[È il primo estratto dal mio romanzo in fieri. Il secondo - e ultimo, credo - uscirà il 1 ottobre prossimo su La poesia e lo spirito. La lettura deve essere rigorosamente accompagnata da quello che è il leitmotiv musicale della storia: la colonna sonora di C'era una volta in America: vedi - anzi, ascolta - mio post precedente]
Il 30 settembre 2004 il cellulare di Margherita squillò.
Margherita dovette sedersi sulla poltrona che era stata di suo padre, nello studio che era stato di suo padre, quando vide il numero comparso sul display.
Fino ad allora quella era stata una mattina normale. Margherita aveva disinfettato il bagno e lavato i pavimenti come al solito. Aveva passato una nottata relativamente tranquilla: Massimiliano non era andato a trovarla. Era molto che le faceva mancare le sue visite – il lavoro lo risucchiava in giro di continuo ed evidentemente gli esauriva tutte le energie - tanto che le ferite sull’avambraccio le si erano già coperte di crosticine. Le camicie e i pantaloni di Massimiliano non erano macchiati di sangue e al mattino, a colazione, aveva ripreso a dirle: «Comportati bene, Ritina», senza guardarla, con gli occhi bassi, mentre mangiava.
Faceva caldo, quel 30 settembre.
Margherita aveva ancora un po’ di mal di gola: una settimana prima aveva avuto la febbre e le tonsille erano ancora gonfie. Era pallida. Le pareva che addosso alla pelle le si fosse appiccicata una patina che non le faceva respirare i pori. Non riusciva a staccarsela di dosso.
Poi le squillò il cellulare.
E quel numero non era mai comparso sul suo display.
«Scarabocchia!»
Sì!
La prima che cosa che fece Margherita fu guardare il vecchio orologio a pendolo che oscillava sulla parete alla sua sinistra: voleva essere sicura che non fosse sera e che Massimiliano non si sarebbe materializzato da un momento all’altro davanti ai suoi occhi. Nella sua mente pareva essersi diffusa una nebulosa di pensieri informi che cancellavano i contorni delle sue certezze. Non sapeva più che ora fosse, né cosa stesse facendo nello studio di suo padre (già, cosa ci faceva?), e nemmeno cosa avesse avuto in mente di fare una volta uscita di lì (perché qualcosa c’era di certo). Il tempo era diventato un concetto che faticava ad adattarsi alla sua forma mentis, tutto le si confondeva dentro, persino lo spazio implodeva insieme al suo raziocinio e al suo corpo che quello spazio stava occupando.
«Margherita, mi senti?»
«Sì…»
«Sorpresa?» Pierfrancesco fece un risolino che la percorse tutta. Un risolino beffardo, che alle sue orecchie suonò affettuoso.
«Beh, sì».
«Come stai, Scarabocchia? Che fai di bello? È parecchio che non ci si sente… Non ti sei fatta più viva…»
Margherita deglutì: le tonsille le dolevano ancora. Pierfrancesco le stava rimproverando il suo recente silenzio. La patina sulla sua pelle si ispessì.
«Ho avuto… da fare. Sai com’è qui…»
Pierfrancesco rise di nuovo. Non aveva mai riso tanto durante le loro telefonate.
«Ah, sì. Sì che lo so. Beh, cosa mi racconti? Lavori?» la incalzò lui. L’ultima vocale gli uscì un po’ strascicata, un suono sibilante più lungo degli altri. Poi si schiarì la voce, tossicchiando.
«Anche tu raffreddato? Io sono stata maluccio, sai? Ho ancora le tonsille gonfie…»
«Ah sì? No, io non sono raffreddato. Insomma che fai? Lavori?»
«No, Pier, che non lavoro. Non lo sai che non lavoro? Non posso lavorare, devo star dietro a Massimiliano…».
«Già, sì. Dev’essere una noia mortale stare sempre in casa a lavare e cucinare, però…»
Margherita tacque. Lanciò un altro sguardo alla pendola che ticchettava, placida. Nella mente le si formò un ricordo fluido che stentò ad afferrare, di lei bambina che fissava fino a farsi lacrimare gli occhi la lancetta dei secondi.
