delle nuove generazioni, con il blocco triennale delle abilitazioni garantite dalle SSIS, senza che ancora oggi sia chiaro quali siano i tempi di approntamento del nuovo sistema di formazione iniziale degli insegnanti (i concorsi, questo è chiaro, sono costosi). Naturalmente le richieste che emergono dall’universo dei precari sono variegate, arrivando anche a deliranti richieste di assunzione di tutti gli iscritti alle GaE che, logicamente, è equipollente alla richiesta di generazione per clonazione di un numero di studenti sufficienti alle necessità degli insegnanti. É evidente, almeno a me, che il modello da seguire sia quello svedese o danese, dove le persone sono liete di pagare alte tassazioni perché hanno un welfare che funziona e che supporta attivamente i disoccupati, non scaricandoli su apparati. È anche altrettanto evidente che “chi sbaglia paga” e questo Stato ha prodotto questo stato di cose e conseguentemente è assolutamente legittimo che gli iscritti alle GaE possano godere di un canale di assunzione perenne che arrivi ad esaurirle, anche se ci volesse (e ci vorrà) un ventennio. Occorre approfittare delle conoscenze dei meccanismi che sono patrimonio dei precari, che a questo gioco partecipano da anni, non al mero fine di orientare le regole alla propria assunzione, ma al fine di indurre lo Stato ad assumersi delle responsabilità senza penalizzare ciascuno eccessivamente. Un aforisma che ho ideato e del quale vado orgoglioso afferma “Giustizia è lasciare tutti equamente insoddisfatti”. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Related posts:
Nuovo intervento di Vito Mancuso sul caso MondadoriCari amici di Mondadori, preferisco la giustizia Giornali, radio, siti, tv, non vi è stato mezzo di comunicazione che non abbia ripreso e alimentato il dibattito sviluppatosi in seguito al mio articolo del 21 agosto “Io autore Mondadori e lo scandalo ad aziendam”. Naturalmente ognuno ha detto la sua, sia in merito alla questione in sé sia a me che l’avevo sollevata, facendomi provare l’ebbrezza di un viaggio sulle montagne russe della psiche col passare da coscienza profetica a povero ingenuo, da eroe coraggioso a ipocrita opportunista. Su quest’ultimo aspetto non ho nulla da replicare, registro solo lo spettacolo di individui così incapaci di prescindere dall’ego e concentrarsi sulle cose in sé da risultare impossibilitati a concepire che qualcuno faccia qualcosa senza volerci guadagnare. Molto più interessante è la dimensione oggettiva della questione, che ritengo di poter riassumere come segue. 1. Esistenza del problema: il problema da me sollevato esiste, non è per nulla nuovo perché risale al 1993 cioè a quando il proprietario della Mondadori entrò in politica, e spesso riaffiora come i sintomi di una malattia non curata. Persino i giornali e le tv (Tg1) che ne hanno sostenuto l’inesistenza in realtà col loro zelo hanno confermato che esiste, perché non si dedicano pagine e minuti preziosi a un falso problema. Si fa così solo con un problema vero di cui si vuole sostenere capziosamente la falsità. 2. Essenza del problema: nella sua specificità il problema 3. Prospettive di soluzione del problema: Eugenio Scalfari (le cui parole affettuose ricambio con gratitudine) affermava in risposta al mio articolo che il problema “si combatte politicamente”. È vero, ma mi permetto di replicare che la politica, come l’essere secondo Aristotele, “si dice in molti modi”, non tutti riservati ai politici di professione. Uno di questi modi è la pubblicazione che, come dice la stessa parola, è un gesto pubblico, spesso non privo di risvolti politici e mai privo di risvolti economici, soprattutto per autori da primi posti della classifica vendite. In questa prospettiva io chiedo due cose: A) l’autore ha il dovere di verificare la correttezza etica (e non solo giuridica) del proprio editore? B) l’autore ha il dovere di chiedersi quali investimenti sostiene con il profitto da lui generato? A entrambe le domande si può rispondere di no, che un tale dovere dell’autore non c’è, sostenendo da un lato che l’autore si deve preoccupare solo della libertà di esprimere le proprie idee, del prestigio del catalogo, della professionalità dei funzionari editoriali e basta, e dall’altro lato che ciò che conta per lui è unicamente la capacità di promozione, distribuzione e vendita dell’editrice alla quale affida il suo testo. Molti degli autori del Gruppo Mondadori intervenuti a seguito del mio articolo hanno sostenuto in parte o per intero queste prospettive, compresi Eugenio Scalfari, Corrado Augias e Adriano Prosperi. Mentre nessuno si è posto la domanda B, nella risposta alla domanda A Scalfari ha distinto gli attuali dirigenti che guidano l’Einaudi dalla