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The Kappler Inside YouThe Kappler Inside You
di Marco Rossari Nasi rossopalla e parrucche multicoloreNasi rossopalla e parrucche multicolore
di Giovanni Giovannetti "Lampi sull'Eni? non credo che faremo in tempo". L'ultima pisciata controvento dell'amico dello stalliere di Arcore Questo è Cefis (IV)Questo è Cefis (IV)
di Giovanni Giovannetti Terza parte di Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente, probabile "fonte" di Pasolini. Immaginazione, Immagine, ImmaginarioImmaginazione, Immagine, Immaginario
di Giovanni Spadaccini Uno studio controcorrente su Giambattista Vico che ha molto da dire anche e soprattutto sull'oggi. La politica del meteoLa politica del meteo
di Leonardo Guzzo QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.31: Brevi flashes da altroquando. Nunzio Festa, “Dieci brevissime apparizioni (brevi prose poetiche)”Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.) _____________________________ di Giuseppe Panella Brevi flashes da altroquando. Nunzio Festa, Dieci brevissime apparizioni (brevi prose poetiche), Faloppio (CO), LietoColle, 2009 Pur essendo giovanissimo (è nato a Matera nel 1981), Nunzio Festa ha già alle spalle una raccolta di poesie nel 2004 (E una e una, Montedit di Melegnano (MI)) e un volume di racconti (Sempre dipingo e mi dipingo. Storie di vita ballate e condite con musica, Associazione Culturale Il Foglio, Piombino (LI), 2005) e una notevole attività editoriale con la sua Edizioni Altri Media. Queste sue ultime solodieci POESIE (è il titolo della collana di “libriccini da collezione” che le ha accolte) sono febbrili e brevi flash di vita che si mutano in poesia quasi spontaneamente. «Settimo brevissimo. Il rullo del competitore, il sudore di colui che compete con un altro, la saggezza della missione di competere, la contesa quale arma di difesa, la resa davanti al contendere, la forza di concentrarsi per abbattere un altro soggetto. Lui necessariamente aveva il coraggio. La gentilezza e il perdono appartenevano alla testa, l’intrattenimento deve essere. Lo steccato che separa e mette insieme per un’unica sfida reiterata all’infinito, il finito concedersi al perdono, l’astuzia di sapersi comportante nel torto a torto. Il rigore della folla che pretende, il clamore di quella solita folla che attende imperterrita vittima con carnefice. La competizione fatta dal sangue ribollito nel petto delle ultime conclusioni coincidenti» (p. 9). La scrittura di Festa procede per accumulazione e le parole, gettate così bruscamente nell’arengo della competizione verbale, sembrano prendere coraggio da sole e moltiplicarsi per intensità ed eccitazione iperbolica. Dal sudore della competizione si passa alla dimensione intellettuale che lo produce e che lo induce e che si trasforma in perdono e in astuzia mentale fino a trasformare in giustizia ciò che è il “torto a torto”. La competizione con il suo tumultuare di c, di o e di t (quasi fosse una sorta di alfabeto sanguinetiano!) tonfa con ciò che gli succede in un susseguirsi di atteggiamenti che finiscono con il coincidere l’uno con l’altro. Anche la prosa di Festa vuole essere competitiva e saziarsi di parole esatte e traboccanti di senso. Anche «Terzo brevissimo. Oggi è il compleanno del poeta. E non sa come servire in tavola gli auguri stesi al sole. Dunque si prende tutto quello che la gente mostra sul solco della sua pancia. Quindi, un secolo di birre. Il secolo delle birre brevi come lunghe. Il secolo delle birre, è questo. Il giovane poeta compie gli anni. Ogni volta il giovane poeta, il poeta giovane, si sceglie gli anni da compiere. Tutte le volte che accade – quasi tutti gli anni, tranne quando (nei bisestili) non ci sono anni – è una battuta. L’applauso era fragoroso. Le tentazioni d’inventarsi finte spalancavano porte, inizi di territori inesplorati. Ma l’esplorazione di questo poeta è cosa da puntino» (p. 5). Sarà inteso come punto che si moltiplica per tre diventando puntino nella scrittura sperimentale o come puntino e basta, esile tentativo di fermare gemendo la marcia inarrestabile delle parole? Non lo si saprà mai perché il “giovane poeta”, Dedalus in sedicesimo, non si ferma a considerare il suo destino ma avanza imperterrito di parola in parola. Le sue poesie sono come le birre – esse possono durare a lungo (ma il rischio è che poi si sfiatino, sfumino e si svuotino del loro effetto esilarante, cessando quindi di essere birre vere e proprie) come durano il tempo necessario ad essere ingollate in uno stomaco gonfio e capace (e allora il loro impatto sarà sì feroce e dissetante ma di poca, troppo poca durata). Così è la poesia per Festa. Non vuole essere scrittura che produce un effetto troppo a lungo dilazionato né esplodere e bruciato nel breve tempo di una boutade. La poesia dura in eterno (quanto una birra) e dura il tempo che il poeta gli concede. Può essere giovane o vecchia a seconda del suo destino conclamato di parola che si afferma e si dichiara come poesia. La realtà del mondo gli si apre davanti ma si tratta di volerlo esplorare e questo non sempre accade. Perché – come pensa la signora nel Nono brevissimo – “In ogni storia, ci sono altre storie. E le storie sanno” (p. 11). Lo stesso vale per la poesia: al suo interno stanno benissimo a confabulare tante poesie possibili senza urtarsi o confliggere tra di loro. Anche Festa lo sa (e lo dice). La natura dei poetiMONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30 PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE La natura dei poeti VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci Introduce Massimo Gezzi