«Insomma, sei una ragazza in gamba… Non ti piacerebbe lavorare? Un vero lavoro? Essere indipendente, staccarti da Massimiliano, decidere da sola…»
Margherita per un infinito quark di secondo percepì quelle parole come un’accozzaglia di suoni respinti dalla sua mente. Per un quark di secondo le parve di non volerle ascoltare, ed ebbe l’impulso di premere il tasto rosso del cellulare. Poi, quando le parole si ricomposero, scrollandosi di dosso la melma incomprensibile di prima, quando passò il momento di astio, di rifiuto e le parole si associarono ai significati, Margherita, d’un tratto, provò una fame vorace e portentosa. Visualizzò – che quasi le pareva di poterli toccare – piatti di arrosto farcito, di lasagne grondanti di besciamella e sugo, di focacce di ogni tipo, luccicanti di cipolle, patate, olive, vassoi colmi fino all’inverosimile delle paste del Caffè Fiorio, soprattutto quelle che debordavano di panna, coppe di gelato al cioccolato e fragola che solo a pensarci le si riempiva la bocca di acqua. Margherita si accorse che il cuore le batteva troppo forte e allontanò di scatto il cellulare dall’orecchio.
Sentiva la voce di Pier chiamarla: «Margherita? Ci sei?»
Lei trasse un respiro profondo, poi riaccostò il cellulare all’orecchio. Deglutì. Niente da fare, le tonsille continuavano a pesarle nella gola.
«Sì. Sarebbe bello» - e nel momento in cui lo disse capì che era vero e quella consapevolezza la fece quasi svenire dalla fame, ormai divenuta incontrollabile. Pensò rapidamente a cosa ci fosse nel frigo che lei potesse mangiare e che non la facesse ingrassare. Passò in rassegna il contenuto del frigorifero, che conosceva a memoria: finocchi, sedano, carote, un cartone di latte, un etto di prosciutto crudo, gli avanzi della cena di Massimiliano del giorno prima, due cosce di pollo bollite, un sacchetto dove, in un liquido biancastro, galleggiavano piccole mozzarelle, una scatola piena di formaggi assortiti di cui Massimiliano andava ghiotto: gorgonzola, taleggio, pecorino romano, emmental, mascarpone, formaggio alle noci. E la maionese, che Massimiliano mangiava spalmata sul pane. Poi barattoli di marmellate di ogni specie.
«Sono contento di sentirtelo dire. Perché nella società per cui lavoro stanno cercando una segretaria. Si tratta di una figura professionale di grande importanza. E hanno una certa urgenza. Così io ho pensato a te. Se la cosa ti interessa, beninteso. Dovresti venire a Roma per il colloquio, però. E non ti preoccupare di niente, posso ospitarti a casa mia». Il tono di Pierfrancesco era compito e solerte al tempo stesso.
«A… a Roma? A casa tua?» balbettò quasi senza fiato Margherita, un parte di sé sgretolata dall’emozione al pensiero di Roma, di Pierfrancesco e di un lavoro che la rendesse indipendente, e l’altra lacerata dai visceri che le si attorcigliavano per il desiderio, per il bisogno, di chiudere quella telefonata e di sentire sulla lingua, di accarezzare con le pareti interne della bocca, il sapore del cibo.
«Ma certo!» confermò un disponibilissimo Pierfrancesco.
«Io non so fare niente…» obiettò Margherita.
«Be’, il computer lo sai usare, no? Sai navigare in internet, mandare e-mail…» il tono di Pierfrancesco si era fatto un po’ sbrigativo. Brusco.
«Ma basta questo per un incarico di responsabilità?» Margherita non sapeva cosa dire per riportarlo alla cordialità di prima. Le mancava il fiato.
«Ti dico di sì… Allora? Sei interessata?»
«Mi stai chiedendo di prendere una decisione del genere adesso? Su due piedi?»
«Hanno urgenza. Se tu non vuoi, chiameranno qualcun altro». Le parve di sentir sbuffare Pierfrancesco. «Non è che possano aspettare i tuoi comodi».
A Margherita girava la testa. Guardò di nuovo il pendolo. Avvertì sempre più forte la sensazione di dejà-vu: lei, dietro la scrivania del padre, a fissare la lancetta dei secondi.
«D’accordo, ti chiamo domani. Ma domani dovrai darmi una risposta: non posso rischiare di far figuracce per te. Ti ho proposto io come persona di fiducia. Sono molto rispettato, se non l’avessi capito. E poi, parliamoci chiaro, non ho intenzione di rimetterci la faccia per averti fatto un favore» disse, autoritario.