proprietà da cui i medesimi dirigenti dipendono, Augias ha dichiarato che il suo rapporto con la Mondadori “non è con una marca ma con uomini”, Prosperi è stato il più duro giungendo a negare la stessa pertinenza del problema: “Mettersi ad aprire una discussione in termini moral-editoriali lascia il tempo che trova”. Io non sono d’accordo. Io penso che discutere pubblicamente delle pubblicazioni sia qualcosa di molto utile se non un dovere, e penso che alle due domande poste sopra si debba rispondere con un netto sì: l’autore ha il dovere di vagliare la correttezza etica della sua editrice (e del Gruppo al quale essa fa capo) e si deve chiedere a quali investimenti contribuisce con il profitto generato dalle vendite delle sue opere. Naturalmente mi posso sbagliare, posso essere ingenuo e mancare di realismo, ma questo è il mio pensiero. Il quale ritengo valga soprattutto per quegli autori che scrivono di etica, di politica, di filosofia e che sono giunti grazie al valore del proprio lavoro a vedersi riconosciuto il ruolo pubblico di “intellettuali”, svolgendo così un compito abbastanza delicato verso la società. Penso sarebbe auspicabile che tutti gli autori fossero attivi nel cercare di arginare l’immenso conflitto di interessi del quale da quasi un ventennio tutti noi italiani (di destra, di centro, di sinistra non importa) siamo prigionieri, ma so bene che non tutti possono sempre permettersi questa battaglia, perché esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro. Primum vivere deinde philosophari, questa antica massima di saggezza vale per tutti, nessuno è chiamato a fare l’eroe. Per quanto mi riguarda poter esprimere liberamente il mio pensiero coincide con la possibilità di “combattere la buona battaglia”, per riprendere la celebre espressione di san Paolo. Naturalmente non condanno nessuno né chiamo nessuno a crociate, mi permetto solo di dire che provo ammirazione per tutti quegli intellettuali che, potendo permetterselo, evitano di contribuire con i proventi delle loro opere a finanziare quel conflitto di interessi che è “la madre di tutti i problemi”. Sono consapevole altresì che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno, tanto meno alle insigni personalità che in questo articolo ho chiamato in causa, cerco solo di dare il mio contributo perché l’Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi. Quando avrò il concluso il volume per il quale ho un contratto in essere con la Mondadori tirerò le logiche conseguenze di tutto questo ragionamento, come lo stesso farò per un piccolo saggio che avrei dovuto consegnare entro dicembre all’Einaudi per un volume a più autori a cura di Gustavo Zagrebelsky. Ai cari amici che ho in Mondadori ai quali mi legano stima e affetti incancellabili ho scritto ieri: “… magis amica iustitia”. American IndieAmerican Indie
di Silvio Bernelli Anche nei sintetici anni '80 in fondo, proporre un suono duro e genuino era possibile. Un libro sulle 13 band fra le più rappresentative del rock underground americano di quel decennio. Generazione veritàdi Cesare Buquicchio
Ci vuole un rinnovamento generazionale e ci vogliono nuove idee. Sono ormai tanti gli appelli, i ragionamenti, le analisi, i confronti, che da mesi, forse da anni, intorno a questi due punti trovano una sintesi. Più la crisi politica, culturale, morale del Paese degenera, più questi discorsi si fanno frequenti. Meno scontato appare, forse, fare il passo successivo: definire i soggetti e i contenuti che quella sintesi dovrebbe esprimere. Le generazioni finora al potere non ci hanno consegnato (se mai si decideranno a farlo) un Paese in buone condizioni. Ma l’impressione è che ai figli non basterà un “processo” alla generazione dei padri per salvarsi e per salvare l’Italia. Per evitare di finire solo per fare discorsi anagrafici o semplicemente sostituirsi alla generazione più anziana, si tratta di ragionare attorno ad un nuovo mito fondante della moderna società che inizi a riconoscere modi e metodi differenti da quelli affermatisi finora. Serve verità e serve che l’Italia diventi adulta. I figli dovranno trovare metodo e coerenza per diventare, e far diventare, tutti (vecchi compresi) finalmente adulti. Per farlo dovranno forse imparare a “sapersi raccontare” come una generazione un po’ più conservatrice (e morale) e un po’ meno spensierata, che si fa carico della crisi e degli errori del passato superando i luoghi comuni e le ipocrite schematizzazioni che bloccano un reale rinnovamento. Più vicina ad alcuni valori dei suoi nonni che a molti di quelli dei suoi padri. Dovrà riscoprire il rispetto per le regole e l’arte di trovare soluzioni giuste perché efficaci, invece che efficaci perché giuste, ai problemi della modernità.