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METROMORFOSI 32Metromorfosi 32 infocritica free-magazine musica, cinema, teatro, arte, scrittura, tic in distribuzione gratuita in oltre 200 punti a Roma e dintorni è anche leggibile e scaricabile su www.metromorfosi.com In questo numero: Susanna majuri, Afterhours, Giulia Ananìa, Lourdes di Jessica hausner, Antonio e Cleopatra alle corse, W niantri, Fluxus Biennal, Quando ancora, Orso polare.Come corsari sulla filibustaCome corsari sulla filibusta
di Giovanni Giovannetti Tutti a tavola, al banchetto sulle rive della Vernavola Danilo De Marco: L’INSONNIA DELLA TERRAtesto di Erri De Luca Brasile: L’uomo che esce dal forno L’umanità ha inventato il grano, il riso, l’orzo. La staffetta innumerevole delle generazioni contadine ha migliorato i semi, li ha resi più fecondi. Nessun potente ha potuto fare a meno dei coltivatori. Li ha oppressi, predati, ma sempre ne ha avuto bisogno. Sri Lanka: Le donne del té Prima la terra ha perso il suo sabato di riposo poi i suoi lavoratori hanno perduto il sonno. Danilo De Marco fotografa l’insonnia della terra, trasmessa dal suolo alle facce di chi ci sta chino sopra. Le loro fattezze sono quelle della terra senza sabati. Messico: La difesa della terra La storia ama la pergamena cotica dei poveri e la spiana a pagina. Un tempo anche da noi c’erano facce così. Ecco la curva del polso di chi sa impugnare roncola, zappa, badile, ascia, piccone, il manico delle leve che bussa alla porta per chiedere. Donne, uomini dal chiuso dei recenti premono per spostare il confine del campo. Qui stanno gli ospiti della polvere del suolo, quelli che hanno diritti di scarto, documenti rilasciati da soldati di malavoglia, in lingue diverse dalle loro. Zanzibar: Le donne delle alghe Il sorriso è la smorfia che più somiglia allo sbadiglio. Nelle fotografie di Danilo che fruga tra le croste spellate del pianeta, spuntano sorrisi rari, nessuno sbadiglio. Chi è senza terra è insonne. La terra maledice. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Related posts:
Scaffali nascosti (8) – :duepunti edizioni«Scaffali nascosti», senza pretese di completezza, vuole disegnare una mappa dell’editoria indipendente dei nostri tempi. Medio-piccoli, piccoli, piccolissimi editori, spesso periferici, con idee e progetti ben precisi, che timidamente emergono, o forse emergeranno, o si spera che emergano, fra gli scaffali delle librerie. A cura di Andrea Gentile (andreagentilenazione_at_libero.it). di Andrea Gentile Nelle fiere del libro li vedi da lontano anche se non hanno lo stand più grande. Partono da Palermo e portano con loro una grande botte di vino, una di quelle che si trovano facilmente nelle cantine dei nostri nonni o bisnonni. Ogni tanto scatta l’happy hour. Ti offrono un bicchiere e ti parlano di Platone o Ourednik, Aristotele o Le Clézio. Tu sei attento e ti lasci convincere. Il progetto :duepunti nasce nel 1997 da Andrea L. Carbone, Roberto Speziale e Giuseppe Schifani. Parte come rivista letteraria fotocopiata in proprio e distribuita nei ferventi corridoi dell’università palermitana ma parallelamente è un sito internet (www.duepunti.org ancora attivo). Nel 2004 – col motto intus legere, «leggere dentro», e con un pesce radiografato, derivazione manuziana, come marchio – nasce la casa editrice :duepunti, con l’obiettivo ambizioso – ci dice Schifani – di tessere un «dialogo serrato con i lettori inteso alla costruzione di una “biblioteca ideale”, selettiva e non esaustiva, nutrita di rimandi e connessioni, che sfugga all’ottica del libro come “bene di consumo” veloce e punti invece sul catalogo come spazio inesauribile di vitalità e promozione della cultura». Il richiamo ad Aldo Manuzio, l’idea di «biblioteca ideale», la guerra al libro come bene di consumo: caratteristiche, obiettivi volutamente lontani dalle consuetudini contemporanee, toni che quasi richiamano alcuni carteggi di intellettuali-editori degli anni ’50-’60 (da Vittorini a Sereni fino a Niccolò Gallo, che pure lavoravano in grandi aziende). Del tutto in linea con il progetto allora la pubblicazione, per esempio, della Settima lettera di Platone (2005) e della Vita, attività e carattere degli animali di Aristotele (2008), nella collana «Terrain Vague». Nella stessa collana, la più attiva, compare Il verbale (2005) di Le Clézio, uscito in Italia solo nel 1965 nella «Ricerca letteraria» einaudiana, varata da Guido Davico Bonino. «Questo caso – ci dice Schifani – è illuminante per comprendere uno dei filoni del nostro piano editoriale che attraversa i vecchi cataloghi e riscopre inediti assoluti in Italia, tra le grandi pagine della letteratura europea». Nel 2005 esce anche Europeana di Patrik Ourednik, intervistato da Giorgio Vasta nel 2007 su Notable e su Nazione Indiana, mentre nel corso degli anni la collana si infittisce di gemme come Alla deriva di Karl Huysmans (2007), gli Scritti pornografici di Boris Vian (2007), gli Scritti patafisici di Alfred Jarry (2009), fino a Rue de l’Odeon di Adrienne Monnier (2009), la storia della grande libreria frequentata da Joyce, Beckett, Rilke e Proust: un libro che ha ricevuto anche l’attenzione di Stefano Salis sul Domenicale del Sole 24 Ore, Gabriella