Se pareba boves


Ma non è finita qui. E aiutateme a di' che non è finita. Non è finita, infatti.
Perché qualche giorno prima della sottocitata antologia è uscito questo saggio scritto e curato da Stefano Sgambati [autore di cui sentirete parlare in un futuro nemmeno troppo anteriore]. L'argomento lo vedete da soli. Quando mi ha chiesto di contribuire con un pezzo su YouPorn io, che YouPorn proprio mi fa una pippa, absit iniuria verbis, ho fatto la controproposta di contribuire con un racconto sul - più generico - sesso virtuale. Egli, e la casa editrice Miraggi Edizioni [che fa libri mira(ggi)bili - con doppia copertina - come vedrete qui sotto], hanno acconsentito, il mio racconto è piaciuto, si intitola Se pareba boves, ed è una cosa diversa, ma totalmente diversa, ma diametralmente opposta, ma assolutamente diversa, ma aiutatemi a di' diversa, da tutto quello che ho scritto finora, tanto da spalancarmi nuovi e gaudenti orizzonti narrativi.
Naturalmente, i contributi di Carolina Cutolo e Roberto Moroni sono più seri dei miei. La prefazione di Enrico Remmert un autentico gioiellino.
Comesicambia.
Ma aiutateme a di' comesicambia. 

 



Tipicamente italiano


E quindi, dopo tanto tempo, rieccomi su questi schermi per annunciare - con gioia - che l'antologia Tipicamente italiano, pubblicata per festeggiare i 35 anni della Libreria Bonardi di Amsterdam, l'unica libreria italiana in Olanda, è uscita. Ringrazio Marina Warners per avermi voluta in questa raccolta. Certamente, per una traduttrice essere tradotta è un'emozione doppia. Il mio traduttore è Philip Supèr.
E visto che le immagini parlano più di qualsiasi parola, ecco a voi i partecipanti.
Il mio racconto si intitola Un problema di costellazioni [ringrazio Isabella Moroni per essermi stata d'ispirazione] ed è dedicato ad Anna Magnani.
Per ordinare l'antologia, basta scrivere a: lb@bonardi.nl 







Cose di cui vado fiera


L'ho saputo subito che la raccolta di racconti di Desmond Hogan che ho tradotto la scorsa estate [lo ammetto: tra mille difficoltà, personali e letterarie, giacché il testo di Hogan è uno dei più complicati che mi sia mai capitato di tradurre. La letteratura lo è sempre, in effetti] sarebbe stata fonte di grandi soddisfazioni.
La recensione che pubblico di seguito è uscita su Repubblica del 5 febbraio 2012, ed è firmata da Laura Lilli.

Amori e politica del Pasolini irlandese 
L'ULTIMA VOLTA di Desmond Hogan Playground, traduzione di Gaja Cenciarelli, pagg.134, euro 12.

Desmond Hogan come Pasolini? Con le debite differenze, alcuni tratti comuni tra lo scrittore italiano e quello irlandese (nato nel 1950) sono evidenti: il genio multiforme e un' aura di leggenda e di imprevedibilità che li ha sempre circondati. Nel ' 90, ormai celebre e ultra premiato, per qualche tempo Hogan sparì. Si parlò di Yemen, di Russia, di una roulotte in cui quasi si nascondeva. C' è poi la prepotente, maniacale omosessualità. E la sua grandezza non è inferiore a quella di Pasolini. Una conferma in italiano viene da L' ultima volta, racconti appena usciti. È la storia breve (e densa), precisamente, il genere in cui eccelle in cui questo pur variegato scrittore che anche se paragonato a molti, in realtà si dimostra il vero erede di William Trevor. Come lui, sa descrivere la contraddittoria, mutevole, insieme delicata e dura Irlanda del suo tempo, lo sguardo sempre attento agli ultimi. C' è l' amore, la politica, il confronto fra le generazioni (quelle della "resistenza" e quelle del "terrorismo"). E c' è la grazia infinita di non dire tutto fino in fondo: la vita non va spiegata. 

Laura Lilli




L'odio. [Wisława Szymborska. Traduzione di Piero Marchesani]


[Wisława Szymborska è morta ieri ma, naturalmente, è - e sarà sempre - molto più viva di tanti].

Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l'odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L'insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione -
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no -
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all'inizio.
Poi corre tutto solo.
L'odio. L'odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti -
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell'alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l'umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
- lui solo.

Desmond Hogan, «L'ultima volta» [Playground].


Playground è una casa editrice con un catalogo di eccellenze letterarie.
Ho avuto la fortuna di tradurre per loro questa raccolta di racconti di Desmond Hogan, tra poco in libreria, autore irlandese che molti grandi, come Colum McCann, ritengono il proprio maestro. Non ho difficoltà a crederlo. L'ultima volta è un testo che può essere considerato un manuale di scrittura. Di sicuro, uno dei più bei libri, se non il più bello in assoluto, che io abbia mai tradotto, e non solo perché si tratta di letteratura irlandese.
La bellezza e la salvezza della letteratura vera.



Pastorizia. La poesia di Fabio Ciriachi si volge fuori di sé.


Questa è la mia recensione della raccolta di poesie di Fabio Ciriachi, Pastorizia [Edizioni Empirìa], che presenterò da Bibliothè, a via Celsa 4, il 19 gennaio, alle 19, nell'ambito dei Book Corner curati da Isabella Moroni.


Ci sono poeti che quando iniziano un percorso non smarriscono mai la strada. È questo il caso di Fabio Ciriachi, giunto con Pastorizia (Empiria, 2011) alla sua terza raccolta poetica, dopo L’arte di chiamare con un filo di voce (Empiria, 1999) e Il giardino urbano (Empiria, 2003).
Nella sua ultima prova, Ciriachi ci testimonia la compiutezza dei suoi versi e della sua visione della vita, sia essa rappresentata da una cosmologia interiore che dall’arredo esteriore della quotidianità. Nel confrontarsi con se stesso, con la perdita, con l’assenza, con Roma, ci regala un affresco che è una sintesi di rara bellezza tra eros e thanatos.

La raccolta di Ciriachi si apre con una Nota geometrica in cui l’autore spiega per quale motivo tutte e tre le sue opere sono collegate al «punto geometrico per il quale passa un numero infinito di rette». Il titolo, Pastorizia, ha – com’è evidente – un legame fortissimo con lo spazio.

«Sperimento il punto di vista senile, la necessità di guardare verso il basso, proprio della pastorizia: mentre le bocche sono intente a brucare, gli occhi censiscono il territorio, lo imparano a memoria. Non penso ancora che possano baciare la terra (pure sfiorata dalle labbra), la sola religione, per il momento, è il cibo e il sostenersi.
Incombe anche il senso del pericolo. Per questo ho dovuto definire l’immagine del nemico, una figura esterna a me (e ai testi che preesistevano alla sua percezione) ma con grandi riflessi al mio interno
».


Questo è il link al quale potrete leggere tutta la recensione: 

http://www.artapartofculture.net/2012/01/14/pastorizia-la-poesia-di-fabio-ciriachi-si-volge-fuori-di-sedi-gaja-cenciarelli/ 


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