
Una recensione di
Giulia Fazzi
Me ne sono accorta subito, alla prima lettura.
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone è una storia che ti entra dentro, scava voragini, brucia. Non ti tranquillizza, anzi, ti fa stare scomodo. Te la porti dentro, non ti abbandona. Parla di una bambina e poi di una ragazza, ma parla anche di te. Dov’eri negli anni ’70? Cosa facevi? E la tua famiglia com’era? Avevi anche tu una vagonata di fratelli e sorelle? Anche tu ti sentivi un’estranea alle elementari? Vogliamo parlare degli anni ’80, poi? Tristi, colorati, sintetici, troppo luccicanti. Al di là degli specifici episodi, scatta comunque un’identificazione con la protagonista che fa letteralmente male. Uno dei meriti di Monica Viola è il coraggio. Perché ci vuole coraggio a mostrare le proprie ferite in pubblico. A guardare dritto in faccia i nemici della vita precedente, indicarli uno per uno, nominarli senza piegare la testa. Ci vuole coraggio a far parlare i fantasmi che sono dentro la tua testa, quando sarebbe così facile – così
letale – non starli a sentire. E ci vuole la forza, il talento, per rendere tutto questo, la tua biografia, materia narrativa, quindi condivisibile, universale. Provo molta ammirazione per chi sa farlo. In Tana ci sono parti che amo molto (quando Monica parla della nonna, l’ultima chiacchierata con la madre) e c’è un flusso narrativo capace di tenerti legato con una presa sullo stomaco da toglierti il fiato. Diventare donna, molto spesso, significa percorrere una strada accidentata e sconnessa, significa raccogliere sassolini sparsi ovunque in un terreno lastricato di dolore, portare sul corpo i segni di piccole e grandi violenze. Ma quando le piccole storie nascoste diventano una Storia, allora la battaglia è vinta, i nemici sconfitti, i fantasmi acquietati.