Bosco su Tuttolibri e Gian Paolo Serino sulla Repubblica. Sarà poi Ourednik a curare il Trattato sul buon uso del vino di Rabelais (2009), inedito sfuggito all’editoria italiana. Il tutto in una veste grafica raffinata, con «oggetti-feticcio» che col passare del tempo» i bipuntinisti hanno raccolto e che «entrano in simpatia armonica con le suggestioni offerte dal libro. Più specifiche e giovani anagraficamente le altre collane. Il 2006 è l’anno della «Dossier», dedicata alla saggistica letteraria, con titoli come Il romanzo e la storia a cura di Michela Sacco Messineo (2008) o Letteratura, identità, nazione a cura di Matteo Di Gesù (2009). Nel 2008 nasce l’«Argo», diretta da Michele Cometa, che «si propone come uno strumento indispensabile per la ricerca in un ambito multidisciplinare in piena espansione (estetica, storia dell’arte, semiotica, letteratura)» e ha cinque titoli all’attivo. Il 2009 è poi l’anno delle «Cronografie» su politica e sociologia, collana inaugurata da Mondo bastardo dell’europarlamentare Giusto Catania; sempre nel 2009, con la pubblicazione di Miracoli contemporanei di Santa Rosalia di Serena Giordano, sembra ripartire con intenti programmatici («immagine e immaginario») la collana «Punti di fuga» – di graphic novel, rivolta a un pubblico di lettori giovani – avviata nel 2005 con Una giornata nera di Claudio Morici e Marco Failla, e fermatasi nel 2006 con Progetto isole 2005. Con sede in via Siracusa, a pochi passi da via Notarbartolo lì dove abitò Giovanni Falcone, con un catalogo raffinato e con una veste grafica riconoscibile, così cresce la casa editrice :duepunti, distribuzione Pde, sei anni di attività, e – ci dice ancora Schifani – «un’ottica eccentrica che ci permette di mettere a fuoco con il giusto distacco alcuni fenomeni in atto nel nostro paese o in Europa», abbattendo la «limitazione» del regionalismo siciliano. Tra le prossime uscite il Grande romanzo europeo di Koen Peeters, la Filosofia del cane di Diogene e un misterioso e anonimo Elogio del nulla / Elogio di qualcosa. Andrea Gentile (Isernia, 1985) ha lavorato con Enrico Deaglio a Patria 1978-2008 (il Saggiatore, 2009), ha curato, con Aurelio Pino, Mala storie di Piero Colaprico (il Saggiatore, 2010). Collabora con «Alias», supplemento settimanale del «manifesto», e con il mensile «Il Bene Comune». Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: Related posts:
Kafka e l’esigenza dell’operadi Michele Lupo Molti anni fa, ne Lo spazio letterario, il critico e teorico della letteratura Maurice Blanchot, sottesa l’equivalenza di arte e immaginario, o meglio, assunto il secondo come il luogo in cui, soltanto, l’arte è possibile, e opponendolo alla realtà irriducibile delle ‘cose’, mostrava come un singolare percorso di allontanamento da essa, ed esperienza creativa dell’immaginario insieme, si compisse in modo esemplare nell’ opera di Franz Kafka. Lì si giocava a un livello tragico, ancora moderno, l’idea di un’autonomia radicale della parola poetica rispetto ai supposti referenti ‘empirici’ che crediamo di riconoscere nel mondo. Scriveva Blanchot: “La qualità della parola abituale è che capirla fa parte della sua natura. Ma, in questo punto dello spazio letterario, il linguaggio è senza intesa. L’arte, come lingua dell’immaginario, è quindi rispetto alla realtà un altrove“. E ancora: “Nella parola poetica non siamo più rinviati al mondo, né al mondo come rifugio, né al mondo come insieme di scopi”. Prima di designare qualcosa, o dare voce ad alcuno, le parole hanno il loro fine in se stesse. Se è così, l’opera insomma inizia nel momento in cui l’io dello scrittore muore al mondo. E, se tutto questo è vero, per nessuno vale come per Franz Kafka. La lettura dei suoi Diari, avventura emozionante per molti versi, intanto ci soccorre in questo scopo. In essi il ‘destino di perdizione’ del grandissimo praghese mostra segni che suffragano la lettura di Blanchot. Kafka sapeva che l’esperienza dello sradicamento era una conseguenza della pratica poetica, e se dunque l’arte lavorava a una compensazione esistenziale, rappresentava però la via di un possibile e definitivo abbandono del mondo. Nei suoi Diari K. non racconta se stesso al modo vezzoso dei romantico-decadenti, ma intesse un dialogo con la pagina che si configura essenzialmente come il disperato tentativo di mantenere un contatto con una individualità, la sua, che rischiava continuamente di sfuggirgli, di apparirgli estranea non meno di tutto il resto. Il suo paradosso sta quindi nell’aver usato come strumento ‘mnestico’ e/o consolatorio quello stesso esercizio che può esser causa prima dell’oblio: la scrittura. L’esigenza di salvazione è elevata: il suo nichilismo è sofferto, mai recitato ad arte. Epperò l’arte, l’immaginario, contemplano necessità inconciliabili con la sua (in)capacità di vivere la vita ordinaria; e forse, aggiungerei, contaminano, in ottemperanza alle leggi della finzione – che sono leggi di forma, di stile (unici idoli di Kafka, che non a caso aveva eletto Flaubert uno dei suoi massimi modelli) – la purezza “confessionale” di quella pratica chiarificatrice e memorialistica che risponde al nome di Diari. Essi si estendono per un arco di tempo che va dal 1910 al 1923. Vi è spesso dispiegato un senso di sconcerto che segue al “vago impeto della voglia di scrivere”. Cito, un po’ a caso, frammenti del 1911: “Non riesco a capire e nemmeno a crederci. Vivo soltanto qua