Il solito Pier. Il suo Pier.
«Va bene, Pier» accettò lei, con voce sommessa.
«Allora a domani?»
«A do».
Pierfrancesco chiuse la conversazione senza aspettare che lei completasse la parola. Le sue mani rimasero inascoltate. Si alzò dalla poltrona, uscì dallo studio, e ne allungò una verso il frigorifero. Lo aprì e tra le dita prese i due piatti, uno sopra l’altro, che contenevano gli avanzi della cena del giorno prima di Massimiliano. Li appoggiò sul tavolo. Poi tirò fuori la scatola dei formaggi. Affettò il pane casereccio. Si ricordò della marmellata di fragole che Massimiliano aveva scucchiaiato una settimana prima e mai più toccato. La mise a tavola. Chiuse la porta del frigorifero lasciando al buio il sedano, le carote, l’unico finocchio rimasto, stremato dall’attesa e appoggiato accanto al sacchetto delle mozzarelle. Sollevò uno dei due piatti, quello capovolto. Arrotolò intorno alla forchetta un paio di pappardelle. Il sugo di carne sulla sua lingua era freddo ma non insapore.
La fame soddisfatta era stato per lei, fino ad allora, un territorio sconosciuto. Lo aveva immaginato come una distesa desertica, giallo ocra, di una luce abbacinante. Si sorprese a pensare che quell’immagine non l’aveva mai terrorizzata come avrebbe dovuto, come avrebbero voluto i suoi genitori e suo fratello: Non potrà mai esserci niente di buono in ciò che non conosci, al di fuori della tua famiglia. Si sorprese anche che non le pareva un’immagine spaventosa in assoluto: che, anzi, non ci fosse proprio niente di inquietante in un deserto, non l’incertezza né, tantomeno, la solitudine. Questo era venuto in mente a Margherita quando, dopo aver lavato i piatti, si era sentita cogliere da un ignoto torpore. Aveva dovuto stendersi sul letto, ripromettendosi di cucinare un altro piatto di pappardelle per Massimiliano (erano fredde, il sugo aveva perso tutto il sapore e poi ci era caduta dentro una mosca, ho preferito rifarle). E quando si era sdraiata e aveva guardato fuori dalla finestra, aveva pensato – come faceva sempre - a quanto le sarebbe piaciuto essere un albero o un sasso o qualsiasi altra creatura vivesse là fuori, che si stava lasciando trasportare da quella vita, e dallo spazio che le era sconosciuto. E anche ciò che stava provando in quell’istante le era sconosciuto: la tensione del ventre, che quasi esplodeva, come se dentro di sé stesse crescendo a una velocità spaventosa un’altra vita. Ignoto ma piacevole, come una carezza. Non tutto ciò che non conosceva, quindi, era inquietante, negativo, pericoloso. Il territorio sconosciuto della fame soddisfatta – la cui esplorazione si era rivelata così gratificante - le faceva pensare che, forse, anche nello spazio al di fuori della finestra ci sarebbe stato posto per lei, che in fondo, quel mistero non sarebbe stato così pauroso o impossibile da affrontare. Perché tutto ciò che conosceva, o che aveva conosciuto fino al 30 settembre 2004, non era mai stato, in definitiva, così rassicurante come avrebbe dovuto, come le avevano sempre detto i suoi e suo fratello. E, dunque, quei territori sconosciuti non le apparivano più paludi nelle quali ci si lasciava risucchiare, in cui più ci si muoveva e più in fretta si sprofondava. Margherita, di colpo, aveva cambiato la sua percezione dell’ignoto: l’equivalenza semantica tra sconosciuto e pericoloso si era trasformata in una calamita pulsante che la attraeva e la chiamava a sé. Mentre era sdraiata, chiuse gli occhi sulla finestra e sulla chioma degli alberi che fiancheggiavano il controviale davanti a casa sua. La tensione nel ventre si stava sciogliendo. L’intuizione che ciò che non conosceva potesse essere attraente la accompagnò in un sonno in cui le parve di cadere come da un’altezza vertiginosa. Non oppose resistenza, pur se con il cuore in gola, e si lasciò annerire. Fu un’intuizione simile a un traghetto.