Serve, dunque, una reale discontinuità. Per essere realmente rivoluzionaria, questa generazione, dovrà hegelianamente negare se stessa e gli schemi entro cui si muove. La questione, per i giovani, per chi fa cultura, per chi fa politica o per chi fa informazione, non è scegliere al ribasso tra le alternative che vengono ora offerte, oppure procedere per sommatorie “gentili” raccattando qua e la elementi condivisibili, ma è rompere i confini dello schema della scelta. Andare oltre. Parafrasando Slavoj Zizek, un pensatore critico che si rivela particolarmente adatto a questi ragionamenti, quella che occorre oggi non è una sostituzione, non è l’operaio senza il capitalista, non è il giovane in un mondo in cui i vecchi si fanno da parte, è la trasformazione, è smettere di essere operaio, smettere di essere giovane, smettere di essere di destra o di sinistra e, una volta compiuta questa negazione, operata questa discontinuità, ricominciare da zero e in modo nuovo ad essere operaio, giovane, di sinistra o di destra, ecc… In questa chiave, tra molti “under 40” (non li chiameremo giovani perché continuare a chiamare giovane chi ha passato i trenta si rivela spesso un espediente linguistico che aiuta a screditare le istanze e le necessità che vengono avanzate), e non solo, si iniziano già a intravedere segnali di una nuova consapevolezza. Interventi, a volte più decisi, a volte più timidi, che mettono in discussione l’ipocrisia di certi schemi retorici e l’arretratezza di griglie ideologiche inadatte al mondo di oggi. (pubblicato su l’Unità) Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Related posts:
ORA ALTERNATIVAdi Uaar In un precedente comunicato avevamo scritto che il tribunale di Padova aveva respinto l’istanza – sostenuta tecnicamente ed economicamente dall’Uaar – presentata dai genitori di una bambina frequentante una scuola primaria statale della città veneta: mentre ai suoi compagni era impartito l’insegnamento della religione cattolica, la bambina era stata costretta prima a rimanere in classe durante il ‘catechismo di Stato’, poi a trasferirsi in classi parallele, senza che l’istituto provvedesse ad attivare le lezioni alternative richieste. Il ministero ha già provveduto a emanare una circolare (la n. 59 del 23 luglio) inerente l’”Adeguamento degli organici di diritto alle situazioni di fatto per l’anno 2010/2011″, in cui ha evidenziato la necessità di assicurare “l’insegnamento dell’ora alternativa alla religione cattolica agli alunni interessati”. Il diritto di ottenere insegnamenti alternativi è dunque ormai un diritto conclamato e, facendo riferimento alla sentenza di Padova e alla circolare ministeriale, può essere fatto valere di fronte a qualsiasi istituto scolastico statale. In ogni caso l’Uaar mette a disposizione di tutti i cittadini un facsimile di diffida da inoltrare alle autorità scolastiche che persevereranno nel non accogliere le richieste: lo si può scaricare dalla pagina www.uaar.it/uaar/campagne/progetto-ora-alternativa/diffida.rtf. Il testo dell’ordinanza del tribunale di Padova è invece disponibile alla pagina www.uaar.it/uaar/campagne/progetto-ora-alternativa/ordinanza-padova.pdf. 2. TERZA GIORNATA NAZIONALE DELLO SBATTEZZO L’Uaar organizza per il 25 ottobre 2010 la terza giornata nazionale dello sbattezzo. ‘Sbattezzo’ significa cancellazione degli effetti civili del battesimo, ossia l’elementare diritto, sancito dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e riconosciuto da un provvedimento del Garante per la privacy, di poter abbandonare una confessione religiosa: nel caso specifico, di non essere più considerati dallo Stato come “sudditi” della Chiesa, e “obbedienti” e “sottomessi” alle gerarchie ecclesiastiche, come recita il “Catechismo”. Tutte le