e là in una parolina nella cui vocale, per esempio, perdo un istante la mia testa inutile.” O ancora, “Creativo soltanto nel torturare me stesso“. Algebra impossibile, la scrittura in Kafka è guarigione e causa della malattia, una specie di ossimoro ontologico mai così lucidamente evidenziato in altri scrittori. Essa è perdizione e atto sacrificale, seguita spesso dal senso di colpa di chi si convince in questo modo di non adempiere alla ‘Legge’ (qui, più che la normativa religiosa del pensiero ebraico, pare connotare i suoi dettami sociali – matrimonio, vita comunitaria, etc). L’esperienza del mondo in K. è quella di un “vuoto perfetto“, intorno al quale egli vaga con la sola arma della parola. Le note che testimoniano le ansie verso il mestiere, peraltro, abbondano, ma l’urgenza dello stile, della qualità estetica, si sprigionano da questa allegoresi della scrittura come tentativo tragico di comprensione delle cose. Nei Diari la pregnanza di alcune immagini terribili e bellissime lascia senza fiato, se pensiamo che sono scritte da uno dei tre o quattro scrittori decisivi del secolo: “Questo mucchio di paglia che sono da cinque mesi“; “In fondo sono un uomo incapace, ignorante, che, se non fosse andato a scuola, sarebbe esattamente in grado di stare accovacciato in un canile, di saltar fuori quando gli dessero da mangiare e di ritornare dentro dopo aver ingoiato il pasto”. Viluppo difficile da districare, il caso K., non c’è dubbio. Scrivere per lui significa “saltare fuori dalla fila degli assassini“, ossia trovare un linguaggio da opporre a quello degli abitanti del Castello. Ecco perché, e Kafka insiste su questo punto anche nelle Lettere, l’opera richiede l’espunzione della vita, il suo allontanamento: non solo una modalità dell’assenza, ma paradossalmente, pure, la sola possibilità di intervento (interpretativo). Se la letteratura è finzione, per Kafka essa è altresì linguaggio della verità (o, almeno, del possibile), esercizio ermeneutico che libera lui dal mondo rivelandolo – ma mai sino in fondo: l’incompiutezza narrativa è inevitabile. Pure, Kafka afferma di voler “morire in pace“. Riconosciuta l’ineluttabile inadeguatezza al vivere, egli confessa all’amico Max Brod che le sue opere migliori le deve alla provvisoria capacità di “morire contento”; non solo, dice di rallegrarsi nel descrivere situazioni in cui qualcuno sta morendo. “Mi piacerebbe spiegare il senso di felicità che ho in me di tanto in tanto, come appunto ora,” (dice riferendosi allo scrivere); o quest’altra, fulminante: “L’arte vola attorno alla verità, ma con la precisa intenzione di non farsi bruciare“. Una benvenuta leggerezza che segnala uno scarto – forse, il segno autentico di una ‘felicità del corpo’ che eccede la pura dimensione conoscitiva per regalare estasi improvvise. Narrare consente anche, attraverso la rappresentazione, di illuminare la scena giocando con essa. Da un lato, lo scrittore imita Dio manipolando mondi (e si arroga suoi poteri: darsi la propria morte infatti non è soltanto lo scacco di una vita fallita, ma pure l’esplicarsi, se si vuole en artiste, della volontà di potenza, ridotta a questa singolare espressione). DalI’altro, quest’“uomo pieno di uno stupore infinito” ci appare come l’adepto di una strana dottrina nella quale la scrittura diviene una forma di preghiera attraverso la quale accogliere, allo stesso tempo difendendosene, il tramestio del proprio caos interiore: l’arte diviene “una difesa del nulla, una cauzione del nulla, un soffio di gaiezza prestato al nulla”. Un sogno probabileUn sogno probabile
di Dario Borso La Vicenza di Comisso & Parise Carlo Maria Giulini e i Berliner Philharmoniker: le testimonianze inedite di una fruttuosa collaborazione artistico-musicaledi Achille Maccapani La recentissima iniziativa, affrontata dalla label indipendente Testament (www.testament.co.uk) in collaborazione con la Rundfunk Berlin-Brandeburg e in accordo con gli eredi del maestro, di pubblicare tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 ben 9 compact disc dedicati alla collaborazione tra i Berliner Philharmoniker e il compianto direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini, è destinata a gettare sicuramente una nuova luce sul cammino artistico del maestro scomparso il 14 giugno 2005, attraverso le registrazioni dei concerti tenuti alla Philharmonie di Berlino in un arco di tempo che si estende dal febbraio 1969 al febbraio 1984. Un periodo, questo, che sul piano discografico è conosciuto per il binomio Karajan-Berliner, una vera e propria macchina da soldi capace di fagocitare attorno a sé (in contemporanea, e senza esclusive contrattuali) due multinazionali del disco (Deutsche Grammophon e EMI) e, per tantissimi anni, il colosso multimediale della musica in video Unitel di Leo Kirch, ancora lontano anni luce dal crack economico causato dalla gestione dei diritti tv dei Mondiali di Calcio Corea-Japan 2002, fino al fatidico 1982, l’anno in cui l’incontrastato titolare, il salisburghese Herbert Von Karajan, decide di mettersi in proprio e crea una propria società di produzione, la Telemondial S.A.M., con sede a Montecarlo. E sullo sfondo di questo periodo riaffiorano i ricordi di una storia europea e mondiale, ancora sotto gli occhi di tutti, e che influiscono non poco nel cammino umano e artistico di Carlo Maria Giulini, direttore ospite gradito da Karajan. Per una scelta di rispetto nei confronti del titolare, che già conosceva dagli anni ’50, all’epoca in cui si alternavano sul podio della Scala, al fianco di registi come Zeffirelli e cantanti come la Callas, Di Stefano, Del Monaco, Bastianini e Tebaldi, Carlo Maria Giulini non registrò dischi con i Berliner Philharmoniker per un lunghissimo periodo di tempo. Solo dietro insistenza di Karajan, infatti, il maestro di Barletta accettò la proposta, anche a seguito della decisione dolorosa di lasciare, in anticipo rispetto all’impegno contrattuale, la titolarità della Los Angeles Philharmonic, a causa di un gravissimo problema di salute della moglie Marcella, che influì non poco nello scavo doloroso delle sue interpretazioni musicali, soprattutto in alcuni dei più prediletti autori quali Brahms, Dvorak e Bruckner. Fino a questo ciclo dedicato da Testament, le testimonianze della fervida collaborazione tra Giulini e i Berliner, durante il periodo del regno di Karajan, si riducevano a pochi dischi: “Das lied von der erde” di Gustav Mahler e soprattutto una toccante rilettura della Sinfonia in re minore di César Franck, entrambe pubblicate da Deutsche Grammophon. Paradossalmente, solo dopo la rottura definitiva tra Karajan e l’orchestra berlinese consumatasi dopo il concerto di San Silvestro del 1988, Giulini consegnò al disco (nel frattempo era passato alla Sony Classical, seguendo il suo fido produttore Gunther Breest, grande amico di Karajan) una geniale e spettacolare interpretazione dei “Quadri di un’esposizione” di Mussorgsky/Ravel, ma quello era ormai un altro periodo, peraltro noto agli appassionati di musica classica e ben testimoniato dalle discografie “ufficiali”. I compact disc del ciclo Testament, infatti, ci svelano un lato completamente diverso del rapporto che legò Giulini ai Berliner Philharmoniker. Preoccupato di mettere in luce, più che la sonorità opulenta in technicolor, caratteristica spesso tipica delle registrazioni in studio di Karajan, quanto indicato nelle partiture, Giulini lavorò con il grande spirito di un vero artigiano della concertazione, cercando nel contempo di raggiungere il senso di verità, di profondità, e soprattutto il grado emotivo che da queste pagine complesse fatte di righi musicali, segni e note, difficilmente può emergere in tutta la sua luminosità, se non ci si approccia con un modo di sentire vicino al servizio, nel senso più alto del termine. Per Giulini non contava assolutamente mettere la propria cifra intellettuale accanto a questa o quella composizione sinfonica, bensì mettersi proprio al servizio dell’autore, domandarsi cosa l’autore volesse esprimere con quelle pagine scritte. Gli approfondimenti, certi rallentandi, certi respiri non sarebbero comprensibili se non si accetta da subito di aderire fino in fondo, incondizionatamente, al desiderio profondo e interiore di Giulini di servire la musica. Di comunicare attraverso la musica la condivisione di un dramma esistenziale, di una tragedia umana che è la quotidianità che si riverbera dentro di noi con i piccoli e grandi problemi, le catastrofi, i dolori profondi, di fronte ai quali la sua sofferta, conquistata ogni giorno, fede in Cristo rappresentava una fortissima ancorazione per riuscire ad entrare in piena osmosi con il compositore, riuscendo in tal modo a creare un fortissimo rapporto emotivo con l’orchestra, e coinvolgendo il pubblico lasciandolo trasfigurato, conquistato, trasformato. E le varie aggiunte al repertorio di Giulini alla sua discografia ufficiale come il concerto per violino e orchestra di Ciaikovsky con la coreana Kyung Wha Chung, all’epoca all’inizio della sua folgorante carriera (maggio 1973), il concerto per la mano sinistra di Ravel con il pianista Michel Block (gennaio 1978), le Sacrae symphoniae e la Canzone septimi toni di Giovanni Gabrieli, oltre al Concerto grosso in sol minore di Francesco Geminiani (settembre 1978), oltre a suscitare un vivo interesse nell’ascoltatore, confermano quanto il repertorio del maestro fosse ben più ampio rispetto a quello consegnato alle registrazioni discografiche (a Los Angeles, per esempio, aveva anche diretto la Quarta sinfonia e l’Adagio della Decima sinfonia di Gustav Mahler). In realtà, è proprio attraverso alcuni dei suoi punti fermi che si scopre, anzi, si conferma la grandissima capacità di questo umile servitore della musica, che non si definiva direttore d’orchestra, ma “solo un musicista”, di mettere appunto l’orchestra al servizio del compositore, e non viceversa, entrando nel cuore di ogni partitura, facendo entrare tutti gli orchestrali in un clima di concentrazione inusuale. Non esisteva un’interpretazione uguale all’altra, ogni concerto rappresentava davvero un viaggio nuovo nei meandri di un universo artistico e umano, nel quale riemergeva la forte umanità di Giulini, e la sua capacità di commuovere emotivamente l’ascoltatore: basti pensare alle due versioni, radicalmente diverse tra loro, del poema sinfonico “La mer” di Claude Debussy (febbraio 1969 e gennaio 1978). E soprattutto al vertice assoluto di quella che era diventata per lui la composizione simbolica di tutta una vita passata tra le orchestre e i teatri di mezzo mondo: l’Ottava sinfonia di Anton Bruckner, nella revisione di Leopold Nowak del 1890; la registrazione concertistica dell’11 febbraio 1984 precede di pochi mesi quella consegnata al disco, realizzata il 30 maggio 1984 nella grande sala del Musikverein di Vienna sul podio dei Wiener