informazioni utili per aderire sono pubblicate alla pagina www.uaar.it/news/2010/06/02/ottobre-2010-terza-giornata-nazionale-dello-sbattezzo. I circoli e i referenti Uaar organizzeranno a loro volta iniziative sul territorio: l’Uaar invita a contattarli direttamente per avere maggiori informazioni in merito. Nonostante molti italiani si siano già sbattezzati (l’Uaar li stima in quasi ventimila), il fenomeno non accenna affatto a ridimensionarsi, e già 381 cittadini hanno pubblicato il proprio sbattezzo sulla bacheca virtuale “Sbattezzo counter” (http://sbattezzati.it). 3. INIZIATIVE UAAR PER IL XX SETTEMBRE Quest’anno la ricorrenza del XX settembre cade in un momento particolare: costituisce infatti una sorta di anticipazione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità del paese, in programma nel 2011. Secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, nel timore che il ricordo pubblico di quanto accaduto a Porta Pia nel 1870 possa risultare imbarazzante per le gerarchie ecclesiastiche, Quirinale e Comune di Roma hanno deciso di organizzare eventi pre-concordati con la Segreteria di stato vaticana. Di fronte a questa ennesima abdicazione delle istituzioni al loro ruolo, che rischia di spingersi fino alla riscrittura della storia risorgimentale, l’Uaar ha proposto a diverse realtà associative di unirsi nell’organizzazione a Roma di un significativo evento laico. I circoli UAAR ricorderanno il XX settembre sul territorio organizzando convegni e partecipando alle commemorazioni ufficiali. 4. QUINTA EDIZIONE DEL PREMIO BRIAN Anche quest’anno l’Uaar assegnerà un premio collaterale nell’ambito della 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che si svolgerà dal 1 al 10 settembre. Il premio, denominato “Brian” in omaggio all’indimenticabile “Brian di Nazareth” dei Monty Python, verrà assegnato a “un film che evidenzi ed esalti i valori del laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose”. 5. VERSO IL NONO CONGRESSO UAAR Il IX congresso Uaar si svolgerà a Varese, presso l’Atahotel, domenica 31 ottobre e lunedì 1 novembre 2010. Sarà preceduto dall’assemblea dei circoli (riservata a coordinatori regionali e di circolo, cassieri di circolo e referenti) che si svolgerà sabato 30 ottobre. Il Congresso è aperto a tutte le socie e i soci iscrittisi all’Uaar per l’anno 2010 entro il 31 maggio. Le assemblee precongressuali si svolgeranno preso circoli e referenti tra venerdì 10 settembre e domenica 10 ottobre 2010. 6. FLASH: DUE MESI DI ATTIVITÀ UAAR Oltre a quanto accennato qui sopra, segnaliamo altre iniziative che hanno visto come protagonista l’Uaar durante luglio e agosto: - la pubblicazione del numero 4/2010 de “L’Ateo”, il bimestrale dell’UAAR (www.uaar.it/uaar/ateo); - la traduzione e il doppiaggio in italiano del documentario “La minaccia creazionista”, prodotto dal Centre Laïque de l’Audiovisuel (Belgio), ora pubblicato online alla pagina www.youtube.com/view_play_list?p=6B9331E526F572A7; - gli articoli pubblicati su “L’Espresso” e su “Il fatto quotidiano” a proposito dell’Otto per Mille e della richiesta UAAR di poter sottoscrivere un’Intesa con lo Stato; - la richiesta che il circolo UAAR di Pisa ha ufficialmente formulato al suo Comune per chiedere che sia limitato il suono delle campane, introducendo modifiche nel regolamento comunale e istituendo fasce orarie di rispetto. La notizia è stata ripresa con molta enfasi dalla stampa nazionale e anche internazionale; - la sottoscrizione dell’appello ai componenti del CSM affinché non sostenessero la candidatura di Michele Vietti alla carica di vicepresidente, in quanto “nel suo profilo politico è assente la laicità”. L’appello è caduto purtroppo nel vuoto; - la lettera scritta al capo della polizia nigeriana per chiedere l’avvio di un’indagine sull’assalto in cui Oliver Igwe, padre di Leo, rappresentante in Uganda e in Nigeria dell’IHEU (l’organizzazione che raggruppa le associazioni dei non credenti di tutto il mondo, di cui fa parte anche l’UAAR), è stato selvaggiamente picchiato, tanto da perdere un occhio. I tanti eventi organizzati dai circoli UAAR sono documentati alle pagine www.uaar.it/event/2010/07 (luglio) e www.uaar.it/event/2010/08 (agosto). 