Philharmoniker per Deutsche Grammophon (vincitrice, tra l’altro, di numerosi premi internazionali), eppure risulta radicalmente diversa rispetto a quella comunemente conosciuta. Perché in quel frangente i Berliner dovevano fare i conti con una concezione, radicalmente opposta, spettacolare e lussureggiante, voluta da Herbert Von Karajan (il quale si avvaleva, tra l’altro, di un’altra revisione della partitura, comprendente sezioni e parti strumentali omesse da Nowak, quella di Robert Haas), ma di fronte a Giulini cambiarono radicalmente pelle e corpo, senza porre alcun tipo di veto. E si immersero nel cuore della complessa e difficile partitura sinfonica con uno slancio spirituale carico di energia e di cuore, con un’adesione totale in piena comunione col maestro, col solo obiettivo di dimostrare la fortissima modernità dei tormenti interiori del compositore e organista di St. Florian, alle prese con le regole complesse del contrappunto e della strumentazione, e desideroso di trasformare in note musicali le sue angosce, quelle di una fede apparentemente ingenua, ma in realtà frutto di una costante ricerca fatta di domande, dei perché gridati verso il vuoto che circonda le montagne austriache e del Tirolo, le stesse in cui Giulini, nato per circostanze familiari nella città pugliese di Barletta, era cresciuto durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Così, mentre l’interpretazione dei Wiener rappresenta il culmine di un percorso di analisi e studio di questa incredibile ed affascinante sinfonia (ormai considerata quale uno dei punti fermi del patrimonio sinfonico del tardo Ottocento), quella dei Berliner non smette di affascinare l’ascoltatore per la capacità di mantenere le tensioni, di sviluppare un vero e proprio cammino di ricerca della serenità interiore, trasformandosi in tal modo in un percorso spirituale di avvicinamento a Dio, con una capacità di coinvolgimento che lascia senza parole, commuove e rende ciascuno più attento al lato emotivo delle nostre esistenze, quasi sempre vissute senza un attimo di respiro. Anzi, più si ascolta questa interpretazione, più ci si rende conto di come la profondità di analisi e illustrazione del dramma umano di fronte all’Eterno, delle domande che ci poniamo quotidianamente, delle nostre ansie rispetto al presente e al futuro, fosse già stata messa in luce da Bruckner in tutta la sua drammaticità e senso della misura, e nel contempo resa con una capacità ammirevole ed unica da Giulini. Mai come in questa occasione le pagine della partitura bruckneriana assumono infatti il senso di una forte comunanza con il periodo storico in cui viviamo, nonostante siano già trascorsi 26 anni, all’epoca del concerto la Philharmonie si trovava a Berlino Ovest, e la “perestroika” doveva ancora prendere il sopravvento sulla scena internazionale. La grandissima lezione artistica e umana di Carlo Maria Giulini, attraverso queste pregevoli registrazioni concertistiche con i Berliner Philharmoniker, non solo dunque si conferma in tutta la sua attualità, ma soprattutto continua a rappresentare uno dei punti fermi per l’interpretazione della musica sinfonica, anche per i prossimi anni. Questo è Cefis (III)Questo è Cefis (III)
di Dario Borso Terza parte di Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente, probabile "fonte" di Pasolini La quinta porta su "Petrolio" (2)La quinta porta su "Petrolio" (2)
di Carla Benedetti Un articolo di Paolo Di Stefano e uno di Gianni D'Elia sulla parte "mancante" di Petrolio. “Nino ORSINI” di Marco SCALABRINONINO ORSINI “Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.” Marco Scalabrino Essere tra le lingue – viaggio nell’Italia neodialettale #2 : Andrea Longega
Da El tempo de i basi
La soferenza xe una sola. Nei giovani, nei vèci nei maschi e nele fémene. Gavemo tuti el stesso viso in un lèto de ospeàl. La sofferenza è una sola. | Nei giovani, nei vecchi | nei maschi e nelle femmine. | Abbiamo tutti lo stesso viso | in un letto d’ospedale.
* Sbassa la testa o sgrana i òci, queli che par strada domanda de ela. Qualchidun dise na parola altri me fa na caressa sul brasso o da drio al còlo. Chinano la testa o sgranano | gli occhi, quelli che per strada | domandano di lei. | Qualcuno dice una parola | altri mi fanno una carezza | sul braccio o dietro il collo.
* - Ti me lavi el viso? - Sì. - Usa el saón de Marsiglia. - Va bén cussì? - Sì, adesso reséntime. - Ecco, go finìo. ……………… - E no ti me sughi? - Ah sì, xe vero! - …col sugamàn picolo bianco. …e dopo passime quela crema là. - La crema? e par cossa? - Ma par le rughe no? - Mi lavi il viso? | – Sì. | – Usa il sapone di Marsiglia. | – Va bene così? | - Sì, adesso risciacquami. | – Ecco ho finito. | … | – E non mi asciughi? | - Ah sì, è vero! | – …con l’asciugamano piccolo bianco. | …e dopo passami quella crema là. | – La crema? e per cosa? | – Ma per le rughe no?
* El poeta, lo savemo, xe un tipo curioso: el leze le etichéte su i flaconi el conosse i nomi de infermieri e dotóri el vede in coridoio su i carèli guanti e niziòli come sta divisi par color parché elo lo sa che solo quelo che xe bén descrìto se podarà, dopo, cancelàr. Il poeta, lo sappiamo | è un tipo curioso: | legge le etichette sui flaconi | conosce i nomi | di infermieri e dottori | vede in corridoio sui carrelli | guanti e lenzuoli come stanno | divisi per colore | perché lui lo sa | che solo ciò che è ben descritto | si potrà, dopo, cancellare.