7. FLASH: DUE MESI DI ATTIVITÀ ONLINE - Aggiornamento quotidiano delle Ultimissime (www.uaar.it/news); - funzionamento quotidiano dei forum UAAR (http://forum.uaar.it); - confronto quotidiano sulle mailing list [ateismo] (aperta a tutti); [uaar] (riservata ai soci UAAR); [circoliuaar] (riservata agli attivisti dei circoli UAAR); - aggiornamento quotidiano del gruppo UAAR su Facebook (www.facebook.com/group.php?gid=49322830960); - aggiornamento frequente del canale UaarIt su YouTube (www.youtube.com/user/uaarit); - organizzazione di diversi sondaggi on-line (www.uaar.it/poll); - aggiornamento della sezione “comunicati stampa” (www.uaar.it/uaar/comunicati_stampa); - pubblicazione della recensione del libro “Jahvè, Dio e Allah: false divinità”, scritto da Dante Svarca (www.uaar.it/ateismo/opere/dante-svarca-jahve-dio-allah-false-divinita.html). Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Related posts:
3. La parola fineda qui La crisi del romanzo è visibile anche nel proliferare di metodi, scuole e corsi per insegnare a scriverlo. Mi vengono in mente meccanismi curiosi, come il munirsi di carte che dovrebbero suggerire temi e svolte nella narrazione. Niente di nuovo, naturalmente: solo tra i contemporanei, si potrebbe citare il Calvino del Castello dei destini incrociati, costruito con una combinazione di tarocchi. Il nostro personaggio, che chiameremo Leopoldo, non ha bisogno di mezzi artificiali; gli basta scendere in strada e trovare carte umane molto più provocatorie e stimolanti: l’alcolista già ubriaco alle nove del mattino; lo zingaro in cerca di candele per i suoi riti misteriosi; la pizzaiola islamica dagli improbabili capelli biondi; l’edicolante umbro che intrattiene relazioni sociali interrazziali e interclassiste. Da ognuna delle molteplici figure, che appaiono sulla scena come sul palcoscenico di un teatro improvvisato, potrebbe nascere una storia che andrebbe a intrecciarsi con le altre, fino a formare la matassa inestricabile che, a guardarla dall’alto o da lontano, è l’esistenza. La prima carta potrebbe essere Antonio, un quarantenne alcolizzato che Leopoldo aveva incontrato qualche giorno prima e poi erano venuti a dirgli che era morto: certe figure sono una specie di memoria della fragilità di ogni progetto, compreso quello del romanzo. Ma sono anche l’appello a custodire le tracce vitali, a non arrendersi di fronte alla constatazione del decesso, perché qualcuno dice che nemmeno in quel caso si può scrivere, a cuor leggero, la parola fine. Un’intervista a TolkienRicordo che oggi ricorre il trentasettesimo anniversario della morte di J.R.R. Tolkien. Fantasy Magazine l’ha ricordato, con un link a un’intervista mandata in onda dalla BBC nel 1968. Si tratta di una testimonianza viva e commovente, che ci fa vedere lo scrittore così com’era di persona, semplice e suadente. Sono compresi anche dei commenti di studenti oxfordiani alle sue opere, e in particolare al Signore degli Anelli. La coppia ancora più stranaCon la camera in mano: Marco Zuin. Senza di lui, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. Filed under: Televisione Tagged: Iprase Pensieri a cranio scoperchiatoPensieri a cranio scoperchiato
di Antonio Moresco Su Mondadori, scrittori, etica... e tutto il resto. |
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