* Che bèli i cielo invernali! Cussì alti de istà se i sognémo e de nòte cussì frédi e ciari che stago là a vardar Marte e tute le altre stéle che Ricardo me ga insegnà. Che belli i cieli invernali! | Così alti d’estate ce li sognamo | e di notte così freddi e chiari | che sto lì a guardare Marte | e tutte le altre stelle che Riccardo | mi ha insegnato.
* Vièn le famégie al gran completo (i nevódi più alti de i pari) stamatina che xe Nadal a trovar le veciéte, tute bèle, cambiàe, ma lore ghe bada poco, el tempo de i basi, e dopo le torna a contar le medissine sóra la tòla o a scoltàr la radio destiràe su un fianco. Vengono le famiglie al gran completo | (i nipoti più alti dei padri) | stamattina che è Natale | a trovare le vecchiette, tutte belle, cambiate, | ma loro ci badano poco, il tempo dei baci, | e dopo tornano | a contare le medicine sul tavolo | o ad ascoltare la radio | distese su un fianco.
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“Noi invece oggi, con le conoscenze e le possibilità scientifiche di cui disponiamo, dobbiamo essere umilissimi. Nessuno ci ha voluti, nessuno ci ha amati. Dobbiamo farlo noi, da noi stessi e per noi stessi. Dobbiamo decidere che lo vogliamo come specie.” (Franco Buffoni, Più luce, padre; pag. 146)
A Betlemme la basilica de la Natività xe divisa in zone e a zone i la nèta el giorno dopo Nadal: armeni, catolici, greci ortodossi e chissà, no riesso a imaginar, anca in quel momento cossa a vicenda i se pol rinfacciar. Fato sta – ghe xe le foto sul giornal – che i se dà co le scóle da sóra la testa e co le man. A Betlemme la basilica | della Natività è divisa in zone | e a zone la puliscono il giorno dopo | Natale: armeni, cattolici greci | ortodossi e chissà, non riesco a immaginare, | anche in quel momento cosa | a vicenda si possano rinfacciare. | Fatto sta – c’è la foto | sul giornale – che si danno con le scope | da sopra la testa | e con le mani. ***
Andrea Longega, El tempo de i basi, Edizioni d’if, Napoli, 2009: una nota critica di Manuel Cohen Escono nella collana i miosotìs per le Edizioni d’if, curate a Napoli da Nietta Caridei, i versi veneziani di Andrea Longega (1967), giunto alla terza raccolta neodialettale. El tempo de i basi, Il tempo dei baci, nucleo germinale di un lavoro di più ampio spettro a cui il nostro attende, deriva e parte dal nervo scoperto della scomparsa della madre, a cui il libro è dedicato, per attraversare un tempo differente e immedicabile di affetti e relazioni. Nel corso della lettura, più volte sono stato tentato dall’accostamento a un piccolo e fecondo libro di Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci, dove l’esperienza della scrittura coincide con la funzione terapeutica. C’è stato un tempo, per Longega, il tempo dei baci, o c’è , perdura come pratica degli affetti e del dolore lenitivo, attraversa le cliniche e le stanze nosocomiali della sofferenza familiare e privata, perché: ‘solo ciò che è ben descritto/ si potrà, dopo, cancellare’, ‘solo quelo che xe bén descrìto/ se podarà, dopo, cancelàr’, travasandosi in riverberazioni di contesto o attingendo alla cronaca : tempo di baci e tempo di pugni dolorosi, come quelli di ‘ A Betlemme la basilica’, dove adepti di varie confessioni se le suonano di ‘santa’ ragione in uno dei luoghi più simbolici della non violenza: una scena tragicomica, quasi pervasa della ironia ebraica che il luogo richiede, per dire di un mondo di uomini ormai alla frutta. Nella casa-libro abitata da presenze memoriali, ‘su e zo/ par la casa’, ‘su e giù/ per la casa’, riecheggiano frammenti dialogizzati tra ferialità e understatement, che restituiscono una pietas filiale connaturata alla prosa dei giorni. Così, in ‘Ti me lavi el viso?’, ‘Mi lavi il viso?’ dove l’armamentario domestico degli oggetti ( saón de Marsiglia, sugamàn ,crema, sapone, asciugamano, crema) e la pratica del bagno, dicono al meglio di una madre e del figlio, e il ricorso alla varietà veneziana, naturalmente incantatoria e musicale, si sottrae a facili recursività sonore, a timbri melici, accogliendo vieppiù le istanze di una lingua basica, per asciuttezza di stile e toni, e brevità del verso. Luogo-lalia della madre e insieme luogo filiale, la lingua si dà quale elemento che perdura: vitale e naturale, come ‘nasser e morir’ , ‘il nascere e il morire’. Oltre le ragioni del lutto, oltre il dolore privato, Longega si dimostra molto abile a raccontarci, ora con parole che alludono a un giudizio, ora con un’ironia gnomica, di uno sconcerto quotidiano, di una quotidiana separatezza: come accade in ‘Vièn le famégie al gran completo’, ‘Vengono le famiglie al gran completo’, in visita al ricovero degli anziani, Il tempo dei baci è un tempo residuo, domenicale, che non colma la distanza tra i viventi. In questa chiave di lettura, di onesta disillusione sociale, e quotidiano silenzio, la lingua di Andrea Longega si rivela quale strumento idoneo per efficacia di immagini e congruità. Nota bio-biobibliografica Andrea Longega è nato a Venezia nel 1967 e vive a Murano. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Ponte de mèzo (Campanotto, 2002), Fiori nòvi (Falloppio, 2004) e El tempo de i basi (Edizioni d’if, 2009). Sue poesie sono contenute nel libro fotografico venicevenezia di Leonard Freed e Claudio Corrivetti (Postcart, 2006) e nelle seguenti riviste di poesia: “L’Ulisse” (n. 7-8), “Poeti e Poesia” (n.10, aprile 2007), “Tratti” (n.78, estate 2008 e n.83, inverno 2010), “Il monte analogo” (n.8, novembre 2008), “Il calzerotto marrone” (marzo 2009). Questo è Cefis (II)Questo è Cefis (II)
di Carla Benedetti Seconda parte di Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente, probabile "fonte" di Pasolini Elogio della macchia cieca. Lazy Suzie di Suzanne Doppeltdi Rinaldo Censi Rue Vieille du Temple, un sabato soleggiato di febbraio, a Parigi. Tagli per una traversa e giungi in rue Sainte Anastase, dove ha sede la galleria d’arte Martine Aboucaya. Percorri un lungo corridoio bianco e ti ritrovi in una sala dove sono esposte minuscole fotografie, miniature d’emulsione. Sono le foto che espone Suzanne Doppelt. Fanno parte della serie che ha intitolato Un homme est tombé de la lune: un frammento presocratico, probabilmente di Eraclito. Un uomo è caduto dalla luna, dunque. Suzanne dice che è come se questa caduta corrispondesse ad un passaggio: dal sogno al pensiero. Piccole capsule di tempo lavorate chimicamente, esposte alla luce, bagnate dal riverbero di riflessi luminosi: sono i fotogrammi di Moholy-Nagy, l’incontro, l’effetto serendipity, l’inaspettato caro a Man Ray. Chiusa in una stanza buia, Suzanne osserva i risultati raggiunti. Prodigi del rivelatore. Come un piccolo chimico altera i supporti, li riquadra, isola dettagli: il risultato è prodigioso, aloni, linee, griglie, paesaggi flou, insetti, masse curvilinee. È la materia che si riassesta, l’aria che si sposta, si posa sulla pellicola, sulla carta fotografica. È una danza. Gli elementi sedimentano sul supporto. Basta avere un po’ di pazienza. L’esposizione fotografica è stata accompagnata da letture e dalla proiezione di alcuni film delle origini: esperimenti scientifici, piccoli poemi di celluloide. La scelta non poteva essere più pertinente. Suzanne Doppelt ha insegnato filosofia a Parigi. Scrittrice e fotografa, ha fondato con Pierre Alferi la rivista letteraria «Détail». È membro del comitato di redazione della rivista «Vacarme». Dirige la magnifica collana «Le rayon des curiosités» per i tipi di Bayard. Ha scritto numerosi libri dove riesce a coniugare tutti i suoi interessi: filosofia, pittura, cinema, scrittura, fotografia. Ha vissuto in Italia. A Roma per un anno, poi a Napoli. In Italia – che io sappia – è stato pubblicato solo un suo libro, 36 candele, per i tipi di Cronopio. In Francia, molti dei suoi libri vengono pubblicati dalla casa editrice P.O.L. È il caso dell’ultimo, magnifico, che contiene alcune delle foto esposte presso la galleria Aboucaya. Lazy Suzie è apparso nel novembre del 2009. Suzie la pigra? Il titolo si presta a diverse interpretazioni. Lazy Suzie è – pure – quel vassoio girevole che si usa in Cina, su cui vengono posate vivande, condimenti: è un disco rotante per alimenti. C’è chi giura che questo vassoio sia stato inventato dalla moglie di Thomas Jefferson. Piccolo formato, senza numerazione, Lazy Suzie è un breve trattato sull’anamorfosi e i suoi effetti. Sarebbe piaciuto a Baltrusaitis. Punto linea superficie. Effetto di rotazione. Cornice. Inquadratura. Luce. Camera oscura. Sguardo. Specchi convessi. Flusso. Spostamento. Sono alcuni degli elementi che tengono insieme questa macchinazione tipografica, una condensazione di effetti che fanno di questo piccolo libro un esperimento cinetico, cinematografico, un poema degli elementi, una riflessione sulla visione, come se l’uomo dagli occhi a raggi X di Roger Corman fosse finito tra le pagine del libro e ci narrasse il suo stupore davanti ad oggetti che mutano di stato, si alterano a seconda del punto da cui li si osserva (la nostra scatola cranica è una cinepresa, oppure una camera oscura con due finestre e una porta). Depravazioni ottiche, rifrazioni e prospettive alterate, enigmi: l’anamorfosi non è che questo. La realtà, come viene scritto, non è che questione di regolazione, il passaggio ridotto da un mondo, una pittura gigantesca, a un’altra per semplice rotazione. Lazy Suzie: un’incessante rotazione, appunto. Il sole, la luna. Gli sbalzi luminosi, qualche nuvola, pietre che sono nasi, alberi che sono capelli. Ogni cosa si disgrega in un moto circolare: cambia di stato. La cornice non fissa nulla. Ogni cosa è in movimento. Le forme si allungano, scompaiono inghiottite nel vuoto per effetto di una macchia cieca. O forse è uno zoom che ne disperde la figura. Questa circolarità è una gravitazione terrestre. A noi non resta che seguirne il flusso. A volte, per vedere meglio le cose, può esserci utile una lente (ce la porgono Giambattista della Porta, o – faute de mieux – Charles Baudelaire). Lazy Suzie in rotazione, le evoluzioni di una trottola (E.A. Poe sull’Etna). Le cose arrivano, prendono forma. Eppure, un leggero spostamento dello sguardo può disgregarle nell’aria, mostrando l’instabilità della loro materia. Splendore dell’anamorfosi. La realtà sfuma, si disfa, per ricomporsi differente in un altro punto dello spazio, ad ogni pagina di questo libro. L’articolo è apparso sul «manifesto» sabato 27 febbraio 2010. Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in: No related posts. |
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